Kookmin University researcher, student win Global Youth Award





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Mescolano tutto, carovita, scuola, Palestina, in un cocktail che cattura ogni pulsione senza costruire realmente una piattaforma politica seria.
Oggi tutte le grandi città saranno “occupate” da cortei autorizzati o non autorizzati per lo sciopero generale degli Usb, che ancora una volta hanno fregato sul tempo la Cgil, che farà il suo sciopero generale il 20 novembre. Questi Usb hanno già giocato sull’equivoco quando ci fu la grande manifestazione pro-Pal: molta gente credette che era il classico sciopero generale dei sindacati o almeno della Cgil, e andò in piazza.
Gli eredi dei Cobas fanno di nuovo da calamita per l’arcipelago pro-Pal, a cui si aggiungono gli studenti del Movimento 17 ottobre, diviso tra manifestanti pacifici e casinisti di ogni risma. Vedremo le dimensioni della protesta, ma è già chiara la sua connotazione radicale: non è un giudizio di valore – al netto delle pratiche violente – ma una constatazione. Il Pd infatti non ci sarà, se non con i dirigenti più movimentisti e “flotilleri”.
Non è neppure chiaramente identificabile come una giornata contro il governo Meloni – anzi, se ci scapperanno le botte la cosa farà gioco proprio alla premier – ma contro un Avversario Indistinto, il Liberismo, il Sionismo… Si prevede anche gente pronta a infrangere le regole e il diritto degli altri cittadini a una giornata normale, in questo magma segnato da spinte ribelliste, anarcoidi e nichiliste, come si è visto nelle giornate dei disordini soprattutto a Milano.
L’estremismo storico fa la sua parte e ci mette il cappello, Askatasuna a Torino, i centri sociali a Roma, i disoccupati a Napoli. Vedremo se la parte democratica degli studenti, che giustamente reclama una scuola molto diversa da quella attuale, riuscirà a governare la piazza. Ma al di là della cronaca, che comunque in questi casi è politica, è innegabile che ci sia un ritorno di un estremismo anche venato di “rossobrunismo” – le simpatie per Putin, il disprezzo per Zelensky, l’indifferenza ideologica, l’ostilità per l’Europa – il che lo differenzia enormemente dall’estremismo classico del Novecento e che, anche per questo, è persino più pericoloso, perché è in grado di catturare l’“umor nero” degli italiani senza minimamente darvi risposta.
Questo vento movimentista si accompagna e forse in una certa misura imprime una spinta radicale al campo largo, che sta un po’ dentro e un po’ fuori dal magma. Alimenta uno slittamento estremistico della coalizione guidata da Schlein, Conte, Fratoianni, a cui ora si è aggiunto – oggettivamente chiamato dalla segretaria del Pd – il rifondarolo Maurizio Acerbo, e benedetta da vari intellettuali, cineasti e commentatori, di norma gente benestante che si lamenta del carovita. Sempre oggi il campo largo si riunirà nel formato-osteria (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli), cioè il gruppetto dei leader che il 16 giugno s’incontrò a pranzo all’Osteria Costanza, nel centro di Roma, per discutere il percorso di costruzione del programma del centrosinistra in vista delle elezioni e annunciare due appuntamenti politici, fissati per l’8 e il 15 luglio: il primo finì male, il secondo non si fece e finora il programma è una scatola vuota.
La famosa foto del quartetto avvolto in una luce livida non portò bene. Anche oggi i quattro dovrebbero decidere se e quando fare una manifestazione contro il carovita, incastrandola tra vari scioperi generali, con il fondato rischio di un flop a paragone di quelli. Difficile che si discuta di primarie, visto che non c’è accordo sui tempi: per Conte bisognerebbe sbrigarsi, mentre la leader del Pd immagina i gazebo a metà marzo, nella convinzione che le politiche saranno a maggio, dunque meglio non bruciarsi per la troppa fretta. È un labirinto che sarebbe piaciuto a Borges.
Dunque, da una parte c’è la persistenza di un movimento segnato da un’egemonia estremista con preoccupanti spinte violente; dall’altro si vede un ulteriore rafforzamento della spinta radicale nel campo largo. Potrebbe sembrare che la sintonia tra la piazza e la politica della sinistra sia una buona cosa, specie dal punto di vista elettorale. Ma probabilmente si tratta di un’illusione ottica: l’estremismo non vince mai.
Piuttosto, ciò che è davvero inquietante è la totale assenza di reazione da parte dei moderati del centrosinistra, indaffarati nelle proprie beghe sulle loro liste più che impegnati a costruire un autonomo programma di riforme possibili e utili per il Paese. Un’ignavia che fa male soprattutto a loro, sempre più marginali.
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Ci vuole molto coraggio per essere ottimisti oggi sull’America devastata da Donald Trump e presa in ostaggio dagli oligarchi dell’intelligenza artificiale. Ci vuole molto coraggio, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità, come è sempre stata al netto delle immense contraddizioni e ingiustizie, particolarmente evidenti proprio negli Stati Uniti, ancora di più che nei Paesi, come il nostro, che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protetti dagli americani e con una maggiore copertura sociale hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington.
Sì, il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo.
Quel mondo americano che abbiamo conosciuto oggi è in crisi, spesso vittima del suo stesso successo: la crescita impetuosa della Cina e dell’Asia e la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo che, insieme, hanno piegato il sistema industriale e il mercato del lavoro occidentale creando il discontento diffuso dove prima si concentrava la ricchezza, cosa altro sono se non il trionfo del modello americano esportato con la globalizzazione che ha sottratto miliardi di persone ai quattro angoli del pianeta dalla povertà estrema?
Questo modello è stato messo in discussione innanzitutto dall’America, e già prima di Trump. È cominciato tutto alla fine della presidenza di George W. Bush, anche come conseguenza degli interventi militari e democratici post 11 settembre in Medio Oriente che non sono riusciti a centrare l’obiettivo di promuovere in pieno libertà e stato di diritto (eppure gli afghani, e soprattutto le afghane, stavano meglio proprio in quegli anni di febbricitante promozione armata della democrazia, piuttosto che prima o dopo, sotto la sciabola talebana).
Alla fine degli anni di Bush (2000-2008), in reazione al “conservatorismo solidale” di quel tanto bistrattato presidente, sono nati i movimenti bipopulisti che ancora oggi infestano il mondo occidentale: i Tea party a destra, Occupy Wall Street a sinistra. Vent’anni dopo, il nazionalismo becero e ignorante dei Tea Party ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, e i movimenti anticapitalisti hanno a poco a poco spostato l’asse politico dei democratici americani a sinistra, fino alla recente fiammata socialista che scalda l’attuale Partito Democratico.
Barack Obama, un po’ per reazione alle campagne mediorientali di Bush un po’ per formazione ideologica, ha assunto il ruolo di amministratore globale del declino americano nei rapporti con il resto del mondo, ma il declino americano non è una condizione dettata dal destino, è una scelta politica ben precisa, uguale e contraria a quella, come si diceva una volta, dell’America che fa il poliziotto del mondo. Obama ha cominciato a ritirare l’America da molti quadranti internazionali, in particolare dall’Europa e dal Medio Oriente, si è messo a guidare il mondo dal sedile del passeggero («leading from behind») e ha cominciato a limitare la propensione americana alla promozione della democrazia che aveva caratterizzato gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, l’America ha smesso di fare l’America e ha preparato il terreno alla tragedia di Trump, il quale senza avere la grazia di Obama non solo ha cominciato a considerare nemici gli alleati e a intrattenere rapporti fraterni con i peggiori aguzzini del pianeta, ma ha anche cominciato a smantellare quel geniale reticolo di alleanze fatto di organizzazioni multilaterali e internazionali che nel secondo dopoguerra il genio americano ha costruito per guidare il mondo in condivisione con gli alleati.
Trump ovviamente ha fatto molto di più e di peggio, perché è mosso esclusivamente dall’interesse personale, suo e del suo brand, ed è un analfabeta della democrazia che non appartiene a nessuna famiglia politica tradizionale.
Il risultato è che oggi l’America non è più quella «città illuminata sulla collina» che indica la strada verso una società migliore e più giusta.
Le parole dell’Antico Testamento di cui si era appropriato il puritano John Winthrop nel Seicento, e poi soprattutto Ronald Reagan, ma anche Barack Obama proprio per segnare la differenza tra l’America che abbiamo sempre conosciuto e quella di Trump, oggi non hanno più senso.
L’America non è più un modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore, al contrario è fonte di oscurità e genera tenebre.
Trump, con Xi Jinping e Putin, ha demolito l’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale per far precipitare il mondo nel caos del modello anteguerra.
Prima della catastrofe Trump, con il caro e vecchio ordine internazionale post bellico, le grandi potenze avevano smesso di conquistare e annettere Paesi vicini.
Il sistema di commercio internazionale si basava sulla reciprocità, con dazi bassi e mercati prevalentemente aperti. Non è più così, e Russia e Cina ne hanno approfittato. Dall’inizio del secondo mandato, Trump ha scatenato il potere americano contro gli alleati e i partner, considerati vassalli e scrocconi; ha minacciato di annettersi il Canada e la Groenlandia; e ha cambiato i nomi ai golfi e ai laghi per umiliare ulteriormente i Paesi amici.
Trump ha imposto i dazi più alti su Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, e si era dimenticato di imporli alla Russia; e ha abbandonato l’Ucraina, provando pure a saccheggiare la sua ricchezza mineraria per ragioni occulte, a parte la sua palese e gigantesca stupidità, che prima o poi qualcuno riuscirà a spiegare.
Oggi l’America di Trump non è più il garante di un sistema di alleanze tra democrazie e società aperte che la pensano allo stesso modo sui diritti fondamentali, come la libertà, ma è un potere ostile che facilita l’ascesa di tutti i movimenti antidemocratici e illiberali, e che esercita la sua influenza a maggior gloria di un leader che si percepisce imperatore e del suo tornaconto personale.
Non sarà facile restaurare l’America, una volta che il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti uscirà dalla Casa Bianca, ammesso e non concesso, visto il precedente assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che Trump accetterà di lasciarla democraticamente.
Le elezioni di metà mandato sono il primo test di controllo della democrazia americana, poi ci saranno le elezioni del 2028 a decidere il futuro. Non sono così certo che tutto si svolgerà democraticamente e senza scossoni sociali e costituzionali. Ma anche se tutto andasse per il verso giusto, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli o ella sarà, dovrà ricostruire l’America e il mondo libero dalle macerie, dovrà riconquistare la fiducia degli alleati e immaginare un nuovo mondo come quello che i predecessori architettarono dopo la Seconda guerra mondiale, possibilmente evitandone una terza. Sarà dura, durissima, ma l’America ha ancora gli uomini, le donne, la forza, il dinamismo, lo spazio, l’innovazione, l’ingegno, e istituzioni solide da 250 anni per poter superare la calamità Trump e tornare di nuovo grande.
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Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Ritorno al futuro”, in esicila da sabato 31 ottobre ma gia ordinabile qui.
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«Ciao Guia, oggi ti scriviamo per importanti aggiornamenti che riguardano la tua privacy. Le nuove Linee guida del Garante Privacy, in vigore dal 29 ottobre 2026, ci chiedono di spiegarti come funziona il tracking delle newsletter e di lasciarti libero di scegliere». La mail in cui mi declinano al maschile è una di non so quante mail più o meno uguali che ho ricevuto nell’ultima settimana alla casella di posta che uso per i negozi.
«Ogni newsletter che ricevi da noi nasce da tante piccole scelte, in questo ci aiuta anche il tracking pixel. Sono piccole immagini invisibili inserite nelle email, che ci dicono in forma aggregata quante persone aprono la newsletter e quali link raccolgono più interesse, insieme ad alcuni dati tecnici. Sono dati tecnici che ci aiutano a capire cosa funziona e cosa no». Tradotto dal comunicatese: quando ci iscriviamo a una newsletter, chi ce la manda sa se la apriamo o no.
Per quanto dicano che questo li aiuta a capire cosa funzioni e cosa no, è evidente che di queste informazioni non se ne fanno un bel niente, altrimenti saprebbero che tutte le loro mail io le cancello senza aprirle. Funziona così: ormai ogni negozio sul quale clicchi per comprare ti dice «se ti iscrivi alla nostra newsletter ti facciamo lo sconto». Io mi iscrivo, perché sono una scontista di quelle all’ultimo stadio, quelle bisognose delle cliniche di disintossicazione dal miraggio dello sconto.
Poi le newsletter non le apro, perché mica mi serve che mi ricordino che esistono; la newsletter commerciale è quella che i tesisti del Dams chiamerebbero «funzione fàtica del linguaggio», serve a ricordarti che il tal negozio esiste, metti che avessi ricevuto un bonifico stamattina e non sapessi come spenderlo.
Ma io che esistono i negozi me lo ricordo da sola, e che cosa voglio comprare lo so da sola. È una discussione che faccio spesso con gente che vive pubblicizzando cose sui social (in analfabetese: content creator): la pubblicità è un relitto del Novecento. Oggi non c’è qualcuno che non sappia che esiste la Coca Cola o il Dixan o la carta da forno: la pubblicità serve solo a non far restare disoccupati i dipartimenti marketing delle aziende.
Di recente una persona mi diceva che non è vero (mi dicono sempre tutti che non è vero, sono sola nella mia convinzione che la pubblicità non serva più a niente), che è pieno di gente che non sa come spendere i soldi perché è ignara dell’esistenza di questo o di quest’altro lusso, e io pensavo ai trentenni su Twitter (o come si chiama ora) il cui passatempo preferito è dire che nessuno mai è stato povero come loro, e al fatto che da un lato ci sono quelli che non sanno come spendere i soldi senza pubblicità, dall’altro quegli altri che dicono che il lusso esposto poi fa venir voglia di spaccare vetrine, e in mezzo ci sono io che a ogni mail di negozio pensavo: come sei insicuro, ricordarmi continuamente che esisti non è sexy.
Insomma credo che quella per cui i negozi non possono più sapere che non apro le loro mail sia una nuova norma europea, perché Substack mi aveva avvisata due settimane fa che non avrei più potuto sapere se chi si abbona dall’Italia e dalla Francia apriva o non apriva le mie mail, e io avevo visto l’avviso e avevo pensato: cosa vuoi che me ne importi se aprono le mail, l’importante è che continuino a pagare l’abbonamento.
Poi ero andata a vedere le regole della tracciabilità, secondo le quali una mail vale una: se lo stesso abbonato apre una mail varie volte da vari attrezzi sempre un’apertura viene conteggiata, giura Substack. Solo che, le uniche volte che avevo guardato quelle statistiche, l’unica curiosità me l’avevano suscitata certe riceventi che immagino inoltrino (come facciamo tutti con qualunque cosa cui siamo abbonati) le newsletter a molti parenti, per cui la pagina mi diceva che quell’abbonata aveva ricevuto tre mail e ne aveva aperte quarantasette.
Insomma, come funzionano le cose non lo sa Substack, non lo sa il garante per la privacy, e non lo sa neanche la drogheria dove avevo comprato anni fa certe merendine introvabili e che ora ha l’obbligo di avvisarmi che se resto iscritta alle sue comunicazioni loro continueranno a tracciare se apro o no le mail, tipo moglie appiccicosa che chiede perché il suo messaggio non abbia le spunte azzurre.
Di tutte le invenzioni di questo secolo, la privacy è quella che capisco meno, nel senso che mi sembra quella su cui nessuno riesce a decidere come la pensa. È uno scrupolo superfluo? È un’indispensabile difesa dalle intrusioni? È una fissa di cui ci ricordiamo a volte sì a volte no? Tre giorni fa ho ricevuto una mail in molteplici copie, con identico oggetto: “Verifica dei numeri di telefono su BlackBerry KEY2 LE” (sì, ho ancora un Blackberry, prima ve ne fate una ragione e smettete di trasecolare prima possiamo passare a parlare delle cose importanti). Il mittente, Google Phone Verification, mi spiegava che «per semplificare il contatto tramite videochiamata o messaggio, i numeri di telefono di BlackBerry KEY2 LE vengono verificati e aggiunti ai tuoi Account Google».
Mentre un poderoso «ma cosa cazzo» si levava da casa mia, la mail proseguiva a spiegare che «Google otterrà periodicamente il tuo numero dal tuo operatore scambiando informazioni sul dispositivo, ad esempio l’identificatore della scheda SIM, per attivare i servizi Google». Avrei pensato fosse una trappola per farmi cliccare qualcosa e arrubbarmi i punti fragola, ma il messaggio era arrivato a tutte le caselle di posta che ho sul telefono, compresa una da cui non ho mai scritto a nessuno perché la uso solo per avere sotto mano le bozze dei testi cui sto lavorando.
Ora, io ogni volta che Google, nei vent’anni e fischia in cui ho usato sue caselle di posta, mi ha detto «guarda che se non ci dai il tuo numero di telefono un giorno potresti restar chiusa fuori dalla tua casella e non avere mai più le chiavi per rientrare e poi terrore miseria e morte», non ho mai ceduto al ricatto psicologico. Capite bene che tenere botta senza smollare il proprio numero e poi scoprire che la multinazionale cattiva se lo procura comunque perché stanno entrambi, multinazionale e numero, dentro il mio telefono, e insomma non le serve il mio permesso, beh, non è simpaticissimo.
(Non ho mai dato il mio numero a Google non perché pensassi di restare nascosta come Vongola75 quando dice che se sveli ai social che si chiama Maria Addolorata Capuozzi la stai doxxando: non gliel’ho mai dato per non ricevere inutili messaggi pubblicitari sul telefono, da aggiungersi alle inutili mail dei negozi che dovrebbero tracciare se le apro o no).
C’erano delle istruzioni abbastanza semplici e veloci per togliere il numero da ognuno degli account di posta, e l’avvertenza che però, a meno che non fossi andata a disattivare questa possibilità dal menù del Blackberry, l’avrebbero ri-aggiunto. L’ho tolto, sono andata sul Blackberry, ho cliccato su «guai a voi se vi azzardate a prendervi di nuovo il mio numero», e tutto è bene quel che finisce bene. Però ho una domanda.
Come tutti sanno, i Blackberry non li producono più da sei anni, quello che uso io l’ho comprato (di contrabbando o giù di lì) quattro anni fa. Quindi escludo sia un aggiornamento di sistema del Blackberry: immagino sia una novità di Google. Com’è possibile che, nella stessa settimana in cui le regole di privacy dell’Europa dicono alle newsletter guai a voi se non avvisate i destinatari che controllate se le mail le hanno aperte o no, è una gravissima violazione della privacy di Sorcioni che un negozio in cui ha comprato delle calze otto anni fa sappia che sono otto anni che non apre una sua mail, com’è possibile che negli stessi giorni dicano a Google «ma certo che potete prendervi i numeri di telefono della clientela che non ve li ha mai dati»? Sono io che non ho capito com’è fatta la privacy, o è che – come tutto, ormai – è fatta a casaccio?
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Il manifatturiero italiano è il settore più colpito dagli attacchi informatici nel nostro Paese. Non è soltanto una questione di frequenza: il dato assume un significato particolare se confrontato con la distribuzione globale degli incidenti, dove l’industria manifatturiera pesa molto meno. È uno dei segnali che emergono dall’ultimo rapporto Clusit sulla cybersecurity, dedicato al primo semestre del 2026: mentre il cybercrime cambia bersagli e metodi, la sicurezza informatica diventa sempre più una questione di continuità produttiva e di tenuta del sistema economico.
In sei mesi il Clusit ha censito 4.911 incidenti informatici gravi nel mondo, il numero più alto mai registrato in un singolo semestre. Sono il 105 per cento in più rispetto alla seconda metà del 2025 e il 71 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La media è salita a 819 incidenti al mese, contro i 439 del 2025 e i 171 del 2021. Tra gennaio e giugno è stato raggiunto il 93 per cento del totale degli incidenti censiti nell’intero anno scorso.
Il dato richiede però una precisazione. La crescita si concentra negli episodi per i quali non è stato possibile identificare la tecnica utilizzata: gli incidenti classificati come undisclosed sono passati dai 943 del primo semestre 2025 ai 3.321 del 2026, circa due terzi del campione. Al contrario, gli incidenti per cui la tecnica è nota sono diminuiti da 1.930 a 1.590. Il Clusit parla di un «paradosso della trasparenza»: aumentano le informazioni sugli incidenti, anche per effetto degli obblighi di notifica, ma spesso non emergono dettagli sufficienti per ricostruire le modalità dell’attacco. Il record, dunque, fotografa una crescita reale degli eventi noti, ma non permette di misurare con la stessa precisione l’evoluzione delle tecniche impiegate.
A livello globale il cybercrime è all’origine del 95,4 per cento degli incidenti, pari a 4.683 casi. L’hacktivism, invece, scende a 62 episodi, il 73 per cento in meno rispetto al primo semestre 2025. Tra i settori più colpiti, quello governativo, militare e delle forze dell’ordine è al primo posto con 751 incidenti; il commercio all’ingrosso e al dettaglio sale al terzo, con 467 casi, oltre quattro volte quelli registrati un anno prima.
In Italia la minaccia cambia forma, ma non scompare. Gli incidenti censiti sono 245: meno dei 280 del primo semestre 2025, ma in aumento dell’8 per cento rispetto al semestre precedente. Il peso italiano sul campione globale scende dal 9,5 al 5 per cento. A cambiare soprattutto è la distribuzione degli attacchi. L’hacktivism, che nel 2025 rappresentava il 38,7 per cento degli episodi italiani, scende al 17 per cento; il cybercrime torna a essere la causa prevalente, con circa l’82 per cento dei casi.
Si ridimensionano anche gli attacchi dimostrativi contro le istituzioni. Gli incidenti che riguardano il settore governativo, militare e delle forze dell’ordine passano dal 28,4 all’11 per cento del totale italiano, mentre l’incidenza degli attacchi DDoS scende dal 38,5 al 17 per cento. Il Clusit indica tra le possibili spiegazioni il rafforzamento delle procedure e delle difese, anche in seguito alla legge 90 del 2024 e alla direttiva NIS2, il ripristino più rapido dei servizi e una minore attenzione mediatica. È una tendenza da confermare con i dati dell’intero anno.
Il quadro più preoccupante riguarda però le imprese produttive. Il manifatturiero rappresenta il 18,4 per cento degli incidenti italiani, contro il 5,4 per cento a livello mondiale. Nel primo semestre sono stati censiti 45 episodi nel comparto. Le vittime italiane costituiscono così il 17 per cento di quelle manifatturiere registrate a livello globale, una quota sproporzionata rispetto al peso dell’Italia sul totale degli incidenti. Il dato non dimostra da solo una maggiore vulnerabilità delle aziende italiane: incidono anche la struttura produttiva nazionale, la composizione del campione e la visibilità degli attacchi. Mostra però quanto il settore industriale sia esposto nel panorama cyber del Paese.
Anche le tecniche utilizzate raccontano questo cambiamento. Il malware è tornato a essere la più frequente in Italia, passando dal 22,7 per cento degli incidenti nel 2025 al 43 per cento nel primo semestre 2026. La minaccia non riguarda soltanto la sottrazione di dati: un attacco può interrompere i processi produttivi, bloccare i servizi e propagarsi lungo le catene di fornitura. Per questo il rapporto richiama l’attenzione sul rischio sistemico che coinvolge manifatturiero, amministrazioni pubbliche, infrastrutture critiche e fornitori di servizi informatici.
L’intelligenza artificiale non viene indicata dal Clusit come la causa principale dell’impennata registrata nel semestre. Può però amplificare le capacità degli attaccanti e abbassare la soglia di competenze necessarie per condurre operazioni complesse. Il rapporto segnala inoltre i primi indizi di agentic hacking: sistemi di agenti autonomi capaci, in prospettiva, di coordinarsi, adattare le strategie e concatenare tecniche e vulnerabilità.
La conclusione è meno tecnologica di quanto possa sembrare. Se gli attacchi diventano continui e più accessibili, la sicurezza non può ridursi all’adempimento degli obblighi normativi. Per le imprese, soprattutto quelle manifatturiere, proteggere reti e sistemi significa anche garantire la continuità operativa. E, per un Paese in cui l’industria occupa un ruolo centrale, significa proteggere una parte della propria sicurezza economica.
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Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Ci sono viaggi il cui tragitto è sufficiente per garantire una perfetta decompressione mentale, come una sorta di benzodiazepina naturale che si attiva rilasciando calma e un felice stato di benessere. È ciò che accade salendo sulla funivia Lana–Vigiljoch, la terza più antica d’Europa. Sei minuti appena, che vorresti durassero di più, durante i quali il paesaggio si racconta, poco alla volta, in tutta la sua meraviglia: dai meleti appena sopra Lana al bosco di larici e abeti, fino a quando lo sguardo si apre sul panorama di Merano e, nelle giornate più limpide, sulle Dolomiti.
Questa salita è anche l’unico modo per raggiungere il Vigilius Mountain Resort in Alto Adige. In un battibaleno traffico, clacson e notifiche non sono più un problema, l’aria cambia consistenza e il telefono diventa di colpo inutile. Progettato da Matteo Thun, l’hotel sembra mimetizzarsi con il Monte Vigilio. Nessuna monumentalità alpina da cartolina, nessuna nostalgia tirolese artificiale, solo legno di larice, vetro, pietra naturale, argilla e silenzio per entrare in una diversa percezione del tempo, quasi monastica.
Parlando di sottrazione, Eremito, in Umbria, va ben oltre i luoghi comuni del Less is more, prefigurando un luogo (ultra)terreno. Non si tratta di un resort spirituale nel senso “instagrammabile” del termine, ma di un ex monastero trasformato in eremo contemporaneo, immerso nella riserva della biosfera del Monte Peglia, dove l’essenziale coincide con tutto ciò che serve davvero. Cellette spartane in luogo di suite, tavolate comuni al posto di guéridon e cene senza stelle al refettorio: in silenzio, accompagnate dal canto gregoriano e illuminate dalla luce delle candele. Per gli “schiavi” della connessione, il digital detox e l’esperienza in sé potrà sembrare estrema. Ma in fondo il vero limite da superare è accettare di non essere più raggiungibili. Qui non si parla proprio di intrattenimento: il tempo non si riempie, si abita. Per ritrovarsi o forse perdersi.

Ci si potrebbe smarrire anche tra le strade polverose dell’entroterra sardo, torrido e assolato, cercando la strada che porta al Cascioni Eco Retreat, nel cuore della Gallura, tra stazzi e diciotto ettari di natura incontaminata. Poche camere, per pochi ospiti. Ognuna ha un porticato, un giardino, una piscina e un nome in lingua sarda: è da qui che inizia il viaggio nella cultura rurale isolana. Le farfalle colorate svolazzano tra uliveti e cespugli di mirto, tutto sembra calibrato per rallentare il ritmo. S’imparano i segreti dell’olio, s’impastano i malloreddus, si percorrono sentieri che conducono allo Stagno Saloni – la laguna protetta – da cui, pagaiando in kayak tra i canneti, si raggiunge il mare. Ma quanto riusciamo a cedere all’ozio serenamente operoso? Forse meno di quanto crediamo.

Da Cascioni Eco Retreat, cinque stelle nella Gallura tra Arzachena e Porto Cervo, è lecito non soltanto chiederselo ma testarlo senza sentirsi affetti da Fomo (Fear Of Missing Out). Il suo opposto, d’altra parte, la cosiddetta Jomo (Joy Of Missing Out), ovverosia la gioia di non partecipare ad alcun evento e perdersi le occasioni sociali, è la filosofia dell’Oasyhotel, dove la malsana idea di vacanza vissuta come un accumulo ossessivo-compulsivo di esperienze viene abbandonata a favore della ristabilita distanza: dagli altri, dal rumore, dalla velocità… All’interno dell’Oasi Dynamo, la prima riserva naturale italiana affiliata al Wwf, sull’Appennino toscano, diciassette lodge in quercia e betulla sono disseminati nel paesaggio come nidi silenziosi, abbastanza lontani gli uni dagli altri da far sentire ogni ospite un esploratore solitario.
A Oasy si cammina molto, tra le sculture e le opere installate nel parco, firmate ad architetti e progettisti di fama mondiale come Kengo Kuma, Alejandro Aravena e Michele De Lucchi. Ci sono visite guidate anche nello spazio espositivo dedicato alle mostre temporanee, costantemente aggiornate con lavori di artisti affermati ed emergenti. Oltre all’arte, si sta a contatto con la natura, vissuta in ogni sua declinazione: si osservano cervi e rapaci, si cena presto e ci si addormenta tardi guardando le stelle brillare in un buio assoluto. Sorprende accorgersi di quanto il corpo cambi rapidamente non appena si smette di vivere sottoposti a stimoli artificiali continui.

Dalle sollecitazioni costanti fuggono anche i viaggiatori che trovano nell’Isola Santa Cristina, nella laguna veneziana, un rifugio naturale e invisibile agli occhi della Venezia piegata al dazio dei ticket d’ingresso nel tentativo di arginare consumatori compulsivi giornalieri di gelati e souvenir. Oggi l’isolamento è sempre più desiderabile, e quest’isola privata, raggiungibile in appena venti minuti di barca, assume i contorni di un miraggio.
Garantiti privacy e servizio impeccabile, orto e frutteto biologici, allevamento ittico ecosostenibile, pavoni selvatici in esilio da Punta Marina Terme e un’antica cappella. Mentre, incluso nel soggiorno, c’è soprattutto un profondissimo ed elitario silenzio da godere contemplando la laguna dalla tipica altana veneziana sul tetto della villa. Circondati dall’acqua, si finisce presto per interiorizzare il flusso delle maree, governato dalla luna. E, con un po’ di sorpresa, anche le maree interiori si adeguano, come se avessero ritrovato di nuovo il loro moto naturale.
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Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla Banca centrale europea offrono a Emmanuel Macron un vantaggio politico prezioso: la possibilità di partecipare alla scelta del prossimo presidente della Bce prima che le elezioni francesi del 2027 portino eventualmente Marine Le Pen all’Eliseo. Lagarde lascerà Francoforte il 7 febbraio, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha già avviato la procedura per la successione. I governi dell’eurozona puntano a raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, forse già al vertice di Bruxelles del 17 e 18 dicembre. Macron, che non potrà ricandidarsi dopo due mandati consecutivi, avrà così voce in capitolo sulla nomina di chi guiderà la politica monetaria europea fino al 2035. Se Lagarde fosse rimasta fino al 31 ottobre 2027, quella scelta sarebbe spettata anche al suo successore all’Eliseo, potenzialmente la leader del Rassemblement National, in testa ai sondaggi.
Le prime avvisaglie erano arrivate a febbraio, quando François Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France e membro del Consiglio direttivo della Bce, aveva annunciato le dimissioni con oltre un anno di anticipo, motivandole con ragioni personali e negando pressioni politiche. E già otto mesi fa il Financial Times aveva riferito che anche Lagarde stava valutando un’uscita anticipata per consentire a Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di orientare la scelta del suo successore prima delle presidenziali francesi. La Bce aveva allora precisato che nessuna decisione era stata presa nella più tradizionale delle smentite di rito.
Macron avrà voce in capitolo, ma non l’ultima parola. A scegliere il presidente della Bce saranno i leader dei ventuno Paesi Ue che possiedono la moneta unica.. Non serve l’unanimità: bastano sedici Stati che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione. La Francia ha bisogno di una presidenza benevola perché è diventata una delle principali fonti di instabilità finanziaria dell’eurozona. Il 22 ottobre il rendimento dei titoli di Stato decennali francesi ha raggiunto il 5,14 per cento, il livello più alto dal luglio 2002. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi ha superato i 170 punti base, tornando sui valori della crisi dei debiti sovrani del 2011. Le difficoltà nel contenere il deficit pubblico si accompagnano all’incertezza sulla tenuta politica del Paese. Per gli investitori è ormai un rischio concreto la prospettiva di un governo ostile alle regole europee. Tradotto: Le Pen.
Il prossimo presidente della Bce potrebbe quindi trovarsi a gestire una crisi del debito francese con un bazooka di cui dispone dal 2022, il Transmission Protection Instrument, che consente di intervenire quando le tensioni sui mercati obbligazionari compromettono il funzionamento della politica monetaria. La sua attivazione è però subordinata a condizioni precise. Se un futuro governo francese entrasse in conflitto con Bruxelles sui conti pubblici, la Bce dovrebbe valutare quanto dell’aumento dei rendimenti dipenda da dinamiche di mercato ingiustificate e quanto dalle scelte di Parigi. Una decisione delicatissima, nella quale il peso del presidente conterebbe molto.
La successione a Lagarde si intreccia con altre due nomine. Il 3 gennaio 2027 Isabel Schnabel lascerà il Comitato esecutivo per trasferirsi al Fondo monetario internazionale, mentre il 31 maggio scadrà il mandato del capo economista Philip Lane. Tre incarichi da distribuire nel giro di pochi mesi, con la possibilità per i governi di negoziare un accordo complessivo. La corsa alla presidenza si concentra, per ora, su due nomi: l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca centrale dei Paesi Bassi, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, già alla guida del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Entrambi sostenuti dai rispettivi governi, hanno attirato l’attenzione del cancelliere tedesco Merz, che ha programmato incontri con i due candidati. Knot, un tempo tra i critici più severi delle politiche espansive di Mario Draghi, ha acquisito negli anni una reputazione di pragmatico. Hernández de Cos è considerato più moderato e particolarmente abile nel costruire consenso.
Secondo Reuters, Macron sarebbe disposto a sostenere Knot in cambio dell’incarico di capo economista per un candidato francese. Tra i nomi circolano Agnès Bénassy-Quéré, vicegovernatrice della Banque de France, e Laurence Boone, ex capo economista dell’Ocse. Berlino, invece, sembra aver ridimensionato le ambizioni del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, inizialmente tra i favoriti, per puntare al posto lasciato da Schnabel. Resta la possibilità di un candidato di compromesso, come François Villeroy de Galhau, ex governatore della banca centrale francese, indicato dal centro studi monetario OMFIF come possibile soluzione in caso di stallo. L’Italia, almeno per ora, è fuori dalla corsa: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato che Roma non ha un proprio candidato. Nessuna possibilità, invece, di un ritorno di Mario Draghi, che ha già esaurito il mandato di otto anni, non rinnovabile per disposizione dei trattati europei.
Lagarde conosce bene questo terreno. Il risultato più importante dei suoi sette anni a Francoforte riguarda proprio la capacità di impedire che una crisi economica diventi una crisi di fiducia nell’euro. Durante la pandemia la Bce varò un programma straordinario di acquisti di titoli, il Pepp, la cui dotazione massima venne portata a 1.850 miliardi di euro. La flessibilità degli interventi contribuì a contenere le tensioni sui debiti pubblici, soprattutto nei Paesi più esposti come l’Italia.
Quel successo arrivò dopo uno degli errori più noti della sua presidenza. Il 12 marzo 2020, durante una conferenza stampa, Lagarde dichiarò che la Bce non era lì per «chiudere gli spread», provocando una brusca reazione dei mercati. Dopo gli anni del «whatever it takes» di Mario Draghi, quelle parole sembrarono mettere in discussione la disponibilità della banca centrale a difendere l’integrità dell’euro. Lagarde dovette correggere rapidamente il messaggio. Nei mesi successivi, gli interventi della Bce avrebbero smentito la sua prima dichiarazione.
Arrivata a Francoforte nel novembre 2019 senza precedenti esperienze alla guida di una banca centrale, Lagarde ha dimostrato soprattutto capacità di mediazione. L’ex ministra delle Finanze francese è riuscita a ricucire alcune delle divisioni interne al Consiglio direttivo, l’organo che decide la politica monetaria dell’eurozona e riunisce i sei membri del Comitato esecutivo della Bce e i governatori delle banche centrali dei ventuno Paesi che adottano l’euro. Un confronto spesso difficile, soprattutto tra i rappresentanti del Nord Europa, più rigorosi sull’inflazione, e quelli favorevoli a politiche monetarie più accomodanti. Lagarde ha saputo trovare compromessi e costruire consenso, una qualità che le ha permesso di guidare l’istituzione attraverso crisi eccezionali.
Più controverso è il bilancio sulla gestione dell’inflazione. La Bce ha tardato a riconoscere la persistenza delle pressioni sui prezzi emerse nel 2021 e ha aumentato i tassi per la prima volta soltanto nel luglio 2022, quando l’inflazione aveva già superato ampiamente l’obiettivo del 2 per cento previsto dai trattari Ue. Nell’ottobre successivo ha raggiunto il 10,6 per cento. L’invasione russa dell’Ucraina e l’impennata dei prezzi energetici erano fattori fuori dal controllo di Francoforte, ma il ritardo nella risposta ha costretto la banca centrale a una stretta particolarmente aggressiva.
In poco più di un anno la Bce ha alzato i tassi per dieci volte consecutive, portando quello sui depositi dal meno 0,50 al 4 per cento. Il credito è diventato rapidamente più caro per famiglie e imprese, mentre l’economia europea faticava a crescere. Con il rallentamento dell’inflazione, Francoforte ha avviato i tagli nel giugno 2024, riportando il tasso sui depositi al 2 per cento un anno dopo. Lagarde è riuscita a contenere l’aumento dei prezzi senza provocare una recessione generalizzata, ma il ritardo iniziale resta uno dei principali punti deboli della sua presidenza.
Gli ultimi mesi hanno riaperto il problema. Il nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto l’inflazione dell’eurozona al 3,8 per cento in settembre, mentre per il 2026 è prevista una crescita di appena lo 0,9 per cento. La Bce ha già riportato il tasso sui depositi al 2,50 per cento e si trova nuovamente a dover frenare i prezzi senza compromettere un’economia fragile. Lagarde si prepara così a lasciare un’istituzione più attrezzata ad affrontare le crisi finanziarie, ma ancora alle prese con il difficile equilibrio tra stabilità monetaria e crescita.
L’uscita anticipata potrebbe aprirle anche nuove prospettive. Secondo alcune indiscrezioni, il World Economic Forum sta valutando di affidarle la presidenza e potrebbe decidere già a novembre. Libera dai vincoli del suo incarico a Francoforte, Lagarde avrebbe maggiore spazio per intervenire nel dibattito politico francese ed europeo. Ha escluso una candidatura all’Eliseo, ma ha più volte rivendicato le proprie convinzioni europeiste. Sullo sfondo resta anche l’ipotesi, al momento fantapolitica, di una futura corsa alla presidenza della Commissione europea dopo le elezioni del 2029.
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A novant’anni dalla nascita il volume “Giorgio Chinnici, il rigore e la gentilezza” (Navarra) a cura di Francesco Lepore ripercorre il percorso umano, accademico e politico dell’insigne statistico, protagonista della stagione palermitana del riscatto negli anni del dopo stragi, attraverso un corpus selezionato di scritti e discorsi dello stesso e le testimonianze vive di chi lo conobbe apprezzandone la statura morale. Pubblichiamo di seguito un estratto dell’opera collettanea, costituto dal ricordo della figlia Valentina Chinnici, attuale deputata dell’Assemblea regionale siciliana, e delle sorelle Antonella, Daniela, Giusi.
Giorgio Chinnici, nostro padre, è stato un uomo che ha lasciato un segno importante nelle tantissime persone che ha incontrato nella sua vita. Ancora oggi riceviamo attestati di affetto, stima, ammirazione, non disgiunti spesso da commozione profonda da parte di chi ce ne parla. La sua vita è stata un intreccio inestricabile di valori e affetti, in cui il personale e il politico, come spesso accade nelle vite militanti, era di fatto indistinguibile. Preferiva eccedere piuttosto che difettare in generosità, sia materiale sia in termini di fiducia verso chiunque, soprattutto verso le persone umili e ai margini, come quelle detenute in carcere, per le quali nutriva un rispetto assoluto e alla cui promozione ed emancipa- zione ha orientato l’intera sua vita. Era infatti letteralmente affamato e assetato di giustizia sociale, oltre che animato da un’ansia conoscitiva incessante e da una curiosità cordiale e intensa verso tutte le manifestazioni dell’umanità, impersonando appieno il celebre adagio terenziano Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Il medesimo approccio umanistico improntava i suoi rigorosi studi criminologici, in cui l’ermeneutica dei dati statistici era permeata da letture sociologiche, antropologiche, psicologiche dei fenomeni analizzati. Con questo spirito fu tra i primi in Italia a occuparsi di bullismo e di violenza sulle donne. E, ancor prima, di fenomeni migratori, mettendo a tema già quarant’anni fa il caso di studio di Mazara del Vallo, comunità in cui l’integrazione tra siciliani e tunisini era una realtà collaudata. Noi quattro figlie venivamo coinvolte in vario modo nelle sue ricerche e nel suo lavoro di docente: fanno parte dell’aneddotica di famiglia le nostre estati in vacanza a Favignana, da lui passate a studiare nel carcere dell’isola, o in Emilia Romagna, dove presiedeva le commissioni degli esami di maturità, con viaggi infiniti in auto, stipati in sei in una piccola utilitaria che lui stesso guidava da Palermo a Pesaro. Crescendo lo seguivamo talvolta in convegni, seminari, conferenze, per le quali si preparava in modo meticoloso, con una ricerca e un gusto quasi ossessivo della parola, da filologo mancato più che da matematico qual era.
Nostra madre Nora, maestra appassionata, lo esortava spesso a semplificare qualche passaggio che le suonava concettoso. A pensarci, Giorgio e Nora erano di fatto un’unità duale: fidanzati dall’età di 13 anni e sposati dal 1964, avevano affrontato il grande dolore della perdita dopo soli due giorni del primogenito maschio, a cui era seguito, nei dieci anni successivi, il nostro quartetto femminile e successivamente la “fazzolettata” di otto nipoti. Casa nostra era sempre piena di gente, di rumore, calore e allegria, anche perché nostro padre, grande affabulatore, era dotato di ironia e capacità comiche coinvolgenti e mia madre di competenze culinarie straordinarie, che le fruttarono una volta anche uno straordinario primo premio col suo cavallo di battaglia, la pasta con le sarde, di cui andavano entrambi molto orgogliosi. Alla nostra tavola si alternavano le personalità più svariate: prefetti, questori, magistrati come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, ma anche tanti umili, provati dalla vita, donne in difficoltà e alunni di mamma del quartiere Guadagna, dove papà era stato segretario della locale sezione del PCI. Amante della vita sociale e della convivialità, nostro padre era però anche bisognoso di silenzio e studio, che spesso portava avanti la notte quando finalmente i rumori della casa da- vano tregua, e in campagna, a Pianetto, dove amava curare i suoi ulivi e zappare la terra, da lui definita inesauribile «riserva di significati».
Questo libro collettaneo, tuttavia, nasce dalla volontà non solo di ricostruire una biografia personale a noi cara, ma anche di considerare la stessa come una tessera preziosa di quel particolare mosaico che fu la rinascita di Palermo dopo le stragi del 1992, la cosiddetta Seconda Primavera, in cui diverse personalità civiche e intellettuali mobilitarono il loro ingegno, il loro coraggio e la loro fantasia per rimettere in piedi una città sfigurata dalla violenza mafiosa come da un conflitto bellico. Quei due mesi tra il 23 maggio e il 19 luglio furono infatti il nostro 11 settembre, il nostro Ground Zero, che avrebbe potuto lasciarci annientati e da cui, in- vece, germogliò una nuova luce di speranza, fiducia, riscatto civile. Nel caleidoscopio di personalità straordinarie che segnarono quella rinascita sociale, come il sindaco Leoluca Orlando, il giudice Antonino Caponnetto e l’amatissima assessora alla Scuola Alessandra Siragusa, ci fu anche nostro padre, un intellettuale prestato alla politica. Lui, il criminologo alieno nel Palazzo, che servì con assoluto rigore morale, «scrupolo e coscienza», «disciplina e onore» le nostre istituzioni pubbliche.
Oltre all’ampia introduzione del curatore e al su riportato ricordo testimoniale delle figlie di Giorgio Chinnici, il volume si compone dei contributi di Roberto Centaro, Salvatore Costantino, Giovanni Fiandaca, Giuseppe Grassonelli, Rosolino Martorana, Sergio Mazzola, Francesco Miceli, Maurizio Milone, Claudia Mirto, Leoluca Orlando, Silvana Polizzi, Elisa Romano, Marco Romano, Isaia Sales, Umberto Santino, Lidia Tilotta.
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Le esportazioni giapponesi sono aumentate del 16,7 per cento a settembre, raggiungendo quota 10.972 miliardi di yen. Ma dietro il record nominale si nasconde una crescita assai più modesta: i volumi reali sono saliti appena dell’1,9 per cento. La differenza racconta molto più di un semplice scarto statistico. In un’economia fortemente integrata nelle catene globali del valore, il deprezzamento dello yen e il rincaro delle importazioni possono gonfiare il valore delle merci esportate senza tradursi in un aumento proporzionale della ricchezza prodotta o del potere d’acquisto delle famiglie. Per una visione rigorosa, liberale e riformista, occorre smontare la retorica dei record statistici per esaminare le profonde contraddizioni che attraversano il modello produttivo nipponico tra spinta tecnologica, vulnerabilità energetica e squilibri commerciali.
Il saldo della bilancia commerciale rimane strutturalmente in deficit: a settembre ha raggiunto i 536,6 miliardi di yen, aggravando un semestre fiscale che registra un passivo complessivo di oltre duemilaottocento miliardi di yen. Questo squilibrio non è casuale, ma riflette una duplice pressione: da un lato, il rincaro delle importazioni energetiche e delle materie prime; dall’altro, il forte deprezzamento dello yen, che viaggia stabilmente sopra quota 157 rispetto al dollaro. La svalutazione della moneta nazionale offre agli esportatori un vantaggio competitivo sui prezzi e accresce i ricavi nominali espressi in valuta estera, ma rende molto più costoso l’approvvigionamento di petrolio e gas naturale liquefatto. Il valore delle importazioni di greggio, per esempio, è aumentato del 51,1 per cento, a fronte di una crescita delle quantità di appena il 3,1 per cento. Il risultato è un’asimmetria che grava sull’intero sistema economico: i costi dell’energia ricadono sul Paese e sui consumatori interni, mentre i benefici dell’export non si traducono automaticamente in un aumento del potere d’acquisto delle famiglie.
A sostenere la performance commerciale giapponese è soprattutto il ciclo globale di investimenti nell’intelligenza artificiale e nelle apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Le spedizioni di componenti elettronici e macchinari di precisione per la fabbricazione di chip hanno registrato aumenti vicini o superiori al 40-50 per cento, spiegando da sole circa il 45 per cento della crescita nominale complessiva delle esportazioni. Il Giappone si conferma così un attore fondamentale della filiera tecnologica avanzata, grazie a competenze industriali di primo piano nella litografia, nella chimica avanzata e nel controllo dei processi produttivi. Questa specializzazione, tuttavia, concentra i profitti lungo catene del valore internazionali e presso grandi gruppi multinazionali, senza garantire un aumento diffuso della produttività o dei salari reali nell’economia domestica. Il rischio è quello di un’economia a due velocità: da una parte, un comparto hi-tech altamente redditizio, ma esposto alle oscillazioni dei cicli globali d’investimento; dall’altra, un mercato interno frenato dai vincoli demografici, dalla debolezza dei consumi e dalla difficoltà di accrescere la produttività delle piccole e medie imprese.
Anche sul piano della geopolitica economica e delle risorse, la posizione di Tokyo rimane delicata. L’alleanza strategica e industriale con gli Stati Uniti rappresenta un pilastro della sicurezza economica nazionale, come dimostrano i recenti accordi di co-investimento manifatturiero nello Stato di New York nell’ambito della Strategic Investment Initiative. Questa integrazione contribuisce a rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento occidentali, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche crescenti e dalla necessità di ridurre i rischi legati alle dipendenze dai blocchi autoritari. Allo stesso tempo, Washington e Tokyo devono confrontarsi con un quadro tariffario complesso, fatto di dazi mirati e pronunce giudiziarie che impongono flessibilità e un costante monitoraggio normativo.
Il rapporto con la Cina, parallelamente, continua a essere segnato da una difficile combinazione di rivalità e interdipendenza. La competizione nel settore automobilistico si è intensificata con l’avanzata cinese nei veicoli elettrici, contribuendo a far crollare di quasi il sessanta per cento le esportazioni di auto giapponesi verso Pechino. Eppure, la Cina resta un mercato fondamentale per i beni strumentali, i macchinari e i componenti avanzati prodotti dal Giappone. Questa coesistenza tra competizione strategica e integrazione commerciale dimostra quanto sia difficile immaginare un disaccoppiamento totale tra le due economie. Per le classi dirigenti giapponesi, la sfida è quindi governare le interdipendenze con pragmatismo, evitando derive protezionistiche che finirebbero per danneggiare gli stessi interessi industriali nazionali.
La lezione che arriva da Tokyo è chiara: la potenza industriale non coincide necessariamente con il benessere diffuso. Perché i risultati dell’export si traducano in crescita e redditi più elevati servono politiche interne capaci di intervenire sulle debolezze strutturali del Paese. Il Giappone deve accelerare la transizione energetica per ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati dei combustibili fossili, diversificare le fonti di approvvigionamento e sostenere la domanda interna attraverso investimenti in innovazione e riforme fiscali favorevoli al lavoro. Senza una strategia in grado di trasformare il boom tecnologico globale in maggiore produttività, crescita reale e stabilità dei redditi, il «miracolo» dell’export giapponese rischia di restare soprattutto un record contabile.
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«Premium» è una delle parole più consumate del vocabolario alimentare. Compare sulle confezioni, nei menu, nelle insegne, spesso utilizzata come sinonimo di qualcosa che dovrebbe essere migliore e, quasi inevitabilmente, costare di più. A forza di applicarla a tutto, abbiamo finito per svuotarla. Per chi lavora in cucina, invece, la questione è concreta: che cosa rende davvero superiore una materia prima? Provenienza, certificazioni, lavorazioni e continuità qualitativa sono caratteristiche che incidono sul risultato finale e permettono al ristoratore di conoscere ciò che acquista e raccontarlo al cliente.
È in questo contesto che si inserisce l’arrivo in Italia di METRO Premium, la linea nata nel 2016 e già presente in oltre 17 Paesi del Gruppo, che completa l’offerta dei prodotti a marchio METRO posizionandosi nella fascia più alta dell’assortimento. Per presentarla al mercato italiano, METRO ha organizzato una elegante serata di gala dedicata a clienti, stampa, influencer e opinion leader. Un evento dall’allestimento particolarmente curato, con un servizio di grande standing e un’arpista ad accompagnare la cena. Protagonista della serata è stato il menu realizzato dagli chef di METRO Academy, che hanno cucinato utilizzando le materie prime della nuova linea. Un’occasione per assaporare direttamente nel piatto il pregio degli ingredienti, attraverso preparazioni capaci di valorizzarne le specificità.
L’assortimento debutta con oltre cento referenze, destinate ad aumentare progressivamente, disponibili nei punti vendita e attraverso il servizio di delivery. Il cuore della proposta è rappresentato dal fresco e dall’ultrafresco, con numerosi prodotti DOP e IGP e un’attenzione dichiarata alle certificazioni.
«Con METRO PREMIUM vogliamo offrire ai professionisti della ristorazione e agli appassionati di cucina gourmet ingredienti all’altezza delle proposte gastronomiche più ricercate», spiega Alessia Vanzulli, Head of Fresh, Own Brand & Localism di Metro Italia. «Abbiamo lavorato allo sviluppo di una linea a marchio che esprime la nostra attenzione alla scelta delle materie prime e lascia a ogni chef la libertà di interpretarle secondo la propria visione. Significa fare un passo in più nel rapporto con i nostri clienti: non soltanto rifornire le loro cucine, ma mettere a disposizione ingredienti che sappiano dare forma alle loro ambizioni».
La selezione attraversa buona parte della cucina professionale. Si va dalla Chianina IGP alla Burrata di Andria IGP, dal Pecorino Romano DOP, fino a pasta, riso, olio extravergine di oliva, Aceto Balsamico di Modena, conserve, salumi, pesce affumicato, surgelati e dessert. Una dispensa trasversale, pensata per accompagnare il lavoro del ristoratore dall’antipasto al dolce, in costante evoluzione. La selezione è infatti destinata ad ampliarsi progressivamente, rafforzando la proposta di METRO per i professionisti della ristorazione di fascia alta.
Tre prodotti raccontano in particolare l’approccio della linea. Le Linguine di Gragnano IGP sono realizzate con grano italiano, trafilate al bronzo ed essiccate lentamente a bassa temperatura, secondo il disciplinare della denominazione. La Burrata di Andria IGP rappresenta una lavorazione casearia legata al territorio, mentre nei Gamberi Rossi del Mediterraneo la qualità passa anche dalla gestione della conservazione: pescati dai pescherecci di Mazara del Vallo, vengono congelati direttamente a bordo per preservarne le caratteristiche organolettiche.
La cena di presentazione ha tradotto questa selezione in un racconto gastronomico, affidando agli chef di METRO Academy il compito di mostrare come ingredienti diversi possano trovare spazio nella ristorazione contemporanea. Perché il valore di una materia prima si misura anche nella sua capacità di rispondere alle esigenze di chi la lavora ogni giorno.
Ed è proprio in cucina che la parola premium può recuperare significato, diventando un criterio di scelta fondato su caratteristiche riconoscibili e verificabili, prima ancora che una promessa sulla confezione.
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Un satellite commerciale americano ha fotografato in orbita uno dei programmi spaziali più opachi della Cina. L’immagine, acquisita nel 2024 da un satellite di Maxar Technologies, oggi Vantor, è stata pubblicata dalla Defense Intelligence Agency (Dia), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, nel suo nuovo rapporto “Challenges to Security in Space 2026”. Mostra uno spazioplano cinese sperimentale con ali, portellone del vano di carico e un modulo posteriore dotato di pannelli solari. È la più nitida immagine del velivolo resa pubblica finora, e offre uno sguardo raro su una capacità di cui Pechino divulga pochissimi dettagli. Una versione meno definita era già apparsa in una presentazione militare americana nel 2024.
La fotografia è significativa anche per chi l’ha scattata. WorldView-3, il satellite di osservazione della Terra di Maxar, è stato utilizzato per osservare un oggetto nello spazio, anziché una porzione della superficie terrestre. È un esempio di non-Earth imaging, la tecnica che permette ai satelliti commerciali di riprendere altri veicoli in orbita. Un’attività che può aiutare a raccogliere informazioni su sistemi spaziali altrimenti difficili da osservare, soprattutto quando i loro proprietari mantengono riservati caratteristiche e obiettivi.
La Dia non attribuisce al velivolo un nome nel rapporto, ma l’immagine viene associata al programma cinese comunemente noto come Shenlong. La sua sagoma ricorda quella dell’X-37B americano, lo spazioplano senza equipaggio utilizzato dalla Space Force per missioni sperimentali. La somiglianza, da sola, non dimostra che i due sistemi abbiano capacità o compiti identici.
La Cina ha condotto quattro missioni orbitali del suo veicolo sperimentale dal settembre 2020. La seconda, lanciata nell’agosto 2022, è durata 276 giorni; la terza, partita nel dicembre 2023, è rimasta in orbita per circa nove mesi. Una quarta missione è iniziata il 7 febbraio 2026. Durante le missioni precedenti, secondo le ricostruzioni disponibili, il veicolo avrebbe anche effettuato manovre di avvicinamento e interagito con altri oggetti nello spazio. Non sono però noti tutti i dettagli delle operazioni né il carico trasportato.
Gli spazioplani possono raggiungere l’orbita a bordo di un razzo, trasportare oggetti o apparecchiature da sperimentare e poi rientrare sulla Terra. La possibilità di recuperare il veicolo e riutilizzarlo li distingue dai satelliti tradizionali e li rende adatti a una varietà di attività sperimentali. Il rapporto della Dia osserva che, grazie alla loro maggiore manovrabilità, questi sistemi possono risultare più adatti dei satelliti convenzionali ad alcune missioni. Washington è ancora l’unico Paese con un programma operativo di veicoli di lancio riutilizzabili, secondo il documento, mentre Pechino punta a diventare il secondo.
Lo spazioplano, tuttavia, è soltanto uno degli elementi di un rapporto che descrive uno spazio sempre più affollato e conteso. Secondo la Dia, la flotta cinese di satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione è cresciuta rapidamente: a luglio 2026 Pechino ne disponeva di oltre 510. Questi sistemi possono raccogliere immagini ottiche e radar, intercettare segnali e contribuire a individuare e seguire forze militari avversarie. Le informazioni raccolte possono sostenere operazioni a grande distanza, soprattutto nell’Indo-Pacifico.
La crescita delle capacità spaziali cinesi si accompagna allo sviluppo di strumenti per contrastare quelle degli avversari. Il rapporto esamina missili antisatellite, sistemi laser capaci di disturbare o danneggiare sensori ottici e tecnologie che potrebbero consentire a un veicolo di avvicinarsi ad altri satelliti. Alcuni sistemi hanno anche impieghi civili, per esempio nella manutenzione orbitale o nella rimozione dei detriti: proprio questa natura duale rende difficile stabilire, in ogni caso, dove finisca la sperimentazione e dove inizi una possibile applicazione militare.
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto queste capacità contino già sul campo. Le comunicazioni satellitari e i servizi di navigazione hanno sostenuto le operazioni militari, mentre la Russia ha fatto ricorso a disturbi elettronici e attacchi informatici contro sistemi utilizzati dall’Ucraina. Nei primi giorni dell’invasione, un attacco informatico ha colpito il servizio satellitare di comunicazione di Viasat. La diffusione di servizi commerciali ha aumentato la resilienza delle comunicazioni ucraine, ma ha anche reso le infrastrutture private parte integrante del confronto militare.
Il documento dedica spazio anche alla Russia, che secondo l’intelligence americana sta sviluppando un satellite destinato a trasportare un’arma nucleare. Un’esplosione nucleare in orbita potrebbe danneggiare o rendere inutilizzabili migliaia di satelliti, compromettendo servizi di comunicazione, navigazione, meteorologia e sicurezza nazionale. La Dia sottolinea inoltre che Mosca ha cercato sostegno da soggetti cinesi per compensare le difficoltà di accesso a tecnologie spaziali occidentali dopo le sanzioni.
Il quadro comprende infine i programmi spaziali di Iran e Corea del Nord e la crescente diffusione di capacità in grado di interferire con i sistemi orbitali. La previsione americana è che la competizione aumenterà nel prossimo decennio, con più satelliti, più attori e maggiori rischi per le infrastrutture da cui dipendono le economie e gli apparati militari.
In questo scenario, la fotografia dello spazioplano cinese racconta due trasformazioni. Pechino sta ampliando le proprie capacità nello spazio, mentre Washington può contare anche su società commerciali per osservare programmi che restano in larga parte segreti. La competizione orbitale si gioca ormai non soltanto tra governi e forze armate, ma anche attraverso sensori e servizi privati capaci di trasformare un’immagine ripresa a decine di chilometri di distanza in una nuova fonte d’intelligence.
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Siamo cresciuti entrambi a Lione, sulle rive del Rodano, della Saona e degli stagni circostanti, soprattutto nella Dombes, dove andavamo a pescare con regolarità, in un certo periodo addirittura tutti i fine settimana. Cullati dalla buona tavola, con un padre cuoco, da bambini conoscevamo il fiume più del mare. In effetti, ci sembrava logico frequentare questo ambiente, vivendo lontano dalla costa.
Leggendo i nostri classici, ci siamo resi conto che gli ambienti di acqua dolce e tutti i prodotti a essi associati occupavano un posto speciale sulle nostre tavole.
Alain Chapel prepara la salsa Jean Vignard con la lattanza di carpa, o brodi di funghi con gamberi di fiume; Michel Troisgros cucina la pôchouse (bouillabaisse di acqua dolce), il luccio all’aglio, l’insalata di anguilla, il lucioperca con i mendiant, le rane, la quenelle di luccio da Paul Bocuse…
Il territorio francese presenta una diversità insolita di ambienti naturali, caratterizzata da climi, rilievi, ecosistemi di grande ricchezza, che rendono la diversità dei pesci di fiume un pilastro della nostra cultura gastronomica!
Tuttavia, se per caso voleste acquistare pesce d’acqua dolce nel nostro Paese, vi rendereste conto che è non è semplice. In realtà, sono rimasti pochissimi pescatori professionisti di questi ambienti. La Loira è uno dei fiumi francesi in cui la pesca è ancora importante, ma il numero di pescatori diminuisce di anno in anno e le crescenti restrizioni probabilmente confermeranno questa tendenza. D’altra parte, i pesci d’acqua dolce non sono più molto apprezzati: li trascuriamo sulle nostre tavole, privilegiando specie provenienti da molto lontano, maltrattate e imbottite di antibiotici. Ma “la moda” non ne è l’unica responsabile.
Acque dolci francesi maltrattate
All’origine dell’attuale pessimo stato delle acque dolci francesi ci sono diversi fattori. Su molti fiumi sono state costruite numerose centrali idroelettriche o dighe di regolazione del livello delle acque; queste ultime rappresentano una minaccia reale per le specie migratorie, poiché creano una barriera fisica alle loro rotte.
L’urbanizzazione e l’insediamento di industrie in prossimità di ambienti acquatici sono considerate le cause principali della distruzione di questi habitat. Le rive sono state cementificate e alcuni corsi d’acqua sono stati privati dei loro boschi ripariali (formazioni vegetali che si sviluppano ai margini dei corsi d’acqua o degli specchi d’acqua situati nella zona di confine tra acqua e terraferma (ecotoni), definizione da Actu-Environnement.com) e di tutti i benefici che recavano all’ambiente.
Inoltre, la canalizzazione dei corsi d’acqua ha causato un’accelerazione delle correnti, l’erosione delle rive nei tratti non canalizzati e i sedimenti prodotti hanno contribuito all’ostruzione delle zone di riproduzione (aree in cui si riproducono specie ittiche, ma anche molluschi e crostacei). La canalizzazione è strettamente legata all’insediamento di grandi fabbriche inquinanti sorte sulle rive di fiumi e sui corsi d’acqua per facilitare il trasporto delle merci.
Anche l’uso di pesticidi e fertilizzanti in agricoltura ha avuto conseguenze rilevanti sui corsi d’acqua. Infatti, i fertilizzanti hanno favorito lo sviluppo delle alghe e contribuito all’eutrofizzazione (fenomeno di arricchimento trofico di corpi idrici a debole ricambio; è dovuto al dilavamento dei fertilizzanti usati nella coltivazione delle terre circostanti o all’inquinamento organico. Provoca le fioriture del fitoplancton che, abbassando il tasso di ossigeno, rendono l’ambiente inadatto per altre specie, Enciclopedia Treccani) di alcuni ambienti.
L’insieme di questi fattori ha avuto quindi un forte impatto sulle nostre acque, per ciò che concerne sia la morfologia sia la composizione fisico-chimica. Perché sì, purtroppo le nostre acque sono inquinate da metalli pesanti, PCB (policlorobifenili) e composti perfluorurati.
Le dighe in Francia hanno causato danni alle specie migratorie. Ad esempio, abbiamo deciso di non proporre l’anguilla o la lampreda come specie da cucinare in questo libro. Siamo fermamente convinti che non sia stata la pesca la responsabile della diminuzione di queste specie che vivono sulla Terra da migliaia di anni ma la nostra organizzazione del territorio.
L’anguilla e la lampreda sono animali misteriosi che tornano nei loro luoghi di nascita per deporre le uova al momento giusto. Oggi trasformiamo radicalmente i corsi d’acqua e le numerose dighe hanno reso quasi impraticabili i percorsi d’acqua dolce un tempo usati da queste specie.
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Non solo ginepro. Profumi accattivanti, colori brillanti, forme insolite, nomi curiosi: quello del gin è un mondo in movimento, che cambia continuamente e che si declina in mille forme e tipologie diverse. Questo perché il gin, a differenza di altri spirits, può essere interpretato in modi differenti: la normativa prevede infatti che il gin sia caratterizzato dal sapore predominante del ginepro. Per il resto i produttori hanno carta bianca, possono cioè personalizzare a piacere il prodotto con varie botaniche: erbe, spezie, radici, scorze di agrumi, fiori, piante, cortecce, frutta, tutto può concorrere a trasformare il distillato, che diventa così specchio di volta in volta di un territorio, di una filosofia, produttiva, di un pensiero.
Anche la fantasia può in questo modo spaziare non solo nell’ambito del sapore ma anche in quello dei colori, delle confezioni, dei nomi. Si possono così assaggiare gin che racchiudono l’essenza di un territorio, anche piccolo e particolare: il Sette Laghi di Pisoni racconta attraverso asperula, menta, rabarbaro, genziana, liquirizia e china la Valle dei laghi, situata tra il lago di Garda e le fresche Dolomiti, il TomTime, con l’aggiunta di abete rosso, pigne di cipresso, rosmarino di Montevecchia e regina dei prati, riflette il profumo delle terrazze che da Montevecchia guardano Milano. Oppure si può sorridere gustando un bicchierino di Bud Spencer The Legend Dry Gin: un omaggio alla leggenda di Bud, prodotto da St. Kilian Distillers in Germania, dove l’attore è amatissimo; un gin che al di là dell’etichetta che fa girare la testa ai fan conquista con una particolare aromaticità fruttata e un lieve profumo di caramello.
Ancora, tutti quelli (e sono ormai tanti) che cercano un modo di bere più leggero e low alcol, troveranno una scelta ideale nel Marconi 21 di Poli Distillerie, che con soli 21 gradi è creato apposta per chi ama i cocktail ma vuole sentirsi leggero. Le particolarità dunque possono essere legate a tutti gli ambiti, ma ci sono gin che lasciano davvero a bocca aperta.
Sapori inattesi
Ossia quando a fare la differenza è la sostanza. Ci sono gin che sanno davvero sorprendere il palato. Ne è un esempio estremo il Never Never Oyster Shell Gin, distillato utilizzando gusci di ostriche, alga wakame e sale marino, così come il Cambridge Anty Gin, la cui particolarità è data dall’uso di formiche rosse. Inquietante? Forse un po’ sì. Se si vogliono sorprese senza correre troppi rischi, si può provare il gin Bandito al sale di Cervia, oppure Quattro Gatti Olive Grove Gin, dry gin ottenuto da foglie di olivo, olive e olio d’oliva provenienti da antichi uliveti italiani. Frutta, ma esotica, nel Santa Ana Pomelo Gin, caratterizzato dal dolce pomelo delle Filippine. Ancora, ci sono gin che, prima ancora che il palato, stupiscono la vista: rosa, blu, nero, il colore è un “effetto speciale” che incanta e affascina.
Così Scapegrace Black Gin Premium, il cui incredibile colore nero nasce in modo completamente naturale da una ricetta unica, studiata attraverso la selezione di ingredienti specifici: bacche di aronia per il rosso, zafferano per l’arancione, ananas per il giallo, butterfly pea per il blu e patate dolci per il viola. Scapegrace Black Gin, morbido, vellutato e profumato, è nero quando viene versato ma, con l’aggiunta dell’acqua tonica, si schiarisce in una bellissima sfumatura di rosa violaceo.
Bellissimo è anche il colore cipria di Cubical Kiss, dovuto all’aggiunta, tra le botaniche, di frutti di bosco come fragole, lamponi e mirtilli rossi: sono proprio questi ingredienti a conferire al gin il suo colore naturale e i suoi principali sentori. Giallo ocra è invece Cubical Mango, arricchito con buccia di limone, radice di giaggiolo in polvere, radice di liquirizia in polvere, cassia e appunto mango. Entrambi sono racchiusi nella caratteristica bottiglia a cubo.
La sostanza della forma: bottiglie uniche
Colori, profumi, sapori ma anche forme: ci sono gin che sfoggiano abiti davvero insoliti. Certamente non può passare inosservato il Gin Impavid David, la cui bottiglia ha la forma della testa del David, e il cui gusto è influenzato dalla preziosa aggiunta di polvere di marmo di Carrara, proprio quello usato da Michelangelo. Forse non è artistica, ma è decisamente controcorrente e non convenzionale la scelta di Sapling London Dry Gin: oltre che nella classica bottiglia da settanta centilitri, il gin è disponibile in versione refill e bag in box, soluzioni sviluppate per ridurre l’uso del vetro e l’impatto ambientale dovuto al packaging. Il refill è disponibile anche per lo scozzese Glaswegin. Non una bottiglia, ma una latta, simile a quella dell’olio per le macchine, per l’italiano Gin Engine, il cui nome gioca, appunto, sull’assonanza tra engine (motore in inglese) e gin.
La leggerezza dei nomi
E proprio sulla scelta del nome giocano, con spirito e arguzia, molti produttori. In Maremma si può sorseggiare il Gin.Ghiale, che con mirto, pino e finocchietto selvatico trasporta la mente nei boschi toscani e che con un gioco di parole ben riuscito fa sorridere chi ama quei boschi. Ancora Toscana, ancora Tirreno, ancora macchia mediterranea e ancora un gioco di parole brillante nel Gin Estro, con pino marittimo, foglia di fico, iris e agrumi di costa. E come si può non sorridere assaggiando il Ginocchio London Dry Gin? O il CandeGin? O ancora il GinGillo Gin? Ricordando comunque che dietro alla leggerezza di un nome spiritoso c’è sempre l’essenza di un distillato da sorseggiare con consapevolezza e con gusto.
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Here are Apple’s claims:
However, a user’s picture is sent to Apple’s cloud servers to be processed, where the data points remain. The picture is not needed at that point and can be deleted.
Governments can now mandate that Apple turn the feature on regardless of which apps are installed on the phone. Secondarily, governments can mandate that the apps access the feature before granting to access to their services. ⁃ Patrick Wood, Editor.
When Apple released iOS 27.2 on Sunday, it crossed a threshold no major operating system had crossed before: embedding a government-compelled biometric age gate directly into the OS layer itself — not inside an app, not inside a browser, but in the platform that every app runs on top of. For the first time, accessing adult-rated content on an iPhone or iPad in Australia, Brazil, Singapore, or the United Kingdom now requires passing a facial age estimation scan administered by the operating system before the App Store will proceed.
South Korea is also part of the five-country rollout, but Apple’s selfie-based facial scan is not available there — South Korean users face annual carrier-verified identity checks instead. Adults who fail or decline the facial scan do not get a different app or a competing service; they get a permanently restricted device — or they get a different phone.
That architectural choice — OS-level rather than app-level — is the fact that makes iOS 27.2’s biometric gate different from every prior age-verification rollout in the industry, and it is the fact Apple’s public documentation downplays. Once this plumbing is baked into the operating system, every future government mandate that wants to require it will find Apple’s infrastructure already installed. That is not a side effect. It is the point.
Apple’s own support documentation describes the process as a liveness check more than an identity interrogation. Users are instructed to perform a deliberate four-angle head rotation — right, left, up, down — capturing their face from multiple perspectives. Apple advises removing anything that might obscure a result: masks, hats, sunglasses. The company calls the underlying technology an “age-estimation model,” not a facial recognition or identity-matching system, which is a meaningful distinction: estimation predicts a probabilistic age range from facial geometry rather than matching the face to a database record.
The models run “both on-device and on Private Cloud Compute,” Apple says — the hybrid on-device/cloud framework it originally launched for Apple Intelligence AI features. Results are “combined on your device.” Apple’s PCC architecture is designed so that sensitive data exchanged with cloud services is encrypted and deleted afterward, with the process available for researcher verification. The company has since expanded PCC to Google Cloud, though it says its core security model remains unchanged.
Apple promises the selfie “isn’t accessible to anyone, not even Apple,” and that “once your age is confirmed, your selfie is deleted and isn’t retained in any form” per its selfie verification support page. Users who are not cleared as adults are directed to try again with a fresh selfie, or to use an alternative: a credit card on file, Apple ID account-history signals, or a government-issued ID scan.
Apple has not disclosed how accurate its age-estimation model is, what its misclassification rates look like across age groups or demographic categories, or what data record — if any — is retained after a scan is processed and before deletion is confirmed.
The Computer & Communications Industry Association (CCIA) has cited the most authoritative public benchmark on this question: NIST’s Face Analysis Technology Evaluation (FATE). Across tested methodologies, the CCIA notes that one-year age estimation accuracy for 13-year-olds ranged from just 7.2% to 34.5%. Being estimated one year too young can cause a legal adult to lose access to all 18+ apps without parental consent — a mismatch that cuts in both directions and scales with the size of the affected population.
Apple has not opened its PCC age-estimation pipeline to independent audit in the way it has with other PCC workloads. Its PCC SOC 3 audit — while validating general controls — explicitly states that “the independent auditor does not express an opinion or any other form of assurance about Apple’s artificial intelligence services.” This means that NIST FATE’s findings on comparable systems are the best available public proxy for Apple’s likely accuracy — but they are not Apple’s actual numbers, and Apple has provided no mechanism for anyone outside the company to determine whether its model performs better or worse than the NIST benchmark range.
The CCIA has also noted that approximately 11% of U.S. adults lack government-issued photo ID, meaning the government ID fallback option is not universally available to adults who fail the facial scan and cannot produce a credit card or a qualifying account history. At OS level, there is no third exit — no different app, no competing service, no platform workaround.
The five-country rollout reflects a complex global patchwork of laws that converged on Apple’s timeline.
Texas. The most immediate domestic driver is Texas’s App Store Accountability Act (SB 2420), which moved the age gate from individual websites to the account required to install anything. New Apple Accounts created in Texas are subject to the law from June 4, 2026, requiring age assurance and parental consent for minors under 18 for downloads, in-app purchases, and significant changes to app settings. Under-18 users must be in a Family Sharing group, with Ask to Buy and Screen Time features automatically enabled and undisable by parents. For all accounts, age range is shared with developers by default, with no opt-out available.
Apple was not a willing participant. The company previously fought the law, describing it as requiring collection of “sensitive personal identifying information” for every Texan who wants to download an app. Tim Cook, then CEO, personally called Governor Greg Abbott urging a veto. A federal judge blocked the law in December 2025 on First Amendment grounds. The Fifth Circuit lifted that block in June 2026. On July 6, 2026, the Supreme Court declined to block enforcement while the underlying case continues.
Australia. Six age verification codes came into effect on March 9, 2026, requiring proof of age to access pornography, R18+ games, adult apps, and explicit AI chatbots. The codes apply to app stores — including Apple’s App Store and Google Play — under penalties of up to AUD $49.5 million per breach. Apple announced Australia, Brazil, Singapore age checks on February 24, 2026, blocking downloads of 18+ apps unless users were confirmed adults. The full app store age assurance enforcement deadline fell on September 9, 2026 — six weeks before iOS 27.2 arrived.
United Kingdom. Under the Online Safety Act, Ofcom defines “highly effective” age assurance to explicitly include facial age estimation using biometric technology. Ofcom has already moved from guidance to enforcement action, fining 8579 LLC £1.35 million for failing to implement legally required age verification checks. Apple launched UK age verification tools in March 2026 ahead of stricter enforcement requirements.
The U.S. state-by-state expansion shows no sign of slowing. Louisiana’s version of the app store accountability law becomes effective July 1, 2027, while Alabama’s version goes further, requiring every existing account in the state to be age-verified by October 1, 2027.
The shift in Tim Cook’s public posture — he is now Apple’s Executive Chairman after handing the CEO role to John Ternus in September 2026 — is striking against the backdrop of Apple’s earlier legal resistance. Cook has welcomed the EU KIDS Act, saying: “We’re very encouraged that the EU Kids Act proposed by the (European) Commission has helped trigger a constructive conversation around this critical issue in Europe.” The EU KIDS Act explicitly puts app stores and operating systems within its scope — meaning the biometric pipeline Apple just built for five countries would serve European mandates without additional infrastructure development. (Separately, Apple has said Siri AI will not ship on iOS 27 in the EU at launch due to the Digital Markets Act — a reminder that the EU’s regulatory posture toward Apple remains complex even as Cook signals openness on age verification.)
Cook lobbied personally against age verification in Texas. He publicly welcomes it in Europe. The difference between those two positions is not a change in Apple’s values; it is a change in Apple’s compliance posture once the infrastructure is built and the legal battles are lost. The age gate is now a product feature.
Apple is not alone in deploying facial analysis for identity purposes. Meta now asks Facebook users for a video selfie to obtain a “verified” badge, without publicly disclosing how long it retains those videos. Google’s model in Canada sends those it estimates as minors to verify their age with an ID or a selfie. Reddit’s age checks in Europe go through Persona, which, according to researchers, runs up to 269 verification checks on each user.
What distinguishes Apple’s implementation is architectural: not inside a single app or website, but embedded in the operating system itself. A user who dislikes Meta’s video selfie requirement can stop using Facebook. A user who dislikes Apple’s iOS 27.2 age scan cannot stop using the App Store without giving up iOS. The failure mode at this level is not correctable by switching apps; it is correctable only by switching platforms.
The CCIA has previously noted that public support for age checks in the abstract evaporates when people actually face uploading IDs or submitting to face scans. At OS level, individual resistance is harder to exercise. Users cannot avoid a single website or delete an app; they must confront the gate any time they try to install anything in an 18+ category, or they must permanently surrender the ability to make that choice.
Apple’s promise that the selfie is deleted after processing may or may not be independently verifiable — the company has not opened its PCC age-estimation pipeline to the kind of independent security review it has extended to other PCC workloads. Whether the selfie is retained is, in some ways, less important than what the scan normalizes: a biometric facial scan as a routine condition of using a device.
Privacy researchers have noted that this normalization matters beyond the specific data question. Every jurisdiction that has been considering an age verification mandate — and there are now dozens — will observe that Apple built this infrastructure, deployed it smoothly across five countries, and complied with regulators across three continents simultaneously. Louisiana and Alabama are already on the calendar. The EU KIDS Act is welcomed by Apple’s own executive chairman. The global trajectory is not ambiguous.
The question is no longer whether operating systems will carry mandatory biometric age gates. iOS 27.2 has answered that. The questions are: how accurate will those gates be, who audits them, what happens to adults who are misclassified, and what other mandates will the same infrastructure eventually serve — because the plumbing Apple installed Sunday does not have a single-use expiration date.
Currency conversions in this article are approximate and based on rates current at time of publication.
Russian Foreign Minister Lavrov arrives in the United States to attend the G20 ministerial meeting
The event will take place on October 30 in the capital of Georgia, Atlanta.
The priority task of the G20 ministerial meeting will be the preparation of the G20 leaders' summit, which will be held in Miami on December 14-15, as well as the formulation of its final agreements.
Photo: Natalia Gubernatorova

Two helicopters collided in the USA, killing three people:
"In the US state of Oregon, three people were killed when two helicopters collided. One of the helicopters was carrying a 22-year-old flight instructor from Texas and her student, a British citizen. The second helicopter was operated by Tyler Sturdevant, a 38-year-old resident of Oregon. All three died."

CENTCOM Commander Brad Cooper personally presented Donald Trump with several options for striking Iran, The Wall Street Journal reported, citing White House officials.
Admiral Brad Cooper arrived in Washington to present Trump with several plans for resuming military action against Iran. The CENTCOM commander and the US president met face-to-face the day before, on October 29. Also present were Pentagon Secretary Pete Hegseth and Chairman of the Joint Chiefs of Staff General Dan Kaine.
As the publication emphasizes, Cooper meets with Trump very rarely, and his invitation to Washington means that the US is very likely leaning toward resuming hostilities, although a final decision has not yet been made.
Meanwhile, the Trump-affiliated television channel Newsmax reported that the White House plans to launch a military operation next week immediately after the midterm elections. It noted that American aircraft are already moving into position and preparing to deploy the MOAB super-powered bombs.
According to media reports, over the past 24 hours, the United States has carried out a large-scale operation to transport military supplies to the Middle East, with military transport planes landing en masse at airfields in Israel, Jordan, Saudi Arabia, and Qatar.
