El dolor tras el choque de los trenes de alta velocidad en Toledo marcan la jornada. En la estación sevillana de Santa Justa se guardan cinco minutos de silencio por las víctimas, mientras un helicóptero de la Guardia Civil rastrea el lugar del accidente. Fuera de España, miles de manifestantes piden el fin de la guerra en Gaza ante la residencia del primer ministro en Jerusalén, un día después de las elecciones israelíes, y la oposición albanesa enciende bengalas y lanza bombas de humo en el Parlamento de Tirana. En Dnipro, la policía retira el cuerpo de una víctima de un ataque con drones rusos contra la estación de tren y en la República Centroafricana se refuerzan los controles fronterizos ante el brote de ébola en el vecino Congo. Phuket sufre inundaciones repentinas y el volcán Semeru vuelve a expulsar ceniza en Indonesia. Completan la galería la dimisión de Christine Lagarde al frente del BCE, que dejará el cargo en febrero, la gira del rey Carlos III por el Caribe, la investigación por fraude en préstamos estudiantiles en Virginia, la exhibición de Checo Pérez en Ciudad de México antes del Gran Premio y la Serie Mundial de béisbol en Florida.
“La fotografia comincia dall’attenzione. Prima di prendere in mano la macchina fotografica, dobbiamo fermarci, ascoltare e lasciare a una persona o a un luogo il tempo di rivelare qualcosa di sé”. È un manifesto di pazienza, antropologia visiva e difesa della verità quello che SteveMcCurry affida alle pagine di Repubblica, in una densa intervista rilasciata alla vigilia della sua nuova avventura espositiva italiana. Le riflessioni del settantaquattrenne autore della celebre “Ragazza afghana” fanno infatti da cornice a “Steve McCurry workshop spirituality“, la mostra con la direzione creativa del maestro e la curatela di Paul Henry Robb, ospitata dal 30 ottobre al 10 gennaio 2027 all’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia (ingresso gratuito dal giovedì alla domenica). Il progetto è il frutto di un workshop immersivo svoltosi la scorsa estate in Umbria, in cui McCurry ha guidato sette fotografi professionisti e due studenti dell’Accademia attraverso le aree interne della regione, dalla Valnerina all’Orvietano, fino al Trasimeno e alla Media Valle del Tevere.
Il celebre fotografo americano sfrutta l’occasione per tracciare una linea di demarcazione netta tra il suo mestiere e la deriva digitale contemporanea: “L’IA può produrre immagini bellissime, ma in questo caso diventano un’opera di fantasia. E bisognerebbe dichiararlo. Regolare la luce, i colori, i contrasti non è lo stesso che inventare elementi. Una testimonianza fotografica reale va oggi più che mai tutelata. Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato“. “L’Umbria è la terra della spiritualità che ne permea luoghi, personaggi e la vita quotidiana“, spiega McCurry a Repubblica. “Il mio progetto voleva essere un’esplorazione fotografica sulla dimensione spirituale nei luoghi di fede, nella dignità dei gesti quotidiani, nella luce e nel legame tra le persone e la terra. In Umbria, la spiritualità affiora nella vita quotidiana: in un gesto, in un volto, in uno squarcio di luce. Il workshop è nato da questo tipo di attenzione che non può non chiedere molta pazienza”.
Il percorso espositivo restituisce questa ricerca sdoppiandosi su due livelli: il piano terra dell’Accademia accoglierà le nove indagini autonome sviluppate dai partecipanti al workshop, mentre la Pinacoteca ospiterà trenta scatti inediti del maestro americano, affiancati a una selezione di immagini storiche catturate durante i suoi passati soggiorni nel “cuore verde” d’Italia.
Ma al di là dell’indagine sul territorio, l’intervista svela un McCurry intimamente trasformato dalla paternità. Legatissimo all’Italia sin dal 1969, ha scelto di chiamare la sua unica figlia Lucia, che oggi ha 8 anni. E proprio lei è diventata il centro di gravità che ha modificato il suo modo di vivere e lavorare, ancorandolo al verbo “restare“. “Da quando ho mia figlia sono molto più stanziale per poterla vivere e immortalare in ogni suo attimo”, confida il fotografo. “La prima volta che ho scattato una foto a Lucia è stato un secondo dopo la sua nascita, l’ultima un’ora fa. L’arrivo di Lucia ci ha cambiato la vita. Da quando c’è mia figlia il mio modo di puntare l’obiettivo sul mondo e di viverlo in generale è diverso: una volta, fotografando, pensavo soprattutto a me stesso, alle mie emozioni, alle mie reazioni. Ora non riesco a non pensare che la realtà che fotografo sarà quella che lasceremo a lei”.
Un senso di responsabilità intergenerazionale che lo porta a inquadrare la fotografia moderna senza snobismi tecnologici, assolvendo i telefoni cellulari ma condannando severamente le falsificazioni. “Penso sia bene che ognuno abbia la possibilità di riprendere ciò che ci circonda. Mi fanno solo un po’ ridere i bastoncini per i selfie“, ironizza McCurry. “La smania di fissare il momento non deve sottrarci tempo, ma arricchirlo, eventualmente. Le fotografie circolano molto più velocemente e arrivano dappertutto, e io continuo ad avere fiducia nel potere di raccontare una storia con le immagini. Si tratta di osservare persone, culture e tradizioni e di preservare quei momenti come parte della nostra storia collettiva. In questo senso, la fotografia è sia arte che documentazione”. E come tale, conclude il maestro, deve rimanere saldamente ancorata alla realtà.
En el paseo de Recoletos de Madrid, la literatura ha salido a la calle. Los rostros de escritores ocupan las verjas e invitan a reconocer autores y descubrir nuevos nombres. Las fotografías de Daniel Mordzinski (Buenos Aires, 66 años) componen un mapa de la literatura iberoamericana que se aleja de la solemnidad del retrato oficial para dar paso a la intimidad, la ironía y el humor.
Al menos 68 personas han muerto y más de un centenar han resultado heridas en la colisión por alcance entre un tren AVE y uno de Iryo en la línea de alta velocidad Madrid-Sevilla, en la provincia de Toledo. El accidente se produjo entre los términos municipales de Urda y Los Yébenes. Como consecuencia del impacto, dos vagones cayeron por un terraplén. Efectivos de la Unidad Militar de Emergencias (UME) y de los bomberos trabajan en las tareas de rescate y retirada de restos. El polideportivo municipal de Urda se ha habilitado como centro de atención a los supervivientes y a sus familiares, que reciben allí asistencia psicológica mientras esperan información sobre los afectados. Las causas del accidente están bajo investigación. Una de las hipótesis que se analizan es un posible error humano en la señalización gestionada desde el centro de control de Adif. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, y el ministro de Transportes, Óscar Puente, han calificado de “inexplicable” que se autorizara la circulación del segundo tren.
Una sera di pioggia, a metà degli anni Settanta, un giovane fotografo torna a casa in autobus. Oltre il finestrino bagnato, all’altezza del viso, gli si accende davanti un’enorme palma al neon. Giovanni Chiaramonte lo racconterà quasi quindici anni dopo nel volume Terra del ritorno (Jaca Book, 1989): da quella «inquietante apparizione» nasce una serie intera, e insieme una crisi creativa durata più di tre anni, «un periodo di silenzio e di peregrinazione nell’affascinante problema dell’esistenza», che segnò una svolta nel suo percorso.
Quella palma, accesa sul fondo nero, è oggi una delle prime immagini che si incontrano entrando da Viasaterna, a Milano. La galleria d’arte contemporanea dedica al fotografo Alight, una monografica di settantacinque opere curata da Luca Fiore in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte, costituiti da poco dai figli. Il filo narrativo dell’esposizione vede come tema principale quello della luce, soggetto dell’immagine.
La Creazione/Neon è una delle prime sequenze di Chiaramonte, scattata tra il 1974 e il 1975 e dove le insegne luminose sono riprese con il teleobiettivo, con l’esposizione tarata sulla luce del tubo. La serie fu presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena l’11 maggio 1975, con un piccolo catalogo e un testo di Arturo Carlo Quintavalle, il critico che lo avrebbe seguito per tutta la carriera.
La sequenza ricalca il racconto della Genesi, e propone la luce come metafora del principio creatore. La serie segue il binomio luce/ombra, tratto caratteristico di tutti i lavori di Chiaramonte, e che si fonda su basi teologiche, per cui il male è assenza di bene, così come il buio è assenza di luce. La serie si apre con un primo segno di luce, poi vengono gli astri, il sole, le piante, gli animali, l’uomo e la donna. Chiudono i neon di oggetti con cui l’umanità maneggia luce ed energia: mezzi di trasporto, frecce, una lampada, un’antenna, una macchina fotografica. L’ordine in mostra è stato ricostruito dal curatore insieme alla gallerista Irene Crocco.
Per Chiaramonte, però, quei neon erano «segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita e che non è più in grado di rappresentare il mondo». Dopo il 1975 il fotografo abbandona il lavoro e si ferma per anni. Ne uscirà con la convinzione opposta: il mondo stesso è immagine, e la fotografia deve rivelarlo, non fabbricare segni che brillano da soli.
Nel 1979 Quintavalle inserisce i neon nell’Enciclopedia pratica per fotografare di Fabbri, venduta a fascicoli, e li accosta per la prima volta all’artista statunitense Dan Flavin. Un libro previsto dalla cooperativa Punto e Virgola, fondata con Luigi Ghirri, non vedrà mai la luce.
La serie riemerge nel 2016. Chiaramonte riprende le diapositive da 35 mm e, con lo stampatore Mario Govino, le digitalizza e le stampa a getto d’inchiostro. Rispetto ai Cibachrome dell’epoca il digitale dà più gradazioni nelle ombre e un contrasto controllabile: il fotografo considerava le nuove stampe più fedeli alla sua idea originaria. Alcune diapositive si erano deteriorate; ne firma trentacinque, esposte ora per la prima volta insieme. La galleria le propone come un’unica opera, a sottolineare la conclusione del progetto.
La parte centrale di Alight riunisce immagini dal 1980 ai primi anni Duemila, tratte da Paesaggio italiano (in parte inedito) e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce. Fiore le propone per dittici e trittici, riprendendo i temi che tornano nell’opera di Chiaramonte e nella storia della fotografia. Il primo è il topos dell’ombra proiettata, come quella di un albero o di un edificio riflessa su un muro o sopra un rudere. Il secondo è il raggio di luce che entra in un immobile degli anni Ottanta, che filtrando attraverso le finestre, segna il pavimento di cementine.
Poi le colonne. A Segesta l’ombra disegna una prospettiva quasi rinascimentale; a Berlino la colonna diventa cippo; ad Atene, in una foto del 1988, il gioco delle ombre passa dalle architetture alle persone. C’è anche il sedile di uno scompartimento ferroviario del 1982, sormontato da una foto dei Fratelli Alinari con una veduta di Ostia antica.
Il colore è quello caldo del tardo pomeriggio, una gamma di sfumature color caramello che ammorbidisce la pietra. Spiccano Geraci Siculo (1997), nella Sicilia delle radici familiari, con un verde quasi acido; Mobile, Alabama (1991), con il cielo inciso dalla luce di un temporale; Miami, dove le macchie di sole sembrano ritagliate con le forbici. E la Via Dolorosa di Gerusalemme (1988), il tracciato percorso da Cristo verso il Golgota, con una figura appena visibile sul fondo.
Non manca la luce come Grazia, nel senso teologico che Chiaramonte le attribuiva. In un dittico il fotografo guarda dall’interno dell’Orco di Bomarzo verso l’esterno, come dal fondo della caverna di Platone. Accanto, un autoritratto inedito, quello della sua ombra. «L’accostamento con l’autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra, rivela la sua posizione umana e artistica – spiega il curatore Luca Fiore –: il fotografo agisce nell’ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia».
L’ultima sezione della mostra presenta tredici fotografie da Di-Stanze, la sequenza realizzata nel 2001 a Villa Panza di Biumo, a Varese, ed esposta nel 2002 alla Galleria San Fedele di Milano. Il conte Giuseppe Panza lo aveva chiamato a documentare le sale della collezione. Chiaramonte ne fa invece un lavoro critico: un’opera che è insieme lettura della villa, del parco e delle installazioni pensate per quegli spazi.
Lì ritrova Dan Flavin, ventisette anni dopo i suoi neon. Nelle ex scuderie nota piccoli fori nelle pareti delle stanze di Flavin e chiede a cosa servano. Panza risponde scherzando: se qualcuno si sente oppresso, può guardare fuori. Chiaramonte non si accontenta della risposta, esce e scopre che le finestre sono state schermate utilizzando degli specchi. Capisce che quelle stanze, con un’unica apertura puntiforme, sono camere oscure. Chiede di spegnere i neon, e sulla parete opposta al foro compare, capovolto, il paesaggio esterno.
È il colpo di scena su cui si chiude la mostra. Dentro un’installazione minimalista che voleva cancellare ogni riferimento al mondo, riaffiora la più mimetica delle arti: luce, foro stenopeico, proiezione, immagine. La genealogia della fotografia, ritrovata dove sembrava congedata. Il saggio fotografico uscì su Lotus Navigator nel 2002 come La sindrome di Varese; il testo di Panza che lo accompagnava non citava la camera oscura.
Nelle immagini degli ambienti di Robert Irwin e James Turrell tornano gli stessi motivi delle sale precedenti. E nella Varese Room (1976) di Maria Nordman una lama sottile di luce apre il buio: la stessa linea che inaugura La Creazione, la prima immagine della mostra. Il cerchio si chiude.
L’allestimento lavora per rimandi tra una sala e l’altra, e niente sembra lasciato al caso. La griglia delle cementine di un interno torna in un’altra stanza; un’immagine di raccordo unisce due corridoi. Tra le foto di Villa Panza c’è il corridoio verde, dove le tonalità si sovrappongono a fasce fino al pavimento, come tracciate a righello. Per Chiaramonte, che fotografava dall’ombra, non c’era altro modo di vedere il mondo.
Las columnas de humo en Seúl conviven con las urnas en los asentamientos israelíes y las protestas contra los desalojos en Hebrón. Mientras Kiev evalúa los daños tras nuevos ataques aéreos, Cúcuta sufre un atentado en la frontera colombo-venezolana. El sur de Siria despide a familias enteras fallecidas en bombardeos. También, la artillería norcoreana vigilante en la frontera, las directrices de protección civil en Berlín, la diplomacia alemana en Singapur, los preparativos de Diwali en la India y la intensa acción sobre las pistas de tenis y críquet.
A capital francesa está novamente a arder. O descontentamento social é bem visível nas ruas de Paris e as manifestações e protestos levaram a organização da Art Basel Paris a encerrar a feira mais cedo, algo que nem uma pandemia conseguira fazer. Mas isso não quer dizer que galerias e museus não cumpram com a programação prevista.
Se estiver por Paris e precisar de uma margem de tempo para visitar “aquela exposição imperdível”, aqui ficam algumas sugestões dos espaços culturais que prolongam o seu horário num dia específico da semana.
O museu próximo do Jardim homólogo foi uma das primeiras instituições de arte antiga a abrir ao público na cidade das luzes. Ocupa uma parte do Palácio do Luxemburgo, onde se encontra o Senado francês, e deixou de ter uma coleção permanente. O foco passaram a ser duas exposições temporárias por ano em homenagem a grandes figuras da arte moderna e da fotografia. Neste momento, Andy Warhol é o artista em destaque.
Andy Warhol – A Linha e a Imagem | até 10 de janeiro de 2027
Em pleno coração de Paris, o Jeu de Paume é um lugar de experimentação por excelência no que à imagem diz respeito. Da fotografia histórica ao cinema experimental e criações digitais contemporâneas, todas as faces e facetas da imagem passam por aqui. Até janeiro de 2027, o canadiano Stan Douglas, questiona como nós, humanos, construímos a história, a representamos e transmitimos.
Stan Douglas – Parallax | até 10 de janeiro de 2027
É o maior e mais visitado museu do mundo! Antigo palácio real que remonta à Idade Média, o Louvre foi transformado ao longo do tempo até se tornar um museu aberto ao público em 1793. Possui um acervo de 500.000 obras, desde a Antiguidade até 1848 e da Europa Ocidental ao Irão, passando pela Grécia, Egito e Médio Oriente. O ideial é comprar bilhetes online com antecedência. Todas as quartas e sextas-feiras, dias em que o horário é alargado, são organizadas mini-visitas de 20 minutos com guias turísticos na exposição permanente e nas exposições atuais.
Situada numa mansão do século XVIII no coração do Marais, a Maison Européenne de la Photographie (MEP) tem uma coleção de mais de 12.000 obras, uma biblioteca especializada e livraria, e organiza workshops o ano todo. Este outono, a fotografia de moda pela lente do norte-americano Irving Penn, um dos nomes mais influentes da fotografia do século XX e colaborador de longa data – 60 anos! – da revista Vogue.
Em 2021, o edifício histórico da Bolsa de Paris, no bairro de Les Halles, reabriu as suas portas, transformado pelo renomado arquiteto japonês Tadao Ando para acolher parte da coleção de arte contemporânea do empresário e colecionador francês François Pinault. No bicentenário da invenção da fotografia, a efeméride é aqui assinalada através de 700 fotografias de 70 artistas. E também pela intervenção na Rotonde da artista norte-americana Barbara Kruger.
Remember Me – Obras-Primas da Fotografia da Coleção Pinault | até 18 de janeiro de 2027
O Palais de Tokyo, todos os dias abre as suas portas até às 22h00, exceto à terça-feira. A programação de outono j´´a arrancou e dissemina-se, nada mais nada menos, do que por oito exposições, centradas no trabalho de Valérie John, Ali Cherri, Lassana Sarre, Rose Lowder, Sonia Gomes, Paul Kodjo e Céleste Richard-Zimmermann.
Kyle Quin Schrock lutou pela vida após cair 60 metros de uma falésia. Partiu as costas, as costelas e o esterno. Mas sobreviveu para contar como foi. O influenciador de viagens de San Diego Kyle Quin Schrock sofreu ferimentos graves num acidente quando fazia escalada em Portugal, incluindo fraturas nas costas, nas costelas e no esterno Um fotógrafo norte-americano que lutou pela vida depois de cair 60 metros de uma falésia, quando fazia escalada, revelou como sobreviveu à queda quase fatal. Schrock, conhecido pelo seu milhão de seguidores como @everchanginghorizon, diz que partiu as costas, as costelas e o esterno
Exposição foto-literária inaugurou na Casa-Museu João de Deus, em São Bartolomeu de Messines, no âmbito das comemorações do 29.º aniversário daquele espaço cultural. A Casa-Museu João de Deus, em São Bartolomeu de Messines, recebeu, no passado domingo, 25 de outubro, a inauguração de «Molduras do Invisível», uma exposição que cruza a fotografia de Luís Medeira […]
A Casa-Museu João de Deus, em São Bartolomeu de Messines, recebe 12 fotografias e 12 textos inéditos sobre o património do concelho até 31 de dezembro.
Matilde Viegas, que fotografa para o The New York Times, documentou o quotidiano das feiras portuguesas. O projecto Dia de Feira foi também registado em vídeo por Mafalda Salgueiro.
Che cosa resta di una comunità di cittadini quando le strade del suo quartiere vengono rase al suolo? Alla domanda prova a rispondere Under Development: What Happens When Cities Change?, la mostra visitabile fino al 29 novembre alla Newcastle Contemporary Art e che riunisce oltre mezzo secolo di fotografia documentaria dalla AmberSide Collection e dal Four Corners Archive. Accanto a nomi come Chris Killip e Henri Cartier-Bresson, l’esposizione racconta i grandi piani di demolizione e ricostruzione avviati in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, e le conseguenze che questi cambiamenti hanno avuto sui suoi abitanti.
Al centro del percorso c’è il lavoro della fotografa finlandese Sirkka-Liisa Konttinen, che per dodici anni ha documentato la vita delle comunità operaie residenti nell’area di Byker, un quartiere storico situato nella zona est di Newcastle upon Tyne, in Inghilterra. Nell’Ottocento l’area si è sviluppata come quartiere operaio legato alle industrie locali, e alla fine degli anni Sessanta era composto da case a schiera vittoriane sovraffollate e in cattive condizioni, dove abitavano circa diciassettemila persone.
Il Comune di Newcastle decise di demolirlo e ricostruirlo, all’interno di un progetto di sventramento e risanamento di quartieri considerati degradati. L’incarico venne dato all’architetto inglese Ralph Erskine, che prese spunto dal modello socialdemocratico svedese. Ne nacque il Byker Estate, insieme al Byker Wall: un edificio residenziale dal design innovativo che fungeva da barriera verso nord, proteggendo un interno di case basse, giardini e percorsi pedonali. A seguito dei lavori, gran parte della comunità originaria però non rientrò nello stabile: i lunghi tempi di costruzione e i trasferimenti temporanei spinsero molte persone a non tornare più.
Nel 1969 la fotografa Sirkka-Liisa Konttinen si trasferisce nel quartiere, vivendo tra i suoi abitanti, fotografando le case a schiera e la vita di strada, prima della demolizione degli immobili. Dopo anni, è tornata a fotografare un quartiere oggi conosciuto come Erskine’s Byker Wall, sorto sulle macerie del quartiere operaio. Oggi è composto da milleottocento unità abitative che ospitano novemilacinquecento persone.
All’interno del percorso espositivo sono affiancate due serie che raccontano il prima e il dopo la trasformazione, e che evidenziano lo scarto tra le ambizioni dell’urbanistica e lo stravolgimento della vita quotidiana di chi è stato travolto da quei cambiamenti. Mentre casa, rigenerazione urbana e futuro delle comunità tornano al centro del dibattito pubblico, abbiamo chiesto a Konttinen che cosa si perde e che cosa rimane nella memoria di una comunità, quando un quartiere cambia volto.
Sirkka-Liisa Konttinen, lei non si è limitata a fotografare Byker, ci ha vissuto. Che cosa significava abitare in quelle case a schiera? Le case a schiera, disposte lungo la griglia delle strade, facevano sì che ogni giorno si passasse davanti alla porta dei vicini, e così si finiva per conoscerli. La maggior parte delle case era abbastanza solida da durare ben oltre il destino che le attendeva e avrebbe potuto essere ristrutturate, con bagni interni e riscaldamento centralizzato: è ciò che la maggior parte degli abitanti di Byker avrebbe preferito, se avesse potuto scegliere. Io, come gli altri, usavo i bagni pubblici e il lavatoio comunale, che tra le donne creavano chiacchiere, battute condivise e legami sociali. Le strade, i pub e i negozi erano luoghi d’incontro, salotti comuni.
Le case che lei ha fotografato erano state classificate come inadeguate. I residenti condividevano questo giudizio? I piani per demolire e ricostruire il quartiere erano noti da molti anni, e per questo alcune case in affitto erano state deliberatamente trascurate e lasciate andare in rovina dai proprietari. Gli abitanti non si sono mai considerati residenti di uno “slum”, un termine offensivo per una comunità orgogliosa delle proprie case e delle proprie strade. Senza dubbio gli ultimi nuclei familiari rimasti vivevano in condizioni disperate e nell’angoscia, in attesa di essere trasferiti mentre la demolizione avanzava.
A distanza di decenni, che cosa l’ha sorpresa di più della vita nel nuovo Byker Estate? Sono stata invitata a tornare per fotografare il nuovo Byker venticinque anni dopo essere stata costretta a lasciare il vecchio. Era il 2003, quando Byker era diventato sede di un centro di accoglienza governativo per richiedenti asilo e rifugiati. La popolazione, prima bianca, era diventata visibilmente variegata quasi da un giorno all’altro. In circa ottanta ettari, racchiusi dalla “fortezza” del Byker Wall, un perimetro lungo oltre due chilometri, si parlavano ormai ventotto lingue, da persone provenienti da trentuno Paesi.
Gli abitanti del nuovo complesso avevano storie molto lontane da quelle dei residenti originari. Che cosa ci dice questo cambiamento sul modo in cui la città assegna e ridistribuisce le case? L’impossibile promessa di ricollocare la comunità storica di Byker nel nuovo complesso, evidentemente, non poteva essere mantenuta. Col tempo vi fece ritorno un quinto dei residenti, ma la comunità di un tempo, fatta di fitte interdipendenze, fu dispersa e distrutta. La popolazione del nuovo Byker divenne più transitoria, e gli abitanti vivevano in piccole sacche, ciascuno all’interno della propria comunità.
La fotografia documentaria rischia di raccontare queste storie in una nostalgia estetica. Come evitare questo rischio? La fotografia documentaria ha molte forme estetiche e molti atteggiamenti diversi, sia da parte del fotografo sia da parte di chi guarda. L’estetica, qualunque essa sia, non è sinonimo di nostalgia. La nostalgia per ciò che viene rappresentata, provata dalle persone fotografate o da chi osserva la fotografia, arriva dopo (la parola nostalgia significa “desiderio struggente del passato”). Un momento catturato in una fotografia appartiene a quel momento, non è una forma di senno di poi.
Jeremy Seabrook scrive del libro BYKER su New Society, settembre 1983: «In queste immagini è racchiusa un’intera epoca di storia sociale: riflettono le conseguenze per una comunità mentre la sua stessa ragion d’essere – le officine meccaniche e i cantieri navali – viene lentamente smantellata. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia: le condizioni di vita erano troppo dure per questo. Ma l’attaccamento a luoghi che sono stati teatro di lotte, di amore e di sofferenza non è amore per i mattoni, la pietra e la povertà: è la misura dell’intensità di ciò che le persone, qui, provavano l’una per l’altra».
Oggi, di fronte alla crisi abitativa, alla gentrificazione e agli sfratti, che cosa possono dirci queste fotografie che il dibattito politico non riesce a dire? Raccontano l’esperienza degli esseri umani travolti da questi sconvolgimenti.
Se dovesse scegliere una sola immagine che racconti il costo umano della trasformazione urbana, quale sceglierebbe? Uomo che gesticola in una strada demolita, Byker 1971. Penso che la foto parli da sé.