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Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

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Milano e le manifestazioni del 30 ottobre, allerta massima: diverse piazze di studenti e centri sociali. Impegnati centinaia di agenti

L’obiettivo è quello già visto: mettere in atto più concentramenti e più piazze di partenza per poi riunire i vari cortei. Venerdì è sciopero generale e se in altre città c’è più tranquillità rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, a Milano l’allerta è massima. Se non altro per i fatti avvenuti nei giorni scorsi. A partire dai saccheggi e dalle devastazioni del 17 e 18 ottobre. Uno scenario che non è escluso possa ripetersi, anche se gli analisti tendono a escludere presenza di casseur del tipo di quelli visti in piazza Duomo. Resta invece forte il rischio di scontri con le forze dell’ordine vista la possibile presenza di gruppi sciolti di marca anarcoide. Uno degli obiettivi non detti potrebbe essere quello di occupare le tangenziali come già avvenuto in passato e durante la manifestazione dei 100mila contro il genocidio in Palestina. Al momento sono due i concentramenti resi ufficiali. Uno di questi sarà in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico, meta raggiunta lo scorso 24 ottobre dal corteo spontaneo che ha contato oltre diecimila persone. Qui per le 9,30 sono attesi una parte dei centri sociali e dell’area antagonista, in parte rappresentata dal centro sociale Lambretta. In piazzale Loreto è previsto poco prima un pre concentramento di alcuni collettivi studenteschi (altri partiranno da Piazza Leonardo da Vinci) che si sposteranno poi in piazza Duca D’Aosta per il concentramento principale e si riuniranno con i lavoratori assieme all’unità sindacale di base (Usb).

Per come è stato comunicato il corteo che parte dietro l’Usb in Stazione Centrale dovrebbe proseguire su via Vitruvio svoltare a destra su Corso Buenos Aires, arrivare in piazzale Loreto e proseguire lungo via Padova verso il parco Martiri della libertà iracheni nella zona della Martesana. Di contro da piazza Leonardo da Vinci si rimonterà viale Gran Sasso, viale Abruzzi per ricongiungersi poi in piazzale Loreto con il primo corteo. Naturalmente la logistica prevede un cerchio rosso, quando il primo corteo imboccherà Corso Buenos Aires, unico strada verso il centro, comunque vietato, arrivando poi in piazzale Loreto. Qui potrebbe crearsi forti criticità. Non vengono poi nemmeno sottovalutati i proclami online che per tutta la giornata si sono rincorsi per portare i manifestanti, attesi in oltre diecimila, a occupare le tangenziali.

In campo, dopo la riunione con il questore Bruno Megale, l’ordinanza siglata prevede un dispiegamento massiccio di centinaia di agenti, affiancati, ma senza compiti di ordine pubblico, dai cinquecento militari della Folgore.

Se è molto improbabile assistere alle scene del 17 e 18 ottobre, di certo lo sciopero generale contro il carovita e in generale contro il governo Meloni, è molto sentito soprattutto dagli studenti e dai relativi collettivi. Un appuntamento fondamentale, come era già stato definito durante un’assemblea pubblica del 20 ottobre alla quale hanno partecipato buona parte dei collettivi di Milano e dell’hinterland. Resta, come sempre, un grosso punto di domanda la miccia anarchica e quella antagonista. Di certo sui profili Telegram di area anarchica, la mobilitazione per il 30 ottobre è rilanciata da giorni, ad esempio sul profilo Tutto Squat Milano che già aveva anticipato il corteo anarchico per il 24 ottobre, poi annullato. Una saldatura tra mondo anarchico e realtà antagonista può essere rappresentato dal Centro occupato e autogestito T28 in via dei Transiti, il quale, sui suoi profili social non sembra avere mezze misure, tanto da annunciare la scelta di piazza per il 30 ottobre con questa frase: “Senza tregua, senza contrattare, blocchiamo tutto insieme”.

La foto d’archivio

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La scarcerazione di Siher è motivata con attenzione ai principi di diritto. Checché ne dica Meloni

di Carlo Sorgi*

La Gip di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, accusato di istigazione per delinquere aggravata dalle finalità terroristiche e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche per aver creato sui social il “Movimento 17 ottobre”. La sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il fermo non è stato convalidato e non sono adottate misure cautelari.

Con un video diffuso sui social per attaccare ancora una volta frontalmente una decisione giudiziaria, Giorgia Meloni senza mezzi termini ha definito “vergognosa” l’ordinanza del Tribunale, parlando di un atto che finisce per “mortificare in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale”. Per Meloni, decisioni di questo tipo metterebbero infatti in discussione “la capacità stessa di uno Stato normale di difendere le persone perbene dai raid violenti che colpiscono le città”. Alle parole di Meloni e di altri esponenti politici, ha risposto con un comunicato stampa ufficiale la presidenza del Tribunale di Milano: “Dichiarazioni politiche irricevibili che evidenziano la scarsa conoscenza degli istituti giuridici di uno stato di diritto. Il giudice è terzo e soggetto soltanto alla legge”.

Esaminiamo le contestazioni formulate nei confronti di Youssef Siher e le motivazioni della Gip milanese. La prima contestazione è quella di istigazione a delinquere (art. 414 C.P.) che – spiega il giudice – è un reato di pericolo concreto, cioè idoneo a provocare la commissione di delitti, sicché “la compressione del diritto di libera espressione delle proprie opinioni è ammissibile solo quando venga effettivamente in gioco la tutela di altri beni costituzionalmente protetti e, in particolare, quello della sicurezza pubblica”. Negli scritti dell’indagato ci sono dichiarazioni con toni aspri e espressioni volgari (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”), ma non accompagnate da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.

La pubblicazione del “vademecum di incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011” era parziale, senza la parte (che Siher aveva nel proprio computer ma non condiviso) con consigli potenzialmente più aggressivi verso le forze dell’ordine. Questa riduzione appare, per il giudice, indicativa delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza. In ogni caso “nei post e nei comunicati pubblicati, Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”.

Le condotte di Siher, quindi, “oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile’, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, ma sono espressione della sua ferma volontà di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.”

Le osservazioni formulate valgono ad escludere anche la configurabilità del nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, art. 420 bis C.P., introdotto con il decreto sicurezza 190/2026, l’ottavo del Governo Meloni. Conseguentemente niente gravi indizi di reato, niente convalida dell’arresto, niente misure cautelari.

Per completezza il Gip esclude anche il pericolo di fuga, una delle condizioni per i provvedimenti di custodia cautelare. In effetti Siher non era a casa quando la Polizia lo aveva cercato ma era stata la sua famiglia a dire alle Forze dell’Ordine che da un po’ di tempo Siher stava con la moglie da loro amiche a Milano, dove era stato infatti trovato.

Prima di parlare bisogna conoscere i fatti e questo vale in particolare per chi ha incarichi pubblici rilevanti. Il provvedimento del Giudice di Milano appare motivato con attenzione ai principi di diritto, non solo di quello penale ma anche dei fondamentali diritti della persona della nostra Costituzione.

Se torniamo con la mente alla recente storia del referendum sulla Magistratura, questo caso rappresenta una conferma dell’assunto della totale indipendenza dei giudici rispetto ai pm, che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO, e ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma con una presenza dell’esecutivo certamente più ingombrante sulla Magistratura e tale da ridurne l’indipendenza.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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Crosetto: “Non mi scuso per il mio tweet su Siher. Allarme ignorato dal Viminale? Non deve chiederlo a me”

“I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia di Stato per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre”. Questo scriveva, quattro giorni fa sui social. il ministro della Difesa Guido Crosetto. Oggi, al termine del suo intervento all’assemblea ‘L’Italia dei territori’ di Sud Chiama Nord, guidata da Cateno De Luca, chiediamo al ministro se intende scusarsi. “Io avevo letto sulle agenzie che era stato individuato, che non è così lo dice lei”. In verità lo dice il gip che ieri ha scarcerato Youssef Siher. “E un Pm aveva ritenuto giusto arrestarlo, un gip ha ritenuto di scarcerarlo. Per fortuna siamo in uno Stato democratico e andremo a vedere chi dei due avrà ragione, ma io mi fido totalmente del lavoro sia del comparto sia della polizia italiana”. La domanda al ministro verrà successivamente ripetuta dai cronisti. Lei ha espresso un giudizio se lo rimangia? “No” risponde il ministro.

Durante il suo intervento all’Hotel Massimo D’Azeglio, il titolare della Difesa del governo Meloni ha affermato “ogni tanto qualcuno attacca le forze dell’ordine o i Servizi dicendo come mai non riuscite a prevedere? Ma secondo voi qualcuno può prevedere un gruppo in una chat di 500 ragazzini di 12, 13, 15 anni, che nessuno giustamente ha mai monitorato, se decidono di darsi appuntamento e decidono di spaccare le vetrine?”. In verità le cose sembrano stare in modo diverso. Repubblica ha pubblicato un articolo relativo ad un allarme dei servizi ignorato dal Viminale per il weekend del 17-18 ottobre. Secondo il giornale i Servizi avevano segnalato disordini che poi si sono verificati. “Come sa questo non dovrebbe chiederlo a me, ma semmai al Viminale, ciò detto la vedo un po’ troppo schierata dalla parte con cui io non sto”. Il problema è “l’aggressività nelle domande” secondo il ministro Crosetto.

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Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli: “400 euro al mese per assistere i nostri figli? È lavoro nero di Stato. No elemosina, vogliamo dignità”

“Da soli non ce la facciamo più”, “chiediamo dignità”, “per le armi trovano i soldi, per la disabilità le risorse restano sempre ampiamente insufficienti”, “caregiver uguale lavoro nero”, “per lo Stato siamo invisibili”, “nessun aiuto per chi aiuta”, “disabilitati a vivere”. Sono solo alcuni degli slogan usati dai manifestanti che mercoledì mattina a Roma hanno protestato contro il ddl caregiver familiari voluto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli (Lega) e tuttora in discussione in parlamento dopo la prima approvazione alla Camera con i soli voti della maggioranza. Si sono riuniti mercoledì 28 ottobre in Piazza Santi Apostoli, stanchi e indignati, i genitori assistenti personali h24 con figli con grave disabilità. A indire la protesta pubblica è la Rete Caregiver e Disabilità Italia per il “riconoscimento e la tutela della figura dei caregiver familiari, insieme per i diritti contro la pietà”. Le associazioni in piazza, prevalentemente costituite da madri e padri assistenti personali conviventi, chiedono a gran voce “una legge giusta, dignitosa e senza paletti”, che veda finalmente riconosciuti i caregiver familiari come lavoratori, con tutele giuridiche, contributi previdenziali, sostegni economici adeguati, oltre a supporti psicologici, momenti di sollievo e servizi di assistenza domiciliare idonei rispetto al bisogno di coloro di cui si prendono cura. Tutti aspetti non garantiti dall’attuale ddl Caregiver.

“Uniti siamo più forti” urlano i manifestanti. La mobilitazione, alla quale hanno partecipato secondo gli organizzatori circa 500 persone provenienti da tutta la Penisola in particolare dall’Abruzzo, Campania, Puglia e Lazio, contesta la legge proposta sia nel merito che nel metodo, in particolare ma non solo nella parte che quantifica il sostegno economico da dare ai caregiver familiari, che potrebbe arrivare al massimo alla misera somma di 400 euro mensili peraltro erogati trimestralmente. Cifra che corrisponde a meno di 2 euro l’ora, ma solo nei casi più complessi e documentati con almeno 91 ore di assistenza settimanali e “in base alle risorse disponibili”, viene precisato nel ddl.

Contattato da ilfattoquotidiano.it Toni Nocchetti, uno dei promotori e presente alla protesta, presidente di Tutti a scuola e blogger del Fatto.it esperto di disabilità, racconta: “stamattina ci siamo svegliati all’alba per raggiungere Roma, eravamo circa 500 donne e uomini, ci siamo incontrati prima in Piazza Santi Apostoli e poi abbiamo raggiunto in corteo piazza Montecitorio dove abbiamo fatto sentire la nostra voce di contestazione contro l’attuale ddl Caregiver voluto dalla ministra Locatelli”. In piazza i caregiver familiari conviventi hanno raccontato le loro esistenze complesse, le gravi condizioni di vita dei propri parenti assistiti praticamente 365 giorni l’anno, alternandosi al microfono degli organizzatori di fronte alla Camera. “La critica al ddl Locatelli è stata assoluta”, aggiunge Nocchetti, “legge ritenuta indegna per le famiglie nella forma e nella sostanza per le ridicole risorse destinate. Ai politici del Movimento 5 Stelle e del Pd presenti in piazza abbiamo chiesto di esprimere una proposta unitaria chiara individuando risorse economiche certe e adeguate”. Storie di drammatico disagio e di estrema solitudine hanno fatto da sfondo ad una manifestazione con striscioni eloquenti che chiedono alla politica di fare una inversione di direzione chiara verso l’attenzione concreta alle persone più fragili.

La Rete Caregiver e Disabilità Italia nasce dall’esperienza diretta di familiari caregiver impegnati nella difesa dei diritti delle persone con disabilità e di chi se ne prende cura. Hanno creato anche un gruppo pubblico su Facebook che conta circa 44mila membri. Tra i suoi fondatori e referenti ci sono ad esempio caregiver familiari come Anna Combatti e Davide Amati. La Rete si propone di dare voce alle famiglie, unire le realtà associative e promuovere un confronto concreto con le istituzioni, superando divisioni territoriali e appartenenze politiche. “Scendiamo in piazza”, commenta Combatti, “per dire no al ddl Locatelli che non risponde ai bisogni reali dei caregiver familiari e delle persone con disabilità grave e gravissima. Non possiamo accettare che, dopo anni di attese, commissioni parlamentari, proposte di legge, sacrifici e battaglie, si continui a parlare di riconoscimento senza garantire diritti certi, tutele adeguate e risposte concrete”.

Manuela Udito è presidentessa dell’associazione C’era una volta un Principe di nome Samuele e fa parte della Rete in quanto sostenitrice. “Sono qui come mamma di Samuele, come caregiver H24”, spiega al ilfattoquotidiano.it. “Da soli non ce la facciamo più. Sono stanca di tutte le ore che non vedete. Delle notti insonni, delle terapie all’alba, dei giorni senza mangiare. Il ddl Locatelli ci offre 400 euro per questo lavoro di cura e solo se siamo persone povere (con reddito annuale da lavoro inferiore ai 3mila euro lordi, ndr). Questa non è assistenza, è lavoro nero riconosciuto dallo Stato, senza contratto, senza pensione. Noi non chiediamo elemosina. Chiediamo dignità. Chiediamo che la nostra stanchezza venga riconosciuta in diritto. Ci dicono che non ci sono soldi per noi, ma per le armi i miliardi in parlamento li trovano sempre. I nostri figli valgono più delle vostre armi. Noi esistiamo e non siamo un mondo a parte ma parte di questo mondo”.

La Rete Caregiver sostiene inoltre che “nessuna famiglia debba essere costretta a scegliere tra assistere il proprio caro e conservare la propria dignità, salute e autonomia di vita. Leggendo la legge”, aggiungono gli organizzatori, “c’è da chiedersi se realmente si sia considerato quanto sia impattante per una famiglia la presenza di un componente con disabilità, al punto di dover sacrificare la vita di un caregiver familiare convivente (in stragrande maggioranza donne over 40 anni, ndr) con conseguenti rinunce alla propria vita sociale ed economica”.

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Il confronto tra Meloni e il giornalista su Siher: “Non c’entra con il weekend degli incidenti”. E la premier: “Mi scuso, ho sbagliato un verbo, sono contenta che lei lo difenda”

“Ho visto le risposte che sono arrivate”. In conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri che ha varato la Legge di Bilancio, al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, vengono poste domande dai cronisti sul video con il quale ha definito “vergognosa” la decisione del Gip del Tribunale di Milano che ha disposto la scarcerazione di Youssef Siher per la mancanza di gravi indizi.

“Non vedo quello che ho detto come un attacco, ma come una difesa del lavoro che conosco di tutti i servitori dello Stato che hanno lavorato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quello che avevamo visto il 17 ottobre e non si è ripetuto e mi dispiace che quel lavoro venga vanificato”. Ed ancora: “Non pare che sia scomposto dirlo, mi pare che scomposto sia altro, tipo dire ‘chi non salta la Meloni è’ (il riferimento ai giudici che esultarono dopo la vittoria dei No al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, ndr), non sono i miei toni e non sono i miei metodi ma ho il dovere di difendere che ho visto fare da tanta gente perché vogliamo difendere la gente perbene dalla devastazione che abbiamo visto”.

Poi alla domanda relativa alla pagina social aperta da Siher, nata dopo gli scontri, la premier ingaggia un confronto con il cronista che l’ha posta (Giuseppe Colombo di Repubblica) e replica così: “Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona. Effettivamente nel video io ho sbagliato il tempo di un verbo perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare, mi perdoni, era delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni, invece ho sbagliato effettivamente il verbo e ho detto che hanno portato alle devastazioni. Ciò non toglie che Youssef Siher, come lei sa, era indagato, c’è scritto nell’ordinanza del giudice, esattamente per quello che io ho detto. Quindi ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso, sono contenta che lei ci tenga a difenderlo”.

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Meloni, la manovra elettorale ascolta anche i giovani: “Li abbiamo visti in piazza, ma non diamo risposte a chi sfascia le vetrine ma a chi vuole dimostrare il suo talento”

“Un pacchetto di misure”. Salario, affitti a canone concordato, climatizzatori e pompe di calore per tutte le scuole ed efficentamento energetico per le università. “Proviamo a dare risposte concrete – afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa, durante l’illustrazione della Legge di Bilancio – misure che penso possa parlare a chi effettivamente si lamenta di problemi che sono reali nella nostra nazione e cerchiamo di dare un segnale di attenzione: non è vero che le Istituzioni non ci sono per questi ragazzi”.

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La premier Meloni accusa la gip ma afferma il falso: “Siher ha organizzato le manifestazioni che hanno portato alle devastazioni”. Ma la sua pagina social è stata aperta solo dopo gli incidenti

“Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram ‘Movimento 17 ottobre’, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo dirà pure senza mezzi termini, ma purtroppo per lei – mezzi o interi – quei termini finiscono per avere una falla grande come una casa. La pagina “Movimento 17 ottobre” è stata creata alle 19,59 del 18 ottobre, cioè quando gli incidenti del weekend a Milano si erano già verificati e sostanzialmente erano terminati. La premier, proseguendo il suo ragionamento, parla di “mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente perbene dal rischio di vedere devastate le proprie città e i propri esercizi commerciali”. Concetto che sarebbe corretto se avesse a che fare con un qualche ruolo di Siher nell’organizzazione delle manifestazioni che hanno portato ai danneggiamenti di quel weekend a Milano. Infine l’attacco alla magistratura, un trend di lunga data quando si parla del centrodestra: “Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura“.

Anche la Lega cerca di legare Siher alle manifestazioni violente di Milano. “Incredibile la liberazione di un soggetto – dichiara il segretario Matteo Salvini – per il quale la stessa Procura di Milano aveva contestato reati gravissimi, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, evidenziando anche il rischio di fuga e di reiterazione del reato. Dopo le violenze e le devastazioni delle scorse settimane, una decisione vergognosa, incomprensibile, assurda. Se si verificheranno nuovi episodi di violenza e altri danni, a partire dai cortei di questo venerdì a Milano, pagherà di tasca sua il giudice che ha deciso di rimandare a casa questo galantuomo?”. Anche il ministro Roberto Calderoli insiste: “Dopo giorni di guerriglia urbana, milioni di euro di danni e città come Milano messe a ferro e fuoco dai violenti, il principale sospettato di aver fomentato la rivolta viene giustamente individuato e arrestato e le devastazioni si fermano, ma un giudice si affretta a liberarlo. Rinnovo i miei complimenti alle Forze dell’ordine che lo hanno individuato e fermato, ma vista la sua liberazione mi domando se possiamo parlare di ‘giustizia giusta’”.

L’en plein arriva con l’altro vicepremier, Antonio Tajani. Ancora una volta, incredibilmente, il leader di Forza Italia dismette i panni del garantista di cui spesso si fregia: “Considero estremamente grave la decisione del gip di Milano di rilasciare Youssef Siher, considerato uno dei principali fautori delle violenze compiute a Milano la scorsa settimana”. Il ministro arriva a dire che rimettere in libertà Siher “significa mettere in pericolo la sicurezza del Paese. Una scelta che offende e demotiva il lavoro delle forze dell’ordine impegnate nella lotta al terrorismo e alla criminalità. Alcune decisioni vanno prese con maggiore cautela e senso di responsabilità”.

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Agricoltori in piazza Montecitorio: “Meloni e Salvini? Qui li abbiamo votati tutti, i video sulle accise ce li ricordiamo. Ma trovano 13 miliardi per le armi e di noi non si occupano”

“Con tutto il rispetto dell’opposizione noi vogliamo parlare con qualcuno del governo”. Resterà delusa la richiesta degli agricoltori crotonesi che oggi hanno manifestato davanti alla Camera dei Deputati. “Ci hanno ignorato totalmente”. Uno degli imprenditori agricoli che ha preso la parola durante la manifestazione afferma: “Se questi qua non riconoscono un dato di fatto che a Gaza c’è stato e c’è ancora un genocidio. Se non c’è interesse per un fatto di una gravità di livello mondiale, possono avere interesse nei nostri confronti ed occuparsi di noi che siamo zero”.

“Meloni e Salvini? Qui tutti li abbiamo votati, ce li ricordiamo i video sul taglio delle accise e ora si sono rimangiati tutto. Non c’è volontà” eppure “si trovano 13 miliardi per le armi e per l’agricoltura bastava imporre il tetto massimo a 80 centesimi al gasolio agricolo e tetto massimo al distributore a 1,60 euro fino al termine dell’anno”.

Alle prossima elezioni cosa farà? “Un signore anziano mi ha detto che lui non voterà nessuno. E’ quello l’errore: non votando vinceranno sempre loro”.

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La Russa: “La signora Ponzani ha fatto marcia indietro. Ritirare la querela? Ci penso”

Lasciando l’assemblea di Sud Chiama Nord, ‘l’Italia dei territori’, il presidente del Senato Ignazio La Russa è tornato sulla vicenda della querela nei confronti della storica Michela Ponzani a seguito della polemica sulla sua ricostruzione relativa alla presenza di La Russa in scontri di piazza a Milano nel 1973: “Ho visto che ha fatto marcia indietro la Ponzani. Io non ho nemmeno partecipato alla manifestazione non autorizzata ammesso che tale fosse”.

”Ci penserò”, ha poi aggiunto il presidente La Russa, rispondendo ancora a chi gli chiedeva se avesse intenzione di ritirare la querela. “A dire il vero è professoressa a contratto, per questo non l’ho chiamata professoressa, altrimenti avrei dovuto dire professoressa a contratto… e poi l’ho chiamata signora, non mi sembra offensivo, ha detto che non vuole che io ritiro“.

“Noi capimmo subito essere quella una giornata trappola per creare incidenti, che l’Msi cercò di evitare in tutti i modi. E non potete neanche immaginare cosa rappresentò per l’Msi la morte di un agente di polizia, a margine di una sua manifestazione. Quelle foto che si vedono sono state fatte in Corso Monforte, non dove avvennero ahimè i contatti con quelle conseguenze drammatiche” della morte del poliziotto, ha sottolineato La Russa.

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Torino, auto sfreccia in mezzo al corteo: “Era della polizia”. Grimaldi (Avs) interroga Piantedosi: “Venga a rispondere in Aula”

Una Citroen C3 bianca, lo slalom a velocità sostenuta in mezzo a piazza Castello, in quel momento piena di manifestanti e cinturata dalla polizia. Diverse persone sfiorate, costrette ad allontanarsi all’ultimo secondo per non essere investite mentre il panico cresceva. Qualcuno ha pensato a un attentato nella zona pedonale, altri a un automobilista rimasto incastrato per sbaglio nell’area. Ma la verità, a distanza di tre giorni, sembra essere un’altra: si trattava di un’auto civetta della Digos di Torino. La vicenda, avvenuta sabato prima della partenza del corteo contro il caro-vita e il riarmo, è finita tra i banchi del Parlamento grazie al vice-capogruppo alla Camera, Marco Grimaldi, che ha depositato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

“Vai piano, ma che fai”, si sentono urlare le persone presenti nei filmati senza che l’auto arresti la sua marcia cercando di aprirsi la strada al centro della piazza. Due gli aspetti che fanno propendere per un mezzo delle forze dell’ordine: in primis, i video hanno immortalato la C3 che, dopo lo zigzagare tra i manifestanti, viene scortata dai reparti mobili verso l’uscita di via Cernaia e chi era al volante non viene identificato; inoltre, il giovane dem Andrea Borello, molto attivo sui social, ha effettuato diverse verifiche nei registri automobilistici ma la targa e l’assicurazione del mezzo non sono disponibili.

A chiudere il cerchio è arrivata l’interrogazione di Grimaldi, che avrebbe interpellato il ministro durante il question time se Piantedosi, una volta scoppiata la polemica, non avesse ritirato la disponibilità a rispondere oralmente in Aula mercoledì. “Ma siamo disponibili a trasformare in un’interrogazione a risposta immediata, mercoledì 4, sperando che il ministro non scappi”, dice Grimaldi a Ilfattoquotidiano.it.

Nel testo depositato, il deputato torinese chiede a Piantedosi “siano stati avviati gli opportuni accertamenti” su “chi guidava” e sui “motivi dell’irruzione sui manifestanti”, sottolineando che “la cosa più grave è che tutto questo è avvenuto in una piazza chiusa dalla polizia”, che “non solo non ha fatto nulla per evitarlo ma, anzi, l’avrebbe poi ‘scortata’” e “fatta proseguire, tra il disappunto di chi stava partecipando alla manifestazione”.

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I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso

Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.

Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.

Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.

Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.

Poi è arrivata la domenica.

In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.

Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.

Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.

Lo ribadisco: senza chiedere permesso, avete appena dimostrato che funziona.

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Scontri e tensioni a Roma durante il corteo con migliaia di persone: la polizia usa gli idranti

A Roma al termine del percorso previsto ed autorizzato da Piazza della Repubblica fino ai Fori imperiali, un nutrito gruppo di manifestanti ha chiesto di poter proseguire il corteo. Circa 7 mila persone, con l’ok delle autorità hanno continuato a manifestare per le vie della Capitale. Prima su via Labiana e poi superando via Merulana. Davanti a Santa Maria Maggiore la Digos ha deciso, in accordo con la questura e la prefettura, di far proseguire ulteriormente il corteo. La protesta è quindi arrivata fino a Largo di Santa Susanna. Qui uno nuovo stop del corteo e una lunga trattativa, con la richiesta dei manifestanti di proseguire verso i palazzi istituzionali.

Col trascorrere dei minuti però gli animi si sono scaldati e si è arrivati al corpo a corpo tra manifestanti e polizia. Le forze dell’ordine hanno reagito prima con cariche di alleggerimento e poi con gli idranti. Terminate le tensioni, che hanno portato ad un arresto, il corteo è proseguito in direzione opposta rispetto al centro della città fino al quartiere di San Lorenzo.

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Movimento 17 ottobre, salta l’annuncio delle piazze alle 14.30: corteo spontaneo partito da Cairoli

Ci si aspettava l’annuncio delle piazze alle 14:30 sulla pagina Instagram @movimento17ottobre e invece non è accaduto. Al momento dai profili social del Movimento 17 ottobre, il cui presunto ideatore Youssef Siher è stato fermato dalla polizia, non sono state pubblicate informazioni sui ritrovi dei cortei improvvisati che erano stati annunciati nella giornata di ieri. A Milano non solo piazza Duomo è fortemente presidiata dalle forze dell’ordine e dall’esercito, ma anche altri luoghi che sono considerati sensibili dalle forze dell’ordine e da dove potrebbero partire azioni improvvisate, dopo i disordini dello scorso fine settimana.

Si tratta della stazione di Cadorna, piazza Castello e via Dante, la stazione di Garibaldi e la zona di piazza Oberdan e corso Buenos Aires. In piazza Castello – dove la settimana scorsa è stato assaltato il negozio Dechatlon – è comunque massiccia la presenza delle forze dell’ordine, così come negli altri luoghi. La polizia sta facendo controlli random sui passanti e soprattutto su ragazzi giovanissimi. In piazza Gae Aulenti ci sono una volante e agenti in borghese. Davanti alla Stazione di Garibaldi agenti della guardia di finanza chiedono i documenti ai ragazzi. Anche i binari sono presidiati da numerosi militari e agenti di polizia. In corso Buenos Aires una delle vie dello shopping milanese tutti i negozi sono aperti, un presidio delle forze dell’ordine in piazza Lima controlla i passanti. Intanto un corteo spontaneo si è mosso dalla zona di Cairoli a Milano: sono un centinaio i manifestanti pacifici, giovanissimi e studenti, che si muovono intonando cori contro il governo o ripetendo ‘siamo tutti antifascisti’.

Ieri infatti, la pagina “Movimento 17 ottobre”, dopo avere convocato i ritrovi una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, aveva annullato tutto. Ma non la mobilitazione. “Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si leggeva nel post social. Solo alle 14.30 di sabato, sui social, sarebbero dovuti esser noti tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato), ma non è stato pubblicato nulla dopo che Youssef Siher, presunto ideatore della pagina, è stato fermato e perquisito in questura. Dopo un’ora (alle 15.30), sarebbe dovuto essere comunicato un altro luogo, una grande piazza, da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiudeva il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua). Fin qui, però, non è successo nulla.

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“19 chat Telegram controllate da sei admin”: chi c’è dietro “Italia in piazza”, la galassia social che organizza le proteste

“Mai vista una tecnologia così sofisticata per organizzare le proteste”, dice Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma Nazionale in Cybersecurity presso Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di un’analisi preliminare sul ruolo svolto dalle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste esplose il 17 ottobre. Uno studio in attesa di pubblicazione, ma ilfattoquotidiano.it può già anticiparne i dettagli. Spicca un dato: “Cinque admin e un fondatore che controllano tutto”, dice l’esperto, illustrando un messaggio in chat. Appare in automatico, ogni volta che un utente porge domande sulla struttura di comando.

Il report traccia la mappa della galassia online marchiata “Italia in piazza”, tra i detonatori delle iniziative di protesta: un sito web e circa 40 gruppi, tra pagine TikTok e 19 chat Telegram. Instagram, secondo Alvisi, è solo la copertina e la costola meno importante. “Telegram ha compiti di coordinamento, ma il motore è TikTok”, dice il ricercatore. “È il social network della generazione Alfa, ragazzini delle superiori nati dopo il 2010”, aggiunge. Dunque minorenni intorno ai 16 anni. Mentre un piccolo nucleo di sei admin controlla la rete di 19 gruppi Telegram, sorti il 7 ottobre. Il motivo? La chat WhatsApp, battezzata Italia in piazza 17 ottobre all’inizio dello stesso mese, era frenata dal tetto per gli iscritti: massimo mille. Dunque, stando al report, l’8 ottobre chiude i battenti e trasloca su Telegram, senza vincoli al numero dei partecipanti. La chat nazionale copia il nome da WhatsApp: Italia in piazza, togliendo la data. Le 18 edizioni locali si distinguono adottando nomi di città e regioni.

“Sul gruppo nazionale, al 19 ottobre, si contavano 4.073 utenti”, dice Alvisi. In totale “saliamo a 9.010, ma la stragrande maggioranza degli utenti locali partecipa anche alla pagina nazionale”, prosegue il dottorando. Le 19 chat Telegram condividono lo stesso stemma: un megafono nero. E rimandano l’una all’altra: quando un utente chiede lumi sui vari gruppi, risponde un bot offrendo l’intera lista dei link. Quando si invocano informazioni sui capi, il bot firma un messaggio automatizzato con i nomi dei profili al comando delle chat: “Fondatore: Andrea, web developer. Vice-fondatore: Ludo, staff. Amministratore: Ily, staff. @Marco, staff. @nonbannato. @ssoqquadro, moderatrice”. Sei nomi inventati, nessun indizio sulle persone reali. Non sappiamo se il profilo Andrea sia il creatore delle 19 chat Telegram. “Ora il profilo è chiuso, ma nei messaggi appare come il fondatore”, dice Alvisi. Il nickname Andrea nasce contestualmente alla chat nazionale. Suo è il primo post, il 7 ottobre. Lui è il creatore dei topic, gli argomenti discussi dagli utenti. Il mare è l’immagine del suo emblema, “iltuoprefe2” come tag per essere trovato dagli altri utenti.

Alvisi delinea la struttura al comando della galassia Telegram: “Sei admin detengono il nucleo del potere, Andrea è tra gli amministratori di tutte le chat tranne due, dove non c’è lui è presente Marco”. Gli admin tengono le redini: escludono gli utenti con un ban, decidono chi accogliere, restringono o ampliano i poteri di centinaia di moderatori, mettono in evidenza i messaggi in chat orientando il dibattito. Poche persone, una struttura decentrata, per depistare l’identificazione. Se cade una delle 19 gambe Telegram, il corpo resta in piedi. Una pianeta in grado di calamitare infinite orbite delle proteste: “Se voglio organizzare una contestazione in una scuola, conviene spedire un link in quella rete, già ricca di migliaia di nodi”, dice Alvisi. L’esperto tira le somme della ricerca preliminare: “Mai prima d’ora le proteste avevano poggiato su un’infrastruttura tecnologica così complessa e coordinata”. Sito web con link a decine di gruppi, chat e comunità, bot automatici per gestire i collegamenti, sfuggendo a ogni radar, perché “nessuno aveva idea di cosa stava succedendo”. Sabato 24 ottobre si annunciano proteste nelle più importanti città d’Italia. Sarà il banco di prova, per capire se dalle chat si scende in piazza.

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Rivolte a Milano: com’è nata (e poi fallita) l’alleanza tra studenti, centri sociali e galassia social

Gli inquirenti indagano sulla possibile saldatura tra due anime delle contestazioni che hanno scosso Milano e l’Italia, con violente guerriglie urbane, tra il 17 e il 20 ottobre. Da una parte i movimenti anarchici e antagonisti. Dall’altra, i giovanissimi che si radunano nelle piazze virtuali, nella galassia digitale di chat e social network. Ilfattoquotidiano.it ha ricostruito una cronologia dettagliata dell’incontro tra i diversi gruppi delle contestazioni milanesi, attraverso colloqui con due fonti. Riscontri giungono anche da un’analisi preliminare sul ruolo delle piattaforme online nell’organizzazione delle proteste, firmata da Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma nazionale in cybersecurity presso la Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di uno studio in attesa di pubblicazione, ma i dettagli si possono già anticipare. Ai primi di ottobre, una community WhatsApp radunava mille iscritti desiderosi di scendere in piazza il 17 ottobre. Centri sociali e collettivi studenteschi milanesi hanno provato a guidarli in piazza. Ma l’alchimia è fallita e le strade si sono separate.

La chat WhatsApp: il terreno comune tra antagonisti e nuovi “capi” online

Una data e un luogo: 8 ottobre 2026, Giardini in transito di Milano. Quel giorno, in quella piazza, si è svolta un’assemblea tra esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi (universitari e delle scuole superiori) e leader meneghini della chat WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Nella ridda delle sigle digitali, facciamo chiarezza: la pagina Instagram Movimento 17 ottobre, tra i detonatori delle proteste, è nata ai primi di ottobre con due antecedenti. La pagina Instagram e la community WhatsApp battezzate con lo stesso nome: Italia in piazza 17 ottobre. Alle cronache era nota la pagina Instagram, molto meno la chat WhatsApp. La comunità virtuale desta lo stupore di una studentessa campana. Il 3 o 4 ottobre, la ragazza avvisa un’attivista lombardo aderente ad un’organizzazione universitaria: qualcosa di grosso bolle in pentola, la nuova community raduna folle di arrabbiati. Lo studente meneghino alza il sopracciglio, è la conferma di un sentore vago: su TikTok, già a settembre spuntavano profili social che esortavano a protestare il 17 ottobre.

Pochi giorni dopo la segnalazione giunta in Lombardia dalla Campania, ai Giardini in transito di Milano arrivano i “leader” milanesi della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Incontrano gli studenti e i centri sociali. I diversi gruppi condividono lo scopo: organizzare la piazza contro il carovita. Chi ha invitato all’appuntamento i “capi” milanesi della community? Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, esponenti dei centri sociali milanesi. Anche loro partecipavano alla “comunità” virtuale. In chat, su WhatsApp, hanno scovato i numeri di telefono e contattato personalmente i leader emersi durante le discussioni online. La community nazionale era divisa in gruppi locali distinti per città. Nella sezione milanese è nato l’incontro tra gli attivisti dei centri sociali e i nuovi leader della protesta digitale. Ecco la genesi dell’incontro tra le anime, molto differenti, delle proteste contro il carovita a Milano. Ma l’unione non è andata a buon fine.

La frattura sui neofascisti

Centri sociali e collettivi studenteschi volevano guidare la contestazione riempiendo le piazze con gli arrabbiati in chat e sui social network. Ma i dubbi sono emersi subito, all’assemblea dell’8 ottobre. Gli studenti temono “la possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo, la mancanza di una linea politica chiara, l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Ecco il punto di frizione: “Da una parte, chi ritiene fondamentale portare in piazza più persone possibile”, senza escludere l’estrema destra; “dall’altra, chi sostiene la necessità di stabilire dei paletti e definire meglio la linea politica”. Dunque, “il corteo del 17 si prospetta molto imprevedibile”. Così, studenti ed esponenti dei centri sociali scendono piazza come scelta individuale, senza i loghi delle organizzazioni. Temono atti violenti e vogliono prenderne le distanze.

La nuova chat Telegram Movimento 17 ottobre: “Via dal gruppo Italia in piazza”

Il 17 ottobre, nelle vie milanesi, esplode la paventata guerriglia. Il giorno dopo nasce la chat Telegram Movimento 17 ottobre. Il primo messaggio, alle 20,33 del 18 ottobre, dice: “Abbiamo creato questo gruppo come spazio per discutere e parlare insieme. Alcuni di noi erano nel gruppo di Italia in piazza, quelli che hanno chiamato ieri. Ma hanno un’impostazione liberale che tollera razzismo e fascismo e toglie spazio ai partecipanti per decidere insieme come organizzarci. Dobbiamo fare come in Francia. Li sono ben organizzati e, soprattutto, attivi”. Il secondo messaggio è una clip video in onore dello storico centro sociale milanese sgomberato. Inizia così: “È passato un anno dallo sciopero del Leoncavallo…”.

Il report illustrato da Lorenzo Alvisi arricchisce la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it. Partiamo dalle date. L’8 ottobre (lo stesso giorno dell’assemblea ai Giardini in transito) chiude i battenti la community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, stando al messaggio di un utente, perché il tetto ai mille iscritti soffoca la partecipazione. Ventiquattro ore prima erano spuntati 19 gruppi Telegram battezzati con lo stesso nome, Italia in piazza, con un vantaggio: nessun limite agli iscritti. Condividono la stessa immagine di profilo: un megafono nero.

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“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma

“Sabato scorso è stato un antipasto“. Federico, 19 anni, si prepara a tornare in piazza a Milano dopo le tensioni e gli scontri dello scorso fine settimana. Tra i ragazzi che si mobilitano di nuovo c’è chi invita a evitare nuovi scontri e chi, invece, è convinto sia arrivato il momento di alzare la voce. A Roma come a Milano il carovita, la corsa al riarmo, le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse. “Il fatto che questa settimana si sia parlato solo male della nostra piazza ci ha fatto capire che non possiamo fermarci. Non so se finirà di nuovo nei casini, ma se la Polizia non ci farà manifestare noi non staremo lì a guardare. Siamo stanchi che alle nostre rivendicazioni contro una vita non più sostenibile l’unica risposta che troviamo sia quella della repressione“, dice Federico al Fattoquotidiano.it.

Malik, 20 anni, era in piazza anche sabato scorso, fino all’inizio degli scontri: condivide la necessità di tornare a manifestare, ma invita a evitare che la protesta degeneri nuovamente. “Scendere in piazza è un dovere morale. Ma al contempo credo che dobbiamo tutti stare più calmi e non cercare lo scontro. Noi dobbiamo solo far sentire le nostre motivazioni, ma non dobbiamo farla finire in scontri. E credo che dobbiamo essere i primi a fare in modo che non si ripetano le immagini che abbiamo visto la settimana scorsa. Siamo qua per combattere per il nostro futuro e per quello delle nostre famiglie”. Giovanni, 24 anni, è scettico sulla possibilità che sabato si ripetano le scene della settimana scorsa: “La nostra impressione è che non succederà niente. Nessuno di noi vuole cadere nella trappola che ci stanno facendo le istituzioni. Ho l’impressione che tutto verrà rimandato allo sciopero generale del 30 ottobre, sul quale sono già iniziate le prime discussioni”, sostiene.

Se a Milano il confronto è soprattutto su come evitare che la protesta finisca di nuovo in scontro, a Roma c’è anche chi guarda a quanto accaduto nel capoluogo lombardo come a un segnale da raccogliere. Le ragioni della mobilitazione si intrecciano con quelle contro il riarmo e con la richiesta di condizioni di vita più dignitose. Alessandro, 27 anni, parteciperà alla manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra”. Per lui, le proteste di queste settimane mostrano che qualcosa si sta muovendo tra i più giovani. “Guardati intorno: vedere tantissimi giovani protestare in queste settimane è la dimostrazione che una generazione si è svegliata e non ci sta più a subire in silenzio. Scendiamo in piazza per portare avanti un messaggio pacifista chiaro, per dire un no deciso a questa corsa folle al riarmo. Ma il punto è che il riarmo non è staccato dalla vita di tutti i giorni: mentre si sborsano miliardi per le armi, noi a fine mese non ci arriviamo più. Il costo della vita è schizzato alle stelle, le bollette e la spesa ci stanno strozzando, e le priorità di chi governa sembrano essere tutt’altre. Non si può parlare di pace se prima non si garantisce una vita dignitosa alle persone. Bisogna che tutte queste piazze si parlino e combattano insieme, trovando nel pacifismo il loro messaggio più forte”.

Angela, 24 anni, guarda invece proprio a Milano come a un modello da seguire. “A Roma dobbiamo fare esattamente quello che hanno fatto a Milano: dobbiamo alzare la testa. Lì la piazza ha fatto sentire la propria voce forte e chiara, e adesso tocca a noi dimostrare che anche qui non dormiamo. Ci ritroviamo con un governo che sta a guardare, non muove un dito per aiutare chi è in difficoltà e ci sta letteralmente facendo fare la fame. Le chiacchiere stanno a zero: serve farci sentire, perché la gente è stanca di sacrifici a vuoto e pretende risposte concrete subito. E se servirà ci scontreremo, perché non ci si può sempre dire di stare tranquilli”.

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“Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia

“Sono abbastanza costernata da questa situazione, capisco che le persone abbiano diritto di manifestare, ma la devastazione di negozi no”. A parlare è la campionessa di sci Sofia Goggia a Rtl 102.5, commentando il weekend di fuoco vissuto la settimana scorsa da Milano e in attesa di un altro che potrebbe essere altrettanto complicato. “Pensate che questi atti vandalici vengono compiuti da persone su auto, ad esempio, di altre persone che fanno fatica a pagare un leasing, un mutuo, magari con una famiglia a carico… questo non lo trovo giusto e sono preoccupata anche perché queste manifestazioni stanno avvenendo in tutta Europa”, ha continuato Goggia. “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità e protestano”, conclude. Intanto Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta.

E ora un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con anche una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate. Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. Sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora, verrà comunicato un altro luogo da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua). Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte

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Da Milano a Roma, sabato città blindate | La mappa. E nelle chat si organizzano le piazze: “Mezz’ora prima vi diremo dove andare. Be water”

Un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate“. “Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. In pratica sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora (alle 15.30), verrà comunicato un altro luogo, una grande piazza, da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua).

Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte. Una “mobilitazione permanente contro il governo dei padroni”, viene definita. Da Nord a Sud sono tante le città coinvolte tra manifestazioni e cortei autorizzati o iniziative solamente convocate sui social. Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta. E mentre la Digos ha effettuato perquisizioni in 18 città italiane e a Bari la procura dei minori ha interrogato un gruppo di minori che “preparava saccheggi a negozi”, ecco quali sono le città coinvolte tra manifestazioni ufficiali e le piazze inizialmente annunciate sui social.

Milano

Sabato il capoluogo lombardo sarà blindato e presidiato dalla stazione fino al centro, anche dai 500 militari in più inviati dal governo. Il sindaco Giuseppe Sala da inizio settimana va ripetendo che “c’è preoccupazione“, anche se al momento non sono stati annunciati cortei e manifestazioni, che in ogni caso difficilmente sarebbero stati autorizzati in centro città, dopo le scene di guerriglia del weekend scorso. L’appuntamento noto, quello degli anarchici in Conciliazione, è stato annullato. Ciò però non significa che i gruppi, provenienti da Milano, ma anche da altre città del Nord Italia, non saranno in piazza. La scelta di annullare il corteo, infatti, “non è un passo indietro”, ma è stata al contrario motivata con l’obiettivo di “non frammentare le piazze“, data la concomitanza con il probabile raduno di giovani e giovanissimi a partire dalle 15. Sono invece due i presidi autorizzati dalla Questura. In piazza Cavour, la mattina ci sarà un sit-in dei sindacati di base contro il carovita. Un altro presidio autorizzato è quello Pro-Palestina che siterrà in piazza Leonardo Da Vinci, nei pressi del Politecnico, dove è prevista la partecipazione di circa 300 persone. In mattinata, in piazza XXV aprile, sarà monitorato un presidio di esponenti di studenti di estrema destra, questo non preannunciato alla Questura. La preoccupazione principale, però, riguarda quanto potrà accadere nel pomeriggio dopo l’appello lanciato dal “Movimento 17 ottobre”: inizialmente il luogo di raduno comunicato era stato piazza Duomo e dintorni, teatro di devastazioni lo scorso fine settimane. Adesso, però, i nuovi luoghi di raduno si conosceranno sabato. Intanto i controlli saranno tanti: un primo filtraggio ci sarà nelle stazioni ferroviarie di tutta la Lombardia. Sarà controllato dalle forze dell’ordine chi non ha un biglietto e sarà verificato se ha precedenti, oppure che non abbia oggetti impropri come petardi o coltellini. Chi sarà in queste condizioni non sarà fatto partire.

Roma

Anche nella Capitale l’allerta è alta. Sui social era stata annunciata una manifestazione al Circo Massimo. Nello stesso luogo, tra l’altro, è presente il Villaggio della Difesa per la festa dell’Esercito che inizierà il 30 ottobre. L’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata in particolare su piazza Venezia, piazza del Popolo e, appunto, il Circo Massimo. Sempre domani si svolgerà la manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra“, a cui sono attesi circa 10mila partecipanti, con appuntamento alle 14 in piazza della Repubblica. Alle 15 il corteo dell’Asse Imperialista si dirigerà ai Fori Imperiali. Le associazioni di destra, Azione Universitaria e Gioventù Nazionale, ha organizzato invece il corteo “Sblocchiamo tutto”, che partirà alle ore 10.30 da piazza della Libertà con arrivo in piazza Risorgimento. Manifestazioni ufficiale che si sommano a quelle annunciate sui social, ma non preavvisate, con appuntamento che verranno comunicati sui social domani.

Torino

A Torino diverse realtà – studenti, collettivi e movimento per il diritto alla casa – parteciperanno alla manifestazione organizzata dal coordinamento ‘Torino è contro il riarmo“, che vede gli autonomi del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, tra i principali promotori. L’appuntamento è alle 15 in piazza Castello. Stesso luogo e orario inizialmente annunciato dal “Movimento 17 ottobre”. Gli studenti delle scuole superiori si ritroveranno alle 14 in piazza Arbarello per raggiungere successivamente piazza Castello. Da Palazzo Nuovo partiranno invece gli universitari e i collettivi. A quanto si apprende, l’intenzione è quella di far convergere tutti i gruppi nella piazza, da dove dovrebbe partire il corteo, per poi tornare nello stesso luogo al termine della manifestazione.

Bologna

A Bologna l’appuntamento del “Movimento 17 ottobre” era in piazza Nettuno. “Insieme alla Questura e il prefetto stiamo lavorando affinché sabato il centro storico sia protetto e stiamo dialogando anche con i commercianti per organizzarci al meglio. Però occorre fare anche la parte che ritengo sia più importante: dialogare con i ragazzi, ascoltare le loro istanze”, ha dichiarato il sindaco Matteo Lepore.

Genova

Nel capoluogo ligure c’è massima attenzione, ma nessun allarme in vista della manifestazione annunciata per sabato. È quanto emerso dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica riunito in prefettura. All’incontro ha partecipato anche il presidente di Confcommercio Genova, Alessandro Cavo. “Ci è stato detto di stare aperti e vigili nel caso succedesse qualcosa. Ovviamente saremo pronti a chiudere nel caso la situazione dovesse degenerare, ma ci è stato assicurato che il dispositivo messo in piedi sarà adeguato a quello che potrebbe accadere”, ha riferito. Il primo appuntamento a Genova era stato dato in piazza De Ferrari.

Firenze

Cresce l’attenzione anche a Firenze dove erano state annunciate sui social due manifestazioni in piazza della Signoria e piazza Santa Maria Novella. Gli appelli, diffusi su Telegram e Instagram da gruppi “Movimento 17 ottobre” e “Noi il popolo”, anche in questo caso, non risultano preannunciati alla Questura.

Padova

Sono due le manifestazioni studentesche preavvisate a Padova sabato, una al mattino e una al pomeriggio, organizzata dalla sigla “Federazione Italiani Liberi”. Mentre sui social l’appuntamento era stato dato in piazza Mazzini. Perquisizioni della Digos e Daspo urbani sono stati effettuati e notificati dalla Questura nei confronti di 11 giovani, otto dei quali minorenni, che avrebbero pianificato via chat saccheggi in vista dei cortei. La Procura dei Minorenni di Venezia procede per istigazione alla disobbedienza alle leggi di ordine pubblico e all’odio tra le classi sociali. In particolare, gli agenti hanno intercettato su Instagram una chat in cui si programmavano danneggiamenti e razzie contro pubblici esercizi del centro storico.

Bari

Anche in Puglia ci sono state perquisizioni e interrogatori di giovanissimi. Secondo l’ipotesi investigativa “un folto gruppo di giovani e giovanissimi era pronto a colpire e saccheggiare, sull’onda di quanto accaduto lo scorso fine settimana a Milano, diversi negozi” del centro di Bari. Qui sono due le mobilitazioni lanciate sui social: quella convocata dal “Movimento 17 ottobre”, in un primo momento in piazza Umberto alle ore 15, e l’appuntamento lanciato su Tik Tok da “Noi siamo il popolo”, allo stesso orario ma in piazza del Ferrarese. “Cosa vogliamo? – scrivono gli organizzatori della mobilitazione nazionale -. Presente e un futuro migliore”.

L'articolo Da Milano a Roma, sabato città blindate | La mappa. E nelle chat si organizzano le piazze: “Mezz’ora prima vi diremo dove andare. Be water” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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