Si tiene la Lega e alza anche il tiro, a cosa punta Salvini
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Una nave che trasporta grano non porta soltanto il raccolto di un paese. Porta il reddito di chi lo coltiva e il pane di chi lo compra. Rendere impraticabile la sua rotta significa colpire entrambi. È anche così che la guerra esce dall’Ucraina ed entra nella vita di chi si crede al riparo.
Ieri il Financial Times ha definito il Mar Nero come la rotta marittima più letale del 2026: oltre 570 navi colpite e almeno quaranta marinai morti, secondo Ambrey e l’Organizzazione marittima internazionale. L’inchiesta documenta attacchi di entrambe le parti, anche contro gli equipaggi, e attribuisce alla Russia circa il 90 per cento di quelli degli ultimi quarantacinque giorni.
È una lettura che consiglierei a Matteo Salvini. Il 16 luglio, intervenendo all’assemblea degli imprenditori italiani in Russia, il vicepremier ha contestato l’efficacia delle sanzioni e sostenuto che rinunciare al gas russo danneggia la nostra economia senza avvicinare la fine del conflitto. Ha anche riconosciuto la distinzione fra aggressore e aggredito. Bene: quella aggressione dovrebbe entrare anche nel conto economico planetario. Ma da questo orecchio Salvini non ci sente. Ieri nel concludere il congresso della Lega – contrassegnato dallo slogan “Lega di lotta e di governo”, che appare grottesco per un partito che vanta il vicepresidente del Consiglio e il ministro dell’Economia – ha ribadito una linea molto gradevole per il Cremlino: “né soldi né armi per l’Ucraina”. Elusiva invece la segretaria del Pd che ieri a Montepulciani ha dedicato all’Ucraina mezzo minuto in un discorso di oltre cinquanta minuti, rinnovando la richiesta di un negoziatore europeo. Punto e basta, e un ammiccamento a Conte.
Entrambi sono in forse non gradita sintonia con Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che sempre ieri ha dichiarato che L’Unione Europea «desidera da tempo nominare un negoziatore, ma o non può, o non riesce a decidersi a farlo. Questa posizione difficilmente può essere definita costruttiva e per ora si limitano a parlare, senza intraprendere alcuna azione»
Si può discutere dell’efficacia di ogni sanzione, correggerla, valutarne i costi. Ma un bilancio serio deve comprendere anche il prezzo dell’aggressione e quello che pagheremmo lasciando all’aggressore la possibilità di condizionare i commerci con la forza. L’interesse nazionale comprende le imprese che vorrebbero tornare sul mercato russo; comprende anche quelle che hanno bisogno di rotte sicure e di regole rispettate. Ostacolare il trasporto di una merce essenziale significa esporre chi la compra a maggiori costi e incertezze.
Questo vale a maggior ragione per i paesi più poveri. Per questi, con meno risorse per cercare fornitori alternativi, il margine di sicurezza è ancora più stretto. Le esportazioni agricole ucraine via mare sono scese ad agosto a 1,4 milioni di tonnellate – ha calcolato FT – circa il 75 per cento sotto i livelli prebellici. Anche la Russia deve ricorrere a rotte più costose. Gli importatori lontani, dall’Africa occidentale all’Indonesia, sono costretti a cercare altri fornitori. Il danno rischia poi di protrarsi: meno ricavi dalle esportazioni significano meno denaro per finanziare le prossime semine.
È essenziale per l’Europa mettere anche la protezione dei traffici civili nel carnet della propria iniziativa politica: chiedere impegni verificabili, sostenere le vie alternative e considerare la sicurezza commerciale parte della propria sicurezza. A Salvini, così attento al costo delle sanzioni, resta dunque una domanda: quanto costa lasciare a Putin il potere di decidere a quali condizioni gli altri possono commerciare? Anche questa è una voce del conto.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto domenica, sconfiggendo al secondo turno il candidato di destra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Con il 100 per cento delle schede scrutinate, Lula ha ottenuto il 51,79 per cento dei voti, contro il 48,21 per cento del suo avversario, secondo i dati del Tribunale superiore elettorale. Il presidente uscente ha raccolto oltre 64,2 milioni di preferenze, circa 4,4 milioni in più rispetto a Bolsonaro, che ha però rifiutato di riconoscere il risultato e annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento delle elezioni.
La vittoria di Lula, che si prepara a iniziare il suo quarto mandato presidenziale, rappresenta un risultato senza precedenti nella storia democratica recente del Brasile. Dal ritorno della democrazia nel 1985, nessun candidato arrivato secondo al primo turno era riuscito a vincere il ballottaggio. Il 4 ottobre Bolsonaro aveva preceduto il presidente uscente, alimentando le aspettative di una vittoria della destra. Nelle tre settimane successive una vasta mobilitazione nelle piazze e sui social network ha modificato gli equilibri della campagna elettorale, consentendo a Lula di recuperare lo svantaggio.
Il presidente, che compirà 81 anni martedì, aveva già governato il Brasile dal 2003 al 2010, prima di tornare al potere nel gennaio 2023 dopo aver sconfitto Jair Bolsonaro alle presidenziali del 2022. Con il nuovo successo diventa il primo politico brasiliano a vincere quattro elezioni presidenziali. La sua affermazione interrompe inoltre una serie di vittorie della destra in America Latina, dove negli ultimi anni diversi governi progressisti sono stati sostituiti da amministrazioni conservatrici.
Il risultato è arrivato al termine di una giornata elettorale segnata da contestazioni e difficoltà organizzative. In diverse città, tra cui Salvador e San Paolo, sono stati segnalati problemi al trasporto pubblico che hanno impedito o ritardato l’arrivo degli elettori ai seggi. Nelle regioni meridionali, invece, piogge intense, allagamenti e interruzioni dell’elettricità hanno ostacolato le operazioni di voto. Entrambe le campagne hanno chiesto alle autorità di prolungare l’apertura dei seggi, sebbene per ragioni differenti.
Il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, già avvocato di Lula, ha quindi disposto un’estensione di due ore delle votazioni su tutto il territorio nazionale. La decisione, arrivata quando alcuni seggi avevano già terminato le operazioni, ha provocato confusione. In alcuni casi le sezioni elettorali non sono riuscite a riaprire dopo la chiusura, creando condizioni differenti per gli elettori.
È proprio su questo provvedimento che Flávio Bolsonaro ha costruito la sua contestazione. Parlando ai sostenitori riuniti a Brasília, il candidato sconfitto ha definito inspiegabile quanto accaduto e accusato Zanin di aver modificato le regole durante lo svolgimento delle elezioni, compromettendo a suo giudizio la parità di trattamento degli elettori. Ha quindi annunciato che i suoi avvocati chiederanno l’annullamento del risultato. Il margine di oltre quattro milioni di voti rende particolarmente difficile dimostrare che le irregolarità denunciate abbiano modificato l’esito delle elezioni.
Le principali autorità istituzionali brasiliane hanno intanto riconosciuto l’esito del voto. Tra queste figurano i presidenti della Corte suprema, del Tribunale superiore elettorale, del Senato e della Camera dei deputati. Kassio Nunes Marques, presidente del Tribunale superiore elettorale e giudice nominato alla Corte suprema da Jair Bolsonaro, ha confermato la vittoria di Lula, sostenendo che il prolungamento delle votazioni non abbia compromesso la regolarità dello scrutinio.
Il rifiuto di riconoscere la sconfitta richiama quanto accaduto nel 2022, quando Jair Bolsonaro contestò la vittoria di Lula. L’ex presidente è stato successivamente condannato a 27 anni di carcere per aver partecipato a un piano golpista finalizzato a impedire il trasferimento del potere. Attualmente sta scontando la pena agli arresti domiciliari. Flávio Bolsonaro, 45 anni, avvocato ed ex senatore di Rio de Janeiro, aveva raccolto l’eredità politica del padre proponendo una linea conservatrice sulla sicurezza e sulle relazioni internazionali.
La rimonta di Lula si è costruita soprattutto dopo il primo turno. La sconfitta del 4 ottobre aveva imposto una riorganizzazione della campagna del Partito dei Lavoratori, che ha intensificato la presenza nelle piazze e la mobilitazione degli elettori più giovani. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni contro Bolsonaro nelle principali città del paese, mentre una campagna digitale coordinata dal deputato André Janones ha raggiunto milioni di utenti attraverso WhatsApp.
Il canale denominato Exército do Lula, che ha superato i dieci milioni di iscritti, è diventato uno degli strumenti principali della mobilitazione digitale, diffondendo contenuti e iniziative per incoraggiare la partecipazione al voto. La campagna ha puntato in particolare sugli elettori che si erano astenuti al primo turno e su quelli che avevano sostenuto candidati esclusi dal ballottaggio.
Durante le ultime settimane Lula ha inoltre concentrato la propria comunicazione sulla difesa dei programmi sociali, dei diritti dei lavoratori e della sovranità nazionale. Ha ricordato i risultati ottenuti dal suo governo nella riduzione della povertà, della disoccupazione e della deforestazione, accusando il rivale di voler ridimensionare la protezione sociale e avvicinare eccessivamente il Brasile agli Stati Uniti. Tra le misure promosse durante la campagna figurano un aumento del 15 per cento dei principali trasferimenti sociali, già in fase di attuazione, e una proposta per rendere gratuito il trasporto pubblico nei fine settimana, che dovrà essere sottoposta al Congresso.
Il presidente ha anche riconosciuto la necessità di governare per l’intera popolazione, compresi gli elettori che hanno scelto Bolsonaro. Il risultato mostra infatti un paese ancora profondamente diviso: quasi metà dei votanti ha sostenuto il candidato conservatore, nonostante la mobilitazione che ha permesso a Lula di ribaltare il risultato del primo turno.
La difficoltà principale per il presidente rieletto sarà però il rapporto con il Congresso. Le elezioni legislative hanno prodotto uno dei parlamenti più conservatori dalla fine della dittatura militare, e il Partito Liberale di Bolsonaro è tra le formazioni che hanno ottenuto i maggiori progressi. Secondo le proiezioni riportate da Reuters, il PL e i suoi alleati potrebbero controllare oltre 280 seggi alla Camera e fino a 50 al Senato, disponendo così di maggioranze sufficienti a ostacolare numerose iniziative del governo.
Lula dovrà quindi cercare accordi parlamentari per approvare le proprie riforme, a partire da quelle economiche e sociali. Il nuovo mandato si aprirà inoltre in una situazione finanziaria complessa. Il debito pubblico ha superato l’82 per cento del prodotto interno lordo, i tassi di interesse rimangono elevati e il governo prevede per il 2027 una crescita economica del 2,3 per cento. L’indebitamento delle famiglie rappresenta un’ulteriore preoccupazione, mentre gli investitori guardano con cautela alla prosecuzione delle politiche economiche sostenute dal presidente.
La rielezione avrà conseguenze anche sulla politica estera brasiliana. Durante la campagna Flávio Bolsonaro aveva promesso un maggiore allineamento con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, soprattutto sui temi della sicurezza, del commercio e della lotta alla criminalità organizzata. Lula ha invece insistito sulla necessità di preservare l’autonomia diplomatica del Brasile e di mantenere relazioni economiche con partner diversi, compresa la Cina.
Il presidente ha ribadito questa posizione anche nel discorso della vittoria, ripetendo che il Brasile non intende accettare una condizione di subordinazione rispetto ad altre potenze. Il messaggio era rivolto soprattutto a Washington, che sotto Trump ha cercato di rafforzare la propria influenza politica e strategica in America Latina. Nelle prime ore successive al risultato non sono arrivati commenti ufficiali dal presidente degli Stati Uniti, mentre diversi leader latinoamericani e il primo ministro canadese Mark Carney si sono congratulati con Lula.
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C’è questa bizzarra teoria sulla pace in Ucraina secondo cui la guerra finirà soltanto smettendo di mandare agli ucraini le batterie antimissili che proteggono le città e i civili della nazione aggredita. Il corollario di questa stravagante teoria, che alcuni sostengono sia di sinistra, ma che in realtà è stata già messa in pratica da Donald Trump a maggior gloria di Vladimir Putin, è che dovremmo riprendere i rapporti commerciali, in particolare energetici, con la Russia, che, a quel punto, grazie a questi sedicenti pacifisti, non solo troverebbe i cieli e il terreno liberi per distruggere e avanzare come non gli è riuscito in quasi cinque anni sul campo di battaglia, ma questo avanzamento sarebbe addirittura finanziato dai paesi occidentali.
A dimostrazione che questi non sono pacifisti, ma guerrafondai pro-Russia (grazie, Christopher Hitchens, per la definizione), in effetti è probabile che, seguendo queste idee strampalate, la guerra finisca, ma con essa finirebbe anche l’Ucraina e la difesa dell’Europa (salvo che poi la guerra continuerebbe da qualche altra parte, nel Baltico, in Moldova, in Polonia o altrove, ma dai geopolitici alle vongole che infestano il discorso pubblico italiano non si può pretendere molto di più).
Poi ci sono gli ipocriti, per non dire altro, promotori della soluzione diplomatica e amareggiati per l’assenza dell’Europa in questo processo di pacificazione, i quali, però, dimenticano che la soluzione diplomatica e la presenza europea nel processo di pacificazione sono fallite più volte per il preciso rifiuto russo a partire dal 2014, ma in realtà anche da prima, almeno dal 2008, da quando la Russia ha invaso la Georgia. Il consenso generale, dall’America all’Europa, è stato quello di consentire a Putin di fare più o meno quello che gli piaceva.
Gli stolti, inoltre, dimenticano che ogni giorno, ogni maledetto giorno, da anni, i russi rifiutano tutte le ipotesi negoziali che non siano lo smembramento della nazione ucraina e della sua identità culturale, ancor prima della cessione dei territori contesi.
Dietro la richiesta di nuove iniziative diplomatiche, che i russi peraltro non accettano, c’è un gigantesco e insincero non detto: fin qui la Russia ha rigettato anche le più generose aperture trumpiane, presentategli sui tappeti rossi in Alaska e altrove, anche perché il Cremlino sa – e lavora intensamente affinché ciò accada – che a breve la linea Trump potrebbe prendere il sopravvento anche in Europa, con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi filorussi e antieuropei, che a primavera potrebbero contendersi il ballottaggio francese e cambiare la rotta europeista di Emmanuel Macron, il quale peraltro aveva tentato in tutti i modi di far ragionare Putin, usando perfino la famigerata carta del «non umiliare la Russia».
C’è poi l’ascesa dei neonazi e dei rossobruni in Germania. Vedremo se ci sarà un’ondata nera in Spagna, per non parlare del Regno Unito. Arrivano buone notizie – e in controtendenza – dalla Serbia (come già dall’Ungheria e dalla Moldova), dove ieri il governo filorusso di Aleksandar Vučić ha perso le elezioni.
Infine c’è l’Italia, a offrire una grande speranza alla Russia per un 2027 glorioso. Siamo, come al solito, il paese guida della nuova ondata filorussa e rossobruna, con il vicepremier Matteo Salvini che, nel giorno dell’anniversario del patto politico della Lega col partito di Putin, è stato rieletto segretario, promettendo che in Consiglio dei ministri ora si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina.
Una posizione che trova qualche timida accoglienza nel partito del fu «lettone di Putin» e nelle file dei Fratelli d’Italia, minacciati ideologicamente dall’ex generale pro-russo Roberto Vannacci. Per ora, a parole, Giorgia Meloni resiste, anche se un po’ meno nei fatti, ma quanto potrà durare questa posizione sotto costante attacco di Salvini, Vannacci e del centrosinistra a vocazione contiana?
Dall’altra parte, le cose sono speculari e altrettanto deprimenti, con Giuseppe Conte che fece sfilare l’esercito russo lungo le strade italiane durante il Covid, alla guida di una setta anti-occidentale che organizzava viaggi nella Crimea occupata e partecipava festante ai congressi russi del partito unico di Putin.
Conte, come Salvini e Vannacci, con il quale, infatti, vota di conseguenza al Parlamento europeo, si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina assieme alla sinistra-sinistra di Avs e ad alcuni degli aspiranti centristi del campo largo, da Alessandro Onorato a Vincenzo De Luca.
Conte esercita un’egemonia deleteria sulla sinistra, o presunta tale, e costringe sempre più il Partito Democratico ad abbandonare la posizione sull’Ucraina che ha tenuto dal 2022 assieme alla famiglia politica socialista europea, in un’oscena e bizzarra spirale di resa al populismo e alla linea Trump.
Con questo scenario elettorale, che nel 2027 potrebbe smembrare l’Europa e dare il via libera alle mire imperialiste di Mosca, per quale motivo uno come Putin, che finora non ha avuto nessuna intenzione di fermare la guerra, dovrebbe farlo proprio ora, quando la Francia e l’Italia potrebbero facilitargli la strada verso Kyjiv che i suoi carri armati non sono riusciti a percorrere?
La guerra scatenata da Putin si può fermare soltanto in un modo: proteggendo gli ucraini e aiutandoli a respingere missili, droni e scarponi chiodati di Mosca, fino al punto da rendere insostenibile lo sforzo finanziario e umanitario per l’economia e la società russa.
Questa cosa, al momento, la capiscono soltanto i paesi dell’ex Patto di Varsavia, che a ogni elezione democratica spiegano al resto d’Europa di non voler tornare sotto il giogo russo; la Gran Bretagna; i rappresentanti dell’Unione europea; i liberali, i socialisti e i democratici europei; Giorgia Meloni, perfetta a parole, meno con i fatti; e il piccolo ma combattivo spazio politico occupato da Carlo Calenda, Pina Picierno (e in Francia da Raphaël Glucksmann), assieme alla minoranza sempre più martoriata e indebolita del Partito Democratico.
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A poche ore dalle elezioni di domani, Benjamin Netanyahu lancia un messaggio che rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale: Israele deve prepararsi a un futuro in cui potrebbe non poter più contare né sugli aiuti militari americani né sull’accesso senza ostacoli al sistema finanziario internazionale. Tra le contromisure ipotizzate dal primo ministro uscente c’è anche il ricorso alle criptovalute. Una prospettiva che ha provocato la reazione della banca centrale e delle opposizioni.
«Dobbiamo prepararci a modi per aggirare le sanzioni bancarie attraverso un sistema economico alternativo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista a Channel 10. Alla domanda sull’impiego di blockchain e valute digitali, ha risposto: «Sì, è una delle possibilità. Ho già chiesto che venga preparato un piano».
Il primo ministro ha collegato questo scenario anche al futuro del sostegno statunitense. «È finita. È solo questione di tempo», ha detto riferendosi agli aiuti militari americani, avvertendo che gli Stati Uniti sono cambiati. L’attuale accordo tra Washington e Gerusalemme prevede però 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, in gran parte destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi.
La risposta della Banca d’Israele è stata netta. Sabato l’istituto ha avvertito che le criptovalute «non possono servire come mezzo per aggirare le sanzioni imposte a Israele», invitando la leadership politica a ridurre le tensioni internazionali. La priorità, secondo la banca centrale, dovrebbe essere preservare le relazioni economiche con i principali partner commerciali, non prepararsi a perderle.
Anche gli avversari politici hanno attaccato Netanyahu. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e sfidante del premier, lo ha accusato di stare «smantellando l’economia israeliana». Yair Lapid ha paragonato l’idea di un’economia alternativa a quella di Iran, Russia e Venezuela, Paesi che devono fare i conti con restrizioni finanziarie e difficoltà nei pagamenti internazionali.
Il rischio evocato da Netanyahu non nasce dal nulla, ma va distinto dalle misure già adottate. Regno Unito, Francia, Canada, Paesi Bassi e Spagna hanno annunciato o valutato iniziative contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Le misure comprendono strumenti diplomatici, commerciali e restrizioni rivolte a individui o aziende. Non equivalgono a un regime generalizzato di sanzioni bancarie contro Israele.
È proprio questo, tuttavia, il salto di scala che preoccupa alcuni osservatori. Se le restrizioni arrivassero a coinvolgere i rapporti tra banche, i servizi di corrispondenza e i pagamenti transfrontalieri, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre l’economia degli insediamenti. Come ha avvertito l’ex responsabile della vigilanza bancaria israeliana Yair Avidan, istituti stranieri potrebbero decidere di interrompere i rapporti con le controparti israeliane. Per un’economia fortemente integrata nei mercati globali, soprattutto nei settori tecnologico, finanziario e dei servizi, il problema non sarebbe soltanto trovare un sistema alternativo per trasferire denaro. Sarebbe mantenere l’accesso a credito, investimenti e reti commerciali internazionali. Le criptovalute possono facilitare alcuni trasferimenti, ma non sostituiscono queste infrastrutture. E le blockchain pubbliche, come hanno ricordato anche esponenti del settore, consentono di tracciare le transazioni: non sono uno strumento per rendere invisibili i flussi finanziari.
Netanyahu presenta dunque come una misura di preparazione ciò che i suoi critici considerano il segnale di un fallimento politico. Invece di prevenire l’isolamento, sostengono, il governo starebbe pianificando come sopravvivergli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre cerca di difendere la propria leadership alla vigilia del voto, in un contesto in cui la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti e le violenze in Cisgiordania hanno aggravato le tensioni con diversi partner occidentali.
La questione è anche economica: prospettare pubblicamente la possibilità di sanzioni finanziarie può alimentare l’incertezza tra investitori e imprese, prima ancora che vengano adottate nuove misure. Il messaggio di Netanyahu è che Israele deve prepararsi a fare da sé. La replica della banca centrale è che l’obiettivo dovrebbe essere evitare di arrivare a quel punto.
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Organizzare un buon servizio d’ordine che riduca al minimo i danni della violenza di piazza è un dovere di qualsiasi governo, e tutto sommato il governo Meloni lo ha assolto bene. Ma ridurre l’intero compito alla repressione, e rispondere con l’accusa di giustificazionismo a chiunque chieda altro, significa specchiarsi nell’immagine che si vuole dare di sé. Non si dà alcuna risposta a chi manifesta senza violenza. L’opposizione fa la stessa cosa. Si proclama contraria alla violenza, ma non va oltre la denuncia del malgoverno all’origine della protesta giovanile e non indica soluzioni plausibili. Anche questa è propaganda della propria immagine.
Ieri Marco Leonardi, economista vicino alla parte minoritaria del Pd, ha aperto il suo intervento all’assemblea dei riformisti di Libertà Eguale a Orvieto con un monito: l’Italia è l’unico paese che negli ultimi cinque anni ha perso potere d’acquisto, e il fiscal drag ha sottratto ai dipendenti 25 miliardi di tasse aggiuntive. È un dato banale, ma spiega meglio di ogni indagine sociologica, e più di ogni rincaro della benzina o delle bollette, il malessere diffuso tra giovani e meno giovani: il costo della vita, con salari che all’inizio del 2026 avevano ancora un potere d’acquisto inferiore del 6,1 per cento a quello del 2021.
Se non si parte da qui, da un dato che riassume le ragioni del nostro declino e della bassa produttività e che mette a fuoco le catene che imprigionano mercato e sviluppo, ogni ricerca sul malessere delle famiglie e dei (pochi) figli che le abitano resta sospesa nel vuoto. Il costo della vita colpisce tutti. Sui giovani colpisce più duro, ed è lì che le risposte mancano.
A sinistra Elly Schlein, chiudendo ieri la convention del Pd a Montepulciano, è stata elusiva e ha riproposto un refrain di parole vuote. Ha rilanciato i temi consueti del Pd: il salario minimo, la lotta alla precarietà, nuovi studentati, il recupero delle case popolari, stipendi migliori per gli insegnanti, scuole più sicure, trasporti e libri gratuiti anche alle superiori. Ciliegina finale, una legge sul diritto a restare in Italia per i giovani che emigrano. Come realizzare tutto ciò? Nessuna risposta. Evidentemente non ha mai letto Lenin, il cui Che fare? almeno la domanda se la poneva.
A destra tutto si semplifica: legge e ordine, e sospetto verso chiunque chieda di più. Richiamo ai discutibili successi del governo Meloni, parole di circostanza sulla parte non violenta dei manifestanti. Ma, ristabilito l’ordine, la domanda resta: quale risposta dare a chi vede davanti a sé lavori incerti, abitazioni inaccessibili e una distanza crescente dalle istituzioni? Non tutti i manifestanti sono emarginati, né il disagio produce di per sé violenza, ma le ragioni del dissenso non possono essere liquidate come un fenomeno stagionale.
Quando un ragazzo rompe una vetrina o saccheggia un negozio, lo Stato sa quale ministero deve intervenire. Quando lascia la scuola, rinuncia a cercare lavoro o decide che per costruirsi un futuro deve lasciare l’Italia, la risposta diventa molto meno chiara. È da questa sproporzione che dovremmo partire per discutere delle manifestazioni di questi giorni.
Un dato aiuta a capire il problema, senza pretendere di spiegare le piazze. Nel 2025 il 13,3 per cento degli italiani tra i 15 e i 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva una formazione, contro l’11 per cento europeo. Il miglioramento rispetto al 15,2 per cento del 2024 è significativo, ma restiamo tra i paesi con l’incidenza più alta. Queste statistiche descrivono spesso l’esito di difficoltà cominciate molto prima della maggiore età.
C’è poi chi studia, si qualifica e parte. Tra il 2019 e il 2024 hanno trasferito la residenza all’estero 247mila italiani tra i 25 e i 34 anni, a fronte di 86mila rientri: una perdita netta di 161mila giovani, di cui 78mila laureati. Lavorare all’estero è una libertà e un’opportunità. Il problema è rendere altrettanto credibile la scelta di restare o di tornare.
Azzardo una proposta: un ministero 0-21, responsabile della continuità degli interventi dalla nascita all’ingresso nella vita adulta. Non un’altra casella nell’organigramma, ma un punto di raccordo di funzioni oggi ripartite fra dicasteri diversi. Oggi, quando un ragazzo si perde tra scuola, servizi sociali e sanità, nessuno risponde del risultato. Amministrazioni, fondi e programmi esistono già, compreso il Piano nazionale della Garanzia Infanzia. Il problema è farli lavorare insieme e individuare chi debba rispondere quando non ci riescono.
Un ministero del genere avrebbe senso solo con risorse pluriennali identificabili, accordi operativi con Regioni e Comuni, obiettivi pubblici e una verifica annuale in Parlamento. Nessun organigramma risolve da solo il disagio. Servono asili accessibili, con educatori e fondi per farli funzionare; scuole aperte il pomeriggio con personale aggiuntivo; interventi alle prime assenze ripetute, prima che diventino abbandono; assistenza psicologica raggiungibile, sport, cultura ed educatori nei quartieri. Per i ragazzi più fragili, un referente che colleghi scuola, famiglia, sanità e servizi sociali. Servono passaggi organizzati verso formazione, apprendistato, università e lavoro. E la politica educativa deve incontrare una politica della crescita: ricerca, investimenti, concorrenza, imprese capaci di offrire occupazioni qualificate, selezioni trasparenti e carriere fondate sui risultati. Altrimenti formeremo giovani a cui altri paesi offriranno le opportunità che qui mancano.
Ma tutto questo ha un prezzo, e il prezzo è una redistribuzione della spesa sociale e del peso del debito pubblico tra le generazioni. Chiedere più spesa per le pensioni, quando l’Italia è già al vertice su questo fronte, è l’opposto della giustizia intergenerazionale. Eppure lo fa Salvini con Quota Cento e lo fa buona parte della sinistra, spinta dalla Cgil. Vanno senz’altro protetti gli anziani poveri e non autosufficienti, ma è ragionevole rimettere in discussione i trattamenti di favore, i pensionamenti anticipati sovvenzionati e i trasferimenti poco selettivi. E non basta rivedere le pensioni: tanto per cominciare anche bonus, agevolazioni fiscali e sussidi devono dimostrare la propria utilità.
Chi, tra difensori e avversari delle manifestazioni, lo propone?
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Matteo Salvini è stato confermato segretario della Lega per la quarta volta, ottenendo 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia. Il risultato del congresso straordinario, concluso domenica a Milano, gli assegna un nuovo mandato di quattro anni, fino al 2030. Nel suo intervento, il vicepresidente del Consiglio ha annunciato che chiederà al governo di interrompere l’invio di finanziamenti e armi all’Ucraina, una posizione destinata ad aprire un nuovo confronto all’interno della maggioranza guidata da Giorgia Meloni. La votazione si è svolta a scrutinio segreto, con 611 voti espressi. Salvini ha ottenuto circa il 76 per cento delle preferenze, mentre Garavaglia si è fermato al 24 per cento. Alla proclamazione del risultato sono seguiti gli applausi dei delegati e un abbraccio sul palco tra i due candidati. La conferma del segretario era considerata probabile, ma il consenso raccolto da Garavaglia ha mostrato quanto sia consistente la parte del partito che chiede un cambiamento della linea politica e dell’organizzazione interna.
Il passaggio più rilevante del discorso di Salvini ha riguardato la guerra in Ucraina. Prima del voto, il segretario aveva chiesto ai delegati di sostenerlo nella richiesta di interrompere gli aiuti italiani a Kyjiv. «Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina», ha dichiarato, invitando i presenti a esprimere il proprio consenso per alzata di mano.
Le divergenze emerse al congresso non riguardano però soltanto la politica estera. La candidatura di Garavaglia è stata sostenuta dall’area della Lega che negli ultimi mesi ha criticato il progressivo indebolimento del partito nei territori settentrionali, tradizionalmente centrali nella sua storia politica. Il senatore ha spiegato di essersi candidato per invertire il calo dei consensi, ricordando che la Lega aveva ottenuto l’8,8 per cento alle elezioni politiche senza riuscire successivamente a recuperare terreno.
Garavaglia ha proposto un maggiore coinvolgimento degli amministratori locali e una direzione meno concentrata sulla figura del segretario. Durante il suo intervento ha indicato Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e lo stesso Salvini come figure da valorizzare nella guida del partito. Dopo la sconfitta ha giudicato positivamente il risultato, ottenuto senza una struttura organizzativa a sostegno della sua candidatura, e ha assicurato la disponibilità a lavorare insieme alla maggioranza.
Le critiche alla gestione del partito erano emerse già nella prima giornata del congresso, soprattutto negli interventi dei rappresentanti delle regioni settentrionali. Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e tra i principali esponenti dell’area critica, aveva spiegato che la richiesta di un confronto politico nasceva dalla perdita di consenso tra gli elettori e non da una contrapposizione personale con Salvini. Dopo il voto, Romeo ha sostenuto che il risultato di Garavaglia conferma l’esistenza di un malessere reale, non limitato alla Lombardia.
Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto apertamente le difficoltà del partito. «Va tutto bene? No, non va tutto bene», ha detto ai delegati, citando il caso di Bergamo, dove la Lega è passata da risultati vicini al 50 per cento a percentuali intorno al 20 per cento. Giorgetti ha inoltre ribadito la propria preferenza per una Lega nazionale ma non nazionalista, fondata sulle identità territoriali. Ha avvertito che una presenza prolungata nelle istituzioni può indebolire il rapporto con gli elettori e la capacità del partito di rappresentarne le richieste.
Il confronto ha riportato al centro del dibattito l’autonomia regionale e il federalismo, temi che avevano caratterizzato la Lega delle origini, guidata da Umberto Bossi. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha insistito sulla necessità di difendere le competenze delle regioni dalle decisioni del governo centrale, mentre l’ex presidente del Veneto Luca Zaia ha richiamato l’importanza dell’autonomia e dell’identità settentrionale. Le loro posizioni hanno evidenziato le differenze tra chi vorrebbe rafforzare il radicamento territoriale del partito e chi sostiene la linea nazionale sviluppata sotto la guida di Salvini.
Una prima risposta organizzativa è arrivata con la modifica dello statuto, approvata nella giornata di sabato. La Lega istituirà una segreteria politica composta da un massimo di nove membri, rappresentativi dei livelli nazionale, regionale e locale. I componenti saranno nominati e potranno essere revocati dal segretario federale. La nuova struttura dovrebbe consentire una maggiore partecipazione alla gestione del partito, pur mantenendo nelle mani di Salvini il potere di scegliere i suoi collaboratori.
Il segretario ha annunciato che si prenderà una o due settimane per definire la composizione dell’organismo. Tra i nomi considerati più importanti c’è quello di Zaia, che Salvini ha definito una risorsa preziosa. Non è ancora chiaro quale ruolo avranno gli esponenti che hanno sostenuto Garavaglia, né se Romeo manterrà l’incarico di capogruppo al Senato. Interrogato su quest’ultimo punto, Salvini ha rimandato la decisione ai senatori della Lega.
Il congresso ha portato anche alla presentazione di un nuovo simbolo. La denominazione proposta è Lega Italia federale, senza il nome di Salvini, presente nel precedente contrassegno elettorale. Al centro rimane la figura di Alberto da Giussano con la spada alzata, uno dei simboli storici del movimento. Salvini ha spiegato di essersi ispirato alla tradizione della Lega di Bossi e Roberto Maroni, sostenendo che la nuova identità debba conciliare la dimensione nazionale del partito con il federalismo.
Nel suo discorso Salvini ha cercato anche di ridefinire i rapporti con gli alleati. Ha confermato il sostegno a Meloni, dicendosi convinto che il centrodestra vincerà le prossime elezioni politiche, ma ha indicato come obiettivo quello di riportare la Lega al secondo posto nella coalizione, davanti a Forza Italia. Ha inoltre chiesto maggiore considerazione per il partito nelle amministrazioni regionali governate dal centrodestra, affermando che non intende più accettare un trattamento da alleato di secondo piano.
Il segretario è tornato anche sulla decisione di partecipare al governo di Mario Draghi insieme al Partito Democratico, definendola un errore di cui si assume la responsabilità. Ha difeso invece la collocazione europea della Lega nel gruppo dei Patrioti per l’Europa, sostenendo la necessità di cambiare profondamente le politiche dell’Unione Europea. Su immigrazione e cittadinanza ha confermato la contrarietà all’introduzione dello ius soli e dello ius scholae.
Un altro momento controverso del congresso ha riguardato i rapporti con la stampa. Salvini ha attaccato alcuni giornalisti, accusandoli di raccontare il partito in modo ostile, e ha rivendicato la decisione di tenere i cronisti accreditati fuori dalla sala dei delegati, facendoli seguire i lavori da un’area separata. Le dichiarazioni hanno provocato le proteste dell’Ordine dei giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione stampa parlamentare. Il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, ha ricordato che il compito dei giornalisti è fornire informazioni ai cittadini anche quando queste non sono gradite ai responsabili politici, chiedendo a Salvini di ritirare gli insulti.
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La coperta è corta e il clima di burrasca resta all’orizzonte. Giancarlo Giorgetti torna a mettere in guardia la maggioranza alla vigilia del varo della legge di bilancio, atteso tra domani e mercoledì. Sabato il ministro dell’Economia, dall’assemblea della Compagnia delle Opere, ha rivendicato la prudenza sui conti pubblici. Ma dietro le sue parole c’è un problema che nessun annuncio può risolvere: le risorse disponibili non bastano a soddisfare tutte le promesse politiche.
La manovra vale 23,5 miliardi di euro. Tolti gli spazi di flessibilità legati a energia e difesa, restano circa nove miliardi per finanziare le altre misure. È su questo margine che si confrontano le priorità della maggioranza: aumentare i salari dei giovani, incentivare l’occupazione femminile, sostenere le famiglie, intervenire sulla sanità e alleggerire le imposte sul ceto medio.
Sul tavolo ci sono ipotesi ancora da definire. Per i giovani si studiano agevolazioni fiscali, compresa una possibile flat tax al 5 per cento per gli under 30-35 con redditi tra 20.000 e 30.000 euro. Le maxideduzioni per le assunzioni potrebbero salire dal 130 al 140 per cento per i giovani e al 180 per cento per le giovani madri. Forza Italia insiste sull’estensione del taglio dell’Irpef, mentre la Lega chiede di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni. Per la sanità si valuta un bonus o una card destinata soprattutto agli anziani e alle persone più fragili.
Ogni misura, però, ha un costo. E ogni priorità ne esclude potenzialmente un’altra. La tentazione di distribuire bonus per rispondere alle diverse sensibilità della coalizione si scontra con la necessità di concentrare le risorse su pochi obiettivi. Non a caso, la Cisl mette in guardia contro una manovra di taglio elettorale, invitando il governo a evitare una distribuzione a pioggia degli interventi.
A complicare il quadro c’è il confronto con le banche, alle quali l’esecutivo vorrebbe chiedere un contributo da cinque miliardi. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, ha avvertito che sarà difficile rinnovare un accordo con una controparte che non rispetta gli impegni. Anche questo fronte mostra quanto sia difficile trovare nuove risorse senza aprire un conflitto con chi dovrebbe metterle a disposizione.
Il problema, tuttavia, va oltre la singola legge di bilancio. Come raccontato su Linkiesta, il peso del debito rischia di diventare il vincolo decisivo per qualsiasi governo: gli interessi da pagare restringono lo spazio per investimenti e politiche pubbliche, mentre la crescita insufficiente rende più difficile alleggerire quel peso.
È qui che la prudenza invocata da Giorgetti incontra il limite strutturale della politica economica italiana. La manovra può distribuire risorse, correggere imposte e finanziare incentivi, ma non può moltiplicarle. E finché il debito continuerà ad assorbire una parte consistente della spesa pubblica, il margine per trasformare le promesse in interventi duraturi resterà ristretto. Il ministro dell’Economia può scegliere come usare la coperta. Non può allungarla per decreto.
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Qual è la notizia? Sabato 17 e domenica 18 ottobre gruppi di giovani, molti minorenni, hanno devastato diverse zone del centro di Milano. Hanno saccheggiato negozi di abbigliamento e telefonia, fra cui Foot Locker, Decathlon e Vodafone, e il supermercato Carrefour di via Torino, distrutto vetrine e arredi, incendiato cassonetti e aggredito le forze dell’ordine. Confcommercio ha stimato perdite per circa un milione di euro, fra danni alle attività e mancati incassi. Le violenze sono cominciate sabato, poco dopo la partenza del corteo contro il carovita promosso da “Italia in piazza”, una rete nata sui social che ha convocato manifestazioni in diverse città. Nel tardo pomeriggio, poco prima delle 18, gli scontri si sono concentrati in piazza Duomo. I gruppi riunivano ragazzi di origini diverse, arrivati anche dall’hinterland e da altre province lombarde. Gli inviti a ritrovarsi in centro erano circolati su TikTok, Instagram e Telegram. Domenica nuovi appelli hanno richiamato gruppi di giovanissimi in centro, dove sono ricominciati gli assalti ai negozi. Il 21 ottobre il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha riferito alla Camera il bilancio delle due giornate: 343 persone accompagnate in questura, 48 arrestate e 50 denunciate.
Il 23 ottobre è entrato in vigore il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo Meloni. Introduce il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, presume la capacità di intendere e di volere dei ragazzi fra 14 e 17 anni, salvo prova contraria, e autorizza l’invio di altri 500 militari a Milano fino al 31 dicembre. Sempre il 23 ottobre, la Digos, gli uffici della Polizia di Stato che indagano anche sui reati contro l’ordine pubblico, hanno eseguito perquisizioni in 18 città, fra cui Como, Genova e Bari, nell’ambito delle indagini sui disordini del fine settimana.
Il 24 ottobre migliaia di persone sono tornate a manifestare. A Milano, secondo la Questura, circa quindicimila persone hanno partecipato a un corteo e non si sono ripetuti i saccheggi del fine settimana precedente. I controlli in città hanno portato a cinque arresti, 44 denunce e all’identificazione di 2.921 persone. A Bologna e Torino, invece, ci sono stati scontri. A Bologna il 118 ha portato 19 persone in pronto soccorso e la Questura ha comunicato 24 feriti tra le forze dell’ordine. A Torino almeno due manifestanti sono rimasti feriti e sono stati medicati sul posto. Nella serata del 24 ottobre la procura di Milano ha disposto il fermo di Youssef Siher, ricercatore e giornalista freelance di trent’anni, ritenuto uno degli amministratori dei canali del Movimento 17 ottobre, il gruppo che sui social ha rilanciato le proteste dopo i saccheggi di Milano. Il rapporto fra quei canali e le violenze è al centro delle indagini.
In questi giorni gli autotrasportatori e gli agricoltori hanno protestato in diverse regioni del Sud contro il caro gasolio, le tariffe dei trasporti insufficienti a coprire i costi e i ritardi negli aiuti alle imprese. Il 12 ottobre erano già in corso blocchi sulla statale 16, nel Brindisino, e sulla Bradanica, vicino a Melfi. Il 16 è cominciato il fermo dell’autotrasporto in Sicilia e Calabria, mentre in Campania camion e trattori hanno presidiato i caselli di Caianello, Caserta Sud e Nola. I blocchi hanno impedito le consegne ai supermercati e l’uscita delle autocisterne dai depositi di carburante di Napoli Est. A Napoli e Avellino sono mancati prodotti freschi, latte, pasta e acqua; la carenza di benzina e gasolio ha creato difficoltà anche ad ambulanze, trasporti pubblici e raccolta dei rifiuti. Il 20 ottobre il pastificio Rummo ha comunicato di aver sospeso la produzione per mancanza di materie prime. Il 22 ottobre il governo ha approvato un decreto con circa 175 milioni di nuovi aiuti: 105,2 milioni all’autotrasporto, 60 all’agricoltura e 10 alla pesca. Dopo la sospensione delle agitazioni in Sicilia e Calabria, nella notte fra il 22 e il 23 sono stati rimossi anche i blocchi sulla rete autostradale campana e il presidio al varco Bausan del porto di Napoli.

Prima di iniziare devo capire cosa vuol dire «maranza».
È una parola del gergo giovanile che indica il coatto o il tamarro di periferia. Oggi si usa per definire ragazzi che indossano tute e accessori di marca, spesso contraffatti, e ostentano atteggiamenti da strada. L’origine è incerta. Il deputato della Lega Igor Iezzi ha ripreso l’ipotesi che sia un incrocio fra «marocchino» e «zanza», che nel gergo milanese indica un ladruncolo o un imbroglione. Secondo un’ipotesi dei linguisti Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri, riportata dall’Accademia della Crusca, potrebbe derivare dal meridionale maranza, «melanzana», e aver subìto l’influenza di «marocco» e «marakesch», usati nel gergo giovanile come appellativi dispregiativi per i meridionali. La parola circola comunque dagli anni Ottanta. Jovanotti l’ha usata nella canzone “Il capo della banda” del 1989: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/ Fissati con le moto e coi vestiti americani/ Facciamo tutto ora o al massimo domani/ Picchiamo sul volume e ci spacchiamo le orecchie/ Magari le cambiamo se diventano vecchie».
Come ha fatto una protesta pacifica a diventare un assalto ai negozi?
In una nota riportata da Adnkronos, la Questura di Milano ha descritto gruppi a volto coperto intenzionati a creare disordini fin dall’inizio del corteo. Sabato 17 ottobre, in via Broletto, all’angolo con via San Tomaso, alcuni giovani hanno lanciato sassi, bottiglie e bombe carta contro gli agenti. La polizia ha risposto con le cariche e il corteo si è spezzato. Gli scontri si sono spostati verso Cordusio e piazza Duomo, dove alcuni gruppi hanno attaccato lo schieramento della polizia. In via Torino e corso Italia hanno costruito barricate con transenne, cestini e fioriere. Vicino a San Babila hanno sfondato le vetrine di Foot Locker e portato via la merce. Domenica 18 gli assalti sono ripresi con attacchi rapidi in strade diverse: i gruppi danneggiavano negozi e arredi, si disperdevano all’arrivo degli agenti e si ritrovavano altrove. Le segnalazioni arrivavano da via Torino, corso Magenta e corso Garibaldi, costringendo la polizia a spostare continuamente i reparti.
Chi è questo Siher? È stato lui a organizzare le proteste?
Ha 30 anni ed è nato a Gavardo, in provincia di Brescia. Si è diplomato al liceo scientifico Enrico Fermi di Salò, poi ha studiato Comunicazione e Scienze politiche all’Università Statale di Milano, dove è stato anche componente del Senato accademico. Nel 2024 ha svolto uno stage all’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che ha precisato di non aver più collaborato con lui da allora. Ha scritto per il sito del “Fatto Quotidiano”, occupandosi di Tunisia, Sudan e Mar Rosso, e ha firmato un articolo sul Pakistan per “Il Foglio” nel 2022. Il 24 ottobre la polizia lo ha portato in questura. In serata la procura ne ha disposto il fermo e Siher è stato trasferito al carcere di San Vittore. Le contestazioni riportate dalle fonti giudiziarie sono istigazione a delinquere aggravata, associazione con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Anche la moglie, Sagia Hammoud, mediatrice interculturale di 32 anni, è indagata a piede libero per istigazione a delinquere. Secondo gli investigatori, i due amministravano il canale Telegram e il profilo Instagram del “Movimento 17 ottobre”, dai quali sono state promosse nuove mobilitazioni dopo i saccheggi. Il loro eventuale ruolo nell’organizzazione delle violenze del 17 e 18 ottobre resta da accertare: gestire quei canali e aver diretto i saccheggi sono due responsabilità diverse, che gli investigatori devono ricostruire.
Ho letto da qualche parte che c’entra la Russia. È vero?
Il 20 ottobre, intervenendo a Roma al Defense Procurement Forum, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri il risultato di una «guerra ibrida». Ha parlato di «qualcuno» che la conduce nei paesi occidentali attraverso «strumenti non convenzionali», citando TikTok, YouTube e gli altri social, senza indicare esplicitamente un paese. Il giorno dopo, il 21 ottobre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che gli investigatori non avevano ancora prove materiali certe di una regia esterna. Il Corriere della Sera, citando le indagini del comando interforze Intel, ha riferito dell’ipotesi di un coordinamento fra il Movimento 17 ottobre e gruppi di hacker filorussi, in particolare Noname057(16), per affiancare alle proteste del 24 ottobre attacchi informatici contro siti istituzionali. Secondo la stessa ricostruzione, il 23 ottobre Noname e Dark Storm Team avrebbero pubblicato messaggi di sostegno alle manifestazioni in Italia e in Francia.
Chi sono i ragazzi fermati a Milano?
Soprattutto adolescenti e giovanissimi. Alcuni vivono nei quartieri popolari di Milano, molti arrivano dall’hinterland e da altre province lombarde, fra cui Bergamo, Como, Lecco e Monza e Brianza. Ci sono ragazzi di seconda generazione, nati o cresciuti qui in famiglie originarie di Marocco, Pakistan e Albania, e giovani con genitori italiani di nascita. Tra le 271 persone portate in questura domenica 18 ottobre, 211 avevano cittadinanza italiana e 60 straniera. Ma il dato che colpisce di più è l’età: 220 erano minorenni. Prevalentemente di quindici e sedici anni, anche se nei giorni successivi i carabinieri di Milano hanno identificato addirittura un bambino di undici anni.
Che cosa rischiano?
Un adulto che sfonda una vetrina per rubare la merce rischia da due a sei anni di carcere per furto aggravato. Se usa violenza o minacce contro una persona per rubare, tenersi la merce o fuggire immediatamente dopo, commette una rapina, punita da cinque a dieci anni. La pena sale da sei a vent’anni se agisce insieme ad altre persone, a volto coperto o con armi. L’accusa più grave contestata ad alcuni degli arrestati a Milano è devastazione e saccheggio: prevede da otto a quindici anni, con un aumento quando il reato avviene durante una manifestazione in luogo pubblico. Riguarda distruzioni e razzie che, per ampiezza e modalità, mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità collettiva. Fra le contestazioni ci sono anche resistenza aggravata a pubblico ufficiale, da sei mesi a quindici anni, e lesioni, da due a cinque anni. Quando più reati fanno parte di un unico piano, il giudice parte dalla pena per quello più grave e la aumenta per gli altri. I filmati potranno aiutare a ricostruire gli episodi. Nei processi l’accusa dovrà dimostrare che cosa ha fatto ciascuno e quale contributo consapevole abbia dato alle violenze.
E i minorenni?
Per i minorenni fra quattordici e diciassette anni la legge prevede una riduzione della pena, dopo averne accertato la capacità di intendere e di volere. Chi ha meno di quattordici anni non può ricevere una condanna penale. Il tribunale può però disporre un percorso educativo seguito dai servizi sociali, con attività di volontariato e sostegno ai genitori (controllare che frequenti la scuola, stabilire regole in famiglia e verificare che le rispetti). Se questi interventi risultano insufficienti, può disporre il trasferimento temporaneo in una comunità educativa, dove il ragazzo vive sotto la supervisione degli educatori.
Che cosa cambia, concretamente, con il nuovo decreto sicurezza?
Il governo ha introdotto un nuovo reato nel codice penale: «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». Punisce con due-cinque anni di carcere e una multa da 10 mila a 20 mila euro chi, durante una manifestazione, partecipa a un gruppo organizzato di almeno cinque persone e usa mazze, bastoni o altri strumenti offensivi, oppure lancia oggetti o materiale pirotecnico, creando un pericolo concreto per le persone e provocando danni alle cose. Le pene aumentano se si agisce a volto coperto. Per chi organizza o promuove il gruppo, oppure istiga quelle violenze anche online, sono previsti quattro-dodici anni. La norma si applica se il fatto non costituisce un reato più grave. Il decreto introduce anche nuove aggravanti: per esempio, aumenta da un terzo alla metà la pena per il danneggiamento commesso da un gruppo organizzato di almeno cinque persone.
Solo questo?
No. Il decreto estende l’arresto in flagranza differita ad altri reati, fra cui devastazione e saccheggio, e ai minorenni. Se immagini o documenti mostrano inequivocabilmente il reato e il suo autore, la polizia può arrestarlo appena lo identifica, comunque entro 48 ore dal fatto. Il decreto amplia anche il trattenimento preventivo: durante specifiche operazioni in luoghi affollati, anche fuori dalle manifestazioni, la polizia può portare nei propri uffici chi, sulla base di elementi concreti, potrebbe mettere in pericolo la sicurezza. Può trattenerlo per il tempo necessario agli accertamenti, fino a dodici ore. Deve avvisare subito il pubblico ministero, che ordina il rilascio se mancano i presupposti. Infine il decreto introduce il divieto di ritrovarsi con determinate persone in determinati luoghi, ma solo in caso di requisiti specifici.
Cioè non posso andare a cena con i miei amici?
Puoi. A meno che il tuo gruppo di amici, composto da almeno cinque persone, abbia tenuto comportamenti violenti, intimidatori o gravemente molesti in un luogo pubblico o aperto al pubblico e il questore ti abbia imposto il divieto. Per farlo, il questore deve verificare anche che tu abbia ricevuto, nei cinque anni precedenti, uno dei provvedimenti di prevenzione indicati dalla legge oppure una condanna, anche non definitiva, per reati contro la persona o il patrimonio commessi in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Il questore deve specificare con chi non puoi ritrovarti e dove, eventualmente indicando anche le fasce orarie. Il divieto dura al massimo un anno e può riguardare anche ragazzi dai quattordici anni.
Quindi useranno queste nuove pene contro chi ha saccheggiato Milano?
Non per i fatti del 17 e 18 ottobre. Il decreto è entrato in vigore il 23 ottobre: i nuovi reati e gli aumenti di pena non possono essere applicati a comportamenti precedenti. È il principio di irretroattività della legge penale sfavorevole. Per quegli episodi valgono i reati e le pene già previsti quando sono avvenuti.
Ma allora perché il governo ha approvato il decreto, se i saccheggi erano già punibili?
Per punire più severamente alcuni comportamenti futuri e ampliare gli strumenti di prevenzione. L’associazione Antigone critica questa scelta: il governo risponde spesso ai fatti di cronaca con nuovi reati e pene più alte, anche per condotte già punibili. Secondo il rapporto pubblicato il 19 maggio, a quella data erano stati introdotti dall’inizio della legislatura oltre 55 nuovi reati e oltre 65 aumenti di pena.
Dimmene tre.
Dopo il rave di Modena del 29-31 ottobre 2022, il governo ha introdotto pene da tre a sei anni per chi organizza o promuove l’invasione di terreni o edifici altrui per raduni musicali, quando le violazioni delle norme su droghe, sicurezza o igiene creano un concreto pericolo per le persone. Dopo il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, il governo ha introdotto un nuovo reato per chi favorisce l’immigrazione irregolare attraverso trasporti pericolosi o trattamenti inumani o degradanti: la pena di base va da venti a trent’anni se ne deriva la morte di più persone. Nel settembre successivo, dopo gli stupri di gruppo a Caivano, ha sostituito con il carcere l’ammenda per l’inosservanza dell’obbligo scolastico: fino a due anni per la mancata iscrizione e fino a uno per le assenze ingiustificate che eludono l’obbligo. Ne risponde chi deve garantire l’istruzione del minore e, senza giustificazioni, non provvede neppure dopo l’ammonimento del sindaco.
Chi ripaga i negozianti?
I negozianti possono chiedere il risarcimento a chi ha causato i danni e, se è minorenne, anche ai genitori. Lo prevedeva già il codice civile. I genitori possono evitare di risponderne se dimostrano di non aver potuto impedire il fatto, pur avendo educato adeguatamente il figlio e vigilato su di lui. Il nuovo decreto aggiunge una sanzione amministrativa ai genitori per determinati reati dei figli: da 500 a mille euro, da mille a duemila se il figlio ripete la condotta. Il genitore può evitarla dimostrando di non aver potuto impedire il fatto. La sanzione va allo Stato e si aggiunge all’eventuale risarcimento dovuto al danneggiato. Il decreto facilita inoltre la richiesta di risarcimento. Il negoziante può usare il provvedimento con cui il prefetto sanziona il genitore, i relativi atti e una valutazione tecnica dei danni per chiedere al giudice un decreto ingiuntivo: un ordine di pagamento provvisoriamente esecutivo, che permette di avviare il recupero dei soldi senza aspettare la conclusione di una causa ordinaria. Per i danni ai beni pubblici, il prefetto può ordinare direttamente ai genitori il risarcimento. Ottenere un ordine di pagamento non significa necessariamente recuperare i soldi: chi deve pagare deve avere denaro o beni su cui il danneggiato possa rivalersi. E ripeto: le nuove sanzioni amministrative non si applicano ai fatti precedenti al 23 ottobre
L’ordine pubblico a Milano dipende dal sindaco Beppe Sala o dal governo?
Dalle autorità statali. Il ministro dell’Interno dirige e coordina la sicurezza pubblica a livello nazionale; nella provincia il prefetto coordina le forze disponibili e il questore dirige le operazioni, compresi i servizi durante i cortei. Il sindaco partecipa al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e collabora attraverso la polizia locale, ma non comanda i reparti di polizia e carabinieri.
I cinquecento militari inviati a Milano possono arrestare persone?
In alcuni casi sì, con i poteri che hanno già. Come qualsiasi cittadino, possono arrestare una persona colta in flagranza di un reato perseguibile d’ufficio per cui la polizia ha l’obbligo di arresto. Devono poi consegnarla subito agli agenti. Il decreto non attribuisce invece ai soldati le funzioni di polizia giudiziaria, necessarie per svolgere indagini e compiere gli arresti riservati a chi esercita quelle funzioni. Secondo un retroscena del Corriere della Sera, Crosetto aveva proposto di ampliare i loro poteri, ma il Quirinale, Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani si sarebbero opposti, anche per le perplessità sulla formazione dei soldati in materia. I cinquecento militari aggiuntivi già operativi dal 24 ottobre opereranno fino al 31 dicembre 2026 nell’ambito di Strade sicure, l’operazione avviata il 4 agosto 2008. Sorvegliano luoghi sensibili e pattugliano il territorio, permettendo di destinare più agenti ad altri servizi, compreso l’ordine pubblico. Possono chiedere i documenti, identificare le persone e, nei casi consentiti dalla legge, perquisire sul posto persone e veicoli. Possono anche accompagnare qualcuno negli uffici di polizia per completare gli accertamenti. Il decreto non assegna loro il compito di gestire i cortei come reparti antisommossa.
Non ho capito: chi sono gli autotrasportatori e perché hanno protestato proprio adesso?
Sono le imprese e i lavoratori che trasportano merci su strada per conto dei clienti. La categoria comprende grandi aziende, piccole ditte e lavoratori autonomi che possiedono e guidano il proprio camion. Hanno protestato soprattutto per il prezzo del gasolio, aumentato con la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran. Se il compenso per un viaggio resta uguale ma il carburante costa di più, l’impresa guadagna meno o lavora in perdita. Chiedono quindi aiuti e tariffe che seguano l’aumento dei costi.
Non potrebbero semplicemente aumentare il prezzo dei trasporti?
Dipende dal contratto e dalla possibilità di far rispettare gli adeguamenti. Un piccolo trasportatore che lavora per un grande committente non può sempre imporre una tariffa più alta senza rischiare di perdere il lavoro.
Perché protestano ora? La guerra in Iran è scoppiata otto mesi fa.
In realtà si erano già mobilitati. Unatras, che riunisce diverse associazioni nazionali degli autotrasportatori, aveva proclamato un fermo dal 25 al 29 maggio, poi lo aveva sospeso dopo un accordo con il governo. A ottobre i trasportatori hanno denunciato ritardi negli aiuti promessi e nell’attuazione di quegli impegni. Intanto la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran ha fatto aumentare il prezzo del gasolio. I trasportatori pagano il carburante subito: se i clienti continuano a pagare la stessa tariffa per un viaggio, il rincaro riduce o cancella il guadagno. Confindustria Catania ha stimato un aumento di circa 35 centesimi al litro rispetto a febbraio: per mille litri, un’impresa spende 350 euro in più.
Come si passa dai camion fermi ai supermercati vuoti?
I supermercati ricevono consegne continue, soprattutto per i prodotti freschi. Se i camion non arrivano, le scorte si esauriscono; se restano bloccate anche le autocisterne, si fermano i distributori. Le difficoltà raggiungono poi i servizi che usano carburante, dai trasporti pubblici alla raccolta dei rifiuti. Il blocco colpisce anche la produzione: il 20 ottobre Rummo ha comunicato di aver sospeso l’attività per mancanza di materie prime e La Molisana ha riferito di lavorare grazie alle scorte. Le conseguenze, quindi, non riguardano soltanto i supermercati rimasti senza merce.
Perché hanno protestato solo nel Sud Italia?
Non soltanto al Sud: il 21 ottobre camionisti e agricoltori hanno manifestato anche a Ravenna. I blocchi più estesi si sono però concentrati nelle regioni meridionali. Hanno pesato sia l’organizzazione della protesta sia le caratteristiche delle imprese. I fermi sono partiti da coordinamenti regionali e gruppi autonomi, mentre le principali associazioni nazionali non hanno proclamato un fermo comune. Nel Mezzogiorno sono inoltre più presenti piccole imprese e camionisti autonomi: hanno meno risorse per sostenere i rincari e meno forza contrattuale per ottenere tariffe migliori dai clienti. In Sicilia si aggiungono i costi dei traghetti per raggiungere la penisola. Il gasolio rincara per tutti, ma non tutte le imprese riescono ad assorbire gli aumenti allo stesso modo.
Che cosa ha fatto il governo per riaprire le strade?
Il ministero dell’Interno ha disposto interventi per liberare i presidi e scorte di polizia ai trasportatori che volevano consegnare. Nel bilancio del 21 ottobre risultavano 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Il 22 ottobre la Commissione di garanzia sugli scioperi ha chiesto la precettazione per ripristinare le consegne essenziali, segnalando un pericolo grave per salute, sicurezza e libertà di circolazione. La precettazione può imporre determinate prestazioni o limitare la durata del fermo. Richiede però un’ordinanza del governo o del prefetto competente.
Bloccando le strade gli autotrasportatori hanno commesso reati?
Impedire la circolazione con camion o altri ostacoli può costituire blocco stradale: la pena va da uno a sei anni e raddoppia se agiscono più persone, anche non riunite, oppure se usano violenza o minacce. Per chi blocca la strada con il proprio corpo, la legge prevede fino a un mese di carcere o una multa fino a 300 euro; se partecipano più persone riunite, da sei mesi a due anni. Durante i fermi, diversi camionisti hanno denunciato anche intimidazioni per costringerli a non lavorare: pressioni, minacce da persone a volto coperto e pneumatici tagliati. Questi comportamenti possono costituire ulteriori reati, sui quali gli investigatori devono accertare le responsabilità.
Ma è vero che dietro c’è la mafia?
Non è stato ancora accertato. Il 21 ottobre il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida hanno parlato di possibili infiltrazioni criminali. Lollobrigida ha richiamato i precedenti penali di alcuni protagonisti della protesta; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto a prefetti e questori di verificare il rischio. Il 22 ottobre, dopo le segnalazioni dei camionisti, la Procura di Napoli ha disposto accertamenti preliminari. Le verifiche servono a capire chi abbia compiuto le intimidazioni e se esistano collegamenti con la criminalità organizzata. Le denunce, da sole, non dimostrano una regia mafiosa della protesta.
Che cosa ha concesso il governo per fermare la protesta?
Il decreto approvato il 22 ottobre aggiunge 105,2 milioni di euro agli aiuti sul gasolio per gli autotrasportatori: 45,2 milioni per gli acquisti da marzo ad agosto e 60 milioni per quelli dal 1° settembre al 5 ottobre. Le imprese riceveranno un credito d’imposta, cioè una somma da usare per ridurre tasse e contributi da versare. Sono risorse aggiuntive rispetto a quelle già stanziate. Per gli agricoltori il testo prevede 60 milioni di euro, con un contributo pari al 20 per cento della spesa per il carburante, fino a un massimo di 45 centesimi al litro. Per le imprese della pesca stanzia 10 milioni, con un contributo pari al 10 per cento della spesa. In entrambi i casi gli aiuti riguardano gli acquisti dal 1° giugno al 15 ottobre e non devono essere restituiti. Le imprese di autotrasporto iscritte all’Albo potranno inoltre rinviare al 31 marzo 2027 le rate del leasing in scadenza dal 1° novembre a quella data. Il leasing permette di utilizzare un camion pagando rate alla società proprietaria del mezzo. La sospensione lascia più soldi a disposizione dell’impresa nell’immediato: le rate andranno pagate più avanti, il contratto si allungherà e gli interessi resteranno dovuti.
E basta?
Il decreto interviene sui compensi dei viaggi con quello che il governo chiama “metodo spagnolo”. Il ministero dei Trasporti stabilirà parametri per calcolare quanto pesa il carburante sulla tariffa. Nei contratti non scritti, gli autotrasportatori dovranno usare i valori minimi ministeriali e indicare separatamente in fattura la quota legata al gasolio. L’obiettivo è adeguare il compenso ai rincari, facendone sostenere una parte anche al cliente che commissiona il trasporto.
Questi soldi sono già arrivati?
Bisogna distinguere lo stanziamento, il riconoscimento del credito e la possibilità di usarlo. Una parte della protesta riguarda fondi promessi nei mesi precedenti che le imprese aspettavano ancora di poter utilizzare. Il 22 ottobre Rixi ha annunciato che i primi crediti sarebbero stati disponibili a partire da questa settimana. Le imprese potranno chiedere gli aiuti per il gasolio acquistato fra il 1° settembre e il 5 ottobre dai primi di novembre. Una volta ottenuto, potranno utilizzare il credito d’imposta fino al 31 dicembre 2027. Per il gasolio acquistato da marzo ad agosto, invece, il credito va utilizzato entro il 31 dicembre di quest’anno.
Perché l’accordo non ha fermato subito tutti i blocchi?
Perché le associazioni che hanno trattato con il governo non controllano tutti i presidi. Le undici sigle nazionali dell’Albo hanno accolto positivamente il decreto e avevano chiesto di liberare le strade. Altri trasportatori giudicavano insufficienti gli interventi e chiedevano una riduzione più diretta del prezzo del carburante. La divisione si era già vista in Sicilia: alla revoca del fermo annunciata dal Comitato Trasportatori Siciliani, altri gruppi avevano risposto decidendo di continuare. Un’intesa con i rappresentanti nazionali può sbloccare gli aiuti, ma non spegne automaticamente ogni protesta locale.
Adesso la protesta è finita?
I principali blocchi sono rientrati, ma la vertenza resta aperta. Nella notte fra il 22 e il 23 ottobre sono stati rimossi i presidi sulla rete autostradale campana, nel Casertano e nel Salernitano, e quello al varco Bausan di Napoli. Restano i problemi di rifornimento: liberare una strada non fa arrivare contemporaneamente tutte le autocisterne e tutti i camion nei punti vendita. Le associazioni aspettano il tavolo con il ministero dei Trasporti del 27 ottobre per verificare impegni e applicazione delle misure. Alcune hanno già avvertito che, senza risposte adeguate, potrebbero riprendere la mobilitazione.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.
Perché ne stanno parlando tutti?
Punto primo
Perché è successo a Milano, la città che sa raccontarsi meglio d’Italia: quella che si presenta come la più europea, dove si trovano più opportunità e bisogna andare per diventare qualcuno. I saccheggi hanno squarciato il velo di Maya proprio nel luogo che rappresenta quell’immagine nel mondo: piazza Duomo, dove di solito turisti asiatici e nordamericani si fanno i selfie. Conosciamo quella piazza anche senza aver mai vissuto a Milano. È il salotto buono della città: portarci la guerriglia fa l’effetto di un bambino che fa la pipì mentre ci sono gli ospiti. Salta l’immagine impeccabile che si voleva mostrare. È questo divario tra il racconto di Milano e le scene dei saccheggi ad aver attirato l’attenzione di tutti: chi celebra quel modello si è trovato davanti alle sue contraddizioni; chi lo critica ci ha trovato una conferma che non va tutto bene.
Poi c’è il confronto con la Francia. Le proteste partite dai licei per chiedere insegnanti e condizioni di studio migliori si sono intrecciate al carovita e alle contestazioni contro il governo. In diverse città, da Parigi a Lille e Marsiglia, ci sono stati scontri, incendi e saccheggi. Le immagini italiane sembrano il seguito di quelle francesi, con pochi giorni di ritardo. La tentazione di cercare un precedente storico è irresistibile. Tornano il Maggio francese, il Sessantotto, il Settantasette. Qui però conviene rimettere in ordine il calendario: la contestazione italiana era già cominciata nel 1968 e gli scontri di Valle Giulia, a Roma, sono avvenuti il primo marzo, prima del Maggio francese. Ma iil movimento del 1977 è arrivato quasi dieci anni dopo, in un contesto politico diverso.
Nella testa di molti lettori il collegamento è con la cronaca, più che la storia: stiamo diventando come la Francia dove i ragazzi delle banlieue saccheggiano i negozi e bruciano le automobili per sfogare la rabbia sociale? Sono immagini già viste, alle quali ora si aggiungono quelle di Milano. La scorciatoia mentale è considerare i ragazzi ripresi mentre spaccano una vetrina come i rappresentanti dei giovani di origine maghrebina, oppure delle seconde generazioni, o dei giovani in generale. Oppure invitare un coetaneo che si comporta in modo opposto, per dimostrare che non tutti sono uguali. Il gruppo cambia a seconda di chi commenta.
Il sociologo Stanley Cohen aveva studiato un meccanismo simile in “Folk Devils and Moral Panics”, pubblicato nel 1972. Partiva dagli scontri scoppiati nelle località balneari inglesi tra mods e rockers, due gruppi giovanili degli anni Sessanta: i primi appassionati di abiti eleganti e scooter, i secondi di giacche di pelle, motociclette e rock and roll. Cohen mostrava come i giornali avessero esagerato il numero dei ragazzi coinvolti nelle violenze e la gravità dei danni, trasformando quegli episodi in un allarme sull’intera gioventù britannica. Le azioni di pochi diventavano il ritratto di una generazione. Oggi il ragazzo che sfonda una vetrina lo vediamo decine di volte. Quelli che hanno passato il pomeriggio a studiare o lavorare non hanno prodotto un video altrettanto interessante.
Punto secondo
Perché torna uno dei generi preferiti del giornalismo: il predicozzo sui giovani e sui tempi che stiamo vivendo. Gli editorialisti si sgranchiscono le nocche e si preparano a prendere un episodio particolare per ricavarne una spiegazione generale. I genitori hanno sbagliato tutto, la scuola non educa, la società non offre prospettive. Il materiale basta per diversi giorni. Certo, c’è un «malessere». È una parola abbastanza larga da contenere moltitudini, ma le difficoltà economiche esistono. I figli degli immigrati crescono nello stesso paese dei loro coetanei, con salari che crescono poco e carriere difficili da immaginare. A fare la differenza possono essere anche una casa di famiglia e i risparmi dei nonni. Chi li ha può permettersi di aspettare, cambiare lavoro, sbagliare. Chi deve pagare tutto con quello che guadagna ha molto meno margine. Luca Ricolfi, nel saggio “La società signorile di massa”, uscito nel 2019, ha indicato proprio nella ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti uno dei sostegni del benessere italiano. Quel patrimonio permette a molte famiglie di aiutare i figli anche quando il lavoro rende poco.
Questo «malessere» è diventato a sua volta un genere giornalistico. Abbondano le interviste a filosofi e psicologi chiamati a spiegare la fine dei tempi. Massimo Cacciari, che in queste conversazioni si trova piuttosto a suo agio, su La Stampa ha parlato di giovani senza speranza, che si sentono traditi dalle generazioni precedenti. I giornali continuano a intervistare e commentare anche perché i lettori continuano a cercare risposte. Soprattutto quelli con figli: anche mio figlio è così? E i suoi amici? E il ragazzo di origine maghrebina che vedo sotto casa? Il filone si riaccende ogni volta che una violenza offre un nuovo motivo per preoccuparsi.
Nel dibattito finiscono così episodi diversissimi: Salim El Koudri, che aveva trentun anni quando ha travolto i passanti a Modena; gli insegnanti aggrediti; i due minorenni accusati delle aggressioni dalla minicar a Roma. Fra le loro vittime c’è Davide Iacopini, l’attore della serie tv “Maschi veri”, colpito con un calcio da un passeggero mentre viaggiava in monopattino. I ragazzi hanno confessato, spiegando, secondo la ricostruzione degli interrogatori, di averlo fatto per divertirsi.
Non è facile parlarne senza finire nella melensa retorica degli adulti che cercano di compiacere i giovani, attribuendo ogni loro gesto alla società sporca, brutta e cattiva che hanno ereditato. In questi giorni è tornato anche “L’odio”, il capolavoro del 1995 di Mathieu Kassovitz. Racconta tre amici di una banlieue francese, Vinz, Saïd e Hubert, dopo una notte di scontri con la polizia che ha lasciato un loro amico in coma.
Qualcuno dovrebbe però ricordare che il cinema racconta da parecchio tempo anche la noia, il nichilismo e la violenza dei giovani. “Gioventù bruciata” è del 1955 e il titolo originale è già esplicativo: “Rebel without a cause”. In “Arancia meccanica”, del 1971, Alex e i suoi compagni picchiano e terrorizzano le persone per il gusto di farlo. Si può continuare con esempi più recenti come “Funny Games”, del 1997, in cui Michael Haneke mette due giovani apparentemente educati a torturare una famiglia borghese come se stessero giocando. I genitori potevano spaventarsi anche prima di TikTok. Oppure, senza scomodare il cinema, ci si può ricordare di Mattia Sangermano, il ragazzo intervistato dopo gli scontri contro Expo a Milano, il primo maggio 2015. Al giornalista che gli chiedeva che senso avesse dare fuoco a una banca ha risposto: «Minchia, ma la banca è l’emblema della ricchezza, cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione». Anche allora abbiamo passato giorni a discutere della violenza giovanile e a condividere lo stesso video.
In un saccheggio possono esserci anche l’adrenalina, il gruppo che incoraggia, la sensazione di poterla fare franca e la voglia di portarsi a casa qualcosa. Cercare per forza un progetto politico dentro ogni vetrina rotta può diventare un’altra forma di compiacimento degli adulti. È una lettura più vicina alla sensibilità di Linkiesta. Assia Neumann Dayan ha criticato proprio gli adulti che cercano un messaggio profondo nei saccheggi e fanno a gara per conquistarsi il consenso degli adolescenti.
Il fermo di Siher ha offerto al dibattito un altro personaggio. Crosetto ha insistito sul suo percorso di studi e sulle collaborazioni professionali per contestare la spiegazione del disagio sociale. Ma il profilo di un indagato non spiega, per proprietà transitiva, quello dei ragazzi che hanno saccheggiato. Tanto più che il rapporto fra la gestione dei canali e le violenze del primo fine settimana deve ancora essere ricostruito.
Punto terzo
Perché questo caos ha prodotto anche un sottogenere di video che circolano su X e Instagram: gli scazzi con la polizia. Sono uno spettacolo di arte varia del nostro rapporto con l’autorità. C’è la signora che chiede buone maniere durante il controllo dei documenti. Poi c’è il ragazzo che protesta in dialetto siciliano per una presa al collo mentre filma. E quello che prende in giro i manifestanti perché, secondo lui, non hanno il physique du rôle per affrontare una battaglia del genere. Alcuni di questi scazzi diventano notizie acchiappaclic, altri entrano negli editoriali. In generale soddisfano il nostro voyeurismo: ci piace guardare la realtà mentre accade, ascoltare una risposta storta, vedere chi perde la pazienza. Possiamo immaginarci al posto di chi viene fermato o di chi sta cercando di lavorare in mezzo al caos. Poi decidiamo con chi stare.
Il confine tra spontaneità e recita è sottile. Chi viene ripreso sa spesso di avere un pubblico e può cercare la battuta, insistere, allungare la scena. Non per fare i pasoliniani nel 2026, ma a un poliziotto che si comporta correttamente tocca anche gestire chi cerca il proprio momento di gloria davanti a uno smartphone. Meriterebbe un aumento. La destra accusa la sinistra di giustificare i violenti. La sinistra prova, con qualche impaccio, a distinguere chi manifesta da chi saccheggia. Una distinzione necessaria, ma difficile da far valere nella gara a dimostrare che gli avversari stanno dalla parte dei delinquenti. L’imbarazzo dovrebbe riguardare però chi governa da quattro anni e ha fatto della sicurezza una delle proprie promesse principali.
Dopo due giorni di saccheggi, il governo deve spiegare che cosa non ha funzionato nella prevenzione. Ai media spetta chiederglielo con la stessa insistenza con cui riportano gli annunci di nuove pene. In altre occasioni la gestione dell’ordine pubblico è stata al centro del racconto: a Pisa e Firenze, nel febbraio 2024, con le polemiche sulla proporzionalità delle cariche contro gli studenti; a Bologna, nel novembre 2025, quando gli scontri durante la protesta contro la partita Virtus-Maccabi aprirono una polemica sulle scelte del Viminale.
In pochi hanno chiesto al governo perché le violenze si siano ripetute anche domenica, dopo quelle di sabato. Pochi hanno chiesto anche quali risultati abbiano prodotto i provvedimenti, dal decreto sicurezza del 2025 in giù, hanno introdotto nuovi reati e limitato alcune forme di protesta. Il loro bilancio deve riguardare la sicurezza ottenuta, insieme alle libertà ristrette. In parte per le ragioni spiegate finora, i media invece hanno parlato soprattutto delle violenze, rilanciando la richiesta di nuove strette, rafforzando paradossalmente proprio chi dovrebbe rispondere della prevenzione. La destra può presentarsi come la parte che ha capito meglio il problema, mentre il centrosinistra fatica a rendere riconoscibile una propria proposta sulla sicurezza. E la discussione si sposta dall’efficacia delle leggi già approvate alla necessità di approvarne un’altra.
Punto quarto
Di solito in questa newsletter proviamo a spiegare perché i giornali parlano tanto di una notizia. Questa volta bisogna spiegare una sensazione opposta: perché molti lettori hanno avuto l’impressione che nessuno raccontasse le proteste nel Sud Italia? La copertura c’è stata, ma almeno tre fattori hanno contribuito a renderla meno visibile. Il primo è la concomitanza con i fatti di Milano. I saccheggi hanno prodotto moltissimi video e aperto altrettanti filoni di discussione di cui abbiamo parlato ampiamente. I blocchi degli autotrasportatori sono stati segnalati fin dall’inizio, ma raccontare un fatto non significa dedicargli anche editoriali, interviste e approfondimenti da ogni possibile angolazione. Milano offriva alle redazioni più immagini e più argomenti con cui alimentare il dibattito.
Il secondo fattore è geografico. Molti presidi occupavano svincoli autostradali, accessi ai porti e aree industriali: luoghi fondamentali per il funzionamento del paese, ma meno riconoscibili del centro di Milano. La protesta era distribuita fra più regioni, senza un unico epicentro visibile. Questo può aver favorito una lettura iniziale come somma di proteste locali, ritardando la comprensione delle conseguenze nazionali.
Il terzo fattore è legato in parte al secondo: la sensazione di aver già visto quelle immagini. Le mobilitazioni di camionisti, agricoltori e pescatori possono aver attivato un vecchio riflesso delle redazioni: un’altra protesta di categoria, un’altra stagione di blocchi. Il ricordo delle proteste dei Forconi in Sicilia, nel 2012, è ancora vicino. Chi ha qualche anno in più ricorderà anche gli allevatori contro le quote latte negli anni Novanta, con il latte versato nelle piazze. Più recentemente abbiamo visto i trattori bloccare Bruxelles durante le proteste del 2024 contro le politiche europee.
Bloccare la circolazione è da decenni uno strumento di pressione per portare governi e istituzioni al tavolo delle trattative. Ma la familiarità delle immagini può far sembrare meno nuova una notizia. È il solito, abusato esempio del cane che morde l’uomo e dell’uomo che morde il cane. Questo può spiegare una sottovalutazione iniziale, senza giustificarla: riconoscere una forma di protesta non significa averne già capito la portata.
Poi è intervenuto Fiorello, l’unico vero showman della televisione italiana, dotato da sempre di un grande senso della notizia e della capacità di capire cosa passa nella testa degli italiani. Il 18 ottobre, collegato al Tg1 per presentare lo speciale Tg1 edizione più che straordinaria, ha chiesto attenzione per i manifestanti: «La luce deve essere accesa anche al Sud». Un richiamo garbato, ma abbastanza pungente da diventare a sua volta una notizia, ripresa da diversi giornali.
Si è creato così un piccolo circuito metagiornalistico: raccontando la polemica sulla scarsa copertura, i media sono tornati a raccontare anche le proteste. Potremmo battezzarlo il “Loop Fiorello”: la sensazione che si parli troppo poco di una notizia diventa essa stessa una notizia, offrendo ai giornali un motivo in più per parlarne.
Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.
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Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari anticipate in Serbia, vinte dal movimento nato dalle proteste studentesche contro la corruzione e il governo. Le prime proiezioni attribuiscono alla Lista degli studenti la maggioranza assoluta dei seggi, mettendo fine a oltre un decennio di predominio politico di Vučić e del suo Partito progressista serbo (SNS). Il voto di domenica ha registrato un’affluenza vicina al 70 per cento, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992.
La sconfitta è stata riconosciuta dallo stesso Vučić in un intervento dalla sede del suo partito a Belgrado, quando ancora non erano disponibili i risultati definitivi. Secondo le stime da lui comunicate, la Lista degli studenti dovrebbe ottenere tra 135 e 140 deputati sui 250 che compongono il parlamento serbo, contro i circa 105 del SNS. Una proiezione elaborata dagli istituti CeSID e Ipsos assegna invece 138 seggi al movimento studentesco e 104 al partito di Vučić. I seggi rimanenti dovrebbero essere distribuiti tra le formazioni rappresentative delle minoranze etniche.
L’annuncio ha provocato grandi festeggiamenti a Belgrado e in altre città del paese. Migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale, mentre alla sede della Lista degli studenti i sostenitori hanno accolto le prime proiezioni con applausi e cori. Radomir Saičić, professore dell’Università di Belgrado intervenuto a nome del movimento, ha dichiarato: «Stasera festeggiamo la vittoria, domani costruiremo il futuro».
Il risultato rappresenta un cambiamento particolarmente significativo per la politica serba. Il Partito progressista serbo è al potere dal 2012 e Vučić ha occupato le principali cariche dello Stato per oltre dodici anni. È stato primo ministro dal 2014 al 2017 e successivamente presidente della Repubblica, consolidando un sistema politico nel quale il suo partito ha esercitato una notevole influenza sulle istituzioni e sui principali mezzi di informazione.
Negli anni il presidente è stato accusato dalle opposizioni e dalle organizzazioni per i diritti civili di avere indebolito l’indipendenza delle istituzioni, limitato la libertà dei media e utilizzato strutture pubbliche per rafforzare il proprio potere. Vučić e il SNS hanno sempre respinto le accuse di corruzione e repressione degli oppositori. I suoi sostenitori gli riconoscono invece di avere contribuito alla modernizzazione del paese, attraverso investimenti nelle infrastrutture, nei trasporti, nella sanità e nell’istruzione.
La crisi politica che ha portato alle elezioni è cominciata il 1° novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha provocato la morte di 16 persone. La tragedia ha sollevato interrogativi sulla sicurezza delle opere pubbliche e sulle responsabilità delle autorità, alimentando accuse di corruzione, irregolarità nei lavori e mancanza di controlli adeguati.
Le prime manifestazioni, organizzate soprattutto dagli studenti universitari per chiedere giustizia e accertare le responsabilità del disastro, si sono progressivamente trasformate in una mobilitazione nazionale contro il governo. Alle proteste hanno aderito insegnanti, agricoltori, professionisti e altri settori della società serba. Nel corso di quasi due anni, le manifestazioni sono diventate le più importanti nel paese dalla caduta di Slobodan Milošević nel 2000.
Di fronte alla crescente pressione, Vučić ha indetto elezioni anticipate a settembre, scegliendo anche di dimettersi dalla presidenza per candidarsi nuovamente alla carica di primo ministro. Il suo secondo mandato presidenziale sarebbe terminato nel maggio del 2027 e la Costituzione serba gli impediva di concorrere per un terzo.
La decisione ha offerto al movimento studentesco la possibilità di trasformare la mobilitazione nelle piazze in una proposta politica. È nata così la Lista degli studenti, una formazione che non ruota attorno a un unico leader e che ha presentato 250 candidati provenienti da diversi ambiti della società civile, tra cui professori universitari, medici, agricoltori, attori e sportivi.
Il primo nome della lista è quello del cardiologo Ilija Srdanović, ma non è ancora stato chiarito chi potrebbe assumere la guida del governo. Una delle caratteristiche del movimento è proprio la scelta di affidare le candidature a figure esterne alla politica tradizionale, anziché agli studenti che hanno organizzato le proteste.
La campagna elettorale si è concentrata soprattutto sulla lotta alla corruzione, sulla responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di ridurre l’influenza dei partiti nella gestione dello Stato. Tra gli obiettivi indicati dal movimento figurano la rimozione dei funzionari coinvolti nelle repressioni delle manifestazioni, la fine delle nomine politiche alla guida delle imprese pubbliche, il rafforzamento del sistema educativo e la restituzione dell’indipendenza al servizio pubblico radiotelevisivo.
La Lista degli studenti ha cercato di costruire un consenso anche al di fuori delle grandi città e degli ambienti universitari, organizzando incontri nei centri rurali e nelle zone considerate tradizionalmente favorevoli a Vučić. Una strategia che le ha consentito di intercettare una parte del malcontento verso il governo, in un paese dove le opposizioni tradizionali erano rimaste a lungo frammentate.
Vučić ha reagito accusando ripetutamente il movimento di essere sostenuto da interessi stranieri, indicando in particolare presunti finanziamenti provenienti dalla Croazia e dal Montenegro. Gli studenti hanno respinto queste accuse. Nel discorso con cui ha riconosciuto la sconfitta, l’ex presidente ha inoltre attribuito parte della responsabilità del risultato ai media indipendenti serbi e a presunte interferenze di paesi europei e di settori dell’apparato statunitense, senza fornire elementi a sostegno di queste affermazioni.
Durante la campagna elettorale il SNS aveva puntato soprattutto sulla continuità economica e sulla stabilità, promettendo aumenti delle pensioni, degli stipendi pubblici e degli investimenti nella sanità. Vučić aveva inoltre presentato la propria esperienza diplomatica come una garanzia per mantenere gli equilibri internazionali della Serbia.
La vittoria della Lista degli studenti apre ora una fase politica il cui orientamento non è ancora del tutto definito, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. La Serbia è candidata all’adesione all’Unione Europea, ma il percorso di integrazione è stato rallentato dalle preoccupazioni europee sullo stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sulla corruzione. Il movimento studentesco ha finora dedicato maggiore attenzione alle questioni interne rispetto agli orientamenti internazionali. Non è quindi ancora chiaro in quale misura un eventuale nuovo governo intenda modificare la posizione della Serbia nei confronti di Bruxelles, Mosca e Pechino.
Durante gli anni di Vučić, Belgrado ha mantenuto rapporti stretti con la Russia, suo tradizionale alleato e principale fornitore di gas naturale, evitando di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Allo stesso tempo ha rafforzato le relazioni economiche con la Cina, importante investitore nel paese, e ha continuato a dichiarare l’obiettivo dell’integrazione europea. L’Unione Europea resta il principale partner commerciale della Serbia.
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Le “sedie del dialogo” fatte collocare da Edi Rama davanti al palazzo del governo sono state bruciate domenica pomeriggio, al culmine di un altro weekend di scontri di piazza. Nelle proteste in Albania che vanno avanti da quasi centocinquanta giorni c’è anche una vena situazionista che potrebbe far sorridere, se non ci fosse seriamente da preoccuparsi per la tenuta di una democrazia ancora giovane e fragile.
Il primo ministro, memore del suo passato di pittore e quindi aduso alla messa in scena, mentre la capitale Tirana veniva trasformata in campo di battaglia, con azioni sempre più repressive della polizia, il 20 ottobre aveva fatto collocare delle eleganti sedie in damasco rosso con sopra la scritta “dialog”. Il giorno dopo le sedie erano state sostituite con altre nere e più spartane. Infine, al terzo giorno: solo dei cilindri in cemento armato. Alla scenografica offerta di dialogo rivolta ai giovani che protestano contro l’aumento delle rette universitarie, la mancanza di studentati, la fatiscenza delle strutture e, in definitiva, contro la corruzione dilagante e la cronica crisi economica che affligge il Paese, a dire il vero, Rama aveva accompagnato azioni concrete molto meno concilianti.
Innanzitutto, il tentativo comprensibile di dividere la piazza tra i facinorosi e chi protesta in pace, poi l’affermazione non supportata da prove concrete, secondo cui tra gli studenti ci fossero «persone radicalizzate», manovrate da Russia e Iran con l’obiettivo di impedire l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea. Ancora, la minaccia di abbassare l’età della responsabilità penale che oggi è già a 16 anni (e a 14 per i reati più gravi), infine il bonus di 2.500 euro concesso in corso d’opera agli agenti schierati in piazza, parso a molti come l’atto più evidente di una volontà repressiva.
La risposta è arrivata sabato sera, anch’essa scenografica: i manifestanti hanno imbracciato mortai per fuochi d’artificio contro i reparti antisommossa. Lo spettacolo pirotecnico ha presto lasciato spazio a un’altra battaglia, con migliaia di persone lungo le vie principali di Tirana e verso piazza Skanderbeg, un principio d’incendio all’ingresso del ministero del Turismo e seimila poliziotti pronti anche a esplodere proiettili di gomma ad altezza d’uomo e a menare a più non posso. I video sui social documentano il pestaggio di Lulzim, un manifestante lasciato a terra esanime, l’aggressione al giornalista di News24 Klevin Muka con spray al peperoncino, e soprattutto il ferimento di Erjon Vishkulli, un ventottenne che rischia di perdere l’occhio sinistro.
La protesta albanese oscurata prima da quella per la crisi abitativa in Spagna, poi dalle violente manifestazioni in Francia, infine dalle devastazioni dei maranza a Milano, è rimasta periferica nell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica europea, ma ha radici ancora più profonde.
A fine maggio l’Albania era stata scossa dalla cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri. Decine e poi centinaia di migliaia di persone per 136 giorni consecutivi si sono date appuntamento ogni sera nel cuore di Tirana per dire no alla “svendita” del Paese ai capitali stranieri. Tutto era nato da una protesta ambientalista contro un resort e centinaia di ville che dovrebbe nascere tra l’isola incontaminata di Sazan e la costa di Zvernec, attorno alla zona umida di Narta, dove i fenicotteri ignari del diritto societario svernano da sempre. Dietro la mega speculazione da quattro miliardi di euro c’è la Atlantic Incubation Partners, una società che fa capo a Jared Kushner e alla moglie Ivanka, la figlia di Donald Trump.
I manifestanti hanno chiesto per mesi l’abrogazione di due leggi che rendono possibile la costruzione di alberghi e resort anche nelle aree protette. Inascoltati hanno cominciato ad alzare il tiro, mettendo in discussione la permanenza al governo di Rama, il leader del Partito socialista rieletto solo l’anno scorso con una maggioranza schiacciante e al potere senza interruzioni dal 15 settembre 2013.
«La protesta era pacifica, a tratti giocosa – spiega Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano -, e per la prima volta vedeva gli albanesi scendere in piazza senza una regia politica, senza dei leader riconoscibili. Una mobilitazione nato dal basso». La svolta è arrivata il 13 ottobre, con le rivendicazione studentesche e i primi tafferugli. Manifestazioni ancora senza capi, organizzate via chat, ma stavolta colme di rabbia, pronte allo scontro fisico e con un’unica piattaforma programmatica: le dimissioni di Edi Rama.
«Frutto del malcontento generato dai problemi economici, i salari bassi, il gap sempre più ampio tra chi, anche in Albania, ha raggiunto un benessere di livello europeo e chi sopravvive» dice ancora Agalliu. Un Paese in cui tra il 2011 e il 2023 sono emigrate oltre seicentomila persone, su una popolazione scesa a poco più di 2,3 milioni di abitanti. Un Paese che esporta i propri ventenni, ma importa braccia disposte a paghe da fame da India, Filippine ed Egitto. Un Paese scosso dagli scandali, con il sindaco di Tirana Erion Veliaj (successore di Rama, che lo era stato per undici anni) in carcere dal febbraio 2025 per corruzione e riciclaggio, o con la vicepremier Belinda Balluku costretta alle dimissioni e formalmente accusata proprio il 20 ottobre di aver interferito nell’assegnazione di appalti per duecento milioni di euro e di “riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali”.
«La criminalità ha preso il controllo dello Stato. C’è una crisi delle istituzioni e della democrazia» ha detto Fatos Lubonja, uno degli intellettuali di maggior spicco, rimasto diciassette anni nelle prigioni di Enver Hoxha, critico sia con Rama che con l’opposizione guidata da Sali Berisha, vecchio politicante, a sua volta accusato di corruzione, sanzionato da Gran Bretagna e Stati Uniti per «atti di corruzione che hanno minato la democrazia».

Sembra evidente, così, che per il governo in carica si tratti di una questione di vita o di morte politica, ma contro un avversario che non riesce a incasellare, che non può blandire, e che non vuole dialogare. «In Occidente nessun governo è mai caduto per le manifestazioni di piazza – dice ancora Agalliu -, e Rama è stato votato da ottocentomila albanesi: ha già detto che non si dimetterà, e anche se lo facesse ha la maggioranza assoluta in parlamento. Dall’altra parte, la piazza riuscirà magari a darsi dei leader, a compiere un upgrade politico come è accaduto in Serbia, ma ci vorrà del tempo». Merce che oggi non sembra la più a buon mercato in Albania.
In soli sette giorni, dal 13 al 19 ottobre, si sono contati trecentodieci feriti tra agenti e manifestanti, duecentosettantuno arresti, e la situazione non è certo migliorata nei sei giorni successivi. Res Publica, un’organizzazione che offre assistenza legale, ha presentato alla Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata (Spak) un esposto di ventinove pagine su oltre centottanta presunti episodi di abusi a Tirana e in altre città: foto, video, testimonianze riguardanti l’impiego sproporzionato della forza, arresti arbitrari, trattamenti degradanti, possibili violazioni dei diritti dei minorenni e ostacoli al lavoro della stampa. Non ancora un’inchiesta della magistratura, ma una denuncia circostanziata, mentre la vicenda di Erjon Vishkulli crea nuove frizioni.
Il giovane è stato trasferito all’ospedale San Carlo di Roma e il primo ministro si è attribuito il merito dell’iniziativa: «L’ho presa io personalmente», smentito dalla sorella, secondo la quale in principio sarebbero stati la famiglia e gli amici a sostenere le spese. Rama stavolta ha comunicato su X con un post durissimo e teatrale: «Voi siete l’oscurità che ha chiuso a quel ragazzo la luce dell’occhio! Voi siete le dita e le unghie della mano maledetta che perseguita l’Albania fin dal 1912, chiudendole gli occhi ogni volta che questo paese vede la luce! Ma stavolta siete perduti…». Per poi annunciare nuove restrizioni alle proteste di piazza. Nulla di buono attende la Terra delle Aquile.
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Il caso di Youssef Siher, il trentenne fermato nell’inchiesta sugli scontri di Milano, riporta al centro una questione che l’Italia non può più rimandare: la sicurezza della ricerca. Siher è ritenuto dagli investigatori la mente del Movimento 17 ottobre, la pagina Instagram e il gruppo Telegram comparsi dopo le proteste e i disordini in città. I messaggi pubblicati dal movimento annunciavano nuove mobilitazioni e attaccavano le istituzioni e il governo. A Siher vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di istigazione a delinquere e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; è stata inoltre contestata l’ipotesi di terrorismo. Le accuse sono da verificare e la responsabilità penale dovrà essere accertata.
La vicenda ha chiamato in causa anche l’Ispi, dove Siher aveva svolto uno stage nel 2024 come research trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto ha precisato che da allora non ha più collaborato con lui. Quell’esperienza, da sola, non dimostra alcuna responsabilità dell’Ispi, né autorizza a trasformare una controversia politica in un giudizio sull’intero sistema della ricerca. C’è però un elemento che merita di essere considerato: prima dello stage, Siher aveva già pubblicato messaggi di apprezzamento per il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele. Non è una prova di terrorismo e non dovrebbe diventare un criterio automatico di esclusione. Ma, in un contesto professionale sensibile, è legittimo chiedersi se quelle manifestazioni pubbliche meritassero uno scrupolo in più e una valutazione contestuale.
La sicurezza della ricerca non significa selezionare studiosi in base alle loro opinioni politiche, né chiedere a università e centri di ricerca di comportarsi come servizi segreti. Significa valutare i rischi legati a finanziamenti, collaborazioni internazionali, accesso a tecnologie, trasferimento di conoscenze e possibili conflitti d’interesse, proteggendo al tempo stesso la libertà accademica.
Il precedente più delicato riguarda proprio l’Ispi. Nel 2023 il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò Natalia Burlinova, fondatrice dell’organizzazione russa Picreadi, di avere agito come agente non dichiarata di Mosca. Secondo gli inquirenti americani, il programma Meeting Russia, presentato come un’iniziativa di diplomazia pubblica, sarebbe servito anche a raccogliere informazioni sui ricercatori occidentali coinvolti, per conto di un ufficiale dell’intelligence russa. Alle iniziative di Picreadi avevano partecipato anche studiosi italiani e l’Ispi aveva collaborato a un evento organizzato a Milano nel 2019. Nulla indica che i partecipanti italiani fossero consapevoli delle presunte attività clandestine, che Burlinova ha contestato. Ma il caso mostra come le relazioni accademiche e gli scambi internazionali possano essere sfruttati per finalità diverse da quelle dichiarate.
È questo il punto di contatto con il caso Siher. Non c’è alcuna prova che le due vicende siano collegate, né che l’esperienza di Siher all’Ispi abbia avuto implicazioni per la sicurezza. Eppure, se non si può chiedere a un istituto di ricerca di escludere una persona per le sue opinioni, è legittimo domandarsi quando manifestazioni pubbliche potenzialmente preoccupanti debbano indurre a una verifica più attenta prima di affidare un incarico, soprattutto in un ambito sensibile. Non per emettere sentenze preventive, ma per adottare procedure di sicurezza della ricerca che oggi non possono più essere considerate un optional.
L’Italia non parte da zero. Il ministero dell’Università e della Ricerca ha elaborato linee guida nazionali per la sicurezza della ricerca, basate però sull’adesione volontaria e sull’autovalutazione. La sfida è trasformarle in procedure, formazione e cultura condivisa negli atenei e negli enti scientifici. Serve anche un raccordo più stretto tra pubblico e privato: le università non possono essere lasciate sole davanti a rischi che coinvolgono la sicurezza nazionale e gli interessi industriali. Le istituzioni devono offrire analisi e indicazioni, le imprese contribuire a individuare vulnerabilità e proteggere le conoscenze.
Il caso Siher non dimostra un’infiltrazione straniera nella ricerca italiana, né prova un collegamento con servizi segreti. Ma aspettare che emerga un caso conclamato per attrezzarsi sarebbe un errore. Proteggere la ricerca non significa chiuderla: significa fare in modo che la sua apertura non diventi una vulnerabilità strategica.
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Cinquanta vini premiati con i Tre Bicchieri costano meno di quindici euro in enoteca, cinque si comprano addirittura con meno di dieci. Nella quarantesima edizione di Vini d’Italia del Gambero Rosso, questi numeri meritano attenzione quanto i riconoscimenti alle grandi cantine: riportano la discussione sulla qualità al momento in cui una bottiglia viene scelta, pagata e portata a tavola. Come ha sottolineato sul palco José Rallo di Donnafugata, premiata con altre cantine come icona del vino italiano, il tema dell’ampliamento del target rimane centrale: «Oggi dobbiamo cercare nuovi consumatori e aprire nuovi mercati». Come rimane centrale il ruolo della comunicazione: «Senza il sostegno del Gambero Rosso non saremmo stati così ben rappresentati nel mondo» sottolinea Camilla Lunelli, produttrice trentina di Ferrari anch’essa premiata come icona del vino.
La guida 2027 recensisce 2.614 produttori e oltre 23.000 vini, contro i cinquecento e i millecinquecento della prima edizione, datata 1988. Il confronto misura l’ampliamento del lavoro editoriale e della porzione di Italia vinicola raccontata. A curare il volume sono con grande competenza e preparazione Giuseppe Carrus e Marco Sabellico, con William Pregentelli vice curatore; la selezione passa attraverso degustazioni alla cieca e successive fasi di confronto tra commissioni.
Il premio Tre Bicchieri va alle bottiglie che nell’anno si sono distinte, ma la Guida prevede tanti altri riconoscimenti. Il premio Cantina dell’anno va a Tommasi Family Estates. Il Montepulciano d’Abruzzo Marina Cvetic S. Martino Rosso Riserva 2022 di Masciarelli è il Rosso dell’anno; l’Etna Bianco Arrigo 2023 di Alta Mora il Bianco; il Franciacorta Non Dosato 33 Riserva 2018 di Ferghettina conquista il riconoscimento per le bollicine. Al Lambrusco di Sorbara Leclisse 2025 di Paltrinieri va quello per il rosato, mentre il Collio Picolit 2020 di Pighin è il Vino da meditazione dell’anno. Il Chianti Classico Sacello 2023 di Arillo in Terrabianca ottiene il premio Miglior acquisto.
I Tre Bicchieri sono complessivamente 540: Toscana e Piemonte ne raccolgono rispettivamente cento e ottantadue, seguite dal Veneto con quarantanove. Questa geografia dei premi si accompagna, nel racconto dei curatori, a un lavoro sempre più preciso sulle differenze territoriali: aree, versanti e singole vigne per il Sangiovese toscano; accanto ai nebbioli piemontesi, l’Alta Langa e i bianchi, dal Timorasso al Gavi. La freschezza della Barbera e la fragranza dei rossi della costa toscana entrano nella lettura di un gusto che cerca anche scorrevolezza.
Una seconda indicazione arriva dai 194 Tre Bicchieri Verdi, attribuiti a vini di aziende che seguono i canoni della viticoltura biologica o biodinamica certificata, un’informazione utile sul metodo produttivo, da affiancare al giudizio dell’assaggio. Il premio specifico per la Vitivinicoltura Sostenibile va invece a Benvenuto, a Francavilla Angitola, in Calabria.
Tra i tredici Premi Speciali c’è anche il Progetto solidale, assegnato a Cascina Clarabella, cooperativa sociale della Franciacorta che lavora all’inserimento professionale di persone con disturbi psichiatrici. Questo riconoscimento invita a considerare il valore etico di una cantina, anche attraverso il lavoro che genera e le persone che riesce a coinvolgere.
Cantina Kurtatsch è la cooperativa dell’anno; Saraja, nata in Gallura, la cantina emergente. Francesca e Davide Bonzano di Castello di Uviglie sono i Giovani produttori dell’anno, mentre Davide e Riccardo Sobrino di Cascina delle Rose, a Barbaresco, ricevono il premio Vignaioli dell’anno. Storie diverse per dimensioni e organizzazione, che restituiscono una filiera nella quale convivono impresa familiare, cooperazione e nuove iniziative.
L’anniversario assegna ad Antinori il titolo di Cantina dei quarant’anni e a Josko Gravner quello di Vignaiolo dei quarant’anni. Il volume recupera i Tre Bicchieri della prima edizione e seleziona cinquanta Vini Rari, legati anche a vigne storiche, recuperi varietali e produzioni limitate, premiandoli per il coraggio di queste piccole realtà che cercano di fare la differenza pur con piccolissimi numeri e produzioni di nicchia: uno dei vini rari 2027 è quello prodotto da Andrea Moser, enologo e consulente di Gastronomika. A questa memoria si affianca il lancio di Gambero AI, presentato come uno strumento per interrogare il patrimonio degli assaggi. La sfida, per una guida arrivata a quarant’anni, passa anche da qui: rendere consultabile in maniera pratica ed efficiente tanta esperienza quando il lettore deve scegliere una bottiglia.
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Nel maggio del 2025 la Commissione parlamentare antimafia ha pubblicato per intero l’ordinanza sentenza dell’8 novembre 1985 con cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri giudici del pool rinviarono a giudizio 476 imputati, aprendo la strada al maxiprocesso di Palermo. Sono 8.608 pagine in 43 volumi, divise in dieci tomi. Abbiamo letto la parte che descrive l’apparato strutturale di Cosa nostra, la guerra di mafia e gli omicidi, ne abbiamo estratto in forma strutturata famiglie, capi, date e luoghi, e li abbiamo incrociati con le relazioni della Direzione investigativa antimafia, della Commissione antimafia e con la letteratura disponibile. Il risultato è una ricostruzione territoriale di Cosa nostra in cinque momenti, dal 1974 al 1992. Il dato che riassume tutto è questo: nel 1974 i corleonesi e i loro alleati controllavano mandamenti che coprivano circa il 21% della superficie della Sicilia; nel 1992, l’anno di Capaci e di via D’Amelio, erano arrivati al 61%, cioè praticamente tutto il territorio in cui la presenza di Cosa nostra è documentata.
Questo è il primo di due contributi. Qui raccontiamo la conquista del territorio e del potere interno. Il secondo sarà dedicato alla geografia della violenza: gli omicidi a Palermo negli anni della mattanza e poi in tutta la Sicilia, da Catania alla guerra con la Stidda, fino alle stragi del 1992.

Famiglie, mandamenti, commissione
Per leggere le carte serve una premessa sull’organizzazione, così come la descrisse Tommaso Buscetta a Falcone e come la ricostruisce il quinto volume dell’ordinanza. L’unità di base è la famiglia, radicata in un quartiere della città o in un comune, guidata da un capo eletto dagli uomini d’onore. Tre o più famiglie contigue formano un mandamento, il cui capo siede nella commissione provinciale, la “cupola”. A Palermo città i mandamenti erano otto o nove, identificati con le borgate e i quartieri: Porta Nuova, Santa Maria di Gesù, Ciaculli, Passo di Rigano, Noce, Pagliarelli, Resuttana, San Lorenzo, Partanna Mondello. In provincia i mandamenti coincidevano con gruppi di comuni attorno a un centro: Corleone, San Giuseppe Jato, Partinico, Cinisi, Bagheria, Caccamo, le Madonie. Fuori dalla provincia di Palermo la struttura era meno articolata e spesso le fonti documentano solo le famiglie e i loro rappresentanti provinciali.
La commissione palermitana, sciolta dopo la strage di Ciaculli del 1963, venne ricostituita nel 1970 sotto forma di triumvirato: Gaetano Badalamenti, capo della famiglia di Cinisi, Stefano Bontate, di Santa Maria di Gesù, e Luciano Leggio, capo dei corleonesi, sostituito di fatto da Salvatore Riina perché latitante. Nel 1974, dopo l’arresto di Leggio, la commissione tornò alla composizione piena con Badalamenti al vertice. Corleone in quel momento è un mandamento tra gli altri, potente nelle campagne dell’entroterra ma estraneo al cuore economico dell’organizzazione, che era a Palermo e nel traffico di eroina gestito dalle famiglie di Bontate, Inzerillo e Badalamenti.
1978, l’anno della svolta
La prima carta della Figura 1 mostra una Sicilia di Cosa nostra ancora plurale. Nel 1974 le aree schierate con i corleonesi o loro alleate sono una minoranza: Corleone, Partinico, San Giuseppe Jato, Ciaculli di Michele Greco, Porta Nuova di Pippo Calò, Mazara del Vallo di Mariano Agate, Vallelunga dei Madonia. Di peso paragonabile sono le aree legate a Bontate, Inzerillo e Badalamenti a Palermo, a Giuseppe Di Cristina a Riesi e a Giuseppe Calderone a Catania, entrambi membri della commissione interprovinciale costituita nel 1975 su impulso dello stesso Calderone. Un terzo del territorio con presenza mafiosa documentata resta di appartenenza incerta, e questo va tenuto presente: in quegli anni le fonti giudiziarie raccontano soprattutto Palermo.
Il 1978 è il primo punto di rottura. Badalamenti viene espulso dalla commissione e sostituito da Michele Greco, detto “il papa”, che garantisce ai corleonesi una presidenza amica. Nello stesso anno vengono eliminati i due capi che più apertamente si opponevano a Riina fuori da Palermo. Giuseppe Di Cristina, che aveva parlato con i carabinieri delle intenzioni dei corleonesi, viene ucciso il 30 maggio 1978 in via Leonardo da Vinci a Palermo, nel territorio della famiglia di Inzerillo. Giuseppe Calderone viene colpito ad Aci Castello l’8 settembre e muore alcune settimane dopo; al suo posto, a Catania, si afferma Nitto Santapaola, alleato dei corleonesi. Le carte registrano lo spostamento: la quota di territorio sotto corleonesi o alleati passa dal 21 al 32%, soprattutto per l’allineamento della famiglia catanese e delle aree interne della provincia di Caltanissetta, dove dopo l’uccisione di Francesco Madonia sale il figlio Giuseppe, detto Piddu, schierato con Riina.
La mattanza e il ridisegno del 1983
Tra il 1978 e la primavera del 1981 la geografia cambia poco: la quota passa dal 32 al 33%. La differenza la fanno gli equilibri interni alla commissione, che le carte non possono mostrare. Riina e Provenzano costruiscono una rete di uomini fedeli dentro famiglie formalmente guidate da altri, aggirando la regola dell’appartenenza a una sola famiglia, e usano la prerogativa della commissione di sospendere i capi e nominare reggenti. Quando la guerra comincia, molte famiglie dei “perdenti” sono già svuotate dall’interno.
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Il 23 aprile 1981 Stefano Bontate viene ucciso a Palermo, all’incrocio tra via Aloi e viale della Regione Siciliana. L’11 maggio è la volta di Salvatore Inzerillo, colpito in via Brunelleschi con lo stesso fucile mitragliatore. Il 26 maggio Girolamo Teresi, Giuseppe Di Franco e i fratelli Angelo e Salvatore Federico, uomini di Bontate, spariscono dopo essere stati convocati in un baglio di Villagrazia: è la lupara bianca, che accompagnerà tutta la guerra e che rende impossibile un conteggio completo delle vittime. Il 29 settembre 1981 viene ucciso con altri due uomini Calogero Pizzuto, capo del mandamento di Castronovo di Sicilia e Vicari, l’unico capo della provincia schierato apertamente con Bontate; il suo territorio passa a Francesco Intile di Caccamo, per decisione comunicata da Michele Greco.
La seconda ondata colpisce chi era rimasto in mezzo. Il 16 giugno 1982 il catanese Alfio Ferlito, rivale di Santapaola, viene ucciso sulla circonvallazione di Palermo mentre è trasferito da un carcere all’altro, insieme ai tre carabinieri della scorta e all’autista. Il 30 novembre 1982 vengono eliminati nello stesso giorno Rosario Riccobono, capo di Partanna Mondello, che si era tenuto in equilibrio tra le due fazioni, e Salvatore Scaglione, capo della Noce. Pochi giorni prima, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, a Palermo era stato strangolato Totò Minore, capo della famiglia di Trapani, giudicato da Riina inaffidabile per la sua neutralità.

La Figura 3 mostra l’effetto a scala di provincia. Nel 1981 il blu dei mandamenti anticorleonesi occupa Santa Maria di Gesù, Passo di Rigano e l’area di Castronovo; nel 1983 il blu è sparito. Al posto dei capi uccisi la commissione insedia reggenti di fiducia: Pietro Lo Jacono e Giovan Battista Pullarà a Santa Maria di Gesù, Salvatore Buscemi a Passo di Rigano, Raffaele Ganci alla Noce, Giuseppe Giacomo Gambino a San Lorenzo, che assorbe Partanna Mondello, Matteo Motisi a Pagliarelli, Salvatore Montalto a Villabate, Vincenzo Virga a Trapani. In soli due anni la quota di territorio regionale sotto corleonesi o alleati sale dal 33 al 49%, e la parte governata direttamente da capi della fazione o da essa insediati passa dall’8 al 20%.
1992, una sola regia
Gli anni del maxiprocesso non fermano l’espansione, la consolidano. Pino Greco, il killer più temuto della guerra, viene ucciso nel 1985 per ordine di Riina; Michele Greco è arrestato il 19 febbraio 1986 e la presidenza della commissione passa di fatto a Riina. A Brancaccio e Ciaculli salgono i fratelli Graviano, a Porta Nuova Salvatore Cancemi sostituisce Calò detenuto, a San Giuseppe Jato Giovanni Brusca prende il posto del padre Bernardo. Fuori da Palermo la stessa logica produce un sistema di alleanze: Santapaola a Catania, Piddu Madonia a Caltanissetta, Mariano Agate a Mazara del Vallo, Francesco Messina Denaro a Castelvetrano. Chi esce dalla linea viene eliminato, come Vincenzo Milazzo, capo di Alcamo, ucciso il 14 luglio 1992.

Nel 1992 non resta in Sicilia un solo mandamento documentato schierato contro Riina. Il 61% della superficie dell’isola è in mano a corleonesi o alleati, il 7% ha un’appartenenza che le fonti non permettono di stabilire, il resto è la Sicilia orientale e meridionale in cui la presenza di Cosa nostra non è documentata o in cui operano organizzazioni diverse, come la Stidda o i clan catanesi esterni a Cosa nostra. È questa commissione, ormai ridotta a strumento di una sola fazione, a decidere la stagione delle stragi: Salvo Lima a marzo, Falcone a maggio, Borsellino a luglio. La geografia delle carte spiega perché non ci fu nessuno, dentro l’organizzazione, in grado di opporsi.
Nota metodologica
Il nucleo dei dati deriva dall’ordinanza sentenza del maxiprocesso nell’edizione pubblicata dalla Commissione parlamentare antimafia (Doc. XXIII n. 9, 2025). Il testo è stato letto dallo strato OCR dei PDF e strutturato in record con indicazione di tomo e pagina. Per gli anni successivi al 1985 e per le province diverse da Palermo abbiamo integrato le relazioni DIA, i documenti della Commissione antimafia, le sentenze citate in letteratura e, come guida verso le fonti primarie, le voci enciclopediche. Ogni attribuzione ha nel dataset una fonte e un grado di affidabilità, e più della metà delle attribuzioni fuori da Palermo prima del 1983 ha affidabilità bassa.
Due scelte vanno dichiarate. La prima riguarda i confini: nessuna fonte d’epoca descrive i mandamenti come aree. La loro composizione comunale deriva quasi sempre dalle relazioni DIA più recenti (2015-2022) ed è stata applicata a ritroso; i poligoni sono ottenuti fondendo i confini comunali ISTAT del 2023. Per Palermo città i mandamenti sono stati schematizzati come aree di influenza (poligoni di Voronoi) attorno alle borgate attribuite a ciascuno, ritagliate sul confine comunale. La seconda riguarda l’allineamento: distinguiamo i capi appartenenti alla fazione di Riina e Provenzano o da essa insediati (“corleonesi”) dai capi autonomi che si schierarono con loro (“alleati”). Le percentuali sono calcolate sulla superficie e non sulla popolazione, e vanno lette come ordine di grandezza dell’espansione, non come misura precisa del controllo.
Primo di due articoli.
Fonti: Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, “Il maxiprocesso di Palermo. Ordinanza sentenza dell’8 novembre 1985”, Doc. XXIII n. 9, XIX legislatura, 2025; Direzione investigativa antimafia, relazioni semestrali al Parlamento (2015-2022); Commissione parlamentare antimafia, relazioni e documenti delle legislature X-XVII; confini amministrativi ISTAT 2023; elaborazione cartografica e statistica a cura di Piero Boccardo, Politecnico di Torino.
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Mille anni fa scrivevo (anche) per la guida dell’Espresso. Scrivevo recensioni di ristoranti: sono stati quattro o cinque anni intensi e di lotta, che penso Enzo Vizzari ancora ricordi. Perché non ero mai d’accordo su niente, perché contestavo molto, perché fare una guida è affare complesso, e non sempre si può scrivere tutto quello che si vuole, e come lo si vuole.
Avevo uno dei curatori più abili e capaci, uno di quelli che non te le mandava a dire, e che sapeva insegnarti il mestiere, e che entrava nel merito e voleva a tutti i costi che il lavoro fosse fatto bene, nei tempi, ma soprattutto esprimesse autenticità. Io ci provavo, ero giovane e determinata, con poca esperienza ma studiavo molto. Ogni anno mi toccavano i ristoranti intorno a casa, ed essendo in una zona gastronomicamente depressa (allora!) non c’era molta scelta.
Venanzio fu un autentico colpo di fulmine: qui avevo trovato per la prima volta il ristorante borghese delle domeniche in famiglia. Le brocche d’argento per l’acqua, le lasagne con sette strati di meraviglia, i camerieri affabili ma elegantissimi, e quell’atmosfera da casa della nonna raffinata e di spessore. A ogni visita, ogni anno, pensavo sinceramente fosse il miglior ristorante possibile. Entravi qui e stavi semplicemente bene. Non c’erano fuochi d’artificio, perché non servivano. Qui c’era l’accoglienza vecchia maniera, quella capacità tutta artigianale di fare ristorazione con passione, professionalità, autenticità. Quell’abilità di farti sentire al posto giusto, di darti quello di cui avevi bisogno, senza farti pensare, senza bisogno di spiegarti nulla. Entravi, ed era il tuo personale paradiso gastronomico, concluso da cucchiaiate generosissime di gelato mantecato al momento. Chiunque si sentiva accolto. Non serviva la patente di gourmet, non avevi bisogno di pensare. Ti godevi il momento, e tanto bastava. A uno di quei tavoli il mio futuro marito mi chiese di sposarlo (con mio sommo imbarazzo!), perché era proprio quel tipo di locale dove celebrare le feste di famiglia.
A ogni nuova guida, ogni nuovo anno, il curatore mi prendeva in giro, quando celebravo quel ristorante come fosse unico: «per te esiste solo Venanzio!». Era vero, avevo il mito. Non sono più tornata per anni, un po’ per paura di rimanere delusa, un po’ perché il lavoro mi ha portata in giro, a sperimentare e cercare nuove esperienze.
Ma quando torni a casa della nonna, soprattutto se manchi da casa da anni, l’affetto e la passione prevalgono e ti pare di non essere mai andata via. È tutto cristallizzato, tutto immutabile, tutto esattamente come l’avevi lasciato. Tutto così perfetto, borghese, piacione, amorevole da farti rimanere senza parole. La commozione lascia il posto alla sorpresa, di ritrovare esattamente quello che avevi perso. E, badate bene, non è affatto piccola memoria di un mondo antico: è la dimostrazione di quanto la ristorazione, quella vera, non ha bisogno di nulla se non di essere casa, piatti buoni, semplicità elegante. Di quei camerieri in grado di farti sentire a tuo agio, riconosciuto, parte di un territorio e di un dialogo, di quei piatti capaci di ricordati di quando eri bambino. Di quei sapori a cui sei affezionato, e che ti riportano a quello che sei stato. L’oste sorridente, che è felice di rivederti, fa il resto.
Non è tutto identico, anzi. Qui non si sono accontentati di cavalcare l’onda, ma hanno saputo interpretare il presente e hanno dato una mano di bianco oltre che ai muri all’esperienza, all’accoglienza, ai piatti. La carta dei vini è curatissima, coraggiosa addirittura, e la giovane sommelier Alice Pedrinelli ha appena vinto un premio prestigioso per aver saputo integrare in uno spazio che rischiava di essere museale visioni moderne e identitarie. Ma senza mai tradire il senso, i valori, la verità. E quando esci, con le tue caramelle di liquirizia e quel buon sapore di gelato in bocca, pensi che tutto quello che hai cercato, forse, era già lì. Nella capacità di accogliere e ristorare, di darti quello di cui hai bisogno, naturalmente. Bello il fine dining, ma vuoi mettere Venanzio?
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Sabato scorso è sbarcato in Italia – ospite di un evento organizzato dai giovani under 30 di Azione – un ragazzone ucraino di Kharkiv con una gamba amputata sotto il ginocchio. Era accompagnato da Svetlana Tereshchenko, fondatrice e presidente dell’Associazione Boristene, che promuove la storia, la lingua e la cultura ucraina in Italia e in Europa e che nell’occasione gli ha fatto da interprete. Si chiama Roman Chernenko. Nel 2022 lavorava da dieci anni come barista allo Stina, un pub rock della sua città. Dopo l’invasione russa si è arruolato volontario ed è entrato nella 93ª brigata meccanizzata Kholodnyi Yar. Ha combattuto a Soledar, poi sul fronte di Bakhmut.
Alla fine del 2023, ad Andriivka, ha messo il piede su una mina antiuomo. I soccorsi lo hanno raggiunto dopo circa due ore; il giorno seguente era in sala operatoria. L’esplosione gli aveva portato via metà del piede: i chirurghi gli hanno proposto di amputare la gamba destra sotto il ginocchio per consentirgli di camminare meglio con una protesi, e lui ha accettato.
La riabilitazione è passata per Unbroken, il centro nazionale di cura fisica e psicologica dei mutilati di guerra, a Leopoli. Ha atteso più di tre mesi per la prima protesi e in circa un mese è tornato a camminare. Poi ha cominciato a correre, prima in palestra, poi all’aperto. Oggi ha 34 anni, vive a Leopoli ed è uno dei mentori di Unbroken: affianca i soldati feriti e li incoraggia a praticare sport e attività creative (ceramica, disegno, teatro).
Parlando a una platea di duecentocinquanta ragazzi, Chernenko ha spiegato perfettamente perché l’Ucraina combatte: perché agli ucraini è chiara una verità elementare, che la contraffazione propagandistica della guerra, alla quale l’opinione pubblica italiana è ormai assuefatta, cerca di dissolvere in un gioco di ombre geopolitiche.
La verità è che l’Ucraina combatte perché esiste, e moltissimi italiani ed europei non si capacitano della sua resistenza perché si ribellano alla sua stessa esistenza e non vogliono riconoscerla come un fatto storico, ma la considerano un teorema bellico e quindi una minaccia alla propria sicurezza. L’Italia pacifista pensa l’Ucraina come la Russia vuole che la si pensi: una provincia russa ribelle che mette a rischio la stabilità globale.
La disponibilità a considerare l’esistenza dell’Ucraina un costoso pretesto è ovviamente favorita dall’inclinazione a non credere nella libertà politica come effettiva condizione di possibilità di tutte le libertà umane, morali e materiali. Questo è l’altro grande successo della guerra ibrida russa: presentare i valori occidentali e i capisaldi della costruzione europea come principi falsi o degenerati. La libertà come menzogna o come entropia politica.
Chernenko, infatti, alle domande sulla guerra che Vladimir Putin non riesce a vincere in Ucraina ha sempre risposto partendo dalla guerra che noi stiamo perdendo in Europa, i cui esiti avranno conseguenze che andranno ben oltre i confini del suo Paese aggredito. Perché l’Ucraina combatte? Per le stesse ragioni per cui dovreste farlo anche voi – e non lo state facendo come dovreste.
Della testimonianza di Chernenko, la cosa più impressionante è stata la luce di normalità e l’assenza di enfasi con cui ha raccontato la sua vicenda umana. Ha fatto quello che doveva fare, perché non c’erano alternative umanamente accettabili. Non resta nulla di quello che siamo e che abbiamo se non lo difendiamo. L’uomo-massa pacifista, il señorito satisfecho di José Ortega y Gasset, che eredita la libertà come un figlio viziato eredita un palazzo, non volendo sostenerne il costo, finisce per disprezzarne il valore o per convincersi di poterne continuare a beneficiare senza pagare il prezzo di ciò che la rende possibile: la capacità di difenderla.
Figure come quella di Roman Chernenko, esemplari non perché straordinarie, ma, al contrario, perché assolutamente comuni nell’Ucraina aggredita, non finiranno mai nei salotti televisivi in cui imperversa la cattiva coscienza pacifista, perché ne rappresenterebbero uno specchio impietoso. Uno specchio che è meglio rompere o coprire con il virtuosismo antibellicista.
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Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.
In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.
Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.
Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».
Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».
Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.
Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.
Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.
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Anthropic, una delle principali corporation di intelligenza artificiale, la società che ha creato “Claude” per intenderci, ha annunciato che destinerà il cinque per cento delle proprie azioni a un “fondo di interesse pubblico”. Il fondo dovrebbe finanziare ricerche sulla disoccupazione tecnologica, donazioni a enti non profit e versamenti diretti a gruppi di cittadini, compresi quelli che l’IA lascerà senza lavoro. Se la quotazione in Borsa confermasse le valutazioni ipotizzate in questi giorni, il fondo varrebbe circa cento miliardi di dollari. Cinque manovre finanziarie del governo italiano.
Anthropic è nata in un ambiente vicino al cosiddetto effective altruism, un movimento cresciuto nelle università anglosassoni. L’idea di fondo è fare del bene in modo calcolato; scegliere le cause su cui intervenire sulla base dei dati disponibili con l’obiettivo di ottenere il maggior beneficio possibile. Il fondo proposto da Anthropic sembra declinare in concreto questa corrente di pensiero.
Si tratta di un’iniziativa ammirevole, non c’è dubbio. Da un punto di vista sistemico, però, ci costringe a fare domande scomode. L’organizzazione che sta guidando la rivoluzione tecnologica in corso decide da sola quanto restituire alla collettività e a quali condizioni. Tecnicamente, si tratta della definizione di beneficenza. In una democrazia, decidere come proteggere chi perde il lavoro spetta alla legge e alla contrattazione collettiva. Non spetta al consiglio di amministrazione di una società in procinto di quotarsi. Se un’impresa privata sente il bisogno di colmare un vuoto, è anche perché il welfare attuale non è sufficiente.
Le nostre tutele, del resto, sono state pensate per un mondo che sta scomparendo ma fatica ad arrendersi. La legge sui licenziamenti individuali per motivi economici risale al 1966, quella sui licenziamenti collettivi al 1991. Entrambe sono state più volte riformate ma restano agganciate a dinamiche vecchie, come generiche crisi aziendali e chiusure di reparti, non immaginando che in futuro un software avrebbe svuotato le mansioni di tanti colletti bianchi. Gli strumenti di riqualificazione dei dipendenti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva sono troppo deboli e spesso inefficaci. In questo modo i lavoratori si trovano esposti a uno tsunami tecnologico senza tutele effettive. Serve un welfare capace di accompagnare i dipendenti durante la transizione. Serve un legislatore che prenda decisioni tempestive.
Fino ad allora, se l’IA vi sostituisce, fate domanda di NASpI. Per il fondo di Anthropic il modulo non c’è ancora.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi
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C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.
Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni.
Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri.
Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.
Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.
Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.
Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.
Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.
Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.
La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.
L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.
Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.
E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.
L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.
La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.
A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.
Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.
Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria.
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Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.
C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.
Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.
Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.
I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.
Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.
Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.
Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.
C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.
Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.
Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.
C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.
Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.
E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.
Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.
Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.
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