❌

Reading view

Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

L'articolo Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

L'articolo Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo

Al supermercato le pere ci sono. Anche la farina di mais per la polenta, l’olio e il latte. E noi facciamo la spesa come al solito, convinti che pere, farina, olio e latte siano gli stessi cibi italiani di sempre. Poi qualcuno guarda un rapporto Istat e scopre che, in meno di vent’anni, la produzione italiana di pere è diminuita del sessanta per cento e la superficie coltivata a mais si è più che dimezzata. Il cibo continua ad arrivare, ma il sistema produttivo sta cambiando moltissimo.

Il focus sulle produzioni agricole e zootecniche del 2025, pubblicato da Istat alla fine della scorsa estate, riunisce i movimenti della produzione alimentare degli ultimi venti anni, a partire dal 2006. È un lasso di tempo sufficiente per capire l’agricoltura e la zootecnica oltre le cattive annate o l’evento avverso, ma guarda a qualcosa di più profondo. Dentro ci sono colture che arretrano, altre che guadagnano spazio, allevamenti che cambiano e una crescente dipendenza dall’estero per alcune materie prime. Ci sono anche risultati che complicano il racconto: meno bovini, ma più latte raccolto; meno carne bovina macellata, ma molta più carne avicola.

Per assorbire questi dati, però, dobbiamo spogliarci della spocchia sul successo agroalimentare italiano di cui ci vestiamo spesso, perché il valore economico e la quantità prodotta raccontano cose diverse. Nei conti economici dell’agricoltura, sempre Istat, il valore della produzione di frutta nel 2025 cresce del 10,1 per cento. Sembrerebbe una buona notizia. I volumi, però, diminuiscono del 7,3 per cento: a far salire il valore sono i prezzi, aumentati del 18,8 per cento. È possibile avere meno frutta e un risultato economico complessivo più alto. Che questo significhi stare meglio, per ogni singolo produttore, è un altro discorso.

Frutteti tristi
Le pere sono uno dei casi più evidenti (ne scrivemmo già qualche anno fa). Tra il 2006 e il 2025 la produzione scende del 60,6 per cento e la superficie del 52,8 per cento: da oltre quarantaduemila ettari a poco meno di ventimila. Il dato della terra è persino più eloquente di quello del raccolto. Una stagione può andare male, ma perdere più della metà delle superfici significa ridimensionare la presenza stessa di quella coltura.

Nel frattempo, le importazioni di pere sono quasi triplicate. Le due dinamiche descrivono una filiera nella quale l’offerta nazionale arretra e gli acquisti dall’estero aumentano, senza che basti questa coincidenza a spiegare tutte le cause. Il rapporto richiama la concorrenza internazionale e i processi di riorganizzazione produttiva. Il punto, per chi compra, è che la continuità dell’assortimento può nascondere una discontinuità molto forte nei campi italiani.

La frutta offre anche un altro dato poco rassicurante: coltivare più ettari non garantisce di raccogliere di più. Le superfici a nocciolo crescono del trentasette per cento, ma la produzione diminuisce del 30,3 per cento. La resa per ettaro è quasi dimezzata. Ma non tutta la frutticoltura segue la stessa direzione. Le mele aumentano del 13,2 per cento, pur occupando meno superficie, grazie a rese più elevate. Crescono anche clementine e kiwi. Il quadro è quello di una selezione tra colture e territori, con risultati molto diversi. È possibile che il contenuto del portafrutta sul tavolo della cucina – ammesso che non ci teniate le chiavi della Panda e le bollette da pagare – non sia tutto made in Italy.

Non è mais abbastanza
Interessante ma anche più complicato il discorso sul mais. Per molti si tratta di una pannocchia, una scatoletta, una polenta. Per la filiera alimentare è anche un elemento fondamentale che entra nell’alimentazione degli animali e, attraverso gli allevamenti, nella produzione di carne e latte. In quasi vent’anni il mais da granella perde il 51,2 per cento delle superfici e il 42,7 per cento della produzione. Le rese migliorano, ma non abbastanza da compensare la riduzione dei terreni coltivati. Nel 2025 ne importiamo circa sette milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si ferma intorno a cinque milioni e mezzo. Dal 2022 le importazioni superano stabilmente il raccolto italiano.

Bizzarro che, proprio negli anni in cui abbiamo un Ministero della sovranità alimentare, ci si ritrovi a mettere in discussione questo concetto. Le nostre materie prime sono sufficienti per sostenere il nostro sistema produttivo? Comprare all’estero fa parte del funzionamento delle filiere e non rende automaticamente peggiore un alimento. Una dipendenza crescente, però, lega maggiormente gli allevamenti italiani ai prezzi e alla disponibilità dei mangimi sui mercati internazionali.

Uno degli ingredienti strategici a cui guardare è la soia, la cui produzione è aumenta del 94,6 per cento rispetto al 2006. Il rapporto la mette in relazione con la domanda di proteine vegetali per i mangimi e con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Quindi no, non siamo tutti appassionati di tofu, siamo desiderosi di carne e derivati degli animali e la soia la coltiviamo principalmente per ingrassare loro. Sembra che le uniche spinte agricole siano in funzione delle filiere animali, più che umane.

Per quanto tempo l’olio sarà ancora italiano?
Sull’olio, invece, l’identità nazionale incontra un problema di produttività. Tra il 2006 e il 2025 le superfici a olivo diminuiscono appena dell’1,4 per cento, mentre la quantità di olive raccolte cala del 27,2 per cento. Gli ettari restano quasi gli stessi; il raccolto no. Istat richiama fattori climatici, fitosanitari e gestionali. La produzione di olio passa da circa 603 a 379 milioni di litri, con oscillazioni annuali molto forti.

Il paesaggio degli ulivi, da solo, non ci dice quanto olio riusciremo a ottenere. E la fragilità produttiva può convivere con una discesa dei prezzi: a settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione dell’olio d’oliva è inferiore del quarantadue per cento rispetto a un anno prima. È un indicatore all’origine, non lo sconto che dobbiamo aspettarci sulla bottiglia al supermercato. Ma aiuta a capire quanto sia complicato, per chi produce, programmare investimenti dentro un mercato così variabile. Sul tema è interessante leggere il post Instagram del professor Antonio Michele Fino di qualche giorno fa, che racconta la stasi dell’olivicoltura italiana rispetto quella spagnola.

Un Paese di polli
Nelle stalle, intanto, cambiano sia gli animali sia le quantità ottenute. Tra il 2006 e il 2025 i bovini diminuiscono del 12,2 per cento, i suini del 15,6 e gli ovini del 28,1. In controtendenza i bufalini, quasi raddoppiati, e i caprini, in lieve crescita. Questi numeri, però, non autorizzano a concludere che stiamo semplicemente producendo meno alimenti di origine animale.

Per il latte, i dati del rapporto si fermano al 2024: la raccolta raggiunge 13,8 milioni di tonnellate, il 27,2 per cento in più rispetto al 2006. Istat descrive un aumento della produttività legato a selezione genetica, alimentazione e modernizzazione delle tecniche di allevamento. È una trasformazione che pone domande sulla gestione degli animali, sul loro benessere e sulla sostenibilità economica delle aziende. Produrre di più, del resto, non mette al riparo dalle difficoltà di mercato, anzi. A settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione di latte e derivati bovini segna un calo del 13,8 per cento su base annua. Il dato riguarda l’insieme del comparto e non il prezzo riconosciuto a ogni allevatore, ma ricorda quanto la capacità produttiva e la remunerazione possano muoversi in direzioni diverse: all’aumento di disponibilità di latte, per esempio, il prezzo riconosciuto all’allevatore può crollare.

E poi l’amato pollo. Nel periodo considerato, la quantità di carne bovina ottenuta dalle macellazioni italiane diminuisce del 42,4 per cento. Quella avicola cresce del 56,8 per cento; considerando soltanto polli e galline, l’aumento arriva all’89,4 per cento. Sono dati di macellazione, non direttamente collegabili al consumo effettivo di pollame, ma raccontano un cambiamento netto nell’organizzazione della produzione. Gli allevamenti avicoli crescono, alla faccia di chi pensa a sistemi più consapevoli o al calo del consumo di carne. Bisogna chiedersi, piuttosto, per quali animali, per quali prodotti e attraverso quali sistemi produttivi.

©Getty images for Unsplash

L’Italia conserva un peso agricolo rilevante in Europa. Nel 2025 produce oltre la metà del riso dell’Unione europea, il 43,2 per cento del grano duro e il 42,1 per cento del pomodoro coltivato in piena aria. Questi primati convivono con gli arretramenti. Essere importanti per alcune filiere non ci rende meno vulnerabili in altre. Il rapporto serve soprattutto a riportare la discussione sul cibo a ciò che succede prima che diventi un prodotto da sbandierare. Alla possibilità di continuare a coltivare un frutteto, alla convenienza di seminare mais, all’acqua disponibile, al prezzo riconosciuto a chi munge.

Possiamo continuare a raccontare le nostre eccellenze, essere fieri di dire che facciamo mango in Sicilia, che abbiamo i meloni più succosi del mondo e che la pasta è cento per cento di grano italiano. Ma sarebbe utile, piuttosto, riguardare i dati al completo e cercare di capire quanto c’è da vantarsi davvero.

L'articolo L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌