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“Fatico a prendere Meloni sul serio. Risponde alle proteste con botte e arresti”: così D’Alema su La7

“Fatico a prendere sul serio Meloni. Il capo di un governo che ha le autostrade bloccate dai camionisti, i contadini in rivolta, i ragazzi per strada, anche con atti violenti, è in grado di rispondere soltanto in termini di sicurezza, botte, arresti preventivi, criminalizzazione”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D’Alema, che stigmatizza duramente la presidente del Consiglio per le sue dichiarazioni contro la gip di Milano Tiziana Landoni, “rea” di non aver convalidato il fermo di Youssef Siher e di averne disposto la liberazione.

Per l’ex presidente del Consiglio la reazione di Meloni è il sintomo di un governo incapace di comprendere le proteste che attraversano il Paese: “Siccome non vuole ammettere il suo fallimento, che è sotto gli occhi di tutti, ci deve essere qualcuno cattivo che organizza queste cose”.

D’Alema sottolinea anche la contraddizione tra l’attacco alla giudice e la riforma costituzionale della giustizia voluta dall’esecutivo: “Meloni ha promosso una riforma costituzionale, su cui c’è un referendum, sulla base del seguente assunto: bisogna separare le carriere, altrimenti i giudici fanno tutto quello che chiedono i pubblici ministeri. Perché i giudici, secondo Meloni, non sono indipendenti dai pubblici ministeri”.

Poi la stoccata: “Adesso che abbiamo una giudice che si dimostra non solo indipendente dal pubblico ministero, ma che gli dà torto, Meloni dovrebbe festeggiare come garantista“. L’ex ministro degli Esteri denuncia quindi la scelta del governo di affrontare le tensioni sociali esclusivamente come un problema di ordine pubblico, individuando di volta in volta presunti responsabili delle mobilitazioni per evitare di confrontarsi con le ragioni della protesta: “Tutto questo è il segno di una caduta della politica, della sua capacità di comprendere il Paese, di una trasformazione della politica in una logica di polizia. È molto preoccupante, per i giudici e per tutti i cittadini”.

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Il confronto tra Meloni e il giornalista su Siher: “Non c’entra con il weekend degli incidenti”. E la premier: “Mi scuso, ho sbagliato un verbo, sono contenta che lei lo difenda”

“Ho visto le risposte che sono arrivate”. In conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri che ha varato la Legge di Bilancio, al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, vengono poste domande dai cronisti sul video con il quale ha definito “vergognosa” la decisione del Gip del Tribunale di Milano che ha disposto la scarcerazione di Youssef Siher per la mancanza di gravi indizi.

“Non vedo quello che ho detto come un attacco, ma come una difesa del lavoro che conosco di tutti i servitori dello Stato che hanno lavorato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quello che avevamo visto il 17 ottobre e non si è ripetuto e mi dispiace che quel lavoro venga vanificato”. Ed ancora: “Non pare che sia scomposto dirlo, mi pare che scomposto sia altro, tipo dire ‘chi non salta la Meloni è’ (il riferimento ai giudici che esultarono dopo la vittoria dei No al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, ndr), non sono i miei toni e non sono i miei metodi ma ho il dovere di difendere che ho visto fare da tanta gente perché vogliamo difendere la gente perbene dalla devastazione che abbiamo visto”.

Poi alla domanda relativa alla pagina social aperta da Siher, nata dopo gli scontri, la premier ingaggia un confronto con il cronista che l’ha posta (Giuseppe Colombo di Repubblica) e replica così: “Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona. Effettivamente nel video io ho sbagliato il tempo di un verbo perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare, mi perdoni, era delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni, invece ho sbagliato effettivamente il verbo e ho detto che hanno portato alle devastazioni. Ciò non toglie che Youssef Siher, come lei sa, era indagato, c’è scritto nell’ordinanza del giudice, esattamente per quello che io ho detto. Quindi ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso, sono contenta che lei ci tenga a difenderlo”.

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Il Giornale contro la gip di Siher: “Firmò un appello per Gaza”. Ma c’era anche la firma della pm che ha chiesto il carcere

“Esclusivo – La toga che ha liberato Siher ha firmato un appello per Gaza“. Non si è fatto attendere il dossieraggio nei confronti di Tiziana Landoni, la gip di Milano che ha rimesso in libertà il 30enne accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Nel tentativo di mettere in dubbio l’imparzialità della giudice, però, tutto ciò che la stampa di destra ha trovato è la sua firma in calce a un “Appello di giuristi per Gaza”, pubblicato a settembre per invocare “la tutela dei diritti umani e la persecuzione dei crimini contro l’umanità” compiuti da Israele nell’enclave palestinese. Secondo Il Giornale, che pubblica la “notizia”, questa circostanza dovrebbe “far riflettere sulla decisione” adottata. Per quale motivo? L’articolo non lo dice, ein effetti risulta assai difficile trovare ragioni di inopportunità nel testo dell’appello, che si limita a ricordare l’impegno della comunità internazionale al perseguimento dei crimini di guerra e contro l’umanità, contenuto nel Preambolo dello Statuto della Corte penale internazionale. Soprattutto, però, il quotidiano omette – o forse non conosce – un elemento che smonta la tesi implicita nel pezzo: a firmare quell’appello, infatti, fu anche Francesca Crupi, la pm che ha disposto il fermo nei confronti di Siher e avrebbe voluto per lui la custodia cautelare in carcere. A dimostrazione che schierarsi contro il genocidio di Gaza non vuol dire necessariamente essere amici dei delinquenti.

Ecco il testo integrale dell’appello:

Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione. Come giuristi, sentiamo il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali. Le ragioni di questa scelta sono tra l’altro compendiate nello Statuto della Corte penale internazionale, firmato a Roma nel 1998, sottoscritto da 125 Paesi, e ratificato con legge dello Stato nel 1999. Vogliamo ricordare queste ragioni, unitamente ai rappresentanti dell’avvocatura e dell’università che vorranno aderire, leggendo ogni giorno – nelle aule d’udienza e in quelle universitarie – il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale, per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili.

Seguiva il testo che i firmatari si proponevano di leggere all’inizio di ogni udienza.

“Preliminarmente, il Tribunale intende oggi ricordare quanto enunciato nella Legge 12 luglio 1999, n. 232, di ratifica ed esecuzione dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale, e segnatamente nel suo Preambolo.

“Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto;

Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità;

Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo;

Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti e che la loro repressione deve essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati in ambito nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale;

Determinati a porre termine all’impunità degli autori di tali crimini contribuendo in tal modo alla prevenzione di nuovi crimini;

Rammentando che è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”,

procediamo con la trattazione dell’odierna udienza”.

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Immobiliare di lusso a Milano, prezzi fino a 27mila euro al mq. Boom a Niguarda e Bicocca

l mercato immobiliare milanese continua a crescere, anche se a ritmi più contenuti rispetto al passato. E nel segmento del lusso le quotazioni raggiungono livelli sempre più elevati: fino a 27mila euro al metro quadrato nel Quadrilatero della Moda e a Brera, 23.800 euro nell’area Castello-Foro Buonaparte e 20.800 euro nella zona di Porta Nuova. Ma a sorprendere sono soprattutto le dinamiche dei quartieri meno centrali, con Niguarda e Bicocca che registrano gli incrementi più marcati dei valori immobiliari, mentre San Siro, Fondazione Prada e Maggiolina si confermano tra le aree più dinamiche.

È quanto emerge dal Market Report Milano-Roma 2026, l’osservatorio sul mercato immobiliare di pregio presentato da Engel & Völkers Italia e realizzato in collaborazione con Nomisma. Il rapporto evidenzia come nel primo semestre del 2026 le compravendite residenziali a Milano siano cresciute del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, un risultato superiore alla media nazionale del 2,1% e al +2,6% registrato a Roma.

Milano, il lusso tiene ma sotto gli 800mila euro il mercato è più difficile

Il mercato milanese degli immobili di pregio mostra una sostanziale stabilità delle quotazioni, accompagnata però da differenze significative tra le fasce di prezzo. Le abitazioni con un valore superiore a 1,5 milioni di euro continuano a beneficiare di una domanda solida, sostenuta da acquirenti con elevate disponibilità patrimoniali. Anche la fascia compresa tra uno e 1,5 milioni di euro mantiene livelli soddisfacenti di attività. Più complessa la situazione per gli immobili di valore inferiore agli 800mila euro, soprattutto quando non presentano caratteristiche particolarmente distintive. In questa fascia si concentra anche una parte dell’offerta precedentemente destinata agli affitti brevi, oggi reindirizzata verso la vendita o la locazione tradizionale.

Milano, sottolinea il rapporto, resta prevalentemente un mercato legato all’acquisto e alla sostituzione della prima casa, anche nel segmento medio-alto. A orientare le scelte sono sempre più la qualità dell’immobile, l’efficienza energetica, la sostenibilità e la disponibilità di servizi, terrazzi, aree verdi e soluzioni già pronte per essere abitate.

Da Brera a CityLife, la mappa dei prezzi degli immobili di pregio a Milano

Le differenze tra i quartieri restano molto marcate. Nel centro storico, Brera e Quadrilatero confermano il proprio primato, con punte di 27mila euro al metro quadrato per le abitazioni ristrutturate a nuovo. Nell’area Castello-Foro Buonaparte si raggiungono i 23.800 euro. Tra le altre zone più costose emerge Porta Nuova-XXV Aprile, dove le quotazioni premium possono toccare i 20.800 euro al metro quadrato, mentre nell’area Garibaldi-Moscova-Arena i valori raggiungono i 14.500 euro.

Nella zona ovest, CityLife presenta una forbice particolarmente ampia, tra 9mila e 17mila euro al metro quadrato. Più contenute, ma comunque elevate, le quotazioni delle aree Sempione-Arco della Pace-Chinatown e Vercelli-Washington, comprese tra 6.900 e 12mila euro.

Nella parte orientale della città i prezzi risultano generalmente in crescita, con l’eccezione di Città Studi, dove il mercato si mantiene stabile e le quotazioni oscillano tra 4.500 e 6mila euro al metro quadrato. Porta Venezia raggiunge punte di 10.400 euro, Indipendenza-Cinque Giornate-XXII Marzo arriva a 9.600 euro e Repubblica a 8.900 euro.

Nella zona sud, infine, i valori indicati dal rapporto arrivano a 12.400 euro al metro quadrato nell’area Porta Romana-Crocetta-Quadronno, mentre nella zona Medaglie d’Oro-Lodi si attestano a 7.800 euro. Le quotazioni fanno riferimento al segmento di fascia medio-alta e agli immobili nuovi o ristrutturati a nuovo, e non rappresentano quindi i prezzi medi dell’intero patrimonio residenziale dei rispettivi quartieri.

Niguarda e Bicocca crescono, San Siro e Maggiolina tra le aree più dinamiche

Uno degli aspetti più interessanti del rapporto riguarda il crescente dinamismo di alcune zone esterne al centro storico. Niguarda e Bicocca si distinguono per gli incrementi più marcati dei valori immobiliari, mentre San Siro, Fondazione Prada e Maggiolina mostrano una particolare vivacità della domanda.

Guardando alla seconda parte del 2026, le previsioni indicano una sostanziale stabilità sia delle compravendite sia dei prezzi. Per il 2027 non viene escluso un lieve rallentamento del numero delle transazioni, ma alcune aree della città potrebbero continuare a registrare una crescita degli scambi.

Tra queste figurano San Siro e Gambara-Bande Nere nella zona ovest, Città Studi nella zona est e Gioia-Maggiolina nella zona nord. Il rapporto conferma dunque un mercato sempre più selettivo, nel quale la centralità dell’indirizzo rimane importante, ma non è più l’unico fattore determinante. La qualità del contesto urbano, l’accessibilità ai trasporti pubblici, i servizi e le caratteristiche energetiche degli edifici assumono un peso crescente nelle decisioni degli acquirenti.

Affitti a Milano, cresce la domanda di bilocali: canoni medi in aumento del 2,2%

Non soltanto compravendite. Anche il mercato delle locazioni residenziali milanesi continua a mostrare una domanda sostenuta, alimentata soprattutto da studenti, giovani professionisti e famiglie. A essere particolarmente richiesti sono i bilocali, per i quali il canone medio è cresciuto del 2,2% nel primo semestre del 2026. Nel segmento analizzato, i valori degli affitti presentano una forbice molto ampia, compresa tra 240 e 6mila euro al metro quadrato all’anno, a testimonianza delle forti differenze tra tipologie di immobili e localizzazioni.

Engel & Völkers e Nomisma: “Milano rafforza la propria attrattività internazionale”

Secondo Muhannad Al Salhi, CEO di Engel & Völkers Italia, i dati confermano una nuova fase per il mercato residenziale di pregio. “I dati del Market Report 2026 confermano come il mercato residenziale di pregio stia entrando in una fase di crescita più equilibrata e selettiva, sostenuta da una domanda sempre più attenta alla qualità degli immobili, all’efficienza energetica e al valore delle location”, spiega Al Salhi. “Milano e Roma continuano a rappresentare due mercati complementari e strategici per il Real estate italiano: la prima rafforza il proprio profilo internazionale e la capacità di attrarre capitali e nuova residenzialità qualificata, la seconda evidenzia una crescita diffusa e un rinnovato dinamismo in molte aree della città”.

Una lettura condivisa da Chiara Pelizzoni, Senior Project Manager dell’Osservatorio Immobiliare di Nomisma: “Nel primo semestre del 2026 Milano e Roma hanno confermato la forte attrattività dei rispettivi segmenti prime, pur con dinamiche differenziate a seconda dei quartieri e delle caratteristiche immobiliari”. Per la seconda parte dell’anno, aggiunge Pelizzoni, qualità, efficienza energetica e localizzazione continueranno a rappresentare i principali fattori di tenuta del mercato.

Immobiliare di pregio a Roma, compravendite in crescita del 2,6%. Centro storico fino a 10.500 euro al metro quadrato

Anche la Capitale mostra segnali positivi, sebbene con quotazioni generalmente inferiori rispetto a quelle milanesi. Nel primo semestre del 2026 le compravendite residenziali a Roma sono aumentate del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel segmento di pregio, le abitazioni nuove o ristrutturate raggiungono quotazioni massime di 10.500 euro al metro quadrato nel Centro Storico.

Proprio il Centro Storico, insieme a Prati-Vaticano, si conferma tra le zone più richieste. Nel primo caso i valori oscillano tra 3.750 e 10.500 euro al metro quadrato, mentre a Prati-Vaticano la forbice si colloca tra 4.600 e 7.900 euro. Nella zona nord, che comprende Parioli, Trieste-Salario, Balduina e Cassia, le quotazioni variano tra 3.400 e 8.200 euro al metro quadrato, con una domanda sostenuta e tempi medi di vendita in diminuzione. Segnali di crescita arrivano anche dai quartieri occidentali, tra cui Monteverde, Gianicolense e Colli Portuensi, dove i valori per le abitazioni nuove o riqualificate si collocano tra 3.200 e 4.800 euro al metro quadrato.

Nella zona sud le quotazioni oscillano tra 2.700 euro al metro quadrato al Laurentino e 5.500 euro nelle aree di San Giovanni-Appio Latino ed EUR. A est, invece, emerge il dinamismo del comparto Tuscolana-Pigneto, insieme alle aree di Tiburtina e Centocelle-Pigneto, con valori compresi tra 2.700 e 4.700 euro.

Le prospettive per il secondo semestre restano favorevoli, soprattutto nel Centro Storico, a Prati-Vaticano e in alcune zone meridionali della città. Quanto agli affitti, Roma ha registrato nel primo trimestre 2026 una crescita media dei canoni di circa il 6%, seguita da una fase di stabilizzazione nel secondo trimestre. Per le abitazioni nuove o ristrutturate del Centro Storico i canoni vanno da 260 a 450 euro al metro quadrato all’anno, mentre a Prati-Vaticano oscillano tra 276 e 384 euro.

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Milan e Inter presentano il nuovo stadio: dalle tribune stile Dortmund ai led esterni, ecco come sarà. Cambierà anche nome

Poche ore e poi i tifosi di Milan e Inter scopriranno come sarà il nuovo impianto che prenderà la pesantissima eredità dell’attuale San Siro. Domani, giovedì 29 ottobre 2026, alle ore 16:30, al Castello Sforzesco di Milano, verranno infatti presentati ufficialmente il progetto e i rendering del nuovo stadio di Inter e Milan. L’impianto sarà progettato dagli studi internazionali di architettura Foster + Partners e MANICA, incaricati dai due club milanesi.

L’avvio dei lavori è previsto per la metà del 2027, mentre il completamento della nuova struttura è atteso entro il 2031, in tempo per renderla disponibile in vista degli Europei del 2032. La demolizione dell’attuale stadio, invece, dovrebbe iniziare nel 2031 e richiedere circa due anni. Il progetto comprende anche la riqualificazione dell’intera area, con la realizzazione di nuovi spazi commerciali. L’investimento complessivo supererà i 2,3 miliardi di euro, di cui circa 708 milioni saranno destinati alla costruzione dello stadio vero e proprio, come riportato da Eurosport. La prima importantissima novità: cambierà nome. Ma quello definitivo non è ancora stato scelto. “Nuovo Stadio Milano” è infatti una denominazione provvisoria utilizzata dallo studio MANICA, in attesa che venga definito l’accordo con lo sponsor commerciale che darà il proprio nome alla struttura.

Per quanto riguarda le caratteristiche, il nuovo stadio dovrebbe avere una capienza di 71.500 spettatori, superiore ai 60.000 posti inizialmente previsti. Saranno presenti tra gli 8mila e i 13mila posti premium, distribuiti tra aree hospitality e spazi dedicati alle aziende. Proprio quello della capienza è un tema importante: facendo un calcolo rapido, ci saranno circa 10mila posti in meno. La capienza attuale è di poco più di 75mila e 500 spettatori, quella del nuovo sarà di 4mila in meno. A far la differenza saranno però i posti corporate: nel nuovo ce ne saranno tra 8 e 13mila, mentre adesso sono intorno a 4mila. Quindi in totale saranno circa 10mila i posti che “mancheranno” rispetto all’attuale San Siro.

E a proposito di posti corporate e biglietti esclusivi, la particolarità riguarda chi acquisterà alcuni dei biglietti Premium. Tra gli elementi previsti figura anche il cosiddetto Tunnel Club, una struttura in vetro che permetterà ai tifosi di assistere all’ingresso delle squadre in campo. Il progetto prevede inoltre l’accessibilità per le persone con disabilità in tutti i settori, numerosi punti di ristoro e servizi igienici, oltre a un’area parcheggi collocata sotto il campo. Qui l’altra particolarità: l’impianto sarà rialzato e sorgerà su un podio, che permetterà di costruire un’area parcheggi sotto il campo.

La struttura avrà una forma ovale, un’altezza di circa 52 metri e due anelli, anziché i tre dell’attuale San Siro. Le curve saranno inclinate di 37 gradi, con una pendenza simile a quella della Südtribüne, la celebre curva del Signal Iduna Park di Dortmund conosciuta come “Muro Giallo”. Una caratteristiche anche i calciatori dal campo riusciranno a percepire. Il campo da gioco e la copertura saranno fissi, senza sistemi retrattili, e il terreno non sarà coperto dal tetto.

Grande attenzione sarà riservata anche all’aspetto estetico e tecnologico. La facciata esterna sarà caratterizzata da un sistema di LED colorati che si illumineranno in base alla squadra che giocherà. Rossi e neri quando gioca il Milan, neri e azzurri quando gioca l’Inter. Un po’ – per rendere il concetto – come succede all’Allianz Arena da diversi anni, con l’esterno che si colora in base alla squadra presente tra Bayern, Munich 1860 e nazionale tedesca. Ascensori ed eventuali scale mobili consentiranno di raggiungere i diversi settori. È prevista inoltre una particolare cura dell’insonorizzazione acustica per evitare che le abitazioni circostanti ne risentano particolarmente, insieme a maxischermi e a una fascia luminosa a LED tra il primo e il secondo anello. Queste sono solo le prime anticipazioni: domani, anche da un punto di vista grafico, i tifosi potranno iniziare a immaginare la nuova casa di Inter e Milan.

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Youssef Siher lascia il carcere di San Vittore “protetto” dai sostenitori: gli applausi al 30enne – Video

Youssef Siher è uscito dal carcere di San Vittore senza rilasciare dichiarazioni, dopo che la gip di Milano Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo e ne ha disposto la liberazione. Ad attenderlo all’esterno c’erano familiari, amici e sostenitori che hanno formato un cordone attorno al 30enne, accompagnandolo fino all’auto per “proteggerlo” dai numerosi giornalisti. Presente anche Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese della Lombardia che sorreggeva una bandiera della Palestina.

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Il piano investimenti del gruppo Atm per la mobilità elettrica

La centralità degli investimenti in una mobilità elettrica continua a essere uno dei pilastri strategici del Gruppo Atm per offrire a Milano un trasporto pubblico sempre più orientato all’elettrificazione della flotta. Proprio in questi giorni l’Azienda ha aggiudicato la gara per 110 nuovi bus elettrici: un importante investimento del valore complessivo di oltre 76 milioni di euro che conferma il “percorso obbligato” di Atm per affrontare le nuove sfide ambientali ed energetiche. Oltre alla fornitura dei bus, l’importo comprende anche il loro servizio di manutenzione e di sostituzione delle batterie. La prima consegna prevede 34 nuovi bus, 22 per la città di Milano e 12 per Monza, attraverso la controllata Net. Il primo nuovo mezzo entrerà in servizio entro la fine del 2027.

La nuova fornitura è stata aggiudicata alla KMOBILITY SpA, concessionaria di Karsan, società specializzata nella produzione di bus elettrici e veicoli commerciali, e si inserisce nel più ampio piano di transizione ambientale che Atm ha avviato da anni e in cui continua a credere e a investire. Già oggi, infatti, metà della flotta bus a Milano è elettrica: sono oltre 600 su 1.200 i mezzi in circolazione per le strade della città su 40 linee milanesi.

L’identikit dei nuovi bus

I nuovi 110 bus elettrici, marca Karsan e modello e-ATA 12, sono così suddivisi: 80 per Atm e 30 per la controllata Net. Tutti completamente accessibili, sono dotati delle più avanzate tecnologie in termini di sicurezza e comfort e hanno un’autonomia di circa 600 km in condizioni standard. I nuovi bus possono accogliere fino a 90 passeggeri e, a Milano, sono dotati di 2 postazioni riservate alle carrozzine per persone con disabilità. Tutti i veicoli sono equipaggiati con sistemi di videosorveglianza collegati in tempo reale con la centrale security Atm. Inoltre, al posto degli specchietti retrovisori tradizionali, sono presenti mirror-cam che contribuiscono a garantire una migliore sicurezza di guida.

Il piano full electric del Gruppo Atm

L’arrivo dei nuovi autobus rientra nel piano Full Electric di Atm, il progetto con cui l’Azienda punta alla completa riconversione all’elettrico dell’intera flotta di Milano e di Monza composta da più di 1.200 bus, per un investimento complessivo di oltre 1,3 miliardi di euro. Un percorso quello della transizione energetica che per l’Azienda è ormai irreversibile e va ben oltre l’acquisto di nuovi mezzi: infatti, oltre al rinnovo della flotta, Atm sta investendo nell’adeguamento delle infrastrutture, nella riconversione dei depositi esistenti (San Donato, Sarca, Giambellino, Palmanova) e nella realizzazione di nuove sedi, progettate per rispondere alle esigenze della mobilità elettrica, integrandosi nel tessuto urbano.

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Sport e inclusione, Gruppo Cap annuncia le associazioni vincitrici del bando “Valori in campo 2026-2028”

Lo sport non è solo competizione, ma può diventare uno strumento concreto di crescita, educazione ambientale e inclusione sociale. Con questa consapevolezza, Gruppo CAP, l’azienda pubblica che gestisce il servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, annuncia i vincitori del bando “Valori in Campo 2026/2028: Lo sport per il bene comune”. L’iniziativa, giunta alla sua settima edizione, ha messo a disposizione un budget complessivo di 160.000 euro per il biennio 2026-2028 con l’obiettivo di supportare i progetti di società e associazioni sportive del territorio capaci di coinvolgere le nuove generazioni e promuovere comportamenti responsabili. Complessivamente sono state ventiquattro le candidature ricevute; nove le società vincitrici in altrettanti Comuni lombardi nelle tre categorie previste: la tutela della risorsa idrica, la costruzione di un futuro equo per tutti e la creazione di legami di prossimità sul territorio. Sono più di mille gli atleti e le atlete coinvolte nelle attività previste, tra cui figurano anche cinque progetti di inclusione di ragazzi e ragazze con disabilità, un progetto di inclusione religiosa e quattro giornate di volontariato aziendale.

L’acqua al centro: cura delle risorse e sostenibilità

Per la categoria “Acqua bene comune e cura delle risorse”, che premia le iniziative capaci di trasformare la pratica sportiva in un volano di consapevolezza ambientale, il riconoscimento è andato all’Unione Sportiva Sangiorgese (San Giorgio su Legnano) con il suo progetto “SostenibilitAtletica #2”. In occasione della settantesima edizione del Campaccio Cross Country Tour, in programma per il 5-6 gennaio 2027, la storica polisportiva si impegna ad azzerare la plastica monouso durante gli eventi, a installare dispenser per l’acqua e a distribuire borracce riutilizzabili.

Fiducia e pari opportunità: uno sport senza barriere

Due sono invece le realtà premiate nella categoria “Fiducia, pari opportunità e futuro“, pensata per rendere lo sport un ambiente sicuro e accessibile anche ai gruppi più fragili. A Parabiago, il Rugby Parabiago SSD ha convinto con “Un ponte verso il domani: dal campo di rugby al mondo del lavoro“, un progetto che affianca alla crescita sportiva veri e propri percorsi di orientamento professionale per giovani. L’iniziativa promuove, inoltre, l’inclusione lavorativa di ragazze e ragazzi con autismo grazie alla collaborazione con il progetto “PizzAutobus“.

Sempre nell’ambito dell’inclusione, a Corbetta la C.B.C. Show Camp Basketschool ASD porterà avanti “CBC Inclusione a 360° – Dream Team ’92 CAP“. Una prima fase garantirà la continuità della squadra speciale di Baskin mentre nella seconda fase verrà sviluppato un nuovo progetto che permetterà a chi parteciperà di essere seguito da personale specializzato per prepararsi all’ingresso nel mondo del lavoro.

Sport, coesione e comunità: il tessuto sociale in movimento

È nella categoria “Sport, coesione e comunità”, volta a rafforzare i legami e le reti associative sul territorio, che si concentra il maggior numero di progetti vincitori. A Sesto San Giovanni, l’associazione AD ASTRA A.S.D. con “Tutti per uno, uno per tutti (includiamo gli esclusi)” istituirà corsi totalmente gratuiti di mini-volley S3 per bambini e bambine dai 6 agli 11 anni, abbattendo le barriere economiche e creando occasioni di incontro tra piccoli atleti e atlete con e senza disabilità, con la finalità di aggregare nello sport sia i bambini e le bambine sia le loro famiglie e di promuovere l’inclusione sociale e motoria nel territorio.

Con “Generazioni in Movimento“, la Backspin A.S.D. di Busto Garolfo arricchirà il proprio Summer Camp e il nuovo Winter Camp con laboratori dedicati alla tutela dell’acqua. Il bando permetterà inoltre il rafforzamento del percorso Giovani in Crescita, con formazione, affiancamento e coinvolgimento di adolescenti come giovani tutor e aiuto-animatori.

Sempre sul fronte dell’accessibilità, l’ASD Lotta Club Seggiano di Pioltello (“H2O – Hand 2 Opportunity”) offrirà l’accesso gratuito ai corsi di lotta olimpica per ragazze e ragazzi provenienti da famiglie in difficoltà economica. Il club porterà i valori dello sport fuori dalle palestre con flash mob ed esibizioni nei parchi, scelti appositamente vicino alle fontanelle pubbliche o alle Case dell’acqua per sensibilizzare i cittadini, rinunciando alla plastica monouso.

A Senago, il sitting volley sarà protagonista con “La rete che unisce” della Polisportiva Giovanile Senago ASD, un progetto di coesione rivolto a giovani con e senza disabilità che prevede allenamenti costanti (anche a Paderno Dugnano), incontri nelle scuole secondarie e manifestazioni cittadine rigorosamente senza bottigliette di plastica

Infine, la Waterpolo Milano Metanopoli (San Donato Milanese) ha presentato “L’Acqua che Genera Valore“, un articolato programma biennale legato agli sport acquatici. Tra le numerose azioni previste figurano in particolare “Open water per tutti”, due eventi di nuoto in acque libere aperti alla comunità, con momenti formativi sul rispetto degli ecosistemi acquatici, organizzati in collaborazione con il gruppo Open water; il torneo “Trofeo CAP – Acqua è Futuro“; e infine la sostituzione integrale della plastica monouso con borracce brandizzate per tutti gli atleti e le atlete.

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“Ha evocato azioni di ‘disobbedienza civile’, non ha istigato alla violenza”: la gip smonta la ricostruzione della Procura e scarcera Youssef Siher. Le motivazioni

Nessun presupposto di pericolo di fuga che avrebbe dovuto giustificare il fermo e neppure sussistono gravi indizi di colpevolezza con riferimento ai reati contestati. Con queste motivazioni la gip del tribunale di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, rigettando sia la richiesta di convalida del fermo che l’applicazione della misura in carcere. L’ordinanza smonta punto per punto la ricostruzione della Procura, che accusa il 30enne ricercatore di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Lo fa evidenziando i numerosi dubbi subito emersi in merito accuse mosse al 30enne. Siher lascia così il carcere di San Vittore dove è stato detenuto per quattro giorni.

Nessuna istigazione a delinquere

La giudice per le indagini preliminari argomenta la sua decisione. “Le condotte poste in essere dall’indagato, così come risultanti dalle acquisizioni investigative dianzi richiamate, non sono, allo stato, sussumibili, nel delitto di istigazione a commettere reati“, scrive nell’ordinanza. Dalle indagini è emerso da subito – da “controlli urgenti esperiti il 20.10.2026” – che il 30enne risultava essere l’amministratore del gruppo Telegram e del profilo Instagram denominato “Movimento 17 ottobre“, “creati a seguito degli accadimenti del 17 e 18 ottobre 2026″. Ma in questi contesti l’indagato non ha mai istigato alla violenza, evidenzia la gip Landoni. Nell’ordinanza vengono citate, ad esempio, alcuni post con le frasi “lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame“. “Orbene – scrive la gip – la condivisione da parte dell’indagato di tali asserzioni con numerosi utenti non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti contro l’ordine pubblico”. “Si tratta, senz’altro, di affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale Governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari. Vi è, inoltre, una ferma presa di posizione dinnanzi a politiche non condivise e ritenute dannose per il futuro dell’Italia, che sfocia in una generica “dichiarazione di guerra” ad un “presente infame” (e non nei confronti delle istituzioni dello Stato), non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere”, si legge.

“Evoca azioni di disobbedienza civile”

Tra l’altro, sottolinea la gip, “dai contenuti pubblicati da Siher all’interno del gruppo Telegram ‘movimento 17 ottobre’ emergono le modalità di protesta avverso le attuali politiche governative indicate dal medesimo agli utenti, le quali, oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile‘, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone“. Non solo. Se qualche utente ha menzionato comportamenti violenti nella chat di Telegram “Siher non risulta aver caldeggiato o in qualche modo sostenuto” queste affermazioni “né modificato le forme di mobilitazione collettiva in precedenza esposte”.

Il pdf con le “istruzioni”

La giudice approfondisce anche la vicenda del file pdf condiviso dal 30enne il 22 ottobre “Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011″. Si tratta, viene evidenziato, di quattro pagine “estrapolate da un più ampio file rinvenuto all’interno del Notebook in uso al predetto che non risulta essere stato integralmente pubblicato dall’indagato all’interno del gruppo Telegram”. E le pagine condivise nella chat, rimarca la gip, “non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le Forze dell’Ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni. Tali indicazioni – viene spiegato nell’ordinanza – sono riportate nel file contenente il ‘vademecum’ integrale rinvenuto all’interno del Notebook dell’indagato, ma non risultano essere state da quest’ultimo pubblicate all’interno del gruppo Telegram”. Quindi il testo finale è depurato e riporta solamente una “guida pratica per la difesa in piazza” con atti di disobbedienza civile. “Il che, peraltro, appare essere un dato indicativo delle modalità di protesta collettiva che il medesimo si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza”, sottolinea la giudice.

L’aggravante del terrorismo

“Nei post e nei comunicati pubblicati l’indagato non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”, si legge ancora. Esclusa anche l’aggravante del terrorismo o il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche introdotto con il decreto sicurezza (ed entrato in vigore 24 ore prima del fermo del 30enne). “Le condotte poste in essere dal medesimo, tenuto conto delle modalità di esplicazione delle stesse, non potrebbero ritenersi tali da arrecare un grave danno allo Stato (non pare essere, invero, di dimensione necessariamente macroscopica l’offesa dalle stesse potenzialmente creata), né risultano essere state compiute allo scopo di intimidire la popolazione nei termini dianzi detti, suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante, considerati gli stessi propositi esternati dal medesimo nei due comunicati pubblicati all’interno del Gruppo Telegram e il tentativo di promuovere la formazione di una coscienza collettiva, coinvolgendo anche persone non appartenenti a realtà politiche”.

Non voleva fuggire

Per questo la gip respinge la richiesta di misura cautelare in carcere e rimette in libertà Youssef Siher, non convalidando neppure il fermo di sabato scorso. “Non è ravvisabile il presupposto del pericolo di fuga che deve giustificare l’applicazione della misura precautelare disposta dal Pubblico Ministero nei confronti dell’odierno indagato”, sottolinea la giudice nell’ordinanza ricordando che il 30enne “è nato in Italia, è titolare di regolari documenti identificativi ed è radicato nel territorio dello Stato, dove dimora con la moglie e la figlia e risulta svolgere attività lavorativa”. Tra l’altro a comunicare agli investigatori che Siher si trovava a Milano a casa di un’amica erano stati i suoi stessi genitori, quando gli agenti sono arrivati nella loro abitazione per effettuare una perquisizione. E “non può ritenersi” che Siher “si fosse appositamente recato presso l’abitazione” dell’amica “con l’intento di sottrarsi alle investigazioni a suo carico (non risulta che il predetto ne fosse a conoscenza) e rendersi irreperibile“. Per questo anche la convalida del fermo viene respinta.

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Siher libero, l’Italia è ancora uno Stato di diritto. La contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano | il commento

L’Italia è ancora uno Stato di diritto. E questa è una buona notizia. La cattiva notizia è invece la mostrificazione a cui è stato sottoposto Youssef Siher attraverso una campagna di stampa massiccia e larghissima, dove tv di Stato, giornali e mille altre gazzette social hanno compiuto un’operazione di discredito, impiccando questo trentenne bresciano all’albero della colpa assoluta. Descritto fin dal primo minuto come la “mente” dei disordini, il regista degli spaccavetrine, il capo dei vandali, l’agente del “terrore”, il capocellula islamista infiltrato tra i violenti di strada, capace di generare un’attività di sobillazione cruenta, un pianificatore degli atti predatori visti a Milano e previsti chissà in quante altre città.

Non sappiamo di lui molto, non conosciamo le sue idee né siamo in grado di escludere eventuali responsabilità che la magistratura dovesse in futuro attribuirgli (provando con accuratezza però i rilievi). Ciò che però pareva incredibile era di addebitargli un tale cumulo di colpe da farlo apparire lontano da quel che è. La gogna mediatica lo ha così compresso nella sua identità familiare, figlio di marocchini residenti in Italia, e dunque esibito come un giovane “maranza” ma già cattivo maestro, il sapientino dei ragazzi della seconda generazione, gli immigrati che fomentano le coscienze, trasformando gli adolescenti, ingenui e giovanissimi, in vettori di un nuovo protagonismo del terrore.

Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo, poliglotta, laureato in scienze politiche e in scienze della comunicazione, studente eccellente, stagista tra noi al Fatto Quotidiano qualche anno fa e poi all’Ispi, che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove, di fatti, di eventi, di luoghi. Il fermo è parso più come una costruzione della cornice securitaria che come un atto di necessaria repressione. La procura di Milano adesso ha davanti questa decisione del gip che sovverte la sua impostazione e la pialla radicalmente. È questa, come detto, la prima, unica ma decisiva buona notizia. Speriamo che il governo capisca che il conflitto sociale, il disagio, la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano.

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La premier Meloni accusa la gip ma afferma il falso: “Siher ha organizzato le manifestazioni che hanno portato alle devastazioni”. Ma la sua pagina social è stata aperta solo dopo gli incidenti

“Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram ‘Movimento 17 ottobre’, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo dirà pure senza mezzi termini, ma purtroppo per lei – mezzi o interi – quei termini finiscono per avere una falla grande come una casa. La pagina “Movimento 17 ottobre” è stata creata alle 19,59 del 18 ottobre, cioè quando gli incidenti del weekend a Milano si erano già verificati e sostanzialmente erano terminati. La premier, proseguendo il suo ragionamento, parla di “mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente perbene dal rischio di vedere devastate le proprie città e i propri esercizi commerciali”. Concetto che sarebbe corretto se avesse a che fare con un qualche ruolo di Siher nell’organizzazione delle manifestazioni che hanno portato ai danneggiamenti di quel weekend a Milano. Infine l’attacco alla magistratura, un trend di lunga data quando si parla del centrodestra: “Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura“.

Anche la Lega cerca di legare Siher alle manifestazioni violente di Milano. “Incredibile la liberazione di un soggetto – dichiara il segretario Matteo Salvini – per il quale la stessa Procura di Milano aveva contestato reati gravissimi, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, evidenziando anche il rischio di fuga e di reiterazione del reato. Dopo le violenze e le devastazioni delle scorse settimane, una decisione vergognosa, incomprensibile, assurda. Se si verificheranno nuovi episodi di violenza e altri danni, a partire dai cortei di questo venerdì a Milano, pagherà di tasca sua il giudice che ha deciso di rimandare a casa questo galantuomo?”. Anche il ministro Roberto Calderoli insiste: “Dopo giorni di guerriglia urbana, milioni di euro di danni e città come Milano messe a ferro e fuoco dai violenti, il principale sospettato di aver fomentato la rivolta viene giustamente individuato e arrestato e le devastazioni si fermano, ma un giudice si affretta a liberarlo. Rinnovo i miei complimenti alle Forze dell’ordine che lo hanno individuato e fermato, ma vista la sua liberazione mi domando se possiamo parlare di ‘giustizia giusta’”.

L’en plein arriva con l’altro vicepremier, Antonio Tajani. Ancora una volta, incredibilmente, il leader di Forza Italia dismette i panni del garantista di cui spesso si fregia: “Considero estremamente grave la decisione del gip di Milano di rilasciare Youssef Siher, considerato uno dei principali fautori delle violenze compiute a Milano la scorsa settimana”. Il ministro arriva a dire che rimettere in libertà Siher “significa mettere in pericolo la sicurezza del Paese. Una scelta che offende e demotiva il lavoro delle forze dell’ordine impegnate nella lotta al terrorismo e alla criminalità. Alcune decisioni vanno prese con maggiore cautela e senso di responsabilità”.

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Youssef Siher torna libero: la gip rigetta la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura in carcere

Youssef Siher torna libero. È questa la decisione, secondo fonti legali, del gip Tiziana Landoni che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla pm Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta con il procuratore Marcello Viola. L’ordinanza smonta punto per punto la ricostruzione della Procura: “Ha evocato la ‘disobbedienza civile’, non ha istigato alla violenza”, scrive la giudice. Immediatamente dopo la diffusione della notizia, Giorgia Meloni interviene con un video accusando la gip: “Siher ha organizzato le manifestazioni che hanno portato alle devastazioni”. Ma la premier afferma il falso: la sua pagina social è stata aperta solo dopo gli incidenti, come hanno accertato gli inquirenti.

Il 30enne, amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“, è stato fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (quest’ultimo reato introdotto con il decreto sicurezza entrato in vigore poche ore prima del fermo). Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi avevano chiesto la convalida e l’applicazione della misura cautelare in carcere contestando il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato.

Inizialmente presentato da media e commenti dei politici come “l’ideatore” degli scontri e delle devastazioni del weekend precedente a Milano, dalla lettura del decreto di fermo erano emersi numerosi dubbi sulle accuse mosse al 30enne. A partire dal fatto che le pagine social sono state aperte dopo gli scontri (che, infatti, non vengono contestati a Siher). Nonostante questo l’argomento è ancora rilanciato oggi da Meloni. In più, dall’analisi della chat su Telegram, è emerso che solo l’1% dei post era per la violenza (nessuno dei quali condiviso dallo stesso 30enne).

Durante l’udienza di convalida, che si è tenuta martedì nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso, il 30enne si è avvalso della facoltà di non rispondere. I suoi avvocati, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, avevano ribadito che il loro assistito “non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato. Anche per la gip non sussistono gravi indizia di colpevolezza e Siher, per questo, è stato scarcerato.

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Processo Hydra, si pente Giancarlo Vestiti: è considerato il referente del clan Senese in Lombardia

Giancarlo Vestiti, l’uomo incaricato da Michele Senese di dare vita al nuovo consorzio di mafie, così come spiegato dal collaboratore Gioacchino Amico, inaspettatamente questa mattina durante l’udienza del processo Hdra dove è imputato ha cambiato il legale. A difenderlo non sarà più il suo storico difensore Mario Marino, che peraltro difende ancora Emanuele Gregorini, alias Dollarino, altro uomo collegato al clan Senese, ma l’avvocato del foro di Torino Gianluca Orlando. Una scelta inaspettata. Un vero colpo di scena. Che fa pensare alla scelta di collaborare con la Procura di Milano. E come lui anche i suoi figli hanno cambiato il legale. Allo stato la notizia di una possibile collaborazione non è emersa ufficialmente dall’udienza. La Procura non dà conferma del pentimento. La scelta di collaborazione di Giancarlo Vestiti è iniziata a girare questa mattina in aula ma del tutto informalmente. Se così fosse sarebbe un vero colpo di scena nel processo. Giancarlo Vestiti infatti è ritenuto il vero artefice della nascita del nuovo sistema mafioso lombardo. In più è considerato il fiduciario diretto di Michele Senese al Nord e non solo, in contatto con il mondo politico e con i livelli più alti della criminalità organizzata.

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Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li

Spionaggio e repressione su quelli che vengono considerati “dissidenti” che vivono nel capoluogo lombardo. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha chiuso le indagini in vista della richiesta di processo a carico di dieci indagati, tra cui quattro cinesi in “continuo contatto con le autorità” di Pechino. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata ad “azioni repressive e coercitive nei confronti” di alcuni connazionali critici nei confronti del governo cinese.

In particolare, nell’inchiesta della Digos della Polizia di Torino, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si contestano una serie di attività di stalking, monitoraggio, pressioni e minacce sull’influencer da milioni di follower Teacher Li, 34 anni, attivista e dissidente.

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Il Garante della privacy blocca servizi televisivi e articoli sull’11enne coinvolto negli scontri a Milano: “Riservatezza del minore va rispettata”

Il Garante della privacy blocca la diffusione di un video e di alcuni articoli riguardanti un ragazzino di 11 anni, coinvolto negli scontri di Milano, durante le proteste per il carovita. Lo stop è giunto con il provvedimento n. 809, firmato ieri dal presidente Pasquale Stanzione, a tutela del diritto alla riservatezza del minore. Nel mirino dell’Autorità c’è un servizio trasmesso “su Rai News e nella trasmissione Le Iene“, ma anche “articoli giornalistici online pubblicati dalle testate Open (www.open.online), Il Giornale d’Italia (www.ilgiornaleditalia.it), Corriere della Sera” nell’edizione milanese, “Milano Post (www.milanopost.info)”. Emittenti tv e testate “dovranno comunicare entro tre giorni le misure adottate“: ovvero, spiegare in che modo hanno provveduto a fermare la diffusione dei loro contenuti, additati dal Garante. Il provvedimento cita il video trasmesso da Le Iene, con “immagini del minore intento a compiere i menzionati atti vandalici, oltreché a inveire nei confronti del soggetto che ha effettuato le riprese”.

Secondo la nota diffusa oggi dall’Autorità, articoli e video hanno diffuso dati rilevanti come “le immagini, l’età, il quartiere, la scuola frequentata e altri dettagli personali“. Abbastanza per rendere “il minore identificabile, con possibili gravi ripercussioni sul suo sviluppo“. L’Autorità ammonisce sulla priorità del diritto del minore alla riservatezza, rispetto al diritto di cronaca delle testate giornalistiche, “qualunque sia il ruolo del minore nei fatti narrati. L’interesse pubblico a raccontare gli eventi può essere soddisfatto senza esporre i minori coinvolti“. Chiunque diffonda ulteriormente immagini e contenuti legati al minore – ammonisce il Garante – rischia la violazione delle leggi sulla privacy. Intanto, procede l’indagine.

Secondo Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, il provvedimento del Garante è corretto: sui minori, “la normativa sulla privacy prevede speciali tutele che sono contenute sia nella Carta di Treviso che nelle Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’attività giornalistica, che sono parte integrante del Codice della Privacy. Le testate che non rispettano queste norme, non violano quindi solo la deontologia della categoria professionale, ma anche il GDPR, e per questo si espongo a pesanti sanzioni da parte del Garante per la protezione dei dati personali”.

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Non diamo la colpa ai giovani se il contratto sociale è saltato

Chi ha ascoltato i ragazzi sa che chiedono di avere un posto nella società, una prospettiva di futuro, e la risposta non può essere solo repressiva: da loro si pretende responsabilità senza dare potere, è venuto il momento di condividerne un po'

Le scuole fatiscenti e l’accesso all’università a Parigi, gli affitti a Madrid e Lisbona, il carovita, la precarietà e la scuola da noi. Francia, Spagna, Portogallo, Italia: le piattaforme sono diverse, ma un elemento accomuna le manifestazioni di queste settimane: l’età di chi scende in piazza. Molti sono studenti delle superiori, alcuni non ci sono ancora arrivati. A Milano, tra i giovani identificati dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il più piccolo ha undici anni e frequenta le medie in una scuola della Barona.

L’occasione era troppo ghiotta per non indurre i media e la politica a buttarcisi; così abbiamo visto adulti che poco o nulla sanno delle condizioni di vita dei ragazzi improvvisarsi sociologi, pedagogisti, psicologi o neuropsichiatri: nella migliore delle ipotesi per pontificare; nella peggiore per legiferare. È il caso del decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che introduce – per l’ennesima volta in questa legislatura – un nuovo reato, stabilisce che tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità è presunta e invia a Milano cinquecento militari per gestire l’ordine pubblico. Ci si spinge fino a stravolgere l’impianto peculiare del processo minorile, che chiede di accertare caso per caso la maturità dell’imputato e segue la logica della messa alla prova e del recupero.

Sgombro il campo da un possibile equivoco: la violenza non si giustifica, e chi spacca vetrine e saccheggia negozi deve risponderne. Ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è penale, vuol dire che ha rinunciato a capire. Come ha rinunciato a capire chi guarda con simpatia a chi contesta il Capitale o l’Ordine costituito, con una senile nostalgia per gli anni in cui “gli eroi son tutti giovani e belli”, che per ragioni anagrafiche non ha potuto vivere da protagonista.

Per capire un fenomeno, si sa, è buona pratica allargare lo sguardo. In questo contributo provo a farlo mettendo in fila tre cose: una generazione sacrificata, un sistema educativo tirato in ballo a sproposito, un diritto che continuiamo a negare.

In fondo alla fila
Chi ha ascoltato i ragazzi, invece di parlare al posto loro, ha sentito sempre le stesse parole: salari inadeguati, lavori che non soddisfano, nessuna certezza sul futuro lavorativo, abitativo e previdenziale. E i dati sono lì, impietosi, a confermarlo. La crisi nasce da un patto che non regge più. La promessa implicita era semplice: studia, impegnati, e avrai un posto nella società almeno pari a quello dei tuoi genitori. Oggi quella promessa non è più credibile, e i diretti interessati lo sanno meglio di noi.

Questo risultato non è frutto del caso: è l’effetto cumulato di scelte. Il debito pubblico è cresciuto quasi sempre senza chiedersi come migliorasse la vita di chi dovrà ripagarlo. La spesa per pensioni e sanità è destinata a crescere, e quella per istruzione e sostegno alla genitorialità a contrarsi. In questa «repubblica fondata sul lavoro», i giovani lavoratori sono poco tutelati. E la tutela dell’ambiente, che l’articolo 9 riformato nel 2022 lega espressamente all’«interesse delle future generazioni», resta più spesso enunciata che praticata.

C’è un filo che tiene insieme queste scelte. La politica risponde, legittimamente, a chi la vota; e chi vota è sempre più anziano, mentre una parte di chi pagherà il conto, quel conto non può nemmeno contestarlo nelle urne. Quando il contratto sociale salta per una parte della popolazione, quella parte cerca altri modi per farsi sentire. Alcuni sono pacifici, altri no.

Il triangolo educativo
Ogni volta che la cronaca coinvolge adolescenti o preadolescenti, la reazione è quasi pavloviana: si tira in ballo il ruolo della scuola, spesso a sproposito. La dimensione educativa è ovviamente decisiva, ma pensare che qualcuno abbia la bacchetta magica è quantomeno ingenuo. Serve un approccio sistemico, che coinvolga tutti i vertici del cosiddetto triangolo educativo: scuola, famiglia e territorio, cioè istituzioni e associazioni.

Non siamo all’anno zero: questi soggetti, almeno quelli pubblici, gli strumenti per intervenire li hanno già. E li usano ogni giorno, in silenzio e nel disinteresse generale. Certo, non tutti sono attrezzati allo stesso modo: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone non sono tutte ugualmente capaci. Anche per questo i tre vertici devono sostenersi a vicenda in un dialogo costante.

L’intervista che la dirigente della scuola dell’undicenne della Barona ha dato al Corriere della Sera lo mostra con chiarezza. La scuola su quello studente aveva investito e continua a farlo. Ha costruito un percorso individuale, ha segnalato le difficoltà e chiesto l’intervento dei servizi sociali. E quando lo ha riconosciuto nei video, i docenti hanno pianto per il senso di impotenza.

Da quella storia si ricavano una buona e una cattiva notizia. La buona è che le nostre scuole sono tenute in piedi da persone che sanno quello che fanno e non aspettano il fatto eclatante per muoversi. La cattiva è che, anche quando ciascuno fa la propria parte, a volte non basta.

Ora proviamo a guardare con questa lente il modo in cui reagiamo quando una generazione irrompe sulla scena pubblica. Quasi mai la risposta rafforza uno dei tre vertici. La famiglia, spesso il vertice più fragile, viene colpevolizzata. Sul territorio si mandano militari senza formazione nella gestione dell’ordine pubblico, invece di educatori, assistenti sociali o presidi culturali. La risposta repressiva è necessaria quando vengono commessi reati. Ma dovrebbe essere l’extrema ratio e, in ogni caso, va letta per quello che è: la certificazione di un fallimento. Quando diventa la prima risposta, è come se quel fallimento lo certificassimo in anticipo.

No imputation without representation
C’è poi un paradosso che il decreto rende evidente. Per lo Stato un quattordicenne che commette un reato è presunto maturo quanto un adulto, e come un adulto può essere fermato anche prima di commetterlo. Ma non è abbastanza maturo da partecipare alla scelta di chi fa le leggi.

Gli chiediamo responsabilità e non gli diamo potere. I coloni americani, davanti a un Parlamento che li tassava senza farli votare, risposero: «no taxation without representation», dando vita a una delle grandi rivoluzioni liberali della storia moderna, la prima a concludersi con una repubblica fondata su una costituzione scritta. Due secoli e mezzo dopo, potremmo applicare un principio simile: «no imputation without representation».

Iniziamo a riflettere su come eliminare dall’articolo 48 della Costituzione il requisito della maggiore età per votare. Non ripeto qui l’argomentazione che ho fatto in questo saggio. Mi limito a osservare che il modo strutturale per smettere di legiferare contro l’interesse dei più giovani è dare loro il voto, perché ignorarli diventi più costoso. Con due vantaggi ulteriori: chi può votare non pensa che spaccare tutto sia l’unico modo per farsi sentire; e la responsabilità non si insegna per decreto, si impara esercitandola.

Fare gli adulti
Rubo a Francesco Costa una domanda, anch’essa ispirata dai disordini di Milano, Bologna e Torino: gli adulti possono fare gli adulti? È la domanda giusta. Fare gli adulti non significa pontificare, né rispondere a una vetrina rotta con un nuovo reato. Significa fare in modo che i tre vertici del triangolo educativo funzionino e si sostengano, perché dove uno cede possano arrivare gli altri. E significa accettare di condividere un po’ di potere con chi erediterà le conseguenze delle nostre scelte.

Altrimenti la prossima volta torneremo a stupirci dell’età di chi è in piazza, a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a scrivere un altro decreto. E i ragazzi avranno avuto ancora una volta la conferma di ciò che già pensano: che di loro ci occupiamo solo quando fanno notizia.

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