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Il manifatturiero italiano è il tallone d’Achille della cybersicurezza

30 October 2026 at 03:45

Il manifatturiero italiano è il settore più colpito dagli attacchi informatici nel nostro Paese. Non è soltanto una questione di frequenza: il dato assume un significato particolare se confrontato con la distribuzione globale degli incidenti, dove l’industria manifatturiera pesa molto meno. È uno dei segnali che emergono dall’ultimo rapporto Clusit sulla cybersecurity, dedicato al primo semestre del 2026: mentre il cybercrime cambia bersagli e metodi, la sicurezza informatica diventa sempre più una questione di continuità produttiva e di tenuta del sistema economico.

In sei mesi il Clusit ha censito 4.911 incidenti informatici gravi nel mondo, il numero più alto mai registrato in un singolo semestre. Sono il 105 per cento in più rispetto alla seconda metà del 2025 e il 71 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La media è salita a 819 incidenti al mese, contro i 439 del 2025 e i 171 del 2021. Tra gennaio e giugno è stato raggiunto il 93 per cento del totale degli incidenti censiti nell’intero anno scorso.

Il dato richiede però una precisazione. La crescita si concentra negli episodi per i quali non è stato possibile identificare la tecnica utilizzata: gli incidenti classificati come undisclosed sono passati dai 943 del primo semestre 2025 ai 3.321 del 2026, circa due terzi del campione. Al contrario, gli incidenti per cui la tecnica è nota sono diminuiti da 1.930 a 1.590. Il Clusit parla di un «paradosso della trasparenza»: aumentano le informazioni sugli incidenti, anche per effetto degli obblighi di notifica, ma spesso non emergono dettagli sufficienti per ricostruire le modalità dell’attacco. Il record, dunque, fotografa una crescita reale degli eventi noti, ma non permette di misurare con la stessa precisione l’evoluzione delle tecniche impiegate.

A livello globale il cybercrime è all’origine del 95,4 per cento degli incidenti, pari a 4.683 casi. L’hacktivism, invece, scende a 62 episodi, il 73 per cento in meno rispetto al primo semestre 2025. Tra i settori più colpiti, quello governativo, militare e delle forze dell’ordine è al primo posto con 751 incidenti; il commercio all’ingrosso e al dettaglio sale al terzo, con 467 casi, oltre quattro volte quelli registrati un anno prima.

In Italia la minaccia cambia forma, ma non scompare. Gli incidenti censiti sono 245: meno dei 280 del primo semestre 2025, ma in aumento dell’8 per cento rispetto al semestre precedente. Il peso italiano sul campione globale scende dal 9,5 al 5 per cento. A cambiare soprattutto è la distribuzione degli attacchi. L’hacktivism, che nel 2025 rappresentava il 38,7 per cento degli episodi italiani, scende al 17 per cento; il cybercrime torna a essere la causa prevalente, con circa l’82 per cento dei casi.

Si ridimensionano anche gli attacchi dimostrativi contro le istituzioni. Gli incidenti che riguardano il settore governativo, militare e delle forze dell’ordine passano dal 28,4 all’11 per cento del totale italiano, mentre l’incidenza degli attacchi DDoS scende dal 38,5 al 17 per cento. Il Clusit indica tra le possibili spiegazioni il rafforzamento delle procedure e delle difese, anche in seguito alla legge 90 del 2024 e alla direttiva NIS2, il ripristino più rapido dei servizi e una minore attenzione mediatica. È una tendenza da confermare con i dati dell’intero anno.

Il quadro più preoccupante riguarda però le imprese produttive. Il manifatturiero rappresenta il 18,4 per cento degli incidenti italiani, contro il 5,4 per cento a livello mondiale. Nel primo semestre sono stati censiti 45 episodi nel comparto. Le vittime italiane costituiscono così il 17 per cento di quelle manifatturiere registrate a livello globale, una quota sproporzionata rispetto al peso dell’Italia sul totale degli incidenti. Il dato non dimostra da solo una maggiore vulnerabilità delle aziende italiane: incidono anche la struttura produttiva nazionale, la composizione del campione e la visibilità degli attacchi. Mostra però quanto il settore industriale sia esposto nel panorama cyber del Paese.

Anche le tecniche utilizzate raccontano questo cambiamento. Il malware è tornato a essere la più frequente in Italia, passando dal 22,7 per cento degli incidenti nel 2025 al 43 per cento nel primo semestre 2026. La minaccia non riguarda soltanto la sottrazione di dati: un attacco può interrompere i processi produttivi, bloccare i servizi e propagarsi lungo le catene di fornitura. Per questo il rapporto richiama l’attenzione sul rischio sistemico che coinvolge manifatturiero, amministrazioni pubbliche, infrastrutture critiche e fornitori di servizi informatici.

L’intelligenza artificiale non viene indicata dal Clusit come la causa principale dell’impennata registrata nel semestre. Può però amplificare le capacità degli attaccanti e abbassare la soglia di competenze necessarie per condurre operazioni complesse. Il rapporto segnala inoltre i primi indizi di agentic hacking: sistemi di agenti autonomi capaci, in prospettiva, di coordinarsi, adattare le strategie e concatenare tecniche e vulnerabilità.

La conclusione è meno tecnologica di quanto possa sembrare. Se gli attacchi diventano continui e più accessibili, la sicurezza non può ridursi all’adempimento degli obblighi normativi. Per le imprese, soprattutto quelle manifatturiere, proteggere reti e sistemi significa anche garantire la continuità operativa. E, per un Paese in cui l’industria occupa un ruolo centrale, significa proteggere una parte della propria sicurezza economica.

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Il Pentagono ha rivelato uno spazioplano cinese grazie a un satellite privato

30 October 2026 at 03:45

Un satellite commerciale americano ha fotografato in orbita uno dei programmi spaziali più opachi della Cina. L’immagine, acquisita nel 2024 da un satellite di Maxar Technologies, oggi Vantor, è stata pubblicata dalla Defense Intelligence Agency (Dia), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, nel suo nuovo rapporto “Challenges to Security in Space 2026”. Mostra uno spazioplano cinese sperimentale con ali, portellone del vano di carico e un modulo posteriore dotato di pannelli solari. È la più nitida immagine del velivolo resa pubblica finora, e offre uno sguardo raro su una capacità di cui Pechino divulga pochissimi dettagli. Una versione meno definita era già apparsa in una presentazione militare americana nel 2024.

La fotografia è significativa anche per chi l’ha scattata. WorldView-3, il satellite di osservazione della Terra di Maxar, è stato utilizzato per osservare un oggetto nello spazio, anziché una porzione della superficie terrestre. È un esempio di non-Earth imaging, la tecnica che permette ai satelliti commerciali di riprendere altri veicoli in orbita. Un’attività che può aiutare a raccogliere informazioni su sistemi spaziali altrimenti difficili da osservare, soprattutto quando i loro proprietari mantengono riservati caratteristiche e obiettivi.

La Dia non attribuisce al velivolo un nome nel rapporto, ma l’immagine viene associata al programma cinese comunemente noto come Shenlong. La sua sagoma ricorda quella dell’X-37B americano, lo spazioplano senza equipaggio utilizzato dalla Space Force per missioni sperimentali. La somiglianza, da sola, non dimostra che i due sistemi abbiano capacità o compiti identici.

La Cina ha condotto quattro missioni orbitali del suo veicolo sperimentale dal settembre 2020. La seconda, lanciata nell’agosto 2022, è durata 276 giorni; la terza, partita nel dicembre 2023, è rimasta in orbita per circa nove mesi. Una quarta missione è iniziata il 7 febbraio 2026. Durante le missioni precedenti, secondo le ricostruzioni disponibili, il veicolo avrebbe anche effettuato manovre di avvicinamento e interagito con altri oggetti nello spazio. Non sono però noti tutti i dettagli delle operazioni né il carico trasportato.

Gli spazioplani possono raggiungere l’orbita a bordo di un razzo, trasportare oggetti o apparecchiature da sperimentare e poi rientrare sulla Terra. La possibilità di recuperare il veicolo e riutilizzarlo li distingue dai satelliti tradizionali e li rende adatti a una varietà di attività sperimentali. Il rapporto della Dia osserva che, grazie alla loro maggiore manovrabilità, questi sistemi possono risultare più adatti dei satelliti convenzionali ad alcune missioni. Washington è ancora l’unico Paese con un programma operativo di veicoli di lancio riutilizzabili, secondo il documento, mentre Pechino punta a diventare il secondo.

Lo spazioplano, tuttavia, è soltanto uno degli elementi di un rapporto che descrive uno spazio sempre più affollato e conteso. Secondo la Dia, la flotta cinese di satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione è cresciuta rapidamente: a luglio 2026 Pechino ne disponeva di oltre 510. Questi sistemi possono raccogliere immagini ottiche e radar, intercettare segnali e contribuire a individuare e seguire forze militari avversarie. Le informazioni raccolte possono sostenere operazioni a grande distanza, soprattutto nell’Indo-Pacifico.

La crescita delle capacità spaziali cinesi si accompagna allo sviluppo di strumenti per contrastare quelle degli avversari. Il rapporto esamina missili antisatellite, sistemi laser capaci di disturbare o danneggiare sensori ottici e tecnologie che potrebbero consentire a un veicolo di avvicinarsi ad altri satelliti. Alcuni sistemi hanno anche impieghi civili, per esempio nella manutenzione orbitale o nella rimozione dei detriti: proprio questa natura duale rende difficile stabilire, in ogni caso, dove finisca la sperimentazione e dove inizi una possibile applicazione militare.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto queste capacità contino già sul campo. Le comunicazioni satellitari e i servizi di navigazione hanno sostenuto le operazioni militari, mentre la Russia ha fatto ricorso a disturbi elettronici e attacchi informatici contro sistemi utilizzati dall’Ucraina. Nei primi giorni dell’invasione, un attacco informatico ha colpito il servizio satellitare di comunicazione di Viasat. La diffusione di servizi commerciali ha aumentato la resilienza delle comunicazioni ucraine, ma ha anche reso le infrastrutture private parte integrante del confronto militare.

Il documento dedica spazio anche alla Russia, che secondo l’intelligence americana sta sviluppando un satellite destinato a trasportare un’arma nucleare. Un’esplosione nucleare in orbita potrebbe danneggiare o rendere inutilizzabili migliaia di satelliti, compromettendo servizi di comunicazione, navigazione, meteorologia e sicurezza nazionale. La Dia sottolinea inoltre che Mosca ha cercato sostegno da soggetti cinesi per compensare le difficoltà di accesso a tecnologie spaziali occidentali dopo le sanzioni.

Il quadro comprende infine i programmi spaziali di Iran e Corea del Nord e la crescente diffusione di capacità in grado di interferire con i sistemi orbitali. La previsione americana è che la competizione aumenterà nel prossimo decennio, con più satelliti, più attori e maggiori rischi per le infrastrutture da cui dipendono le economie e gli apparati militari.

In questo scenario, la fotografia dello spazioplano cinese racconta due trasformazioni. Pechino sta ampliando le proprie capacità nello spazio, mentre Washington può contare anche su società commerciali per osservare programmi che restano in larga parte segreti. La competizione orbitale si gioca ormai non soltanto tra governi e forze armate, ma anche attraverso sensori e servizi privati capaci di trasformare un’immagine ripresa a decine di chilometri di distanza in una nuova fonte d’intelligence.

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Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

29 October 2026 at 03:45

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

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L’Ucraina vende all’Europa le armi che sviluppa sul campo

29 October 2026 at 03:45

La Bundeswehr si prepara a comprare il Bars, un missile da crociera ucraino a basso costo già impiegato contro obiettivi in Russia. È il segnale di un cambio di paradigma: accanto alle armi sofisticate e costose, gli eserciti europei cercano sistemi producibili in massa, capaci di aumentare rapidamente la potenza di fuoco e mettere sotto pressione le difese avversarie.

La Germania si prepara a fare qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare: acquistare missili sviluppati in Ucraina per il proprio arsenale. Secondo il Financial Times, Berlino dovrebbe finalizzare nelle prossime settimane un accordo per una prima fornitura del Bars, un missile da crociera a propulsione a getto con una gittata fino a mille chilometri e una testata fino a 105 chilogrammi, a seconda della versione. La Bundeswehr lo sottoporrà a test tecnici all’inizio del 2027. Se le prove daranno risultati soddisfacenti, l’ordine potrebbe arrivare a diverse centinaia di esemplari.

La notizia va oltre il valore della singola commessa. A cambiare è il modo in cui la Germania pensa di costruire la propria capacità di attacco a lungo raggio: non più soltanto attraverso sistemi sofisticati, costosi e disponibili in quantità limitate, ma anche con armi relativamente economiche, producibili rapidamente e già sperimentate sul campo.

Il contrasto con i Tomahawk americani è evidente. Berlino ha avviato l’acquisizione di questi missili, il cui costo unitario è stimato tra i quattro e i sei milioni di dollari. Ma i prezzi elevati e i vincoli produttivi rendono difficile accumularne rapidamente grandi scorte: le consegne potrebbero slittare agli anni Trenta. Per questo la Germania sta cercando alternative da affiancare ai sistemi di fascia alta, non necessariamente da sostituire.

Oltre al Bars, il governo tedesco intende testare l’Anthem, prodotto dalla startup americana Covenant, che costerebbe circa un decimo di un Tomahawk. Il Bars sarebbe ancora meno costoso. L’obiettivo è disporre di armi differenti per costo e prestazioni, riservando i sistemi più sofisticati agli obiettivi strategici e utilizzando quelli più economici per aumentare il numero di attacchi possibili.

È una logica che riguarda anche il rapporto tra missili e difese aeree. Il capo dell’esercito tedesco, Christian Freuding, ha spiegato che sistemi di questo tipo permetteranno di colpire obiettivi fino a circa 1.500 chilometri di profondità in grandi quantità, saturando le difese avversarie. In uno scenario simile, la capacità di produrre e impiegare molti vettori diventa importante quanto le prestazioni del singolo missile.

Il cambiamento investe anche l’industria della difesa. Il Bars viene già prodotto in Germania da una joint venture ucraino-tedesca nata nell’ambito del programma «Build with Ukraine»: a ottobre, Kyjiv ha ricevuto i primi esemplari realizzati e finanziati in Germania. La nuova commessa, se confermata, estenderebbe la produzione alle esigenze della Bundeswehr. Sarebbe il primo caso noto di acquisto da parte dell’esercito tedesco di un’arma offensiva sviluppata in Ucraina.

Per Berlino significa anche sperimentare un modello di acquisizione diverso da quello tradizionale, dominato da grandi appaltatori e procedure lunghe. L’apertura a startup e produttori più piccoli, con test condotti mentre si definiscono i contratti, punta ad accorciare i tempi tra sviluppo, valutazione e ingresso in servizio.

Secondo documenti del ministero della Difesa tedesco citati da Politico ad agosto, il piano per costruire un nuovo arsenale di armi a lungo raggio potrebbe richiedere quasi 12 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi destinati ai missili da crociera. Le cifre rappresentano fabbisogni previsti, non necessariamente fondi già approvati. Tra i sistemi presi in considerazione figurano Bars, Flamingo, anch’esso ucraino, e Anthem.

Per l’Ucraina, intanto, si apre una prospettiva industriale nuova. La guerra ha costretto le sue aziende a sviluppare e perfezionare armi in condizioni operative reali, mentre la produzione all’estero consente di aumentare i volumi e ridurre l’esposizione agli attacchi russi. L’interesse non riguarda soltanto Berlino: anche Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, mentre l’esercito americano ha ordinato droni da ricognizione Raybird a una controllata statunitense della società ucraina Skyeton.

Il risultato è un mercato europeo in cui l’esperienza maturata sul fronte ucraino diventa un possibile vantaggio competitivo. La Germania non rinuncia ai missili americani né ai sistemi avanzati sviluppati con i partner europei. Cerca di affiancarvi armi più economiche e numerose. Perché la deterrenza non dipende soltanto dalla capacità di colpire lontano, ma anche dalla possibilità di farlo in quantità sufficienti e senza esaurire rapidamente le proprie scorte.

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Cybersicurezza, DEAS lancia a Palermo “The Dfir Chronicles”: a lezione dalle spie buone della rete

28 October 2026 at 17:01

Giovani e cybersicurezza: a Palermo la sfida degli hacker etici

“The Dfir Chronicles” è il progetto presentato dalla Società leader di Cybersicurezza DEAS a Palermo, in occasione del Mondadori Academy Forum Orienta. 28 e 29 ottobre, due giorni per entrare nel vivo della cyber investigazione e comprendere i processi della digital forensic attraverso un hackathon che vedrà alternarsi 32 squadre composte da studenti delle scuole secondarie di secondo grado.

Due scenari da analizzare e risolvere in un tempo prestabilito. LA Società fondata dall’imprenditrice e mecenate per giovani talenti Stefania Ranzato entra nel vivo della formazione italiana per divulgare e promuovere il concetto di “white hat”, hacker al servizio del Paese, coloro che operano per difendere l’asset strategico italiano.

Circa 5 mila studenti visiteranno l’area espositiva allestita all’interno dei cantieri culturali della ZISA di Palermo e sarà questa l’occasione di incontrare alcuni hacker di DEAS, il top che l’Italia vanta nelle competizioni internazionali come certificato dall’ultima Hack The Box 2026. Mondadori Academy Forum Orienta ha scelto le migliori realtà italiane per offrire una seria opportunità di incontro tra mondo della scuola e quello del lavoro e proprio nell’ecosistema cyber si caratterizzano occasioni straordinarie per costruire il proprio futuro e magari farlo per il bene del Paese. 

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Siamo all’ottavo decreto sicurezza. Ma la frustrazione dei giovani non si cancella così

28 October 2026 at 05:22

Siamo all’ottavo decreto sicurezza. A questo punto è evidente che continuare a invocare l’ordine pubblico per giustificare nuove leggi diventi solo propaganda; anzi, il modo più comodo per evitare domande scomode ed eludere risposte impegnative.

Se sette decreti sicurezza non sono stati sufficienti a impedire il ripetersi delle proteste e delle tensioni sociali, forse il problema non è soltanto l’assenza di norme o la loro insufficiente severità, ma ciò che la politica continua ostinatamente a non vedere.

E’ stato detto e ripetuto più volte: le proteste di piazza non possono essere liquidate come una questione di polizia, né affrontate esclusivamente con gli strumenti repressivi. La violenza non è giustificabile, va perseguita e la sicurezza dei cittadini va garantita. Ma trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico significa confondere gli effetti con le cause, reprimere il sintomo e lasciare intatta la malattia.

Ormai, dovrebbe essere chiaro che, al di là delle rivendicazioni specifiche riguardanti il mondo della scuola, nelle proteste emerge una domanda molto più profonda, che i giovani studenti ripetono e scrivono a caratteri cubitali sugli striscioni che mostrano durante le proteste: “Vogliamo un futuro”. Che significa avere opportunità di lavoro dignitose, non essere condannati alla precarietà, poter costruire una vita senza dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine. Ma anche: vivere in un mondo in pace, ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, partecipare alle decisioni che riguardano il proprio domani: è questa la sicurezza che manca, quella che nessun decreto può garantire da solo.

Sono richieste e aspirazioni che dovrebbero interrogare la politica ben più di qualche slogan urlato in piazza. Si può contenere una protesta, ma non si cancella con un decreto la frustrazione di una generazione che non vede prospettive.

La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. Per questo deve essere sostituita dalla speranza, che si alimenta non attraverso prediche moralistiche, ma con risposte concrete. E qui il pensiero va inevitabilmente alla mobilitazione degli studenti in Serbia, la quale dimostra che una generazione organizzata può diventare protagonista e non semplice spettatrice del proprio destino, pur in presenza di un partito – quello di Vučić – che nell’ultimo decennio aveva progressivamente preso il controllo di istituzioni e media, governando in modo illiberale.

Sia ben chiaro, ogni situazione è diversa dall’altra: Italia e Serbia hanno storie, culture e tradizioni diverse. Tuttavia, per incidere sull’agenda politica e cambiare la direzione imboccata servirebbe un progetto capace di unire le nuove generazioni attorno a obiettivi comuni, superando la frammentazione e la protesta fine a se stessa, progetto fondato sui valori fondamentali affermati dalla Costituzione (lavoro, giustizia sociale, ripudio della guerra), dei quali i giovani, e non solo, avvertono il tradimento.

La politica, pertanto, dovrebbe smettere di domandarsi soltanto come fermare i giovani e cominciare a chiedersi perché non si fidino più delle istituzioni. La sicurezza non si può costruire soltanto imponendo divieti e sanzioni, bensì offrendo diritti, opportunità e prospettive. E se un Governo si preoccupa solo di perseguire le violenze e i saccheggi delle vetrine dei negozi, dimenticando ciò che chiede la stragrande maggioranza di coloro che protestano pacificamente, nonché di dare risposte al disagio sociale, che è reale, si rischia di lasciare un Paese in ginocchio e senza futuro.

Per questo serve un impegno immediato e verificabile: un piano nazionale per l’occupazione giovanile, investimenti nella scuola pubblica, misure concrete contro la precarietà e le disuguaglianze, iniziative diplomatiche credibili per la pace e strumenti permanenti di partecipazione degli studenti alle decisioni politiche.

Serve, altresì, un protagonismo nuovo dei giovani: reti studentesche, mobilitazioni pacifiche e un programma comune capace di trasformare la protesta in proposta. Non basta scendere in piazza per denunciare ciò che non funziona: bisogna costruire insieme ciò che dovrebbe cambiare. La politica è chiamata a rispondere, ma i giovani devono poter diventare parte attiva di questa risposta.

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Le nomine di Gdf e intelligence agitano Palazzo Chigi

28 October 2026 at 03:45

Il governo sembra orientato a dare altri sei mesi di proroga ad Andrea De Gennaro come comandante generale della Guardia di Finanza. Il suo mandato, già prorogato in primavera, è in scadenza il prossimo 31 dicembre. Ma il governo non sembra aver trovato ancora la quadra.

Tra i potenziali successori ci sono Vito Augelli, alla guida dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione del Corpo, Leandro Cuzzocrea, transitato all’intelligence e oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), e Umberto Sirico, a capo dei reparti speciali delle Fiamme gialle. Ma non solo: nei giorni scorsi il quotidiano Domani ha citato Francesco Greco, erede di Augelli al Comando interregionale per l’Italia meridionale, e Giuseppe Arbore, capo di stato maggiore. Lo stesso giornale parla di nuove tensioni, anche su questa nomina, tra il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega all’intelligence e alla cyber, e Guido Crosetto, ministro della Difesa.

La partita al comando delle Fiamme gialle potrebbe incrociare quella ai vertici dell’intelligence: Carlo De Donno, generale dei Carabinieri, e Francesco Paolo Figliuolo sono entrambi in scadenza come vicedirettori rispettivamente all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). Il primo, classe 1959, è vicedirettore dall’inizio del 2021 sotto il governo Conte II e ha ottenuto un ulteriore mandato, di due anni, a fine novembre 2024 dal governo Meloni. Il secondo, classe 1961, è vicedirettore da dicembre 2024. Per entrambi, dunque, è già scattata l’età pensionabile (65 anni: per De Donno prima della proroga di novembre 2024, per Figliuolo lo scorso luglio). Ma una proroga è ancora possibile, l’importante è che ci sia continuità di mandato.

Intanto, oggi il Copasir sente il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli. È la terza volta in meno di un mese, con il comitato parlamentare di vigilanza impegnato nell’indagine conoscitiva sulla Cina che, evidentemente, sta fornendo molto materiale da visionare e discutere.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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C’è una guerra nell’intelligence americana, e la sta vincendo la Cia

28 October 2026 at 03:45

Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.

Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.

La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.

Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.

E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.

La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.

L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.

Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.

Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.

In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Non diamo la colpa ai giovani se il contratto sociale è saltato

28 October 2026 at 03:45

Chi ha ascoltato i ragazzi sa che chiedono di avere un posto nella società, una prospettiva di futuro, e la risposta non può essere solo repressiva: da loro si pretende responsabilità senza dare potere, è venuto il momento di condividerne un po'

Le scuole fatiscenti e l’accesso all’università a Parigi, gli affitti a Madrid e Lisbona, il carovita, la precarietà e la scuola da noi. Francia, Spagna, Portogallo, Italia: le piattaforme sono diverse, ma un elemento accomuna le manifestazioni di queste settimane: l’età di chi scende in piazza. Molti sono studenti delle superiori, alcuni non ci sono ancora arrivati. A Milano, tra i giovani identificati dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il più piccolo ha undici anni e frequenta le medie in una scuola della Barona.

L’occasione era troppo ghiotta per non indurre i media e la politica a buttarcisi; così abbiamo visto adulti che poco o nulla sanno delle condizioni di vita dei ragazzi improvvisarsi sociologi, pedagogisti, psicologi o neuropsichiatri: nella migliore delle ipotesi per pontificare; nella peggiore per legiferare. È il caso del decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che introduce – per l’ennesima volta in questa legislatura – un nuovo reato, stabilisce che tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità è presunta e invia a Milano cinquecento militari per gestire l’ordine pubblico. Ci si spinge fino a stravolgere l’impianto peculiare del processo minorile, che chiede di accertare caso per caso la maturità dell’imputato e segue la logica della messa alla prova e del recupero.

Sgombro il campo da un possibile equivoco: la violenza non si giustifica, e chi spacca vetrine e saccheggia negozi deve risponderne. Ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è penale, vuol dire che ha rinunciato a capire. Come ha rinunciato a capire chi guarda con simpatia a chi contesta il Capitale o l’Ordine costituito, con una senile nostalgia per gli anni in cui “gli eroi son tutti giovani e belli”, che per ragioni anagrafiche non ha potuto vivere da protagonista.

Per capire un fenomeno, si sa, è buona pratica allargare lo sguardo. In questo contributo provo a farlo mettendo in fila tre cose: una generazione sacrificata, un sistema educativo tirato in ballo a sproposito, un diritto che continuiamo a negare.

In fondo alla fila
Chi ha ascoltato i ragazzi, invece di parlare al posto loro, ha sentito sempre le stesse parole: salari inadeguati, lavori che non soddisfano, nessuna certezza sul futuro lavorativo, abitativo e previdenziale. E i dati sono lì, impietosi, a confermarlo. La crisi nasce da un patto che non regge più. La promessa implicita era semplice: studia, impegnati, e avrai un posto nella società almeno pari a quello dei tuoi genitori. Oggi quella promessa non è più credibile, e i diretti interessati lo sanno meglio di noi.

Questo risultato non è frutto del caso: è l’effetto cumulato di scelte. Il debito pubblico è cresciuto quasi sempre senza chiedersi come migliorasse la vita di chi dovrà ripagarlo. La spesa per pensioni e sanità è destinata a crescere, e quella per istruzione e sostegno alla genitorialità a contrarsi. In questa «repubblica fondata sul lavoro», i giovani lavoratori sono poco tutelati. E la tutela dell’ambiente, che l’articolo 9 riformato nel 2022 lega espressamente all’«interesse delle future generazioni», resta più spesso enunciata che praticata.

C’è un filo che tiene insieme queste scelte. La politica risponde, legittimamente, a chi la vota; e chi vota è sempre più anziano, mentre una parte di chi pagherà il conto, quel conto non può nemmeno contestarlo nelle urne. Quando il contratto sociale salta per una parte della popolazione, quella parte cerca altri modi per farsi sentire. Alcuni sono pacifici, altri no.

Il triangolo educativo
Ogni volta che la cronaca coinvolge adolescenti o preadolescenti, la reazione è quasi pavloviana: si tira in ballo il ruolo della scuola, spesso a sproposito. La dimensione educativa è ovviamente decisiva, ma pensare che qualcuno abbia la bacchetta magica è quantomeno ingenuo. Serve un approccio sistemico, che coinvolga tutti i vertici del cosiddetto triangolo educativo: scuola, famiglia e territorio, cioè istituzioni e associazioni.

Non siamo all’anno zero: questi soggetti, almeno quelli pubblici, gli strumenti per intervenire li hanno già. E li usano ogni giorno, in silenzio e nel disinteresse generale. Certo, non tutti sono attrezzati allo stesso modo: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone non sono tutte ugualmente capaci. Anche per questo i tre vertici devono sostenersi a vicenda in un dialogo costante.

L’intervista che la dirigente della scuola dell’undicenne della Barona ha dato al Corriere della Sera lo mostra con chiarezza. La scuola su quello studente aveva investito e continua a farlo. Ha costruito un percorso individuale, ha segnalato le difficoltà e chiesto l’intervento dei servizi sociali. E quando lo ha riconosciuto nei video, i docenti hanno pianto per il senso di impotenza.

Da quella storia si ricavano una buona e una cattiva notizia. La buona è che le nostre scuole sono tenute in piedi da persone che sanno quello che fanno e non aspettano il fatto eclatante per muoversi. La cattiva è che, anche quando ciascuno fa la propria parte, a volte non basta.

Ora proviamo a guardare con questa lente il modo in cui reagiamo quando una generazione irrompe sulla scena pubblica. Quasi mai la risposta rafforza uno dei tre vertici. La famiglia, spesso il vertice più fragile, viene colpevolizzata. Sul territorio si mandano militari senza formazione nella gestione dell’ordine pubblico, invece di educatori, assistenti sociali o presidi culturali. La risposta repressiva è necessaria quando vengono commessi reati. Ma dovrebbe essere l’extrema ratio e, in ogni caso, va letta per quello che è: la certificazione di un fallimento. Quando diventa la prima risposta, è come se quel fallimento lo certificassimo in anticipo.

No imputation without representation
C’è poi un paradosso che il decreto rende evidente. Per lo Stato un quattordicenne che commette un reato è presunto maturo quanto un adulto, e come un adulto può essere fermato anche prima di commetterlo. Ma non è abbastanza maturo da partecipare alla scelta di chi fa le leggi.

Gli chiediamo responsabilità e non gli diamo potere. I coloni americani, davanti a un Parlamento che li tassava senza farli votare, risposero: «no taxation without representation», dando vita a una delle grandi rivoluzioni liberali della storia moderna, la prima a concludersi con una repubblica fondata su una costituzione scritta. Due secoli e mezzo dopo, potremmo applicare un principio simile: «no imputation without representation».

Iniziamo a riflettere su come eliminare dall’articolo 48 della Costituzione il requisito della maggiore età per votare. Non ripeto qui l’argomentazione che ho fatto in questo saggio. Mi limito a osservare che il modo strutturale per smettere di legiferare contro l’interesse dei più giovani è dare loro il voto, perché ignorarli diventi più costoso. Con due vantaggi ulteriori: chi può votare non pensa che spaccare tutto sia l’unico modo per farsi sentire; e la responsabilità non si insegna per decreto, si impara esercitandola.

Fare gli adulti
Rubo a Francesco Costa una domanda, anch’essa ispirata dai disordini di Milano, Bologna e Torino: gli adulti possono fare gli adulti? È la domanda giusta. Fare gli adulti non significa pontificare, né rispondere a una vetrina rotta con un nuovo reato. Significa fare in modo che i tre vertici del triangolo educativo funzionino e si sostengano, perché dove uno cede possano arrivare gli altri. E significa accettare di condividere un po’ di potere con chi erediterà le conseguenze delle nostre scelte.

Altrimenti la prossima volta torneremo a stupirci dell’età di chi è in piazza, a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a scrivere un altro decreto. E i ragazzi avranno avuto ancora una volta la conferma di ciò che già pensano: che di loro ci occupiamo solo quando fanno notizia.

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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

27 October 2026 at 17:26

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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La Germania si prepara a combattere nello spazio

27 October 2026 at 03:45

La Germania vuole prepararsi a combattere anche nello spazio. Non soltanto proteggendo i propri satelliti, ma sviluppando capacità per neutralizzare quelli avversari, comprese quelle che potrebbero portare alla loro distruzione fisica. La svolta è stata annunciata il 21 ottobre da Holger Neumann, comandante della Luftwaffe, durante un simposio sulla sicurezza spaziale a Ottobrunn, in Baviera. «La Nato è un’alleanza difensiva. Ma se veniamo attaccati, risponderemo», ha dichiarato il generale, anticipando la costruzione di una componente militare dedicata alle operazioni nello spazio.

Non sarà una forza armata autonoma sul modello della Space Force statunitense. Le nuove unità saranno integrate nella Luftwaffe e avranno un organico previsto di almeno mille militari. I primi sette sono già in formazione per operare satelliti, mentre un’altra unità dovrà garantire la possibilità di lanciare nuovi dispositivi in orbita con tempi di preavviso ridotti. L’obiettivo è trasformare lo spazio da infrastruttura da proteggere a dominio nel quale poter esercitare una capacità di risposta militare. Una scelta che riflette la crescente dipendenza delle forze armate da satelliti per comunicazioni, navigazione, ricognizione e raccolta di informazioni, ma anche la vulnerabilità di questi sistemi alle attività di potenze rivali.

La Russia e la vulnerabilità dei satelliti
Il contesto è quello di una competizione spaziale sempre più concreta. Nei giorni precedenti all’annuncio tedesco, il satellite militare russo Kosmos 2612 aveva compiuto una serie di manovre per avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar commerciale gestito dalla filiale statunitense dell’azienda finlandese Iceye. La società fornisce immagini satellitari utilizzate dall’Ucraina per le proprie esigenze militari. Secondo le ricostruzioni diffuse da LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio delle orbite, il satellite russo si è portato a poche centinaia di metri da quello commerciale, dopo averne seguito la traiettoria e averne ridotto progressivamente la distanza. Alcune stime hanno indicato un avvicinamento ancora più stretto. Il satellite russo ha poi cominciato ad allontanarsi.

Le intenzioni di Mosca non sono state chiarite. Le manovre potrebbero essere servite a raccogliere informazioni sul sistema occidentale o a studiare le possibilità di interferire con le sue operazioni. Non risultano prove di una collisione o di un danneggiamento. Ma l’episodio mostra come un satellite possa essere avvicinato deliberatamente da un altro dispositivo, trasformando un’infrastruttura commerciale in un potenziale obiettivo strategico.

È in questo scenario che le dichiarazioni tedesche acquistano significato. Berlino non ha indicato l’episodio russo come causa diretta del nuovo programma, ma considera sempre più urgente la capacità di proteggere le proprie risorse orbitali e di reagire a eventuali attacchi.

Le nuove capacità offensive
Al centro del programma tedesco c’è Gismo, acronimo di German Inspector Satellite for Multiple Operations. Si tratta di una piattaforma sperimentale destinata a testare tecnologie e addestrare il personale. La Luftwaffe punta a ricevere il primo sistema entro la fine del 2027, anche se molti dettagli restano riservati. Neumann non ha escluso l’impiego di capacità cinetiche, cioè interventi in grado di distruggere fisicamente un satellite attraverso un impatto. «Stiamo valutando tutte le possibilità», ha spiegato. Le opzioni considerate comprendono anche azioni contro le stazioni terrestri e le reti di trasmissione dei dati, oltre a operazioni cibernetiche e interferenze elettromagnetiche.

La strategia non si limita quindi allo sviluppo di satelliti capaci di ispezionare quelli altrui. L’obiettivo è disporre di strumenti per intervenire contro i sistemi avversari, mantenendo aperte diverse possibilità operative. Il comando spaziale della Bundeswehr, con sede a Uedem, avrà un ruolo centrale nel costruire queste capacità.

Trentacinque miliardi entro il 2030
Il rafforzamento militare sarà accompagnato da investimenti ingenti. Il governo tedesco prevede di destinare circa 35 miliardi di euro entro il 2030 alla sicurezza spaziale militare e alle relative infrastrutture. La cifra comprende lo sviluppo delle capacità operative, il rafforzamento dei sistemi satellitari e l’architettura necessaria a garantirne la continuità anche in caso di attacco. Un elemento importante è la possibilità di rimpiazzare rapidamente i satelliti persi o resi inutilizzabili. Per questo il ministero della Difesa sta negoziando contratti con fornitori di servizi di lancio, prenotando capacità prima ancora di aver definito quali dispositivi verranno messi in orbita. Berlino discute inoltre con la Norvegia sull’eventuale impiego militare dello spazioporto di Andøya.

La rapidità di sostituzione è una componente essenziale della deterrenza: un avversario dovrebbe sapere che la distruzione di un satellite non comporterebbe necessariamente la perdita duratura della capacità che quel dispositivo garantisce. Per la Bundeswehr, disporre di lanci flessibili e di sistemi sostitutivi significa ridurre la possibilità che un singolo attacco comprometta intere operazioni militari.

La Germania si prepara così a una competizione nella quale la superiorità tecnologica non dipenderà soltanto dal numero di satelliti disponibili, ma anche dalla capacità di proteggerli, ripristinarli e, se necessario, contrastare quelli avversari. Resta una questione decisiva: dove si collocherà la soglia tra deterrenza e attacco? Berlino ha dichiarato di voler sviluppare un ventaglio di opzioni offensive, senza precisare in quali circostanze sarebbe pronta a impiegarle. Nello spazio, dove un’interferenza può essere difficile da attribuire e un’azione ostile può essere presentata come un incidente, la credibilità della risposta dipenderà anche dalla chiarezza delle regole. La nuova strategia tedesca rende esplicita l’ambizione di poter combattere in orbita. Le linee rosse, per ora, restano da definire.

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La Turchia vende armi e influenza, forte di un’industria militare in ascesa

27 October 2026 at 03:45

La guerra dei droni sta cambiando anche il mercato delle armi. Non basta disporre di sistemi sofisticati per intercettare i velivoli senza pilota: bisogna poterli abbattere senza spendere centinaia di migliaia di dollari per ogni bersaglio. La Turchia ha individuato in questo squilibrio un’opportunità industriale, mettendo a frutto le competenze maturate nei conflitti degli ultimi anni e una filiera della difesa sempre più integrata.

Il caso più recente è il Korkut, sistema antiaereo sviluppato da Aselsan, la maggiore società turca della difesa per capitalizzazione. Il suo amministratore delegato, Ahmet Akyol, ha dichiarato al Financial Times che il sistema può eliminare un drone per meno di 10.000 dollari. Il Korkut impiega cannoni da 35 millimetri con munizioni programmabili a scoppio in aria, il cui costo è stimato intorno ai mille dollari per colpo. Il confronto è con intercettori come quelli dei sistemi Patriot e Iris-T, che possono costare da centinaia di migliaia a milioni di dollari. Secondo Akyol, il sistema è operativo in nove Paesi e ha già abbattuto centinaia di droni. Tra questi c’è l’Ucraina: l’aeronautica di Kyjiv ha confermato al quotidiano britannico che una propria unità è stata equipaggiata con un numero non precisato di Korkut. Non esistono invece conferme pubbliche di abbattimenti di Shahed a propulsione a reazione, più veloci delle versioni tradizionali. Le prestazioni dichiarate dall’azienda vanno quindi distinte dai risultati verificabili sul campo.

Il Korkut, però, racconta soprattutto la trasformazione dell’industria turca. La sua crescita non dipende da un singolo prodotto, ma da un sistema che combina grandi aziende, fornitori privati, università, centri di ricerca e forze armate. Il vantaggio, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, è anche la rapidità con cui le tecnologie possono essere sperimentate e aggiornate sulla base dell’esperienza operativa.

Aselsan è uno dei nodi centrali di questa rete. Fondata nel 1975, dopo l’embargo sulle armi imposto dagli Stati Uniti in seguito all’intervento turco a Cipro, sviluppa sensori, apparati elettronici e sistemi di guerra elettronica. Circa il 74 per cento delle sue azioni è controllato da una fondazione legata alle forze armate turche, che detiene partecipazioni anche in altre società strategiche, tra cui il produttore di missili Roketsan.

L’integrazione riguarda anche il settore dei droni. Aselsan fornisce componenti elettronici e sensori a Baykar, il gruppo presieduto da Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il rapporto tra industria e apparato militare consente di provare nuovi sistemi in condizioni operative e di trasferire rapidamente le lezioni apprese alla produzione. La Libia è stata uno dei primi laboratori internazionali: nel 2020 il Korkut fu impiegato a sostegno del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, contribuendo alla protezione di infrastrutture strategiche dagli attacchi dei droni cinesi Wing Loong.

Questa esperienza si inserisce in una più ampia strategia di autonomia tecnologica. L’industria turca può contare su una base manifatturiera estesa, competenze elettroniche sviluppate in ambito militare e una rete di fornitori che permette di produrre e integrare sistemi differenti. Il risultato è un’offerta che comprende droni, missili, radar, guerra elettronica e difesa aerea, con la possibilità di adattare le soluzioni alle esigenze dei diversi clienti.

I numeri danno la misura della crescita. Secondo i dati citati dal Financial Times, la Turchia ha esportato armamenti per 10 miliardi di dollari nell’ultimo anno considerato, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2023. Aselsan, la cui capitalizzazione di mercato si aggira sui 32 miliardi di dollari, dichiara un portafoglio ordini vicino ai 30 miliardi. I mercati internazionali rappresentano ormai un quarto dei suoi ricavi, contro l’8 per cento del 2023, e l’obiettivo è arrivare al 50 per cento entro il 2030.

Ankara guarda soprattutto ai Paesi della Nato, all’Europa orientale e al Golfo, diventato un mercato sempre più importante. L’intesa sulla difesa siglata in agosto con Arabia Saudita e Pakistan può offrire ulteriori opportunità commerciali. Akyol punta anche sullo Steel Dome, il progetto turco per integrare radar, centri di comando, cannoni e missili in una rete di difesa aerea modulare, esportabile anche per singoli componenti.

Per la Turchia, dunque, la difesa anti-drone è insieme una necessità militare e un’occasione commerciale. La diffusione di velivoli economici rende sempre più importante contenere il costo delle intercettazioni, ma nessun sistema può risolvere da solo il problema: velocità, saturazione degli attacchi e varietà delle minacce richiedono livelli di protezione complementari. La scommessa di Ankara è che la capacità di sviluppare, testare e produrre rapidamente queste tecnologie diventi un vantaggio competitivo duraturo, oltre che uno strumento di influenza internazionale.

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Il caso del presunto ideatore del Movimento 17 ottobre riapre il dossier sulla sicurezza della ricerca

26 October 2026 at 03:45

Il caso di Youssef Siher, il trentenne fermato nell’inchiesta sugli scontri di Milano, riporta al centro una questione che l’Italia non può più rimandare: la sicurezza della ricerca. Siher è ritenuto dagli investigatori la mente del Movimento 17 ottobre, la pagina Instagram e il gruppo Telegram comparsi dopo le proteste e i disordini in città. I messaggi pubblicati dal movimento annunciavano nuove mobilitazioni e attaccavano le istituzioni e il governo. A Siher vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di istigazione a delinquere e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; è stata inoltre contestata l’ipotesi di terrorismo. Le accuse sono da verificare e la responsabilità penale dovrà essere accertata.

La vicenda ha chiamato in causa anche l’Ispi, dove Siher aveva svolto uno stage nel 2024 come research trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto ha precisato che da allora non ha più collaborato con lui. Quell’esperienza, da sola, non dimostra alcuna responsabilità dell’Ispi, né autorizza a trasformare una controversia politica in un giudizio sull’intero sistema della ricerca. C’è però un elemento che merita di essere considerato: prima dello stage, Siher aveva già pubblicato messaggi di apprezzamento per il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele. Non è una prova di terrorismo e non dovrebbe diventare un criterio automatico di esclusione. Ma, in un contesto professionale sensibile, è legittimo chiedersi se quelle manifestazioni pubbliche meritassero uno scrupolo in più e una valutazione contestuale.

La sicurezza della ricerca non significa selezionare studiosi in base alle loro opinioni politiche, né chiedere a università e centri di ricerca di comportarsi come servizi segreti. Significa valutare i rischi legati a finanziamenti, collaborazioni internazionali, accesso a tecnologie, trasferimento di conoscenze e possibili conflitti d’interesse, proteggendo al tempo stesso la libertà accademica.

Il precedente più delicato riguarda proprio l’Ispi. Nel 2023 il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò Natalia Burlinova, fondatrice dell’organizzazione russa Picreadi, di avere agito come agente non dichiarata di Mosca. Secondo gli inquirenti americani, il programma Meeting Russia, presentato come un’iniziativa di diplomazia pubblica, sarebbe servito anche a raccogliere informazioni sui ricercatori occidentali coinvolti, per conto di un ufficiale dell’intelligence russa. Alle iniziative di Picreadi avevano partecipato anche studiosi italiani e l’Ispi aveva collaborato a un evento organizzato a Milano nel 2019. Nulla indica che i partecipanti italiani fossero consapevoli delle presunte attività clandestine, che Burlinova ha contestato. Ma il caso mostra come le relazioni accademiche e gli scambi internazionali possano essere sfruttati per finalità diverse da quelle dichiarate.

È questo il punto di contatto con il caso Siher. Non c’è alcuna prova che le due vicende siano collegate, né che l’esperienza di Siher all’Ispi abbia avuto implicazioni per la sicurezza. Eppure, se non si può chiedere a un istituto di ricerca di escludere una persona per le sue opinioni, è legittimo domandarsi quando manifestazioni pubbliche potenzialmente preoccupanti debbano indurre a una verifica più attenta prima di affidare un incarico, soprattutto in un ambito sensibile. Non per emettere sentenze preventive, ma per adottare procedure di sicurezza della ricerca che oggi non possono più essere considerate un optional.

L’Italia non parte da zero. Il ministero dell’Università e della Ricerca ha elaborato linee guida nazionali per la sicurezza della ricerca, basate però sull’adesione volontaria e sull’autovalutazione. La sfida è trasformarle in procedure, formazione e cultura condivisa negli atenei e negli enti scientifici. Serve anche un raccordo più stretto tra pubblico e privato: le università non possono essere lasciate sole davanti a rischi che coinvolgono la sicurezza nazionale e gli interessi industriali. Le istituzioni devono offrire analisi e indicazioni, le imprese contribuire a individuare vulnerabilità e proteggere le conoscenze.

Il caso Siher non dimostra un’infiltrazione straniera nella ricerca italiana, né prova un collegamento con servizi segreti. Ma aspettare che emerga un caso conclamato per attrezzarsi sarebbe un errore. Proteggere la ricerca non significa chiuderla: significa fare in modo che la sua apertura non diventi una vulnerabilità strategica.

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Anm: “Miope rispondere ai fatti di cronaca con nuovi reati che intasano le aule giudiziarie e esasperano i problemi degli istituti di pena”

24 October 2026 at 10:46

“Miope” rispondere ai fatti di cronaca introducendo nuovi reati o inasprendo le pene. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Tango, torna a criticare la linea del governo sulla giustizia e punta il dito contro il nuovo decreto sicurezza, contestando la scelta di affrontare problemi sociali complessi attraverso la stretta penale. Un intervento che arriva mentre resta aperto lo scontro con Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi ha annunciato di non voler firmare il Dpcm necessario a dare attuazione agli aumenti retributivi e agli arretrati spettanti ai magistrati in base alle sentenze del Consiglio di Stato.

“Troppo spesso assistiamo alla tentazione di rispondere a complessi problemi sociali o a contingenti fatti di cronaca attraverso la creazione di nuove figure di reato o di un inasprimento sconsiderato delle pene“, ha detto Tango nella sua relazione al Comitato direttivo centrale dell’Anm. “Si tratta di una scorciatoia che non risolve i problemi, ma intasa le aule giudiziarie ed esaspera le criticità degli istituti di pena“.

Il presidente dell’associazione delle toghe ha precisato che la critica non implica alcuna indulgenza nei confronti delle violenze. “Ferma restando la condanna degli atti vandalici, delle violenze e delle devastazioni, oltre alla solidarietà agli agenti rimasti feriti”, ha sottolineato, occorre interrogarsi sulle cause dei fenomeni e individuare strategie di contrasto efficaci. “Far prevalere una logica emergenziale e meramente punitiva che pretende di rispondere alla complessità del disagio giovanile e dei reati commessi da minorenni è abbastanza miope e non porta alla risoluzione del problema”, ha concluso Tango.

Il 18 ottobre Meloni ha annunciato che non avrebbe firmato il Dpcm con il ricalcolo degli adeguamenti retributivi dei magistrati, arrivati dopo una serie di pronunce favorevoli ai ricorrenti. Il conto per le casse pubbliche è stimato in circa 979 milioni di euro, in larga parte per gli arretrati relativi agli anni passati. La replica dell’Anm è stata netta: non si tratterebbe di un regalo né di un nuovo bonus, ma di differenze retributive previste dalla legge e rimaste non corrisposte per anni. Quanto alle cifre, “ci sentiamo già da ora di smentire che i magistrati riceveranno nelle loro buste paga in media 100mila euro”, ha puntualizzato Tango. “Anche passando dal 6 al 12% di coefficiente, con i calcoli siamo ben lontani da quella cifra. Ci ha sorpreso che – ha aggiunto Tango – il governo nonostante la sentenza immediatamente esecutiva non abbia adempiuto al suo debito e ci ha costretto, nostro malgrado, ad andare in ottemperanza”.

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L’Ucraina cerca una via d’uscita dalla dipendenza da Starlink

24 October 2026 at 03:45

Giovedì, durante i colloqui a Kyjiv con l’omologo finlandese Alexander Stubb, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una nuova fase di cooperazione bilaterale. I sette documenti firmati, per un valore complessivo dichiarato di 300 milioni di euro, riguardano difesa, logistica ferroviaria ed energia. Ma tra le intese ce n’è una che merita particolare attenzione: il progetto per sviluppare comunicazioni satellitari sotto il controllo di Kyjiv. Il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con due aziende finlandesi, Iceye e Nokia, per esplorare la realizzazione di una capacità sovrana di comunicazioni satellitari. L’obiettivo è aumentare il controllo ucraino su un’infrastruttura diventata essenziale per le operazioni militari, la trasmissione dei dati e il coordinamento sul campo.

La distinzione è importante. Iceye è nota soprattutto per i suoi satelliti radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar, Sar), capaci di acquisire immagini della superficie terrestre anche in presenza di nuvole e nell’oscurità. Le informazioni raccolte possono essere utilizzate per attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il nuovo progetto riguarda invece un’altra capacità: trasmettere comunicazioni attraverso una rete satellitare che possa essere controllata direttamente dall’Ucraina.

La cooperazione con Nokia punta a sviluppare un sistema comprendente satelliti in orbita terrestre bassa, infrastrutture terrestri e terminali per gli utenti. I primi satelliti sono attesi nel 2028, secondo le tempistiche annunciate per il programma. Si tratta, dunque, di un progetto di medio periodo, che richiederà ulteriori passaggi tecnici e industriali prima di tradursi in una capacità pienamente operativa. La sua rilevanza strategica è legata alla dipendenza di Kyjiv dalle infrastrutture satellitari commerciali, a partire da Starlink di Elon Musk. Le recenti restrizioni che hanno interessato l’accesso ucraino ai servizi Starshield, la componente di SpaceX destinata alle esigenze governative e militari, hanno riportato al centro una questione fondamentale: chi controlla le comunicazioni può incidere sulla capacità di uno Stato di condurre le proprie operazioni.

Starlink e Starshield non sono servizi intercambiabili, così come una rete ancora in fase di sviluppo non può sostituire immediatamente un’infrastruttura già utilizzata sul campo. Il punto, tuttavia, va oltre la prestazione tecnica dei singoli sistemi. In un conflitto prolungato, la disponibilità delle comunicazioni dipende anche dalle decisioni dell’azienda che gestisce la rete e dalle condizioni politiche che ne regolano l’impiego. Avere maggiori possibilità di controllo significa ridurre almeno in parte questa vulnerabilità.

La lettera d’intenti non equivale però alla realizzazione di una rete ucraina autonoma. Non annuncia un sistema già disponibile per le forze armate, né un sostituto immediato di Starlink. Segna piuttosto l’avvio di un percorso per diversificare le capacità del Paese e rafforzare il controllo su un’infrastruttura critica.

La dimensione satellitare si inserisce in un pacchetto di cooperazione più ampio. Gli accordi con Helsinki riguardano anche locomotive, attrezzature per il settore energetico e risorse destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche dagli attacchi russi. Sono interventi che rispondono a necessità più immediate: mantenere in funzione i trasporti, garantire la continuità dei servizi essenziali e contenere gli effetti dei bombardamenti.

I 300 milioni di euro indicati da Kyjiv si riferiscono al valore complessivo annunciato per gli accordi, non a un investimento destinato interamente al progetto satellitare. La distinzione è necessaria per comprendere la portata effettiva dell’intesa.

La cooperazione con la Finlandia si muove così su due orizzonti temporali. Da una parte, sostenere la resilienza dell’Ucraina durante la guerra, proteggendo energia e logistica. Dall’altra, preparare una maggiore autonomia tecnologica per gli anni successivi. Per Kyjiv, la sfida non è soltanto continuare a comunicare durante il conflitto, ma ridurre la dipendenza da infrastrutture sulle quali non esercita un controllo pieno.

 

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“Diritto di manifestare sotto attacco. Nordio vuole ampliare le carceri minorili? Fa il gioco della criminalità”. La denuncia della rete HubForDefenders

23 October 2026 at 16:54

“Il governo Meloni e le forze di maggioranza hanno un problema con i giovani, reagiscono al dissenso soltanto in modo securitario e repressivo, dagli otto decreti Sicurezza, alle circolari del ministro Giuseppe Valditara nelle scuole, fino al ddl Antisemitismo in via di approvazione definitiva”. Alla vigilia delle nuove manifestazioni di sabato, anticipate da un clima di tensione e perquisizioni domiciliari e personali in 18 città italiane a carico di circa 100 persone di cui 51 minorenni, identificati nel corso delle manifestazioni del 17 e del 18 ottobre, a bocciare l’ultimo provvedimento dell’esecutivo e la nuova stretta sui minori è la rete Hub For Defenders, che riunisce 22 organizzazioni della società civile. Tra queste Arci, Un ponte per, Amnesty International Italia, Giuristi democratici, A Sud e Legal team Italia, che nel corso di una conferenza stampa a Roma hanno segnalato come la rete, che offre protezione e assistenza legale a livello nazionale, abbia raccolto oltre 34 segnalazioni su fermi e trattenimenti, anche di minorenni, dopo i fatti di Milano.

Osservatori esterni autorizzati dalla Questura saranno presenti questo weekend nelle manifestazioni per monitorare e offrire assistenza, dopo i casi denunciati. Tra cui quelli di un cittadino polacco che ha riferito di essere stato trattenuto e ammanettato senza interprete e poi rilasciato senza accuse, un minorenne fermato il 17 ottobre e rilasciato alle 4 del mattino, tre quattordicenni trattenute senza che le famiglie fossero avvisate, ma non solo: “Se il dissenso viene trattato come questione di ordine pubblico, la conseguenza è un restringimento preoccupante della partecipazione democratica”, ha attaccato Marica Di Pierri, di A Sud.

“Sapevamo che la maggioranza avesse una visione carcerocentrica della giustizia, ma le dichiarazioni del ministro Carlo Nordio sono un controsenso”, ha denunciato Alfio Nicotra (Un ponte per), contestando il Guardasigilli che vorrebbe ampliare le carceri giovanili e destinare pure spazi degli istituti penitenziari ora riservati agli adulti. “Ogni minore in carcere è una sconfitta per la società. Mentre con lui la popolazione carceraria minorile è aumentata del 40%, anche a causa dell’aumento indiscriminato delle pene. Spesso le carceri sono un’università del malaffare. Mettere nuove generazioni con elementi di fragilità insieme a degli adulti significa fare il gioco della criminalità, non quello della Costituzione che punta al recupero dei detenuti, soprattutto se minori, e al loro reinserimento nella società”.

Laura Renzi, di Amnesty International Italia, ha denunciato come la compressione del diritto di manifestazione sia ormai un fattore comune in tutta l’Unione europea: “Chiediamo alle forze di polizia di applicare tecniche di de-escalation. Invece assistiamo a un aumento, anche ingiustificato, dell’uso di gas lacrimogeni e idranti“, ha denunciato, rilanciando la richiesta di introdurre codici identificativi per le forze di sicurezza.

“Chi l’avrebbe mai detto che nel 2026 il nostro Paese avrebbe avuto bisogno di osservatori neutrali nelle piazze, come nei regimi o dove le elezioni sono a rischio?”, ha attaccato pure Walter Massa, presidente di Arci, contestando l’ipotesi di impiegare “500 militari addestrati a fare la guerra per 500 ragazzini minorenni a Milano”: “In un Paese normale questa cosa farebbe ridere, dovrebbe interrogare le stesse forze dell’ordine sul loro ruolo. Oggi sotto attacco c’è anche il diritto di associarsi, per questo oltre 4 anni fa abbiamo pensato a questa iniziativa”.

Critico anche Cesare Antetomaso, dei Giuristi Democratici, che ha contestato il “clima criminogeno” generato dall’incertezza normativa e dal restringimento degli spazi di libertà: “Ben svegliati i nostri colleghi che pensavano che Nordio fosse un campione di garantismo. Certo non saremmo arrivati a pensare che la soluzione prospettata fosse più carcere per tutti, anche per i minorenni”.

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Di Battista, Canfora, Erri De Luca e Iacchetti ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 24 ottobre. Con Travaglio e Scanzi

By: F. Q.
23 October 2026 at 12:03

Il racconto dell’attualità è protagonista il sabato in prima serata sul Nove con il talk di confronto, discussione e approfondimento “Accordi & Disaccordi”, condotto da Luca Sommi.

Sabato 24 ottobre alle 21:30 sono ospiti Alessandro Di Battista, lo storico Luciano Canfora, lo scrittore Erri De Luca ed Enzo Iacchetti.

Tra i temi della conversazione, da un lato il nuovo decreto sicurezza nato dopo gli scontri di Milano di sabato e domenica scorsa, dall’altro il decreto aiuti varato dall’esecutivo per trovare un rimedio contro i blocchi degli autotrasportatori.

Nel corso di ogni puntata, come da tradizione, gli interventi del direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e del giornalista Andrea Scanzi, per analizzare cronaca, potere e società.

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Falle Php, Agenzia cyber: “Almeno 60 mila domini a rischio, governo in allerta”. E spunta l’altro bug sull’autenticazione dei siti web

23 October 2026 at 10:18

“Il governo Meloni sta seguendo costantemente l’evoluzione della sicurezza informatica in Italia”, dopo la rivelazione da parte di OpenAI di due falle nel linguaggio PHP. E’ la rassicurazione giunta a ilfattoquotidiano.it dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza (Acn). “In queste ore, il raccordo istituzionale” con l’esecutivo “è stato continuo e tempestivo, garantendo un flusso informativo costante sulle misure adottate”, prosegue l’Autorità.

Il pericolo della “completa compromissione dei portali web”

I rischi sono molto gravi: sfruttando i “buchi”, ora di dominio pubblico, i criminali possono ottenere “la completa compromissione dei portali web”, per rubare “tutti i dati presenti nei sistemi colpiti”, ma anche per costruire un “ponte per ulteriori compromissioni in profondità (account, password, dati personali, dati aziendali, etc) all’interno di reti di soggetti pubblici e aziende”. La minaccia riguarda tutti, avvisa Acn, pubbliche amministrazioni e imprese private: “Il 69.3% dei portali a livello mondiale sono realizzati o utilizzano PHP”, dice citando i numeri del W3Tech, la piattaforma online che monitora i sistemi più diffusi per la creazione e la gestione dei siti web. L’Agenzia ha individuato “almeno 60.000 domini che utilizzano la tecnologia PHP e il numero finale probabilmente sarà più elevato in quanto i più comuni CMS (es. WordPress, Joomla, Drupal, etc) sono realizzati in PHP”. Tutti sono stati avvisati e sollecitati a seguire le istruzioni di sicurezza.

L’Autorità Cyber: “Senza la patch, staccate i sistemi da Internet”

Il pericolo, sottolinea l’Autorità cyber, è esteso al punto da rendere insensato focalizzarsi su specifici servizi: “In linea teorica, il rischio sussiste” per tutti i sistemi basati su linguaggio PHP “esposti su Internet”. Secondo William Nonnis, analista tecnologico della presidenza del Consiglio dei ministri, oltre il 70 per cento dei software per la gestione del personale, nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni, sono basati su PHP. Dunque, anche le informazioni contenute nelle buste paga dei lavoratori sarebbero a rischio: parliamo dei dati bancari incluso l’Iban. “Confidiamo nel fatto che tutti i soggetti interessati adottino tempestivamente tutte le misure tecniche e organizzative necessarie a mitigare le potenziali vulnerabilità”, auspica l’Agenzia. Qualora non si riesca sybito a tappare la falla con le patch rilasciate dalla dalla Fondazione PHP, l’Autorità cyber raccomanda di “spegnere” i sistemi sganciandoli da internet. Ieri, per precauzione, oltre 30 servizi digitali del governo del Regno Unito erano offline, in attesa di metterli al riparo dai criminali informatici. Anche la Germania ha spento per prudenza siti di ministeri. Istituzioni essenziali fuori dal web anche in Olanda e Francia. In Italia, non risultano ministeri offline.

L’altra minaccia, compromesse 8 chiavi di eMudhra: a rischio i certificati dei siti web

I due bug nel linguaggio informatico PHP non sono l’unica falla nella sicurezza informatica globale. Il 20 ottobre la fondazione che gestisce il browser Mozilla ha annunciato la compromissione di 8 chiavi del colosso tecnologico eMudhra, per autenticare i siti web. Secondo due esperti ascoltati da ilfattoquotidiano.it, chiunque sia in possesso delle chiavi può sostituirsi al gigante indiano. Con quali conseguenze per le persone comuni? Potenzialmente, le mail ricevute non si sa se siano autentiche oppure no. Ma è solo un esempio. In ballo ci sono i certificati, ovvero il lucchetto visibile quando un sito si mostra legittimo. Tutti i browser per accedere a internet, su smartphone e pc, si fidano di quei certificati. Un sistema centralizzato, fondato su una lista di poche decine di autorità, inclusa eMudhra: i browser di navigazione online e i sistemi operativi si fidano solo di loro. Ma con le 8 chiavi trafugate è possibile creare un falso sostituto “valido”, per qualsiasi sito, anche delle banche o di posta elettronica, servizi distanti da eMudhra.

Roio: “Il prezzo della centralizzazione. Non possiamo consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”

Secondo Denis Roio, co-fondatore dell’Associazione Italiana dei Crittografi, “con questa falla si può fare phishing autenticando siti al posto di altri”. Non è un “trucco” affatto facile, alla portata di tutti i criminali informatici. Ma il rischio, in teoria, è approdare su un sito sensibile, ad esempio del governo, riconosciuto come autentico dal browser, mentre si tratta di un’esca per una truffa, indistinguibile all’occhio dell’utente. Sul browser appare l’indirizzo giusto e il lucchetto regolare, ma il sito sarebbe falso. La vulnerabilità, sulla carta, tocca anche le firma digitali, diffuse in Europa anche nelle pubbliche amministrazioni. Emudhra ha dichiarato che si ritirerà volontariamente dal mercato globale della sicurezza: una misura della gravità della falla. Secondo Denis Roio, “il caso mostra il prezzo della centralizzazione: otto chiavi compromesse consentono di falsificare certificati per qualsiasi sito nel mondo. Il documento congiunto delle agenzie di sicurezza Americane (Five Eyes) avverte che emergeranno nuove vulnerabilità e che l’intelligenza artificiale accelera gli attacchi”. “Le prossime falle arriveranno, la risposta non può essere consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”, ammonisce l’esperto. La soluzione? “Evitare la centralizzazione, per scongiurare il rischio che l’errore di una singola parte travolga tutti”.

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Un dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte

23 October 2026 at 06:03

Sono “tumulti politicamente illeggibili” quelli che abbiamo visto nelle strade di Milano, negli assalti alle scuole occupate di Torino? O anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono “azioni collettive dotate di una loro politicità”? Sono un fattore di sabotaggio o di inasprimento di altre proteste apertamente organizzate? A quanto pare, piccole sigle stanno cercando di “reclutare”, indirizzare, o comunque intercettare quei tumulti. Al contempo, da alcune ricostruzioni emerge che le azioni sarebbero opera di piccoli gruppi impolitici eterodiretti da ben più politicizzati agglomerati estremisti di tutt’altro segno. Qualcuno ha parlato addirittura di una pressione russa e questa linea è stata subito sposata da Crosetto, che ha chiamato in causa una “guerra ibrida” contro l’Occidente. Peccato che gli agenti di questa guerra ibrida, che in realtà opera contro l’ordine democratico, siano spesso amici del governo italiano e dell’internazionale nera che lega Putin, Netanyahu, Bolsonaro e Trump.

In realtà, quello che vediamo non è un fenomeno inedito, benché questa volta sorprenda per le dimensioni: negli scorsi anni era già successo, per esempio col saccheggio dei negozi di via Roma a Torino nel 2020. Quei ragazzi non chiedevano di tassare i ricchi o mettere un freno agli dei della moda e del jet set. Volevano qualcosa per loro come risarcimento di tanti pomeriggi bui.

Quindi il punto è: che cosa, dentro di loro e non all’esterno, muove le loro azioni? È comunque una rivolta degli ultimi contro “i ricchi” e i simboli del loro status quo? È pura invidia sociale di chi è irretito da una selvaggia logica consumistica? I protagonisti sono giovani migranti di seconda generazione, a tutti gli effetti italiani a cui viene negata una cittadinanza piena e promessa marginalità quando non remigrazione? Sono giovani anche italiani che abitano le periferie di città sempre più plasticamente escludenti e stratificate?

Vorrei partecipare a uno sforzo collettivo, che coinvolga tanti attori diversi, di comprendere tutto ciò. Per questo nei prossimi giorni proverò a incontrare e parlare con alcuni di quei giovanissimi, anche detenuti nelle carceri minorili, coinvolti nei fatti delle scorse settimane. Sarebbe il caso di chiedere a loro – se mai avranno voglia di dirlo a noi – che cosa stanno facendo e perché.

Qualcosa, però, lo sappiamo: esistono territori e quartieri da cui è stato smantellato tutto, ogni forma di aggregazione e partecipazione, insieme alle politiche giovanili e alla prevenzione. Esistono fasce di popolazione strutturalmente marginalizzate e moltitudini di ragazzini e ragazzine invisibili fino a una settimana fa.

Un altro dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte, ma ogni volta che detona la rabbia sociale, la destra e i suoi canali di informazione la liquidano come caos.

Ogni fatto che origina da forme di disagio è bollato come delinquenza, verso cui si invocano pene sempre più severe. Lo sanno bene gli attivisti per il clima e contro il genocidio in Palestina. Non importa se i protagonisti di quei fatti siano ragazzini sempre più giovani, in certi casi poco più che bambini. Perciò il governo prepara già un’ulteriore stretta repressiva sui minori, nonostante l’intervento di Mattarella.

Milano è sempre più militarizzata, si diffonde una strategia della paura che innesca psicosi collettive. Il desk dell’Università Bocconi scrive a tutte le studentesse di non circolare da sole. Chat sconosciute diffondono sui cellulari di chiunque allarmi palesemente fake su prossimi appuntamenti per stupri collettivi o pestaggi massivi. Intanto, Hub for Defenders ha attivato un team legale che sta seguendo i circa 30 arrestati: in gran parte sono ragazzi rastrellati a caso e chiaramente razzializzati; minorenni trattenuti per 12 ore senza nemmeno avvisare i genitori.

Tutto questo, ovviamente, non avrà alcun effetto sui fenomeni di rabbia giovanile, se non quello di inasprirla ed esacerbarla. Invece – ma la destra lo sa e lo vuole – rappresenterà un ulteriore colpo a ogni tentativo di tradurre rabbia e senso di ingiustizia in partecipazione politica e conflitto organizzato.

Intanto dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Albania, dal Portogallo all’Italia le piazze si riempiono di una protesta che ha un colpevole reale e nominato chiaramente: il carovita. In Italia l’inflazione ha gravato con 1.326 euro in più all’anno a famiglia solo per fare la spesa. I salari reali sono scesi del -8,7% dal 2008. L’incidenza della povertà assoluta, che già per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

In questo contesto il governo mette da parte miliardi per il riarmo e taglia i carnet ai pendolari. I cani da guardia del capitalismo cleptomane e dei signori della guerra, che mietono vittime e miseria, non dicono mai nulla contro le ingiustizie profonde di un mondo che vogliono lasciare proprio così com’è. Invece, si mostrano sempre molto indignati dalle vetrine rotte.

Mastri vetrai dello status quo.

Noi siamo dalla parte di chi lavora, studia, produce e non arriva a fine mese. E vogliamo trovare risposte per una generazione a cui è stata promessa solo incertezza e paura, per fasce sociali relegate a un vissuto di frustrazione e inaccessibilità di tutto. Di certo non serve spalancare di più le porte delle carceri né aprire canali di deportazione legalizzata. Servono spazi di partecipazione giovanile, occasioni per prendere coscienza di una deprivazione sistemica, ma soprattutto strumenti per disarticolare la ghettizzazione e restituire alle persone la speranza di poter investire sul proprio futuro.

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Dall’acqua alle batterie, Londra si prepara alle emergenze partendo dalle famiglie

23 October 2026 at 03:45

Il governo britannico invita le famiglie a prepararsi a tre giorni di emergenza. Non è un invito a fare scorte per affrontare un assedio, né una previsione di guerra imminente. È un tentativo di rendere la popolazione più autonoma quando qualcosa smette di funzionare: la corrente, l’acqua, le comunicazioni o i servizi bancari. Ma, in un Paese che considera sempre più seriamente le minacce informatiche e le azioni di Stati ostili (come la Russia), anche una torcia e una radio a batterie assumono un significato che va oltre la vita domestica.

La campagna si chiama «Be Ready» ed è stata lanciata ieri dal Cabinet Office, il dipartimento del governo britannico responsabile del coordinamento dell’esecutivo. Il suo obiettivo è incoraggiare i cittadini ad adottare piccoli accorgimenti per affrontare le emergenze. L’iniziativa durerà tre anni e si rivolge anche alle famiglie con bambini piccoli e alle persone anziane, più esposte alle conseguenze di un’interruzione dei servizi essenziali.

La checklist pubblicata dal governo è molto concreta. Suggerisce di conservare acqua in bottiglia (almeno tre litri al giorno per persona, per bere) e alimenti non deperibili sufficienti per tre giorni. Servono poi una torcia con batterie di ricambio, coperte, una radio FM a batteria o a manovella, un caricabatterie portatile, contanti, copie dei documenti, un kit di primo soccorso e i medicinali necessari. Le famiglie con bambini devono considerare anche pannolini e latte artificiale; chi ha animali domestici, cibo e acqua per loro.  Non occorre acquistare tutto in una volta. Il governo consiglia di controllare prima ciò che si possiede già e di completare gradualmente le scorte, distribuendo la spesa nel tempo. L’indicazione è pensata per evitare che la preparazione diventi un lusso: una parte delle misure è gratuita e l’obiettivo è ridurre la pressione sui soccorsi, permettendo loro di concentrarsi sulle persone più vulnerabili.

La novità, dunque, non è tanto l’elenco degli oggetti quanto il messaggio politico che lo accompagna e che ha accompagnato diverse iniziative simili già adottate in Paese dell’Europa centrale, occidentale e settentrionale, oltre che a Taiwan. La resilienza nazionale non dipende soltanto dalle capacità delle forze armate o dalla protezione delle infrastrutture strategiche: richiede anche che i cittadini sappiano affrontare le prime ore di una crisi senza fare affidamento immediato su ogni servizio pubblico. È lo stesso approccio che il governo di Londra ha deciso di adottare contro la disinformazione.

Il governo britannico presenta l’iniziativa soprattutto come una risposta a eventi meteorologici estremi, alluvioni e incendi. Ma la campagna richiama anche il rischio di attacchi informatici, che possono compromettere servizi essenziali e pagamenti L’iniziativa è stata presentata, infatti, in un periodo in cui il governo avverte sempre più spesso dei rischi legati a possibili conflitti e mentre altri Paesi della Nato, soprattutto nel Nord e nell’Est Europa, comunicano ai cittadini in modo più esplicito come prepararsi a una crisi.

Londra sottolinea che indicazioni analoghe sono già adottate da Francia, Irlanda e Paesi Bassi. Non si tratta di trasformare ogni famiglia in un rifugio autonomo, ma di riconoscere che, quando una crisi colpisce contemporaneamente più servizi, la risposta delle istituzioni può richiedere tempo.

Tre giorni di autonomia non risolvono una crisi nazionale. Possono però contribuire a renderla meno difficile da gestire. La sicurezza collettiva comincia anche da qui: dalla capacità di non trovarsi impreparati quando la normalità si interrompe.

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