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Le proteste degli studenti hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche e leggi speciali

29 October 2026 at 05:25

Nessun governo di qualunque segno politico, sotto qualsiasi cielo, teme più delle proteste di piazza. Quando il popolo butta a mare la rassegnazione ad accettare l’inaccettabile, bisogna prepararsi a qualcosa che nessun potere costituito, legittimo o no, può essere certo di controllare.

In Francia centinaia di migliaia di studenti scendono in strada contro il presidente della repubblica Macron e il suo governo minoritario per reclamare ciò che dovrebbe essere la normalità: che la scuola francese venga trattata come una priorità assoluta. Edifici fatiscenti, insegnanti latitanti, lezioni a singhiozzo. Alla deriva i giovani rispondono con l’occupazione degli edifici scolastici e qualche volta la violenza. Il governo ondeggia tra repressione e ricerca del dialogo. Il confronto non cessa. La protesta si coniuga con l’altro grande tema che scuote l’Europa: la guerra. I giovani europei non vogliono più sentir parlare di guerra, di riarmo, di arruolamenti obbligatori.

In Italia le proteste di piazza realizzate da studenti giovanissimi hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche della polizia e leggi speciali. Il governo ha varato l’ottavo pacchetto sicurezza, che definisce nuovi reati (molti dei quali già previsti e spacciati come nuovi), inasprisce le pene e introduce il fermo preventivo a carico di un minorenne sospettato di essere in procinto di commettere un reato. Si fanno intervenire i parà della Folgore, 500 uomini spediti a Milano per il giubilo di Matteo Salvini con poteri di pronto intervento in caso di disordini di piazza: impiego di blindati lince e droni, come se fossimo davvero sull’orlo della guerra civile.

Neppure ai tempi del terrorismo, quello vero, lo Stato reagì con mezzi tanto drastici. E’ bastata una giornata di assalti ai negozi del contro di Milano da parte di gruppi di esaltati per suggerire a Meloni di usare il pugno di ferro. Ispirato, si dice, dai sondaggi. E’ in corso la caccia al voto e tutto fa brodo.
Hanno persino scovato il regista dei disordini. E’ un giornalista italo-marocchino di seconda generazione, attivista Pro Pal (orrore…). I pm milanesi ne hanno chiesto l’arresto. Lo sospettano di aver tenuto i fili di un’organizzazione eversiva che avrebbe voluto attaccare le istituzioni dello Stato. Addirittura… Con quali mezzi? Con quali complicità? Con quali truppe d’assalto? Non s’è ancora capito.

L’ennesimo giro di vite è l’ultimo dei provvedimenti repressivi avviato dall’esecutivo. Il debutto col decreto anti-rave e via via una serie di interventi a gamba tesa sui diritti dei cittadini e di riflesso sulla Costituzione che li garantisce. Le nuove norme penali volute dal ministro Nordio, una barzelletta se non fossero realtà: obbligo di preavviso all’arrestando e a chi deve essere sottoposto a perquisizione. Abolizione del reato di abuso d’ufficio, che l’Europa ci invita invano a ripristinare; stretta alle intercettazioni, strumento principe per smascherare i rapporti illeciti fra politica e criminalità; bavaglio alla stampa (che spesso s’imbavaglia da sé).

La legge di riforma costituzionale mandata al macero dai cittadini col referendum avrebbe smontato la Costituzione e gli organi di garanzia (anzitutto la Magistratura), spalancando la strada al premierato e alla repubblica semipresidenziale. Fallita la spallata decisiva, Meloni riprova per vie traverse. Nessun dialogo con gli studenti, e neppure con autotrasportatori, pescatori, agricoltori messi in ginocchio dal caro carburanti figlio della guerra di Trump e Netanyahu all’Iran. Appena qualche aiutino spruzzato qua e là per provare a calmarli.

Un’opposizione consapevole ne avrebbe approfittato e si sarebbe intestata la protesta giovanile senza timore di venir accusata di favoreggiamento alla violenza, fenomeno marginalissimo e forse provocato (il G8 di Genova ha fatto scuola), per certo gonfiato dal governo e dall’informazione cortigiana al seguito per vellicare la pancia degli elettori di destra. Avrebbe raccolto e rilanciato le ragioni della rabbia giovanile che non nasce – come vorrebbe farci credere la destra – da soprassalti iconoclasti bensì da ragioni oggettive.

La società tracolla, travolta da politiche ingiuste, punitive verso i giovani, le donne e che incoraggiano, anziché provare a capovolgere, le sperequazioni sociali e censuarie. Ignora i disagi di chi perde il lavoro e non lo trova più, dei laureati che vedono il loro orizzonte professionale e di vita restringersi, la disperazione delle famiglie che non possono pagare affitti insostenibili e il disagio cronico dei pendolari di fronte al trasporto pubblico costoso e carente. Il castello di bugie traballa, occorre una spallata per farlo crollare. Se non ora, quando?

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Quella piazza è unica: perché le proteste dei ragazzi aiutano il clima

29 October 2026 at 05:43

Dal primo sciopero di Greta Thunberg nel 2018 ad oggi, la protesta climatica e l’attivismo climatico sono stati, o sono stati visti, come una lotta isolata, relativa unicamente alla questione del riscaldamento globale e all’aumento delle emissioni di gas serra. Un isolamento che non ha granché giovato alla causa climatica, spesso sentita come lontana, astratta teorica. In realtà, i Fridays For Future hanno sempre manifestato una spiccata sensibilità sociale e hanno sempre parlato di giustizia climatica, non solo di clima. Inoltre, in questi ultimi anni, la protesta di Greta Thunberg si è spostata, senza ovviamente dimenticare il clima, sui temi della pace e della guerra, della distruzione della Palestina, ma anche delle lotte operaie e del lavoro sfruttato, oltre che della contestazione del capitalismo tecnocratico globale.

Gli eventi di queste ultime settimane – le manifestazioni francesi, la vittoria degli studenti serbi, un capolavoro politico, la sconfitta di Bolsonaro, non certo un ambientalista, le piazze italiane – hanno diffuso nel mondo e nel nostro paese un liberatorio senso di protesta contro un sistema che sta letteralmente stritolando la vita delle persone. Cittadini che, sicuramente in Italia, si vanno impoverendo a causa dell’inflazione, dei salari stagnanti, di una politica che non ha più soldi strozzata com’è dal debito pubblico e dal riarmo. Per non parlare del tema delle pensioni, di cui poco si parla: cominciano ad andare in pensione le persone con il contributivo puro, e quindi importi da fame, specie se si hanno lavori precari alle spalle. E sarà sempre peggio, senza contare che quando si è anziani si ricorre in maniera massiccia alla sanità, che ha i problemi che purtroppo tutti sappiamo.

Queste piazza lottano dunque contro la povertà, le disuguaglianze, i redditi bassi, per la pace e contro la guerra. Ma direttamente e non indirettamente, lottano anche contro l’inquinamento e i grandi inquinatori, contro la distruzione ambientale, contro la paura concreta di condizioni esistenziali impossibili a causa del clima. Le proteste si uniscono, si fondono ed è giusto che sia così perché il nemico è soprattutto uno. Ovvero, come già detto, un sistema economico a cui non importa se a consumare tantissimo è la stessa persona, mentre masse non hanno nulla, purché si consumi. A cui non importa se i ricchi multimilionari si comprano decine di palazzi ciascuno nei centri storici delle nostre città, perché l’importante è che girino i soldi.

A fronte di questo, c’è una politica sempre più impotente, incapace di scalfire un modello più forte di tutto, a volte però persino incapace di dire che questo modello è atrocemente ingiusto e crea asimmetrie insostenibili. Ma le persone, che vivono la vita reale, hanno capito che non bastano briciole sociali, che occorre una messa in discussione radicale delle condizioni attuali e per questo votano sempre di più la destra radicale o la sinistra radicale. Coalizioni e partiti che, almeno a parole, dichiarano di voler combattere queste iniquità, non dare soldi alle armi, aiutare le persone singole a sopravvivere.

Certo, le destre radicali purtroppo non solo non sono ambientaliste, ma anzi vogliono eliminare ogni misura ambientale perché ritengono che siano soldi sottratti a persone e imprese. Ma almeno a sinistra, il tema climatico mi sembra, per fortuna, ormai intrecciato, sia nelle piazze che nelle agende politiche, con quello sociale. E da questo senz’altro la questione del contrasto al riscaldamento, dell’adattamento e della mitigazione può trarre giovamento, invece che restare in un isolamento che non aiuta.

Aspettiamo ovviamente il programma del campo largo, dove ci auguriamo che i temi siano non solo accostati, ma letteralmente siano facce diverse di una stessa medaglia, perché così è. Senza paura, speriamo, di perdere voti se si parla di clima e senza timore di legare l’ambiente al resto, come se gli italiani non avessero ormai capito che occorrono azioni forti su questo tema. Perché, alluvioni a parte, tra alcuni mesi l’estate tornerà. E sarà torrida come sempre, su questo, purtroppo, non ci sono dubbi.

***

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Francia, Serbia, Brasile: quando i popoli si uniscono contro il potere

29 October 2026 at 05:40

In Italia è necessario unire le lotte in attuazione dei diritti. Dal caro vita, alle bollette, dalla benzina e il gasolio, ai prezzi al consumo, dallo sfruttamento del lavoro, alla giustizia negata, dalle guerre e ai genocidi, ai cambiamenti climatici e ai disastri ambientali, per non parlare di sanità e formazione pubblica. Una violenza politica, economica ed istituzionale devastante contro i diritti. È necessario costruire un fronte popolare che metta insieme le energie delle persone per attuare la Costituzione di fronte agli abusi del potere. Questa necessaria strategia, anche di natura organizzativa, per attuare la Costituzione e riprendersi i diritti, deve saper guardare anche a quanto accade nel mondo.

In Francia si agita un clima rivoluzionario che evidenzia come il conflitto sociale non si può più contenere e stia per esplodere. In Serbia si registra la vittoria di studenti e giovani che fotografa una pagina straordinaria di lotta contro l’establishment del potere. In Spagna manifestazioni e lotte spingono il potere verso politiche di giustizia ed eguaglianza sociale. La vittoria in splendida rimonta di Lula in Brasile impedisce allo zerbino politico di Trump di mettere gli artigli famelici anche sul più grande polmone di vita del pianeta: l’Amazzonia. In Israele il criminale Netanyahu non ha più la forza di prima ed avanzano i partiti arabi, pur comunque in un quadro complessivo politico ed istituzionale indegno che non prende mai le distanze dal genocidio del popolo palestinese. Tra qualche giorno Trump potrebbe avere un brutto risveglio nelle elezioni di medio termine negli Usa.

Il mondo però non gode di buona salute e va male, lo stato di diritto è duramente calpestato, il cambiamento climatico è drammaticamente una realtà sconvolgente che cresce di mese in mese alla velocità della luce, le guerre si allargano e le violenze imperialiste e colonizzatrici sono sempre forti e provocano morti, sfruttamento e migrazioni umane gigantesche. Ma non tutto è assolutamente perduto se i popoli avranno la voglia e la capacità di unire le lotte e provare a dimostrare che gli oppressi possono sconfiggere gli oppressori per costruire in altro mondo possibile.

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Le proteste degli studenti hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche e leggi speciali

29 October 2026 at 05:25

Nessun governo di qualunque segno politico, sotto qualsiasi cielo, teme più delle proteste di piazza. Quando il popolo butta a mare la rassegnazione ad accettare l’inaccettabile, bisogna prepararsi a qualcosa che nessun potere costituito, legittimo o no, può essere certo di controllare.

In Francia centinaia di migliaia di studenti scendono in strada contro il presidente della repubblica Macron e il suo governo minoritario per reclamare ciò che dovrebbe essere la normalità: che la scuola francese venga trattata come una priorità assoluta. Edifici fatiscenti, insegnanti latitanti, lezioni a singhiozzo. Alla deriva i giovani rispondono con l’occupazione degli edifici scolastici e qualche volta la violenza. Il governo ondeggia tra repressione e ricerca del dialogo. Il confronto non cessa. La protesta si coniuga con l’altro grande tema che scuote l’Europa: la guerra. I giovani europei non vogliono più sentir parlare di guerra, di riarmo, di arruolamenti obbligatori.

In Italia le proteste di piazza realizzate da studenti giovanissimi hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche della polizia e leggi speciali. Il governo ha varato l’ottavo pacchetto sicurezza, che definisce nuovi reati (molti dei quali già previsti e spacciati come nuovi), inasprisce le pene e introduce il fermo preventivo a carico di un minorenne sospettato di essere in procinto di commettere un reato. Si fanno intervenire i parà della Folgore, 500 uomini spediti a Milano per il giubilo di Matteo Salvini con poteri di pronto intervento in caso di disordini di piazza: impiego di blindati lince e droni, come se fossimo davvero sull’orlo della guerra civile.

Neppure ai tempi del terrorismo, quello vero, lo Stato reagì con mezzi tanto drastici. E’ bastata una giornata di assalti ai negozi del contro di Milano da parte di gruppi di esaltati per suggerire a Meloni di usare il pugno di ferro. Ispirato, si dice, dai sondaggi. E’ in corso la caccia al voto e tutto fa brodo.
Hanno persino scovato il regista dei disordini. E’ un giornalista italo-marocchino di seconda generazione, attivista Pro Pal (orrore…). I pm milanesi ne hanno chiesto l’arresto. Lo sospettano di aver tenuto i fili di un’organizzazione eversiva che avrebbe voluto attaccare le istituzioni dello Stato. Addirittura… Con quali mezzi? Con quali complicità? Con quali truppe d’assalto? Non s’è ancora capito.

L’ennesimo giro di vite è l’ultimo dei provvedimenti repressivi avviato dall’esecutivo. Il debutto col decreto anti-rave e via via una serie di interventi a gamba tesa sui diritti dei cittadini e di riflesso sulla Costituzione che li garantisce. Le nuove norme penali volute dal ministro Nordio, una barzelletta se non fossero realtà: obbligo di preavviso all’arrestando e a chi deve essere sottoposto a perquisizione. Abolizione del reato di abuso d’ufficio, che l’Europa ci invita invano a ripristinare; stretta alle intercettazioni, strumento principe per smascherare i rapporti illeciti fra politica e criminalità; bavaglio alla stampa (che spesso s’imbavaglia da sé).

La legge di riforma costituzionale mandata al macero dai cittadini col referendum avrebbe smontato la Costituzione e gli organi di garanzia (anzitutto la Magistratura), spalancando la strada al premierato e alla repubblica semipresidenziale. Fallita la spallata decisiva, Meloni riprova per vie traverse. Nessun dialogo con gli studenti, e neppure con autotrasportatori, pescatori, agricoltori messi in ginocchio dal caro carburanti figlio della guerra di Trump e Netanyahu all’Iran. Appena qualche aiutino spruzzato qua e là per provare a calmarli.

Un’opposizione consapevole ne avrebbe approfittato e si sarebbe intestata la protesta giovanile senza timore di venir accusata di favoreggiamento alla violenza, fenomeno marginalissimo e forse provocato (il G8 di Genova ha fatto scuola), per certo gonfiato dal governo e dall’informazione cortigiana al seguito per vellicare la pancia degli elettori di destra. Avrebbe raccolto e rilanciato le ragioni della rabbia giovanile che non nasce – come vorrebbe farci credere la destra – da soprassalti iconoclasti bensì da ragioni oggettive.

La società tracolla, travolta da politiche ingiuste, punitive verso i giovani, le donne e che incoraggiano, anziché provare a capovolgere, le sperequazioni sociali e censuarie. Ignora i disagi di chi perde il lavoro e non lo trova più, dei laureati che vedono il loro orizzonte professionale e di vita restringersi, la disperazione delle famiglie che non possono pagare affitti insostenibili e il disagio cronico dei pendolari di fronte al trasporto pubblico costoso e carente. Il castello di bugie traballa, occorre una spallata per farlo crollare. Se non ora, quando?

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Vetrine e saccheggi, a sinistra c’è il vuoto. Perché nessuno ha visto arrivare questi giovani?

28 October 2026 at 14:26

Certo è grave che nessuno a sinistra li abbia visti arrivare questi giovani che da settimane mettono a ferro e fuoco città come Milano, Roma, Bologna (per non parlare di Parigi e della Francia intera). Grave perché il mancato avvistamento prova ancora una volta come da quelle parti non siano più in grado di cogliere gli umori della società e i relativi bisogni.

Eppure, dovrebbero essere proprio pane per i denti di quelle forze politiche che dichiarano di voler rappresentare fasce sociali subalterne, bisognosi, ultimi. Malauguratamente, nel momento del bisogno esse si sono rivelate desolatamente inadeguate. Dipenderà forse dalla loro ormai inesistente presenza sul territorio, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei luoghi di aggregazione. Giovani incappucciati e spesso minorenni privi di qualsivoglia slogan politico che non attaccano sedi di partito (almeno per adesso) o simboli istituzionali, ma depredano negozi, arraffano beni di lusso e non, biciclette, felpe, scarpe, persino torte e dolci magari per festeggiare. Che cosa ci dicono quelle vetrine rotte e questi saccheggi?

Ci dicono per cominciare che la protesta spontanea non nasce dal sentirsi parte di una classe sfruttata, come nelle lotte politico-sindacali dell’Otto-Novecento. Sembra invece alimentata dalla rabbia di sentirsi esclusi dal circuito dei consumi. Questi ribelli non reclamano un’utopia, una città ideale. Vogliono le stesse scarpe e gli stessi marchi che vedono addosso ai ricchi che magari odiano. Non contestano il modello sociale consumistico di cui sono vittime, lo hanno anzi interiorizzato al punto da essere incapaci di mettere nel mirino il sistema che lo produce e che li esclude.

Davanti a queste novità, la sfida per il cambiamento è certamente impegnativa. La sinistra storica aveva un soggetto sociale di riferimento facilmente riconoscibile, la classe operaia, collocata nella sfera della produzione delle merci e lì rintracciabile. Aveva un avversario chiaramente identificabile, la borghesia. E, grazie al marxismo nelle sue infinite declinazioni, aveva un mito, il socialismo. Oggi il soggetto sociale di riferimento è frantumato, polverizzato nella sfera dei consumi e nel limbo del precariato, sensibile solo alla capacità che ha di consumare merci. L’avversario ha mutato pelle e cambiato volto, il sistema capitalistico non è più soltanto la fabbrica e nemmeno la tradizionale finanza, una decina di grandi multinazionali, soprattutto quelle che la fanno da padroni nei più sofisticati settori tecnologici, governano il mondo. E la città ideale, il mito? Evaporato, svanito, anche a causa delle terribili esperienze consumate nei cosiddetti paesi del socialismo reale.

Ebbene, di fronte a questi sconvolgenti della struttura sociale, come si attrezzano i nostri partiti progressisti? Si professano come sempre paladini dei più deboli, degli indifesi, degli emarginati. Salvo non sapere più, almeno questa è l’impressione, dove stiano costoro e che cosa essi veramente desiderano. Non sembra abbiano la capacità di analizzare la disarticolazione sociale e soprattutto, al di là della voglia di essere più radicali o di rincorrere il fantomatico centro, non aspirano neanche ad identificare un soggetto sociale definito (meglio essere vaghi per prendere più voti) a cui ancorarsi. Soprattutto pare si vergognino a porsi una domanda elementare: visti gli eccessi, come va riformato, o superato, questo capitalismo rapace che sta divorando persino sé stesso?

Certamente nessuno, ragionevolmente, dovrebbe accontentarsi di riproporre vecchie, inefficaci ricette pseudoriformiste. E soprattutto nessuno può più rimettere in campo il socialismo vecchia maniera come approdo. Ma se non è l’uno né l’altro, che cosa? Ad oggi, il vuoto assoluto. Che non presidia più niente delle antiche aspirazioni della sinistra e lascia spazi immensi di conquista agli avversari, l’ultima versione, la più rapace, del capitalismo.

Servirebbe un pensiero all’altezza del tempo, con un progetto di società alternativa in grado di superare le disuguaglianze sociali che ci stanno distruggendo con le discriminazioni che ne conseguono. Sono i nostri progressisti in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento? Ne hanno la voglia? Sono vocati a questi scopi o vogliono solo presidiare un campo per scopi elettorali senza esaudire la domanda politica che da quel campo sembra levarsi?

Se è vero che i giovani che si ribellano non hanno un programma politico, è pur vero tuttavia che le loro proteste si manifestano ormai in ogni angolo della vecchia Europa (e non solo). Agli smagati superstiti della tradizione comunista, quelli formati nella famosa scuola di Frattocchie (ce ne sono ancora tanti in circolazione a sinistra), non dovrebbe sfuggire che le nuove leve che irrompono sulla scena invadendo le città e distruggendo negozi potrebbero in fondo essere espressione di quelle forze di produzione di marxiana memoria che spingono e si ribellano perché l’organizzazione sociale e la relativa sovrastruttura politica sono ormai di ostacolo al loro dispiegarsi. Una volta questa roba loro l’avrebbero chiamata prodromo di una rivoluzione. Una situazione nella quale, mancando una risposta adeguata, anche le forze che si rappresentano come di sinistra rischiano di essere spazzate via con il vecchio mondo.

Di fronte a queste sommosse, il disorientato elettore della sinistra, anche se in molti casi gradisce queste manifestazioni (vedere sondaggi), preferirebbe di gran lunga delle riforme, purché serie. Il salario minimo, che in quanto salario ai suoi occhi sempre una forma di sfruttamento è, non sembra bastare. Si vorrebbe di più per intaccare questo modello di società ingiusta. Ma se la rivoluzione no, per carità, allora, cosa può ed è in grado di offrirgli questa sinistra?

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“Non ci arrivi, qui con me non ci parli più. Voi siete due Fonzie… che fa rima con…”: Paolo Del Debbio perde la pazienza e va su tutte le furie con due attivisti a Dritto e Rovescio

28 October 2026 at 11:00

Dopo Bruno Vespa, tocca a Paolo Del Debbio. Le manifestazioni dei giorni scorsi spopolano nei talk show generando scontri accesi tra ospiti e conduttori. Un tema approdato anche a “Dritto e Rovescio” lo scorso 22 ottobre: “Non ci arrivi, qui con me non ci parli più“, ha tuonato Paolo Del Debbio interrompendo il confronto con Ezou Lalaoui e Marina Wildt, entrambi attivisti del PCR (il Partito Comunista Rivoluzionario). Il conduttore stava dando spazio al caso di Ivan, presentato come “l’eroe anti-maranza” e vittima di un pestaggio durante i disordini, il padrone di casa, come ricostruisce Fanpage.it, ha più volte chiesto ad entrambi di dissociarsi e di condannare chi commette quelle azioni.

“Bisogna chiedersi perché è successo questo. Si sta semplificando il dibattito sul ‘chiedi scusa o no'”, hanno replicato i due attivisti ovviamente slegati dal caso in questione e da responsabilità dirette nei disordini. “Fonzie non riusciva mai a dire di aver sbagliato. Voi siete due Fonzie… che fa rima con…”, le parole di Del Debbio, che ha citato il celebre personaggio di “Happy Days”, senza pronunciare apertamente la parola “str**i”.

Lalaoui e Wildt in un’intervista a Fanpage.it hanno spiegato di aver preso parte agli scioperi del 17 ottobre ma di non aver partecipato agli scontri violenti, anche se a “Dritto e Rovescio” la puntata sembrava costruita per far rispondere delle violenze commesse da altri: “E’ uno schema ricorrente della Tv e di alcuni giornali. C’è il tentativo costante di associare l’intero movimento alle azioni violente di pochi. (…) Quello di Del Debbio è stato un modo per delegittimarci, come se non avessimo idee ben strutturate da portare avanti in un confronto. Per anni hanno dipinto i giovani come disinteressati alla politica, adesso che ci mobilitiamo non va bene lo stesso. È lo stesso trattamento paternalistico che viene riservato anche ai lavoratori, a cui si ripete che non si possono alzare gli stipendi e che certi temi non li riguardano. Noi pensiamo invece che spetti proprio al movimento giovanile e ai lavoratori rimettere radicalmente in discussione il sistema”, il racconto degli attivisti.

“Sapevamo di trovarci di fronte a interlocutori con idee diverse dalle nostre a Dritto e Rovescio, ma speravamo quanto meno di riuscire ad avere un contraddittorio. Manca, secondo noi, uno spazio mediatico che rifletta il reale dibattito della società, in tutte le sue tendenze. Molti giovani non guardano più la televisione, non leggono più i giornali, proprio per questo motivo”, hanno concluso.

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Così la rabbia degli studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande

28 October 2026 at 05:24

di Francesca Carone

A furia di ascoltare come un disco rotto le misure “preventive” governative “belliche” pro-riarmo e compagnia bella, i giovani e i meno giovani, e perché no anche anziani, hanno deciso di capovolgere la narrazione radical-chic dei media diventando essi stessi la narrazione. Se la politica e l’informazione non li ascoltano e non parlano di loro sono loro che portano l’informazione e la politica con loro. Nelle piazze. È la guerra partigiana moderna combattuta anche nei circuiti virali. È la strategia moderna della protesta urbana che si combatte a colpi di piazza e social. Se tutto passa dai social-media e dall’ informazione a ciclo continuo, “cotta e mangiata”, è anche da lì che deve passare il dissenso giovanile-adolescenziale, declassato e sabotato da molti operatori dell’informazione come la guerra dei Maranza, sfaticati, alienati e arrabbiati; “fenomeno” oscuro del dissenso giovanile dato in pasto come “salvagente” alla crisi economica e sociale dalla propaganda politica, dall’informazione pilotata e da una buona parte dei social.

Così la rabbia dei giovani studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande. Più forte. Più intima e accorata.

Lo scandaloso e offensivo monologo di Bruno Vespa nei confronti della coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Sabrina Brizzola, si trasforma in un monito per giovani e meno giovani a scendere in piazza piuttosto che trastullarsi negli happy hour o nei tour notturni per locali e discoteche. I giovani hanno ormai capito che è arrivato il momento di farsi ascoltare per interrompere il corto circuito della pericolosa dissolvenza e della declinante invisibilità in cui sta scivolando la loro generazione. E non solo.

Dietro la loro protesta c’è quella delle loro famiglie, anche loro condannate all’ invisibilità e ad una sotterranea ed inevitabile indifferenza. Il malcontento nasce alla radice. Dal quel terreno nascosto e arido che sta depauperando il tessuto sociale del nostro Paese. Le famiglie si disgregano, soffrono e, nel migliore dei casi, sopravvivono nell’ indifferenza e nel silenzio della politica, sorda ai loro richiami e troppo impegnata nella propaganda di decretifici e storytelling pre-elettorali. Così tutto diventa paurosamente liquido e inafferrabile. Ognuno procede secondo mete e obiettivi dettati dai propri bisogni e necessità.

In questo agone smembrato e caotico le voci si rincorrono e la narrazione si sfilaccia, si indebolisce diventando piatta e inascoltata, trasformandosi in una sorta di brodo primordiale dove tutto è il contrario di tutto, dove vittima e carnefice si confondono diventando “mangime” virale per social e informazione. I problemi si rincorrono e le narrazioni si sovrappongono entrando in un vortice pericoloso dove le voci rischiano di diventare suoni inascoltati e le azioni una corsa a chi difende meglio il proprio orticello: la politica, con l’ennesimo inutile decreto Sicurezza, nascondendo la protesta legittima e pacifica dei giovani studenti, la guerriglia urbana dei maranza, come sfida e risposta alla crisi della famiglia e della scuola.

E poi la paura della gente, dei commercianti e la vorticosa dialettica dell’informazione che legittima e delegittima questa o quella causa. Così la confusione genera rabbia, ansia, alienazione con il rischio di una grossa implosione. Ecco allora la sfiducia, la frammentazione della verità, dei valori e della società. Di qui il fenomeno dell’astensionismo, della crisi dei valori, del disorientamento etico e politico. In questo scenario funesto, anche il dissenso giovanile rischia di diventare strabico e diafasico: il linguaggio violento dei facinorosi e provocatori distoglie lo sguardo dalla protesta legittima dei giovani che inevitabilmente assume una dimensione distopica priva di visione e futuro.

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Siamo all’ottavo decreto sicurezza. Ma la frustrazione dei giovani non si cancella così

28 October 2026 at 05:22

Siamo all’ottavo decreto sicurezza. A questo punto è evidente che continuare a invocare l’ordine pubblico per giustificare nuove leggi diventi solo propaganda; anzi, il modo più comodo per evitare domande scomode ed eludere risposte impegnative.

Se sette decreti sicurezza non sono stati sufficienti a impedire il ripetersi delle proteste e delle tensioni sociali, forse il problema non è soltanto l’assenza di norme o la loro insufficiente severità, ma ciò che la politica continua ostinatamente a non vedere.

E’ stato detto e ripetuto più volte: le proteste di piazza non possono essere liquidate come una questione di polizia, né affrontate esclusivamente con gli strumenti repressivi. La violenza non è giustificabile, va perseguita e la sicurezza dei cittadini va garantita. Ma trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico significa confondere gli effetti con le cause, reprimere il sintomo e lasciare intatta la malattia.

Ormai, dovrebbe essere chiaro che, al di là delle rivendicazioni specifiche riguardanti il mondo della scuola, nelle proteste emerge una domanda molto più profonda, che i giovani studenti ripetono e scrivono a caratteri cubitali sugli striscioni che mostrano durante le proteste: “Vogliamo un futuro”. Che significa avere opportunità di lavoro dignitose, non essere condannati alla precarietà, poter costruire una vita senza dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine. Ma anche: vivere in un mondo in pace, ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, partecipare alle decisioni che riguardano il proprio domani: è questa la sicurezza che manca, quella che nessun decreto può garantire da solo.

Sono richieste e aspirazioni che dovrebbero interrogare la politica ben più di qualche slogan urlato in piazza. Si può contenere una protesta, ma non si cancella con un decreto la frustrazione di una generazione che non vede prospettive.

La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. Per questo deve essere sostituita dalla speranza, che si alimenta non attraverso prediche moralistiche, ma con risposte concrete. E qui il pensiero va inevitabilmente alla mobilitazione degli studenti in Serbia, la quale dimostra che una generazione organizzata può diventare protagonista e non semplice spettatrice del proprio destino, pur in presenza di un partito – quello di Vučić – che nell’ultimo decennio aveva progressivamente preso il controllo di istituzioni e media, governando in modo illiberale.

Sia ben chiaro, ogni situazione è diversa dall’altra: Italia e Serbia hanno storie, culture e tradizioni diverse. Tuttavia, per incidere sull’agenda politica e cambiare la direzione imboccata servirebbe un progetto capace di unire le nuove generazioni attorno a obiettivi comuni, superando la frammentazione e la protesta fine a se stessa, progetto fondato sui valori fondamentali affermati dalla Costituzione (lavoro, giustizia sociale, ripudio della guerra), dei quali i giovani, e non solo, avvertono il tradimento.

La politica, pertanto, dovrebbe smettere di domandarsi soltanto come fermare i giovani e cominciare a chiedersi perché non si fidino più delle istituzioni. La sicurezza non si può costruire soltanto imponendo divieti e sanzioni, bensì offrendo diritti, opportunità e prospettive. E se un Governo si preoccupa solo di perseguire le violenze e i saccheggi delle vetrine dei negozi, dimenticando ciò che chiede la stragrande maggioranza di coloro che protestano pacificamente, nonché di dare risposte al disagio sociale, che è reale, si rischia di lasciare un Paese in ginocchio e senza futuro.

Per questo serve un impegno immediato e verificabile: un piano nazionale per l’occupazione giovanile, investimenti nella scuola pubblica, misure concrete contro la precarietà e le disuguaglianze, iniziative diplomatiche credibili per la pace e strumenti permanenti di partecipazione degli studenti alle decisioni politiche.

Serve, altresì, un protagonismo nuovo dei giovani: reti studentesche, mobilitazioni pacifiche e un programma comune capace di trasformare la protesta in proposta. Non basta scendere in piazza per denunciare ciò che non funziona: bisogna costruire insieme ciò che dovrebbe cambiare. La politica è chiamata a rispondere, ma i giovani devono poter diventare parte attiva di questa risposta.

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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

27 October 2026 at 17:26

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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Proteste e violenze: attenzione a non confondere la causa con l’effetto

27 October 2026 at 15:08

Uno dei più grandi errori che può commettere la mente umana è quello di confondere la causa con l’effetto. È esattamente il rischio che corriamo in questo tempo sciagurato, pensando che la barbarie sociale sia il frutto di estremisti violenti, come gli studenti, gli autotrasportatori o gli agricoltori che, fra l’altro, in buona parte avevano votato la parte politica che oggi siede al governo.

Se poi alla confusione tra la causa e l’effetto si aggiunge anche l’incapacità di attuare una visione di insieme, comprendendo che la Storia è un flusso unitario di eventi che si evolvono nel tempo, per cui le cose brutte che accadono non sono episodi scollegati da un prima che li ha generati e da un dopo che ne è la conseguenza, allora ci ritroviamo immersi del tutto nel disastro cognitivo.

Il guaio è che il tipo di società iper-spettacolarizzata in cui ci troviamo immersi favorisce proprio i due errori di cui sopra, proponendo un tipo di comunicazione frammentata per cui la nostra attenzione viene concentrata ossessivamente sugli alberi (singoli episodi scollegati), impedendoci di vedere la foresta (l’insieme), per riprendere la metafora di quel grande pensatore dimenticato che è stato il tedesco Günther Anders (1902-1992).

È con questo meccanismo perverso e scorretto che si può far passare l’idea che esiste un problema sociale, rappresentato dal ritorno di un estremismo eversivo che assume i connotati di ragazzi, lavoratori e categorie disagiate nelle cui proteste accadono, in grande minoranza, episodi violenti che purtroppo sono fisiologici. Perché davvero non si capisce, quel fenomeno curioso in base al quale in guerra esistono vittime collaterali ed episodi di violenza gratuita, mentre in una protesta sociale di persone esasperate dovrebbe filare tutto liscio come in un pranzo di gala per educande.

Sarà pur vero, insomma, che in guerra è responsabile primario chi quel conflitto lo provoca, esattamente come di fronte a una folla esasperata lo è chi, governando male, ha generato quell’esasperazione diffusa.
Non mi pare corretto, né certamente funzionale alla comprensione, individuare i colpevoli nei ragazzi, nei lavoratori, o in generale nelle categorie sociali allo stremo che scendono in piazza, concentrandosi sugli scontri con le forze dell’ordine e pretendendo di individuare presunte “menti” eversive che stanno dietro a tutto ciò. Magari dimenticando che viviamo in un paese con gli stipendi fermi agli anni Novanta del secolo scorso, mentre ministri, deputati, governatori locali etc. si sono aumentati i compensi, negli ultimi trent’anni, del duemila per cento.

Come certamente non è corretto dimenticare che sono oltre centomila i ragazzi che, ogni anno, devono abbandonare l’Italia perché qui non c’è lavoro, perché si pretende di compensarli con retribuzioni da fame, perché posti e assunzioni vengono stabiliti sulla base di raccomandazioni, parentele, affiliazioni di varia natura. Per tacere del degrado in cui sono state lasciate cadere la scuola e la sanità, veri e propri indicatori del grado di civiltà di una nazione, oltre che fondamenta imprescindibili del futuro. Senza contare le lezioni ipocrite e pelose che adulti privilegiati, perlopiù grazie al proprio talento per la genuflessione verso i potenti di turno – Bruno Vespa è solo la punta di un iceberg per il quale augurarsi il riscaldamento globale – vorrebbero impartire ai giovani rispetto alla condanna della violenza o alla difesa dello Stato liberale.

Un solo buon esempio educa più di mille parole, sosteneva un grande pedagogista, e se l’esempio è quello di governi occidentali che hanno consentito, nel silenzio più glaciale, lo sterminio del popolo palestinese – per non parlare dell’imperialismo predatorio attuato lungo i secoli contro popolazioni ed etnie considerate inferiori – non vedo da quale pulpito ci si possa ergere a maestri di vita nei confronti di questi ragazzi. Senza dimenticare, a proposito delle lezioni di liberalismo, che già nel XVII secolo il padre del liberalismo (John Locke) aveva stabilito il diritto del popolo a insorgere contro governanti ingiusti o dispotici.

Quei ragazzi, insieme ai lavoratori e alle persone che scendono in piazza, stanno impartendo una grande lezione di educazione sociale, di sanità mentale e di liberalismo. Esattamente i valori occidentali traditi da governanti sciagurati, incapaci e spesso corrotti. Chiunque intenda presentarsi come alternativa ai suddetti deve assumersi tutta la responsabilità di questo tempo sciagurato, senza perdersi in diatribe e divisioni interne che, di fronte al collasso sociale, sarebbero vissute come l’ennesimo tradimento criminale. Intelligenti pauca, dicevano i latini quando non servivano troppe parole.

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Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

26 October 2026 at 13:32

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

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Un dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte

23 October 2026 at 06:03

Sono “tumulti politicamente illeggibili” quelli che abbiamo visto nelle strade di Milano, negli assalti alle scuole occupate di Torino? O anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono “azioni collettive dotate di una loro politicità”? Sono un fattore di sabotaggio o di inasprimento di altre proteste apertamente organizzate? A quanto pare, piccole sigle stanno cercando di “reclutare”, indirizzare, o comunque intercettare quei tumulti. Al contempo, da alcune ricostruzioni emerge che le azioni sarebbero opera di piccoli gruppi impolitici eterodiretti da ben più politicizzati agglomerati estremisti di tutt’altro segno. Qualcuno ha parlato addirittura di una pressione russa e questa linea è stata subito sposata da Crosetto, che ha chiamato in causa una “guerra ibrida” contro l’Occidente. Peccato che gli agenti di questa guerra ibrida, che in realtà opera contro l’ordine democratico, siano spesso amici del governo italiano e dell’internazionale nera che lega Putin, Netanyahu, Bolsonaro e Trump.

In realtà, quello che vediamo non è un fenomeno inedito, benché questa volta sorprenda per le dimensioni: negli scorsi anni era già successo, per esempio col saccheggio dei negozi di via Roma a Torino nel 2020. Quei ragazzi non chiedevano di tassare i ricchi o mettere un freno agli dei della moda e del jet set. Volevano qualcosa per loro come risarcimento di tanti pomeriggi bui.

Quindi il punto è: che cosa, dentro di loro e non all’esterno, muove le loro azioni? È comunque una rivolta degli ultimi contro “i ricchi” e i simboli del loro status quo? È pura invidia sociale di chi è irretito da una selvaggia logica consumistica? I protagonisti sono giovani migranti di seconda generazione, a tutti gli effetti italiani a cui viene negata una cittadinanza piena e promessa marginalità quando non remigrazione? Sono giovani anche italiani che abitano le periferie di città sempre più plasticamente escludenti e stratificate?

Vorrei partecipare a uno sforzo collettivo, che coinvolga tanti attori diversi, di comprendere tutto ciò. Per questo nei prossimi giorni proverò a incontrare e parlare con alcuni di quei giovanissimi, anche detenuti nelle carceri minorili, coinvolti nei fatti delle scorse settimane. Sarebbe il caso di chiedere a loro – se mai avranno voglia di dirlo a noi – che cosa stanno facendo e perché.

Qualcosa, però, lo sappiamo: esistono territori e quartieri da cui è stato smantellato tutto, ogni forma di aggregazione e partecipazione, insieme alle politiche giovanili e alla prevenzione. Esistono fasce di popolazione strutturalmente marginalizzate e moltitudini di ragazzini e ragazzine invisibili fino a una settimana fa.

Un altro dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte, ma ogni volta che detona la rabbia sociale, la destra e i suoi canali di informazione la liquidano come caos.

Ogni fatto che origina da forme di disagio è bollato come delinquenza, verso cui si invocano pene sempre più severe. Lo sanno bene gli attivisti per il clima e contro il genocidio in Palestina. Non importa se i protagonisti di quei fatti siano ragazzini sempre più giovani, in certi casi poco più che bambini. Perciò il governo prepara già un’ulteriore stretta repressiva sui minori, nonostante l’intervento di Mattarella.

Milano è sempre più militarizzata, si diffonde una strategia della paura che innesca psicosi collettive. Il desk dell’Università Bocconi scrive a tutte le studentesse di non circolare da sole. Chat sconosciute diffondono sui cellulari di chiunque allarmi palesemente fake su prossimi appuntamenti per stupri collettivi o pestaggi massivi. Intanto, Hub for Defenders ha attivato un team legale che sta seguendo i circa 30 arrestati: in gran parte sono ragazzi rastrellati a caso e chiaramente razzializzati; minorenni trattenuti per 12 ore senza nemmeno avvisare i genitori.

Tutto questo, ovviamente, non avrà alcun effetto sui fenomeni di rabbia giovanile, se non quello di inasprirla ed esacerbarla. Invece – ma la destra lo sa e lo vuole – rappresenterà un ulteriore colpo a ogni tentativo di tradurre rabbia e senso di ingiustizia in partecipazione politica e conflitto organizzato.

Intanto dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Albania, dal Portogallo all’Italia le piazze si riempiono di una protesta che ha un colpevole reale e nominato chiaramente: il carovita. In Italia l’inflazione ha gravato con 1.326 euro in più all’anno a famiglia solo per fare la spesa. I salari reali sono scesi del -8,7% dal 2008. L’incidenza della povertà assoluta, che già per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

In questo contesto il governo mette da parte miliardi per il riarmo e taglia i carnet ai pendolari. I cani da guardia del capitalismo cleptomane e dei signori della guerra, che mietono vittime e miseria, non dicono mai nulla contro le ingiustizie profonde di un mondo che vogliono lasciare proprio così com’è. Invece, si mostrano sempre molto indignati dalle vetrine rotte.

Mastri vetrai dello status quo.

Noi siamo dalla parte di chi lavora, studia, produce e non arriva a fine mese. E vogliamo trovare risposte per una generazione a cui è stata promessa solo incertezza e paura, per fasce sociali relegate a un vissuto di frustrazione e inaccessibilità di tutto. Di certo non serve spalancare di più le porte delle carceri né aprire canali di deportazione legalizzata. Servono spazi di partecipazione giovanile, occasioni per prendere coscienza di una deprivazione sistemica, ma soprattutto strumenti per disarticolare la ghettizzazione e restituire alle persone la speranza di poter investire sul proprio futuro.

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