“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivistaultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. ItcheDzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.
Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.
“Stavolta sarà diverso, vedrete”. Sami Abu Shehadeh non si è perso un evento e ha passato le giornate a battere le città della comunità araba israeliana, soprattutto nel centro nord del Paese, insieme alla coalizione della sinistra che va sotto il nome di Joint List. Anche se non è più il numero due della lista. L’ex deputato e leader del partito nazionalista palestinese, e anti sionista, Balad, si è ritirato dalla corsa elettorale quando è stato chiaro che la Corte suprema di Gerusalemme non avrebbe ribaltato la decisione della Commissione elettorale israeliana di escluderlo a causa di un articolo scritto a caldo sul 7 ottobre. “Incontro persone ogni giorno, la gente vuole andare a votare stavolta e pare che avremo l’affluenza più alta di sempre, e forse la Joint List avrà 10 seggi”. Ma quando gli si chiede se il partito è pronto a sostenere Gadi Eisenkot per formare una maggioranza anti Netanyahu, Shehadeh risponde con un sospiro e uno sguardo di disapprovazione bonaria. “Perché vi ostinate a trattare Israele come uno Stato normale?”
Se non è normale cos’è allora?
Uno Stato razzista, una società che ha commesso un genocidio nel sostanziale consenso generale. Tutti i leader ebrei sionisti dicono chiaramente che non vogliono arabi nel loro governo: rivendicano apertamente il loro razzismo. È un fenomeno che fa male sempre, non solo quando è antisemitismo. La maggior parte dei leader politici ebrei incitano all’odio contro i nostri medici, i nostri insegnanti, i nostri studenti nelle università. Ci impediscono di parlare arabo. È una società folle e violenta. Tutti vengono attaccati. E la gente è terrorizzata e vuole fermare questo spargimento di sangue.
Quindi quale ruolo si immagina per la Joint List nella prossima Knesset? Non c’è neanche un partito dei 37 candidati con cui un dialogo è possibile?
Il nostro ruolo è fermare l’emorragia nella nostra comunità. Lasci stare i 37 partiti, le liste che supereranno la soglia di sbarramento sono 10, e 8 di queste sono di destra o estrema destra. Entrambi gli schieramenti dicono che non ci vedono come attori legittimi nel sistema politico. Sia Eisenkot sia Netanyahu fanno a gara a chi odia di più gli arabi, a chi vuole più guerre, più violenza. La situazione è molto complicata, e pure i Democratici di Yair Golan non sono meno razzisti. Infatti hanno partecipato la mia squalifica dalle elezioni.
Esclusione che di fatto lei ha accettato, e ha ritrattato in parte quello che ha scritto sul 7 ottobre. Oggi lo rifarebbe?
Il punto è questo: sono il leader di un partito politico e sono stato bandito dalle elezioni perché ho idee politiche diverse dalla maggioranza. Sono un attivista per i diritti umani in una società che ritiene legittima l’occupazione, il genocidio, il terrore contro una parte della sua popolazione. Questo è legittimo, invece chi parla di pace, libertà, giustizia e uguaglianza non lo è. A chiedere la mia esclusione sono stati due terroristi suprematisti ebrei: uno è Itamar Ben-Gvir, che conoscete bene, l’altro è Be’ev Wolf, che oggi è avvocato ma nel 1992 piazzava le bombe nelle auto dei palestinesi ed è stato condannato per l’uccisione di un palestinese. Questi due fascisti sono considerati legittimi candidati, io no.
Cosa la rende sicuro che la comunità palestinese-israeliana, che storicamente è poco propensa a votare, stavolta andrà alle urne?
Per effetto del razzismo che ho descritto prima. Stavolta prevediamo che quasi il 70% degli arabi andrà a votare, rispetto al solito 50%.
Una parte voterà per il vostro concorrente Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Neanche lui è un possibile alleato?
Non condivido il metodo e l’agenda politica di Mansour. È un leader religioso, un imam, il suo è un movimento religioso islamico. Ma i suoi elettori e il popolo che lo sostiene sono la nostra gente: abbiamo idee diverse, ma cerchiamo entrambi di fare del bene alla nostra comunità.
Di cosa ha bisogno questa comunità, i giovani in particolare, anche per sfuggire alla radicalizzazione?
Di due cose molto chiare. Primo, la sicurezza: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché a causa delle politiche razziste Israele è diventata la società molto pericolosa per le minoranza araba e siamo diventati la quarta comunità al mondo per tasso di mortalità rispetto al numero della popolazione. La seconda richiesta sono le case. Rappresentiamo il 20% della popolazione, 2 milioni di persone e 1,2 milioni di elettori, ma viviamo solo sul 3% del territorio. Senza terra non si può sviluppare una comunità umana, servono terre dove costruire una casa, una scuola, un asilo o una fabbrica. Serve un piano di riforma dell’abitare
Elezioni Israele 2026, la guida ai partiti, ai sondaggi e ai tempi del risultato
Israele va alle urne oggi, martedì 27 ottobre,per eleggere la ventiseiesima Knesset.Sono le prime politiche dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalle guerre che ne sono seguite, prima a Gaza e poi contro l’Iran. Il voto è letto come un referendum sul premier Benjamin Netanyahu, al governo per circa diciannove anni complessivi in tre fasi (1996-1999, 2009-2021 e dal dicembre 2022), e sulla sua gestione della sicurezza. Gli aventi diritto sono circa 7,3 milioni.
Perché si vota ora
La Knesset si è sciolta a luglio con un voto unanime, compreso quello di Netanyahu, ed è arrivata alla fine naturale del mandato quadriennale. Resta comunque la sesta chiamata alle urne in sette anni, segno di una lunga instabilità, con coalizioni cadute prima del tempo. Il giorno del voto è festivo, ma trasporti e servizi funzionano.
Il blocco del premier
Al centro c’è il Likud, il partito di Netanyahu, che nel 2022 ottenne 32 seggi. Nel 2025 è rientrato nel partito anche Nuova Speranza di Gideon Sa’ar. Con il Likud corrono gli ultraortodossi di Shas, guidato da Aryeh Deri, e di Giudaismo unito della Torah, entrambi irritati con il premier per la mancata legge che esentasse i giovani haredi dal servizio militare. Poi c’è l’ultradestra: il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che si è unito a Zehut e fatica a superare la soglia, e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Una lista nuova, quella dell’ex generale Ofer Winter, ha cercato di intercettare i delusi di destra, ma negli ultimi sondaggi resta sotto il 3,25%, con una media intorno al 2,9%.
Il candidato premier più probabile è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, alla guida di Yashar!, nuovo partito di centro che insiste su costo della vita, scuola e commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Suo figlio è morto combattendo a Gaza. In campo c’è anche Beyachad (“Insieme”), la lista unica nata ad aprile tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, guidata da Bennett. Poi i Democratici di Yair Golan, risultato dell’unione tra laburisti e Meretz, che aprono a un’intesa con i partiti arabi, e Yisrael Beyteinu di Avigdor Liberman, destra laica, che ha escluso di governare con Netanyahu. Benny Gantz ha ritirato Blu e Bianco il 19 ottobre perché i sondaggi lo davano sotto soglia: il simbolo resta sulla scheda, ma quei voti andranno persi.
Gli arabi e le liste sul filo
I cittadini arabi di Israele sono circa il 20% della popolazione, ma votano meno della media: nel 2022 l’affluenza araba è stata del 53,2%, contro il 70,6% nazionale. Corrono Ra’am di Mansour Abbas, il più moderato, e la Lista comune di Hadash, Ta’al e Balad. Nessun blocco li vuole ufficialmente in coalizione, ma in caso di risultato serrato potrebbero diventare decisivi. Sul filo della soglia c’è anche il Partito dei Riservisti-Economico di Yoaz Hendel, che propone un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot senza ultraortodossi né partiti arabi: la media dei sondaggi lo dà al 3,10%.
Cosa dicono i sondaggi
Gli ultimi, pubblicati prima del divieto di diffonderne di nuovi, descrivono un quadro in bilico. Secondo la media dei canali tv raccolta da Haaretz, il blocco di Netanyahu avrebbe circa 50 seggi e quello di Eisenkot circa 54. L’ultimo sondaggio di Maariv dà a Yashar! 21 seggi contro i 19 del Likud, con Bennett a 15 e 14 ai partiti arabi. In nessun caso gli schieramenti arrivano da soli a 61.
Come funziona il voto
Il sistema è tra i più proporzionali al mondo. Il Paese è un’unica circoscrizione, gli elettori scelgono una lista e non un candidato, e i seggi vanno ai nomi nell’ordine deciso dal partito. Per entrare in Parlamento serve il 3,25% dei voti validi, pari a circa quattro seggi: i voti alle liste sotto soglia vanno persi. Due liste possono firmare un accordo sui voti in eccesso, per cui un eventuale seggio in più va a quella con il resto maggiore. Per questo nessun partito ha mai avuto da solo la maggioranza assoluta, e ogni governo israeliano è stato una coalizione. Si vota su carta, dalle 7 alle 22 locali (le 6 e le 21 in Italia). Non c’è voto per corrispondenza dall’estero: possono votare fuori dal Paese solo diplomatici, militari in servizio e rappresentanti delle istituzioni.
Quando si saprà chi ha vinto
Gli exit poll delle tv arrivano alla chiusura dei seggi. Lo spoglio è manuale e procede nella notte, con risultati quasi definitivi in genere entro la mattina dopo. I voti in doppia busta, cioè quelli di soldati, ospedali, carceri e sedi diplomatiche, si contano per ultimi e possono far spostare un seggio o far entrare o uscire una lista vicina alla soglia. La Commissione elettorale dovrebbe certificare il risultato il 4 novembre, con ricorsi possibili fino al 18.
Vince chi riesce a mettere insieme 61 deputati su 120, non necessariamente chi arriva primo. Il presidente Isaac Herzog consulterà i leader dei partiti eletti e affiderà l’incarico a chi ha più probabilità di riuscirci. L’incaricato ha 28 giorni, prorogabili di 14, per formare la coalizione, e il governo entra in carica con la fiducia della Knesset. Se nessuno ce la fa, si torna a votare. Per questo la notte elettorale racconta solo una parte della storia: le trattative possono durare settimane e possono decidere i piccoli partiti, gli arabi e le nuove liste di destra.
Gli israeliani hanno iniziato a votare per le prime elezioni legislative dopo l’attacco del 7 ottobre, una tornata elettorale convocata per la formazione della 26ma Knesset ma vista come un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 17 anni di governo quasi ininterrotto. I seggi hanno aperto alle 7 locali (le 6 in Italia): circa 7,3 milioni di israeliani sono chiamati alle urne fino alle 22 (le 21 in Italia) per una consultazione che si preannuncia molto combattuta tra la coalizione di destra ed estrema destra di Netanyahu (leader del Likud e premier più longevo della storia del Paese) e il principale blocco di opposizione, guidato dall’ex capo dell’esercito, il centrista Gadi Eisenkot., leader del partito Yashar! (Onesto).
In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Il conteggio delle “buste doppie” – ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate – richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati emersi dagli exit poll iniziali.
In un sistema proporzionale puro a collegio unico, determinante per la distribuzione dei 120 seggi della Knesset è l’affluenza al voto che quest’anno, nelle prime elezioni dopo tre anni di guerra, è prevista essere particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74% della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare. Alle ultime elezioni del 2022 l’affluenza fu del 70%.
Secondo i dati dell’Israel central bureau of statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele sono ebrei. Gli arabi israeliani sono il 18%, un altro 5% è classificato come “altro”. Tra questo “altro” ci sarebbero anche i drusi del Golan: per anni hanno boicottato le elezioni, ma dopo gli attacchi in Siria dell’Idf per proteggere i drusi di Sweida, questa volta voteranno. Anche per Netanyahu.
I cittadini arabi di Israele hanno pieno diritto di voto. I palestinesi che vivono in Cisgiordania invece non possono, a meno che non possiedano la cittadinanza israeliana, ma è raro. A Gerusalemme Est, solo i residenti che hanno acquisito la cittadinanza (circa il 5% nel 2022) ne hanno diritto. Una fatwa emessa dalle autorità religiose palestinesi nel 2019, ma esistente dal 1967, non consente di prendere la cittadinanza israeliana e votare poiché verrebbe inteso come un riconoscimento dello Stato di Israele.
Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita (coalizione di tre partiti arabi, Balad, Tàal e Hadash). L’altro partito arabo è Ràam, guidato dal medico e imam Mansour Abbas, con numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, già alto commissario di polizia. Secondo le ultime rilevazioni, concluse venerdì, Lista Unita ha 9 seggi, mentre Ràam ne ha 5. A urne chiuse, potrebbero dare sostegno esterno a Eisenkot.
Il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso (che rappresenta i coloni più oltranzisti) si è alleato con la piccola fazione di destra estrema ‘Zehut Yehudit’: i sondaggi lo danno a 6 seggi . Shas, degli ultraortodossi sefarditi del rabbino Arieh Deri, alleato di ferro di Netanyahu, otterrebbe 8 seggi. Mentre l’altro partito religioso, Yahadut Hatorà (‘Ebraismo della Torà), degli ashkenaziti, mantiene i suoi 7 seggi e la futura alleanza è tutta da vedere. Otzmà Yehudit di Itamar Ben Gvir, nei sondaggi prende 8 seggi. Ma le sue plateali provocazioni gli hanno inimicato gli americani. E ora Netanyahu sembra volerlo tenere a distanza.
Yuval e Noa non potevano perdere l’occasione. Sono rientrati dai Paesi Bassi apposta per votare, alle elezioni di martedì 27 ottobre in Israele, che potrebbero portare alla fine della lunga traiettoria di potere di Benjamin Netanyahu. “Sono andato via da Israele l’anno scorso per cercare un posto più sicuro di questo, ho capito che le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese: presto non avremo più un posto dove tornare”.
Come Yuval, sono almeno 67mila gli israeliani residenti all’estero che hanno coraggio e un volo per Israele per infilare nell’urna la loro preferenza. In almeno 67mila sono stati aiutati da Fly&Vote, un programma dell’ong americana Aid Coalition per sensibilizzare gli israeliani all’estero ad andare a votare. Netanyahu li teme, perché sa che molti di loro porteranno voti ai suoi oppositori, per questo ha cercato, senza successo, di far chiudere l’ong. Ma per Yuval, Noa e gli israeliani come loro, questo sarà l’ultimo atto prima di venire battuto alle elezioni.
A cena a casa di YaelGoldberg si parlano quattrolingue, da un paio di giorni. “Sono arrivati in sette per votare, ci siamo arrangiati”. Eithan è partito dal Portogallo con un volo low cost, lasciando a casa moglie e figli, “spostarci in quattro sarebbe costato troppo, almeno uno di noi due doveva partecipare”. Rachel ha deciso solo sei mesi fa di lasciarsi alle spalle tutto, a TelAviv, e trasferirsi vicino Roma “e quasi dimenticare di essere israeliana, evito di stare neanche con la comunità degli espatriati”, ma è dovuta tornare prima del previsto, per votare e per cercare di affittare il suo appartamento almeno per un anno. Noa alle elezioni non ha mai votato, in Israele non ci ha neanche mai vissuto, tolti alcuni anni da piccola, ma ad Amsterdam ha conosciuto Yuval e si è legata a lui, che viene da una famiglia progressista di Tel Aviv e l’anno scorso ha fatto la scelta di lasciare il Paese “per andare in un posto dove non si parla soltanto di guerra e sopravvivenza”. Non ce l’ha fatta ad arrivare il figlio di LizzieDoron, autrice israeliana nota anche in Italia per il suo romanzo Cinecittà in cui confronta la sua esperienza di figlia di sopravvissuti all’Olocausto con quella di un palestinese di Silwan vissuto sotto occupazione. “Ha deciso due giorni fa, e i voli da Berlino erano già tutti pieni”.
È un fenomeno non inedito, su circa 7,3 milioni di israeliani con diritto di voto circa 810mila risiedono ufficialmente all’estero, il voto per corrispondenza non esiste e possono votare da fuori i confini solo diplomatici e militari. Ma stavolta ha preso misure inedite, e preoccupa BenjaminNetanyahu perché tanti, non lo nascondono, sono rientrati per qualche giorno solo per mandarlo a casa. Un indizio di questa tendenza lo fornisce i numeri degli iscrittiall’American–IsraelDemocracy (Aid) Coalition, che nel 2023, durante i mesi turbolenti delle proteste contro la riforma della giustizia tentata dal governoNetanyahu e prima del 7 ottobre, ha creato l’iniziativa Fly&Vote per incoraggiare i cittadiniisraeliani all’estero a prendere parte alle scelte politiche israeliane. Secondo Aid, 67mila israeliani hanno preso un aereo per rientrare in Israele e votareoggi. La metà dagli Usa, un altro 37% da Europa Uk inclusa, tre quarti di loro non lo aveva fatto nel 2022. “Quando abbiamo creato Fly&Vote avevamo l’impressione che ci sarebbero state elezioniimminenti e che sarebbe stato importanteaumentare la consapevolezza degli israeliani all’estero rispetto alla possibilità di votare”, racconta Ora Peled-Nakash di Aid. Da allora sono passati più di treanni.
A Netanyahu l’organizzazione non è mai andata giù. Nonostante in passato abbia provato a far passare una leggere per correggere quest’altra unicità di Israele nel panorama delle democrazieoccidentali e consentire ai residenti all’estero un voto per corrispondenza, quest’anno si è schierato contro l’idea. Il motivo sta nei sondaggi: si stima che gli espatriati non siano più radicali di destra amici el Likud, come negli anni 90, ma per lo più progressisti. Il Likud ha provato a denunciare Fly&Vote in tribunale accusandolo di corrompere gli israeliani offrendo loro biglietti aerei in cambio di un votoanti–governativo. “Non paghiamo i voli a nessuno, facciamo solo informazione”, dice Ora. Le cause sono state ritirate prima ancora di arrivare sul tavolo dei procuratori perché considerati incoerenti. Un charter, Fly&Vote lo ha anche pagato: per rimpiazzare un volo Tap dal Portogallo che avrebbe lasciato a piedi centinaia di israeliani.
I politologi invitano alla cautela: tra i votantiesteri vanno calcolati anche molti haredi, ultraortodossi, che arrivano da Brooklin e dagli States. Ma è un dato di fatto che dal 2023 il saldo migratorio israeliano è negativo nonostante l’alyiah, come non è mai stato. Il Paese di arrivi e partenze per eccellenza, dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza ha perso 20milacittadini l’anno, almeno. Shlomit, di Haifa, per esempio è partita con il marito a Manchester a settembre 2023. Motivo: il “costo della vita. Con due figli e pur avendo buoni lavori nel settore del Tech, non arrivavamo a fine mese”. Poi c’è stato il 7 ottobre e il seguito. Ora è la primaoccasione per interrompere questa corsa su un piano inclinato”.
“Ho detto a mio marito: stavolta ci vado anche a nuoto, se necessario!”. Assicura che come lei tanti israeliani dal Regno Unito hanno preso voli in cerca di un “cambiamento, una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, un governo che lavori per noi e si prenda le sue responsabilità”. Sembrano le parole di Gadi Eisenkot o di un altro dei leader del campo “anti–Netanyahu”. Musicista uscito dal 1997 per gli Usa, anche Shai ha sentito la stessa urgenza: “I miei figli vanno a scuola a New York e subiscono l’effetto delle decisioni di Netanyahu. Tutta la comunità ebraica li subisce: se è aumentato l’antisemitismo il motivo è a Gerusalemme, non altrove”.
Finora era rientrato per votare solo nel 2015. “Sono sconvolto e mi vergogno di quello che è successo dal 7 ottobre in poi. Compreso il modo in cui Israele ha condotto la a Gaza. Non ho mai visto un premier che resta in carica dopo una cosa del genere. Dobbiamo sbarazzare di questo regime e cercare una nuova rotta, verso la pace. Spero che gli israeliani capiscano che non c’è alternativa a collaborare con i partiti arabi: rappresentano il 20% della popolazione“. È lo stesso pensiero che formula Yuval, che ce l’ha con Netanyahu perché ha rovinato la vita agli ebrei in giro per l’Europa: “Io protesto dal 2015, Israele deve parlare di pace, non continuamente di guerra e sopravvivenza. Sento che se Netanyahu vince di nuovo in poco tempo non avremo più un Paese dove tornare”.
Israele vota oggi in una delle elezioni più importanti della sua storia. È il primo voto nazionale dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e arriva dopo due anni di guerre, crisi interne e crescente isolamento internazionale. La sfida è tra il premier Benjamin Netanyahu e un blocco di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot. Ma il risultato potrebbe non consegnare una maggioranza a nessuno dei due schieramenti. Secondo i sondaggi citati dal Financial Times, le forze di Eisenkot sono attese intorno a cinquantaquattro seggi, quelle di Netanyahu a cinquanta, su un totale di centoventi. Per governare ne servono sessantuno.
La posta in gioco va oltre la permanenza al potere di Netanyahu, che ha guidato il Paese per complessivi diciannove anni. «Non si tratta di un singolo insediamento, di una politica economica o di una questione specifica», ha detto al Financial Times l’analista Shmuel Rosner. «È in gioco l’identità stessa di questo luogo». La coalizione di Netanyahu, la più a destra nella storia israeliana, comprende forze che propongono di espellere i palestinesi da Gaza, annettere la Cisgiordania occupata e rilanciare la controversa riforma della giustizia che nel 2023 aveva portato centinaia di migliaia di persone in piazza.
L’opposizione promette invece di cancellare le parti della riforma già approvate, istituire una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità per il fallimento della sicurezza il 7 ottobre e porre fine all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Netanyahu e i suoi alleati hanno finora resistito alla richiesta di un’inchiesta statale e rinviato più volte la legge sulla leva degli ultraortodossi, un tema sempre più divisivo in una società in cui molti riservisti sono chiamati a prestare servizio per lunghi periodi.
In un reportage del New York Times, Roger Cohen racconta questa frattura attraverso due figure agli antipodi. Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa e uno dei principali promotori della riforma giudiziaria. Vive in un insediamento in Cisgiordania e rivendica il controllo israeliano sulla terra: «No a uno Stato palestinese, mai». Dall’altra c’è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, che ha scelto di candidarsi nella lista del partito arabo Raam. Il suo obiettivo è costruire un’alleanza tra cittadini ebrei e arabi e difendere l’idea di Israele come Stato democratico e pluralista.
Il contrasto non riguarda soltanto il futuro dei territori occupati. Segalovitz teme che la visione della destra finisca per creare uno Stato che governa un altro popolo senza riconoscergli pari diritti. «Israele è molto più forte di qualsiasi leader», sostiene, in opposizione a un sistema politico sempre più identificato con Netanyahu. Cohen osserva che la campagna elettorale si concentra soprattutto sulla permanenza o sulla rimozione del premier, mentre la condotta della guerra a Gaza, che secondo le autorità sanitarie locali ha causato oltre 74mila morti palestinesi, è rimasta ai margini del dibattito.
Netanyahu ha puntato sulla sicurezza. Negli ultimi giorni di campagna ha rilanciato la minaccia iraniana e promesso di riprendere la guerra contro Teheran. I suoi avversari lo accusano invece di usare i pericoli esterni per evitare di rispondere del disastro del 7 ottobre. «La sicurezza di Israele non è una merce di scambio politico», ha scritto Eisenkot, ricordando che il governo era in carica quando Hamas ha att
Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.
Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.
Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.
“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.
Israele al voto dopo il 7 ottobre: il duello tra Netanyahu ed Eisenkot e l’incubo dello stallo
Circa 7,3 milioni di israeliani vanno alle urne per rinnovare la Knesset, l’assemblea da 120 seggi, ma soprattutto per decidere se confermare Benjamin Netanyahu — alla guida della politica nazionale da un trentennio e a caccia del settimo mandato — o voltare pagina. È un voto storico, il primo dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma lo spettro principale è quello di uno stallo: secondo i sondaggi, nessuno dei due schieramenti otterrà la maggioranza di 61 seggi.
Il “blocco del cambiamento”, guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot alla testa del partito Yashar, viene dato in vantaggio rispetto alla destra al governo con 52-56 seggi contro una cinquantina. In caso di parità politica, la chiave per sbloccare l’esecutivo potrebbero averla i partiti arabi. Eisenkot non ha escluso l’appoggio esterno dei moderati di Ra’am guidati da Mansour Abbas, che assieme a Lista Comune si dicono pronti ad aiutare l’opposizione pur di mandare a casa “un governo razzista” e dare risposte alla minoranza araba.
Dal punto di vista dei programmi, Eisenkot vuole una commissione d’inchiesta sulle falde di sicurezza del 7 ottobre e la leva obbligatoria anche per gli ultraortodossi. Sulla difesa, invece, la linea resta dura: approva le missioni militari in corso e sostiene il piano di Donald Trump per Gaza, mentre in Cisgiordania critica l’espansione dei coloni pur senza spingersi a proporre la soluzione dei due Stati.
Le urne chiuderanno in serata con i primi exit poll, ma per i risultati definitivi ci vorrà del tempo. Dopodiché il presidente Herzog avvierà le consultazioni e darà 28 giorni al candidato prescelto per tentare la sintesi: se nessuno riuscirà a comporre la squadra, Israele rischia di tornare di nuovo al voto.
INCREDIBILE, MA VERO! Il governo italiano vuole abolire per legge il passo della Bibbia che spiega che i semiti sono i discendenti di Sem, un dei tre figli di Noè, e che tra questi ci sono quindi anche gli arabi e i palestinesi. Ma andiamo per ordine e vediamo come stanno le cose.
Il governo italiano vuole trasformare in legge il ddl 1004, gia approvato al Senato, di “contrasto all’antisemitismo” per adottare anche in Italia la definizione del cosiddetto antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Definizione in vigore negli USA e in Germania, ma senza essere diventata legge, cioè vincolante. E non c’è verso di far capire né a parlamentari del centro destra né a parlamentari dell’opposizione né a molti filopalestinesi che la parola “antisemitismo” – della quale ormai si abusa anche inventandosi “il dilagare dell’antisemitismo in Europa e in Italia” – è usata in un modo che capovolge la realtà. Ormai anche la sinistra e troppi filopalestinesi hanno fatto proprie definizioni, significati e annessi contenuti della destra, cioè degli avversari.
Come è noto, l’aggettivo “antisemita” è stato coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr, fondatore della Lega degli Antisemiti, nel suo pamphlet “La vittoria del germanesimo sul giudaismo” per indicare l’odio verso gli ebrei. Compiendo una vera e propria molto disinvolta sineddoche, tutti danno infatti per scontato che per antisemitismo si intende l’odio verso gli ebrei, anzi ormai perfino le critiche e le accuse a Israele, anche le più dovute e sacrosante. Il problema però è che a essere semiti sono i palestinesi, gli arabi, i libanesi, ecc., ma NON la maggioranza dell’intero mondo ebraico: vale a dire, gli ashkenaziti (parola che significa “tedeschi”), ariani come i tedeschi e gli europei in genere. Secondo le statistiche in circolazione, gli ashkenaziti sono il 70-80% di tutti gli ebrei oggi esistenti nel mondo. Vale a dire, quasi 11-12 milioni di persone su un totale mondiale stimato in circa 15,8-20 milioni. Il resto, oltre ad altre componenti minori (ebrei berberi, italkim, falashià, romanioti, ebrei cinesi Youthai, una volta detti Tiaojinjiang, ebrei indiani di Cochin ), è composto da sefarditi. Parola, quest’ultima, che significa “spagnoli” perché sono i discendenti degli ebrei cacciati a suo tempo dalla Spagna dai sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che hanno cacciato anche gli arabi dai territori dove regnavano da secoli.
Questa faccenda degli ashkenaziti che sono ariani e non semiti e che sono i discendenti di chi non ha mai avuto a che fare con Gerusalemme, il monte Sion, ecc., l’hanno scritta NON “antisemiti” e neppure Hamas, ma ebrei: dal giornalista Arthur Koesler nel 1976 al documentatissimo docente Shlomo Sand, che è pure israeliano, nel 2008. Se ne trova traccia anche nel corposo libro “Storia degli ebrei scritto dal rabbino statunitense Chaim Potok, autore del fenomenale romanzo Il mio nome è Asher Lev. E lo si trova scritto perfino su riviste ebraiche italiane. Tutti autori ebrei che spiegano come gli ashkenaziti siano ariani discendenti dei khazari, abitanti del regno della Khazaria, attorno al mar Caspio e mar Nero, compresa l’attuale Ucraina. Le aree geografiche di questo antico regno, il cui territorio si estendeva dal Caucaso al basso fiume Volga, storicamente e antropologicamente sono state considerate da tempo il nucleo originario delle popolazioni indoeuropee, vale a dire della cosiddetta “razza ariana”. I khazari erano pagani, sono stati convertiti all’ebraismo nell’ottavo secolo d.C. per decisione del loro re Bulan, per mettere fine alle mire dell’impero cristiano di Costantinopoli e a quello islamico di Bagdad che li accusavano appunto di essere pagani e pare tentassero di convertirli. Cioè di sottometterli.
Quando il regno khazaro è andato in crisi per le invasioni di barbari i suoi abitanti si sono trasferiti in massa in quella che era la Rus e che oggi è la Russia più altri territori dell’Europa dell’est.
Vediamo per esempio cosa scrive nel saggio intitolato Chi sono gli ebrei, pubblicato l’11 novembre 1998, sulla rivista ebraica Morashà – redazione a Milano – la professoressa marchigiana Maria Luisa Benigni Moscati. Professoressa ebrea decisamente sionista e autrice di numerosi libri sulla presenza e storia de suoi correligionari soprattutto nella sua regione, in particolare di Urbino:
“Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario”.
Per “stirpe di Ario” e “discendenti di Ario” la professoressa intende le popolazioni indoiraniche dette ariane perché si autodefinivano e li chiamavano ārya, parola sanscrita che significa signore, nel senso di nobile. Parola poi stravolta dai nazisti tedeschi in significato razziale quando si sono autodefiniti “pura razza ariana” per affermare che gli europei, discendenti di quelle popolazioni indoiraniche, e in particolare i tedeschi, sono tutti “signori”. Cioè più civilizzati degli altri – slavi, ebrei, africani, mediorientali, ecc. – considerati in blocco “razze inferiori”. A ciò si aggiunga che longobardi, goti e vandali erano considerati ariani anche per motivi religiosi: erano stati convertiti infatti al cristianesimo dal sacerdote teologo alessandrino Ario, fondatore dell’arianesimo, condannato come eretico nel concilio di Nicea.
Vari autori sostengono, in modo non sempre disinteressato, che la discendenza degli ashkenaziti dalla Khazaria sia solo una leggenda, una teoria superata e screditata. Ma anche ammesso che sia davvero superata e screditata da molti, ma non da tutti gli studiosi, resta il fatto che è la stessa bibbia, come tale indiscutibile per ebrei, cristiani e musulmani, ad affermare che sono semiti i discendenti del figlio di Noè chiamato Sem, donde il nome “semiti”, e solo loro. Discendenti che di conseguenza, come vedremo, comprendono gli arabi in blocco e quindi anche i palestinesi, oltre ai libanesi e altre popolazioni. La parola “semitico” è un aggettivo creato nel 1781 da August Ludwig von Schloezer nel suo libro Von den Chaldaern (in italiano “Dei Caldei” o “Dai Caldei”) per indicare il gruppo linguistico delle “lingue semitiche”.
Nel 1787 l’aggettivo “semita” da termine linguistico è stato trasformato in aggettivo indicante intere popolazioni dal luterano Johann Gottfried Eichhorn. Tale studioso per questa trasformazione non ha fatto altro che riprendere quanto scritto nella bibbia in Genesi X-XI riguardo le nazioni discendenti dai tre figli di Mosé: Cam, Iafet e Sem. Di tali nazioni la bibbia riporta sommariamente la distribuzione geografica: i Camiti si diffusero nell’Africa settentrionale e nord-orientale, gli Iafetiti in Europa, e i Semiti nell’area che va dalla Mesopotamia al mar Nero. Particolarmente incredibile è che si preferisce sempre ignorare che gli arabi sono discendenti anche loro come gli ebrei dal comune patriarca Abramo. Gli ebrei discendono dal figlio di Abramo e sua moglie Sara chiamato Isacco, gli arabi dicendono dal figlio di Abramo e di Agar, la schiava di famiglia, chiamato Ismaele e concepito su suggerimento della stessa Sara convinta a torto di essere ormai sterile per l’età avanzata. A torto perché – sempre secondo la Bibbia – Isacco è nato 13 anni dopo Ismaele. Per giunta, stando a quanto scritto in Genesi X, gli indigeni della penisola araba sono discendenti di Qahtan, diretto discendente di Sem in quanto figlio di Eber, pronipote dappunto di Sem, il figlio di Noè che la Bibbia afferma essere il capostipite dei semiti. Da notare che secondo la tradizione rabbinica la parola “ebreo” deriva proprio dl suo nome
Eichhorn invece i popoli semiti li elenca uno per uno (cananei, edomiti, moabiti, fenici, israeliti e filistei, quest’ultimi secondo alcuni antenati dei palestinesi), precisando che fanno parte del Medio Oriente e del Corno d’Africa. Ciò significa, bibbia alla mano, che i popoli semiti NON hanno nulla a che vedere con i territori della Khazaria. Si calcola che nel 1930, prima del genocidio compiuto dalla Germania nazista, gli ashkenaziti fossero il 92% del mondo ebraico, cioè praticamente la quasi totalità.
Ciò significa che è ancor più vero che il sionismo, nato nell’Europa dell’est, è stato creato da ashkenaziti, cioè da ariani. Di conseguenza, la loro volontà di “tornare nelle nostre terre d’origine” avrebbe dovuto riguardare non il ritorno in Giudea, Gerusalemme, monte Sion, ecc., ma il ritorno nei territori della Khazaria.
Ma anche ammesso che tutti gli ebrei siano semiti, parlare di semiti e antisemitismo pretendendo che si riferisca solo agli ebrei e non anche ai palestinesi è un’altra forma di monopolio oltre che di negazionismo nei confronti di quest’ultimi. Un’altra, perché la prima è consistita nello slogan iniziale del sionismo “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, dove il senza terra è quello ebreo mentre per terra senza popolo si intendeva la Palestina, che però un popolo lo aveva da secoli: quello che non a caso si chiamava già popolo palestinese. Realtà che infine venne ammessa oltre che dall’ex primo ministro Yigal Allon con Golda Meir nel corso di una riunione di governo e addirittura dallo stesso Ben Gurion in un incontro con il leader sionista Nahum Goldmann.
Anche ammesso che siano tutti semiti, pretendere di considerare tali solo gli ebrei equivale a pretendere che si definiscano europei solo gli abitanti di un singolo Stato europeo, per esempio solo i tedeschi o i francesi o gli italiani, e non anche quelli di tutti gli altri Stati europei. O africani solo gli abitanti di un singolo Stato dell’Africa e non anche quelli di tutti gli altri. Si tratterebbe evidentemente di un sopruso, di una forma di nazionalismo esasperato, di negazionismo e suprematismo.
Gli ebrei saranno anche tutti semiti, ma è strano che quasi tutti gli uomini ai vertici dello Stato israeliano, da Ben Gurion a Netanyahu compresa Golda Meir, sono ashkenaziti che hanno voluto cambiare il loro cognome di famiglia con un cognome che suona più ebraico. E in ogni caso anche ammesso che si tratti di semiti è un fatto che sono i primi e più feroci antisemiti del dopoguerra visto come già da un decennio prima del 1948, anno di nascita dello Stato israeliano, hanno trattato e trattano tuttora i palestinesi, semiti in base alla stessa bibbia. E poiché i sondaggi e le statistiche dimostrano che la grande maggior parte della popolazione israeliana appoggia da sempre, e in particolare oggi, la linea dura, colonialista e discriminatoria antipalestinese dei propri governi, se ne deve concludere, stando alla logica, che la gran parte della popolazione israeliana anche ammesso che sia semita è di fatto antisemita perché duramente antipalestinese.
Insomma, non mancano gli argomenti che almeno la sinistra e i filopalestinesi potrebbero impugnare per sostenere che il ddl 1004 mira a una legge truffa. Oltre che incostituzionale perché calpesta il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Gli argomenti non mancano, ma nessuno li impugna. Il lato forse più grottesco è che se in Italia la definizione dell’IHRA diventa legge, primo caso nel mondo, non si potranno più neppure citare le organizzazioni israeliane come B’Tselem, che tengono conto anche di quante case e ulivi di palestinesi vengono distrutti non solo dai coloni. Non si potranno citare i rabbini, le personalità ebree israeliane come Omer Bartov, i movimenti e gli ebrei antisionisti o anti Israele diffusi anche all’estero come i Neturei Karta (in italiano “I Guardiani della Città”), che criticano anche molto duramente la politica di Israele o contestano addirittura la legittimità dell’esistenza dello Stato israeliano. Pena la galera, in Italia non potrà più aprire bocca Moni Ovadia e probabilmente anche Gad Lerner e i 200 ebrei che hanno firmato con lui un documento critico verso Israele.
Non si potrà neppure criticare il sionismo (termine coniato da Nathan Birnbaum nel 1890), nonostante ciò che ha prodotto e sta producendo ai danni non solo dei palestinesi. Tanto meno si potranno citare i congressi mondiali ebraici antisionisti (AZIC), congressi dei quali ne sono stati tenuti due, uno l’anno scorso a Vienna e l’altro due anni fa a Tallaght, un sobborgo situato nel sud-ovest di Dublino, in Irlanda, a detta degli organizzatori scelta “per lo specifico ruolo svolto dagli irlandesi nell’opposizione e nella sconfitta del colonialismo britannico sull’isola d’Irlanda, almeno nel Sud”. Gli organizzatori hanno spiegato che “l’Irlanda è stata la prima colonia del nascente Impero Britannico, e abbiamo perciò ritenuto opportuno sceglierla per discutere della futura sconfitta della sua ultima colonia, lo stato sionista in Palestina”.
L’ignoranza anche della sinistra e dei filopalestinesi è tale da non sapere e non far sapere che di sionismi che ne sono di vari tipi, da quello egualitario e inclusivista di Judah Leon Magnes, purtroppo sconfitto, a quello vittorioso, suprematista, esclusivista e colonialista di Ben Gurion, che ha creato la situazione ancora oggi causa di tragedie per palestinesi ed ebrei israeliani. Anziché limitarsi alla propaganda a favore degli uni o degli altri a base di affermazioni il più delle volte fasulle, i nostri politici, soprattutto i parlamentari e i ministri, potrebbero almeno leggersi il libro Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, scritto dal docente Arturo Marzano, curriculum insospettabile di tutto rispetto: insegna Storia del Medio Oriente all’Università di Pisa, si occupa da trent’anni di storia del sionismo, di Israele e del conflitto israelo-palestinese, e ha trascorso numerosi periodi di studio in Israele: durante il dottorato, come Post-Doc all’International Institute for Holocaust Research – Yad Vashem e come Visiting Researcher alla Hebrew University di Gerusalemme. Conosce inoltre il Territorio occupato palestinese perché vi ha lavorato per tre anni come operatore umanitario, per due ong italiane.
Insomma, si preferisce la retorica falsificante. E restare così con le brache calate. Motivo per cui la strada per la trasformazione del ddl 1004 in legge è spianata e in discesa.
A poche ore dalle elezioni di domani, Benjamin Netanyahu lancia un messaggio che rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale: Israele deve prepararsi a un futuro in cui potrebbe non poter più contare né sugli aiuti militari americani né sull’accesso senza ostacoli al sistema finanziario internazionale. Tra le contromisure ipotizzate dal primo ministro uscente c’è anche il ricorso alle criptovalute. Una prospettiva che ha provocato la reazione della banca centrale e delle opposizioni.
«Dobbiamo prepararci a modi per aggirare le sanzioni bancarie attraverso un sistema economico alternativo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista a Channel 10. Alla domanda sull’impiego di blockchain e valute digitali, ha risposto: «Sì, è una delle possibilità. Ho già chiesto che venga preparato un piano».
Il primo ministro ha collegato questo scenario anche al futuro del sostegno statunitense. «È finita. È solo questione di tempo», ha detto riferendosi agli aiuti militari americani, avvertendo che gli Stati Uniti sono cambiati. L’attuale accordo tra Washington e Gerusalemme prevede però 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, in gran parte destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi.
La risposta della Banca d’Israele è stata netta. Sabato l’istituto ha avvertito che le criptovalute «non possono servire come mezzo per aggirare le sanzioni imposte a Israele», invitando la leadership politica a ridurre le tensioni internazionali. La priorità, secondo la banca centrale, dovrebbe essere preservare le relazioni economiche con i principali partner commerciali, non prepararsi a perderle.
Anche gli avversari politici hanno attaccato Netanyahu. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e sfidante del premier, lo ha accusato di stare «smantellando l’economia israeliana». Yair Lapid ha paragonato l’idea di un’economia alternativa a quella di Iran, Russia e Venezuela, Paesi che devono fare i conti con restrizioni finanziarie e difficoltà nei pagamenti internazionali.
Il rischio evocato da Netanyahu non nasce dal nulla, ma va distinto dalle misure già adottate. Regno Unito, Francia, Canada, Paesi Bassi e Spagna hanno annunciato o valutato iniziative contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Le misure comprendono strumenti diplomatici, commerciali e restrizioni rivolte a individui o aziende. Non equivalgono a un regime generalizzato di sanzioni bancarie contro Israele.
È proprio questo, tuttavia, il salto di scala che preoccupa alcuni osservatori. Se le restrizioni arrivassero a coinvolgere i rapporti tra banche, i servizi di corrispondenza e i pagamenti transfrontalieri, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre l’economia degli insediamenti. Come ha avvertito l’ex responsabile della vigilanza bancaria israeliana Yair Avidan, istituti stranieri potrebbero decidere di interrompere i rapporti con le controparti israeliane. Per un’economia fortemente integrata nei mercati globali, soprattutto nei settori tecnologico, finanziario e dei servizi, il problema non sarebbe soltanto trovare un sistema alternativo per trasferire denaro. Sarebbe mantenere l’accesso a credito, investimenti e reti commerciali internazionali. Le criptovalute possono facilitare alcuni trasferimenti, ma non sostituiscono queste infrastrutture. E le blockchain pubbliche, come hanno ricordato anche esponenti del settore, consentono di tracciare le transazioni: non sono uno strumento per rendere invisibili i flussi finanziari.
Netanyahu presenta dunque come una misura di preparazione ciò che i suoi critici considerano il segnale di un fallimento politico. Invece di prevenire l’isolamento, sostengono, il governo starebbe pianificando come sopravvivergli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre cerca di difendere la propria leadership alla vigilia del voto, in un contesto in cui la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti e le violenze in Cisgiordania hanno aggravato le tensioni con diversi partner occidentali.
La questione è anche economica: prospettare pubblicamente la possibilità di sanzioni finanziarie può alimentare l’incertezza tra investitori e imprese, prima ancora che vengano adottate nuove misure. Il messaggio di Netanyahu è che Israele deve prepararsi a fare da sé. La replica della banca centrale è che l’obiettivo dovrebbe essere evitare di arrivare a quel punto.
Un fungo atomico che si leva, mentre l’onda d’urto dell’ordigno si propaga su Tel Aviv radendola al suolo. A 48 ore dalle elezioni parlamentari che decideranno del suo futuro, Benjamin Netanyahu sceglie ancora una volta il linguaggio della paura per indicare nell’Iran un “pericolo esistenziale reale e concreto”. Il primo ministro israeliano ha postato su X un’immagine generata con l’intelligenza artificiale per rilanciare uno scritto attribuito a Yuval Bloomberg, autore del libro The Oslo Trap, nel quale il commentatore analizza in chiave fortemente critica gli Accordi di Oslo del 1993, sostenendo che le concessioni e la ricerca di una pace illusoria abbiano gravemente compromesso la sicurezza e l’identità dello Stato ebraico.
“Leggete le cose importanti di Yuval Blumberg”, scrive il leader del Likud, postando un testo in cui si legge: “Lo Stato di Israele si trova in un pericolo esistenziale reale e concreto. Tutto è così futile di fronte al pericolo esistenziale dell’Iran e dell’asse sciita. Le tempeste inscenate e inventate di volta in volta sono pensate per distogliere l’attenzione dalla cosa più importante: terminare il lavoro in Iran“, si legge, in riferimento alla guerra scatenata contro Teheran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio.
“Abbiamo altri due anni di Trump per finire il lavoro in Iran, e non si sa cosa succederà dopo, che si tratti di Kamala Harris o di qualche candidato mediocre qualunque. Questa è la finestra temporale che ci resta per completare il lavoro necessario a garantire la nostra esistenza fisica per gli anni a venire. Tutte le risorse dello Stato necessarie devono essere investite in questa missione. Qatar, ultraortodossi, Orich, reclutamento, avvisi (sul 7 ottobre, ndr) – dice ancora il testo, in riferimento agli scandali politici e alle difficoltà che Netanyahu ha affrontato nell’ultimo mandato -. Tutto è un enorme schermo di fumo per nascondere l’unico argomento che svetta su tutti gli altri con un margine enorme”. Quale? La necessità di portare a termine la guerra all’Iran e rovesciare il regime degli ayatollah.
“Le generazioni future non ci perdoneranno se mancheremo la finestra di opportunità storica che ci permette di tentare e completare la missione più critica che il nostro generazione affronta – si legge ancora -. Non accadrà con un primo ministro tenuto per la gola dai Fratelli Musulmani e dai loro complici terroristi. Non accadrà con un primo ministro incapace di alzare il telefono e condurre una conversazione intima e continua con Trump”.
Quindi l’evocazione della minaccia peggiore e più temuta dal popolo israeliano: “L’odio per Netanyahu, per quanto possa essere mondo e dintorni per un intero campo, non aiuterà contro la bomba iraniana. Chiunque si preoccupi della propria esistenza fisica, di quella della sua famiglia e dei suoi cari – conclude il testo -, dovrebbe tremare la mano prima di votare qualcuno che non sarà in grado di completare la missione, condannando così se stesso e la sua famiglia al pericolo di una seconda Shoah, a causa del suo odio politico o di una stupida e insignificante tempesta emotiva”.
Immediate le reazioni delle opposizioni. “Netanyahu, sei in uno stato di isteria – ha scritto su XGadi Eizenkot, il principale rivale del premier nell’appuntamento con le urne del 27 ottobre -. Come in ogni campagna elettorale, stai ricorrendo ancora una volta alle solite tattiche: menzogne e allarmismo. Questa volta, minacci i cittadini di Israele prospettando un annientamento di massa, e tutto ciò dopo aver fallito nel raggiungere i tuoi obiettivi bellici nei confronti dell’Iran”. “Hai fallito. E tra due giorni, il popolo di Israele te lo dimostrerà chiaramente alle urne. Formeremo il prossimo governo e guideremo Israele verso la sicurezza e la prosperità”, ha aggiunto.
Yair Golan, da parte sua, ha chiesto che Netanyahu “venga tenuto lontano dai social“. “Lui e il suo entourage hanno perso la testa. La pressione sta aumentando – ha scritto su X il leader dei Democratici – Martedì sostituiremo coloro che seminano il panico e ridaremo a Israele sicurezza e salute mentale”.
Oltre 2mila e 200 palestinesi stanno pagando la rappresaglia di Israele, per l’attacco fatto da due uomini armati che venerdì hanno ucciso due soldati di Tel Aviv a un check point all’uscita di Hebron, città del sud della Cisgiordania. Centinaia di famiglie sono state costrette a lasciare le proprie case senza un posto dove andare, alcune svegliate nel cuore della notte da soldati armati e fatte uscire in strada con le loro poche cose. La città è sotto assedio da venerdì, da quando il premier Netanyahu, in piena campagna elettorale, ha annunciato una durissima operazione militare circondando la città e chiudendo alle auto gli accessi e le uscite. “Venerdì le forze israeliane hanno effettuato incursioni nelle zone di al-Jalda ed Ein Deir Bahha, costringendo circa 2.200 palestinesi ad abbandonare le proprie case” ha raccontato il sindaco di Hebron Tayseer Abu Sneineh ad Al Jazeera. “I residenti non possono né entrare né uscire da Hebron dopo la decisione di Israele di chiudere la città”, ha detto il sindaco affermando che “la politica di Israele è chiara: si basa sulla città del sud della Cisgiordania del popolo palestinese”.
Secondo quanto riferito ad Al Jazeera dalla Palestinian Prisoners’ Society, le forze israeliane hanno arrestato 47 palestinesi a partire da venerdì. Circa 2.200 persone sono state sfollate dalle loro case a Hebron. Tra queste persone risultano 127 bambini, 81 donne incinte e centinaia di palestinesi anziani e affetti da malattie croniche. Decine di case e attività sono già state demolite dalle ruspe. Alcuni video postati online dall’attivista palestinese Issa Amro mostrano strade rase al suolo. “Stiamo subendo una punizione collettiva per qualcosa che né abbiamo fatto né sostenuto. La nostra sofferenza viene trasformata in materiale politico per le elezioni di Israele, mentre famiglie innocenti pagano il prezzo” ha scritto su X. Fuori Hebron diversi taxi si sono accumulati davanti ai varchi controllati dall’esercito israeliano, in attesa dei palestinesi costretti ad attraversarli a piedi. Secondo ‘Basma Radio, un canale Telegram utilizzato dai palestinesi per monitorare i posti di blocco e le chiusure stradali, tutti gli accessi alla città sono stati preclusi ai veicoli. L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito che le truppe israeliane hanno costretto decine di residenti a evacuare le proprie case. I reporter dell’Associated Press hanno osservato bandiere israeliane esposte su un’abitazione di Deir Baha, requisita per scopi militari.
In una nota l’esercito israeliano parla di “operazioni in 400 obiettivi all’interno di 40 località nell’ambito un’operazione antiterrorismo, concentrandosi su aree identificate come roccaforti di Hamas”. Sostiene di aver arrestato “circa 40 sospettati, tra cui terroristi affiliati a Hamas e Jihad Islamica e individui coinvolti in attività di istigazione, disordini pubblici e lancio di pietre”. Venti arrestati provengono da Hebron e Halhul. L’Idf afferma di aver anche ”rimosso monumenti commemorativi dedicati a terroristi che avevano preso parte ad attacchi in cui sono stati uccisi civili israeliani”. In un’intervista alla tv pubblica Kan, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvisato le famiglie e i residenti cacciati da casa: “Non sarà consentito tornare nel loro quartiere finché non avremo affrontato tutte le questioni legate a Hamas a Hebron”.
Teheran è convinta che Israele e StatiUniti si stiano preparando al terzo grande attacco su vasta scala contro la Repubblicaislamica in 16 mesi, motivo per cui sarebbe in una “fase avanzata” la pianificazione da parte dell’Iran di attacchi contro funzionari statunitensi. Il timore all’interno dell’amministrazione Trump viene ribadito dal New York Times, che cita due fonti iraniane – tra le quali un ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran – secondo cui tra gli obiettivi possibili ci sarebbero effettivamente diplomatici e personale americano, obiettivi che hanno detto di considerare “legittimi” dopo le operazioni militari dei mesi scorsi di Usa e Israele contro l’Iran. Osservazioni sulla portata delle capacità iraniane a parte, il conflitto in MedioOriente, è la sintesi del giornale, è entrato in una nuova fase in cui una serie di fattori, dalle elezioni in Israele e negli Usa alla possibilità che le parti cerchino pretesti per l’azione, creano livelli di tensione e rischio sempre più elevati.
Funzionari Usa, rilancia il Nyt, affermano di essere concentrati su elementi delle informazioni di intelligence più recenti secondo cui gli iraniani potrebbero tentare di uccidere ambasciatori americani in Medio Oriente e funzionari americani in territorio Usa, quello che il quotidiano sottolinea essere un vecchio obiettivo dell’unità 840, unità d’élite iraniana, ricordando come “la storia insegni che le ambizioni dell’Iran sono spesso superiori alle sue capacità“. Fonti americane e alleati europei, evidenzia ancora il giornale, hanno sottolineato come le notizie di intelligence su possibili attacchi siano aumentate dopo i fatti nel Regno Unito, dopo l’allarme nella base Raf Fairford usata dalle forze Usa. E le fonti citate hanno precisato che le informazioni di intelligence valutate da ufficiali di alto livello includono la pianificazione da parte dell’Iran di un’eventuale risposta a possibili operazioni di Usa o Israele. In questo contesto, stando a una fonte, ci sarebbero prove che gli iraniani abbiano agenti negli Usa “che non sono semplicemente cittadiniiraniani“.
Dal punto di vista politico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha portato l’attenzione sullo stretto di Hormuz, dove la situazione non tornerà “allo stato in cui si trovava prima delle due recenti guerre”. Il conflitto in corso, ha proseguito, “ha cambiato tutto. Le rotte attraverso lo Stretto di Hormuz non saranno più quelle di un tempo”. Araghchi ha inoltre aggiunto che l’Iran ha sottolineato agli intermediari che la guerra deve cessare su tutti i fronti della regione, “altrimenti la pace rimarrà irraggiungibile”. Riferendosi a recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che non ha escluso l’ipotesi di nuovi attacchi contro l’Iran, Araghchi ha sottolineato: “Si parla di una nuova guerra, ma io sto già pensando al periodo successivo alla guerra. Indipendentemente dal fatto che una guerra scoppi o meno, le nostre politiche rimangono invariate. Se prevarrà un minimo di razionalità, non tenteranno nuovamente un’aggressione militare contro l’Iran. Ci hanno già provato due volte e hanno visto come è andata a finire. Se dovessero tentare ancora una volta, sanno bene che il risultato non sarà diverso da quello che hanno sperimentato in passato”.
Migliaia di persone si sono radunate a Tel Aviv per una grande manifestazione antigovernativa, a tre giorni da elezioni generali considerate da molti come un referendum sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Abbiamo bisogno di un governo che abbia a cuore i propri cittadini. Dobbiamo sapere cosa ci ha portato al massacro del 7 ottobre”, ha dichiarato durante la manifestazione Sigal Manzuri, le cui due figlie sono state uccise nell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023.
Sono rientrate in Italia le cinque connazionalifermate in Cisgiordania dalle Forze di difesa israeliane. Funzionari dell’ambasciata d’Italia a Tel Aviv, ha reso noto il ministero degli Esteri, hanno potuto effettuare ieri sera una visita consolare presso l’aeroporto, in cui le italiane sono apparse in buone condizioni fisiche: è stato consentito loro l’utilizzo dei telefoni cellulari e tutte hanno potuto parlare almeno una volta con il proprio legale.
Le cinque donne sono volontarie e attiviste internazionali. Si trovavano nel West Bank per fornire “protezione attiva” e supporto agli agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, periodo storicamente caratterizzato da forti tensioni, aggressioni a opera dei coloni e restrizioni nell’area da parte delle autorità israeliane. Il fermo è scattato il 22 ottobre nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Le attiviste sono state prelevate insieme ad altri volontari internazionali e condotte inizialmente presso la stazione di polizia dell’insediamento di Kiryat Arba per essere interrogate. Subito dopo il fermo, la Farnesina si è attivata chiedendo a Israele chiarimenti urgenti e l’immediato rilascio delle cittadine.
Negli ultimi mesi, le autorità israeliane hanno intensificato i fermi, i respingimenti alla frontiera e le espulsioni di volontari delle Ong, presenti sul territorio con lo scopo di documentare le violazioni dei diritti umani e proteggere i civili palestinesi dalle violenze dei coloni e dalle operazioni militari, ma accusati da Israele di alimentare le provocazioni.
Il 21 ottobre un’operazione su vasta scala dell’Idf aveva portato al blocco e al fermo di circa 90 volontari, tra cui il candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander, rilasciato poco dopo insieme a decine di altri attivisti sotto severe restrizioni di movimento. Nelle stesse ore sono stati trattenuti due italiani, un padre e un figlio originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, di 35 e 67 anni. I due erano arrivati in Cisgiordania per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi. Dopo essere stati detenuti per ore dalla polizia israeliana sono stati espulsi dal Paese con il divieto di rientro in Israele per i prossimi dieci anni.
La raccolta delle olive in Cisgiordania rappresenta da sempre un momento cruciale e ad altissimo rischio di incidenti. Nelle ultime settimane si è registrata un’impennata di attacchi condotti da gruppi di coloni estremisti, culminati lo scorso fine settimana nel ferimento di una fotoreporter del Wall Street Journal e nell’assalto ad alcune auto diplomatiche europee.
Un mese prima del voto del 27 ottobre, i maggiori esponenti politici israeliani fuori dall’attuale governo si sono ritrovati nella casa di Tel Aviv del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, per suggellare un patto: rimanere uniti con l’obiettivo di escludere Benjamin Netanyahu dall’esecutivo israeliano. Riuniti intorno a un tavolino da caffè ci sono il padrone di casa insieme al suo alleato Naftali Bennett nella coalizione Yachad, il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, quello dei Democratici, Yair Golan, e di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman. Promettono un radicale stravolgimento delle politiche portate avanti dall’esecutivo Netanyahu, insieme ai suoi alleati estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e per questo sono già stati ribattezzati Change Bloc, il blocco del cambiamento. Ma basta leggere i loro programmi elettorali e ascoltare le loro dichiarazioni per capire che sul tema diventato di gran lunga il più importante per il futuro dello Stato di Israele, ossia il rapporto con il popolo palestinese, poco cambierà anche in caso di loro vittoria. Nessuno di loro si batterà per liberare i territori illegalmente occupati e nella campagna ellettorale non trova spazio nemmeno l’idea di un percorso di pacificazione tra popolazione ebraica e palestinese.