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In Albania la protesta può costare 5.500 euro, anche per chi non commette violenze

A protester wears protective gear during an anti-government protest in Tirana, Albania, Thursday, Oct. 22, 2026. (AP Photo/Hameraldi Agolli) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Una multa pari a quasi sei stipendi mensili per chi scende in piazza: è la linea scelta dal governo albanese per rispondere a mesi di proteste sempre più accese contro l’esecutivo di Edi Rama. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 5.500 euro anche per chi non ha commesso direttamente atti violenti, ma rimane in una manifestazione in cui si verificano scontri o saccheggi.

Il provvedimento, approvato mercoledì dal governo, modifica la legge che regola le assemblee pubbliche. La sanzione massima, pari a cinquecentomila lek, si applica anche a chi cerca di nascondere la propria identità. Le autorità locali potranno inoltre vietare temporaneamente gli assembramenti nelle aree considerate a rischio, comprese quelle vicine a scuole, strutture sanitarie ed edifici pubblici. Sono previste anche sanzioni per chi incita alla violenza online e misure di risarcimento per le attività commerciali danneggiate durante i disordini. Le disposizioni entrano in vigore immediatamente, ma dovranno essere approvate dal Parlamento entro quarantacinque giorni per restare valide.

La nuova misura, scrive il Guardian, arriva dopo mesi di mobilitazioni inizialmente pacifiche. Le prime proteste, cominciate a maggio, contestavano il progetto di un hotel di lusso all’interno di una riserva naturale, sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump. A metà ottobre la mobilitazione si è allargata, con un ruolo centrale degli studenti, e ha coinvolto temi più ampi: la corruzione, le carenze del sistema sanitario e la mancanza di prospettive per i giovani in un Paese di 2,3 milioni di abitanti. Nelle ultime settimane, a Tirana, alcune manifestazioni sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine.

Rama, al potere dal 2013, ha accusato attori stranieri di alimentare le proteste e ha indicato Russia e Iran come responsabili di campagne di disinformazione online. Il premier ha anche chiesto un dialogo con i manifestanti, mentre il governo cerca di contenere una contestazione che ormai riguarda la sua stessa permanenza al potere. Due settimane fa, durante gli scontri, oltre mille persone erano state fermate e circa quattrocento incriminate, secondo i dati riportati dalla stampa albanese.

Il premier ha spiegato di essersi ispirato anche a un’iniziativa francese, approvata mercoledì dal Senato, che prevede di chiamare i manifestanti a rispondere economicamente dei danni provocati durante i cortei. La scelta albanese, tuttavia, va oltre il risarcimento per i danni materiali: la multa può colpire anche chi si trova in una folla in cui vengono commessi atti violenti, senza averli compiuti direttamente. È questo il punto più controverso della riforma, che lega la responsabilità non soltanto alle azioni individuali, ma anche alla permanenza in un assembramento degenerato.

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È stata ritrovata una delle italiane disperse dopo l’incidente ferroviario in Spagna

Emergency services work at the scene of a collision between two trains in Urda, Spain, on Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Manu Fernandez) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Almeno sessantotto morti e circa cento feriti. È il bilancio dello scontro tra due treni ad alta velocità avvenuto ieri nei pressi di Urda, nella provincia spagnola di Toledo, sulla linea Madrid-Siviglia. Nell’incidente sono deragliate diverse carrozze, alcune delle quali sono finite in una scarpata.

Tra le persone coinvolte ci sono anche cittadini italiani: una delle tre donne inizialmente considerate disperse ha contattato il consolato italiano a Madrid, comunicando di stare bene. Restano però due italiane disperse. Altri sei italiani erano già stati rintracciati: cinque in condizioni stabili e uno ricoverato in un ospedale di Toledo.

Mentre proseguono le operazioni di soccorso e identificazione delle vittime, l’attenzione si concentra sulle possibili cause dell’incidente. Tre registrazioni audio, diffuse dai media spagnoli El País e Tve, documenterebbero una serie di errori nelle comunicazioni tra i macchinisti e il centro di controllo ferroviario di Atocha, a Madrid. La ricostruzione fa emergere il possibile ruolo di un guasto al sistema di sicurezza e di una gestione errata delle autorizzazioni alla circolazione. Le cause restano comunque da accertare.

Secondo le registrazioni, alle 8.36 il treno ad alta velocità Ave, gestito dalla compagnia pubblica Renfe, si trovava circa venticinque chilometri dietro un convoglio Iryo, fermo sullo stesso binario in direzione sud. Un problema al sistema automatico di controllo Lzb aveva provocato l’arresto dei treni. Il centro di controllo avrebbe però autorizzato l’Ave a ripartire a velocità normale, anziché procedere «a vista», con un limite massimo di quaranta chilometri orari previsto dai protocolli di sicurezza.

Alle 8.41 la macchinista dell’Iryo aveva segnalato problemi di connessione con il sistema automatico. Sette minuti dopo aveva comunicato nuovamente di non riuscire a ripartire: «Il treno non mi permette di avviare il sistema Lzb. Per questo sono ancora ferma davanti al segnale d’ingresso a Urda». La risposta del controllore sarebbe stata: «Va bene, appena può. E se ha problemi, ci chiami». Nel frattempo, l’Ave aveva ripreso la marcia, raggiungendo i duecento chilometri orari. Dalle comunicazioni diffuse non risulta che sia stato impartito al suo macchinista un ordine di frenata nonostante la presenza dell’altro convoglio sulla linea.

Se questa ricostruzione venisse confermata, gli errori nella gestione del traffico ferroviario avrebbero avuto un ruolo decisivo nella tragedia. Le autorità spagnole hanno avviato le verifiche, mentre la Farnesina segue la situazione dei connazionali coinvolti. Una delle tre donne disperse è originaria di Pistoia, ma vive stabilmente in Spagna. Gli altri italiani messi in salvo provengono dalle province di Sassari, Bergamo, Roma e Cosenza.

Intanto, la tragedia ha provocato anche una reazione politica. Mercoledì sera, a Madrid, centinaia di persone hanno manifestato davanti al ministero dei Trasporti chiedendo le dimissioni del ministro Óscar Puente. La protesta, convocata da organizzazioni dell’estrema destra, è degenerata dopo il lancio di bengala e l’intervento della polizia, che ha disperso alcuni gruppi di manifestanti. Il governo è ora chiamato a chiarire le responsabilità dell’incidente, mentre il Paese attende risposte sulle cause di una delle più gravi tragedie ferroviarie degli ultimi anni.

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La precettazione di Salvini non ferma lo sciopero generale di venerdì

Il vice premier è leader della Lega Matteo Salvini in occasione della Festa de 'Il Tempo'. Roma, Mercoledì 23 Settembre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) VIce PM an Secretary of Lega Matteo Salvini on the occasioni of the Festa de 'Il Tempo' daily newspaper. Rome, Tuesday September 23 2026. (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Lo sciopero generale di venerdì 30 ottobre si apre con uno scontro tra sindacati e governo. L’Usb conferma la mobilitazione nazionale nonostante la precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, annunciando che non rispetterà l’ordinanza e si assumerà il rischio di sanzioni. Al centro della protesta ci sono il caro vita, i salari erosi dall’inflazione e le risorse destinate al riarmo, mentre sanità e istruzione restano, secondo il sindacato, sottofinanziate. Sui trasporti, però, lo sciopero potrebbe avere effetti più limitati del previsto.

Tra le richieste del sindacato ci sono l’adeguamento degli stipendi all’inflazione, anche attraverso il ripristino della scala mobile, la riduzione dei prezzi dei beni essenziali, delle bollette e degli affitti e un taglio dell’Iva sui prodotti di prima necessità. L’Usb contesta inoltre la scelta del governo di destinare risorse al riarmo mentre, secondo il sindacato, sanità, istruzione e servizi pubblici restano sottofinanziati. La protesta si inserisce anche in una giornata di mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi, le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti.

L’ordinanza di Salvini, scrive Repubblica, riguarda il trasporto aereo, ferroviario, pubblico locale e marittimo, i taxi, gli appalti ferroviari e alcuni servizi legati alla circolazione stradale. Il ministro ha chiesto di rinviare lo sciopero per la concomitanza con il periodo di franchigia previsto in occasione della commemorazione dei defunti. L’Usb ha respinto il provvedimento, definendolo «sbagliato e illegittimo», e ha confermato la mobilitazione nei comparti interessati.

Sul fronte dei trasporti, tuttavia, l’impatto potrebbe essere più limitato rispetto alle attese iniziali. In Lombardia, per esempio, Trenord ha comunicato che, a seguito della precettazione, i treni circoleranno secondo l’orario ufficiale. Anche per i servizi di Trenitalia, Atac e Cotral si prevede una partecipazione contenuta. Le modalità restano comunque diverse a seconda del settore e del territorio: lo sciopero ferroviario era stato inizialmente proclamato dalle 21 di giovedì 29 ottobre alle 20.59 di venerdì, mentre per il trasporto pubblico locale gli orari dipendono dalle singole città.

La protesta non riguarda soltanto i trasporti. Sono previste mobilitazioni anche nella scuola e negli altri comparti pubblici e privati. Gli studenti torneranno in piazza nelle principali città italiane e a Roma l’Usb ha annunciato un presidio in piazza dei Cinquecento. Alla giornata aderiscono anche altri sindacati di base, tra cui Cobas, Adl, Clap e Sial, che hanno proclamato uno sciopero generale con l’esclusione dei trasporti.

È prevista inoltre una mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi e il riarmo. Secondo gli organizzatori, hanno aderito lavoratori di oltre cento porti in diciassette Paesi e quattro continenti. In Italia sono previste iniziative, tra gli altri, a Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro.

La giornata si svolge dunque su due piani: da una parte la protesta sociale contro il carovita e le priorità di spesa del governo, dall’altra il braccio di ferro sul diritto di sciopero nei trasporti. La precettazione riduce l’impatto previsto su una parte dei servizi, ma non ferma la mobilitazione generale.

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Il fumetto che insegna ai più piccoli il valore del cibo

A spiegarlo è un procione. Simpatico, curioso, con un’idea precisa: il cibo che finisce nella spazzatura si può salvare, e per farlo bastano soluzioni creative alla portata di tutti. È lui il protagonista di Food reboot. Disegna una nuova vita per il cibo, il fumetto che Mani Tese presenta al Lucca Comics & Games, nella sezione Lucca Junior, per tutti i giorni della fiera.

Per l’organizzazione non governativa, attiva dal 1964 sui temi della giustizia sociale, economica e ambientale, il fumetto è un modo diverso di parlare di cibo. Dietro le tavole ci sono due autori che allo stand incontreranno il pubblico: Simona Cordero, illustratrice e tatuatrice, già firma di diversi albi illustrati per l’infanzia, e Piergiorgio Idà Lojercio, sceneggiatore, fumettista e concept designer. Accanto alla presentazione, Mani Tese organizza laboratori per le scuole e porta a Lucca una versione in miniatura del Cirque du Soil, uno strumento interattivo che usa l’immaginario del circo per raccontare le fragilità del sistema alimentare globale e l’importanza del suolo e della sua biodiversità. Lo stand si trova all’interno del padiglione Real Collegio.

La scelta di rivolgersi ai più giovani non è casuale, perché i numeri dello spreco in Italia restano pesanti. Ogni giorno ciascuno di noi getta in media poco più di settantanove grammi di cibo. Lungo l’intera filiera, dai campi alle tavole, si arriva a cinque milioni di tonnellate di alimenti buttati ogni anno, per un valore di oltre 13,5 miliardi di euro. E più della metà di questo spreco avviene in casa, tra frigoriferi troppo pieni e dispense dimenticate.

A sorprendere è soprattutto il dato generazionale. Secondo l’Osservatorio Waste Watcher International, la Generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012, è quella che spreca di più: 799 grammi di cibo a settimana a testa. La causa principale non è la mancanza di sensibilità, ma una cattiva organizzazione: una spesa fatta senza programmare, porzioni sbagliate, scadenze che sfuggono. È proprio su queste abitudini quotidiane che un racconto per bambini può incidere, prima che diventino comportamenti radicati.

Il fumetto è parte di un lavoro più ampio. Con il progetto Rebooting the food system, Mani Tese porta avanti attività di sensibilizzazione che invitano a riflettere su come produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo, e su quali conseguenze queste scelte abbiano sulle comunità e sull’ambiente. È lo stesso filo che lega il lavoro dell’organizzazione in Africa, Asia e America Latina, dove promuove sovranità alimentare e agroecologia, alle attività di educazione alla cittadinanza globale che svolge nelle scuole italiane.

A Lucca, tra cosplayer e anteprime editoriali, l’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: far capire ai più piccoli che ciò che finisce nel loro piatto – o nel bidone – è legato alle grandi sfide del pianeta. E che cambiare strada è possibile, a partire da casa propria.

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A Cervinia il lusso passa dalla tavola

Una cucina a induzione nello chalet, la dispensa predisposta prima dell’arrivo e la possibilità di scegliere ogni sera un ristorante diverso. A Breuil-Cervinia, il debutto della Valtur Chalet Collection porta dentro l’ospitalità di fascia alta una questione concreta: quanta autonomia desidera chi affitta una residenza privata, e quanti servizi vuole avere a disposizione appena oltre la porta.

Il progetto, annunciato da Valtur, comprende sette chalet a Cielo Alto, a duemila metri di altitudine, integrati con il Cervinia Cristallo Ski Resort e con The Sky Club 2550 a Plan Maison. È l’ingresso dell’azienda nel segmento del lusso internazionale con una formula che affianca alla riservatezza della casa l’organizzazione alberghiera, dalla gestione delle prenotazioni al benessere, fino all’attrezzatura da sci.

La ristorazione occupa una posizione centrale in questa architettura. A guidarla è l’executive chef Antonio Blasi, con esperienze professionali accanto a Heinz Beck e tra Dubai, Giappone e Spagna, secondo la biografia diffusa dal gruppo. Il programma, presentato come un nuovo Food Manifesto, mette insieme riferimenti lontani e ingredienti della valle, distribuendoli fra locali con funzioni e occasioni di consumo differenti.

All’Azur, Tequila & Ceviche Sushi Bar, il repertorio comprende ceviche, sushi e sashimi di ricciola hamachi. È una scelta che porta in montagna un immaginario gastronomico internazionale, adatto a una clientela abituata a ritrovare alcuni codici riconoscibili anche quando cambia destinazione. Sul versante valdostano, il progetto prevede un lavoro su formaggi d’alpeggio, piccole produzioni ortofrutticole e carni da pascolo.

Interessante anche il rapporto fra cucina e manifattura. Il programma prevede di affiancare agli ingredienti coltelli forgiati a mano, ceramiche per il Gou e oggetti in ferro battuto commissionati a laboratori artigiani. Un’impostazione che può dare consistenza al legame con il luogo anche attraverso ciò che si impugna e si usa a tavola.

La proposta ristorativa del resort si articola su registri diversi, mettendo a disposizione degli ospiti otto proposte fra Cielo Alto e Plan Maison. Il Gou lavora come bistrot a pranzo e ristorante alla carta a cena; Gargantua è il ristorante principale a buffet; Il Peperoncino presidia la pizza. A questi si aggiunge la gelateria Caramello, annunciata fra le novità. In quota, The Sky Club 2550 completa il sistema con un’area dedicata al cibo di strada, il ristorante Sky 2550, con una cucina ispirata al fuoco e alla condivisione, e l’Oyster Bar 2550.

La varietà dell’offerta gastronomica permette agli ospiti degli chalet di scegliere come organizzare la giornata fra casa, resort e piste.

La stessa libertà di scelta si ritrova negli spazi degli chalet. Le due tipologie, Paradì e Arbèa, misurano rispettivamente 250 e 220 metri quadrati e dispongono di cucina, cantinetta termoregolata e zona giorno con camino. Le terrazze ospitano minipiscine riscaldate; nella tipologia Paradì è prevista anche una sauna privata. La gestione del soggiorno passa attraverso un Lifestyle Premium Advisor, contattabile in chat dalle 7 alle 23, che coordina richieste e servizi già prima dell’arrivo.

Il vero valore commerciale sta anche nel tempo risparmiato nell’organizzazione: trovare la dispensa pronta, prenotare un tavolo, predisporre lezioni e attrezzatura da sci. La personalizzazione diventa così un lavoro operativo, da misurare sulla capacità di rispondere alle abitudini degli ospiti.

Completano il tutto le Altitude Sessions, appuntamenti con protagonisti della gastronomia e della miscelazione. Per la cucina sarà un ulteriore banco di prova, perché tenere insieme ceviche e formaggi d’alpeggio richiede una regia riconoscibile, capace di dare spazio alle produzioni locali dentro una proposta rivolta al mercato internazionale. A Cervinia, una parte del nuovo posizionamento passerà proprio da come verrà costruita questa relazione, piatto dopo piatto.

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Flávio Bolsonaro fugge negli Stati Uniti dopo la sconfitta contro Lula

Flávio Bolsonaro ha lasciato il Brasile ed è partito per gli Stati Uniti dopo la sconfitta elettorale contro Luiz Inácio Lula da Silva. A confermarlo a Reuters è stato martedì un alleato del senatore. Due fonti avevano in precedenza riferito all’agenzia che Bolsonaro non ha rispettato la scadenza imposta dalla Corte suprema per consegnare i passaporti alla polizia federale. I documenti sono stati successivamente cancellati.

La partenza arriva mentre il senatore è sotto indagine per riciclaggio di denaro e a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato, prevista per il 31 gennaio prossimo. Il dipartimento di Stato americano ha annunciato che concederà i visti a lui e alla sua famiglia, consentendo loro di entrare negli Stati Uniti. L’uomo sarebbe già in Florida e avrebbe già incontrato il fratello Eduardo Bolsonaro, che vive in Texas e aveva pubblicamente invitato Flávio a lasciare il Brasile in caso di sconfitta. A giugno Eduardo era stato condannato in contumacia a quattro anni di carcere per avere esercitato pressioni illegali sull’amministrazione Trump. Il presidente americano, che non aveva formalmente sostenuto Flávio durante il ballottaggio, ha dichiarato mercoledì che approverebbe il suo ingresso negli Stati Uniti, definendo lui e la sua famiglia «brave persone». Trump ha anche contestato il risultato elettorale brasiliano, senza presentare prove a sostegno delle sue affermazioni.

La sconfitta di Flávio Bolsonaro si inserisce in una fase difficile per la famiglia. Il padre Jair Bolsonaro, ex presidente brasiliano, sta scontando agli arresti domiciliari una condanna a 27 anni di carcere per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta elettorale del 2022 contro Lula. Flávio aveva ricevuto l’ordine di consegnare i passaporti lunedì, dopo che la decisione della Corte suprema gli era stata notificata davanti all’abitazione del padre.

Il senatore ha respinto le accuse a suo carico e ha definito il provvedimento sui passaporti un tentativo di intimidazione. Aveva inoltre contestato il risultato elettorale, chiedendo alla giustizia brasiliana di indagare su presunte frodi e di annullare le candidature di Lula e del vicepresidente Geraldo Alckmin.

Lula ha ottenuto oltre 64 milioni di voti, contro meno di 60 milioni per Bolsonaro, con uno scarto di circa 4,4 milioni di preferenze. Per ribaltare il risultato, il senatore dovrebbe dimostrare l’esistenza di irregolarità capaci di incidere sul margine e convincere il tribunale elettorale prima della certificazione dei risultati, prevista per il 18 dicembre.

La partenza dagli Stati Uniti potrebbe inoltre avere conseguenze sul futuro politico del senatore: con la fine del mandato perderà la giurisdizione speciale davanti alla Corte suprema. Bolsonaro è accusato anche in un secondo procedimento di aver ricevuto milioni di dollari da un banchiere coinvolto in uno scandalo. Ha negato ogni illecito.

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Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza

Le elezioni israeliane non consegnano ancora una maggioranza a Benjamin Netanyahu, ma i primi risultati dello scrutinio ridimensionano le speranze dell’opposizione. A scrutinio delle urne ultimato, sono 53 i seggi al blocco del premier e 48 a quello anti Netanyahu. Per governare servono 61 seggi nella Knesset, il parlamento israeliano. Il quadro resta provvisorio: devono ancora essere conteggiati, tra gli altri, i voti in doppia busta, compresi quelli dei militari, che potrebbero modificare gli equilibri.

La notte elettorale ha visto entrambi i principali contendenti rivendicare la possibilità di guidare il prossimo governo. Il premier uscente, alla guida del Likud, ha aspettato oltre cinque ore dalla chiusura dei seggi prima di parlare ai sostenitori a Gerusalemme. «Stiamo ancora aspettando i risultati veri», ha detto, rivendicando però che il suo partito è il più grande del Paese. Netanyahu ha sostenuto che la destra dispone di una maggioranza «chiara e decisiva» tra gli elettori ebrei e sionisti, chiedendo la formazione di un governo «di destra, nazionalista e forte».

Il nodo è il possibile ruolo dei partiti arabi. Netanyahu ha definito una vergogna che altri schieramenti siano disposti a collaborare con loro, accusandoli di attaccare i soldati israeliani. Le formazioni arabe hanno ottenuto risultati significativi e potrebbero risultare decisive nella costruzione di una maggioranza, ma diversi leader dell’opposizione hanno escluso accordi con loro. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida di Yashar, ha promesso una «nuova era» e sostenuto che gli israeliani abbiano votato per il cambiamento. Anche l’ex premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu ha perso, annunciando l’avvio delle trattative per formare un governo sionista.

A rivendicare un ruolo nella rimonta del premier è stato Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth Social che la sua endorsement avrebbe cambiato l’andamento della corsa, trasformando una possibile sconfitta in una situazione di stallo o persino in una vittoria. Ai giornalisti aveva già detto di ritenere che il suo sostegno avesse aiutato Netanyahu, precisando di non averlo ancora sentito dopo il voto.

Netanyahu ha legato la partita politica alla guerra con l’Iran, definendo quella attuale un’occasione storica da cogliere insieme a Trump per eliminare definitivamente la minaccia iraniana. Ma lo stallo può anche aprire spazi di compromesso. Secondo Thomas Warrick dell’Atlantic Council, la necessità di costruire una coalizione potrebbe rendere possibili interlocuzioni finora politicamente impraticabili e favorire progressi su questioni come la violenza dei coloni in Cisgiordania e la ricostruzione di Gaza.

La formazione del governo richiederà probabilmente settimane. Resta da capire se la trattativa produrrà un’apertura politica o se le esclusioni reciproche impediranno a entrambi i blocchi di raggiungere la maggioranza.

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L’albergo che insegnò a Sorrento a guardare il mare

C’è stato un tempo in cui a Sorrento si arrivava, si guardava il golfo e si ripartiva. I viaggiatori europei erano attratti dalla costa, dalla luce, dai luoghi legati a Torquato Tasso, ma la città restava una tappa, non una meta. Poi tutto è cambiato. Lo racconta la docente di Storia del turismo all’Università Federico II di Napoli Annunziata Berrino in Alle origini del turismo. Il Grand Hôtel Vittoria a Sorrento dei Rispoli Fiorentino, in libreria dal 6 novembre per il Mulino.

Tutto comincia con Aniello Rispoli, tra i primi a capire che Sorrento poteva essere un luogo in cui fermarsi, e non soltanto da visitare. La sua intuizione fu quella di dare al panorama un ruolo nuovo. L’albergo venne pensato per i viaggiatori e costruito in rapporto con il mare: posizione, luce, affacci e giardino facevano parte del progetto fin dall’inizio. Oggi scegliere una camera per la vista sembra scontato; mentre allora era una scelta lungimirante, che secondo Berrino anticipava persino la vicina Napoli, già ben inserita negli itinerari del viaggio europeo.

La stessa cura si estendeva a tutto ciò che accadeva fuori dalla camera. Gli ospiti potevano affidarsi all’albergo per organizzare carrozze, barche ed escursioni, accompagnati da persone conosciute e fidate. Cucina, servizio e cura degli spazi completavano un soggiorno pensato per vivere il territorio con agio e sicurezza. Era, in sostanza, un’ospitalità che andava già oltre il semplice pernottamento.

Attingendo a documenti d’archivio e pubblicazioni dell’epoca, Berrino segue poi il passaggio di quella visione alla famiglia Fiorentino, che ne raccolse l’eredità e ha guidato l’albergo attraverso le generazioni. Oggi, alla sesta, la famiglia continua a gestirlo, e l’Excelsior Vittoria resta uno dei rari grandi alberghi storici italiani rimasti nelle mani della stessa famiglia dal 1834.

Chi ci entra oggi trova un cinque stelle lusso, membro di The Leading Hotels of the World, arroccato sulla scogliera davanti al Golfo di Napoli e al Vesuvio. La tradizione vuole che sotto la proprietà si trovino i resti di una villa dell’imperatore Augusto, e il passato si mostra ovunque: nelle colonne settecentesche, nei soffitti affrescati, negli arredi d’epoca. Le ottanta camere, di cui quarantanove suite, si dividono tra tre edifici, La Vittoria, La Favorita e La Rivale, immersi in un parco di due ettari tra agrumi e ulivi. Un ascensore porta gli ospiti direttamente dal porto all’albergo, comodità che i viaggiatori dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

Courtesy of Grand Hotel Excelsior Vittoria

Eppure molti di loro sono passati di qui. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Richard Wagner e Oscar Wilde, ma la storia più celebre è quella di Enrico Caruso, che vi soggiornò nel 1921, pochi mesi prima di morire. La sua suite è rimasta com’era, con il pianoforte, la lavagna, le lettere e le fotografie del tenore. Nel 1986 proprio in quella stanza dormì Lucio Dalla, che lì compose Caruso, una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Oggi anche il cantautore ha una suite a lui intitolata, e la Terrazza Vittoria, con il tramonto davanti al Vesuvio, è diventata il luogo simbolo di quella canzone.

L’attenzione all’accoglienza descritta nel libro si ritrova anche nel presente. La cucina è affidata all’Executive Chef Antonino Montefusco, che guida il ristorante stellato Terrazza Bosquet, l’Orangerie nell’aranceto accanto alla piscina e la Terrazza Vittoria, con ingredienti della Penisola Sorrentina e dell’orto dell’albergo. Nella serra ottocentesca è nata la spa La Serra, mentre lo champagne bar La Pergola si apre sulla piazza e sul mare sotto un glicine secolare.

E il legame con la storia del turismo non è soltanto un racconto: l’hotel ospita infatti una sala del Museo del Turismo e sostiene il FAI come Corporate Golden Donor. Il libro di Berrino restituisce la sua profondità, mostrando come l’attenzione al panorama, al servizio e al territorio fosse già scritta nel progetto originario, quando Sorrento stava ancora imparando a diventare una destinazione turistica.

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Le elezioni che possono cambiare il volto di Israele

A digital billboard featuring U.S. President Donald Trump and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu displays a message in Hebrew that reads, "President Trump: Vote Netanyahu. Only with him will we complete the mission," in Tel Aviv, Israel, Wednesday, Oct. 21, 2026. (AP Photo/Oded Balilty)

Israele vota oggi in una delle elezioni più importanti della sua storia. È il primo voto nazionale dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e arriva dopo due anni di guerre, crisi interne e crescente isolamento internazionale. La sfida è tra il premier Benjamin Netanyahu e un blocco di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot. Ma il risultato potrebbe non consegnare una maggioranza a nessuno dei due schieramenti. Secondo i sondaggi citati dal Financial Times, le forze di Eisenkot sono attese intorno a cinquantaquattro seggi, quelle di Netanyahu a cinquanta, su un totale di centoventi. Per governare ne servono sessantuno.

La posta in gioco va oltre la permanenza al potere di Netanyahu, che ha guidato il Paese per complessivi diciannove anni. «Non si tratta di un singolo insediamento, di una politica economica o di una questione specifica», ha detto al Financial Times l’analista Shmuel Rosner. «È in gioco l’identità stessa di questo luogo». La coalizione di Netanyahu, la più a destra nella storia israeliana, comprende forze che propongono di espellere i palestinesi da Gaza, annettere la Cisgiordania occupata e rilanciare la controversa riforma della giustizia che nel 2023 aveva portato centinaia di migliaia di persone in piazza.

L’opposizione promette invece di cancellare le parti della riforma già approvate, istituire una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità per il fallimento della sicurezza il 7 ottobre e porre fine all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Netanyahu e i suoi alleati hanno finora resistito alla richiesta di un’inchiesta statale e rinviato più volte la legge sulla leva degli ultraortodossi, un tema sempre più divisivo in una società in cui molti riservisti sono chiamati a prestare servizio per lunghi periodi.

In un reportage del New York Times, Roger Cohen racconta questa frattura attraverso due figure agli antipodi. Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa e uno dei principali promotori della riforma giudiziaria. Vive in un insediamento in Cisgiordania e rivendica il controllo israeliano sulla terra: «No a uno Stato palestinese, mai». Dall’altra c’è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, che ha scelto di candidarsi nella lista del partito arabo Raam. Il suo obiettivo è costruire un’alleanza tra cittadini ebrei e arabi e difendere l’idea di Israele come Stato democratico e pluralista.

Il contrasto non riguarda soltanto il futuro dei territori occupati. Segalovitz teme che la visione della destra finisca per creare uno Stato che governa un altro popolo senza riconoscergli pari diritti. «Israele è molto più forte di qualsiasi leader», sostiene, in opposizione a un sistema politico sempre più identificato con Netanyahu. Cohen osserva che la campagna elettorale si concentra soprattutto sulla permanenza o sulla rimozione del premier, mentre la condotta della guerra a Gaza, che secondo le autorità sanitarie locali ha causato oltre 74mila morti palestinesi, è rimasta ai margini del dibattito.

Netanyahu ha puntato sulla sicurezza. Negli ultimi giorni di campagna ha rilanciato la minaccia iraniana e promesso di riprendere la guerra contro Teheran. I suoi avversari lo accusano invece di usare i pericoli esterni per evitare di rispondere del disastro del 7 ottobre. «La sicurezza di Israele non è una merce di scambio politico», ha scritto Eisenkot, ricordando che il governo era in carica quando Hamas ha att

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Il campo largo che vuole Bettini rischia di passare sopra la sovranità ucraina

La Segretaria del Partito Democratico Elly Schlein con Goffredo Bettini all’evento ’60 under 30 Università Link — Roma—Italia — Venerdì 9 Ottobre 2026 - Politica - (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) , Democratic Party Secretary Elly Schlein and Goffredo Bettini at the event ’60 Under 30 – Link University— Rome— Italy , October 9 , Friday 2026 - Politics - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Il centrosinistra deve allargarsi, evitare una sfida a due alle primarie e soprattutto non perdere di vista l’obiettivo di battere Giorgia Meloni. Goffredo Bettini, tra i fondatori del Partito democratico, torna a difendere l’alleanza con il Movimento 5 Stelle in un’intervista a Repubblica. Ma quando si arriva all’Ucraina, il suo invito al pragmatismo si trasforma in una ricostruzione della guerra che lascia fuori un pezzo fondamentale della storia: l’aggressione russa e il prezzo pagato da chi l’ha subita.

Sulle primarie, Bettini invita a non trasformare la scelta del candidato in una resa dei conti tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. «Francamente penso sia importante evitare il confronto a due», dice, perché ridurrebbe lo spazio per un’area di «democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti». Anche Matteo Renzi, secondo lui, deve stare nella coalizione: «Perché abbiamo bisogno di tutti e nessuno può assumersi la responsabilità di dire no, di fronte a una prova così decisiva come la costruzione dell’alternativa alla destra». La priorità, insiste, è non «rafforzare la propria mattonella» a scapito del progetto comune.

Poi arriva l’Ucraina, il tema che secondo Bettini rischia di far saltare l’alleanza. «Abbiamo fatto benissimo ad aiutare Kyjiv dopo l’aggressione criminale di Putin», premette. Ma subito dopo accusa le «classi dirigenti di Bruxelles» di aver parlato di «vittoria finale sulla Russia, persino mettendo in conto un conflitto atomico». È un’accusa pesante, formulata senza citare dichiarazioni o responsabilità precise. E soprattutto rovescia il punto di partenza: sostenere militarmente un Paese invaso non equivale a perseguire una guerra senza fine, né significa necessariamente puntare alla sconfitta totale della Russia.

Bettini riassume così la sua posizione: «Io dico sosteniamo la difesa dell’Ucraina, però no alle armi per una guerra infinita». Ma è quando passa alle condizioni di pace che la sua ricostruzione diventa più problematica. «Il problema è che i cinque stelle dicono, come Vannacci e Salvini, stop alle armi», osserva. Poi aggiunge che, finché l’Europa mantiene l’attuale linea, «mandare armi significa alimentare una guerra che cresce su se stessa». L’obiettivo finale, per lui, dovrebbe essere «una Ucraina neutrale, che la Russia non senta come una minaccia esistenziale. Dunque fuori dalla Nato e dentro l’Ue».

Il problema è che la presunta neutralità richiesta a Kyjiv coincide con una delle principali rivendicazioni strategiche di Mosca. E mentre Bettini parla di guerra che si alimenta da sola, la guerra continua a produrre vittime civili. Secondo la missione Onu per i diritti umani in Ucraina, solo a settembre di quest’anno gli attacchi hanno ucciso almeno 328 civili e ne hanno feriti 2.105, con un bilancio complessivo dell’ottantacinque per cento più alto rispetto allo stesso mese del 2025. Le Nazioni Unite segnalano anche l’intensificarsi degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche.

È legittimo discutere di negoziati, garanzie di sicurezza e perfino di un futuro assetto europeo. Ma una pace duratura non può essere costruita trattando l’aggressione come un dettaglio e la sicurezza dell’aggredito come una concessione da strappare. La stessa Unione europea ha ribadito che il percorso verso la pace non può essere deciso senza l’Ucraina e che i confini non devono essere modificati con la forza.

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Microsoft vuole risparmiare sulla forza lavoro per investire sull’intelligenza artificiale

FILE - A Microsoft logo is seen on a screen as people listen at an event at Microsoft headquarters, May 20, 2024, in Redmond, Wash. (AP Photo/Lindsey Wasson, File)

Microsoft offre incentivi all’uscita volontaria a un massimo di sessantamila dipendenti, circa il ventisette per cento della sua forza lavoro globale. Il gruppo sta pensando dunque di assottigliare il numero di dipendenti, ma intanto investe centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture necessarie a sostenerla. L’Associated Press scrive che il programma di tagli riguarda i dipendenti residenti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, fino al livello di vicepresidente.

Tra le divisioni coinvolte ci sono Xbox, Windows e Copilot, l’assistente di intelligenza artificiale integrato nei prodotti Microsoft. Restano esclusi, tra gli altri, i dipendenti che lavorano nelle vendite, nel marketing, nella cybersicurezza, nel quantum computing, nei data center e in alcuni gruppi di ingegneria. «Questa offerta dà ai dipendenti idonei che stanno valutando un futuro fuori dall’azienda una nuova possibilità di fare ora questo passaggio con il nostro sostegno», ha scritto Amy Coleman, responsabile delle risorse umane, in una comunicazione interna riportata dal Financial Times.

Il gruppo di Redmond, nello Stato di Washington, aveva circa 223mila dipendenti a fine giugno. La nuova iniziativa segue il programma di pensionamento volontario avviato a luglio per i lavoratori più anziani e con maggiore anzianità di servizio: oltre il trenta per cento degli 8.750 dipendenti interessati aveva accettato l’offerta. Questa volta, però, la partecipazione potrebbe essere inferiore, perché il programma non prevede incentivi aggiuntivi rispetto alle normali indennità di uscita.

Come detto, la scelta si inserisce in una fase di forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Microsoft sviluppa modelli propri e costruisce o prende in affitto nuovi data center per rispondere alla domanda crescente di capacità di calcolo. A luglio ha confermato una previsione di spesa in conto capitale di centosettantacinque miliardi di dollari per l’anno fiscale e ha comunicato di aver firmato contratti di locazione per centotrenta miliardi di dollari di data center nel solo quarto trimestre fiscale.

Questi investimenti stanno però mettendo sotto pressione i conti. Secondo il Financial Times, il flusso di cassa libero è diminuito del ventitré per cento su base annua nell’ultimo trimestre, a 19,6 miliardi di dollari. L’azienda deve quindi trovare un equilibrio tra l’espansione delle infrastrutture e la gestione delle risorse.

Microsoft precisa che il programma di uscite non nasce specificamente per compensare i costi degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Riflette invece, secondo una fonte citata dal quotidiano britannico, la rapidità con cui sta cambiando il lavoro e la volontà dei vertici di favorire nuove forme di organizzazione. L’azienda continua infatti ad assumere in aree strategiche e a fare controfferte per trattenere i talenti contesi dai concorrenti. La riduzione volontaria del personale e la corsa all’intelligenza artificiale procedono dunque insieme, mentre Microsoft cerca di adattare la propria struttura a un settore sempre più costoso e competitivo.

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Lula ha vinto le elezioni in Brasile, ma Flávio Bolsonaro chiede l’annullamento del voto

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto domenica, sconfiggendo al secondo turno il candidato di destra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Con il 100 per cento delle schede scrutinate, Lula ha ottenuto il 51,79 per cento dei voti, contro il 48,21 per cento del suo avversario, secondo i dati del Tribunale superiore elettorale. Il presidente uscente ha raccolto oltre 64,2 milioni di preferenze, circa 4,4 milioni in più rispetto a Bolsonaro, che ha però rifiutato di riconoscere il risultato e annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento delle elezioni.

La vittoria di Lula, che si prepara a iniziare il suo quarto mandato presidenziale, rappresenta un risultato senza precedenti nella storia democratica recente del Brasile. Dal ritorno della democrazia nel 1985, nessun candidato arrivato secondo al primo turno era riuscito a vincere il ballottaggio. Il 4 ottobre Bolsonaro aveva preceduto il presidente uscente, alimentando le aspettative di una vittoria della destra. Nelle tre settimane successive una vasta mobilitazione nelle piazze e sui social network ha modificato gli equilibri della campagna elettorale, consentendo a Lula di recuperare lo svantaggio.

Il presidente, che compirà 81 anni martedì, aveva già governato il Brasile dal 2003 al 2010, prima di tornare al potere nel gennaio 2023 dopo aver sconfitto Jair Bolsonaro alle presidenziali del 2022. Con il nuovo successo diventa il primo politico brasiliano a vincere quattro elezioni presidenziali. La sua affermazione interrompe inoltre una serie di vittorie della destra in America Latina, dove negli ultimi anni diversi governi progressisti sono stati sostituiti da amministrazioni conservatrici.

Il risultato è arrivato al termine di una giornata elettorale segnata da contestazioni e difficoltà organizzative. In diverse città, tra cui Salvador e San Paolo, sono stati segnalati problemi al trasporto pubblico che hanno impedito o ritardato l’arrivo degli elettori ai seggi. Nelle regioni meridionali, invece, piogge intense, allagamenti e interruzioni dell’elettricità hanno ostacolato le operazioni di voto. Entrambe le campagne hanno chiesto alle autorità di prolungare l’apertura dei seggi, sebbene per ragioni differenti.

Il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, già avvocato di Lula, ha quindi disposto un’estensione di due ore delle votazioni su tutto il territorio nazionale. La decisione, arrivata quando alcuni seggi avevano già terminato le operazioni, ha provocato confusione. In alcuni casi le sezioni elettorali non sono riuscite a riaprire dopo la chiusura, creando condizioni differenti per gli elettori.

È proprio su questo provvedimento che Flávio Bolsonaro ha costruito la sua contestazione. Parlando ai sostenitori riuniti a Brasília, il candidato sconfitto ha definito inspiegabile quanto accaduto e accusato Zanin di aver modificato le regole durante lo svolgimento delle elezioni, compromettendo a suo giudizio la parità di trattamento degli elettori. Ha quindi annunciato che i suoi avvocati chiederanno l’annullamento del risultato. Il margine di oltre quattro milioni di voti rende particolarmente difficile dimostrare che le irregolarità denunciate abbiano modificato l’esito delle elezioni.

Le principali autorità istituzionali brasiliane hanno intanto riconosciuto l’esito del voto. Tra queste figurano i presidenti della Corte suprema, del Tribunale superiore elettorale, del Senato e della Camera dei deputati. Kassio Nunes Marques, presidente del Tribunale superiore elettorale e giudice nominato alla Corte suprema da Jair Bolsonaro, ha confermato la vittoria di Lula, sostenendo che il prolungamento delle votazioni non abbia compromesso la regolarità dello scrutinio. 

Il rifiuto di riconoscere la sconfitta richiama quanto accaduto nel 2022, quando Jair Bolsonaro contestò la vittoria di Lula. L’ex presidente è stato successivamente condannato a 27 anni di carcere per aver partecipato a un piano golpista finalizzato a impedire il trasferimento del potere. Attualmente sta scontando la pena agli arresti domiciliari. Flávio Bolsonaro, 45 anni, avvocato ed ex senatore di Rio de Janeiro, aveva raccolto l’eredità politica del padre proponendo una linea conservatrice sulla sicurezza e sulle relazioni internazionali.

La rimonta di Lula si è costruita soprattutto dopo il primo turno. La sconfitta del 4 ottobre aveva imposto una riorganizzazione della campagna del Partito dei Lavoratori, che ha intensificato la presenza nelle piazze e la mobilitazione degli elettori più giovani. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni contro Bolsonaro nelle principali città del paese, mentre una campagna digitale coordinata dal deputato André Janones ha raggiunto milioni di utenti attraverso WhatsApp.

Il canale denominato Exército do Lula, che ha superato i dieci milioni di iscritti, è diventato uno degli strumenti principali della mobilitazione digitale, diffondendo contenuti e iniziative per incoraggiare la partecipazione al voto. La campagna ha puntato in particolare sugli elettori che si erano astenuti al primo turno e su quelli che avevano sostenuto candidati esclusi dal ballottaggio.

Durante le ultime settimane Lula ha inoltre concentrato la propria comunicazione sulla difesa dei programmi sociali, dei diritti dei lavoratori e della sovranità nazionale. Ha ricordato i risultati ottenuti dal suo governo nella riduzione della povertà, della disoccupazione e della deforestazione, accusando il rivale di voler ridimensionare la protezione sociale e avvicinare eccessivamente il Brasile agli Stati Uniti. Tra le misure promosse durante la campagna figurano un aumento del 15 per cento dei principali trasferimenti sociali, già in fase di attuazione, e una proposta per rendere gratuito il trasporto pubblico nei fine settimana, che dovrà essere sottoposta al Congresso.

Il presidente ha anche riconosciuto la necessità di governare per l’intera popolazione, compresi gli elettori che hanno scelto Bolsonaro. Il risultato mostra infatti un paese ancora profondamente diviso: quasi metà dei votanti ha sostenuto il candidato conservatore, nonostante la mobilitazione che ha permesso a Lula di ribaltare il risultato del primo turno.

La difficoltà principale per il presidente rieletto sarà però il rapporto con il Congresso. Le elezioni legislative hanno prodotto uno dei parlamenti più conservatori dalla fine della dittatura militare, e il Partito Liberale di Bolsonaro è tra le formazioni che hanno ottenuto i maggiori progressi. Secondo le proiezioni riportate da Reuters, il PL e i suoi alleati potrebbero controllare oltre 280 seggi alla Camera e fino a 50 al Senato, disponendo così di maggioranze sufficienti a ostacolare numerose iniziative del governo.

Lula dovrà quindi cercare accordi parlamentari per approvare le proprie riforme, a partire da quelle economiche e sociali. Il nuovo mandato si aprirà inoltre in una situazione finanziaria complessa. Il debito pubblico ha superato l’82 per cento del prodotto interno lordo, i tassi di interesse rimangono elevati e il governo prevede per il 2027 una crescita economica del 2,3 per cento. L’indebitamento delle famiglie rappresenta un’ulteriore preoccupazione, mentre gli investitori guardano con cautela alla prosecuzione delle politiche economiche sostenute dal presidente.

La rielezione avrà conseguenze anche sulla politica estera brasiliana. Durante la campagna Flávio Bolsonaro aveva promesso un maggiore allineamento con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, soprattutto sui temi della sicurezza, del commercio e della lotta alla criminalità organizzata. Lula ha invece insistito sulla necessità di preservare l’autonomia diplomatica del Brasile e di mantenere relazioni economiche con partner diversi, compresa la Cina.

Il presidente ha ribadito questa posizione anche nel discorso della vittoria, ripetendo che il Brasile non intende accettare una condizione di subordinazione rispetto ad altre potenze. Il messaggio era rivolto soprattutto a Washington, che sotto Trump ha cercato di rafforzare la propria influenza politica e strategica in America Latina. Nelle prime ore successive al risultato non sono arrivati commenti ufficiali dal presidente degli Stati Uniti, mentre diversi leader latinoamericani e il primo ministro canadese Mark Carney si sono congratulati con Lula.

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Netanyahu ammette il rischio di un Israele paria e punta sulle criptovalute

A poche ore dalle elezioni di domani, Benjamin Netanyahu lancia un messaggio che rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale: Israele deve prepararsi a un futuro in cui potrebbe non poter più contare né sugli aiuti militari americani né sull’accesso senza ostacoli al sistema finanziario internazionale. Tra le contromisure ipotizzate dal primo ministro uscente c’è anche il ricorso alle criptovalute. Una prospettiva che ha provocato la reazione della banca centrale e delle opposizioni.

«Dobbiamo prepararci a modi per aggirare le sanzioni bancarie attraverso un sistema economico alternativo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista a Channel 10. Alla domanda sull’impiego di blockchain e valute digitali, ha risposto: «Sì, è una delle possibilità. Ho già chiesto che venga preparato un piano».

Il primo ministro ha collegato questo scenario anche al futuro del sostegno statunitense. «È finita. È solo questione di tempo», ha detto riferendosi agli aiuti militari americani, avvertendo che gli Stati Uniti sono cambiati. L’attuale accordo tra Washington e Gerusalemme prevede però 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, in gran parte destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi.

La risposta della Banca d’Israele è stata netta. Sabato l’istituto ha avvertito che le criptovalute «non possono servire come mezzo per aggirare le sanzioni imposte a Israele», invitando la leadership politica a ridurre le tensioni internazionali. La priorità, secondo la banca centrale, dovrebbe essere preservare le relazioni economiche con i principali partner commerciali, non prepararsi a perderle.

Anche gli avversari politici hanno attaccato Netanyahu. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e sfidante del premier, lo ha accusato di stare «smantellando l’economia israeliana». Yair Lapid ha paragonato l’idea di un’economia alternativa a quella di Iran, Russia e Venezuela, Paesi che devono fare i conti con restrizioni finanziarie e difficoltà nei pagamenti internazionali.

Il rischio evocato da Netanyahu non nasce dal nulla, ma va distinto dalle misure già adottate. Regno Unito, Francia, Canada, Paesi Bassi e Spagna hanno annunciato o valutato iniziative contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Le misure comprendono strumenti diplomatici, commerciali e restrizioni rivolte a individui o aziende. Non equivalgono a un regime generalizzato di sanzioni bancarie contro Israele.

È proprio questo, tuttavia, il salto di scala che preoccupa alcuni osservatori. Se le restrizioni arrivassero a coinvolgere i rapporti tra banche, i servizi di corrispondenza e i pagamenti transfrontalieri, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre l’economia degli insediamenti. Come ha avvertito l’ex responsabile della vigilanza bancaria israeliana Yair Avidan, istituti stranieri potrebbero decidere di interrompere i rapporti con le controparti israeliane. Per un’economia fortemente integrata nei mercati globali, soprattutto nei settori tecnologico, finanziario e dei servizi, il problema non sarebbe soltanto trovare un sistema alternativo per trasferire denaro. Sarebbe mantenere l’accesso a credito, investimenti e reti commerciali internazionali. Le criptovalute possono facilitare alcuni trasferimenti, ma non sostituiscono queste infrastrutture. E le blockchain pubbliche, come hanno ricordato anche esponenti del settore, consentono di tracciare le transazioni: non sono uno strumento per rendere invisibili i flussi finanziari.

Netanyahu presenta dunque come una misura di preparazione ciò che i suoi critici considerano il segnale di un fallimento politico. Invece di prevenire l’isolamento, sostengono, il governo starebbe pianificando come sopravvivergli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre cerca di difendere la propria leadership alla vigilia del voto, in un contesto in cui la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti e le violenze in Cisgiordania hanno aggravato le tensioni con diversi partner occidentali.

La questione è anche economica: prospettare pubblicamente la possibilità di sanzioni finanziarie può alimentare l’incertezza tra investitori e imprese, prima ancora che vengano adottate nuove misure. Il messaggio di Netanyahu è che Israele deve prepararsi a fare da sé. La replica della banca centrale è che l’obiettivo dovrebbe essere evitare di arrivare a quel punto.

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Matteo Salvini è stato rieletto segretario della Lega

Matteo Salvini è stato confermato segretario della Lega per la quarta volta, ottenendo 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia. Il risultato del congresso straordinario, concluso domenica a Milano, gli assegna un nuovo mandato di quattro anni, fino al 2030. Nel suo intervento, il vicepresidente del Consiglio ha annunciato che chiederà al governo di interrompere l’invio di finanziamenti e armi all’Ucraina, una posizione destinata ad aprire un nuovo confronto all’interno della maggioranza guidata da Giorgia Meloni. La votazione si è svolta a scrutinio segreto, con 611 voti espressi. Salvini ha ottenuto circa il 76 per cento delle preferenze, mentre Garavaglia si è fermato al 24 per cento. Alla proclamazione del risultato sono seguiti gli applausi dei delegati e un abbraccio sul palco tra i due candidati. La conferma del segretario era considerata probabile, ma il consenso raccolto da Garavaglia ha mostrato quanto sia consistente la parte del partito che chiede un cambiamento della linea politica e dell’organizzazione interna.

Il passaggio più rilevante del discorso di Salvini ha riguardato la guerra in Ucraina. Prima del voto, il segretario aveva chiesto ai delegati di sostenerlo nella richiesta di interrompere gli aiuti italiani a Kyjiv. «Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina», ha dichiarato, invitando i presenti a esprimere il proprio consenso per alzata di mano.

Le divergenze emerse al congresso non riguardano però soltanto la politica estera. La candidatura di Garavaglia è stata sostenuta dall’area della Lega che negli ultimi mesi ha criticato il progressivo indebolimento del partito nei territori settentrionali, tradizionalmente centrali nella sua storia politica. Il senatore ha spiegato di essersi candidato per invertire il calo dei consensi, ricordando che la Lega aveva ottenuto l’8,8 per cento alle elezioni politiche senza riuscire successivamente a recuperare terreno.

Garavaglia ha proposto un maggiore coinvolgimento degli amministratori locali e una direzione meno concentrata sulla figura del segretario. Durante il suo intervento ha indicato Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e lo stesso Salvini come figure da valorizzare nella guida del partito. Dopo la sconfitta ha giudicato positivamente il risultato, ottenuto senza una struttura organizzativa a sostegno della sua candidatura, e ha assicurato la disponibilità a lavorare insieme alla maggioranza.

Le critiche alla gestione del partito erano emerse già nella prima giornata del congresso, soprattutto negli interventi dei rappresentanti delle regioni settentrionali. Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e tra i principali esponenti dell’area critica, aveva spiegato che la richiesta di un confronto politico nasceva dalla perdita di consenso tra gli elettori e non da una contrapposizione personale con Salvini. Dopo il voto, Romeo ha sostenuto che il risultato di Garavaglia conferma l’esistenza di un malessere reale, non limitato alla Lombardia.

Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto apertamente le difficoltà del partito. «Va tutto bene? No, non va tutto bene», ha detto ai delegati, citando il caso di Bergamo, dove la Lega è passata da risultati vicini al 50 per cento a percentuali intorno al 20 per cento. Giorgetti ha inoltre ribadito la propria preferenza per una Lega nazionale ma non nazionalista, fondata sulle identità territoriali. Ha avvertito che una presenza prolungata nelle istituzioni può indebolire il rapporto con gli elettori e la capacità del partito di rappresentarne le richieste.

Il confronto ha riportato al centro del dibattito l’autonomia regionale e il federalismo, temi che avevano caratterizzato la Lega delle origini, guidata da Umberto Bossi. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha insistito sulla necessità di difendere le competenze delle regioni dalle decisioni del governo centrale, mentre l’ex presidente del Veneto Luca Zaia ha richiamato l’importanza dell’autonomia e dell’identità settentrionale. Le loro posizioni hanno evidenziato le differenze tra chi vorrebbe rafforzare il radicamento territoriale del partito e chi sostiene la linea nazionale sviluppata sotto la guida di Salvini.

Una prima risposta organizzativa è arrivata con la modifica dello statuto, approvata nella giornata di sabato. La Lega istituirà una segreteria politica composta da un massimo di nove membri, rappresentativi dei livelli nazionale, regionale e locale. I componenti saranno nominati e potranno essere revocati dal segretario federale. La nuova struttura dovrebbe consentire una maggiore partecipazione alla gestione del partito, pur mantenendo nelle mani di Salvini il potere di scegliere i suoi collaboratori.

Il segretario ha annunciato che si prenderà una o due settimane per definire la composizione dell’organismo. Tra i nomi considerati più importanti c’è quello di Zaia, che Salvini ha definito una risorsa preziosa. Non è ancora chiaro quale ruolo avranno gli esponenti che hanno sostenuto Garavaglia, né se Romeo manterrà l’incarico di capogruppo al Senato. Interrogato su quest’ultimo punto, Salvini ha rimandato la decisione ai senatori della Lega.

Il congresso ha portato anche alla presentazione di un nuovo simbolo. La denominazione proposta è Lega Italia federale, senza il nome di Salvini, presente nel precedente contrassegno elettorale. Al centro rimane la figura di Alberto da Giussano con la spada alzata, uno dei simboli storici del movimento. Salvini ha spiegato di essersi ispirato alla tradizione della Lega di Bossi e Roberto Maroni, sostenendo che la nuova identità debba conciliare la dimensione nazionale del partito con il federalismo.

Nel suo discorso Salvini ha cercato anche di ridefinire i rapporti con gli alleati. Ha confermato il sostegno a Meloni, dicendosi convinto che il centrodestra vincerà le prossime elezioni politiche, ma ha indicato come obiettivo quello di riportare la Lega al secondo posto nella coalizione, davanti a Forza Italia. Ha inoltre chiesto maggiore considerazione per il partito nelle amministrazioni regionali governate dal centrodestra, affermando che non intende più accettare un trattamento da alleato di secondo piano.

Il segretario è tornato anche sulla decisione di partecipare al governo di Mario Draghi insieme al Partito Democratico, definendola un errore di cui si assume la responsabilità. Ha difeso invece la collocazione europea della Lega nel gruppo dei Patrioti per l’Europa, sostenendo la necessità di cambiare profondamente le politiche dell’Unione Europea. Su immigrazione e cittadinanza ha confermato la contrarietà all’introduzione dello ius soli e dello ius scholae.

Un altro momento controverso del congresso ha riguardato i rapporti con la stampa. Salvini ha attaccato alcuni giornalisti, accusandoli di raccontare il partito in modo ostile, e ha rivendicato la decisione di tenere i cronisti accreditati fuori dalla sala dei delegati, facendoli seguire i lavori da un’area separata. Le dichiarazioni hanno provocato le proteste dell’Ordine dei giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione stampa parlamentare. Il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, ha ricordato che il compito dei giornalisti è fornire informazioni ai cittadini anche quando queste non sono gradite ai responsabili politici, chiedendo a Salvini di ritirare gli insulti.

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Giorgetti prepara la manovra, ma il vero ministro dell’Economia è il debito

La coperta è corta e il clima di burrasca resta all’orizzonte. Giancarlo Giorgetti torna a mettere in guardia la maggioranza alla vigilia del varo della legge di bilancio, atteso tra domani e mercoledì. Sabato il ministro dell’Economia, dall’assemblea della Compagnia delle Opere, ha rivendicato la prudenza sui conti pubblici. Ma dietro le sue parole c’è un problema che nessun annuncio può risolvere: le risorse disponibili non bastano a soddisfare tutte le promesse politiche.

La manovra vale 23,5 miliardi di euro. Tolti gli spazi di flessibilità legati a energia e difesa, restano circa nove miliardi per finanziare le altre misure. È su questo margine che si confrontano le priorità della maggioranza: aumentare i salari dei giovani, incentivare l’occupazione femminile, sostenere le famiglie, intervenire sulla sanità e alleggerire le imposte sul ceto medio.

Sul tavolo ci sono ipotesi ancora da definire. Per i giovani si studiano agevolazioni fiscali, compresa una possibile flat tax al 5 per cento per gli under 30-35 con redditi tra 20.000 e 30.000 euro. Le maxideduzioni per le assunzioni potrebbero salire dal 130 al 140 per cento per i giovani e al 180 per cento per le giovani madri. Forza Italia insiste sull’estensione del taglio dell’Irpef, mentre la Lega chiede di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni. Per la sanità si valuta un bonus o una card destinata soprattutto agli anziani e alle persone più fragili.

Ogni misura, però, ha un costo. E ogni priorità ne esclude potenzialmente un’altra. La tentazione di distribuire bonus per rispondere alle diverse sensibilità della coalizione si scontra con la necessità di concentrare le risorse su pochi obiettivi. Non a caso, la Cisl mette in guardia contro una manovra di taglio elettorale, invitando il governo a evitare una distribuzione a pioggia degli interventi.

A complicare il quadro c’è il confronto con le banche, alle quali l’esecutivo vorrebbe chiedere un contributo da cinque miliardi. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, ha avvertito che sarà difficile rinnovare un accordo con una controparte che non rispetta gli impegni. Anche questo fronte mostra quanto sia difficile trovare nuove risorse senza aprire un conflitto con chi dovrebbe metterle a disposizione.

Il problema, tuttavia, va oltre la singola legge di bilancio. Come raccontato su Linkiesta, il peso del debito rischia di diventare il vincolo decisivo per qualsiasi governo: gli interessi da pagare restringono lo spazio per investimenti e politiche pubbliche, mentre la crescita insufficiente rende più difficile alleggerire quel peso.

È qui che la prudenza invocata da Giorgetti incontra il limite strutturale della politica economica italiana. La manovra può distribuire risorse, correggere imposte e finanziare incentivi, ma non può moltiplicarle. E finché il debito continuerà ad assorbire una parte consistente della spesa pubblica, il margine per trasformare le promesse in interventi duraturi resterà ristretto. Il ministro dell’Economia può scegliere come usare la coperta. Non può allungarla per decreto.

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Vučić ha perso le elezioni in Serbia contro il movimento studentesco che aveva cercato di delegittimare

Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari anticipate in Serbia, vinte dal movimento nato dalle proteste studentesche contro la corruzione e il governo. Le prime proiezioni attribuiscono alla Lista degli studenti la maggioranza assoluta dei seggi, mettendo fine a oltre un decennio di predominio politico di Vučić e del suo Partito progressista serbo (SNS). Il voto di domenica ha registrato un’affluenza vicina al 70 per cento, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992.

La sconfitta è stata riconosciuta dallo stesso Vučić in un intervento dalla sede del suo partito a Belgrado, quando ancora non erano disponibili i risultati definitivi. Secondo le stime da lui comunicate, la Lista degli studenti dovrebbe ottenere tra 135 e 140 deputati sui 250 che compongono il parlamento serbo, contro i circa 105 del SNS. Una proiezione elaborata dagli istituti CeSID e Ipsos assegna invece 138 seggi al movimento studentesco e 104 al partito di Vučić. I seggi rimanenti dovrebbero essere distribuiti tra le formazioni rappresentative delle minoranze etniche.

L’annuncio ha provocato grandi festeggiamenti a Belgrado e in altre città del paese. Migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale, mentre alla sede della Lista degli studenti i sostenitori hanno accolto le prime proiezioni con applausi e cori. Radomir Saičić, professore dell’Università di Belgrado intervenuto a nome del movimento, ha dichiarato: «Stasera festeggiamo la vittoria, domani costruiremo il futuro».

Il risultato rappresenta un cambiamento particolarmente significativo per la politica serba. Il Partito progressista serbo è al potere dal 2012 e Vučić ha occupato le principali cariche dello Stato per oltre dodici anni. È stato primo ministro dal 2014 al 2017 e successivamente presidente della Repubblica, consolidando un sistema politico nel quale il suo partito ha esercitato una notevole influenza sulle istituzioni e sui principali mezzi di informazione.

Negli anni il presidente è stato accusato dalle opposizioni e dalle organizzazioni per i diritti civili di avere indebolito l’indipendenza delle istituzioni, limitato la libertà dei media e utilizzato strutture pubbliche per rafforzare il proprio potere. Vučić e il SNS hanno sempre respinto le accuse di corruzione e repressione degli oppositori. I suoi sostenitori gli riconoscono invece di avere contribuito alla modernizzazione del paese, attraverso investimenti nelle infrastrutture, nei trasporti, nella sanità e nell’istruzione.

La crisi politica che ha portato alle elezioni è cominciata il 1° novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha provocato la morte di 16 persone. La tragedia ha sollevato interrogativi sulla sicurezza delle opere pubbliche e sulle responsabilità delle autorità, alimentando accuse di corruzione, irregolarità nei lavori e mancanza di controlli adeguati.

Le prime manifestazioni, organizzate soprattutto dagli studenti universitari per chiedere giustizia e accertare le responsabilità del disastro, si sono progressivamente trasformate in una mobilitazione nazionale contro il governo. Alle proteste hanno aderito insegnanti, agricoltori, professionisti e altri settori della società serba. Nel corso di quasi due anni, le manifestazioni sono diventate le più importanti nel paese dalla caduta di Slobodan Milošević nel 2000.

Di fronte alla crescente pressione, Vučić ha indetto elezioni anticipate a settembre, scegliendo anche di dimettersi dalla presidenza per candidarsi nuovamente alla carica di primo ministro. Il suo secondo mandato presidenziale sarebbe terminato nel maggio del 2027 e la Costituzione serba gli impediva di concorrere per un terzo.

La decisione ha offerto al movimento studentesco la possibilità di trasformare la mobilitazione nelle piazze in una proposta politica. È nata così la Lista degli studenti, una formazione che non ruota attorno a un unico leader e che ha presentato 250 candidati provenienti da diversi ambiti della società civile, tra cui professori universitari, medici, agricoltori, attori e sportivi.

Il primo nome della lista è quello del cardiologo Ilija Srdanović, ma non è ancora stato chiarito chi potrebbe assumere la guida del governo. Una delle caratteristiche del movimento è proprio la scelta di affidare le candidature a figure esterne alla politica tradizionale, anziché agli studenti che hanno organizzato le proteste.

La campagna elettorale si è concentrata soprattutto sulla lotta alla corruzione, sulla responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di ridurre l’influenza dei partiti nella gestione dello Stato. Tra gli obiettivi indicati dal movimento figurano la rimozione dei funzionari coinvolti nelle repressioni delle manifestazioni, la fine delle nomine politiche alla guida delle imprese pubbliche, il rafforzamento del sistema educativo e la restituzione dell’indipendenza al servizio pubblico radiotelevisivo.

La Lista degli studenti ha cercato di costruire un consenso anche al di fuori delle grandi città e degli ambienti universitari, organizzando incontri nei centri rurali e nelle zone considerate tradizionalmente favorevoli a Vučić. Una strategia che le ha consentito di intercettare una parte del malcontento verso il governo, in un paese dove le opposizioni tradizionali erano rimaste a lungo frammentate.

Vučić ha reagito accusando ripetutamente il movimento di essere sostenuto da interessi stranieri, indicando in particolare presunti finanziamenti provenienti dalla Croazia e dal Montenegro. Gli studenti hanno respinto queste accuse. Nel discorso con cui ha riconosciuto la sconfitta, l’ex presidente ha inoltre attribuito parte della responsabilità del risultato ai media indipendenti serbi e a presunte interferenze di paesi europei e di settori dell’apparato statunitense, senza fornire elementi a sostegno di queste affermazioni.

Durante la campagna elettorale il SNS aveva puntato soprattutto sulla continuità economica e sulla stabilità, promettendo aumenti delle pensioni, degli stipendi pubblici e degli investimenti nella sanità. Vučić aveva inoltre presentato la propria esperienza diplomatica come una garanzia per mantenere gli equilibri internazionali della Serbia.

La vittoria della Lista degli studenti apre ora una fase politica il cui orientamento non è ancora del tutto definito, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. La Serbia è candidata all’adesione all’Unione Europea, ma il percorso di integrazione è stato rallentato dalle preoccupazioni europee sullo stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sulla corruzione. Il movimento studentesco ha finora dedicato maggiore attenzione alle questioni interne rispetto agli orientamenti internazionali. Non è quindi ancora chiaro in quale misura un eventuale nuovo governo intenda modificare la posizione della Serbia nei confronti di Bruxelles, Mosca e Pechino.

Durante gli anni di Vučić, Belgrado ha mantenuto rapporti stretti con la Russia, suo tradizionale alleato e principale fornitore di gas naturale, evitando di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Allo stesso tempo ha rafforzato le relazioni economiche con la Cina, importante investitore nel paese, e ha continuato a dichiarare l’obiettivo dell’integrazione europea. L’Unione Europea resta il principale partner commerciale della Serbia.

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