Cinquanta vini premiati con i Tre Bicchieri costano meno di quindici euro in enoteca, cinque si comprano addirittura con meno di dieci. Nella quarantesima edizione di Vini d’Italia del Gambero Rosso, questi numeri meritano attenzione quanto i riconoscimenti alle grandi cantine: riportano la discussione sulla qualità al momento in cui una bottiglia viene scelta, pagata e portata a tavola. Come ha sottolineato sul palco José Rallo di Donnafugata, premiata con altre cantine come icona del vino italiano, il tema dell’ampliamento del target rimane centrale: «Oggi dobbiamo cercare nuovi consumatori e aprire nuovi mercati». Come rimane centrale il ruolo della comunicazione: «Senza il sostegno del Gambero Rosso non saremmo stati così ben rappresentati nel mondo» sottolinea Camilla Lunelli, produttrice trentina di Ferrari anch’essa premiata come icona del vino.
La guida 2027 recensisce 2.614 produttori e oltre 23.000 vini, contro i cinquecento e i millecinquecento della prima edizione, datata 1988. Il confronto misura l’ampliamento del lavoro editoriale e della porzione di Italia vinicola raccontata. A curare il volume sono con grande competenza e preparazione Giuseppe Carrus e Marco Sabellico, con William Pregentelli vice curatore; la selezione passa attraverso degustazioni alla cieca e successive fasi di confronto tra commissioni.
Il premio Tre Bicchieri va alle bottiglie che nell’anno si sono distinte, ma la Guida prevede tanti altri riconoscimenti. Il premio Cantina dell’anno va a Tommasi Family Estates. Il Montepulciano d’Abruzzo Marina Cvetic S. Martino Rosso Riserva 2022 di Masciarelli è il Rosso dell’anno; l’Etna Bianco Arrigo 2023 di Alta Mora il Bianco; il Franciacorta Non Dosato 33 Riserva 2018 di Ferghettina conquista il riconoscimento per le bollicine. Al Lambrusco di Sorbara Leclisse 2025 di Paltrinieri va quello per il rosato, mentre il Collio Picolit 2020 di Pighin è il Vino da meditazione dell’anno. Il Chianti Classico Sacello 2023 di Arillo in Terrabianca ottiene il premio Miglior acquisto.
I Tre Bicchieri sono complessivamente 540: Toscana e Piemonte ne raccolgono rispettivamente cento e ottantadue, seguite dal Veneto con quarantanove. Questa geografia dei premi si accompagna, nel racconto dei curatori, a un lavoro sempre più preciso sulle differenze territoriali: aree, versanti e singole vigne per il Sangiovese toscano; accanto ai nebbioli piemontesi, l’Alta Langa e i bianchi, dal Timorasso al Gavi. La freschezza della Barbera e la fragranza dei rossi della costa toscana entrano nella lettura di un gusto che cerca anche scorrevolezza.
Una seconda indicazione arriva dai 194 Tre Bicchieri Verdi, attribuiti a vini di aziende che seguono i canoni della viticoltura biologica o biodinamica certificata, un’informazione utile sul metodo produttivo, da affiancare al giudizio dell’assaggio. Il premio specifico per la Vitivinicoltura Sostenibile va invece a Benvenuto, a Francavilla Angitola, in Calabria.
Tra i tredici Premi Speciali c’è anche il Progetto solidale, assegnato a Cascina Clarabella, cooperativa sociale della Franciacorta che lavora all’inserimento professionale di persone con disturbi psichiatrici. Questo riconoscimento invita a considerare il valore etico di una cantina, anche attraverso il lavoro che genera e le persone che riesce a coinvolgere.
Cantina Kurtatsch è la cooperativa dell’anno; Saraja, nata in Gallura, la cantina emergente. Francesca e Davide Bonzano di Castello di Uviglie sono i Giovani produttori dell’anno, mentre Davide e Riccardo Sobrino di Cascina delle Rose, a Barbaresco, ricevono il premio Vignaioli dell’anno. Storie diverse per dimensioni e organizzazione, che restituiscono una filiera nella quale convivono impresa familiare, cooperazione e nuove iniziative.
L’anniversario assegna ad Antinori il titolo di Cantina dei quarant’anni e a Josko Gravner quello di Vignaiolo dei quarant’anni. Il volume recupera i Tre Bicchieri della prima edizione e seleziona cinquanta Vini Rari, legati anche a vigne storiche, recuperi varietali e produzioni limitate, premiandoli per il coraggio di queste piccole realtà che cercano di fare la differenza pur con piccolissimi numeri e produzioni di nicchia: uno dei vini rari 2027 è quello prodotto da Andrea Moser, enologo e consulente di Gastronomika. A questa memoria si affianca il lancio di Gambero AI, presentato come uno strumento per interrogare il patrimonio degli assaggi. La sfida, per una guida arrivata a quarant’anni, passa anche da qui: rendere consultabile in maniera pratica ed efficiente tanta esperienza quando il lettore deve scegliere una bottiglia.
Nel maggio del 2025 la Commissione parlamentare antimafia ha pubblicato per intero l’ordinanza sentenza dell’8 novembre 1985 con cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri giudici del pool rinviarono a giudizio 476 imputati, aprendo la strada al maxiprocesso di Palermo. Sono 8.608 pagine in 43 volumi, divise in dieci tomi. Abbiamo letto la parte che descrive l’apparato strutturale di Cosa nostra, la guerra di mafia e gli omicidi, ne abbiamo estratto in forma strutturata famiglie, capi, date e luoghi, e li abbiamo incrociati con le relazioni della Direzione investigativa antimafia, della Commissione antimafia e con la letteratura disponibile. Il risultato è una ricostruzione territoriale di Cosa nostra in cinque momenti, dal 1974 al 1992. Il dato che riassume tutto è questo: nel 1974 i corleonesi e i loro alleati controllavano mandamenti che coprivano circa il 21% della superficie della Sicilia; nel 1992, l’anno di Capaci e di via D’Amelio, erano arrivati al 61%, cioè praticamente tutto il territorio in cui la presenza di Cosa nostra è documentata.
Questo è il primo di due contributi. Qui raccontiamo la conquista del territorio e del potere interno. Il secondo sarà dedicato alla geografia della violenza: gli omicidi a Palermo negli anni della mattanza e poi in tutta la Sicilia, da Catania alla guerra con la Stidda, fino alle stragi del 1992.
Figura 1. Allineamento dei mandamenti di Cosa nostra rispetto alla fazione di Riina e Provenzano in cinque momenti chiave, con il dettaglio della città di Palermo e la quota di territorio regionale per allineamento. Fonte: ordinanza sentenza Abbate Giovanni + 706, relazioni DIA e della Commissione antimafia, letteratura; elaborazione dell’autore.
Famiglie, mandamenti, commissione Per leggere le carte serve una premessa sull’organizzazione, così come la descrisse Tommaso Buscetta a Falcone e come la ricostruisce il quinto volume dell’ordinanza. L’unità di base è la famiglia, radicata in un quartiere della città o in un comune, guidata da un capo eletto dagli uomini d’onore. Tre o più famiglie contigue formano un mandamento, il cui capo siede nella commissione provinciale, la “cupola”. A Palermo città i mandamenti erano otto o nove, identificati con le borgate e i quartieri: Porta Nuova, Santa Maria di Gesù, Ciaculli, Passo di Rigano, Noce, Pagliarelli, Resuttana, San Lorenzo, Partanna Mondello. In provincia i mandamenti coincidevano con gruppi di comuni attorno a un centro: Corleone, San Giuseppe Jato, Partinico, Cinisi, Bagheria, Caccamo, le Madonie. Fuori dalla provincia di Palermo la struttura era meno articolata e spesso le fonti documentano solo le famiglie e i loro rappresentanti provinciali.
La commissione palermitana, sciolta dopo la strage di Ciaculli del 1963, venne ricostituita nel 1970 sotto forma di triumvirato: Gaetano Badalamenti, capo della famiglia di Cinisi, Stefano Bontate, di Santa Maria di Gesù, e Luciano Leggio, capo dei corleonesi, sostituito di fatto da Salvatore Riina perché latitante. Nel 1974, dopo l’arresto di Leggio, la commissione tornò alla composizione piena con Badalamenti al vertice. Corleone in quel momento è un mandamento tra gli altri, potente nelle campagne dell’entroterra ma estraneo al cuore economico dell’organizzazione, che era a Palermo e nel traffico di eroina gestito dalle famiglie di Bontate, Inzerillo e Badalamenti.
1978, l’anno della svolta
La prima carta della Figura 1 mostra una Sicilia di Cosa nostra ancora plurale. Nel 1974 le aree schierate con i corleonesi o loro alleate sono una minoranza: Corleone, Partinico, San Giuseppe Jato, Ciaculli di Michele Greco, Porta Nuova di Pippo Calò, Mazara del Vallo di Mariano Agate, Vallelunga dei Madonia. Di peso paragonabile sono le aree legate a Bontate, Inzerillo e Badalamenti a Palermo, a Giuseppe Di Cristina a Riesi e a Giuseppe Calderone a Catania, entrambi membri della commissione interprovinciale costituita nel 1975 su impulso dello stesso Calderone. Un terzo del territorio con presenza mafiosa documentata resta di appartenenza incerta, e questo va tenuto presente: in quegli anni le fonti giudiziarie raccontano soprattutto Palermo.
Il 1978 è il primo punto di rottura. Badalamenti viene espulso dalla commissione e sostituito da Michele Greco, detto “il papa”, che garantisce ai corleonesi una presidenza amica. Nello stesso anno vengono eliminati i due capi che più apertamente si opponevano a Riina fuori da Palermo. Giuseppe Di Cristina, che aveva parlato con i carabinieri delle intenzioni dei corleonesi, viene ucciso il 30 maggio 1978 in via Leonardo da Vinci a Palermo, nel territorio della famiglia di Inzerillo. Giuseppe Calderone viene colpito ad Aci Castello l’8 settembre e muore alcune settimane dopo; al suo posto, a Catania, si afferma Nitto Santapaola, alleato dei corleonesi. Le carte registrano lo spostamento: la quota di territorio sotto corleonesi o alleati passa dal 21 al 32%, soprattutto per l’allineamento della famiglia catanese e delle aree interne della provincia di Caltanissetta, dove dopo l’uccisione di Francesco Madonia sale il figlio Giuseppe, detto Piddu, schierato con Riina.
La mattanza e il ridisegno del 1983 Tra il 1978 e la primavera del 1981 la geografia cambia poco: la quota passa dal 32 al 33%. La differenza la fanno gli equilibri interni alla commissione, che le carte non possono mostrare. Riina e Provenzano costruiscono una rete di uomini fedeli dentro famiglie formalmente guidate da altri, aggirando la regola dell’appartenenza a una sola famiglia, e usano la prerogativa della commissione di sospendere i capi e nominare reggenti. Quando la guerra comincia, molte famiglie dei “perdenti” sono già svuotate dall’interno.
Figura 2. La Sicilia di Cosa nostra alla vigilia della seconda guerra di mafia (1981) e alla sua conclusione (1983). Fonte: elaborazione dell’autore su ordinanza sentenza, relazioni DIA e letteratura.
Il 23 aprile 1981 Stefano Bontate viene ucciso a Palermo, all’incrocio tra via Aloi e viale della Regione Siciliana. L’11 maggio è la volta di Salvatore Inzerillo, colpito in via Brunelleschi con lo stesso fucile mitragliatore. Il 26 maggio Girolamo Teresi, Giuseppe Di Franco e i fratelli Angelo e Salvatore Federico, uomini di Bontate, spariscono dopo essere stati convocati in un baglio di Villagrazia: è la lupara bianca, che accompagnerà tutta la guerra e che rende impossibile un conteggio completo delle vittime. Il 29 settembre 1981 viene ucciso con altri due uomini Calogero Pizzuto, capo del mandamento di Castronovo di Sicilia e Vicari, l’unico capo della provincia schierato apertamente con Bontate; il suo territorio passa a Francesco Intile di Caccamo, per decisione comunicata da Michele Greco.
La seconda ondata colpisce chi era rimasto in mezzo. Il 16 giugno 1982 il catanese Alfio Ferlito, rivale di Santapaola, viene ucciso sulla circonvallazione di Palermo mentre è trasferito da un carcere all’altro, insieme ai tre carabinieri della scorta e all’autista. Il 30 novembre 1982 vengono eliminati nello stesso giorno Rosario Riccobono, capo di Partanna Mondello, che si era tenuto in equilibrio tra le due fazioni, e Salvatore Scaglione, capo della Noce. Pochi giorni prima, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, a Palermo era stato strangolato Totò Minore, capo della famiglia di Trapani, giudicato da Riina inaffidabile per la sua neutralità.
Figura 3. Palermo e la sua provincia prima e dopo la mattanza: mandamenti, capi e allineamento nel 1981 e nel 1983. I mandamenti della città sono schematizzati come aree di influenza delle borgate. Fonte: ordinanza sentenza Abbate Giovanni + 706, Commissione antimafia, letteratura; elaborazione dell’autore.
La Figura 3 mostra l’effetto a scala di provincia. Nel 1981 il blu dei mandamenti anticorleonesi occupa Santa Maria di Gesù, Passo di Rigano e l’area di Castronovo; nel 1983 il blu è sparito. Al posto dei capi uccisi la commissione insedia reggenti di fiducia: Pietro Lo Jacono e Giovan Battista Pullarà a Santa Maria di Gesù, Salvatore Buscemi a Passo di Rigano, Raffaele Ganci alla Noce, Giuseppe Giacomo Gambino a San Lorenzo, che assorbe Partanna Mondello, Matteo Motisi a Pagliarelli, Salvatore Montalto a Villabate, Vincenzo Virga a Trapani. In soli due anni la quota di territorio regionale sotto corleonesi o alleati sale dal 33 al 49%, e la parte governata direttamente da capi della fazione o da essa insediati passa dall’8 al 20%.
1992, una sola regia Gli anni del maxiprocesso non fermano l’espansione, la consolidano. Pino Greco, il killer più temuto della guerra, viene ucciso nel 1985 per ordine di Riina; Michele Greco è arrestato il 19 febbraio 1986 e la presidenza della commissione passa di fatto a Riina. A Brancaccio e Ciaculli salgono i fratelli Graviano, a Porta Nuova Salvatore Cancemi sostituisce Calò detenuto, a San Giuseppe Jato Giovanni Brusca prende il posto del padre Bernardo. Fuori da Palermo la stessa logica produce un sistema di alleanze: Santapaola a Catania, Piddu Madonia a Caltanissetta, Mariano Agate a Mazara del Vallo, Francesco Messina Denaro a Castelvetrano. Chi esce dalla linea viene eliminato, come Vincenzo Milazzo, capo di Alcamo, ucciso il 14 luglio 1992.
Figura 4. Cosa nostra nel 1992: mandamenti o, dove non documentati, famiglie, con il capo o reggente indicato dalle fonti e l’allineamento rispetto ai corleonesi. Fonte: relazioni DIA e della Commissione antimafia, sentenze e letteratura; confini comunali ISTAT 2023; elaborazione dell’autore.
Nel 1992 non resta in Sicilia un solo mandamento documentato schierato contro Riina. Il 61% della superficie dell’isola è in mano a corleonesi o alleati, il 7% ha un’appartenenza che le fonti non permettono di stabilire, il resto è la Sicilia orientale e meridionale in cui la presenza di Cosa nostra non è documentata o in cui operano organizzazioni diverse, come la Stidda o i clan catanesi esterni a Cosa nostra. È questa commissione, ormai ridotta a strumento di una sola fazione, a decidere la stagione delle stragi: Salvo Lima a marzo, Falcone a maggio, Borsellino a luglio. La geografia delle carte spiega perché non ci fu nessuno, dentro l’organizzazione, in grado di opporsi.
Nota metodologica
Il nucleo dei dati deriva dall’ordinanza sentenza del maxiprocesso nell’edizione pubblicata dalla Commissione parlamentare antimafia (Doc. XXIII n. 9, 2025). Il testo è stato letto dallo strato OCR dei PDF e strutturato in record con indicazione di tomo e pagina. Per gli anni successivi al 1985 e per le province diverse da Palermo abbiamo integrato le relazioni DIA, i documenti della Commissione antimafia, le sentenze citate in letteratura e, come guida verso le fonti primarie, le voci enciclopediche. Ogni attribuzione ha nel dataset una fonte e un grado di affidabilità, e più della metà delle attribuzioni fuori da Palermo prima del 1983 ha affidabilità bassa.
Due scelte vanno dichiarate. La prima riguarda i confini: nessuna fonte d’epoca descrive i mandamenti come aree. La loro composizione comunale deriva quasi sempre dalle relazioni DIA più recenti (2015-2022) ed è stata applicata a ritroso; i poligoni sono ottenuti fondendo i confini comunali ISTAT del 2023. Per Palermo città i mandamenti sono stati schematizzati come aree di influenza (poligoni di Voronoi) attorno alle borgate attribuite a ciascuno, ritagliate sul confine comunale. La seconda riguarda l’allineamento: distinguiamo i capi appartenenti alla fazione di Riina e Provenzano o da essa insediati (“corleonesi”) dai capi autonomi che si schierarono con loro (“alleati”). Le percentuali sono calcolate sulla superficie e non sulla popolazione, e vanno lette come ordine di grandezza dell’espansione, non come misura precisa del controllo.
Primo di due articoli.
Fonti: Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, “Il maxiprocesso di Palermo. Ordinanza sentenza dell’8 novembre 1985”, Doc. XXIII n. 9, XIX legislatura, 2025; Direzione investigativa antimafia, relazioni semestrali al Parlamento (2015-2022); Commissione parlamentare antimafia, relazioni e documenti delle legislature X-XVII; confini amministrativi ISTAT 2023; elaborazione cartografica e statistica a cura di Piero Boccardo, Politecnico di Torino.
Mille anni fa scrivevo (anche) per la guida dell’Espresso. Scrivevo recensioni di ristoranti: sono stati quattro o cinque anni intensi e di lotta, che penso Enzo Vizzari ancora ricordi. Perché non ero mai d’accordo su niente, perché contestavo molto, perché fare una guida è affare complesso, e non sempre si può scrivere tutto quello che si vuole, e come lo si vuole.
Avevo uno dei curatori più abili e capaci, uno di quelli che non te le mandava a dire, e che sapeva insegnarti il mestiere, e che entrava nel merito e voleva a tutti i costi che il lavoro fosse fatto bene, nei tempi, ma soprattutto esprimesse autenticità. Io ci provavo, ero giovane e determinata, con poca esperienza ma studiavo molto. Ogni anno mi toccavano i ristoranti intorno a casa, ed essendo in una zona gastronomicamente depressa (allora!) non c’era molta scelta.
Venanzio fu un autentico colpo di fulmine: qui avevo trovato per la prima volta il ristorante borghese delle domeniche in famiglia. Le brocche d’argento per l’acqua, le lasagne con sette strati di meraviglia, i camerieri affabili ma elegantissimi, e quell’atmosfera da casa della nonna raffinata e di spessore. A ogni visita, ogni anno, pensavo sinceramente fosse il miglior ristorante possibile. Entravi qui e stavi semplicemente bene. Non c’erano fuochi d’artificio, perché non servivano. Qui c’era l’accoglienza vecchia maniera, quella capacità tutta artigianale di fare ristorazione con passione, professionalità, autenticità. Quell’abilità di farti sentire al posto giusto, di darti quello di cui avevi bisogno, senza farti pensare, senza bisogno di spiegarti nulla. Entravi, ed era il tuo personale paradiso gastronomico, concluso da cucchiaiate generosissime di gelato mantecato al momento. Chiunque si sentiva accolto. Non serviva la patente di gourmet, non avevi bisogno di pensare. Ti godevi il momento, e tanto bastava. A uno di quei tavoli il mio futuro marito mi chiese di sposarlo (con mio sommo imbarazzo!), perché era proprio quel tipo di locale dove celebrare le feste di famiglia.
A ogni nuova guida, ogni nuovo anno, il curatore mi prendeva in giro, quando celebravo quel ristorante come fosse unico: «per te esiste solo Venanzio!». Era vero, avevo il mito. Non sono più tornata per anni, un po’ per paura di rimanere delusa, un po’ perché il lavoro mi ha portata in giro, a sperimentare e cercare nuove esperienze.
Ma quando torni a casa della nonna, soprattutto se manchi da casa da anni, l’affetto e la passione prevalgono e ti pare di non essere mai andata via. È tutto cristallizzato, tutto immutabile, tutto esattamente come l’avevi lasciato. Tutto così perfetto, borghese, piacione, amorevole da farti rimanere senza parole. La commozione lascia il posto alla sorpresa, di ritrovare esattamente quello che avevi perso. E, badate bene, non è affatto piccola memoria di un mondo antico: è la dimostrazione di quanto la ristorazione, quella vera, non ha bisogno di nulla se non di essere casa, piatti buoni, semplicità elegante. Di quei camerieri in grado di farti sentire a tuo agio, riconosciuto, parte di un territorio e di un dialogo, di quei piatti capaci di ricordati di quando eri bambino. Di quei sapori a cui sei affezionato, e che ti riportano a quello che sei stato. L’oste sorridente, che è felice di rivederti, fa il resto.
Non è tutto identico, anzi. Qui non si sono accontentati di cavalcare l’onda, ma hanno saputo interpretare il presente e hanno dato una mano di bianco oltre che ai muri all’esperienza, all’accoglienza, ai piatti. La carta dei vini è curatissima, coraggiosa addirittura, e la giovane sommelier Alice Pedrinelli ha appena vinto un premio prestigioso per aver saputo integrare in uno spazio che rischiava di essere museale visioni moderne e identitarie. Ma senza mai tradire il senso, i valori, la verità. E quando esci, con le tue caramelle di liquirizia e quel buon sapore di gelato in bocca, pensi che tutto quello che hai cercato, forse, era già lì. Nella capacità di accogliere e ristorare, di darti quello di cui hai bisogno, naturalmente. Bello il fine dining, ma vuoi mettere Venanzio?
Sabato scorso è sbarcato in Italia – ospite di un evento organizzato dai giovani under 30 di Azione – un ragazzone ucraino di Kharkiv con una gamba amputata sotto il ginocchio. Era accompagnato da Svetlana Tereshchenko, fondatrice e presidente dell’Associazione Boristene, che promuove la storia, la lingua e la cultura ucraina in Italia e in Europa e che nell’occasione gli ha fatto da interprete. Si chiama Roman Chernenko. Nel 2022 lavorava da dieci anni come barista allo Stina, un pub rock della sua città. Dopo l’invasione russa si è arruolato volontario ed è entrato nella 93ª brigata meccanizzata Kholodnyi Yar. Ha combattuto a Soledar, poi sul fronte di Bakhmut.
Alla fine del 2023, ad Andriivka, ha messo il piede su una mina antiuomo. I soccorsi lo hanno raggiunto dopo circa due ore; il giorno seguente era in sala operatoria. L’esplosione gli aveva portato via metà del piede: i chirurghi gli hanno proposto di amputare la gamba destra sotto il ginocchio per consentirgli di camminare meglio con una protesi, e lui ha accettato.
La riabilitazione è passata per Unbroken, il centro nazionale di cura fisica e psicologica dei mutilati di guerra, a Leopoli. Ha atteso più di tre mesi per la prima protesi e in circa un mese è tornato a camminare. Poi ha cominciato a correre, prima in palestra, poi all’aperto. Oggi ha 34 anni, vive a Leopoli ed è uno dei mentori di Unbroken: affianca i soldati feriti e li incoraggia a praticare sport e attività creative (ceramica, disegno, teatro).
Parlando a una platea di duecentocinquanta ragazzi, Chernenko ha spiegato perfettamente perché l’Ucraina combatte: perché agli ucraini è chiara una verità elementare, che la contraffazione propagandistica della guerra, alla quale l’opinione pubblica italiana è ormai assuefatta, cerca di dissolvere in un gioco di ombre geopolitiche.
La verità è che l’Ucraina combatte perché esiste, e moltissimi italiani ed europei non si capacitano della sua resistenza perché si ribellano alla sua stessa esistenza e non vogliono riconoscerla come un fatto storico, ma la considerano un teorema bellico e quindi una minaccia alla propria sicurezza. L’Italia pacifista pensa l’Ucraina come la Russia vuole che la si pensi: una provincia russa ribelle che mette a rischio la stabilità globale.
La disponibilità a considerare l’esistenza dell’Ucraina un costoso pretesto è ovviamente favorita dall’inclinazione a non credere nella libertà politica come effettiva condizione di possibilità di tutte le libertà umane, morali e materiali. Questo è l’altro grande successo della guerra ibrida russa: presentare i valori occidentali e i capisaldi della costruzione europea come principi falsi o degenerati. La libertà come menzogna o come entropia politica.
Chernenko, infatti, alle domande sulla guerra che Vladimir Putin non riesce a vincere in Ucraina ha sempre risposto partendo dalla guerra che noi stiamo perdendo in Europa, i cui esiti avranno conseguenze che andranno ben oltre i confini del suo Paese aggredito. Perché l’Ucraina combatte? Per le stesse ragioni per cui dovreste farlo anche voi – e non lo state facendo come dovreste.
Della testimonianza di Chernenko, la cosa più impressionante è stata la luce di normalità e l’assenza di enfasi con cui ha raccontato la sua vicenda umana. Ha fatto quello che doveva fare, perché non c’erano alternative umanamente accettabili. Non resta nulla di quello che siamo e che abbiamo se non lo difendiamo. L’uomo-massa pacifista, il señorito satisfecho di José Ortega y Gasset, che eredita la libertà come un figlio viziato eredita un palazzo, non volendo sostenerne il costo, finisce per disprezzarne il valore o per convincersi di poterne continuare a beneficiare senza pagare il prezzo di ciò che la rende possibile: la capacità di difenderla.
Figure come quella di Roman Chernenko, esemplari non perché straordinarie, ma, al contrario, perché assolutamente comuni nell’Ucraina aggredita, non finiranno mai nei salotti televisivi in cui imperversa la cattiva coscienza pacifista, perché ne rappresenterebbero uno specchio impietoso. Uno specchio che è meglio rompere o coprire con il virtuosismo antibellicista.
Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.
In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.
Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.
Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».
Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».
Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.
Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.
Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.
Anthropic, una delle principali corporation di intelligenza artificiale, la società che ha creato “Claude” per intenderci, ha annunciato che destinerà il cinque per cento delle proprie azioni a un “fondo di interesse pubblico”. Il fondo dovrebbe finanziare ricerche sulla disoccupazione tecnologica, donazioni a enti non profit e versamenti diretti a gruppi di cittadini, compresi quelli che l’IA lascerà senza lavoro. Se la quotazione in Borsa confermasse le valutazioni ipotizzate in questi giorni, il fondo varrebbe circa cento miliardi di dollari. Cinque manovre finanziarie del governo italiano.
Anthropic è nata in un ambiente vicino al cosiddetto effective altruism, un movimento cresciuto nelle università anglosassoni. L’idea di fondo è fare del bene in modo calcolato; scegliere le cause su cui intervenire sulla base dei dati disponibili con l’obiettivo di ottenere il maggior beneficio possibile. Il fondo proposto da Anthropic sembra declinare in concreto questa corrente di pensiero.
Si tratta di un’iniziativa ammirevole, non c’è dubbio. Da un punto di vista sistemico, però, ci costringe a fare domande scomode. L’organizzazione che sta guidando la rivoluzione tecnologica in corso decide da sola quanto restituire alla collettività e a quali condizioni. Tecnicamente, si tratta della definizione di beneficenza. In una democrazia, decidere come proteggere chi perde il lavoro spetta alla legge e alla contrattazione collettiva. Non spetta al consiglio di amministrazione di una società in procinto di quotarsi. Se un’impresa privata sente il bisogno di colmare un vuoto, è anche perché il welfare attuale non è sufficiente.
Le nostre tutele, del resto, sono state pensate per un mondo che sta scomparendo ma fatica ad arrendersi. La legge sui licenziamenti individuali per motivi economici risale al 1966, quella sui licenziamenti collettivi al 1991. Entrambe sono state più volte riformate ma restano agganciate a dinamiche vecchie, come generiche crisi aziendali e chiusure di reparti, non immaginando che in futuro un software avrebbe svuotato le mansioni di tanti colletti bianchi. Gli strumenti di riqualificazione dei dipendenti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva sono troppo deboli e spesso inefficaci. In questo modo i lavoratori si trovano esposti a uno tsunami tecnologico senza tutele effettive. Serve un welfare capace di accompagnare i dipendenti durante la transizione. Serve un legislatore che prenda decisioni tempestive.
Fino ad allora, se l’IA vi sostituisce, fate domanda di NASpI. Per il fondo di Anthropic il modulo non c’è ancora.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi
C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.
Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni.
Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri.
Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.
Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.
Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.
Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.
Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.
Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.
La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.
L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.
Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.
E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.
L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.
La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.
A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.
Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.
Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria.
Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.
C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.
Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.
Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.
I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.
Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.
Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.
Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.
C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.
Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.
Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.
C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.
Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.
E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.
Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.
Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.
Quattro mesi dopo che Islamabad ha messo fuori legge un movimento composto da commercianti, trasportatori, avvocati e studenti, la rivolta civile nel Jammu e Kashmir occupati dal Pakistan (PoJK) è più ampia e rabbiosa di quanto non fosse a giugno. Il Jammu Kashmir Joint Awami Action Committee (JKJAAC) ha annunciato uno sciopero generale a oltranza, accompagnato dal blocco della circolazione, in tutte e tre le divisioni di Muzaffarabad, Poonch e Mirpur a partire dal 4 ottobre, dopo l’uccisione di un giovane raggiunto da colpi d’arma da fuoco a Dadyal. Le autorità non hanno fornito una ricostruzione dettagliata dell’accaduto e le circostanze restano prive di riscontri, una conseguenza diretta del blackout informativo mantenuto nel PoJK dall’inizio di giugno.
La dottrina dello Stato duro del feldmaresciallo Syed Asim Munir avrebbe dovuto ristabilire la sottomissione attraverso la forza bruta. Nel PoJK, invece, ha trasformato una controversia sulle tariffe elettriche e sui seggi dell’Assemblea legislativa in uno scontro sulla legittimità stessa del controllo pakistano.
Il JAAC è nato nel 2023 dalle proteste contro le tariffe elettriche, il prezzo del grano sovvenzionato e il costo dei privilegi delle autorità, rivendicando tariffe dell’elettricità commisurate ai costi di produzione dell’energia idroelettrica a Mangla e prezzi della farina equiparati a quelli del Gilgit-Baltistan occupato dal Pakistan.
La sua principale rivendicazione di natura costituzionale riguarda i 12 seggi dell’Assemblea legislativa riservati ai rifugiati residenti in altre parti del Pakistan, un meccanismo che consente a Islamabad di influenzare dall’esterno la politica della regione, indipendentemente dalle preferenze della popolazione locale. Un accordo raggiunto nell’ottobre 2025 su 38 richieste non è mai stato attuato e i negoziati si sono interrotti nel maggio di quest’anno. La risposta di Islamabad al fallimento dei colloqui non è stata un’offerta migliore, bensì la messa al bando del JAAC come organizzazione terroristica e l’emanazione di ordini di «sparare a vista» contro i manifestanti pacifici.
Sei giorni dopo l’interruzione dei colloqui, le autorità pakistane hanno messo al bando il JAAC ai sensi della legge antiterrorismo del PoJK del 2014. Amnesty International ha definito questa designazione una pericolosa escalation e ne ha ripetutamente chiesto la revoca, affermando che il divieto è illegale e non può essere usato come pretesto per ricorrere alla violenza letale contro i manifestanti.
Tra giugno e agosto, secondo quanto riportato, almeno 157 esponenti politici, giornalisti, residenti e attivisti sono stati inseriti nella cosiddetta Fourth Schedule, il registro per la detenzione preventiva delle persone sospettate di terrorismo. Dalla fine di giugno non si hanno più notizie di Shaukat Nawaz Mir, la figura di maggior spicco del JAAC, e sebbene il suo avvocato abbia presentato un video che mostrerebbe agenti di polizia mentre lo portano via, il governo ha dichiarato all’Alta Corte che l’uomo non si trova in custodia.
Il bilancio delle vittime nel PoJK resta controverso perché le autorità pakistane ne hanno impedito la verifica. Da allora, il JAAC ha sostenuto che siano stati uccisi più di 100 civili e che centinaia di altri siano rimasti feriti, mentre la polizia locale ha riferito la morte di sette suoi agenti.
La Commissione per i diritti umani del Pakistan (HRCP), al termine di una propria missione d’inchiesta, ha dichiarato di non essere stata in grado di verificare il numero delle vittime civili né le circostanze dei decessi, in parte perché le è stato negato l’accesso al PoJK e il blackout totale delle comunicazioni ha reso quasi impossibile accertare le cifre reali.
L’accesso a Internet tramite rete mobile è sospeso in tutto il PoJK dal 5 giugno e l’opacità che ne deriva non è un effetto collaterale, bensì parte integrante della politica adottata. Il 17 luglio, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che le restrizioni all’accesso a Internet limitano in modo sproporzionato la libertà di espressione in un momento di forte tensione, esortando le autorità a ripristinare il pieno accesso alla rete in tutto il territorio.
Amnesty International ha avanzato la stessa richiesta, sottolineando che l’interruzione delle comunicazioni ha reso impossibile verificare gli eventi e chiedendo che venga consentito l’accesso ai media e agli osservatori indipendenti. La Commissione ha documentato le conseguenze più ampie di questa misura, rilevando che la sospensione ha compromesso i servizi bancari, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e le catene di approvvigionamento, e ha ribadito che qualsiasi provvedimento di questo tipo deve avere una chiara base giuridica, essere necessario e proporzionato e avere una durata definita. Il rispetto di nessuna di queste condizioni è stato pubblicamente dimostrato.
Le elezioni farsa svoltesi in queste circostanze hanno ulteriormente aggravato il deficit di legittimità della regione. Per la prima volta, le votazioni si sono tenute in più fasi, con un’affluenza intorno al 46 per cento nella prima e vicina al 50 per cento nella seconda, rispetto a percentuali superiori al 60 per cento sia nel 2021 sia nel 2016. Il voto in sette circoscrizioni di Poonch e Sudhnoti è stato rinviato per motivi di ordine pubblico e non è mai stato riprogrammato.
Gli abitanti hanno raccontato di aver votato sotto la minaccia delle armi, mentre un attivista politico è stato ucciso durante la prima fase. La HRCP ha concluso che permangono preoccupazioni più ampie sulla credibilità delle elezioni, chiedendo una verifica indipendente. Un calo di 12 punti percentuali della partecipazione elettorale nel PoJK, nel mezzo di un blackout totale delle comunicazioni, con le armi puntate alla testa della popolazione e il principale movimento di opposizione messo al bando e impegnato nel boicottaggio, non rappresenta un mandato popolare, ma un risultato politico costruito ad arte.
Di conseguenza, nonostante tutte queste misure coercitive adottate da Islamabad, il movimento civile prosegue e la regione sta ora attraversando una nuova fase di escalation. Il 29 settembre, le forze di sicurezza pakistane hanno demolito una struttura ricettiva appartenente alla famiglia del leader del JAAC Khawaja Mehran Arshad, a Dadyal, adducendo false accuse di abusivismo edilizio. Quella notte, a Dadyal, non è stata condotta nessun’altra operazione contro le occupazioni abusive, e Arshad deve già rispondere di accuse di terrorismo e sedizione, oltre a figurare nella Fourth Schedule.
Il comitato aveva fissato al 3 ottobre la scadenza per l’accoglimento delle proprie richieste e ha annunciato le mosse successive il 4 ottobre, giorno in cui Usman è stato ucciso. Nel pomeriggio seguente, un altro civile è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nel bazar di Qalaan, a Sudhnoti, in circostanze misteriose. Demolire una proprietà della famiglia di un leader del JAAC pochi giorni prima che la sua organizzazione annunci le proprie prossime mosse è una classica tattica intimidatoria dell’apparato militare pakistano.
La repressione in corso nel PoJK, sostenuta dallo Stato pakistano, sta finalmente ricevendo una certa attenzione da parte di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ad esempio, ha chiesto indagini tempestive, approfondite e imparziali su tutte le uccisioni avvenute nel PoJK, ha affermato che la messa al bando del movimento e le restrizioni al diritto di riunione sollevano gravi preoccupazioni per le libertà di espressione e di associazione e ha chiesto che ai leader kashmiri detenuti sia garantito l’accesso agli avvocati e ai familiari.
Amnesty International è intervenuta in più occasioni, pubblicando dichiarazioni di condanna delle azioni brutali del Pakistan contro i civili nel PoJK. Anche l’esame europeo delle preferenze commerciali GSP Plus concesse al Pakistan si è intensificato per questioni legate ai diritti umani, e a ottobre la Germania ha chiesto a Islamabad di produrre risultati misurabili.
In conclusione, la dottrina dello Stato duro di Munir ha fallito nel PoJK, e gli ultimi quattro mesi spiegano perché. Ogni misura coercitiva adottata dalle autorità pakistane da giugno, compresi l’inserimento di massa nella Fourth Schedule, la sparizione forzata dei leader del JAAC, il blackout delle comunicazioni, le demolizioni e il ricorso alla forza letale, mirava a logorare il movimento civile nel PoJK, ma ciascuna ha finito per ampliarne la base e portarne le rivendicazioni sulla scena internazionale. Gli ultimi quattro mesi hanno confermato che gli abitanti del PoJK chiedono ormai più della sola assunzione di responsabilità politica e di un’equa distribuzione delle risorse da parte di Islamabad. Gli slogan che invocano l’azadi (libertà) dal Pakistan sono diventati molto comuni nel PoJK, un chiaro segnale del fallimento della dottrina dello Stato duro di Munir.
Una zucchina lunga dieci centimetri pesa meno di una lasciata crescere sulla pianta. Per il cuoco può essere della misura perfetta, per chi la coltiva significa avere meno prodotto da vendere. Le cure, il terreno occupato e il lavoro necessario a raccoglierla non si riducono in proporzione. Quella piccola perfezione gastronomica ha dunque un costo, ancora prima che qualcuno accenda i fornelli.
Al ristorante La Peca la questione si affronta direttamente con chi coltiva. Zucchine piccole, peperoni di una certa misura, ortaggi raccolti secondo le esigenze della cucina; lasciandoli crescere, il produttore potrebbe venderne un peso maggiore, se il ristorante li vuole prima, deve riconoscere economicamente quella rinuncia. «Il produttore non deve avere problemi a dirmi cosa costa» è il principio che accompagna la richiesta.
È una frase che porta la sostenibilità su un terreno molto concreto. Il prezzo al chilo, da solo, racconta poco del lavoro agricolo: confrontare due zucchine di dimensioni diverse come se fossero lo stesso prodotto significa ignorare le condizioni nelle quali sono state ottenute. Per valutare quanto sia giusto pagare occorre sapere che cosa si sta chiedendo, anche quando la richiesta sembra molto semplice.
Il passaggio decisivo è assumersi la responsabilità delle proprie esigenze. Una cucina che vuole un ingrediente con caratteristiche particolari entra nelle scelte produttive di un’altra impresa. Può chiedere una raccolta anticipata, una varietà inconsueta, una coltivazione che richiede prove e aggiustamenti. Sono possibilità creative per il cuoco e impegni concreti per l’agricoltore, che deve dedicarvi spazio, tempo e risorse. Il valore gastronomico si costruisce insieme; anche la sua remunerazione dovrebbe seguire lo stesso percorso.
Alla Peca questa relazione comincia mesi prima del servizio. Fra febbraio e marzo si programmano con i coltivatori le produzioni dei mesi successivi, fino alla fine dell’anno. La fornitura prende forma attraverso un confronto sulle varietà e sulle caratteristiche degli ortaggi. La creazione del menu, almeno in parte, comincia quando ancora bisogna scegliere che cosa mettere a dimora.
È successo con i pomodori. La richiesta di cercare varietà diverse da quelle abitualmente disponibili in commercio ha portato nei campi nuove forme, colori e sapori. Il piatto nasce dalla possibilità di avere quella diversità a disposizione, resa concreta da chi ha accettato di coltivarla.
La collaborazione richiede anche di capire ciò che non funziona. Quando le melanzane hanno cominciato a presentare troppi semi per l’impiego previsto in cucina, il problema è diventato oggetto di discussione con il produttore. La soluzione individuata è stata organizzare trapianti successivi, per avere nuove piante produttive mentre le prime arrivavano alla fine del ciclo. Lo stesso ragionamento è stato poi applicato ad altri ortaggi. La qualità, in questo caso, è il risultato di un apprendimento condiviso: la cucina chiarisce ciò che cerca, chi coltiva contribuisce a capire come ottenerlo.
Questo scambio rende meno astratta anche l’espressione «rapporto con il territorio». La vicinanza permette di incontrarsi, osservare le piante, discutere un risultato e correggere il programma. Il suo valore emerge nel lavoro che rende possibile. Acquistare a pochi chilometri di distanza offre un’occasione; costruire una relazione nella quale entrambe le parti possano esprimere esigenze e limiti richiede un impegno ulteriore.
A dimostrazione che mangiare bene non è necessariamente un privilegio, accade che gli stessi coltivatori riforniscono famiglie attraverso cassette settimanali, vendendo gli ortaggi raccolti nelle misure abituali a prezzi paragonabili a quelli del supermercato. Il costo cambia quando interviene la richiesta specifica della cucina. La zucchina piccola risponde a un’esigenza gastronomica della quale il ristorante sceglie di farsi carico.
La distinzione conta: permette di separare il valore di un prodotto coltivato con cura dal costo aggiuntivo di una lavorazione o di una raccolta su richiesta. Quel sovrapprezzo trova una ragione precisa e un destinatario preciso. Serve a remunerare chi adegua il proprio lavoro alle necessità di un altro.
Aperta nel 1987, La Peca si avvicina ai quarant’anni con un progetto nel quale le scelte di cucina devono trovare le condizioni economiche per durare. Il confronto con i coltivatori mostra quanto questa verifica possa cominciare lontano dalla sala e quanto sia facile perderla di vista davanti al piatto finito. Il cliente vede una zucchina della misura giusta; dietro ci sono una raccolta anticipata, un ricavo diverso e un accordo sul prezzo. La questione è se quella piccola perfezione possa continuare a essere prodotta senza che il suo costo rimanga sulle spalle di chi la raccoglie.
La Peca
Via Giovanelli, 2 – Lonigo (VI)
Questo articolo fa parte di “In Equilibrio”, un progetto di Gastronomika perPetra Molino Quaglia.
La rassegna di questa settimana parte da un’abbazia della Normandia, dove la birra resta piccola per regola, e arriva tra i filari della California, estirpati per eccesso di vino. In mezzo, un frutteto della Stiria, le dispense di Seul e i banchi carne della Nuova Zelanda. Storie lontane che girano intorno alla stessa questione, quanto deve essere grande il cibo, e chi ha l’ultima parola sulla sua taglia.
Si comincia a Saint-Wandrille, l’unica abbazia francese in cui la birra è fatta interamente dai monaci. Le Figaro entra nel birrificio aperto nel 2016: dalla macinatura dei cereali alla chiusura dei cartoni, tutto avviene dentro le mura. I volumi sono quelli di una microbirreria, circa centomila bottiglie l’anno, e nessuno ha intenzione di aumentarli. Saint-Wandrille è un monastero benedettino, dove la comunità si ritrova a pregare più volte al giorno e il lavoro occupa il tempo che resta: è la produzione ad adattarsi a questo ritmo, non il contrario. Il chiostro, però, non mette al riparo dal mercato. Rincari, difficoltà di approvvigionamento e trasporti pesano qui come in qualsiasi altro birrificio, anche se il malto arriva da cereali normanni. In un settore che misura il successo in ettolitri, a Saint-Wandrille il tetto lo fissa l’orario delle preghiere.
Più a est, in Austria, il problema è far entrare il piccolo nel grande. Il Paese conta circa duemila varietà di mele, ma nei supermercati ne arriva una decina. Il Guardian racconta il progetto con cui la catena Spar e il distributore Frutura provano a riportarne due sugli scaffali, l’Ilzer Rosenapfel, nata in Stiria intorno al 1840, e la Falchs Gulderling, individuata in Alto Adige una trentina d’anni dopo. Le ha selezionate Arche Noah, associazione ambientalista che tutela le colture antiche, tra quelle più adatte alla coltivazione su larga scala. I primi frutti arriveranno il mese prossimo in un supermercato pilota di Vienna, in asili e scuole, e intanto saranno messi alla prova su gusto, resa, resistenza alle malattie e durata sullo scaffale. A giudicarle sarà lo stesso mercato che le aveva quasi cancellate.
A Seul, intanto, a crescere sono le confezioni. Il South China Morning Post, riprendendo The Korea Times, racconta di racconta di famiglie che hanno preso l’abitudine di comprare confezioni formato gigante e di dividerle poi a casa in porzioni da conservare. A settembre la spesa con carta nei magazzini all’ingrosso di Costco ed Emart Traders ha toccato il record di circa 1,1 miliardi di dollari. Il risparmio nasce da come sono costruiti questi negozi: pochi articoli comprati in quantità enormi, che permettono di strappare prezzi migliori ai fornitori, merce lasciata sui bancali invece che sistemata sugli scaffali, molti marchi propri al posto di quelli più noti. Così il prezzo al pezzo scende, proprio mentre il caro alimentare spinge a cercarlo. Le catene incassano, Costco Corea ha chiuso il 2025 con ricavi mai visti e Traders ha più che raddoppiato l’utile in due anni. È un risparmio che richiede però spazio in casa e la possibilità di spendere di più in una volta sola, e che sposta potere verso chi vende all’ingrosso.
In Nuova Zelanda, invece, a ridursi è il banco carne. Dal 19 ottobre, riferisce Stuff, nessun supermercato Woolworths dell’Isola del Sud ha più un macellaio. La catena ha completato il passaggio alla lavorazione centralizzata: la carne viene tagliata e confezionata in stabilimenti dedicati e arriva nei negozi già porzionata. L’azienda lo spiega con la difficoltà a trovare personale e promette qualità uniforme, più freschezza e una conservazione più lunga. Il sindacato Workers First stima circa ottanta posti persi, a nove settimane da Natale, e ribalta la spiegazione: sarebbero state proprio le voci di ristrutturazione a scoraggiare le candidature. Con il macellaio sparisce anche la persona a cui chiedere un consiglio o un pezzo diverso da quello in vaschetta. Il taglio, ormai, lo decide lo stabilimento.
L’ultima tappa è in California, dove a restringersi, per necessità, sono i filari. In un anno, scrive il Sacramento Bee, sono stati estirpati oltre diciannovemila ettari di vigna da vino, l’otto per cento del totale, secondo la mappatura dell’associazione dei viticoltori californiani e della società Land IQ. Il vino prodotto supera da tempo quello che il mercato riesce ad assorbire, i consumi calano e le esportazioni verso il Canada si sono in gran parte fermate da quando le province canadesi hanno tolto gli alcolici americani dagli scaffali, in risposta ai dazi di Washington. Si moltiplicano fallimenti e licenziamenti, e molte uve restano sulla pianta perché nessuno le compra. Così una vendemmia 2026 più scarsa, di solito una cattiva notizia, potrebbe aiutare a smaltire l’eccesso di offerta. Dopo anni passati a piantare, la California spera in un raccolto povero.
Tra dispense che si allargano, vigne che si restringono e banchi carne svuotati, l’unico ad aver scelto la propria taglia è un birrificio che non ha nessuna intenzione di crescere.
Giovedì, durante i colloqui a Kyjiv con l’omologo finlandese Alexander Stubb, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una nuova fase di cooperazione bilaterale. I sette documenti firmati, per un valore complessivo dichiarato di 300 milioni di euro, riguardano difesa, logistica ferroviaria ed energia. Ma tra le intese ce n’è una che merita particolare attenzione: il progetto per sviluppare comunicazioni satellitari sotto il controllo di Kyjiv. Il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con due aziende finlandesi, Iceye e Nokia, per esplorare la realizzazione di una capacità sovrana di comunicazioni satellitari. L’obiettivo è aumentare il controllo ucraino su un’infrastruttura diventata essenziale per le operazioni militari, la trasmissione dei dati e il coordinamento sul campo.
La distinzione è importante. Iceye è nota soprattutto per i suoi satelliti radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar, Sar), capaci di acquisire immagini della superficie terrestre anche in presenza di nuvole e nell’oscurità. Le informazioni raccolte possono essere utilizzate per attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il nuovo progetto riguarda invece un’altra capacità: trasmettere comunicazioni attraverso una rete satellitare che possa essere controllata direttamente dall’Ucraina.
La cooperazione con Nokia punta a sviluppare un sistema comprendente satelliti in orbita terrestre bassa, infrastrutture terrestri e terminali per gli utenti. I primi satelliti sono attesi nel 2028, secondo le tempistiche annunciate per il programma. Si tratta, dunque, di un progetto di medio periodo, che richiederà ulteriori passaggi tecnici e industriali prima di tradursi in una capacità pienamente operativa. La sua rilevanza strategica è legata alla dipendenza di Kyjiv dalle infrastrutture satellitari commerciali, a partire da Starlink di Elon Musk. Le recenti restrizioni che hanno interessato l’accesso ucraino ai servizi Starshield, la componente di SpaceX destinata alle esigenze governative e militari, hanno riportato al centro una questione fondamentale: chi controlla le comunicazioni può incidere sulla capacità di uno Stato di condurre le proprie operazioni.
Starlink e Starshield non sono servizi intercambiabili, così come una rete ancora in fase di sviluppo non può sostituire immediatamente un’infrastruttura già utilizzata sul campo. Il punto, tuttavia, va oltre la prestazione tecnica dei singoli sistemi. In un conflitto prolungato, la disponibilità delle comunicazioni dipende anche dalle decisioni dell’azienda che gestisce la rete e dalle condizioni politiche che ne regolano l’impiego. Avere maggiori possibilità di controllo significa ridurre almeno in parte questa vulnerabilità.
La lettera d’intenti non equivale però alla realizzazione di una rete ucraina autonoma. Non annuncia un sistema già disponibile per le forze armate, né un sostituto immediato di Starlink. Segna piuttosto l’avvio di un percorso per diversificare le capacità del Paese e rafforzare il controllo su un’infrastruttura critica.
La dimensione satellitare si inserisce in un pacchetto di cooperazione più ampio. Gli accordi con Helsinki riguardano anche locomotive, attrezzature per il settore energetico e risorse destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche dagli attacchi russi. Sono interventi che rispondono a necessità più immediate: mantenere in funzione i trasporti, garantire la continuità dei servizi essenziali e contenere gli effetti dei bombardamenti.
I 300 milioni di euro indicati da Kyjiv si riferiscono al valore complessivo annunciato per gli accordi, non a un investimento destinato interamente al progetto satellitare. La distinzione è necessaria per comprendere la portata effettiva dell’intesa.
La cooperazione con la Finlandia si muove così su due orizzonti temporali. Da una parte, sostenere la resilienza dell’Ucraina durante la guerra, proteggendo energia e logistica. Dall’altra, preparare una maggiore autonomia tecnologica per gli anni successivi. Per Kyjiv, la sfida non è soltanto continuare a comunicare durante il conflitto, ma ridurre la dipendenza da infrastrutture sulle quali non esercita un controllo pieno.
Per anni San Marino è stata agli occhi di molti italiani soprattutto un posto dove le tasse erano più basse e le banche facevano meno domande. Una reputazione che aveva le basi nel segreto bancario e nella possibilità di tenere capitali al riparo dal fisco italiano, due elementi che avevano contribuito alla fortuna economica della Repubblica. Oggi quel modello è tramontato e l’accordo di associazione firmato lo scorso lunedì con l’Unione europea racconta quanto sia cambiato il Paese.
Il trattato, sottoscritto il 19 ottobre insieme ad Andorra dopo oltre dodici anni di negoziati, consentirà a San Marino di partecipare più ampiamente al mercato unico senza diventare membro dell’UE. Una scelta significativa per uno Stato di appena trentaquattromila abitanti –meno di un quarto di quelli del vicino Comune di Rimini– che per decenni ha tratto vantaggio dalle differenze con il sistema italiano e ora almeno in campo economico ha interesse a ridurle.
Il vecchio modello mostrò tutti i suoi limiti già durante la crisi finanziaria. Le banche sammarinesi raccoglievano capitali soprattutto dall’Italia, attirando clienti anche grazie alla riservatezza garantita sui depositi. Lo scudo fiscale varato da Roma nel 2009, insieme alla crescente pressione internazionale per una maggiore trasparenza, mise in crisi quel sistema. Tra la fine del 2008 e la metà del 2010 i depositi bancari diminuirono di circa il trentacinque percento. Negli anni successivi il settore si ridimensionò profondamente, con il numero delle banche sceso da dodici a quattro e ripetuti interventi pubblici di sostegno. Ancora nel 2025, secondo il Fondo monetario internazionale, il rapporto tra crediti deteriorati netti e prestiti netti era dell’11,1 percento.
L’industria intanto è diventata uno dei principali punti di forza dell’economia. La manifattura produce circa un terzo del valore aggiunto nazionale ed esporta quasi nove decimi della propria produzione. Impiega inoltre più di un lavoratore su tre nel settore privato. Per avere un termine di paragone, ad Andorra la manifattura pesa appena per il quattro percento del valore aggiunto. San Marino somiglia piuttosto al Liechtenstein, dove l’industria ha un impatto analogo.
Il FMI osserva anche che le esportazioni sammarinesi sono relativamente diversificate rispetto a quelle di altri microstati, soprattutto considerando i singoli prodotti. Un risultato non scontato per un Paese di queste dimensioni, anche se la dipendenza dalla domanda estera lo espone alle difficoltà dei suoi principali mercati.
Il legame con l’Italia è particolarmente evidente nel lavoro. A settembre 2025 erano oltre 8.600 i frontalieri impiegati a San Marino. Le imprese della Repubblica dipendono quindi sia dai clienti stranieri sia da una forza lavoro che arriva quotidianamente dal territorio italiano.
Non tutte le distanze dall’Italia, però, scompariranno. Nel 2014 San Marino è uscita dalla lista italiana dei territori a fiscalità privilegiata, dopo anni di tensioni e un progressivo adeguamento agli standard internazionali sulla trasparenza. Oggi non compare neppure nella lista europea delle giurisdizioni fiscali non cooperative. La Repubblica conserva comunque una propria politica tributaria, che si riflette ad esempio nei prezzi dei carburanti, inferiori a quelli italiani grazie a un diverso regime di imposte.
Ma la questione più difficile resta quella bancaria. L’accesso ai mercati finanziari europei sarà graduale e subordinato a verifiche sulla regolamentazione e sulla vigilanza. Le cautele di Bruxelles riflettono i problemi di un settore che, nonostante i progressi nel risanamento, presenta ancora fragilità patrimoniali e difficoltà di redditività. L’integrazione offrirà nuove opportunità, ma imporrà anche controlli più stringenti.
L’intesa comporta anche un compromesso politico. Per accedere più ampiamente al mercato unico, San Marino dovrà applicare molte delle norme europee che lo regolano, pur non essendo membro dell’Unione. Potrà partecipare alle consultazioni previste dall’accordo, ma non avrà il diritto di voto degli Stati membri nelle istituzioni europee.
Sul piano diplomatico, invece, San Marino continuerà a rivendicare una tradizione di neutralità attiva, che non le impedisce di prendere posizione nelle crisi internazionali. Nel 2023 è stata tra i membri fondatori del Registro dei danni per l’Ucraina, istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa, mentre nel settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina, a differenza dell’Italia. Due scelte che mostrano come la Repubblica cerchi di esercitare la propria autonomia soprattutto attraverso le istituzioni multilaterali.
Il trattato dovrà ancora completare le procedure necessarie per entrare pienamente in vigore. San Marino ha firmato l’accordo con un’economia più diversificata rispetto al passato, ma anche con un sistema bancario che continua a pagare il prezzo dei vecchi squilibri. La scommessa europea nasce da entrambe queste condizioni, dalle esigenze di un’industria che lavora per l’estero e dalla necessità di non tornare al modello che aveva reso la Repubblica una piazza finanziaria prospera ma vulnerabile.
Le cinque Regioni che partecipano al progetto del Distretto manifatturiero unico del Nord hanno concordato con l’Associazione bancaria italiana (ABI) la creazione di un tavolo tecnico per individuare nuovi strumenti di sostegno al credito e agli investimenti delle imprese. Il gruppo di lavoro dovrà elaborare proposte operative entro tre mesi, con particolare attenzione alle piccole e medie aziende. È il principale risultato dell’incontro che si è svolto oggi a Milano, durante il World Manufacturing Forum, tra i rappresentanti di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e quelli del settore bancario e industriale.
La riunione è stata la terza della Cabina di regia del Distretto manifatturiero unico del Nord, un’iniziativa con cui le cinque amministrazioni regionali intendono coordinare le proprie politiche industriali e rafforzare la capacità di incidere sulle decisioni nazionali ed europee. Dopo i precedenti incontri di Milano e Torino, il confronto è stato esteso alle associazioni di rappresentanza delle banche e delle imprese. Le cinque Regioni costituiscono un’area economica che, complessivamente, contribuisce a oltre la metà del prodotto interno lordo italiano.
All’incontro hanno partecipato gli assessori regionali allo Sviluppo economico Vincenzo Colla per l’Emilia Romagna, Alessio Piana per la Liguria, Guido Guidesi per la Lombardia, Andrea Tronzano per il Piemonte e Massimo Bitonci per il Veneto. I lavori si sono svolti in due sessioni distinte, dedicate rispettivamente al confronto con l’ABI e con le rappresentanze regionali di Confindustria.
La discussione con il settore bancario si è concentrata soprattutto sulle difficoltà di accesso ai finanziamenti e sulla necessità di rendere più efficaci gli strumenti pubblici a sostegno degli investimenti. Tra le questioni affrontate figura la riforma del Fondo centrale di garanzia, considerata necessaria per offrire alle imprese condizioni di maggiore stabilità e certezza nell’accesso al credito, anche in vista dei prossimi provvedimenti nazionali.
Un altro tema riguarda il coordinamento degli strumenti finanziari adottati dalle singole Regioni. L’obiettivo condiviso è sviluppare misure più uniformi, capaci di rispondere alle esigenze delle micro e piccole imprese, delle startup e delle aziende impegnate in processi di rafforzamento patrimoniale o di passaggio generazionale.
Nel confronto è stata inoltre esaminata la possibilità di introdurre nuove forme di garanzia legate alle filiere produttive. Il meccanismo, ancora da approfondire, consentirebbe di valorizzare la solidità finanziaria delle imprese capofila per facilitare l’accesso al credito delle aziende fornitrici. Si tratta di una delle ipotesi su cui lavorerà il tavolo tecnico congiunto tra le cinque Regioni e le rappresentanze territoriali dell’ABI.
Alla riunione con le banche hanno preso parte i rappresentanti regionali dell’associazione Alessandro Azzi per la Lombardia, Cristian Berselli per l’Emilia Romagna, Stefano Cappellari per il Piemonte e Sergio Bava per il Veneto, insieme a Gianluca Guaitani, già presidente della Commissione regionale ligure. Era presente anche Gianfranco Torriero, vice direttore generale vicario dell’ABI nazionale.
La seconda parte dell’incontro ha coinvolto le rappresentanze regionali di Confindustria, con i presidenti Giuseppe Pasini per la Lombardia, Andrea Amalberto per il Piemonte, Mario Gerini per la Liguria e Riccardo Fava per l’Emilia Romagna. Per il Veneto ha partecipato il direttore generale Carlo Stilli. Con gli industriali, la discussione si è concentrata sul rafforzamento delle filiere produttive, sul sostegno agli investimenti e sull’innovazione. Il confronto rientra nel tentativo delle cinque amministrazioni di superare la frammentazione degli interventi regionali e individuare priorità condivise, da tradurre successivamente in proposte comuni di politica industriale.
Nel corso della giornata è stato inoltre deciso di estendere la collaborazione a due nuovi settori: l’internazionalizzazione delle imprese e l’attrazione degli investimenti. Per il primo ambito, le Regioni intendono sviluppare un progetto congiunto che coinvolga aziende dei cinque territori appartenenti a una stessa filiera produttiva e rivolto a un mercato estero da individuare. Per il secondo, l’obiettivo è arrivare alla definizione di un patto comune per attrarre investimenti, coordinando competenze, strumenti e opportunità disponibili nelle diverse aree regionali.
Entrambe le iniziative si trovano ancora in una fase di definizione. Anche sul versante del credito, il lavoro dovrà ora passare dall’individuazione delle priorità alla costruzione degli strumenti operativi, secondo il percorso concordato con l’ABI. Il prossimo appuntamento della Cabina di regia è fissato per il 9 dicembre a Veronafiere. L’incontro servirà a proseguire il confronto con altre rappresentanze del sistema economico e produttivo che hanno chiesto di partecipare al dialogo con le cinque Regioni.
Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.
La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.
Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».
Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.
Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.
Un tribunale non diventa infallibile perché riceve un premio. E non perde il diritto di lavorare perché irrita una grande potenza. Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari merita di essere sostenuto a partire da queste due convinzioni. Insieme, senza cancellarne una per rendere più comoda l’altra.
Le sanzioni dell’amministrazione Trump contro la Corte pretendono di risolvere con la forza politica controversie che richiedono argomenti giuridici. Colpire un’istituzione e chi vi lavora perché indaga sugli Stati Uniti o sui loro alleati significa affermare che il diritto può arrivare soltanto dove il potente di turno gli permette di arrivare. L’Europa fa bene a opporsi. Il premio deve però esprimere una difesa dell’indipendenza dei giudici, non un’approvazione preventiva di ogni loro decisione.
In passato ho mosso obiezioni al mandato di arresto contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant che mantengo. Ma proprio per questo occorre distinguere. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio. Pur non essendo una sentenza, lo ritengo ingiustificato: si è sovrapposto al sistema giudiziario di uno Stato democratico in cui, come in Israele, la giustizia è libera e indipendente e non dipende dal governo. Mi è parso del tutto intempestivo: la Corte è chiamata a intervenire solo quando gli Stati non sono disposti o non sono in grado di perseguire genuinamente i responsabili a livello nazionale, e non sostituisce le giurisdizioni interne. La Corte ha valutato diversamente, ed è su questo terreno, quello giuridico, che il confronto va fatto, non con le sanzioni.
Il ricorso per genocidio è stato invece presentato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto «plausibili» almeno alcuni dei diritti invocati, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha disposto misure provvisorie. Nel merito, però, la CIG non ha ancora deciso. Non viene dalla CPI neppure l’accusa di genocidio avanzata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite allora presieduta da Navi Pillay, che pure è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008. È bene non confondere istituzioni, procedimenti e responsabilità per non confondere critiche e propaganda.
Il Nobel per la pace a Pillay riconosce il suo impegno per il diritto internazionale, ma non deve trasformarsi nella consacrazione delle conclusioni della commissione su Gaza, come era prevedibile sarebbe successo. Un Nobel non è una sentenza e non sostituisce la prova. Dopo il Nobel, Pillay ha insistito nel considerare l’accusa pienamente dimostrata, paragonandola al genocidio compiuto dagli Hutu nei confronti dei Tutsi in Ruanda, in cui vennero sterminate centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco. La mia obiezione riguarda soprattutto l’uso dell’autorità morale del Nobel e il presentare come definitivamente risolto ciò che deve essere discusso e dimostrato.
Tutto questo rende ancora più necessaria la difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale, creata dallo Statuto di Roma del 1998 (entrato in vigore nel 2002) e chiamata a perseguire le persone fisiche, non gli Stati, per i crimini più gravi di rilevanza internazionale. Se chiediamo ai giudici di rispondere delle loro decisioni attraverso prove, motivazioni e garanzie, dobbiamo proteggerli dalle ritorsioni di chi vorrebbe sostituire quel confronto con l’intimidazione.
I meriti della Corte vanno molto al di là dei dubbi che può aver suscitato. Basti ricordare la condanna di Thomas Lubanga nel 2012, primo verdetto della sua storia, per aver arruolato bambini soldati nel conflitto in Congo: la prova che la giustizia internazionale può arrivare a sentenze fondate su prove e garanzie. Oppure il mandato di arresto per Vladimir Putin e la commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova, accusati dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia; nel loro caso non c’era certo da aspettarsi l’intervento dei tribunali russi.
La scelta del Parlamento europeo è stata saggia ed è la migliore risposta a chi, come Donald Trump, in collusione con Vladimir Putin e Xi Jinping, cerca di liquidare definitivamente il diritto internazionale e gli organismi transnazionali.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
Cinque attiviste italiane sono state fermate giovedì dalle forze israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, in Cisgiordania, mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Le donne sono state trasferite in una stazione di polizia israeliana e sottoposte a interrogatorio. Il ministero degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto il loro rilascio immediato, mentre le autorità israeliane hanno annunciato la possibilità di espellerle dal Paese, senza fornire indicazioni certe sui tempi. Le cinque italiane sono state portate nel commissariato di Kiryat Arba, un insediamento israeliano nei pressi di Hebron. Secondo le informazioni raccolte dalla Farnesina, alle donne sono stati sequestrati i telefoni cellulari. Le autorità italiane hanno chiesto di poter stabilire un contatto diretto con loro e di verificare le condizioni in cui vengono trattenute.
Inizialmente il ministero degli Esteri aveva ricevuto conferma della presenza di quattro cittadine italiane tra le persone fermate. Il numero è stato successivamente aggiornato a cinque. L’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme hanno avviato contatti con le autorità israeliane per ricostruire le circostanze dell’operazione e ottenere la liberazione delle connazionali.
Gli attivisti si trovavano nella zona per accompagnare e proteggere gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive, una delle principali attività agricole della Cisgiordania e un’importante fonte di reddito per molte famiglie. La stagione della raccolta è anche un periodo particolarmente delicato, soprattutto per chi possiede terreni vicini agli insediamenti israeliani, dove l’accesso ai campi è spesso ostacolato dalle restrizioni militari e dalle violenze dei coloni. Nelle ultime settimane, in particolare, si sono moltiplicate le aggressioni attribuite ai coloni israeliani contro gli agricoltori palestinesi.
La polizia israeliana ha invece giustificato il fermo sostenendo che gli attivisti fossero entrati senza autorizzazione in una zona militare chiusa e avessero ignorato gli ordini dei soldati. Secondo la versione delle autorità israeliane, i volontari «hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive». Le forze di sicurezza israeliane hanno riferito di aver fermato complessivamente undici attivisti stranieri e un palestinese nella zona di Hebron. Hanno inoltre accusato alcuni dei fermati di essere coinvolti nella «promozione del terrorismo» e nella «esaltazione di attentatori», oltre che in attività riconducibili a organizzazioni considerate ostili a Israele.
La polizia ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente all’espulsione degli attivisti stranieri. Successivamente, le autorità israeliane hanno comunicato che le cinque italiane avrebbero potuto essere rilasciate ed espulse a breve, senza tuttavia fornire garanzie. Al momento le donne risultavano ancora trattenute.
Mercoledì 21 ottobre, un intervento militare aveva portato a un altro fermo di decine di attivisti, tra cui Brad Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti, successivamente rilasciato insieme ad altri volontari con restrizioni alla libertà di movimento. Nelle stesse ore erano stati fermati anche due cittadini italiani originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, padre e figlio, rispettivamente di 35 e 67 anni. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare fondi destinati ad attività umanitarie e sostenere gli agricoltori palestinesi. Dopo essere stati trattenuti dalla polizia israeliana, sono stati espulsi con un divieto di ingresso in Israele della durata di dieci anni.
Donald Trump avrebbe chiesto a Elon Musk di rimuovere le restrizioni imposte a Starshield, il sistema di comunicazioni satellitari militari utilizzato dall’Ucraina, che da oltre una settimana ostacolano le operazioni dei droni ucraini contro le forze russe. Secondo il Wall Street Journal, il presidente statunitense ha telefonato a Musk mercoledì 21 ottobre e nelle ore successive il servizio ha cominciato a funzionare più regolarmente. Il ripristino non sarebbe però ancora completo, secondo funzionari ucraini rimasti anonimi citati dal quotidiano. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente degli Stati Uniti ha evitato di confermare la telefonata, ma ha attribuito a Musk il ripristino del servizio. Ha detto che non era importante stabilire chi avesse contattato l’imprenditore, perché ciò che contava era che il sistema fosse stato riattivato.
La vicenda è iniziata il 14 ottobre, quando diversi reparti ucraini hanno segnalato improvvise interruzioni nelle comunicazioni satellitari utilizzate per controllare i droni. I problemi riguardavano soprattutto i velivoli che superavano una velocità di circa 160 chilometri orari: oltre questa soglia, il collegamento con Starshield poteva interrompersi, rendendo impossibile proseguire la missione. In alcuni casi i droni sono precipitati.
Le restrizioni hanno avuto conseguenze sia sulle operazioni offensive sia sulla difesa aerea. I droni più lenti hanno potuto continuare a operare, mentre quelli progettati per raggiungere rapidamente gli obiettivi o intercettare velivoli nemici sono diventati molto meno efficaci. Secondo comandanti ucraini citati dal New York Times, la riduzione delle attività dei droni ha permesso alle forze russe di muoversi con maggiore libertà lungo alcune vie di comunicazione vicine al fronte, normalmente esposte agli attacchi ucraini.
I problemi hanno riguardato anche la protezione delle città dai droni russi più veloci. Zelensky ha spiegato che alcuni sistemi di intercettazione ucraini dipendono da Starshield e devono poter raggiungere velocità superiori a quelle consentite dalle nuove limitazioni. Giovedì, prima delle dichiarazioni di Trump, il presidente ucraino aveva detto che non era ancora stata ripristinata la possibilità di utilizzare il sistema fino a 400 chilometri orari.
Starshield è una versione di Starlink sviluppata da SpaceX per impieghi militari e governativi. Entrambi i sistemi utilizzano satelliti in orbita terrestre bassa per garantire comunicazioni e accesso a internet anche in aree prive di infrastrutture terrestri. Starshield offre però livelli più elevati di protezione delle comunicazioni ed è stato progettato anche per la trasmissione di informazioni riservate.
Per l’Ucraina queste tecnologie sono diventate essenziali dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, nel febbraio del 2022. La distruzione di parte delle infrastrutture di comunicazione ha aumentato la dipendenza dell’esercito dai collegamenti satellitari, utilizzati per coordinare i reparti, trasmettere informazioni e condurre operazioni con i droni. Il governo statunitense ha investito miliardi di dollari in questa tecnologia e ha consentito alle forze ucraine di accedere alla rete militare.
La questione più controversa riguarda la responsabilità delle restrizioni. Il Wall Street Journal ha riferito, sulla base di fonti informate, che sarebbe stato Musk ad autorizzare la limitazione delle prestazioni di Starshield. Le fonti del quotidiano hanno però fornito ricostruzioni diverse sul coinvolgimento di Trump. Secondo alcune, il presidente sarebbe stato informato dopo l’introduzione delle restrizioni; secondo un’altra, Musk avrebbe discusso la decisione con Trump prima di applicarla. Entrambi hanno negato di essere responsabili della riduzione del servizio. Musk ha sostenuto pubblicamente che i sistemi Starshield appartengono al governo statunitense e che le decisioni sulle limitazioni operative spettano alle forze armate e, in ultima istanza, al presidente degli Stati Uniti.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha invece fornito una ricostruzione diversa. Mercoledì ha escluso che Trump o altri esponenti dell’amministrazione avessero chiesto modifiche al funzionamento della rete, sostenendo che le decisioni relative al servizio spettano a SpaceX, una società privata sulla quale la Casa Bianca non può esercitare un controllo diretto. Anche il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha negato che il Pentagono avesse impartito istruzioni per limitare il sistema.
Zelensky ha attribuito la responsabilità dell’accaduto sia a SpaceX sia alle autorità statunitensi. Secondo il presidente ucraino, la decisione politica sarebbe arrivata da Washington, mentre SpaceX si sarebbe occupata della sua applicazione tecnica. Ha inoltre osservato che restrizioni analoghe non risultavano essere state introdotte sui terminali Starshield utilizzati nei paesi dell’Unione Europea.
La controversia su Starshield ha provocato reazioni anche al Congresso statunitense. Il senatore repubblicano John Cornyn ha dichiarato di ritenere improbabile che Musk abbia deciso autonomamente di limitare il servizio senza almeno il consenso della Casa Bianca. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha invece avviato un’inchiesta sulle circostanze in cui la tecnologia è stata resa meno efficace senza preavviso, chiedendo spiegazioni a Musk e al segretario alla Difesa. Blumenthal ha sottolineato che l’episodio solleva interrogativi sul controllo di capacità militari fondamentali, acquistate dal governo americano con ingenti risorse pubbliche e utilizzate da un paese alleato durante una guerra.
Finora le restrizioni non sembrano aver modificato in modo decisivo l’andamento complessivo del conflitto, ma hanno ridotto temporaneamente alcune capacità operative ucraine in una fase di continui attacchi russi. Il 22 ottobre, mentre proseguivano le discussioni sul ripristino delle comunicazioni, la Russia ha colpito Kyjiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni in direzione di Mosca.
L’Umbria ha approvato una legge che disciplina le procedure per accedere al suicidio medicalmente assistito attraverso il servizio sanitario regionale. Il provvedimento è stato approvato ieri dall’Assemblea legislativa con 11 voti favorevoli, sei contrari e tre astensioni. È la quinta regione italiana a intervenire sul tema, dopo Toscana, Sardegna, Emilia Romagna e Veneto. La legge nasce dalla proposta di iniziativa popolare Liberi Subito, promossa dall’Associazione Luca Coscioni e sostenuta dalle firme di 4.801 cittadini umbri. Il suo obiettivo è stabilire procedure sanitarie definite per le persone che chiedono di accedere alla morte volontaria medicalmente assistita, una possibilità già riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale in presenza di determinate condizioni, ma che non è ancora regolata da una legge nazionale organica.
Il suicidio medicalmente assistito consiste nell’assunzione autonoma, da parte della persona interessata, di un farmaco letale nell’ambito di una procedura che prevede l’assistenza sanitaria. La normativa umbra non introduce nuovi requisiti per accedervi, ma definisce le modalità organizzative con cui le strutture sanitarie devono verificare le richieste e gestire il procedimento.
Ogni Azienda unità sanitaria locale dovrà istituire una commissione multidisciplinare permanente incaricata di accertare la presenza dei requisiti previsti dalla disciplina statale e dalla giurisprudenza costituzionale. La commissione sarà composta da un medico palliativista, uno psichiatra, un anestesista rianimatore, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, ai quali si aggiungerà uno specialista della patologia della persona richiedente. I componenti saranno individuati su base volontaria tra il personale sanitario. Dopo aver esaminato la richiesta, la commissione trasmetterà una relazione al Comitato etico regionale dell’Umbria, che esprimerà il proprio parere. Le conclusioni della verifica saranno poi comunicate alla persona interessata. La procedura dovrà prevedere l’assistenza del medico di fiducia del richiedente e garanzie per evitare abusi nei confronti delle persone vulnerabili.
Durante l’esame in Aula sono stati approvati alcuni emendamenti che hanno modificato il testo iniziale. È stato eliminato il riferimento alla «fase terminale della vita della persona», che avrebbe potuto essere interpretato come un requisito aggiuntivo rispetto a quelli già previsti. Sono state inoltre introdotte disposizioni per garantire l’informazione e l’accesso alle cure palliative senza ritardare la procedura, oltre alla possibilità di sospendere o revocare la richiesta. Altri emendamenti hanno precisato le modalità di valutazione della commissione e previsto strumenti per verificare l’applicazione della legge.
L’approvazione è arrivata al termine di una discussione nella quale ha avuto un ruolo centrale la vicenda di Laura Santi, talentuosa giornalista perugina affetta da una grave forma di sclerosi multipla e tra le principali promotrici della proposta. Santi è morta il 21 luglio 2025 nella propria abitazione a Perugia, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. Era stata la prima persona in Umbria a ricorrere al suicidio medicalmente assistito e aveva dovuto affrontare un lungo percorso per ottenere l’autorizzazione.
In Aula era presente suo marito, Stefano Massoli, insieme ad alcuni rappresentanti dell’Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato. Dopo la votazione, accolta da un lungo applauso, Massoli ha ricordato il ruolo avuto dalla moglie nella battaglia per la legge, dicendosi convinto che sarebbe stata soddisfatta del risultato.
Fabrizio Ricci, consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra e relatore del provvedimento, ha sostenuto che la legge non introduce un nuovo diritto, ma serve a rendere concretamente accessibile una possibilità già riconosciuta dalle decisioni della Corte costituzionale. Secondo Ricci, l’assenza di una normativa nazionale ha contribuito a creare incertezze e attese particolarmente difficili per le persone coinvolte.
La maggioranza di centrosinistra ha sostenuto il provvedimento, pur riconoscendo la necessità di rafforzare l’assistenza ai malati. Il vicepresidente della Regione, Tommaso Bori, ha definito l’approvazione «una conquista di civiltà, di libertà, di dignità». La presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi, ha parlato di una risposta concreta alle persone che vivono condizioni di sofferenza estrema e di uno strumento aggiuntivo per le famiglie e il personale sanitario.
Diversa è stata la posizione della presidente regionale Stefania Proietti, che ha scelto di non partecipare al voto. Pur riconoscendo il valore del confronto svolto in Assemblea, Proietti ha sostenuto che una materia di questa rilevanza dovrebbe essere affrontata dal Parlamento, così da garantire regole omogenee sull’intero territorio nazionale. Ha inoltre insistito sulla necessità di potenziare le cure palliative, l’assistenza domiciliare e le strutture dedicate ai malati con patologie gravi e inguaribili.