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Risiko bancario, Intesa Sanpaolo incassa il via libera della Bce all’offerta per Mps

Intesa Sanpaolo S.p.A. (“ISP”) ha ricevuto dalla Banca Centrale Europea l’autorizzazione preventiva all’acquisizione della partecipazione diretta di controllo in Mps e all’acquisizione delle partecipazioni indirette di controllo in Wise Dialog Bank S.p.A., Mediobanca – Banca di Credito Finanziario S.p.A., Mediobanca Premier S.p.A. e Compass Banca S.p.A., nonché all’acquisizione di una partecipazione indiretta qualificata in Banca Progetto S.p.A., ai sensi degli artt. 19 e 22 del D. Lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (“TUB”). La Banca Centrale Europea ha contestualmente rilasciato l’autorizzazione ad acquisire una partecipazione in Mps e nelle sue partecipate il cui valore supera complessivamente il 10% dei fondi propri consolidati del Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo ai sensi degli artt. 53 e 67 del TUB e della relativa disciplina di attuazione.

Sempre in data odierna, ISP ha ricevuto dalla Banca d’Italia l’autorizzazione preventiva all’acquisizione di partecipazioni indirette di controllo in Monte Paschi Fiduciaria S.p.A., Spafid S.p.A., MBPS Leasing S.p.A., MBCredit Solutions S.p.A., MBFacta S.p.A. e Mediobanca SGR S.p.A. nonché l’acquisto di partecipazioni indirette qualificate in Fidi Toscana S.p.A. e nelle società di gestione del risparmio del Gruppo Generali, il tutto ai sensi della disciplina applicabile.

“Attraverso questa operazione noi riusciamo a stabilizzare il risparmio nel nostro Paese e a mettere in sicurezza l’indipendenza di Generali, che non sarà più scalabile una volta che noi avremo più del 13%, e saremo disponibili, come ho già ripetuto più volte, a condividere questo elemento di stabilità con Unicredit, con Delfin, con Caltagirone, con Benetton, con tutti coloro che oggi sono azionisti di Generali e non abbiamo nessuna volontà di interferire sulla gestione di Generali, ma quello che ci interessa è stabilizzare il risparmio”. Lo ha detto il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, interpellato sull’offerta sul Montepaschi al festival di Moneta. “Lo facciamo per l’Italia, lo facciamo anche per Intesa Sanpaolo”, perché “è chiaro che se qualcuno acquisisse Generali in Italia potrebbe diventare un leader nel wealth management e quindi per noi questa operazione è anche un’operazione difensiva”. 

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Reintegro dei medici “Novax”, Bonetti: Con Green pass abbiamo salvato il Paese

(Agenzia Vista) Roma, 27 ottobre 2026
“Vorrei chiedere ai colleghi del Pd di sottoscrivere l’emendamento che è stato presentato. Sulla dichiarazione di voto, rinnovo la solidarietà a Roberto Speranza. Green pass e obbligo vaccinale non è stato introdotto per forme ideologiche, ma per una documentata relazione da parte della scienza. Abbiamo salvato il Paese”, o ha detto Elena Bonetti di Azione in Aula alla Camera.
Camera
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Ok della Camera a reintegro medici “Novax” radiati durante il Covid,

(Agenzia Vista) Roma, 27 ottobre 2026
Con 126 voti favorevoli, 113 contrari e 2 astenuti, l’Aula di Montecitorio ha deciso di mantenere nel disegno di legge sul riordino delle professioni sanitarie l’articolo 8, che apre alla possibilità di reiscrizione all’Albo per i sanitari radiati durante la pandemia di Covid-19. La norma non prevede il reintegro automatico, ma consente ai professionisti espulsi per fatti non dolosi di presentare una richiesta di reiscrizione all’Albo. La domanda dovrà essere presentata entro 60 giorni dall’entrata in vigore della disposizione.
Camera
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Forum Economico Moneta 2026, Pres. Meloni: “Comprendere l’economia fa essere liberi, chi la racconta offre un servizio al Paese”

“Voglio ringraziare e salutare il direttore Cerno, i vicedirettori, gli editori, la famiglia Angelucci e tutta la redazione de il Giornale e di Moneta. Siamo in dirittura d’arrivo per la legge di Bilancio che faremo approdare in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è far quadrare i conti e mantenere gli impegni presi, a partire dalla difesa dei salari, del potere d’acquisto del ceto medio, delle imprese, della sanità e dei giovani. Cercheremo di fare del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative, nei limiti delle risorse disponibili. Molto spesso sembra che la polemica abbia molto più spazio delle soluzioni che si cerca di dare ai cittadini. Il lavoro che la redazione sta facendo è molto prezioso. In un tempo in cui la carta stampata non se la passa benissimo, avviare questa iniziativa editoriale richiede grande coraggio. Viviamo in un’epoca in cui quando qualcosa accade dall’altra parte del globo ha delle ripercussioni dirette su di noi. Comprendere l’economia è un altro modo di essere liberi e chi la racconta fa un servizio ai cittadini, alle imprese e alla politica. Ringrazio dunque tutti coloro che lavorano e si impegnano per dare speranza all’Italia”. Lo ha detto Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, intervenendo alla prima edizione del Forum Economico Moneta, dal titolo “Competere nel nuovo scenario globale”.

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Governo, elezioni anticipate a maggio? Tutto dipende da Salvini e dalla Consulta. Ecco perché

Governo Meloni e il rebus delle elezioni

In una giornata vissuta nell’attesa dei risultati delle elezioni in Israele, a tenere banco nella politica interna è la legge di bilancio che domani alle 15 dovrebbe essere approvata in Consiglio dei Ministri, ma soprattutto la data delle elezioni, che si sta trasformando in un rebus nel quale ogni ipotesi è valida. “Radiochigi” nelle ultime ore sembrava propendere per una data: 23 maggio, accorpando le Amministrative (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna ecc.) alle Politiche.

Si tratterebbe dunque di anticipare, seppur di poco, la scadenza naturale del mandato (fine settembre). Il condizionale è d’obbligo, non soltanto per ragioni costituzionali (lo scioglimento delle camere è prerogativa del Presidente della Repubblica), ma perché sull’anticipo, più che sulla data in sé, è necessario trovare l’accordo con gli alleati. E su questo la linea Meloni si scontra con quella di Tajani e soprattutto Salvini. “Se si vota a maggio la vedo molto complicata per l’autonomia differenziata”, insorge il ministro Roberto Calderoli. “L’autonomia sia un pilastro del governo”, rincara la dose Luca Zaia incalzando Salvini. Il ragionamento è semplice: se si vota a maggio non ci sono i tempi per approvare l’autonomia differenziata da parte del Parlamento e dunque meglio votare a settembre/ottobre, a scadenza naturale.

A maggior ragione dopo il congresso di Milano che ha nuovamente incoronato Salvini, consegnandogli però una linea precisa da tenere, quella di approvare l’autonomia, appunto. Il ragionamento che si fa dalle parti di Palazzo Chigi, invece, tende a votare alla prima data ragionevolmente possibile, per due motivi: il primo è evitare il logoramento di una campagna elettorale lunghissima, le avvisaglie della quale già si vedono nelle ultime settimane; il secondo è che prima si vota, meno rischi di bocciatura della legge elettorale da parte della Consulta ci sarebbero. Il secondo punto è però controverso. E’ vero che il famoso Porcellum (la legge elettorale del 2005 con la quale si votò nel 2006, 2008 e 2013) fu bocciato soltanto nel 2014, ma è pur vero che sullo Stabilicum pendono già 25 ricorsi, e la prima udienza, del tribunale di Trento, risulta già calendarizzata per il 16 dicembre, con conseguente sentenza della Corte Costituzionale che potrebbe arrivare già a gennaio ‘27.

Che cosa accadrebbe in questo caso con una sentenza sfavorevole allo Stabilicum? Probabilmente la Corte potrebbe dichiarare la legge elettorale parzialmente illegittima, con conseguente probabile espunzione della parte riguardante il premio di maggioranza. Un bel caos. Eppure dalle parti di via della Scrofa c’è un moderato ottimismo. I sondaggi danno Fratelli d’Italia stabilmente a ridosso del 30%, come scrive anche Affaritaliani, Vannacci sembra aver arrestato la corsa e il Campo largo deve barcamenarsi tra le Primarie e gli imbarazzi del tema sicurezza, compresi gli scontri di piazza delle scorse settimane. Tra gli scontri, lo sciopero generale di venerdì prossimo, gli esiti elettorali a sorpresa in Brasile e l’attesa per le elezioni in Israele e per quelle di midterm negli Stati Uniti, è decisamente un autunno caldo.

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Estrazioni Lotto, Superenalotto, 10eLotto di oggi martedì 27 ottobre: i numeri vincenti

Lotto oggi, estrazione di martedì 27 ottobre 2026

Ecco le estrazioni del Lotto di oggi:

BARI 65 57 90 11 73

CAGLIARI 33 23 74 87 08

FIRENZE 42 04 13 18 20

GENOVA 32 42 69 22 50

MILANO 57 41 39 10 03

NAPOLI 58 22 28 45 39

PALERMO 21 03 66 26 06

ROMA 51 31 64 89 37

TORINO 70 08 90 78 26

VENEZIA 65 53 03 36 56

NAZIONALE 44 28 46 23 02 

Superenalotto, l’estrazione di oggi

Ecco la combinazione vincente del concorso SuperEnalotto di oggi: 23-34-44-48-64-70. Numero Jolly: 29. Numero Superstar: 28. Nessun “6” né “5+1” realizzati. Il jackpot stimato a disposizione del “6” per il prossimo concorso è pari a 46.600.000,00 euro

10eLotto, tutti i numeri vincenti

Numeri vincenti 10eLotto: 03 04 08 13 21 22 23 31 32 33 41 42 51 53 57 58 65 70 74 90 NUMERO ORO: 65 DOPPIO ORO: 65 57

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Ex Ilva, Mantovano ai sindacati: “Continuità per lo stabilimento di Taranto, fieri di aver estromesso Mittal”

“Domani il Cdm esaminerà il Ddl di Bilancio, ma vi è certamente l’impegno del governo per interventi di incentivazione all’esodo e agli investimenti nell’area di Taranto“. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano durante l’incontro con i sindacati sull’ex Ilva. Mantovano ha evidenziato inoltre che il governo è al lavoro, “nel quadro delle compatibilità finanziarie da individuare nell’ambito della prossima manovra, per un’estensione delle misure di sostegno al reddito e all’occupazione, anche attraverso interventi di incentivazione all’esodo e di accesso anticipato alla pensione e si è impegnato a fornire dettagli sul contenuto e i requisiti delle singole misure non appena saranno definiti i saldi di finanza pubblica e, conseguentemente, le risorse destinate allo scopo”. 

 “Tale impegno – ha aggiunto Mantovano, secondo quanto si apprende -, si fonda anche sulla disponibilità, allo stato e in prospettiva, delle risorse finanziarie occorrenti per portare a compimento il processo di decarbonizzazione. Ma questo incontro si svolge con delle variabili che ancora permangono. La prima riguarda gli esiti della procedura di vendita dei complessi aziendali facenti capo al Gruppo Ilva in amministrazione straordinaria e al Gruppo Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, nell’ambito della quale è stato fissato all’8 novembre 2026 il termine ultimo per la presentazione di offerte vincolanti, al momento mancano piano finanziario e industriale e questo impedisce di avere un quadro definitivo e specifico. La seconda variabile riguarda la decisione che vorranno assumere le Sezioni Unite della Corte di Cassazione e, più in generale, la conclusione del procedimento giurisdizionale che riguarda l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto“.

“Nel frattempo – ha precisato, sempre secondo quanto si apprende -, prosegue l’impegno dei commissari straordinari per garantire la continuità operativa degli stabilimenti del gruppo, nei termini consentiti dalle condizioni date. A tale proposito, il commissario Quaranta ha consegnato al tavolo uno schema di attività per i prossimi mesi riferito a ciascuno dei poli di Taranto, Genova e Novi Ligure. Resta fermo che: sono in corso iniziative per la ricerca di ulteriori commesse in grado di ridurre i periodi di inattività degli impianti; la domanda di esame congiunto per la cassa integrazione dei lavoratori del gruppo recentemente presentata dai Commissari, da un lato, si riferisce, per fornire garanzie, a un numero massimo di unità che non necessariamente corrisponde al numero di lavoratori che effettivamente saranno interessati dal trattamento e, dall’altro, presuppone in ogni caso il meccanismo di rotazione tra i lavoratori coinvolti dalla riduzione dell’orario di lavoro”.

“Sono fiero del fatto che questo governo abbia estromesso il socio Mittal tre anni prima dei recenti sviluppi giudiziari, tenendo conto delle anomalie che hanno concorso a determinare i guai successivi”. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano durante l’incontro sull’ex Ilva. “Voglio ribadire – ha aggiunto – che in questo tavolo non mi sento come una parte contrapposta all’altra. Questo era certamente la precedente gestione dell’ex Ilva, la cui fotografia, ferma restando la presunzione di non colpevolezza, è stata resa giudiziariamente nella giornata di ieri”.

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Morte Fakir, i periti: “Insufficienza respiratoria acuta”. Cocaina e posizione prona tra le cause, criticità nei soccorsi

Insufficienza respiratoria acuta, intossicazione da cocaina, problemi cardiaci e posizione prona. Sono i fattori individuati dai consulenti della Procura di Bologna nella relazione sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un intervento di polizia. Gli esperti hanno rilevato anche criticità nei soccorsi, precisando tuttavia che, anche con manovre tempestive e corrette, le probabilità di sopravvivenza sarebbero state intorno al 15%.

Cocaina, cardiopatia e posizione prona: per i consulenti l’insufficienza respiratoria fu fatale

La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia in via Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna, sarebbe stata provocata da una combinazione di fattori che hanno determinato una grave carenza di ossigeno. È quanto emerge dalle conclusioni della relazione dei consulenti della Procura di Bologna, che individuano nell’insufficienza respiratoria acuta la causa del decesso. Secondo i medici legali, la morte è “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia”.

Alla crisi respiratoria, definita dai consulenti “su base ipossica”, avrebbero contribuito anche l’agitazione psicomotoria, l’ipertermia legata all’intossicazione da cocaina e la posizione prona nella quale si trovava Fakir. Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato numerose lesioni sul corpo del 42enne. Le analisi, precisano i consulenti, “hanno messo in evidenza un esteso quadro traumatico di natura contusiva” che “non ha avuto un ruolo nel determinismo del decesso”.

La relazione distingue quindi il ruolo delle lesioni contusive da quello della posizione prona, indicata invece tra i fattori che hanno contribuito alla carenza di ossigeno.

Morte Fakir, i periti rilevano criticità nei soccorsi: “Interventi non aderenti ai protocolli”

La consulenza medico-legale si sofferma anche sull’intervento dei soccorritori e del personale sanitario, evidenziando problemi nelle procedure adottate durante l’emergenza.

“In definitiva sono ravvisabili delle criticità per quanto attiene la condotta del personale soccorritore e del personale sanitario successivamente intervenuto, poiché non risultate aderenti ai protocolli dell’emergenza sanitaria, né sotto il profilo della tempestività, né sotto quello dell’efficacia delle manovre stesse”.

I consulenti dei pubblici ministeri segnalano dunque carenze sia nei tempi sia nell’efficacia dell’assistenza prestata. Le conclusioni della relazione contengono però anche una valutazione sulle possibilità di salvare il 42enne, tenuto conto delle sue condizioni cliniche.

“Tuttavia, anche a fronte di un intervento tempestivo e correttamente eseguito le probabilità di sopravvivenza dell’Abderrahim sarebbero state attorno al 15%”, sottolineano i consulenti.

La Procura di Bologna dovrà valutare le conclusioni medico-legali nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Fakir. I rilievi sulle procedure di soccorso e la stima delle probabilità di sopravvivenza sono due elementi distinti della relazione: saranno gli inquirenti a stabilire se dalle criticità individuate possano emergere eventuali responsabilità penali.

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Brasile, il ritorno di Lula spiazza i mercati: conti pubblici e tassi al centro delle preoccupazioni

La sorprendente vittoria di Lula, le prevedibili sfide di governo

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio delle elezioni presidenziali in Brasile ha sorpreso sia gli investitori sia gli istituti che elaborano sondaggi. I mercati si erano posizionati in vista di una vittoria di Flávio Bolsonaro, dopo il primo turno e il rafforzamento della rappresentanza conservatrice in Parlamento. Lula, 81 anni, ha invece conquistato uno storico quarto mandato presidenziale, spingendo i mercati a rivedere le aspettative fiscali e monetarie per la più grande economia dell’America Latina.

L’analisi

La vendita degli asset brasiliani seguita alla rielezione di Lula mostra che molti investitori si erano posizionati in vista di un cambio di presidente. Tuttavia, le prospettive per l’economia brasiliana sono più stabili di quanto suggeriscano le oscillazioni degli asset del Paese, anche se una certa volatilità dei mercati è comprensibile, data la complessa storia delle politiche economiche brasiliane.

Nonostante la clamorosa rimonta politica di Lula, la composizione del Congresso brasiliano conta almeno quanto il risultato delle elezioni presidenziali. Nelle elezioni legislative svoltesi il 5 ottobre, insieme al primo turno delle presidenziali, i partiti conservatori hanno rafforzato la propria presenza in entrambe le Camere del Congresso. Il Partito Liberale di Bolsonaro ha ottenuto la più ampia rappresentanza parlamentare di un singolo partito dall’entrata in vigore della Costituzione del 1988, soprattutto al Senato. La sua maggiore influenza, insieme a quella degli altri rappresentanti conservatori, renderà più complessi i rapporti di Lula con il Parlamento.

Gli impegni di spesa di Lula, costosi, assunti durante la campagna elettorale dipendono dall’approvazione del Congresso. La composizione più conservatrice del Parlamento probabilmente limiterà l’espansione fiscale e potrebbe imporre un approccio pragmatico alla politica economica. Le voci progressiste che hanno sostenuto la vittoria di Lula potrebbero acquisire maggiore influenza, ma la realtà parlamentare ostacolerà cambiamenti significativi rispetto all’attuale quadro di politica economica. I mercati ricalibreranno le proprie valutazioni sui fondamentali del Brasile nel medio periodo, riconoscendo che Lula probabilmente accetterà alcuni vincoli e porterà avanti il proprio programma attraverso un Parlamento che né il suo partito né i suoi alleati hanno mai dominato.

Credibilità fiscale

Per il momento, prevediamo che il Brasile registrerà un moderato rallentamento economico a causa degli effetti ritardati degli elevati tassi d’interesse reali della Banca centrale del Brasile (BCB), che prevalgono sugli interventi di sostegno mirati che Lula ha fatto approvare dal Congresso uscente. Prevediamo che il Brasile registri una crescita del prodotto interno lordo (Pil) reale dell’1,8% nel 2026, in rallentamento all’1,6% l’anno successivo.

La fragilità del real brasiliano dopo le elezioni potrebbe determinare un andamento dell’inflazione complessiva leggermente più elevato, oltre agli effetti dei prezzi dei prodotti energetici. Tuttavia, un’impennata dell’inflazione è improbabile se la BCB riuscirà a stabilizzare l’andamento del real e le aspettative d’inflazione del settore privato attraverso una politica monetaria relativamente restrittiva.

La credibilità fiscale sarà probabilmente il tema determinante del quarto mandato di Lula. Durante la campagna elettorale, le sue promesse populiste sono state stimate in circa lo 0,3-0,5% del Pil. Sebbene modesti se considerati isolatamente, questi impegni arrivano mentre il Brasile fatica a mantenere gli obiettivi di un piccolo avanzo primario proposti da Fernando Haddad, ex ministro delle Finanze di Lula.

Brasile, il ritorno di Lula spiazza i mercati: conti pubblici e tassi al centro delle preoccupazioni

È troppo presto per prevedere quali saranno le priorità di spesa di Lula nel 2027, ma l’attuale quadro fiscale sarà difficile da gestire, date le conseguenze volatili sui mercati dei capitali. Finanziare nuove spese attraverso un aumento della tassazione sarà altrettanto difficile, data la complessità del sistema fiscale brasiliano, mentre tagliare altre voci di spesa sarebbe politicamente complicato. I mercati seguiranno con attenzione la scelta della persona che Lula nominerà a dicembre per affrontare queste questioni di politica economica. Sarà la prima importante occasione per il presidente rieletto di tranquillizzare gli investitori.

Sul fronte della politica monetaria, gli investitori rivedranno le aspettative di rapidi tagli dei tassi d’interesse. L’ottimismo riguardo a un ulteriore allentamento monetario aveva riflesso in parte le aspettative di una vittoria di Bolsonaro e le speranze di un maggiore slancio nelle riforme fiscali.

I dati economici più recenti suggeriscono che la stretta monetaria sta producendo effetti sull’economia, con una certa moderazione dell’attività e dei consumi. I funzionari della banca centrale continuano a definire restrittiva la politica monetaria, il che implica che un ulteriore allentamento sia possibile. Tuttavia, è probabile che i responsabili della politica monetaria attendano maggiori certezze sulla politica fiscale prima di riprendere il ciclo di tagli dei tassi.

Prevediamo pertanto che la BCB manterrà un approccio prudente, lasciando invariati i tassi d’interesse nei prossimi sei mesi, mentre la nuova amministrazione chiarirà le proprie priorità fiscali. Il nostro scenario centrale prevede quindi un allentamento graduale, a partire dall’attuale tasso ufficiale del 13,75%, fino a portare i tassi intorno al 12,25% entro la fine del 2027. I rischi, tuttavia, sono orientati verso un numero inferiore di tagli qualora le preoccupazioni fiscali dovessero intensificarsi.

Brasile, il ritorno di Lula spiazza i mercati: conti pubblici e tassi al centro delle preoccupazioni

Le elezioni hanno anche implicazioni internazionali. I rapporti tra le amministrazioni Lula e Trump si sono rivelati complessi e potrebbero riemergere ulteriori controversie commerciali. Bolsonaro aveva condotto la campagna elettorale promettendo relazioni più strette con la Casa Bianca, sostegno alle iniziative di friend-shoring e fonti alternative di approvvigionamento di terre rare strategiche, un mercato dominato dalla Cina.

La Cina resta di gran lunga il principale partner commerciale del Brasile, rappresentando il 29% delle esportazioni brasiliane in valore nel 2025. Il Brasile esporta quindi verso la Cina quasi tre volte quanto esporta verso gli Stati Uniti, rendendo la domanda cinese di prodotti brasiliani una fonte essenziale di ricavi. La vittoria di Lula significa che saranno mantenute relazioni amichevoli con la Cina.

Implicazioni per gli investimenti

Per gli investitori, la conseguenza immediata è il perdurare della volatilità. Il risultato elettorale impone ai mercati di ricalibrare le aspettative sulla politica fiscale e monetaria e sulle riforme. Il Brasile deve affrontare ostacoli economici, tra cui una crescita debole della produttività, carenze infrastrutturali, un sistema fiscale complesso e bassi livelli di investimento nel lungo periodo. Tuttavia, il Paese resta vincolato e sostenuto dallo stesso quadro istituzionale esistente prima del voto: una banca centrale indipendente, regole fiscali e un Congresso frammentato. Nel loro insieme, questi fattori dovrebbero limitare la portata di cambiamenti radicali delle politiche economiche in entrambe le direzioni.

Consideriamo eccessiva la forte svendita degli asset brasiliani dopo le elezioni, che ha cancellato tutti i guadagni del Paese dall’inizio di luglio, rispetto alla probabilità di un’ampia continuità delle politiche economiche. Manteniamo pertanto la nostra preferenza per le azioni brasiliane.

A nostro avviso, le incertezze legate alle elezioni erano già incorporate nei prezzi di mercato, insieme a valutazioni interessanti, rendimenti da dividendi interessanti e fattori ciclici favorevoli agli utili. Il recente calo ha riportato le valutazioni a livelli interessanti e ci aspettiamo una ripresa nelle prossime settimane, con il ridursi dell’incertezza politica. In un mercato azionario globale fortemente esposto all’intelligenza artificiale, le azioni brasiliane offrono anche vantaggi in termini di diversificazione.

Brasile, il ritorno di Lula spiazza i mercati: conti pubblici e tassi al centro delle preoccupazioni

I fattori che determinano gli utili delle imprese brasiliane sono in larga misura legati alla domanda interna e alle materie prime, offrendo una fonte di rendimento relativamente indipendente dal ciclo degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Inoltre, le abbondanti risorse naturali del Paese contrastano con i vincoli energetici e infrastrutturali affrontati da alcune economie sviluppate. Ciò non solo sostiene i vantaggi competitivi del Brasile, ma potrebbe anche accrescerne l’importanza strategica in un’economia globale sempre più caratterizzata da scarsità di risorse e frammentazione. Da quando Lula ha concluso il suo secondo mandato nel 2011, la composizione degli indici dei mercati emergenti ha continuato a cambiare in seguito alla performance del settore tecnologico in Corea del Sud e Taiwan. Questi due mercati rappresentano oggi la metà dell’indice MSCI Emerging Markets in termini di capitalizzazione. Di conseguenza, il peso del Brasile nell’indice è sceso dal 15% di 15 anni fa al 5% attuale.

Il settore tecnologico dei mercati emergenti continua a essere una delle nostre preferenze azionarie, insieme a Taiwan e Corea del Sud, sostenuto dal perdurare del ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale. Per i mercati obbligazionari, l’attenzione alla credibilità fiscale espone i rendimenti dei titoli di Stato brasiliani in valuta locale al rischio di un brusco rialzo, nonostante i tassi d’interesse reali siano già elevati. Le scadenze più lunghe potrebbero subire pressioni qualora le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito aumentassero il premio richiesto dagli investitori.

Un eventuale indebolimento della valuta potrebbe inoltre limitare i tagli dei tassi d’interesse attesi dai mercati. È plausibile un rialzo iniziale di circa 150 punti base, con i rendimenti dei titoli a cinque anni che potrebbero raggiungere il 15% entro la fine del 2026. Anche il debito sovrano denominato in dollari è esposto a un ampliamento degli spread di circa 50-60 punti base rispetto ai Treasury statunitensi, portando le valutazioni più vicino a quelle dei titoli sovrani con un rating inferiore di un livello. L’aumento dei costi di finanziamento interni accrescerebbe l’onere del debito e potrebbe alimentare maggiori aspettative di emissioni sui mercati internazionali. La stabilizzazione dipenderà dalla credibilità degli impegni fiscali del governo.

Prevediamo che il real brasiliano si indebolisca fino a circa 5,50 per dollaro nei prossimi mesi, riflettendo le incertezze sulla politica fiscale. Nel più lungo periodo, la valuta dovrebbe poi oscillare intorno a quota 5,20 per dollaro. La valutazione del real appare equa, anche tenendo conto del crescente profilo del debito brasiliano. I prezzi elevati delle materie prime e i tassi d’interesse reali storicamente alti dovrebbero fornire un sostegno. La nomina del ministro delle Finanze, probabilmente intorno a dicembre, potrebbe rappresentare un ulteriore fattore in grado di influenzare il cambio.

Di Homin Lee (Senior Macro Strategist, Banque Lombard Odier & Cie SA) e Patrick Kellenberger (Emerging Market, Equity Strategist, Banque Lombard Odier & Cie SA)

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Lancia Gamma vince il Premio della Giuria Popolare Auto Europa 2027

La nuova ammiraglia Lancia premiata dal pubblico ad Auto Europa 2027: il riconoscimento annunciato a Milano nella sede di Bosch Italia.

La Nuova Lancia Gamma conquista il Premio della Giuria Popolare di Auto Europa 2027, il riconoscimento assegnato nell’ambito del concorso organizzato dall’UIGA, l’Unione dei Giornalisti Italiani dell’Automotive. A scegliere la nuova ammiraglia del marchio sono stati i votanti del pubblico, che l’hanno preferita alle altre vetture in gara tra le sette finaliste dell’edizione 2027. Per Lancia si tratta di un risultato significativo sul piano dell’interesse raccolto dal modello, presentato da poco al pubblico internazionale. Il premio è stato annunciato a Milano, durante la cerimonia ospitata nella sede di Bosch Italia. Nella stessa occasione le sette finaliste sono state impegnate nelle ultime prove della Giuria Tecnica. Il verdetto della Giuria Popolare costituisce un riconoscimento distinto, legato alle preferenze degli appassionati: non va quindi confuso con il premio principale della manifestazione.

Debutto a Parigi e ritorno di una grande ammiraglia

La Nuova Gamma è stata svelata in anteprima mondiale al Salone dell’Automobile di Parigi 2026, nell’anno in cui Lancia celebra 120 anni di storia. Il modello segna il ritorno del nome Gamma nella gamma del costruttore e interpreta il ruolo di ammiraglia attraverso una carrozzeria crossover fastback. La proposta punta a collegare i riferimenti storici della marca con un’impostazione contemporanea, facendo leva su design, comfort e tecnologie di nuova generazione. Nel comunicato, Lancia descrive la vettura come un progetto che rilegge l’eleganza delle sue ammiraglie senza rinunciare all’innovazione. La scelta del pubblico arriva dunque nella fase iniziale del percorso del modello e ne segnala la capacità di attirare attenzione. Il riconoscimento, da solo, non fornisce però indicazioni su vendite, ordinativi o risultati commerciali futuri: dati che non sono riportati nella nota diffusa dal marchio.

Design italiano e produzione nello stabilimento di Melfi

Il legame con l’Italia è uno degli elementi messi in risalto da Lancia. Secondo quanto dichiarato dal marchio, il design della nuova Gamma nasce nel Centro Stile di Torino, mentre la produzione è prevista nello stabilimento Stellantis di Melfi. Sono riferimenti centrali nella presentazione della vettura, con cui la casa sottolinea il contributo delle competenze italiane allo sviluppo della nuova ammiraglia. Alessio Scutari, Managing Director Lancia Italia, ha espresso soddisfazione per il risultato, sottolineando il valore di un premio «che nasce dall’apprezzamento degli italiani». Il manager ha ringraziato chi ha votato il modello e le persone coinvolte nel progetto, richiamando il lavoro svolto lungo il percorso che porta dalla progettazione alla produzione. Nella sua dichiarazione Scutari ha inoltre indicato il riconoscimento come un primo traguardo per il futuro della Gamma.

Uno shooting a Soncino prima della premiazione

Nei giorni precedenti la cerimonia, la Lancia Gamma è stata protagonista di un servizio fotografico a Soncino, in provincia di Cremona. Il borgo, noto per la Rocca Sforzesca e per il centro storico medievale, è stato scelto come scenario per le immagini della vettura. L’iniziativa ha accostato l’aspetto moderno della crossover fastback a un contesto architettonico legato alla tradizione italiana. Nell’impostazione del comunicato, il richiamo alla tradizione non è disgiunto dal percorso di rinnovamento della marca: il nome storico ritorna su una tipologia di carrozzeria diversa da quella delle ammiraglie del passato. È una scelta che colloca la nuova Gamma in un segmento contemporaneo, pur mantenendo al centro il linguaggio stilistico e il comfort rivendicati da Lancia. Il voto del pubblico premia questa proposta nella cornice del concorso UIGA, senza costituire una valutazione tecnica delle prestazioni del veicolo. Il Premio della Giuria Popolare di Auto Europa 2027 si inserisce così nel lancio della nuova ammiraglia, dopo la presentazione parigina. Per il marchio rappresenta soprattutto un segnale di consenso tra gli appassionati. Restano invece da valutare, sulla base di informazioni successive, la risposta del mercato e il ruolo che la nuova Gamma assumerà nell’offerta Lancia.

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Uber, Milano è la città della notte e Napoli la più mattiniera: Torino conquista il primato della gentilezza

Uber fotografa le abitudini degli italiani: Milano regina della notte, Napoli la più mattiniera e Torino la più cortese

Ogni città italiana ha il proprio ritmo, anche quando si tratta di spostarsi. Milano si conferma la capitale delle corse notturne, Napoli è la più mattiniera e Palermo concentra gli spostamenti intorno all’ora di pranzo. È quanto emerge da un’analisi realizzata da Uber, che ha esaminato gli orari delle corse e le valutazioni assegnate reciprocamente da autisti e passeggeri in alcune delle principali città italiane. La rilevazione offre uno spaccato delle abitudini di mobilità di italiani e turisti, mettendo in evidenza differenze tra i territori che riguardano non soltanto gli orari degli spostamenti, ma anche il rapporto tra chi utilizza il servizio e chi è al volante.

A conquistare il primato degli spostamenti nelle ore più tarde è Milano, dove oltre una corsa Uber su quattro termina tra le 22 e le 4 del mattino. Si tratta della percentuale più elevata tra le città analizzate, a conferma della forte attività notturna del capoluogo lombardo. A seguire si posiziona Torino, con quasi una corsa su quattro nella stessa fascia oraria. Diversa la situazione a Roma, dove gli spostamenti notturni rappresentano meno del 20% del totale e il momento di maggiore attività si registra già tra le 20 e le 21, circa un’ora prima rispetto a Milano. Anche Firenze, Venezia e Palermo mostrano una significativa concentrazione di spostamenti nelle ore serali, con circa una corsa su cinque che termina tra le 20 e la mezzanotte.

Se Milano domina la notte, Napoli conquista il primato degli spostamenti nelle prime ore del giorno. Nel capoluogo campano quasi l’11% delle corse Uber termina tra le 5 e le 9 del mattino, la quota più alta tra le città prese in esame. Seguono Firenze e Venezia, dove poco più di una corsa su dieci si conclude nella stessa fascia oraria, e successivamente Roma. Milano, nonostante la reputazione di città frenetica, si colloca più indietro nella classifica degli spostamenti mattutini. Particolarmente diversa è la situazione di Palermo, che registra la percentuale più bassa di corse nelle prime ore del mattino. Nel capoluogo siciliano il momento di maggiore attività arriva invece intorno all’ora di pranzo. A Bologna, invece, il picco degli spostamenti si concentra tra le 10 e le 11, fascia oraria nella quale si registra circa una corsa su quattordici. L’analisi di Uber ha preso in considerazione anche le valutazioni assegnate dagli autisti ai passeggeri, individuando le città che ottengono i punteggi più elevati.

Torino conquista il primo posto con una valutazione media di 4,98 stelle su cinque, accompagnata da oltre il 99% di giudizi con il massimo punteggio. Un risultato che colloca il capoluogo piemontese in cima alla classifica dei passeggeri più apprezzati d’Italia. Al secondo posto si posiziona Cagliari, seguita da Firenze, Bologna e Napoli. Le differenze tra le prime cinque città risultano comunque molto contenute, con valutazioni medie vicine al punteggio massimo. Subito fuori dalla top five figura Palermo, mentre Roma e Milano occupano le ultime posizioni della graduatoria. I risultati mostrano come la qualità delle interazioni tra autisti e passeggeri venga valutata positivamente in tutte le città considerate, pur con alcune differenze territoriali.

La classifica cambia quando si analizzano i giudizi espressi dai passeggeri nei confronti degli autisti. In questo caso, Firenze conquista il primo posto con una valutazione media di 4,97 stelle su cinque, ottenendo il massimo punteggio nel 99% delle recensioni. Seguono Cagliari e Torino, che si confermano tra le città con le valutazioni reciproche più elevate. Bologna, Roma e Milano si collocano nelle posizioni successive, con differenze minime nei punteggi assegnati. A chiudere la classifica sono Palermo e Napoli. Quest’ultima risulta la città più esigente nei confronti degli autisti, con una valutazione media di 4,94 stelle, nonostante quasi il 98% dei giudizi raggiunga comunque le cinque stelle.

Dall’indagine emerge così una geografia della mobilità italiana caratterizzata da abitudini differenti: Milano predilige gli spostamenti notturni, Napoli si mette in movimento prima delle altre città e Palermo concentra maggiormente le corse nelle ore centrali della giornata. Sul fronte delle valutazioni, invece, Torino e Firenze conquistano due primati complementari: la prima per i giudizi ottenuti dai passeggeri, la seconda per quelli assegnati agli autisti. Un quadro che, attraverso i dati delle corse Uber, racconta le diverse modalità con cui residenti e visitatori vivono e attraversano le città italiane.

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Ucraina, Finlandia e Norvegia chiamano Putin per fermare la guerra. Ira di Italia e Danimarca: “L’Ue scelga chi deve trattare per Kiev”

Putin, telefonata dei leader di Finlandia e Norvegia in vista dei negoziati di Abu Dhabi

Una telefonata diretta a Vladimir Putin per discutere della guerra in Ucraina e preparare il terreno ai prossimi negoziati di Abu Dhabi. Ma anche un’iniziativa che riapre le divisioni europee su chi debba parlare con Mosca e con quale mandato. Martedì 27 ottobre, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno contattato il presidente russo, in una conversazione organizzata dopo consultazioni con Kiev.

A rendere noto il colloquio è stato il governo norvegese, che ha spiegato come la telefonata sia stata promossa per trasmettere direttamente a Putin alcuni messaggi in vista dei prossimi incontri diplomatici. “Norvegia e Finlandia hanno sempre promosso la pace e la sicurezza nella nostra regione. I due Paesi condividono un interesse comune per la stabilità e la prevedibilità nella regione del Mar Baltico e nell’estremo Nord. Questo aspetto è stato sottolineato durante l’incontro”, si legge in una nota. E ancora: “La guerra comporta costi umani e materiali enormi. La sofferenza e la distruzione avranno un impatto su generazioni. Nell’appello abbiamo sottolineato l’importanza della de-escalation”.

Il confronto fa seguito alla visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Oslo il 20 ottobre e si inserisce negli sforzi per riaprire il percorso negoziale. Stubb e Støre hanno infatti sottolineato che la Finlandia e la Norvegia continueranno a sostenere l’Ucraina nel loro impegno di lunga data. Hanno inoltre ribadito la necessità di porre fine alla guerra e di riprendere i negoziati. “La discussione è stata franca e sostanziale”, ha dichiarato Stubb. “Siamo Paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea in generale. Porre fine alla guerra richiede discussioni dirette”, ha aggiunto il presidente finlandese. Helsinki ha inoltre precisato che Stubb e Støre hanno agito in qualità di leader dei rispettivi Paesi, senza parlare a nome dell’Europa nel suo complesso.

La telefonata ha però provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la mossa, giudicandola non concordata con gli altri Paesi. Anche da Palazzo Chigi, secondo quanto riferito da fonti governative, emerge la richiesta di una posizione più coordinata. Il messaggio italiano è che l’Ue deve individuare chi la rappresenti nei negoziati sull’Ucraina, evitando che le singole capitali procedano in ordine sparso.

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La politica degli incastri: Meloni tiene insieme gli alleati, Schlein e Conte devono ancora scegliere chi far entrare

Bastano poche ore al congresso della Lega per capire quali tensioni attraversino il centrodestra. Prima del voto, Matteo Salvini chiede di fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Dopo una telefonata della premier, raccontata dalle cronache, il segretario rieletto ammorbidisce i toni, senza rinnegare la sua posizione. Nel campo opposto, le voci su un Conte convinto che con Schlein non si vinca, benché smentite, raccontano una rivalità che rischia di pesare sulla coalizione.  Da una parte insomma c’è Giorgia Meloni, impegnata a tenere insieme una maggioranza nella quale Lega e Forza Italia competono per ottenere risultati da rivendicare davanti ai propri elettori. Dall’altra ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, che devono ancora decidere quanto largo sarà davvero il campo con cui sfidare il centrodestra. Due cantieri diversi, un problema comune: costruire una coalizione capace di arrivare unita alle elezioni senza cancellare le differenze tra i suoi protagonisti.

“Stiamo assistendo ad una sorta di  politica degli incastri, quella che si vede meno nelle dichiarazioni pubbliche e pesa di più quando si devono scrivere i programmi, distribuire le candidature e convincere gli alleati che restare insieme conviene a tutti. Meloni parte da un vantaggio: guida una coalizione che governa già. Ma proprio l’esperienza di governo obbliga la premier a confrontarsi ogni giorno con richieste concrete e con la necessità di trovare risorse. Ma la sua leadership, al contrario di quella del centrosinistra è indiscussa e saldissima, e questo fa tutta la differenza del mondo”, commenta un senatore dell’ala riformista del Pd. 

Schlein e Conte, infatti, devono ancora risolvere una questione preliminare: chi siederà al tavolo dell’alternativa e saranno solo loro due a sfidarsi o ci sarà un terzo, magari un quarto, sfidante? Per venerdì, intanto, è previsto un incontro tra la segretaria del Pd, il leader del Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dedicato all’avvio del confronto sul programma e sul perimetro della coalizione. Tra i partecipanti annunciati non c’è Matteo Renzi. Un’assenza che non equivale a un’esclusione definitiva, ma dice molto sulla strada ancora da percorrere per allargare al centro la coalizione. Anche perché proprio il centro, con i suoi tanti gruppi, rischia di aprire un nuovo fronte nel già tormentato rapporto tra i due leader.

“Il punto è che parlare di programma significa parlare anche degli interlocutori ammessi a scriverlo. Un conto è discutere con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, un altro è aprire il tavolo a Italia Viva e alle altre forze centriste. Ogni ingresso può allargare il bacino elettorale, ma cambia gli equilibri, le priorità e, inevitabilmente, i rapporti di forza sulla scelta del candidato premier”, commenta un deputato di Azione, che per ora sta alla finestra (anche se circolano voci non confermate su un avvicinamento al centrodestra). Il leader pentastellato chiede di accelerare sul programma e sulle primarie. Sa che il Movimento non può essere considerato un semplice alleato minore del Pd e vuole che il suo peso si traduca nelle scelte politiche.

Il nodo Renzi si inserisce proprio qui: non riguarda soltanto vecchie rivalità personali, ma l’identità della coalizione, il suo equilibrio interno e la capacità di trovare una sintesi sui temi economici e sociali. La domanda che accompagna il vertice di venerdì sembra essere dunque abbastanza scontata: si comincerà a costruire un progetto aperto anche alle forze oggi assenti o il primo accordo tra Pd, Movimento e Avs finirà per definire condizioni che potrebbero anche essere malviste dai tanti cespugli centristi che chiedono spazio?  Una risposta ancora non c’è. E Meloni può osservare che, mentre le opposizioni discutono di chi debba entrare, la premier prova a consolidare e allargare una squadra già esistente.

Gli equilibri nel centrodestra

Anche nel centrodestra, però, gli incastri sono tutt’altro che semplici. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno interessi diversi e un obiettivo in comune: rafforzare i rispettivi partiti senza compromettere la tenuta del governo. Entrambi sanno che, alla fine della legislatura, agli elettori non basterà raccontare la fedeltà alla coalizione. Serviranno risultati riconoscibili. Per la Lega il risultato più importante è l’autonomia differenziata. Dopo il passaggio sulle intese con le Regioni, il ministro Roberto Calderoli ha indicato nell’«ultimo miglio in Parlamento» la tappa decisiva. Portare a compimento una battaglia storica consentirebbe al Carroccio di presentarsi al Nord con una risposta concreta a una domanda che accompagna la sua storia da decenni.

Per Forza Italia la bandiera è la riduzione delle tasse, a cominciare dall’Irpef per il ceto medio. Tajani insiste da settimane sulla necessità di estendere il beneficio oltre la soglia dei 50 mila euro. Il confronto riguarda le coperture e l’ampiezza dell’intervento: tra le ipotesi è stata discussa anche quella di arrivare a 55 mila euro. Per gli azzurri la questione è politica prima ancora che numerica: dimostrare che la loro presenza al governo produce un vantaggio per famiglie e lavoratori.

La competizione fra Lega e Forza Italia passa anche da qui. Salvini punta a rilanciare il Carroccio e ha indicato l’ambizione di farne il secondo partito della coalizione. Tajani vuole consolidare il ruolo degli azzurri e difendere lo spazio moderato. Meloni ha interesse a che nessuno dei due esca indebolito: una coalizione vince più facilmente se i suoi alleati portano voti aggiuntivi, non se si limitano a contendersi quelli già disponibili. La premier può perciò provare a esercitare una funzione di regia: accompagnare l’autonomia verso l’approdo parlamentare e, insieme, trovare spazio per un intervento fiscale rivendicabile da Forza Italia. Non c’è un automatismo tra i due dossier, né un accordo formale che li leghi. Ma la loro gestione contemporanea può diventare la base di un equilibrio politico: ciascuno ottiene un risultato, tutti si presentano come parte di una maggioranza capace di decidere.

I sondaggi

In questa partita, Giorgia Meloni dispone di una carta che pochi suoi predecessori hanno potuto giocare dopo un periodo così lungo a Palazzo Chigi: un consenso personale che, almeno secondo l’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, non si è consumato rispetto all’inizio della legislatura. La fiducia nella presidente del Consiglio è al 41%, un punto percentuale in più rispetto all’ottobre 2022. Non è un plebiscito, naturalmente. Ma è un dato politicamente significativo: dopo quattro anni segnati da guerre, inflazione, tensioni internazionali e scelte spesso difficili sui conti pubblici, la premier conserva una quota di fiducia leggermente superiore a quella registrata all’inizio del suo mandato.

A questa operazione si aggiunge il lavoro sui possibili nuovi interlocutori. Giovedì 29 ottobre Meloni interverrà alla convention promossa a Roma da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, l’iniziativa che vede tra i protagonisti Cateno De Luca e che porterà alla presentazione del simbolo del nuovo progetto politico. Anche questa scelta richiederà mediazioni. Allargare una coalizione significa trovare spazio per nuovi soggetti, fare i conti con gli equilibri locali e, più avanti, con le candidature. La Sicilia, dove De Luca ha una propria storia politica e rapporti complessi con il centrodestra regionale, mostra quanto possano essere complicati questi passaggi. Ma l’interesse di Meloni è chiaro: cercare consensi oltre il nucleo tradizionale della maggioranza senza indebolirne la coesione.

Nei prossimi giorni le due coalizioni offriranno dunque immagini diverse dello stesso lavoro politico. Giovedì Meloni incontrerà una realtà che può contribuire ad allargare il centrodestra; venerdì Schlein e Conte cominceranno a discutere del programma e dei confini dell’alternativa. Le difficoltà non mancano da nessuna parte. La prova, per entrambe, sarà tenere insieme identità e interessi diversi quando arriveranno le decisioni su programmi e candidature.

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Elezioni Israele, testa a testa Netanyahu-Eisenkot: chi corre, come si vota e quando si saprà chi governa

Elezioni Israele 2026, la guida ai partiti, ai sondaggi e ai tempi del risultato

Israele va alle urne oggi, martedì 27 ottobre, per eleggere la ventiseiesima Knesset. Sono le prime politiche dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalle guerre che ne sono seguite, prima a Gaza e poi contro l’Iran. Il voto è letto come un referendum sul premier Benjamin Netanyahu, al governo per circa diciannove anni complessivi in tre fasi (1996-1999, 2009-2021 e dal dicembre 2022), e sulla sua gestione della sicurezza. Gli aventi diritto sono circa 7,3 milioni.

Perché si vota ora

La Knesset si è sciolta a luglio con un voto unanime, compreso quello di Netanyahu, ed è arrivata alla fine naturale del mandato quadriennale. Resta comunque la sesta chiamata alle urne in sette anni, segno di una lunga instabilità, con coalizioni cadute prima del tempo. Il giorno del voto è festivo, ma trasporti e servizi funzionano.

Il blocco del premier

Al centro c’è il Likud, il partito di Netanyahu, che nel 2022 ottenne 32 seggi. Nel 2025 è rientrato nel partito anche Nuova Speranza di Gideon Sa’ar. Con il Likud corrono gli ultraortodossi di Shas, guidato da Aryeh Deri, e di Giudaismo unito della Torah, entrambi irritati con il premier per la mancata legge che esentasse i giovani haredi dal servizio militare. Poi c’è l’ultradestra: il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che si è unito a Zehut e fatica a superare la soglia, e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Una lista nuova, quella dell’ex generale Ofer Winter, ha cercato di intercettare i delusi di destra, ma negli ultimi sondaggi resta sotto il 3,25%, con una media intorno al 2,9%.

L’opposizione

Il candidato premier più probabile è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, alla guida di Yashar!, nuovo partito di centro che insiste su costo della vita, scuola e commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Suo figlio è morto combattendo a Gaza. In campo c’è anche Beyachad (“Insieme”), la lista unica nata ad aprile tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, guidata da Bennett. Poi i Democratici di Yair Golan, risultato dell’unione tra laburisti e Meretz, che aprono a un’intesa con i partiti arabi, e Yisrael Beyteinu di Avigdor Liberman, destra laica, che ha escluso di governare con Netanyahu. Benny Gantz ha ritirato Blu e Bianco il 19 ottobre perché i sondaggi lo davano sotto soglia: il simbolo resta sulla scheda, ma quei voti andranno persi.

Gli arabi e le liste sul filo

I cittadini arabi di Israele sono circa il 20% della popolazione, ma votano meno della media: nel 2022 l’affluenza araba è stata del 53,2%, contro il 70,6% nazionale. Corrono Ra’am di Mansour Abbas, il più moderato, e la Lista comune di Hadash, Ta’al e Balad. Nessun blocco li vuole ufficialmente in coalizione, ma in caso di risultato serrato potrebbero diventare decisivi. Sul filo della soglia c’è anche il Partito dei Riservisti-Economico di Yoaz Hendel, che propone un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot senza ultraortodossi né partiti arabi: la media dei sondaggi lo dà al 3,10%.

Cosa dicono i sondaggi

Gli ultimi, pubblicati prima del divieto di diffonderne di nuovi, descrivono un quadro in bilico. Secondo la media dei canali tv raccolta da Haaretz, il blocco di Netanyahu avrebbe circa 50 seggi e quello di Eisenkot circa 54. L’ultimo sondaggio di Maariv dà a Yashar! 21 seggi contro i 19 del Likud, con Bennett a 15 e 14 ai partiti arabi. In nessun caso gli schieramenti arrivano da soli a 61.

Come funziona il voto

Il sistema è tra i più proporzionali al mondo. Il Paese è un’unica circoscrizione, gli elettori scelgono una lista e non un candidato, e i seggi vanno ai nomi nell’ordine deciso dal partito. Per entrare in Parlamento serve il 3,25% dei voti validi, pari a circa quattro seggi: i voti alle liste sotto soglia vanno persi. Due liste possono firmare un accordo sui voti in eccesso, per cui un eventuale seggio in più va a quella con il resto maggiore. Per questo nessun partito ha mai avuto da solo la maggioranza assoluta, e ogni governo israeliano è stato una coalizione. Si vota su carta, dalle 7 alle 22 locali (le 6 e le 21 in Italia). Non c’è voto per corrispondenza dall’estero: possono votare fuori dal Paese solo diplomatici, militari in servizio e rappresentanti delle istituzioni.

Quando si saprà chi ha vinto

Gli exit poll delle tv arrivano alla chiusura dei seggi. Lo spoglio è manuale e procede nella notte, con risultati quasi definitivi in genere entro la mattina dopo. I voti in doppia busta, cioè quelli di soldati, ospedali, carceri e sedi diplomatiche, si contano per ultimi e possono far spostare un seggio o far entrare o uscire una lista vicina alla soglia. La Commissione elettorale dovrebbe certificare il risultato il 4 novembre, con ricorsi possibili fino al 18.

Vince chi riesce a mettere insieme 61 deputati su 120, non necessariamente chi arriva primo. Il presidente Isaac Herzog consulterà i leader dei partiti eletti e affiderà l’incarico a chi ha più probabilità di riuscirci. L’incaricato ha 28 giorni, prorogabili di 14, per formare la coalizione, e il governo entra in carica con la fiducia della Knesset. Se nessuno ce la fa, si torna a votare. Per questo la notte elettorale racconta solo una parte della storia: le trattative possono durare settimane e possono decidere i piccoli partiti, gli arabi e le nuove liste di destra.

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Halloween batte Babbo Natale: è una festa più divertente e meno stressante. Ecco che cosa pensano gli italiani

Halloween è il nuovo Natale, o così sembrerebbe. Secondo l’indagine Ipsos per Confesercenti, saranno sei italiani su dieci che festeggeranno: nello specifico il 70% sarà composto dagli under 34, mentre tra gli over 35 coloro che faranno festa il 31 ottobre saranno circa il 58%. Ancora più elevata è la percentuale delle famiglie con bambini. 

La festività prende il nome dall’inglese “All Hallows’ Eve” e anche agli occhi dei pubblicitari è evidente il trend positivo, soprattutto rispetto al Natale. A differenza del 25 dicembre, Halloween si festeggia, a tutte le età, prevalentemente con gli amici. È irriverente, scherzoso, una festa che traduce ciò che tipicamente riterremmo macabro in una risata. E se Halloween fa bene all’umore, chi ne gode ancora di più è un giro d’affari che si stima generare oltre 300 milioni di euro – di cui il 10% derivante dalle zucche, mentre 50 milioni ricavati dalla vendita di caramelle e dolcetti

Davide Ciliberti, esperto di marketing e comunicazione della società Purple & Noise PR, dichiara: “Halloween, con buona pace del tradizionale Natale, sta diventando una delle ricorrenze più gradite agli italiani, soprattutto quelli nella fascia 18-50 anni, per un motivo molto semplice: è divertente e più coinvolgente!”. E continua: “Mentre il Natale lo si fa in famiglia, coi parenti magari un po’ – citando Monicelli – ‘serpenti’, con lo strisciante nervosismo che aleggia tra l’albero e il presepe, magari appesantiti da lunghe maratone a tavola, o stressati – e spennati – dalla corsa al regalo per figli, nipoti, suocere, amici, colleghi, o all’abito bello da sfoggiare a messa”.

“Insomma – sintetizza Ciliberti – se ad Halloween si fa festa, il Natale lo si ‘celebra’. Il primo, nell’immaginario collettivo, che la pubblicità peraltro contribuisce moltissimo a costruire, è pura festa. Nel Natale, se siamo onesti, c’è molto stress”. Infine arriva la proposta: “Perché non trasformarlo in un giorno festivo, che ben si legherebbe ad Ognissanti concedendo peraltro un ponte lungo agli italiani? Magari al posto dell’Epifania che ritengo interessi ormai a pochi”.

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Hyundai IONIQ 3 vince il Premio Opinion Leader di Auto Europa 2027

Hyundai IONIQ 3 conquista il Premio Opinion Leader di Auto Europa 2027, assegnato da una giuria di 120 personalità del mondo automotive.

Hyundai IONIQ 3 conquista il Premio Opinion Leader di Auto Europa 2027, un riconoscimento che celebra la proposta elettrica Hyundai e il carattere della nuova compatta. A decidere è stata una giuria di 120 personalità tra industriali, designer, piloti, esperti e appassionati del mondo automotive.

Il premio e la giuria esterna

Auto Europa è promosso dall’Unione Italiana Giornalisti Automotive (UIGA) e celebra ogni anno le novità più significative dell’industria automobilistica europea. Il Premio Opinion Leader esprime il giudizio di una giuria esterna a UIGA, con competenze e prospettive diverse accomunate dalla passione per l’auto. Per Hyundai, la scelta è motivo di orgoglio: il riconoscimento premia la capacità di portare l’identità e l’innovazione della gamma IONIQ nel cuore del segmento B. Il riconoscimento si inserisce nel dibattito sulla mobilità elettrica accessibile, un tema che riguarda sempre più famiglie e flotte urbane. Il marchio sottolinea che la scelta valorizza un progetto sviluppato e prodotto in Europa.

Un progetto pensato per l’Europa

IONIQ 3 è pensata, sviluppata e prodotta in Europa per i clienti europei. È realizzata nello stabilimento Hyundai Motor Türkiye di İzmit, e dà forma a una mobilità elettrica concreta e accessibile. Dimensioni compatte, grande spazio a bordo, tecnologie intuitive e un’autonomia media fino a 497 km, ai vertici del segmento, si uniscono in una proposta dal carattere distintivo. Lo stabilimento di İzmit, in Turchia, è il sito che realizza la vettura, in linea con l’obiettivo di offrire una proposta pensata per i clienti europei, con un’attenzione particolare alla versatilità quotidiana. Per chi usa l’auto in città, la combinazione di dimensioni contenute e spazio interno è uno dei punti di forza della proposta, perché permette di muoversi con agilità senza rinunciare alla praticità.

Design e spazio: Art of Steel e Aero Hatch

L’identità di IONIQ 3 nasce dalla filosofia Hyundai “Art of Steel” e dalla silhouette “Aero Hatch”, che unisce presenza, spaziosità ed efficienza aerodinamica. Nelle dimensioni di una vettura di segmento B trovano posto un abitacolo ampio e funzionale, uno spazio e un comfort tipici del segmento C e una capacità di carico di 441 litri, un valore leader nella categoria. Il linguaggio stilistico si riconosce nella silhouette, che sceglie una presenza distintiva senza rinunciare all’efficienza aerodinamica. Lo spazio interno è il risultato di scelte di progettazione orientate alla funzionalità.

PLEOS Connect e l’esperienza a bordo

IONIQ 3 è la prima vettura a segnare il debutto europeo di PLEOS Connect, il nuovo sistema di infotainment Hyundai basato su Android Automotive OS. Il display arriva fino a 14,6 pollici e il sistema supporta aggiornamenti OTA e Gleo AI. L’obiettivo è rendere l’interazione con l’auto più immediata e naturale, con una tecnologia pensata per la vita di tutti i giorni. L’integrazione di Gleo AI completa un’esperienza di bordo pensata per rendere l’auto più semplice da usare nelle operazioni quotidiane.

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FIGC, è duello Malagò-Galliani: Serie A divisa, dieci club possono decidere tutto

La corsa alla presidenza della FIGC divide i club della Serie A. Giovanni Malagò e Adriano Galliani cercano gli 11 voti necessari per ottenere la candidatura della Lega, ma nessuno dei due può ancora contare sulla maggioranza. Dieci società potrebbero spostare gli equilibri e la sfida potrebbe proseguire anche dopo la presentazione delle candidature, fino alle elezioni federali del 14 dicembre.

Napoli e Roma con Malagò, Inter e Milan con Galliani: i voti dei club ancora in bilico

Giovanni Malagò e Adriano Galliani si contendono la presidenza della FIGC e la Lega Serie A si ritrova divisa tra due candidature. Secondo quanto ricostruito dall’Adnkronos, nessuno dei due avrebbe attualmente la certezza di raggiungere gli 11 voti necessari per essere il candidato espresso dai venti club del massimo campionato.

Malagò, già eletto presidente federale a giugno e attuale commissario della FIGC, può contare sul sostegno di Napoli, Roma, Lecce, Bologna e Monza. Dall’altra parte, Galliani avrebbe dalla sua Inter, Atalanta, Milan, Como e Genoa. Le vere indecise, tuttavia, sarebbero soltanto cinque o sei. Le trattative tra i presidenti proseguono in vista del termine per la presentazione delle candidature, fissato alle 23:59 del 4 novembre. Il voto per eleggere il presidente federale si terrà invece il 14 dicembre, quando saranno chiamate a esprimersi anche le altre componenti del calcio italiano.

Perché la Serie A si è divisa: Mancini, Bianchedi e i rapporti politici

A giugno, la Lega Serie A aveva sostenuto in maniera sostanzialmente compatta Giovanni Malagò, poi eletto alla guida della Federcalcio. A pochi mesi di distanza, però, una parte delle società starebbe valutando di cambiare candidato. Tra le ragioni del malcontento ci sarebbero alcune decisioni assunte da Malagò senza un sufficiente coinvolgimento dei club. In particolare, la nomina di Roberto Mancini a commissario tecnico della Nazionale, mentre diversi presidenti avrebbero preferito Antonio Conte, e quella di Diana Bianchedi come capo delegazione.

Accanto alle questioni sportive, l’agenzia ipotizza anche motivazioni politiche. La candidatura di Adriano Galliani, senatore di Forza Italia ed ex amministratore delegato del Milan, sarebbe considerata da alcune società più solida sotto questo profilo. Sono valutazioni che emergono dai retroscena sulle trattative, senza che sia stata ufficializzata una posizione comune dei club contrari a Malagò. La possibilità di esprimere direttamente il presidente federale rappresenterebbe per la Serie A anche un risultato significativo sul piano degli equilibri istituzionali. Escludendo l’elezione di Malagò dello scorso giugno, l’ultimo presidente FIGC espresso dalla massima serie era stato Franco Carraro, rieletto nel 2001.

Galliani si tessera con l’Enotria, ma può arrivare alla candidatura anche dai dilettanti

Galliani ha già compiuto un primo passo formale per partecipare alla corsa. L’ex dirigente rossonero si è tesserato come dirigente accompagnatore dell’Enotria 1908, società dilettantistica di Milano che, gravita nell’orbita dell’Inter. Un dettaglio curioso, considerando il passato milanista del candidato.

Galliani ha ricevuto contatti da diversi presidenti di Serie A e ha accettato di partecipare alla competizione per la guida della Federcalcio. La sua candidatura, però, potrebbe essere sostenuta anche da una componente diversa dalla Lega Serie A. Qualora i club del massimo campionato decidessero di confermare il loro appoggio a Malagò, Galliani potrebbe essere proposto dalla Lega Nazionale Dilettanti, guidata da Giancarlo Abete, sconfitto proprio da Malagò nell’ultima elezione federale.

Nella scelta del futuro presidente avranno un ruolo anche l’AIC e l’AIAC, le associazioni dei calciatori e degli allenatori. Secondo le valutazioni raccolte dall’Adnkronos, la Lega Dilettanti, una parte della Serie B e la Lega Pro sarebbero potenzialmente contrarie a una nuova presidenza Malagò. Rimane possibile anche l’emergere di un terzo candidato, capace di raccogliere consensi tra le diverse componenti federali. Per questo la designazione della Lega Serie A potrebbe non essere sufficiente a chiudere la corsa alla presidenza. Anche chi dovesse perdere il confronto tra i venti club potrebbe presentarsi alle elezioni del 14 dicembre con il sostegno di un’altra componente.

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David Rossi, un uomo incappucciato davanti alla porta di casa di Vinci: l’audio della suocera. VIDEO

Il 15 ottobre, in pieno giorno, la suocera del presidente della commissione d’inchiesta apre la porta di casa e si trova davanti uno sconosciuto vestito di nero, che fugge appena la vede. Il suo racconto in un vocale trasmesso da Storie di sera su Rai 1.

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Geely Auto Talks a Bari: le competenze per l’automotive di domani

Alla terza tappa di Geely Auto Talks all’Università LUM, istituzioni, università e imprese discutono delle competenze per l’automotive di domani.

Quali competenze serviranno per lavorare nell’automotive di domani? E come trasformare l’innovazione tecnologica in opportunità professionali per il territorio? Sono le domande al centro della terza tappa di Geely Auto Talks, powered by Jameel Motors, che si è svolta all’Università LUM “Giuseppe Degennaro” di Bari. L’incontro, dal titolo “Mobilità futura: sfide e opportunità per giovani e imprese, a Bari e nel Mezzogiorno”, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’università e delle imprese per discutere come cambiano le competenze richieste dal settore.

Le competenze richieste dalle imprese

La ricerca “Competenze e professioni nel settore automotive”, realizzata da Youtrend per Geely, evidenzia l’evoluzione dei profili richiesti. Nei prossimi tre anni il 50% delle imprese prevede nuovi inserimenti nello sviluppo software e delle applicazioni, il 47% nella sostenibilità e nell’energy management e il 45% nella digitalizzazione dei processi produttivi. Per la Puglia la sfida riguarda anche la capacità di trattenere le competenze formate sul territorio. Il 31% degli ingegneri magistrali formati nella regione lavora nel Centro-Nord e il 5% all’estero. Il dato indica che la formazione, da sola, non basta: per trattenere i talenti servono opportunità professionali comparabili a quelle offerte altrove.

Un comparto che coinvolge decine di migliaia di lavoratori

La transizione verso i motori di nuova generazione sta trasformando l’automotive pugliese, un comparto che coinvolge tra 30 e 40 mila lavoratori. Il settore affronta la sfida della meccatronica, della digitalizzazione e dell’innovazione. Al centro del cambiamento ci sono i giovani talenti, con competenze e idee considerate fondamentali per la competitività delle imprese. Rafforzare il dialogo tra scuole, ITS, università e aziende significa investire oggi nelle professionalità che guideranno la mobilità di domani.

Il progetto AUTOBOTS e la concessionaria del futuro

Dalla formazione al modello d’impresa, il progetto AUTOBOTS, sviluppato dal Politecnico di Bari in collaborazione con Maldarizzi Automotive, esplora una nuova generazione di concessionarie. Il lavoro si basa su intelligenza artificiale, Digital Twin, automazione e gestione intelligente dei processi. Il progetto è un esempio concreto di come la collaborazione tra università e imprese possa tradurre la ricerca in applicazioni, servizi e nuove professionalità. Per le imprese coinvolte, il progetto offre un’occasione di sperimentazione su processi che riguardano spazi, veicoli, dati e persone.

Il panel delle imprese

Le trasformazioni in atto sono state approfondite nel panel “L’automotive del futuro: tecnologie, connettività e nuove competenze”. Vi hanno partecipato Giuseppe Christian Tomasicchio, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Bari-BAT; Andrea Di Giandomenico, Executive Manager di Michael Page Executive; Simone Dolce, Direttore Automotive di Engineering Group; e Dario Ferrillo, Direttore della BU Transport Infrastructure & Logistics di Almaviva. Il confronto ha riguardato connettività, digitalizzazione e nuovi modelli di business, con un’attenzione alle competenze necessarie per accompagnare l’evoluzione dell’industria. Il tema della formazione continua emerge come filo conduttore: le competenze tecniche cambiano rapidamente, e chi lavora nel settore deve poter aggiornarsi nel corso della carriera.

Intelligenza artificiale e competenze multidisciplinari

Secondo i relatori, l’intelligenza artificiale trasforma il lavoro senza sostituire il valore umano. La sfida è integrare automazione e pensiero strategico, puntando su competenze multidisciplinari, formazione continua e collaborazione tra imprese e università. Per i giovani e per il Mezzogiorno, l’automotive può diventare un motore di sviluppo e di innovazione, a condizione che la formazione tenga il passo con la trasformazione del settore.

La voce dei giovani e di Jameel Motors

Il dialogo tra Marco Santucci, Managing Director di Jameel Motors Italia per Geely e Zeekr, e due studenti LUM dei corsi di Economia e Ingegneria ha messo a fuoco le aspettative delle nuove generazioni e le competenze da sviluppare. Santucci sostiene che la mobilità del futuro richieda tecnologie evolute e persone capaci di svilupparle e gestirle. Secondo il manager, i Geely Auto Talks servono a rafforzare il dialogo con il mondo della formazione e con le realtà del territorio, in vista di nuove collaborazioni per lo sviluppo di Geely in Italia.

Una tappa che guarda al futuro

La tappa di Bari conferma la centralità del dialogo tra imprese, università e giovani. La trasformazione dell’automotive apre nuove opportunità, ma richiede anche un’evoluzione della formazione e delle strategie industriali. Per il territorio, la sfida è trasformare le competenze in innovazione, occupazione qualificata e crescita, in un contesto dove il settore può avere un ruolo sempre più rilevante. Per Bari e il Mezzogiorno, la questione riguarda anche l’immagine: dimostrare che i percorsi di studio locali portano a carriere concrete nel settore.

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Sinner e Binaghi fanno bingo: tennis e padel superano per la prima volta il calcio. Più tesserati e più ricavi

Il calcio perde il primato di sport con il maggior numero di tesserati federali in Italia. Per la prima volta, la Federazione italiana tennis e padel supera la Figc, con oltre 1,16 milioni di iscritti contro 1,12 milioni. Un sorpasso che riguarda anche i ricavi e che, secondo l’analisi del Sole 24 Ore, nasce da una crescita costruita negli anni, ben prima dei successi di Jannik Sinner.

Fitp prima in Italia con 1.162.477 tesserati, davanti alla Figc: distacco di quasi 40mila iscritti

Il tennis supera il calcio e conquista un primato che fino a pochi anni fa sembrava difficilmente raggiungibile. A certificarlo è il rapporto “Monitoraggio Coni-Fsn-Dsa”, visionato dal Sole 24 Ore, che fotografa il sorpasso della Federazione italiana tennis e padel (Fitp) sulla Federazione italiana giuoco calcio (Figc) per numero di tesserati.

“Per la prima volta la Federazione italiana giuoco calcio non è più quella con il maggior numero di tesserati, ma è stata superata dalla Federazione italiana tennis e padel”, scrive il quotidiano economico.

I dati, riferiti al 2024, mostrano 1.162.477 tesserati per la Fitp, pari al 20,2% delle iscrizioni federali, contro 1.123.054 della Figc, che rappresentano il 19,5%. Alle spalle delle due federazioni restano la pallavolo con 359.797 iscritti, la pallacanestro con 320.769 e l’atletica leggera con 292.599. Un sorpasso maturato in un periodo di crescita generale dello sport italiano. Per il terzo anno consecutivo, infatti, il numero complessivo dei tesserati delle Federazioni sportive nazionali e delle Discipline sportive associate è aumentato, raggiungendo il record di 6.069.891, con un incremento del 7,7% rispetto al 2023.

Il distacco tra tennis e calcio è ancora contenuto, ma la crescita della federazione guidata da Angelo Binaghi è proseguita anche l’anno successivo. Come sottolinea il Sole 24 Ore, la distanza “tra le prime due Federazioni è limitato a circa 40mila unità ma nel 2025 la Fitp è ulteriormente salita a 1.254.153 tesserati”.

Non solo Sinner: il modello Binaghi e il sorpasso anche nei ricavi

L’ascesa del tennis italiano passa anche dai successi di Jannik Sinner, ma attribuire tutto al campione altoatesino significherebbe ignorare il lavoro svolto dalla federazione negli ultimi venticinque anni. Quando Angelo Binaghi ne assunse la guida, nel 2001, gli iscritti erano circa 130mila. Da allora il movimento è cresciuto fino a superare il milione e 250mila tesserati: “Sarebbe riduttivo attribuire tutti questi incrementi all”effetto Sinner’ – scrive Il Sole -. Ma le vittorie sono state il prodotto e non la causa del cambiamento. Il modello “ingegnerizzato” dalla federazione guidata dal 2001 da Angelo Binaghi (e che allora contava 130mila iscritti) nasce da una scelta precisa: trasformare i grandi eventi internazionali in generatori di ricavi da reinvestire sistematicamente nella base e nella formazione”.

In questi anni si è ampliata anche la struttura del movimento. I circoli affiliati hanno superato quota 4mila, le scuole di tennis e padel sono diventate oltre 2.500, mentre i tecnici hanno raggiunto le 14mila unità e gli ufficiali di gara sono arrivati a 10mila.

La crescita ha prodotto risultati anche sul piano economico. Nel 2025 la Fitp ha superato la Figc per valore della produzione, aggiungendo al primato dei tesserati quello delle entrate federali.

“Il valore della produzione della Federtennis ha superato i 240 milioni, mentre quello della Figc si è attestato a 214 milioni, complice l’assenza di una grande competizione internazionale”, sottolinea il Sole 24 Ore.

Buonfiglio: “I campioni e i grandi eventi avvicinano i giovani al tennis“

A commentare i numeri è intervenuto anche Luciano Buonfiglio, presidente del CONI, che attribuisce una parte della crescita alla popolarità dei protagonisti del tennis italiano e alla capacità dei grandi appuntamenti sportivi di avvicinare nuovi praticanti: “Sono anche i personaggi che stimolano l’attività sportiva, quando ragazzi e ragazze individuano qualcuno da emulare si ha questo effetto, anche l’organizzazione di grandi eventi come internazionali o le ATP a Torino incidono”.

Buonfiglio ha quindi rivolto un riconoscimento al lavoro della federazione e al suo presidente Angelo Binaghi, citando anche Sinner: “Complimenti al presidente Binaghi, ho visto la chiusura del bilancio e il numero dei tesserati che meritano tutta l’attenzione del comitato olimpico e un in bocca al lupo a Sinner”, ha aggiunto.

Il calcio conserva il suo seguito popolare, ma il primato dei tesserati federali appartiene ora a tennis e padel. E la Fitp, con oltre 240 milioni di valore della produzione, ha superato la Federcalcio anche nel confronto dei bilanci del 2025.

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