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Município de Tavira abre concurso para exploração de sete lojas nos Mercados de Tavira, Cabanas e Luz

O Município de Tavira abriu concurso público para a exploração de sete espaços comerciais nos mercados municipais de Tavira, Cabanas de Tavira e Luz de Tavira, criando novas oportunidades para empreendedores e investidores desenvolverem projetos nas áreas do comércio, serviços e restauração.

O concurso contempla três lojas no Mercado Municipal de Tavira, uma loja no Mercado da Freguesia de Cabanas de Tavira e três lojas no Mercado da Freguesia da Luz de Tavira, espaços que se destacam pela sua localização estratégica e pelo potencial para dinamizar a atividade económica local.

As concessões poderão vigorar por um período máximo de 10 anos, incluindo renovações, permitindo aos futuros concessionários assegurar estabilidade e consolidar a sua atividade em equipamentos municipais que recebem diariamente residentes e visitantes.

O valor mínimo global da taxa de compensação por loja é seguinte:

  • Lote 1 – Loja n.º 4 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 2 – Loja n.º 5 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 3 – Loja n.º 13 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 4 – Loja “Padaria” do Mercado de Cabanas de Tavira: 1.000 €
  • Lote 5 – Loja “Verde” do Mercado da Luz de Tavira: 500 €
  • Lote 6 – Loja “Vermelha” do Mercado da Luz de Tavira: 250 €
  • Lote 7 – Loja “Azul” do Mercado da Luz de Tavira: 250 €

Os interessados podem apresentar propostas até às 17h00 do dia 19 de novembro.

Com esta iniciativa, o Município pretende reforçar a atratividade dos mercados municipais, incentivar a criação de novos negócios e contribuir para a dinamização económica das freguesias, valorizando estes espaços como polos de proximidade, convivência e desenvolvimento local.

As peças do procedimento e demais informações encontram-se disponíveis nos serviços municipais e no site do Município de Tavira.

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Sete lojas nos mercados de Tavira estão a concurso com concessões até dez anos

O concurso abrange espaços em Tavira, Cabanas e Luz de Tavira. As propostas podem ser apresentadas até às 17h00 de 19 de novembro, com valores mínimos entre 250 e 5000 euros por loja.

O conteúdo Sete lojas nos mercados de Tavira estão a concurso com concessões até dez anos aparece primeiro em Barlavento.

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Cuba pierde población y envejece: casi uno de cada tres habitantes supera los 60 años

Cuba cerró 2025 con 9,4 millones de habitantes y casi el 27% de su población es mayor de 60 años, según un informe oficial. La isla perdió alrededor de 1,4 millones de habitantes desde 2016, en medio de una migración masiva y una baja natalidad. En La Habana, el envejecimiento demográfico coincide con los apagones y la falta de oportunidades laborales que afectan especialmente a los jóvenes.

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Roche congela gli investimenti: la cura dei conti può frenare quella dei pazienti?

Un investimento farmaceutico può sembrare una questione lontana dalla vita quotidiana fino a quando non ci si chiede dove verranno costruiti i laboratori, dove saranno prodotti i medicinali o in quale Paese si svolgeranno gli studi clinici che porteranno una nuova terapia ai pazienti. È da questa prospettiva che va letta la decisione di Roche: il gruppo svizzero ha messo in pausa le decisioni sui nuovi investimenti in Germania, contestando le politiche di contenimento dei costi sanitari.

La notizia non significa che Roche stia lasciando il Paese, che abbia fermato i cantieri in corso o che i pazienti tedeschi rischino oggi di non trovare i propri farmaci. Significa che, almeno per il momento, l’azienda vuole capire se le regole tedesche offriranno condizioni sufficientemente stabili per impegnare nuovo capitale. È una scelta aziendale, ma anche un segnale in un confronto che riguarda tutta l’Europa: come tenere insieme sostenibilità dei sistemi sanitari e capacità di attrarre ricerca e produzione?

Che cosa ha deciso davvero Roche

“Abbiamo messo in pausa tutte le decisioni sui futuri investimenti in Germania”, ha dichiarato Daniel Steiners, responsabile di Roche nel Paese, in un’intervista al quotidiano Welt. Il manager ha criticato le misure adottate per contenere i costi della sanità pubblica tedesca, sostenendo che abbiano ridotto la fiducia dell’industria nelle istituzioni.

La formulazione è importante: Roche ha sospeso le decisioni future, non ha annunciato l’annullamento degli investimenti già approvati. Tra questi c’è il progetto di Penzberg, in Baviera, dove l’azienda sta costruendo un nuovo centro produttivo per la diagnostica.

Le prossime decisioni, come dove ampliare la produzione, aprire un laboratorio o collocare un progetto di ricerca, potrebbero essere rinviate finché l’azienda non avrà maggiore chiarezza sulle regole.

La notizia Che cosa sappiamo
Decisioni future Roche le ha messe in pausa in Germania
Progetti già avviati Il centro produttivo di Penzberg, oltre 600 milioni di euro, non è coinvolto
Effetti sui pazienti Non è stato annunciato alcun taglio immediato alle cure o ai farmaci
Ragione del confronto Roche contesta le misure di risparmio e chiede condizioni più prevedibili

Perché Berlino vuole contenere la spesa sanitaria

La decisione arriva dopo l’approvazione della riforma delle assicurazioni sanitarie pubbliche tedesche, il sistema GKV. Come molti sistemi europei, anche quello tedesco deve affrontare una pressione crescente sui conti: la spesa sanitaria aumenta, mentre il governo cerca di evitare che il disavanzo si traduca in contributi più alti per cittadini e imprese.

Le stime del Ministero della Salute tedesco indicano un disavanzo potenziale di circa 19 miliardi di euro nel 2027, che potrebbe salire a 44 miliardi nel 2030 in assenza di interventi. La legge approvata dal Bundestag il 10 luglio punta a frenare la crescita delle spese in diversi ambiti del sistema. Il governo la presenta come una misura necessaria per stabilizzare i contributi e garantire la tenuta finanziaria della sanità pubblica.

È un’esigenza concreta, non un dettaglio contabile. Per le famiglie, infatti, il costo della sanità può arrivare attraverso contributi e tasse, ma anche con le spese sostenute direttamente quando i servizi pubblici non riescono a rispondere in tempi adeguati. Per questo la discussione non può ridursi a una contrapposizione semplice tra imprese e cittadini: il sistema deve riuscire a pagare le cure oggi senza compromettere le risorse necessarie per quelle di domani.

Roche, dal canto suo, sostiene che concentrarsi sui risparmi di breve periodo non risolva i problemi strutturali delle assicurazioni sanitarie. È la posizione dell’azienda, che ha un interesse diretto a difendere le condizioni economiche del settore. Il governo tedesco sostiene, invece, che limitare la crescita della spesa sia indispensabile per evitare aumenti dei contributi e mantenere sostenibile il sistema. Il punto di frizione sta nel modo in cui si distribuisce il costo della riforma e nell’effetto che le nuove regole possono avere sulle scelte industriali.

La posta in gioco: capitali, competenze e ricerca

La mossa di Roche arriva, inoltre, dopo che Eli Lilly, a giugno, aveva annunciato di voler dimezzare gli investimenti previsti in Germania, inizialmente pari a 2,3 miliardi di euro. Anche in quel caso, il confronto con le politiche sanitarie tedesche era al centro della vicenda. Due decisioni non bastano per parlare di un esodo dell’industria farmaceutica, ma sono sufficienti per riaccendere l’attenzione sulle condizioni che le imprese considerano quando scelgono dove investire.

La Germania, peraltro, resta un polo importante per Roche. A Penzberg l’azienda ha inaugurato nel febbraio 2026 un centro per l’innovazione diagnostica da circa 300 milioni di euro. A questo si aggiunge il nuovo centro produttivo da oltre 600 milioni. Sono progetti diversi e in fasi diverse, ma mostrano perché la sospensione delle nuove decisioni vada letta come un avvertimento sulle scelte future, non come la cancellazione di quanto è già stato realizzato o avviato.

L’Europa è già al centro di una competizione globale

Il caso tedesco si inserisce in una discussione più ampia. A settembre, i vertici di nove aziende farmaceutiche europee, tra cui Roche, hanno chiesto a Unione europea e governi nazionali di investire di più nel settore, accelerare gli studi clinici e rafforzare la protezione della proprietà intellettuale.

La quota europea nella ricerca e sviluppo farmaceutica globale è scesa dal 43% del 1990 al 31%; quella negli studi clinici commerciali si è dimezzata nell’ultimo decennio, arrivando al 9%. Le imprese indicano la concorrenza di Stati Uniti e Cina come una delle ragioni per cui l’Europa dovrebbe rendere più attrattivo il proprio ecosistema. Sono dati e valutazioni presentati dall’industria: riflettono il punto di vista delle aziende, ma aiutano a comprendere perché la decisione di Roche venga osservata anche oltre i confini tedeschi.

La competitività farmaceutica, infatti, non dipende da un solo fattore. Conta il costo dei farmaci, ma anche quanto tempo occorre per avviare uno studio, ottenere autorizzazioni, negoziare il rimborso e portare una terapia ai pazienti. Una ricerca che nasce in Europa, ma viene sviluppata o commercializzata altrove può creare valore in altri Paesi: occupazione qualificata, know-how e attività produttive comprese.

Per chi si cura, l’effetto di queste dinamiche non è immediato né automatico. La pausa di Roche non prova che una terapia sarà ritardata o che l’accesso ai farmaci peggiorerà. Il rischio, se mai, si misura nel tempo: un territorio che perde attrattività può essere meno spesso scelto per le nuove attività e questo può incidere sulla rete di ricerca e produzione da cui dipende la disponibilità futura dell’innovazione.

Perché la vicenda riguarda anche l’Italia

L’Italia osserva questa partita da una posizione particolare: è un Paese con una filiera farmaceutica e produttiva rilevante, ma deve continuare ad attirare capitali e lavorazioni ad alto valore aggiunto. QuiFinanza ha raccontato il peso del comparto dei farmaci conto terzi: secondo l’analisi pubblicata sul tema, il settore italiano vale 4,3 miliardi di euro e rappresenta circa il 24% del mercato europeo.

Anche per il nostro Paese, dunque, la questione non è soltanto quanto si spende per la sanità. È capire come rendere compatibili la tutela dei conti pubblici e un ambiente in cui imprese e centri di ricerca abbiano ragioni concrete per investire. La spesa sanitaria italiana è in aumento e questo non sempre si traduce in servizi più accessibili o in un rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale.

Tenere sotto controllo i bilanci è necessario. Atrettanto necessario è evitare che il risparmio immediato indebolisca le capacità che servono a produrre innovazione, attrarre competenze e garantire cure nel tempo. Non esiste una soluzione semplice, né la scelta di un’azienda può dettare da sola le politiche sanitarie, ma quando un gruppo come Roche mette in pausa le decisioni future, il messaggio riguarda anche la qualità delle regole e la fiducia che un sistema riesce a offrire.

Per i pazienti non c’è, oggi, una conseguenza diretta annunciata. Per i governi e per l’industria, invece, la sfida è già aperta: trovare un equilibrio in cui la sostenibilità della sanità non si misuri soltanto con i risparmi ottenuti nell’anno successivo, ma anche con la capacità di continuare a innovare e produrre in Europa.

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Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

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Senza la Cina l’auto europea può tornare a volare sui mercati. Parola di Citi

Sono tanti, forse inaspettati, gli effetti benefici dell’accordo tra Cina ed Europa sulle importazioni di auto ibride. Primo tassello, per non dire pietra angolare, della strategia messa a punto dalla Commissione europea per tentare di pareggiare il conto con Pechino sul versante commerciale. Dopo aver costretto i costruttori cinesi a deviare il loro percorso verso il Golfo, reazione naturale al fatto che in Europa i costruttori del Dragone potranno vendere la metà delle auto fin qui piazzate, adesso saranno i mercati a sorridere alla case europee. Parola di Citi, una delle più grandi banche d’affari del mondo. La quale in un report mette nero su bianco i nuovi vantaggi dell’intesa sottoscritta dieci giorni fa.

Ebbene, le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026. Il meccanismo, della durata di quattro anni, consentirebbe un aumento del limite del 6% annuo.

Secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. Secondo gli analisti, in sintesi, l’intesa potrebbe offrire ai costruttori europei una tregua sul fronte commerciale, pur nella consapevolezza che il recupero di attrattività dei titoli resta legato all’attuazione delle restrizioni e alla capacità dei gruppi di migliorare margini e competitività. Le misure non eliminerebbero infatti il divario tecnologico e di costo con i concorrenti cinesi, che stanno già accelerando gli investimenti produttivi all’interno dell’Unione europea.

Si diceva del Golfo. La verità, oltre al fatto che i costruttori europei potrebbero presto riguadagnare il terreno perduto, è che tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita.

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Reunião de monitorização e acompanhamento da execução do Programa Regional ALGARVE 2030 

A concretização dos investimentos financiados pelo Programa Regional ALGARVE 2030 e o cumprimento dos compromissos financeiros assumidos para 2026 estiveram

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El petróleo sube su precio mientras Trump apunta a India para refinar crudo venezolano

El barril del crudo Brent, de referencia internacional, rozó los 112 dólares este 20 de octubre. El valor más alto desde el pasado mayo. Por otro lado, Estados Unidos sigue buscando alternativas para ampliar la oferta dentro del mercado energético y consulta sobre la capacidad de India para refinar el petróleo venezolano.

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