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Marco Rizzo sbarca in Parlamento e guarda a destra: “Più simpatica del Pd, non correremo con questa sinistra traditrice”

Marco Rizzo svolta a destra? L’ingresso in coalizione non c’è, ma in diversi lo hanno pensato quando hanno visto che al Senato un ex meloniano, Antonio Guidi, se n’è andato al Misto aderendo a una sigla sconosciuta (Civici Marche) la quale ha poi cambiato nome in Italia Domani – Marco Rizzo. Uno stratagemma che consentirà al partito dell’ex leader comunista di poter correre alle prossime elezioni politiche aggirando la contestatissima raccolta firme monstre imposta dalla legge elettorale. A Rizzo “basteranno”, si fa per dire, 1.500 firme a collegio. Ma è difficile credere che la destra non si aspetti di vedere il favore ricambiato.

Marco Rizzo, che è successo?

Semplicemente conosco la politica, conosco i regolamenti parlamentari avendo fatto il capogruppo e conosco molto bene le leggi elettorati, avendo organizzato le desistenza con l’Ulivo trent’anni fa. E quindi ho fatto un accordo, abbiamo stabilito un rapporto con un senatore che ovviamente non ha il vincolo di mandato.

Ma è un prestito dalla destra.

In Parlamento ci sono centrodestra e centrosinistra, non è che potessimo dialogare con un marziano, da qualcuno dovevamo “prendere” un senatore. Guidi è una persona seria che si è impegnato molto su alcuni temi che seguiamo, per esempio sulla disabilità. Ma non è vero che entriamo nel centrodestra: tra quindici giorni si vota per le suppletive a Chieti e noi avremo un nostro candidato, Danilo Ranieri.

Va bene, ma da ex comunista avrebbe potuto rivolgersi al centrosinistra, no?

Di questa sinistra posso dare solo un aggettivo: traditrice. Non mi appartiene, io sono per la sinistra di Berlinguer, mio padre era un operaio a Mirafiori. Questo Pd è per l’Unione europea, vota per le armi, per il Green Deal…

Ma sono le stesse cose che ha votato Meloni.

Ma io non sto mica entrando in Fratelli d’Italia. Diciamo che ci sono un po’ di cose che rendono la destra un po’ più simpatica. Almeno non va dietro al woke…

Si dice che FdI abbia favorito l’accordo perché lei può togliere voti a Vannacci: è vero?

Non so cosa succederà con Vannacci, di sicuro diceva alcune cose interessanti e giuste per esempio sull’Ucraina o sulla sicurezza, anche se poi per esempio non sono d’accordo sulla remigrazione, visto che oltre a pagare il biglietto a qualche immigrato rischieremo poi di ritrovarcelo di nuovo qua. Ma a parte questo, non ha un programma economico e non ha costruito una classe dirigente. Il mio partito ha 10 mila iscritti, ma i nostri sono veri…

Correrà col centrodestra alle prossime elezioni?

Certamente non correremo col centrosinistra.

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Midterm, se i rischi interferenze nel voto non riguardano (solo) l’AI

C’è tensione non soltanto politica attorno alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Il risultato decreterà l’agenda del governo di Donald Trump dei prossimi due anni, per cui l’attenzione è massima. Soprattutto per possibili irregolarità nel voto. La paura di interferenze è alta. Il timore che qualcuno possa infiltrarsi nei sistemi elettorali è reale, ma gli esperti pongono l’attenzione su altro. Ci sono dei vulnus importanti, è vero, ma non proprio quelli che ci si aspetta. Non ci sono evidenze che dimostrino irregolarità nelle tornate elettorali del passato. Piuttosto, i buchi da coprire sono altrove.

Il sito Axios ne elenca alcuni, dopo essersi confrontata con gli esperti di sicurezza nazionale. Come J. Alex Halderman, dell’Università del Michigan, secondo cui la Louisiana rimane “il dinosauro delle elezioni americane”. Il motivo è semplice: è l’unico – ed ultimo – Stato d’America in cui si continua ancora a votare a macchina. Quando scelgono il loro candidato, gli elettori premono su un tasto e il sistema immagazzina la risposta. E qui sì che gli esperti hanno avvertito che c’è il rischio di interferenza, vista la vulnerabilità agli attacchi informatici. Ma potrebbe anche verificarsi il caso che il sistema elabori la risposta in modo sbagliato. Siccome gli altri Stati hanno riscontrato delle falle, essendo impossibilitati a controllare in modo indipendente i risultati, sono passati al cartaceo. La macchina va vista solo come una fotocopiatrice che stampa la scheda contrassegnando la preferenza dell’elettore.

Anche qui ci sono però dei problemi tutt’altro che banali. Queste macchine sono comunque soggette ad hackeraggi. Molto spesso infatti, quando devono marcare la scelta dell’elettore, quest’ultimo può essere tratto in inganno. Ciò che vede sullo schermo può essere manipolato, e anche i risultati possono essere manomessi. Questi sistemi, noti come Ballot Marking Device (MBD), possono essere estremamente utili, soprattutto per chi non è in grado di compilare autonomamente una scheda cartacea. Il 23% degli americani vota tramite riconoscimento facciale. Un grande comodità, ma anche un grande rischio. Per sicurezza quindi, dentro i seggi elettorali si tende a fornire anche le schede fisiche.

Non bastasse, c’è anche qualcosa di più allarmante. A tirarla fuori lo scorso agosto è stato un ricercatore, Max Springer, che è potenzialmente riuscito a ricostruire come hanno votato gli elettori alle scorse primarie in Georgia. Gli è bastato entrare in possesso del registro elettorale e pagare la modica cifra di 20 euro per istruire un modello di intelligenza artificiale. In pochi minuti, ha ricostruito l’ordine in cui sono stati espressi i voti del 98,9% dei voti in persona. E questo solamente per due contee. “A livello statale, questa falla potrebbe compromettere le schede elettorali di milioni di cittadini della Georgia”, sottolinea Springer. Siccome il problema potrebbe estendersi ad altre contee e Stati, ciò che suggerisce è di implementare il software, risolvere il problema della macchina (senza quindi censurare l’accesso pubblico ai registri, che è un modo per garantire la trasparenza) e, nel mentre, anonimizzare i dati degli elettori.

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Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie)

Elezioni in Israele, Netanyahu resiste ma è stallo: nessuno ha i numeri per governare

L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.

Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.

Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.

La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.

Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.

La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.

Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.

La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.

Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.

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Governo, elezioni anticipate a maggio? Tutto dipende da Salvini e dalla Consulta. Ecco perché

Governo Meloni e il rebus delle elezioni

In una giornata vissuta nell’attesa dei risultati delle elezioni in Israele, a tenere banco nella politica interna è la legge di bilancio che domani alle 15 dovrebbe essere approvata in Consiglio dei Ministri, ma soprattutto la data delle elezioni, che si sta trasformando in un rebus nel quale ogni ipotesi è valida. “Radiochigi” nelle ultime ore sembrava propendere per una data: 23 maggio, accorpando le Amministrative (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna ecc.) alle Politiche.

Si tratterebbe dunque di anticipare, seppur di poco, la scadenza naturale del mandato (fine settembre). Il condizionale è d’obbligo, non soltanto per ragioni costituzionali (lo scioglimento delle camere è prerogativa del Presidente della Repubblica), ma perché sull’anticipo, più che sulla data in sé, è necessario trovare l’accordo con gli alleati. E su questo la linea Meloni si scontra con quella di Tajani e soprattutto Salvini. “Se si vota a maggio la vedo molto complicata per l’autonomia differenziata”, insorge il ministro Roberto Calderoli. “L’autonomia sia un pilastro del governo”, rincara la dose Luca Zaia incalzando Salvini. Il ragionamento è semplice: se si vota a maggio non ci sono i tempi per approvare l’autonomia differenziata da parte del Parlamento e dunque meglio votare a settembre/ottobre, a scadenza naturale.

A maggior ragione dopo il congresso di Milano che ha nuovamente incoronato Salvini, consegnandogli però una linea precisa da tenere, quella di approvare l’autonomia, appunto. Il ragionamento che si fa dalle parti di Palazzo Chigi, invece, tende a votare alla prima data ragionevolmente possibile, per due motivi: il primo è evitare il logoramento di una campagna elettorale lunghissima, le avvisaglie della quale già si vedono nelle ultime settimane; il secondo è che prima si vota, meno rischi di bocciatura della legge elettorale da parte della Consulta ci sarebbero. Il secondo punto è però controverso. E’ vero che il famoso Porcellum (la legge elettorale del 2005 con la quale si votò nel 2006, 2008 e 2013) fu bocciato soltanto nel 2014, ma è pur vero che sullo Stabilicum pendono già 25 ricorsi, e la prima udienza, del tribunale di Trento, risulta già calendarizzata per il 16 dicembre, con conseguente sentenza della Corte Costituzionale che potrebbe arrivare già a gennaio ‘27.

Che cosa accadrebbe in questo caso con una sentenza sfavorevole allo Stabilicum? Probabilmente la Corte potrebbe dichiarare la legge elettorale parzialmente illegittima, con conseguente probabile espunzione della parte riguardante il premio di maggioranza. Un bel caos. Eppure dalle parti di via della Scrofa c’è un moderato ottimismo. I sondaggi danno Fratelli d’Italia stabilmente a ridosso del 30%, come scrive anche Affaritaliani, Vannacci sembra aver arrestato la corsa e il Campo largo deve barcamenarsi tra le Primarie e gli imbarazzi del tema sicurezza, compresi gli scontri di piazza delle scorse settimane. Tra gli scontri, lo sciopero generale di venerdì prossimo, gli esiti elettorali a sorpresa in Brasile e l’attesa per le elezioni in Israele e per quelle di midterm negli Stati Uniti, è decisamente un autunno caldo.

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Elezioni in Brasile, Bolsonaro Jr: “Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”

Flávio Bolsonaro denuncia di essere stato fermato dalla Polizia federale brasiliana, che gli avrebbe ordinato di consegnare i passaporti e gli avrebbe vietato di lasciare il Paese. Il senatore, sconfitto alle presidenziali da Luiz Inácio Lula da Silva, ha raccontato l’episodio sui social. Intanto Donald Trump mette in dubbio la regolarità delle elezioni, definendole apparentemente truccate, senza presentare prove.

Gli agenti all’uscita dall’abitazione di Jair Bolsonaro, che si trova agli arresti domiciliari

Flávio Bolsonaro sostiene di non poter più lasciare il Brasile. Il senatore, sconfitto da Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali, ha denunciato sui social di aver ricevuto dalla Polizia federale l’ordine di consegnare i propri passaporti e il divieto di espatrio. Secondo il suo racconto, gli agenti lo avrebbero fermato mentre usciva dall’abitazione del padre, l’ex presidente Jair Bolsonaro, agli arresti domiciliari.

“Stamattina sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”, ha raccontato il senatore in un video pubblicato sui social.

La richiesta di consegnare i documenti arriva all’indomani della sconfitta elettorale contro Lula, riconfermato alla guida del Paese. Flávio Bolsonaro ha riferito di aver ricevuto l’intimazione dagli agenti, ma dal suo racconto non emerge che i passaporti fossero già stati materialmente ritirati.

Elezioni in Brasile, Trump: “Voto irregolare”

Nel frattempo, anche Donald Trump interviene sulle presidenziali brasiliane, contestando la regolarità del voto. Il presidente degli Stati Uniti ha sostenuto che le elezioni gli siano sembrate truccate, senza tuttavia fornire prove di irregolarità.

“Le elezioni hanno dato un’impressione pessima”, ha dichiarato Trump prima di partire per il Mississippi, dove era atteso per un comizio. Il presidente americano ha affermato di non aver sostenuto nessuno dei due candidati, ma di considerare il processo elettorale sospetto. Nonostante le critiche, Trump ha espresso apprezzamento per il presidente brasiliano. “Mi piace Lula, vado d’accordo”, ha dichiarato, tornando però a contestare il voto, da lui definito segnato da pratiche “estremamente corrotte”.

“A mio avviso è stato uno spettacolo terribile”, ha aggiunto il presidente americano.

Le dichiarazioni di Trump arrivano mentre Flávio Bolsonaro contesta la sconfitta e denuncia il provvedimento che, secondo quanto riferito dal senatore, gli impedirebbe di lasciare il Brasile.

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Elezioni in Israele, Netanyahu rischia il crollo: decisive le mosse dei partiti arabi

Israele al voto dopo il 7 ottobre: il duello tra Netanyahu ed Eisenkot e l’incubo dello stallo

Circa 7,3 milioni di israeliani vanno alle urne per rinnovare la Knesset, l’assemblea da 120 seggi, ma soprattutto per decidere se confermare Benjamin Netanyahu — alla guida della politica nazionale da un trentennio e a caccia del settimo mandato — o voltare pagina. È un voto storico, il primo dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma lo spettro principale è quello di uno stallo: secondo i sondaggi, nessuno dei due schieramenti otterrà la maggioranza di 61 seggi.

Il “blocco del cambiamento”, guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot alla testa del partito Yashar, viene dato in vantaggio rispetto alla destra al governo con 52-56 seggi contro una cinquantina. In caso di parità politica, la chiave per sbloccare l’esecutivo potrebbero averla i partiti arabi. Eisenkot non ha escluso l’appoggio esterno dei moderati di Ra’am guidati da Mansour Abbas, che assieme a Lista Comune si dicono pronti ad aiutare l’opposizione pur di mandare a casa “un governo razzista” e dare risposte alla minoranza araba.

Dal punto di vista dei programmi, Eisenkot vuole una commissione d’inchiesta sulle falde di sicurezza del 7 ottobre e la leva obbligatoria anche per gli ultraortodossi. Sulla difesa, invece, la linea resta dura: approva le missioni militari in corso e sostiene il piano di Donald Trump per Gaza, mentre in Cisgiordania critica l’espansione dei coloni pur senza spingersi a proporre la soluzione dei due Stati.

Le urne chiuderanno in serata con i primi exit poll, ma per i risultati definitivi ci vorrà del tempo. Dopodiché il presidente Herzog avvierà le consultazioni e darà 28 giorni al candidato prescelto per tentare la sintesi: se nessuno riuscirà a comporre la squadra, Israele rischia di tornare di nuovo al voto.

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Brasile, Borsa a picco dopo la rielezione di Lula: -17% e scambi sospesi

Terremoto finanziario in Brasile all’indomani della vittoria elettorale di Luiz Inácio Lula da Silva. La Borsa di San Paolo è arrivata a perdere circa il 17%, costringendo la B3 ad attivare il meccanismo automatico di sospensione delle contrattazioni. Non accadeva dal marzo 2020, durante la pandemia di Covid-19.

Il mercato interrompe gli scambi al -10% e riapre dopo 30 minuti: poi l’Ibovespa affonda

La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva scatena una brusca reazione dei mercati finanziari brasiliani. Lunedì 26 ottobre, all’indomani del voto, l’indice Ibovespa, principale riferimento della Borsa di San Paolo, è arrivato a perdere circa il 17%, provocando una delle sedute più difficili degli ultimi anni.

La B3, società che gestisce la Borsa brasiliana, ha attivato il cosiddetto circuit breaker, il meccanismo automatico che interrompe temporaneamente le contrattazioni quando il mercato registra ribassi particolarmente pronunciati. Il primo stop è scattato dopo una perdita del 10% rispetto alla chiusura precedente, con una sospensione iniziale di 30 minuti.

Alla ripresa delle operazioni, le vendite hanno continuato a colpire i titoli brasiliani, portando l’Ibovespa a sfiorare il -17%. Il meccanismo di emergenza non veniva attivato dal marzo 2020, quando la pandemia di coronavirus aveva provocato fortissime oscillazioni sui mercati internazionali. Durante la sospensione vengono temporaneamente interrotte le negoziazioni di azioni, alcuni strumenti derivati e titoli a reddito fisso privati. La misura serve a consentire agli operatori di riassorbire almeno in parte le forti oscillazioni dei prezzi prima della ripresa degli scambi. Il crollo arriva dopo la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali di domenica 25 ottobre, un risultato che ha sorpreso una parte degli investitori e innescato una forte ondata di vendite sugli asset brasiliani.

Il ribasso di circa il 17% rappresenta il livello raggiunto dall’indice durante la seduta di lunedì, non un dato definitivo di chiusura.

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Salvini, il day after della riconferma parte male: Matone lascia la Lega e va in Forza Italia

Simonetta Matone lascia la Lega e approda in Forza Italia. La deputata romana, ex magistrato di Cassazione, non si è presentata al congresso federale di Milano che ieri ha riconfermato Matteo Salvini alla guida del partito e decide di entrare nel partito azzurro dopo settimane di malessere per la gestione del ministro delle Infrastrutture.

Il passaggio arriva in un momento delicato per il Carroccio. Al congresso Salvini è stato rieletto segretario per la quarta volta con 465 voti, circa il 76%, contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia, e resterà in carica fino al 2030. Nella stessa assise il partito ha cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando la stagione della “Lega Salvini premier”, e ha rilanciato una linea dura sullo stop agli aiuti a Kiev. Salvini è stato messo in discussione per aver rincorso Vannacci a destra.

Nata a Roma nel 1953, Matone ha alle spalle una lunga carriera in magistratura: per diciassette anni pubblico ministero al Tribunale per i minorenni, poi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e presidente di sezione della Cassazione. È stata inoltre capo di gabinetto al ministero per le Pari Opportunità guidato da Mara Carfagna. Il suo ingresso in politica risale alle comunali di Roma del 2021, quando diventò capogruppo della Lega in Campidoglio.

Eletta alla Camera nel 2022, siede in Commissione Giustizia ed è stata tra i volti più presenti del partito nei talk show, oltre che tra le sostenitrici del sì al referendum sulla riforma della magistratura. Matone è uno dei volti liberali del partito. Per la Lega si tratta di un’uscita che pesa sul fronte romano. Per Forza Italia, di un rafforzamento sui temi della giustizia.

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Perché il “presidenzialismo imperiale” brasiliano rende determinante il ballottaggio Lula-Bolsonaro: iniziativa legislativa, più poteri e intervento nell’economia

Domenica 25 ottobre in Brasile si vota al secondo turno delle elezioni presidenziali. Il ballottaggio è tra Lula, candidato del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori) e Flávio Bolsonaro, candidato con il Partido Liberal, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato nel 2025 a oltre 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato del 2023. Se l’elezione del Presidente è già di per sé un evento centrale in ogni democrazia, lo è ancor di più all’interno di un Paese la cui forma di Stato, per una serie di combinazioni storico-sociali, viene definita “presidenzialismo imperiale“. “Questa espressione evidenzia la particolare concentrazione di poteri nella figura del Presidente della Repubblica. In Brasile il Presidente non è soltanto il capo del Governo, ma anche il capo dello Stato, il vertice dell’amministrazione federale e il comandante supremo delle Forze armate”, spiega Rolando Tarchi, professore di diritto costituzionale comparato all’Università di Pisa. “Si tratta di una presidenza molto forte, a cui sono attribuiti importanti poteri di direzione politica, iniziativa legislativa e intervento nell’economia”.

Tuttavia, un presidente forte non ha un potere illimitato: la stessa Costituzione prevede pesi e contrappesi per limitarne la centralità. Dunque, indipendentemente da chi sarà, chi vincerà dovrà fare i conti con una serie di enti e istituzioni che ne controbilanceranno il potere. Primo tra tutti il potere giudiziario: in Brasile negli ultimi anni le pronunce del Supremo Tribunal Federal stanno acquisendo la tendenza a uscire dal mero controllo di costituzionalità delle leggi e a incidere sul funzionamento delle istituzioni. Accanto a esso opera il Tribunale superiore elettorale, che non si limita ad amministrare le elezioni ma giudica anche gli abusi commessi in campagna elettorale. “Le vicende seguite alle elezioni del 2022, culminate nell’assalto alle sedi delle istituzioni a Brasília l’8 gennaio 2023 e nella successiva condanna di Jair Bolsonaro, hanno mostrato quanto il potere giudiziario sia diventato centrale nella difesa dell’ordine costituzionale” spiega il professore. Nonostante la burrascosa storia democratica del Brasile, fatta di colpi di Stato e cambi repentini di regime, è la prima volta che un ex Presidente brasiliano viene condannato per un attentato all’ordine democratico.

Oltre ai rapporti con gli altri poteri dello Stato – tra cui, ovviamente, anche quello legislativo, rappresentato dal Congresso -, il Presidente brasiliano deve relazionarsi con una pluralità di centri territoriali di potere sparsi nel Paese. Il Brasile, infatti, è una federazione composta da 26 Stati, dal Distretto federale e dai Comuni, riconosciuti dalla Costituzione come enti federativi a pieno titolo: molto delle opportunità politiche di governo passa dal rapporto con queste realtà locali. “Il federalismo brasiliano, come in genere quelli latinoamericani, è stato a lungo debole, schiacciato dal centralismo dei regimi autoritari e dalla dipendenza finanziaria degli Stati dal centro” precisa Tarchi, “ma ha recuperato importanza durante la pandemia di Covid-19. Di fronte al negazionismo imposto dalla presidenza Bolsonaro, che minimizzava la gravità del virus e osteggiava le misure di contenimento, governatori e sindaci hanno adottato autonomamente restrizioni e misure sanitarie, e nell’aprile 2020 il Supremo Tribunal Federal ha stabilito che potessero agire in autonomia, senza aspettare il governo federale. Lo Stato di San Paolo, attraverso l’Istituto Butantan, ha avviato la produzione di vaccini e ha spinto il governo federale ad avviare la campagna vaccinale nazionale. In quella fase il federalismo ha funzionato come un vero contrappeso alla Presidenza”.

Ancora più interessante è, però, il sistema dei partiti che funge da contrappeso al potere del Presidente: “Gli studiosi definiscono il modello brasiliano presidencialismo de coalizão, ossia ‘presidenzialismo di coalizione‘. È una formula apparentemente contraddittoria. Il Presidente è eletto per governare personalmente, ma per governare concretamente deve comportarsi, almeno in parte, come il capo di una coalizione parlamentare“. Il motivo di questo modus operandi particolare del presidente brasiliano risiede nella frammentazione del sistema dei partiti – differenza evidente con il caso americano, dove i partiti che si scontrano alle elezioni sono di fatto due, Repubblicani e Democratici. Alla forza giuridica della Presidenza prevista a livello teorico dalla costituzione brasiliana, si contrappone una debolezza politica di fatto, riconducibile proprio alla frammentazione dei partiti: il Presidente deve costruirsi una maggioranza (il più possibile ampia e solida) che gli permetta di governare. Di nuovo Tarchi: “Qui emerge il paradosso. La legittimazione diretta e i forti poteri costituzionali non assicurano una maggioranza politica stabile. Il Presidente può dipendere da accordi mutevoli, concessioni programmatiche, distribuzione di incarichi e negoziati sulle risorse di bilancio. Ne può derivare una minore trasparenza della responsabilità politica: agli elettori non è sempre chiaro quali decisioni dipendano dal Presidente e quali siano il risultato di compromessi imposti dai suoi alleati”.

Nell’ultimo mandato di Jair Bolsonaro (2019-2022) si è visto bene questo meccanismo: pur volendosi presentare come l’uomo fuori dal sistema, come il presidente che si sarebbe tenuto fuori dai meccanismi politici tradizionali, “dovette negoziare con i partiti del Centrão per la formazione delle maggioranze. Nel 2021 affidò a uno dei loro leader la Casa Civil, il cuore politico del governo” racconta Tarchi. Va detto che in Brasile le appartenenze parlamentari sono fluide: “I partiti del Centrão, come la federazione União Progressista, il PSD, i Republicanos o l’MDB, hanno partecipato negli ultimi anni anche al governo Lula. Più che dal voto, le maggioranze sono determinate dalle trattative che seguono il voto” prosegue il professore.

Per questi motivi, le elezioni di domenica prossima si rivelano cruciali per il futuro della vita politica del Brasile. Due gli scenari individuati da Tarchi: “Se il ballottaggio fosse vinto da Lula, si determinerebbe una situazione assimilabile al governo diviso: un Presidente privo di una maggioranza parlamentare omogenea, costretto a negoziare ogni provvedimento con un Congresso in cui i partiti a lui ostili sono maggioritari in entrambe le Camere, con il rischio di paralisi e di un conflitto permanente sul bilancio e sulle nomine. Se invece vincesse Flávio Bolsonaro, la Presidenza potrebbe contare su una maggioranza ampia e politicamente omogenea, vicina, soprattutto al Senato, alle soglie necessarie per modificare la Costituzione“.

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Sondaggi politici, Meloni si rafforza e Vannacci arretra: chi vincerebbe le elezioni oggi

Secondo gli ultimi sondaggi elettorali, Fratelli d’Italia (+0,6%) si rafforza salendo al 27,9%. Bene il Partito Democratico (+0,3%) che sale al 20,3%. Male il Movimento 5 Stelle che perde molto (-0,7%) calando al 12,1%.

Sul fronte delle coalizioni, il centrodestra in versione base vince sul Campo Largo in versione base: 41,9% contro 38,9%. Numeri del tutto teorici: l’allargamento delle alleanze farà la differenza alle urne.

Ultimi sondaggi elettorali di ottobre 2026

Qui di seguito la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto. La rilevazione è stata effettuata il 22 ottobre (fra parentesi la variazione rispetto all’8 ottobre):

  • Fratelli d’Italia – 27,9% (+0,6%);
  • Partito Democratico – 20,3% (+0,3%);
  • Movimento 5 Stelle – 12,1% (-0,7%);
  • Forza Italia – 7,3% (=);
  • Futuro Nazionale – 6,8% (-0,8%);
  • Alleanza Verdi e Sinistra – 6,5% (-0,1%);
  • Lega – 5,6% (=);
  • Azione – 3,3% (+0,1%);
  • Italia Viva – 2,4% (+0,1%);
  • +Europa – 1,4% (-0,3%);
  • Noi Moderati – 1,1% (=).

La rilevazione non riporta i partiti inferiori all’1%.

Nota metodologica: la Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dall’8 al 21 ottobre ed è stata effettuata il 22 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Eumetra (data di pubblicazione 15 ottobre), Noto (20 ottobre), Only Numbers (10, 15 e 16 ottobre), Piepoli (19 ottobre) e Swg (12 e 19 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.

Che succede in politica oggi

I numeri evidenziano alcuni trend. Uno riguarda il balzo in avanti di FdI, che incassando il +0,6% sale al 27,9%. Un consenso importante considerando che il partito di Giorgia Meloni è già al quarto anno di legislatura. L’effetto logoramento, tirando le somme, non c’è stato.

A sinistra si consuma l’eterno derby fra PD e M5S e gli altri partiti progressisti: se sale uno ne cala un altro. Oggi il PD cresce del +0,3% andando al 20,3% mentre il M5S inciampa forte del -0,7% calando al 12,1%.

Il titolo di quarto partito d’Italia lo mantiene FI (7,3%) mentre FN, che sognava la doppia cifra, precipita del -0,8% andando al 6,8%. Parte del consenso che Vannacci aveva rosicchiato a destra sta ritornando ai “proprietari” originali. Questa settimana FdI si riprende il suo.

Per il resto, solo scosse d’assestamento.

Sondaggi, chi è in vantaggio nelle coalizioni

In vista delle elezioni politiche 2027 i fari sono puntati sulle possibili coalizioni.

Qui lo stato della coalizione conservatrice:

  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) senza Vannacci – 41,9%;
  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) con Vannacci – 48,7%.

Qui lo stato della coalizione progressista:

  • campo largo (PD, M5S, AVS) – 38,9%;
  • campo largo (PD, M5S, AVS) con Renzi e Magi – 42,7%.

Attenzione: il sondaggio sopra riportato non tiene conto dei partiti considerati inferiori all’1%. Vengono meno, così, forze politiche che potrebbero portare un vantaggio a una parte o all’altra:

  • Partito Liberaldemocratico > centrodestra;
  • Sud chiama Nord > centrodestra;
  • Avanti Psi > centrosinistra.

Non si tratta di un dettaglio banale: con l’attuale legge elettorale (lo Stabilicum) un solo decimale in più che permetta di raggiungere la fatidica soglia del 42% può far scattare il premio di maggioranza che garantisce la governabilità.

Per il resto, a destra si ragiona se aprire a Vannacci. Al momento, pare che la strada sia in salita data l’incompatibilità del generale con Tajani, Salvini e Lupi. E date le sue posizioni sulla Russia, del tutto antitetiche con quelle della premier.

E a sinistra si cercano programma condiviso e candidato premier, anche tramite eventuali primarie. L’ultimissimo retroscena lo svela il Corriere della Sera: in una riunione riservata, Giuseppe Conte avrebbe espresso disistima per la leader del PD: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”.

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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

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