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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

22 October 2026 at 13:57

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Giulia Pastorella, Stefania Pucciarelli, Alberto Pandolfo, Elena Murelli, Andrea Casu, Lavinia Mennuni, Tilde Minasi.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

A Igreja, o elo mais fraco

22 October 2026 at 11:31

VTM

Espanta-me esta tomada de posição, tanto mais que, por esse país fora, são frequentes cerimónias semelhantes, sem que se tenha feito sentir o mesmo zelo persecutório por parte da referida associação.

A título de exemplo, recordo a cerimónia anual realizada no dia 10 de junho, junto ao Monumento aos Combatentes do Ultramar, em Belém, onde tem lugar uma celebração religiosa que conta com a participação de um sacerdote católico e de um representante da religião islâmica.

Eu próprio tenho participado na inauguração de monumentos de homenagem aos Combatentes do Ultramar, de norte a sul do País, muitos deles da minha autoria, cujos custos foram e são partilhados com as autarquias ou, em numerosos casos, integralmente por estas suportados. Em muitas dessas inaugurações, a cerimónia inclui a bênção de um sacerdote católico, sem que tal tenha suscitado a polémica que agora veio a público a propósito da Escola Secundária de Cascais.

Pergunto-me, por isso: terá sido o facto de a bênção ter sido presidida pelo Patriarca de Lisboa, em vez de por um sacerdote menos conhecido, que conferiu a este acontecimento tamanha notoriedade?

Este episódio faz-nos recordar tempos de triste memória, vividos durante a Primeira República, quando a Igreja Católica foi perseguida. Sendo Portugal um Estado laico, importa não confundir laicidade com laicismo. A laicidade pressupõe a neutralidade e a imparcialidade do Estado perante as diferentes convicções religiosas e não religiosas, respeitando a liberdade de consciência e os valores individuais. O laicismo, por seu lado, pode assumir uma postura militante de oposição à expressão religiosa na vida pública.

É precisamente essa atitude de intolerância perante uma manifestação religiosa que parece estar em causa neste episódio. A liberdade religiosa não deve servir apenas para proteger quem não professa qualquer religião; deve igualmente garantir a quem tem uma fé o direito de a expressar, dentro dos limites da lei e do respeito pelos outros.

Quando a neutralidade do Estado é invocada seletivamente para contestar manifestações de fé, corre-se o risco de transformar um princípio de liberdade num instrumento de exclusão. E, nesse cenário, a Igreja parece tornar-se, uma vez mais, o elo mais fraco.

P.S. – No artigo que subscrevi no passado mês de setembro, foram cometidas duas imprecisões, pelas quais me penitencio. A primeira diz respeito à identificação da Rua dos Caminhos de Baixo, quando, na realidade, se trata da antiga Rua da Portela. A segunda prende-se com o brasão de armas existente na fachada principal da casa, que pertencia à família Carvalho Magalhães, e não à família do Dr. Sebastião Feyo.

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Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

21 October 2026 at 15:17

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

Duas raças e uma história de resistência para preservar o território

21 October 2026 at 12:18

VTM

Com percursos distintos, mas marcados por desafios semelhantes, Maronesa e Barrosã continuam presentes em explorações familiares de Trás-os-Montes e do Barroso. A produção de carne, a certificação DOP, a adaptação das explorações e o recurso a novas ferramentas de gestão genética convivem com práticas tradicionais de pastoreio e com uma forte ligação aos lameiros e baldios. Entre a necessidade de modernizar e a preocupação em preservar as características das raças, os criadores procuram encontrar formas de assegurar o futuro de um património que ultrapassa a dimensão económica.

Maronesa

A raça Maronesa conta atualmente com 4350 fêmeas reprodutoras em linha pura e 180 machos reprodutores, mantendo um efetivo estável há cerca de duas décadas. Segundo Paula Teixeira, da Associação de Criadores do Maronês (ACM), a raça está presente em 40 concelhos do país, embora cerca de 70% das explorações se concentrem no seu solar, nas regiões de Alvão-Marão e Padrela-Falperra, sobretudo em Vila Real, Vila Pouca de Aguiar, Ribeira de Pena e Mondim de Basto.

Apesar da estabilização, a continuidade da raça enfrenta desafios como o envelhecimento dos criadores, a falta de sucessão geracional, os custos de produção e o abandono rural. “A renovação geracional está muito abaixo do ritmo de envelhecimento dos atuais criadores”, alerta Paula Teixeira, que aponta ainda o acesso à terra e a burocracia como obstáculos à entrada de novos produtores.

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Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

21 October 2026 at 11:06

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

21 October 2026 at 09:18

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa

20 October 2026 at 14:28

Manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra” – Roma, sabato 24 ottobre 2026
COMUNICATO STAMPA

Il Comitato promotore della manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”, in
programma a Roma sabato 24 ottobre, ribadisce con forza il carattere pacifico e
nonviolento dell’iniziativa.
Scendiamo in piazza per chiedere pace, il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della
Costituzione, la fine del coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti armati, la solidarietà
con i popoli che resistono all’imperialismo e al sionismo. Chi aderisce alla manifestazione lo
fa condividendone pienamente lo spirito: volti scoperti, mani libere, parole chiare.
Il Comitato respinge in modo netto ogni tentativo di strumentalizzazione violenta da parte
di elementi estranei alla manifestazione, ai suoi contenuti, alle realtà che l’hanno
promossa ed a quelle che hanno aderito. Chiunque intenda servirsi del corteo per
compiere atti di violenza, danneggiamenti o scontri si pone fuori dalla manifestazione e
contro di essa.
Di questo tutti devono essere consapevoli, dai manifestanti agli organi di informazione.
Nessuno provi a screditare il movimento per la pace e a spostare l’attenzione dalle ragioni
della protesta.
Invitiamo tutti i partecipanti a seguire le indicazioni del servizio d’ordine, a non raccogliere
alcuna provocazione, a isolare immediatamente eventuali comportamenti violenti e a
segnalarli agli organizzatori.
Il 24 ottobre Roma vedrà una piazza ampia, plurale, determinata e pacifica. Perché la pace
si costruisce con la pace.
Il Comitato promotore della manifestazione “Fuori l’Italia dalla guerra”

20 ottobre 2026
www.fuorilitaliadallaguerra.org

L'articolo 24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa proviene da Casa del Sole TV.

Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

20 October 2026 at 11:58

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

‘Speak Up’ celebrou 24 anos de dedicação ao ensino da língua inglesa

20 October 2026 at 11:42

VTM

O ‘Speak Up’ Vila Real celebrou, no dia 7 de outubro, o seu 24.º aniversário, assinalando quase um quarto de século de dedicação ao ensino da língua inglesa e à formação de alunos em Vila Real.

A data foi comemorada num ambiente de alegria e boa disposição, com um bolo de aniversário personalizado, especialmente preparado para a ocasião. Depois de se cantarem os parabéns, procedeu-se à abertura e partilha do bolo, seguindo-se um momento de convívio, com bebidas e boa disposição entre os presentes.

Mais do que assinalar mais um ano de existência, esta comemoração foi uma oportunidade para celebrar o percurso do ‘Speak Up’ Vila Real e do trabalho desenvolvido ao longo de mais de duas décadas na promoção da aprendizagem da língua inglesa.

O ambiente vivido na escola refletiu também a importância da componente humana no processo de aprendizagem. Para além dos conhecimentos adquiridos nas aulas, a relação entre alunos e professores, a partilha de experiências e a criação de memórias são elementos que contribuem para tornar o percurso educativo mais enriquecedor.

Aprender inglês

Essa dimensão é particularmente valorizada pelos alunos. Rafael, aluno do Speak Up Vila Real, destaca a importância de aprender num ambiente em que se sente acompanhado e motivado. “Aprender inglês é importante para o meu futuro, mas também gosto de vir às aulas porque aprendemos de uma forma dinâmica. Foi muito giro poder celebrar o aniversário da escola com os colegas e os professores”.

Também Sandra, aluna da escola, sublinha a importância da aprendizagem para além da sala de aula. “O inglês abre muitas portas, tanto na escola como no futuro profissional. No Speak Up, sinto que vou ganhando mais confiança para falar e cometer erros sem ter medo. Foi bom poder festejar esta data com todos”.

Num mundo cada vez mais globalizado, o domínio da língua inglesa assume uma importância crescente na educação, na comunicação e no mercado de trabalho. A aprendizagem de uma língua estrangeira permite não só desenvolver competências linguísticas, mas também alargar horizontes e criar novas oportunidades.

Ao longo do seu percurso, o ‘Speak Up’ Vila Real tem procurado afirmar-se como um espaço de aprendizagem e desenvolvimento pessoal, construindo uma relação de proximidade com os seus alunos e respetivas famílias.

A celebração do 24.º aniversário foi “um momento para recordar o caminho percorrido, reconhecer todos aqueles que fazem parte desta história e renovar a motivação para os desafios que se seguem”, revela.

Com os olhos postos no futuro, a escola aproxima-se agora de uma data particularmente especial: os seus 25 anos de existência, um “marco que permitirá celebrar um quarto de século dedicado à aprendizagem da língua inglesa em Vila Real”.

 

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La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

19 October 2026 at 15:50

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

Município de São Brás de Alportel celebra sucesso de David Mendonça com voto de louvor

19 October 2026 at 07:06

O Município de São Brás de Alportel entregou no dia 14 de outubro um Voto de Louvor ao jovem são-brasense David Mendonça, atualmente um dos artistas em maior destaque na música portuguesa, em reconhecimento ao seu percurso artístico e ao reconhecimento que tem vindo a conquistar no panorama musical nacional.

Aos 25 anos de idade, este jovem são-brasense é já uma das vozes mais escutadas em Portugal, sendo o vocalista da banda revelação na música portuguesa “Os Vizinhos”.

A paixão pela música começou cedo. Aos seis anos, começou a aprender a tocar acordeão. Mais tarde, Filomena Mendonça, mãe de David, convidou-o para o grupo Veredas da Memória, onde teve de aprender as músicas rapidamente para dar o seu contributo.

A sua formação contou ainda com os contributos dos professores Joaquim Martins, Joaquim Machado, Nelson Conceição, Jorge Alves e Gabriel Rodeia. Contou também com a ajuda de outros colegas de profissão e amigos, como Paul Carter, Bráulio Jesus, Silvino Campos e Ricardo Martins, entre outros.

Após o ensino secundário, ingressou na Escola dos Artistas de Minerva, em Loulé.

Participou, desde muito novo, em galas e festivais de acordeão e em programas de televisão.

Ao longo dos anos, tem feito parte de vários projetos, como o Rancho Típico Sambrasense, o Rancho Folclórico da Casa do Povo de Santa Catarina, o grupo de música tradicional ucraniana JASMIM, o duo com David Brito, o Veredas da Memória, a Charola da Mesquita, o duo de jazz com Paul Carter, na flauta e saxofone, o Duo d’Improviso com Luís Gonçalves, no trompete, e as Noites de Fado no Museu do Traje.

Foi dos primeiros jovens são-brasenses a apostar na formação académica em Música, como destacou a presidente da Câmara Municipal Marlene Guerreiro no momento da entrega, que frequentou em Évora, onde reforçou o contacto com diversos músicos, tendo integrado inúmeros projetos, entre os quais os quais o Grupo Académico Seistetos de onde surgiram, posteriormente, “Os Vizinhos”.  

O contacto com a história da música é também uma das vertentes que valoriza no seu percurso. Em 2021, colaborou no projeto «Sons de São Brás», dando continuidade ao interesse pela preservação e valorização do património musical. A autenticidade é, igualmente, um dos valores que considera essenciais e que faz questão de manter enquanto artista.

Figura assídua em programas de televisão, acompanhando nomes de relevo no panorama nacional, aventura-se também em nome próprio, ao constituir grupos de música tradicional inspirados nos acordes do Alentejo, com os quais participou nas edições de 2023 e 2024 da Feira da Serra.

Em abril de 2025, o São Brás Cineteatro Jaime Pinto foi o local escolhido para apresentar, o primeiro álbum d´Os Vizinhos, que rapidamente se tornou um caso sério de popularidade nacional e que os tem levado a pisar palcos de relevo e festivais de música em todo o país. 

Entre os seus temas mais populares encontram-se “Pôr do Sol”, “Pobre Ex-Namorado”, “Casar É pra Esquecer”, “Já Não Saio”, “Vizinha do 1.º Andar” e, mais recentemente, “As Laranjeiras” tema apresentado ao público pela primeira vez em São Brás de Alportel, no dia 1 de junho deste ano.

As músicas são presença constante nas rádios nacionais, sendo que o primeiro tema do grupo, «Pôr do Sol», atingiu a quarta platina em novembro de 2025, de acordo com a Associação Fonográfica Portuguesa (AFP).

Os Vizinhos preparam-se agora para lançar o seu segundo álbum, dando continuidade a um percurso marcado pelo crescimento da popularidade e pela ligação ao público.

Em 2018, quando recebeu o Prémio Juventude «Música Revelação», uma iniciativa do Município de São Brás de Alportel, David Mendonça referiu ser seu objetivo na música “tocar com os maiores nomes da música em vários palcos pelo mundo fora e mais tarde poder passar o testemunho aos mais novos”.

Sete anos volvidos, este objetivo está já em parte concretizado, com um percurso de destaque na música nacional que motivou o Município de São Brás de Alportel a atribuir-lhe um Voto de Louvor, agora entregue no Espaço Memória da Câmara Municipal. 

Uma distinção que reconhece que David Mendonça é motivo de orgulho para a comunidade são-brasense e um relevante exemplo para as novas gerações.

No próximo dia 5 de novembro, Os Vizinhos vão subir ao palco do Teatro das Figuras, associando-se ao concerto «Prometo Viver» e juntando a sua música a esta causa solidária.

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🔴GUERRA MONDIALE IBRIDA | 16.10.26

16 October 2026 at 20:06

– Italia, la piazza sfida il riarmo di Margherita Furlan
– Avvocatura dello Stato: è guerra mondiale ibrida di Jeff Hoffman
– La Francia ferma i suoi figli di Jeff Hoffman
– Tirana in fiamme, Rama non cede di Jeff Hoffman
– USA e UE sempre più distanti di Gionata Chatillard
– Due stretti in fiamme, l’Europa paga di Jeff Hoffman
– Taiwan cerca alternative a Hormuz, Trump si inserisce di Ivan Bodyan
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan
Con la collaborazione di Gionata Chatillard, Ivan Bodyan e Jeff Hoffman
Editing di Mario Ferdinandi

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Fultoin Sheen su Satana

12 October 2026 at 17:43
Ritratto ad acquerello di Fulton (immagine generata con IA di ChatGPT)

I fiori recisi fioriscono solo per poco tempo. Splendido libro di Fulton Sheen

Di Sabino Paciolla|Ottobre 12th, 2026|Categorie: Editor’s Picks, News|Tag: Cristo, diavolo, Fulton Sheen, menzogna|0 Commenti

Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto ed un approfondimento culturale, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Rob Mutsaerts, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica, non ufficiale.

Ritratto ad acquerello di Fulton (immagine generata con IA di ChatGPT)

Ritratto ad acquerello di Fulton (immagine generata con IA di ChatGPT)

On the Demonic non è, a rigor di termini, un libro di padre Dave Tomaszycki, ma un libro di Fulton J. Sheen da lui curato e redatto. Tomaszycki ha setacciato per anni gli archivi, i discorsi, gli articoli e i testi inediti di Sheen e da essi ha ricostruito il libro, quasi interamente con le parole dello stesso Sheen. L’interesse di Sheen per il demoniaco è notevolmente sobrio. Il diavolo non lo interessa come curiosità, ma come realtà. Egli cerca di comprendere cosa fa il male alla verità, alla libertà, all’umanità e, in ultima analisi, al rapporto tra l’uomo e Dio. Ciò rende On the Demonic molto più interessante di un semplice libro sui demoni. In realtà è un libro sull’uomo moderno.

Caricatura del diavolo

Per Sheen il diavolo non è tanto il creatore di un mondo alternativo quanto piuttosto una caricatura del mondo di Dio. Prende ciò che è buono e lo perverte. L’amore diventa desiderio. La libertà diventa arbitrarietà. L’uguaglianza diventa uniformità. L’autorità diventa potere. La sessualità diventa consumo. La religione diventa ideologia. E persino la compassione può essere slegata dalla verità. Questa è una delle intuizioni centrali del libro: il demoniaco raramente si manifesta come male palese. Spesso si presenta come un bene pervertito. Il bene viene capovolto, pervertito.

Ecco perché Sheen dedica tanta attenzione alle tentazioni di Gesù nel deserto. Egli non vi vede solo tre episodi all’inizio della vita pubblica di Gesù. Secondo lui, esse racchiudono l’intero programma del demoniaco. Il diavolo offre ogni volta a Cristo un cristianesimo senza croce. Trasforma le pietre in pane. Gettati dal tempio e dimostra, con un miracolo spettacolare, chi sei. Adorami e riceverai i regni del mondo. In altre parole: concedi all’uomo prosperità senza conversione, miracoli senza fede e potere senza sacrificio. Il Vangelo afferma che la salvezza viene dalla verità, dalla conversione, dal sacrificio e dall’amore. La tentazione dice: si può fare anche senza.

Ogni tentativo di rendere attraente il cristianesimo eliminando la croce, secondo Sheen, porta in sé, in ultima analisi, qualcosa di quella seduzione originaria. Una Chiesa che vuole Cristo senza il Golgota, la misericordia senza la verità, la risurrezione senza il Venerdì Santo e il discepolato senza abnegazione, alla fine non ha molto più che un sentimento religioso.

Nudità, violenza e schizofrenia

Secondo Sheen, una cultura può assumere tratti demoniaci quando capovolge sistematicamente – perverte – ciò che è umano. Per questo motivo, On the Demonic tratta tre fenomeni salienti che egli considera segni di influenza demoniaca: 1. un’ossessione per la nudità, 2. la violenza e ciò che egli definisce 3. una «mentalità schizofrenica».

1- Con il primo – l’ossessione per la nudità – Sheen intende qualcosa di più della semplice immoralità. Per lui la nudità simboleggia la scomparsa del senso di vergogna. Il corpo umano non è più visto come qualcosa che partecipa alla dignità della persona, ma diventa un oggetto che può essere guardato, commercializzato e consumato. Una cultura può parlare continuamente di autonomia corporea e allo stesso tempo commercializzare sempre più il corpo. Può promettere la liberazione sessuale e allo stesso tempo separare la sessualità dalla fedeltà, dal matrimonio, dalla fertilità e dalla responsabilità. Sheen non vedrebbe in questo una liberazione, ma una frammentazione. Il corpo viene separato dalla persona. Il sesso viene separato dall’amore. L’amore viene separato dal sacrificio. E alla fine la libertà viene separata dalla verità.

2- Con il secondo concetto – la violenza – Sheen non pensa esclusivamente alla criminalità o alla guerra. Secondo lui, la violenza nasce quando l’uomo smette di vedere l’altro come persona. Quando Dio scompare dal quadro, alla fine scompare anche il fondamento più profondo della dignità umana. L’uomo viene allora più facilmente ridotto a unità economica, organismo biologico, orientamento sessuale, membro di una classe o rappresentante di una razza. Il XX secolo ha fornito a Sheen abbondante materiale per questa analisi: comunismo, nazionalsocialismo, guerre mondiali e Stati totalitari. Ma il suo pensiero va oltre. Non appena le persone iniziano a considerare le categorie più importanti delle persone, sorge la possibilità della disumanizzazione. (C.S. Lewis ne aveva già parlato in precedenza nel suo libro «The Abolition of Man»). L’altro non è più qualcuno da amare o da convincere, ma qualcuno che è d’intralcio. Per questo Sheen vede un legame intrinseco tra menzogna e violenza. Chi non riesce più a convincere la realtà, alla fine cerca di costringerla.

3- Sheen utilizza il termine «mentalità schizofrenica» non principalmente come diagnosi psichiatrica, ma come metafora culturale. Secondo Sheen, l’uomo moderno è diviso dentro di sé. Vuole la libertà senza responsabilità; la sessualità senza conseguenze; i diritti senza doveri; il benessere senza sacrifici; la moralità senza verità oggettiva e il cristianesimo senza croce. Da ciò deriva una singolare situazione spirituale. L’uomo vuole contemporaneamente due cose opposte e rifiuta di riconoscere che esse sono in conflitto tra loro. Vuole essere completamente autonomo e allo stesso tempo desidera che gli altri confermino le sue scelte. Afferma che la verità è relativa, ma esprime giudizi morali con grande certezza assoluta. Nega l’esistenza di una natura umana oggettiva, ma invoca costantemente la dignità umana. In ciò Sheen vede qualcosa di demoniaco, poiché secondo la Scrittura il diavolo è fin dall’inizio il grande divisore – diabolos. Il demoniaco, quindi, non crea solo conflitti tra le persone, ma divide anche l’uomo dentro di sé.

Cristianesimo senza Cristo

Una parte consistente del libro tratta dell’Anticristo e della fine dei tempi. L’Anticristo non apparirà come qualcuno che dichiara apertamente: «Sono contro Cristo». Sarebbe troppo semplice. Il demoniaco imita. Per questo il male si presenterà nel linguaggio del bene. Parlerà di pace, umanità, fratellanza e forse persino di religione — ma ne eliminerà Cristo. Questo è l’avvertimento principale di Sheen. La tentazione finale del mondo cristiano non sarà necessariamente l’ateismo. Potrebbe anche essere un cristianesimo senza Cristo. Una religione di fratellanza senza Padre. Una morale senza verità. Una pace senza conversione. Un Regno senza Re.

Una delle grandi qualità di Sheen come apologeta è che comprende che le persone non scelgono quasi mai il male perché è male. Scegliamo il male perché in esso si nasconde qualcosa di buono. Nessuno desidera la dipendenza per la dipendenza stessa; si desidera il piacere. Nessuno desidera la menzogna per la menzogna stessa; si desidera un vantaggio, una reputazione o una protezione. Nessuno desidera la tirannia in quanto tale; si desidera l’ordine, la sicurezza o l’uguaglianza. Secondo Sheen, Satana ha quindi sempre bisogno della verità. Non perché ami la verità, ma perché una menzogna diventa credibile solo quando contiene una dose sufficiente di verità. Una banconota viene contraffatta perché le banconote autentiche hanno valore. Nessuno contraffa una banconota da 12 euro perché non esiste una banconota autentica da 12 euro. Così funziona anche il male. Imita ciò che è veramente prezioso. Ecco perché il discernimento è così importante. La lotta cristiana non consiste solo nella scelta tra qualcosa che è chiaramente buono e qualcosa che è chiaramente orribile. La scelta è spesso tra il bene e qualcosa che sembra buono.

Le tre grandi armi

Con questo arriviamo alla parte più sorprendente del libro. Dopo aver parlato a lungo del male, Sheen non fornisce tecniche complicate per la guerra spirituale. Al contrario, ritorna al centro della fede cristiana. Le tre grandi armi che menziona sono: il nome di Gesù, il sangue di Cristo e Maria.

Seguono poi capitoli sulla croce e sull’Ora Santa, l’ora di adorazione che lo stesso Sheen ha osservato quotidianamente per decenni. È così che il libro acquista la giusta prospettiva. La figura centrale di On the Demonic, in definitiva, non è Satana. È Cristo.

Di conseguenza, On the Demonic si rivela, in definitiva, ben poco un libro su strani fenomeni soprannaturali. È un libro sul rifiuto umano di essere creature – si pensi al rifiuto di Adamo ed Eva. Satana può conservare le parole cristiane e cambiarne il significato: misericordia senza conversione; carità senza verità. Salvezza senza croce. Questi non sono semplicemente errori. Per Sheen, esse fanno parte di uno schema spirituale fondamentale: si vogliono conservare i frutti del cristianesimo dopo averne reciso le radici. Ma i fiori recisi non continuano a fiorire in eterno.

Il suo messaggio è, in definitiva, quasi classicamente benedettino: resta vicino a Cristo, vivi secondo i sacramenti, prega, venera l’Eucaristia, prendi su di te la croce, non temere i sacrifici e confida in Maria. Ecco perché il pensiero di Sheen sul demoniaco termina proprio dove in realtà termina tutto il suo pensiero: presso la croce e l’Eucaristia.

Dave Tomaszycki. Arcivescovo Fulton J. Sheen: Sul demoniaco Da non perdere!!

+Rob Mutsaerts

Vescovo ausiliare della diocesi di ’s‑Hertogenbosch (in italiano, Boscoducale / Den Bosch), nei Paesi Bassi.

Scritto da: Sabino Paciolla
Sabino Paciolla si è laureato con lode presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli studi di Bari (Italia), corso di laurea in Scienze statistiche ed economiche. Ha conseguito un Master in Corporate and Investment Banking presso la SDA Bocconi di Milano (Italia). Ha lavorato presso un istituto bancario di livello internazionale nell’ambito del corporate e restructuring, in qualità di senior relationship corporate manager. Cultore di materie economiche e finanziarie, segue con attenzione l’andamento dell’economia, dei mercati finanziari e delle politiche monetarie delle Banche centrali. Segue anche il panorama culturale e politico attuale. Sposato, con quattro figli.

L'articolo Fultoin Sheen su Satana proviene da Blondet & Friends.

Debito pubblico europeo: l’architettura del controllo dietro l’Emergenza Economica

30 September 2026 at 21:40
Il debito pubblico europeo non è un'emergenza contabile, ma uno strumento tecnocratico per espropriare sovranità, comprimere i salari e distruggere le famiglie.

Obra de Sophia volta a inspirar jovens na 21ª Edição do Concurso Literário

30 September 2026 at 06:42

As Bibliotecas Municipais de Lagos e Loulé promovem a 21ª edição do Concurso Literário Sophia de Mello Breyner Andresen, iniciativa que, há mais de duas décadas, aproxima as novas gerações da obra de uma das figuras maiores da literatura portuguesa do século XX.

Dirigido aos alunos dos 2º e 3º ciclos do Ensino Básico e do Ensino Secundário, o concurso contempla as categorias de Texto e Ilustração, tendo como ponto de partida a obra literária da autora. Mais do que estimular a criatividade e a expressão artística dos jovens, a iniciativa procura incentivar a leitura da obra de Sophia, aprofundando o conhecimento do seu universo literário.

Os trabalhos podem ser entregues até 6 de fevereiro de 2027, presencialmente nas Bibliotecas Municipais de Lagos ou Loulé, ou enviados por correio. Cada participação deverá estar obrigatoriamente identificada com pseudónimo, ano de escolaridade, categoria a que concorre e título do trabalho, de acordo com as condições estabelecidas no regulamento.

A apreciação dos trabalhos ficará a cargo de um júri constituído por representantes dos dois municípios organizadores, da Direção-Geral do Livro, dos Arquivos e das Bibliotecas, da Rede de Bibliotecas Escolares e por um autor convidado.

Em cada uma das categorias serão atribuídos 1º e 2º prémios, podendo ainda ser distinguidos trabalhos com menções honrosas. Os vencedores do 1º prémio receberão um cartão-oferta no valor de 400 euros para utilizar em livrarias locais de Lagos e Loulé e diploma de participação, enquanto o 2º prémio corresponde a um cartão-oferta no valor de 200 euros e respetivo diploma. As menções honrosas serão distinguidas com diploma de participação, livros e ofertas de cortesia dos dois municípios.

A cerimónia de entrega dos prémios da 21ª edição terá lugar no dia 17 de abril de 2027, no Centro Cultural de Lagos, reunindo participantes, famílias, comunidade educativa e entidades envolvidas numa celebração da literatura, da criatividade e do legado de Sophia de Mello Breyner Andresen.

Mnsignor Viganò: «Prevost è come Bergoglio»

22 September 2026 at 08:04

Arcivescovo Carlo Maria Viganò
@CarloMVigano

“Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: “tunc revelabitur ille iniquus”. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.”

aldomariavalli.it/2026/09/21/lin

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Quarteira recebe apresentação do Catálogo de Intervenção Artística “Roleta”

22 September 2026 at 07:02

No dia 26 de setembro, às 16h30, a antiga Lota de Quarteira (Sala Multiusos da Exposição “Com os Pés na Terra e as Mãos no Mar. 6000 anos de História de Quarteira”) acolhe o lançamento do catálogo da intervenção artística “Roleta”, de Ângelo Gonçalves. 

Criada no âmbito do Programa de Apoio às Artes (PAA’23) do Município de Loulé, sob o tema Deriva Natural, a obra parte da apropriação do eixo de uma antiga nora agrícola. Ao deslocar esta tecnologia hidráulica ancestral para o espaço público, o artista estabelece uma ponte com a tradição do ready-made de Marcel Duchamp, usando a água como fio condutor para cruzar a memória rural algarvia e as crises ambientais contemporâneas.

Através do contraste cromático – entre o azul-turquesa do eixo metálico, que evoca o horizonte mediterrânico, e o vermelho de um colete salva-vidas comprimido na base -, “Roleta” confronta o público com a vulnerabilidade humana, as rotas migratórias e a urgência da responsabilidade ecológica coletiva.

Esta iniciativa tem entrada livre.

Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese

19 September 2026 at 10:50

Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
di Margherita Furlan
19 settembre 2026

Aramco compra gasolio nel Mediterraneo dopo gli attacchi alle sue raffinerie. In quella stessa finestra di mercato si forma il prezzo che paghiamo alla pompa. L’Italia ci arriva senza impianti e senza bandiera
La fila di Aramco
Da alcune settimane Saudi Aramco presenta offerte d’acquisto nella finestra di contrattazione gestita da Platts per carichi di gasolio nel Mediterraneo. Secondo gli intermediari che seguono quella piattaforma, la società statale saudita cerca migliaia di tonnellate di prodotto raffinato; altri operatori riferiscono che sta sondando anche il mercato della benzina in Europa. L’azienda ha rifiutato di commentare.1
Conviene soffermarsi su cosa significhi. Aramco estrae, raffina e vende: è strutturalmente venditrice di distillati, non compratrice. Nel luglio 2025 l’Arabia Saudita aveva toccato il massimo storico delle esportazioni di gasolio, con una media mensile di 611mila barili al giorno, e Aramco si presentava come fornitore quasi solitario nelle finestre di valutazione del Nord Europa e del Mediterraneo, spesso a prezzi inferiori a quelli degli altri.2 Quattordici mesi dopo si mette in fila dall’altra parte del banco.
Il motivo non è un capriccio commerciale, sono gli impianti. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco alla raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso, e nel corso dell’estate hanno colpito ripetutamente il centro di trattamento di Jazan, più a sud. Poi, il 10 settembre, droni partiti dall’Iraq hanno incendiato le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest nelle aree di Riad e Medina: il ministero dell’Energia saudita ha confermato l’attacco e la chiusura «precauzionale» della conduttura, mentre le immagini satellitari mostravano il pennacchio di fumo sopra la linea e i danni estesi a una stazione vicino ad Al Mesba’ah.
Quella conduttura non è un’infrastruttura qualunque. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente sbarrato dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026, l’oleodotto Est-Ovest è diventato la via di fuga del petrolio saudita: milleduecento chilometri dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, con circa cinque milioni di barili al giorno dirottati su quella direttrice. Lo aveva detto l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser: nel contenere la crisi di approvvigionamento il tubo aveva pesato più del rilascio delle riserve strategiche.3 Gli attacchi dell’aprile precedente avevano già sottratto al regno circa 600mila barili al giorno di capacità produttiva. Ad agosto l’estrazione saudita era scesa a 6,24 milioni di barili quotidiani, un livello che nessuno si aspettava di vedere dal principale produttore dell’OPEC.4
Nel frattempo si chiudeva anche l’altra uscita. Gli Houthi hanno proclamato a luglio un blocco marittimo contro le navi saudite, hanno preso il porto yemenita di Mokha e si sono avvicinati alle isole Hanish, cioè alla soglia di Bab el-Mandeb; il traffico attraverso quello stretto è calato di circa il sessanta per cento. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra, l’oleodotto in mezzo è fermo: il regno che ha costruito la propria centralità mondiale sulla capacità di consegnare greggio ovunque si è ritrovato con tre porte socchiuse e un ordine d’acquisto da firmare nel Mediterraneo.
Il resto è politica. Nei giorni dell’avanzata su Mokha il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere raid contro il movimento yemenita, secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana.5 Riad, per ora, ha evitato la rappresaglia diretta contro l’Iraq e Baghdad ha condannato l’attacco e apprezzato la scelta di non reagire.6 Il petroliere più potente del pianeta ha scoperto che la sua potenza dipendeva da cose fragili: una stazione di pompaggio, una colonna di distillazione, una rotta.
Il bersaglio non è più il pozzo
C’è una regolarità, in questi mesi, che i comunicati non dicono e le mappe sì. Nessuno bombarda i giacimenti. Si colpiscono le stazioni di pompaggio, le raffinerie, i terminali, i tubi. Il giacimento è profondo, disperso, difficile da distruggere e costoso da presidiare; l’impianto che trasforma il greggio in qualcosa di utilizzabile è invece un oggetto concentrato, visibile dal satellite, vulnerabile a un drone che costa quanto un’utilitaria. La stessa grammatica si legge sul fronte opposto dell’Eurasia, dove da due anni le raffinerie russe sono bersaglio sistematico dei droni ucraini, con fermate di impianti e contrazioni della produzione di carburante. Non è una coincidenza tecnica: è una dottrina che si è diffusa perché funziona.
Clausewitz aveva chiamato centro di gravità il punto da cui dipende la coesione dell’intera forza avversaria, quello contro cui vanno concentrate tutte le energie.7 Per un secolo si è creduto che nel settore energetico quel centro fosse la risorsa: chi possiede il sottosuolo comanda. La stagione che stiamo attraversando dice il contrario. Il centro di gravità è la catena di trasformazione e di trasporto e chi la colpisce ottiene con mezzi minuscoli effetti che nessun esercito convenzionale potrebbe produrre a quel costo. Un movimento armato yemenita, senza marina né aviazione, ha ridotto le esportazioni del primo produttore mondiale e ne ha fatto un compratore di gasolio sul mercato libero.
Ne discendono due conseguenze che riguardano direttamente l’Europa. La prima è che il vantaggio difensivo è scomparso: proteggere una rete di impianti e di condutture costa incomparabilmente più che attaccarla e nessuna quantità di navi in scorta può cambiare questa aritmetica. La seconda è che la sicurezza energetica ha smesso di essere un problema di contratti di fornitura per diventare un problema d’infrastrutture fisiche. Si può avere il barile e non avere il litro. Si può avere il litro e non avere il modo di farlo arrivare. Chi ha smontato pezzi della propria capacità di trasformazione pensando che il mercato avrebbe sempre provveduto ha fatto una scommessa sulla stabilità permanente delle rotte altrui. Quella scommessa, nell’anno in cui il re del greggio si mette in fila per comprare carburante, si sta rivelando per quello che era.
Il prezzo non nasce alla pompa
Qui il ragionamento smette di essere mediorientale e diventa italiano perché il collegamento fra Yanbu e il distributore sotto casa non è una metafora, ma un meccanismo documentato e pubblico.
Il prezzo industriale dei carburanti in Italia, cioè quel che resta una volta tolte accisa e imposta sul valore aggiunto, non segue il costo di produzione delle raffinerie nazionali. Segue la quotazione internazionale dei prodotti raffinati nel bacino mediterraneo, il cosiddetto Platts CIF Med, rilevato dall’agenzia che pubblica le valutazioni giornaliere sulla base delle contrattazioni fisiche. Lo scrive senza giri di parole l’associazione delle aziende petrolifere italiane nella propria nota metodologica sui prezzi: la materia prima del prezzo alla pompa è la quotazione Platts, e il margine lordo è la differenza fra il prezzo di vendita al netto delle tasse e quel valore. Lo ripete la stessa associazione quando deve spiegare perché il greggio scende e i carburanti no: il riferimento non è il Brent, sono le valutazioni dei raffinati.8
Vale la pena fermarsi su cosa sia quella finestra. Non è una borsa regolamentata con un’autorità di vigilanza pubblica: è un processo di valutazione gestito da una società privata di informazione sui mercati, alimentato dalle offerte che gli operatori presentano in un intervallo di tempo definito. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in un’indagine del 2023 sui prezzi dei carburanti, ha osservato che i riferimenti internazionali dei prodotti petroliferi, Platts compreso, sono esposti a rischi di opacità, e lo ha argomentato richiamando da un lato procedimenti per sospette manipolazioni conclusi in giurisdizioni extraeuropee, dall’altro l’adozione di apposite linee guida da parte delle autorità internazionali di regolamentazione.9 È un’istituzione italiana che dice, in punta di diritto, che il termometro del nostro prezzo alla pompa non è un oggetto neutro.
In quella finestra, da alcune settimane, compra Saudi Aramco.
Il risultato lo hanno letto tutti sui cartelloni. Il 16 settembre 2026 il gasolio in modalità self service ha toccato il massimo storico italiano a 2,246 euro al litro, quasi due centesimi sopra il precedente primato del 17 marzo 2022, con 2,326 euro sulla rete autostradale e la quotazione all’ingrosso oltre i milleduecento euro per mille litri; il giorno seguente il servito viaggiava a 2,376.10 Senza il taglio dell’accisa il prezzo medio nazionale sarebbe stato di 2,416 euro.11
Nessuno impone a Roma cosa pagare. Semplicemente, il quadro dentro cui quel prezzo si forma è stato costruito da altri, si aggiorna ogni giorno in una finestra di mercato dove lo Stato italiano non siede, e il nostro margine di azione si è ridotto a decidere se restituire ai cittadini qualche centesimo di accisa. Non è dipendenza dal barile: è dipendenza dalla struttura.
Il mercato si era già ristretto
C’è un antefatto che rende il gesto di Aramco molto più pesante di quanto appaia e che riguarda l’Europa da vicino: la riserva di gasolio del Mediterraneo si era assottigliata per decisione politica mesi prima che i droni arrivassero su Yanbu.
Fino al 2022 circa il quaranta per cento del gasolio importato dall’Unione europea veniva dalla Russia. L’embargo ha chiuso quel canale ma non ha ridotto la domanda: l’ha deviata. Si è aperta così la scappatoia della raffinazione, il cosiddetto refining loophole, per cui India, Turchia e in parte Cina compravano greggio russo a prezzi scontati proprio grazie alle sanzioni occidentali, lo lavoravano nei propri impianti e rivendevano all’Europa prodotti formalmente non russi, perché la nazionalità di un carburante, nel diritto commerciale, è quella del Paese in cui avviene la trasformazione, non quella del pozzo. Non era un traffico clandestino: era legale, pubblico e quantificato. Nel giugno 2025 l’Europa ha ricevuto 124mila barili al giorno di gasolio dall’India e 94mila dalla Turchia, pari rispettivamente al sette e al cinque per cento delle importazioni totali; secondo le stime di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, l’India, fino a pochi anni prima inesistente come esportatore verso il nostro continente, ha coperto nel 2024 il sedici per cento dell’import europeo, in un anno in cui il greggio russo rappresentava il trentotto per cento degli acquisti indiani.12
Per tre anni, insomma, l’Europa ha continuato a bruciare molecole di origine russa passate per Jamnagar o per İzmir, dichiarando di non comprare più dalla Russia. Poi, nel luglio 2025, il diciottesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso anche quella porta: dal 21 gennaio 2026 è vietato importare nell’Unione prodotti petroliferi ottenuti in Paesi terzi a partire da greggio di origine russa, con esenzione per alcuni partner e per i Paesi esportatori netti di greggio.13 La misura ha due caratteristiche che meritano di essere dette. La prima è che nessuna analisi di laboratorio può stabilire l’origine di una molecola dopo la raffinazione, tanto più che si lavorano miscele di greggi diversi: l’applicazione dipende quindi da autocertificazioni e da tracciamenti documentali, e già al momento dell’annuncio gli operatori prevedevano un carosello di trasbordi destinato a confondere le carte. La seconda è che quel divieto ha ristretto l’offerta disponibile nel bacino mediterraneo in un momento in cui l’Europa non aveva ricostruito un grammo della capacità di raffinazione che aveva dismesso.
Ora si guardi la sequenza per intero, perché è la cosa più istruttiva di tutta questa vicenda. Il 21 gennaio 2026 l’Unione europea restringe per via normativa il proprio accesso al gasolio. A febbraio la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sbarra lo Stretto di Hormuz. Durante l’estate gli attacchi degli Houthi mettono fuori uso a intermittenza gli impianti sauditi sul Mar Rosso. Il 10 settembre saltano le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest. E in quel bacino ristretto, dove l’Europa deve comprare per forza, entra come acquirente anche il maggiore produttore mondiale. Nessuno di questi eventi, preso da solo, era imprevedibile; il loro sovrapporsi era un rischio di sistema che qualcuno avrebbe dovuto valutare prima di firmare i provvedimenti e prima di autorizzare le conversioni di impianti. Il differenziale fra il prezzo del gasolio e quello del greggio, che è la misura esatta della scarsità di capacità di raffinazione, aveva già superato i ventisei dollari al barile nell’estate 2025, il massimo dal febbraio 2024. Era un segnale, ed era leggibile da chiunque.
Va detto con chiarezza quel che l’Unione ha deciso senza dotarsi degli strumenti per reggerne le conseguenze non lo pagano le cancellerie, bensì chi mette il gasolio nel furgone alle sei del mattino.
La deindustrializzazione ha un indirizzo
A questo punto la domanda giusta non è perché il gasolio costi tanto, ma perché l’Italia sia arrivata a questo appuntamento in queste condizioni. E la risposta ha una data d’inizio, una sequenza e dei documenti.
Fra il 2000 e il 2024 il Paese ha perso il 12,7 per cento della propria capacità di raffinazione.14 Non è stata un’emorragia improvvisa: è stata una successione di decisioni aziendali, ciascuna ragionevole dal punto di vista di chi la prendeva, che sommate hanno prodotto un risultato che nessuno ha mai deliberato in Parlamento.
La raffineria di Cremona della Tamoil ha chiuso nel 2011 ed è stata convertita in deposito: l’amministratore delegato della società lo raccontò ai deputati della Commissione Attività produttive, spiegando che un impianto nella pianura padana, senza sbocco al mare, non riusciva più a collocare l’eccesso di olio combustibile e di benzina.15 La Raffineria di Roma, a Pantano di Grano, comunicò nel giugno 2012 l’intenzione di trasformare, a decorrere dal 30 settembre di quell’anno, lo stabilimento di lavorazione e stoccaggio in mero deposito di oli minerali: la dismissione dell’attività di raffinazione è scritta negli atti autorizzativi.16 La IES di Mantova, comprata quattro anni prima dal gruppo ungherese MOL, annunciò nell’ottobre 2013 la trasformazione graduale in deposito a partire dal gennaio successivo, con 350 esuberi su 390 dipendenti. Nel frattempo Eni fermava per sei mesi Porto Marghera e metteva in cassa integrazione a zero ore cinquecento persone a Gela.
Il Parlamento lo sapeva. Nel 2012 la Camera svolse una indagine conoscitiva specifica sulla crisi della raffinazione, con audizioni di aziende e sindacati, e il documento conclusivo registrava il rischio di chiusura di almeno quattro o cinque siti e la necessità di interventi a tutela del settore.17 Gli interventi non sono arrivati. È arrivata, invece, una narrazione più comoda.
Perché la seconda ondata è stata raccontata in tutt’altro modo. Porto Marghera è diventata bioraffineria nel 2014, Gela nel 2019, Livorno è in conversione con completamento previsto fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Ogni annuncio è stato presentato come transizione ecologica e sul piano delle emissioni ha una sua logica difendibile. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, però, i numeri raccontano un’altra storia, perché le scale non sono paragonabili: Livorno, che sta completando il passaggio alla bioraffinazione, trattava quattro milioni di tonnellate di greggio l’anno e nessun impianto a scarti e oli vegetali lavora volumi simili. Un litro di gasolio idrogenato da scarti alimentari non è un litro di gasolio fossile in meno da importare: è un’altra filiera, con materie prime diverse, volumi diversi e limiti propri. La colonna di distillazione che smetti di far girare non torna.
Pasolini aveva coniato, per descrivere l’Italia che si trasformava sotto i suoi occhi, la formula dello «sviluppo senza progresso»: un Paese che si modernizza nelle forme e si impoverisce nella sostanza, perché il criterio della trasformazione non è il bene comune ma la convenienza di chi la guida.18 Non è un’analogia forzata. La dismissione della raffinazione italiana è stata razionale per ogni singolo azionista e distruttiva per l’interesse nazionale e nessuno, in vent’anni, si è preso la responsabilità politica di dire che quelle due razionalità non coincidevano.
Oggi restano poco più di dieci impianti attivi, di cui tre convertiti o in conversione alla bioraffinazione. È il patrimonio con cui l’Italia si presenta al mercato in cui, da alcune settimane, compra anche Saudi Aramco.
Il cambio di bandiera
Gli impianti sopravvissuti hanno cambiato proprietario, e la geografia di quei passaggi dice più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
La ISAB di Priolo Gargallo, il complesso di raffinazione più grande del Paese, è passata in dieci anni dalla genovese Erg alla russa Lukoil, da questa al fondo cipriota G.O.I. Energy nel 2023, sotto la pressione delle sanzioni e con accordi decennali di fornitura e di ritiro affidati alla società di intermediazione Trafigura, e infine, nella primavera del 2026, a un gruppo italiano. È la vicenda più istruttiva dell’intero dossier e merita un capitolo a sé.
Sarroch, in Sardegna, è la seconda gamba del sistema: trecentomila barili al giorno, oltre un quinto dei carburanti italiani, in gran parte gasolio, cioè esattamente il prodotto di cui l’Europa non è autosufficiente. Era la Saras della famiglia Moratti; dal 2024 è di Vitol, il maggiore operatore mondiale indipendente nel commercio di petrolio. Augusta, centosettantamila barili al giorno, è della algerina Sonatrach, che l’ha rilevata nel 2018 da Esso Italia. Milazzo è per metà kuwaitiana, joint venture paritaria fra Eni e Kuwait Petroleum. Già nel febbraio 2024, facendo i conti con l’ingresso di Vitol in Saras, Il Sole 24 Ore osservava che circa metà della capacità di raffinazione italiana passava sotto controllo straniero.19
Poi è arrivato il passaggio più grande, e quasi nessuno se n’è accorto. Nel settembre 2025 la famiglia Brachetti Peretti ha firmato l’accordo vincolante per cedere il 99,82 per cento di Italiana Petroli, il gruppo Api, alla SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian. Nel pacchetto, valutato attorno ai tre miliardi di euro, ci sono la raffineria di Falconara Marittima, quella di Trecate e oltre quattromilacinquecento stazioni di servizio a marchio IP. Il perfezionamento è arrivato nella primavera del 2026, dopo le autorizzazioni in materia di concorrenza, sovvenzioni estere e poteri speciali dello Stato. Non è più solo la raffinazione: è la rete capillare attraverso cui gli italiani fanno il pieno.
Sia chiaro cosa si sta dicendo e cosa no. Non c’è nulla di illegittimo in queste operazioni e nulla da eccepire sui compratori: un trader olandese, un fondo cipriota, una compagnia di Stato algerina e una azera hanno fatto quello che è nel loro mandato, cioè comprare beni che rendono. Il punto è l’altro lato del tavolo. Una raffineria per un operatore di mercato è un margine fra il costo del greggio e il valore dei prodotti e se quel margine si assottiglia la si spegne; per uno Stato è la differenza tra avere il petrolio e il carburante. Sono due criteri diversi e l’Italia ha lasciato che prevalesse il primo senza mai dichiarare di averlo scelto. La normativa sui poteri speciali è stata applicata come procedura di controllo su singole operazioni, non come strumento di una politica industriale: ha accompagnato i passaggi di proprietà, non li ha orientati.
È un mutamento reale dei rapporti di potere travestito da ordinaria amministrazione. La cessione dell’apparato di raffinazione italiano ne è un caso quasi scolastico. Nessun voto parlamentare ha mai stabilito che il Paese rinunciasse al controllo della propria capacità di trasformazione. È accaduto in quindici anni, un atto societario alla volta, e ogni singolo atto era legittimo.
Priolo, quattro proprietari in dieci anni
Se si vuole capire che cosa accade a un’infrastruttura strategica quando la si affida integralmente al mercato dei capitali conviene guardare da vicino Priolo Gargallo, provincia di Siracusa: le due raffinerie riunite sotto la sigla ISAB valgono circa un quinto della capacità di raffinazione nazionale, coprono una quota consistente della domanda elettrica siciliana, occupano attorno a mille persone in via diretta e ne sostengono diverse migliaia nell’indotto. Non è uno stabilimento, è un pezzo dell’ossatura del Paese.
La sequenza dei proprietari, in poco più di dieci anni, è questa: il gruppo genovese Erg esce dalla raffinazione, l’impianto passa alla russa Lukoil attraverso la controllata Litasco e nel 2023, quando le sanzioni rendono impossibile sia importare greggio russo che ottenere credito bancario per comprarne altrove, viene ceduto al fondo cipriota G.O.I. Energy. La cessione, secondo il Financial Times, fu agevolata dal gruppo di intermediazione Trafigura e da un investitore privato, e fu approvata dal governo italiano con l’esercizio dei poteri speciali; i dettagli delle condizioni imposte non sono stati resi pubblici. Lo Stato, in altre parole, ha scelto e autorizzato il compratore, e lo ha fatto in forza di un decreto legge concepito proprio per proteggere l’impianto durante l’uscita dei russi.
L’assetto era questo: la proprietà al fondo, il capitale circolante a Trafigura, che avrebbe fornito il greggio e ritirato i prodotti raffinati per dieci anni. Poi è arrivato il conto. Nel gennaio 2025 la società apre una procedura di composizione negoziata della crisi per gestire tensioni finanziarie; secondo il Financial Times l’azionista di controllo indiretto avrebbe cercato di usare quella procedura per rinegoziare o risolvere il contratto decennale con il trader, giudicato penalizzante per l’impianto, e l’esistenza di quel vincolo avrebbe ostacolato le trattative con possibili acquirenti. Nell’autunno 2025 emerge in sede giudiziaria che il prezzo di acquisto non sarebbe stato integralmente saldato al venditore russo, con un debito indicato fra i 150 e i 190 milioni di euro, e il tribunale apre alla possibilità di pignoramento delle quote. Nel febbraio 2026 la procedura di crisi si chiude con esito positivo; nella primavera il fondo firma la cessione a un gruppo italiano, con un’operazione articolata in due fasi, la prima relativa al 51 per cento. Il via libera dell’Autorità garante della concorrenza è arrivato; il vaglio dei poteri speciali, mentre scriviamo, è ancora davanti al governo, e i sindacati territoriali chiedono di essere coinvolti in quel passaggio.
Bilancio di dieci anni: quattro assetti proprietari, due procedure straordinarie, un contenzioso internazionale, perdite per centinaia di milioni nel 2023 e nel 2024 e un ritorno all’utile nel 2025 grazie a condizioni di mercato favorevoli. I lavoratori hanno attraversato l’intero percorso senza mai sapere chi fosse davvero il loro datore di lavoro l’anno successivo, e il sindacato, al primo tavolo con la nuova proprietà, ha dovuto porre come condizioni non negoziabili cose che in un Paese con una politica industriale sarebbero ovvie: salvaguardia dei livelli occupazionali, tutela dell’indotto, un cronoprogramma certo d’investimenti a partire dalla manutenzione di un impianto che tratta idrocarburi in un sito di interesse nazionale per le bonifiche.
David Harvey ha chiamato accumulazione per spoliazione quel meccanismo per cui il capitale, quando il profitto ordinario si comprime, torna a guadagnare non producendo di più ma appropriandosi di beni già esistenti, spesso pubblici o socialmente costruiti, e rimettendoli in circolo come attività finanziarie. La vicenda di Priolo non è la sua illustrazione perfetta, e sarebbe scorretto presentarla come tale: qui il rischio industriale c’è stato davvero e le perdite pure. Ma il nucleo del ragionamento tiene. Un impianto che vale un quinto della capacità nazionale è stato trattato per un decennio come una partecipazione da acquistare, da rifinanziare e da rivendere, mentre la sua funzione, per il Paese, era un’altra: garantire che ci fosse carburante. Quando il criterio finanziario e quello della sicurezza divergono, non è il primo a cedere.
Il ritorno dell’impianto sotto controllo italiano è una buona notizia e va detto. Ma è avvenuto per iniziativa di un gruppo privato al termine di una crisi, non per effetto di una strategia nazionale ed è ancora una volta lo Stato a doversi limitare a dire sì o no a un’operazione decisa da altri. Il golden power è solo un semaforo: regola il traffico, non decide dove si va.
Il fornitore diventa concorrente
L’Italia è un Paese che produce gasolio. Secondo i dati del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica relativi al 2025, il fabbisogno nazionale di gasolio si aggira sui 23,3 milioni di tonnellate e la produzione delle raffinerie italiane sfiora i 25 milioni: siamo esportatori netti, con circa 7,9 milioni di tonnellate vendute all’estero contro 5,2 importate. Chi racconta un Paese incapace di raffinare dice una cosa falsa.
E allora perché il prezzo alla pompa tocca il massimo storico proprio mentre a migliaia di chilometri saltano le stazioni di pompaggio saudite? Perché l’esposizione italiana non è fisica, è di posizione. Due numeri lo spiegano meglio di un saggio. Il 60 per cento del gasolio che importiamo proviene dall’area del Golfo, e il 47 per cento arriva dalla sola Arabia Saudita. Il nostro primo fornitore di gasolio è esattamente il soggetto che da alcune settimane presenta offerte d’acquisto nella finestra mediterranea dove si forma il nostro prezzo industriale. Non ha smesso di venderci: ha cominciato a comprare dove compriamo noi. Il fornitore è diventato concorrente, e ci è arrivato nel giro di un trimestre, senza che nessuno decidesse nulla.
Immanuel Wallerstein descriveva l’economia mondiale come un sistema unico articolato in centro, periferia e semiperiferia, dove la posizione di ciascuno non dipende dalla ricchezza assoluta ma dal punto che occupa nella divisione del lavoro e nella catena del valore.20 L’Italia energetica sta esattamente lì, nel mezzo: trasforma molto, decide poco, non controlla né la risorsa a monte né le regole di formazione del prezzo a valle. È una posizione che funziona benissimo quando il sistema è stabile e diventa una trappola nel momento in cui qualcuno, in Yemen o in Iraq, scopre che una stazione di pompaggio si buca con un drone.
L’accisa come anestetico
Lo Stato italiano f l’unica cosa che gli è rimasta da fare, e la fa in entrambe le direzioni nello stesso anno.
Il primo movimento è strutturale. Il decreto legislativo 43 del 2025 avvia il riavvicinamento graduale fra l’accisa sulla benzina e quella sul gasolio, e il decreto ministeriale del 14 maggio 2025 lo mette in pratica: un centesimo e mezzo in meno al litro sulla benzina, un centesimo e mezzo in più sul gasolio.21 Poi la legge di bilancio per il 2026 accelera bruscamente: dal primo gennaio le due aliquote sono parificate a 672,90 euro per mille litri, il che significa 4,05 centesimi in meno sulla benzina e 4,05 in più sul gasolio, senza gradualità, con la motivazione esplicita di superare un sussidio ambientalmente dannoso censito nel catalogo del ministero dell’Ambiente.22 La logica ambientale è comprensibile. L’effetto sociale, in un Paese dove il gasolio muove l’autotrasporto, l’agricoltura e la quota maggioritaria del parco veicoli, è una tassa che colpisce chi lavora. E c’è un precedente che nessuno ha chiarito: dopo il riequilibrio del maggio 2025 il rincaro sul gasolio si è trasferito ai prezzi quasi integralmente, mentre lo sconto sulla benzina, almeno sulla rete autostradale, si è visto in misura ridicola, tanto che un’associazione di consumatori ha depositato un esposto all’Antitrust.23 La partita di giro, sulla carta a somma zero, è diventata un aumento netto per il cittadino.
Il secondo movimento è d’emergenza, e va nella direzione opposta. Da quando il prezzo internazionale del gasolio ha cominciato a correre, il governo taglia la stessa accisa che ha appena aumentato: l’aliquota viene ridotta in via temporanea a 532,90 euro per mille litri, cioè quattordici centesimi al litro, più tre centesimi di minore imposta sul valore aggiunto, per uno sconto complessivo di diciassette centesimi.24 E lo fa per periodi brevissimi, rinnovati di decreto in decreto: dal 28 luglio al 6 agosto, dal 27 agosto al 5 settembre, poi fino al 10, poi fino al 17 con una copertura di circa 85 milioni di euro, poi con uno sconto dimezzato e infine ridotto a poco più di sei centesimi. Sedici proroghe, circa due miliardi di euro in sette mesi, e un prezzo che nel frattempo ha toccato comunque il massimo storico.
Messi in fila, i due movimenti raccontano meglio di qualunque analisi lo stato della politica energetica italiana. A gennaio lo Stato alza l’accisa sul gasolio di quattro centesimi per ragioni ambientali; da luglio la taglia di quattordici per ragioni sociali; a settembre torna a ridurre lo sconto perché non ci sono più coperture. È l’unica leva rimasta a un Paese che ha perso il controllo di tutto il resto della catena, e viene azionata avanti e indietro come il volante di un’automobile che ha i freni altrove. Ogni proroga dura una settimana o dieci giorni, esattamente la durata dell’attenzione mediatica che la accompagna.
Due miliardi sono una cifra seria. Sono circa quanto il Paese avrebbe speso per costituire una riserva strategica di prodotti finiti di dimensioni significative, o per finanziare la quota pubblica di un piano di ammodernamento della capacità di raffinazione residua. Sono stati spesi, invece, per ridurre di qualche centesimo e per qualche giorno un prezzo che si forma in una finestra di contrattazione privata nel Mediterraneo, dove nel frattempo è entrata a comprare Saudi Aramco. Un Paese senza controllo sulla catena può soltanto anestetizzare il dolore, mai curarlo.
Riprendersi la catena: i tre anelli
Mattei non aveva pozzi. Aveva capito che il potere non stava nel giacimento ma nella catena che porta il greggio dal sottosuolo al serbatoio e che quella catena si poteva costruire anche partendo da un Paese sconfitto e privo di risorse. A Tunisi, il 10 giugno 1960, nel giorno in cui firmava con il governo tunisino l’intesa per costruire una raffineria, spiegò che quelle intese nulla avevano a che vedere con «il modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secolo», perché prevedevano compartecipazione finanziaria e cogestione fra Paesi produttori e Paesi consumatori, in condizioni di eguaglianza.25 Negli appunti preparati per quel viaggio, rimasti inutilizzati e conservati nell’archivio storico dell’Eni, la formulazione era ancora più tagliente: la condizione coloniale, annotava, esiste quando il gioco della domanda e dell’offerta di una materia prima vitale è «alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio», e nel settore petrolifero quella potenza aveva un nome, il cartello.26 Sessantasei anni dopo, l’incontro fra domanda e offerta del nostro gasolio si decide in una finestra di contrattazione privata che l’Autorità garante della concorrenza definisce esposta a rischi di opacità. La definizione di Mattei non è invecchiata: si è solo spostata di soggetto.
Che cosa vuol dire, in concreto, riprendersi la catena nel 2026? Tre anelli, e per ciascuno una cosa che si può firmare.
La raffinazione. Dichiarare gli impianti infrastrutture strategiche a tutti gli effetti, sottoporne ogni passaggio di proprietà e ogni riconversione a un vaglio che non sia solo di legittimità ma di merito, e vincolare le conversioni a bioraffineria a un piano nazionale che stabilisca prima quanta capacità fossile il Paese deve conservare e per quanti anni. Non si tratta di fermare la transizione: il punto è smettere di affidarne il calendario ai margini industriali di operatori privati esteri. Sul fronte delle scorte l’architettura esiste già e va usata: il decreto legislativo 249 del 2012, che recepisce la direttiva europea sull’obbligo di mantenere una riserva minima, ha istituito l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, le cui funzioni sono affidate ad Acquirente Unico sotto vigilanza ministeriale, e ha stabilito che le scorte specifiche siano di proprietà pubblica e conservate sul territorio nazionale.27 Il punto è la composizione: in una crisi come quella di questo settembre a mancare non è il barile, è il litro raffinato. Servono scorte di prodotti finiti, in quantità dichiarate e verificabili.
La logistica. Abbiamo i rigassificatori, il terminale di Trieste con l’oleodotto transalpino che rifornisce anche Austria, Germania e Repubblica Ceca, il gasdotto adriatico che porta in Puglia il gas del Caspio, le condutture dall’Algeria e dalla Libia. Quello che manca non è l’infrastruttura, è la regia: un soggetto pubblico che tratti direttamente con i produttori, come faceva l’Eni delle origini, invece di comprare da intermediari che lucrano sulla differenza. Il Piano Mattei del governo ha preso il nome; il metodo era un altro, e consisteva in contratti diretti, condizioni migliori per il Paese produttore e controllo italiano dell’infrastruttura di trasporto.
La rotta. Il 17 settembre, al forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa ha annunciato di avere deciso con il capo di Stato maggiore di attivare la Marina per garantire il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, aggiungendo di non voler aspettare che sia la missione europea Aspides a stabilire se le navi possano passare. L’Italia è il primo contributore navale di quella missione, e questo rende la frase più interessante di quanto sembri: non è un atto di forza verso lo Yemen, è la constatazione che la cornice europea non decide. Una scorta, però, è una toppa. Una rotta si tiene aperta prima di tutto con la diplomazia: con l’Egitto, che vive di Suez ed è il primo interessato alla riapertura del traffico, con i Paesi rivieraschi del Mar Rosso e del Golfo, e con chi controlla militarmente la costa yemenita, perché la storia dei passaggi obbligati insegna che si negoziano prima di essere scortati. È la lezione mediterranea di Moro, che cercò nel dialogo con il mondo arabo una posizione autonoma per l’Italia, e di Craxi, che a Sigonella dimostrò che rivendicare la giurisdizione nazionale di fronte all’alleato non significa uscire dall’alleanza.
Chi esegue e chi decide
I fatti di questi giorni, non le opinioni, dicono dove siamo. Dal 31 luglio 2026 l’Italia guida la missione di sorveglianza aerea della NATO nei cieli baltici, con quattro Eurofighter e un centinaio di uomini a Šiauliai: primo decollo su allarme il 3 agosto, drone non identificato abbattuto il 15 settembre dopo essere entrato dalla Bielorussia. Il 17 settembre la Marina viene attivata per Bab el-Mandeb. Sul fronte finanziario, il Paese ha chiesto accesso ai prestiti europei del programma per l’industria della difesa, con una dotazione indicativa di 14,9 miliardi notificata dalla Commissione, da restituire in quarantacinque anni. Alla pompa, il gasolio sta a 2,25 euro al litro.
È un profilo riconoscibile: un Paese che presidia i cieli di altri, scorta le proprie navi in un mare che non controlla, s’indebita per armamenti decisi altrove e resta fuori dai tavoli dove si tratta di ciò che paga. Ma questo profilo non è un destino, è una serie di scelte, e chi lo definisce inevitabile sta spacciando per realismo una scelta. L’Italia una politica estera l’ha avuta, quando ha deciso di averla, e non l’ha mai avuta contro l’America: l’ha avuta accanto all’America, con la schiena dritta.
Un governo che volesse cominciare a riprendersi la catena non avrebbe bisogno di una legge di bilancio. Avrebbe bisogno di tre firme. Un provvedimento che dichiari le raffinerie infrastrutture strategiche e subordini conversioni e cessioni a un piano nazionale della raffinazione. Una richiesta formale, a Bruxelles e a Washington, perché l’Italia sieda al tavolo in cui si discute dell’energia che arriva nelle case degli italiani. Una convocazione dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Rosso, con l’Egitto in testa, per una rotta negoziata invece che soltanto pattugliata.
Nessuna delle tre costa un euro. Costano una cosa sola, ed è la sola che in questi anni è mancata: decidere di essere un Paese.
Perché la fila in cui si è messa Aramco dice esattamente questo. Chi controlla la trasformazione e il trasporto detta le condizioni a chi possiede la materia prima, e non il contrario. Il regno che ha il più grande giacimento del mondo lo ha imparato in una settimana, con tre stazioni di pompaggio in fiamme. Noi abbiamo avuto quindici anni per impararlo e abbiamo usato quel tempo per vendere gli impianti, chiamare transizione le chiusure e ridurre le accise di sei centesimi.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce.

 

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Fraternità San Pio X: preservare l’identità o collaborare con il Vaticano? 

18 September 2026 at 18:04

Spettabile Redazione,

mettiamo a vostra disposizione il nostro video sulle ordinazioni episcopali della Fraternità di Pio X e sulla ragion d’essere della Fraternità in caso di collaborazione con l’attuale Vaticano apostata. Vorremmo ricordare che Leo Prevost non è un papa valido, poiché promuove il “cammino sinodale arcobaleno” bergogliano.

Vorremmo chiedervi di pubblicare il materiale inviato.
Grazie in anticipo

Distinti saluti
Vescovi Segretari del Patriarcato Cattolico Bizantino

PCB: Sulla questione delle ordinazioni episcopali 
nella Fraternità San Pio X

video: bcp-video.org/it/ordinazioni/

Mercoledì 1°luglio 2026 è prevista l’ordinazione episcopale dei membri della Fraternità San Pio X. La questione è se il Vaticano apostata approverà o respingerà tale ordinazione. Se la approverà, ma a condizione che la Fraternità rimanga sottomessa al Vaticano apostata, la Fraternità perderà la sua ragion d’essere e intraprenderà un ampio cammino arcobaleno che conduce alla perdizione. Se il Vaticano apostata, guidato dall’arcieretico Leo Prevost, non la approverà e pronuncerà presunte scomuniche dopo la consacrazione, la Fraternità preserverà la purezza della fede e tali scomuniche saranno nulle. Perché? Perché il Vaticano apostata, con il suo anti-vangelo sodomitico, è sotto l’anatema di Dio e tutto ciò che decreta è nullo e privo di effetto.

È del tutto evidente che Leo Prevost non è un papa veramente cattolico, e ciò per almeno tre ragioni:

  1. Prevost era stato precedentemente escluso dalla Chiesa cattolica a causa della sua comunione di spirito con l’arcieretico Bergoglio.
  2. Prevost è stato eletto da cardinali che promuovono la ribellione sinodale sodomitica contro Dio e che, di conseguenza, si sono automaticamente esclusi dalla Chiesa. Non essendo membri della Chiesa, non possono eleggere validamente un papa.
  3. Leo Prevost porta avanti la linea di Bergoglio. Non ha condannato la legalizzazione della sodomia da parte di Bergoglio; al contrario, attraverso il cammino sinodale, la sta consolidando ancora di più. Così facendo, si è automaticamente scomunicato dalla Chiesa e, pertanto, non può esserne il capo.

Prevost non è altro che un usurpatore del papato. Non può essere il vicario di Gesù Cristo sulla terra, poiché nega fondamentalmente i Suoi insegnamenti.

Il Patriarcato Cattolico Bizantino – la voce di chi grida nel deserto – non affronta la questione se Bergoglio fosse o meno omosessuale. Né affronta la questione se Prevost lo sia o meno. Un omosessuale che pecca, ma fa penitenza, non viene scomunicato dalla Chiesa. Al contrario, un gerarca ecclesiastico che promuove la legalizzazione del peccato di sodomia si è autoscomunicato dalla Chiesa.

Legalizzando il gridante al cielo peccato della sodomia, tale prelato nega i Dieci comandamenti di Dio, così come tutti i principi morali contenuti nel Vangelo e in tutto il Nuovo Testamento. La legalizzazione del peccato di sodomia nega al contempo la verità più fondamentale del cristianesimo: che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è morto per i nostri peccati. Con ciò viene annullato anche l’intero Credo e la Chiesa cattolica si trasforma in una sinagoga di Satana.

Il cammino sinodale, inaugurato da Bergoglio e promosso dallo pseudo-papa Leo Prevost, è un cammino di ribellione contro Dio. Coloro che accettano interiormente le eresie da lui predicate, perdono la fede salvifica e rinunciano all’essenza del cristianesimo e alla salvezza. Perdere la salvezza e condannarsi cinicamente alla sofferenza eterna all’inferno è la più grande follia! La commettono i Giuda ecclesiastici che occupano le cariche più alte della Chiesa. Inoltre, trascinano in questa follia i cattolici ingannati.

I prelati sodomiti celebrano la liturgia in modo invalido e anche le ordinazioni sacerdotali da loro conferite sono invalide! Predicano un anti-vangelo sodomitico, per cui su di loro ricade la scomunica: “Se anche un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso, sia anatema, scomunicato” (Gal 1,8-9)

Il prelato Schneider del Kazakistan si comporta come se fosse un vescovo cattolico di dottrina ortodossa, ma in realtà è in piena comunione con lo pseudo-papa. Si sottomette a lui e lo difende in contraddizione con gli insegnamenti della Sacra Scrittura, dei Padri e dei Dottori della Chiesa. A causa di questa unione con l’arcieretico si è autoescluso dalla Chiesa cattolica. È diventato un seduttore dei cattolici e li consolida sul falso cammino che conduce alla perdizione eterna.

Se la Fraternità San Pio X continuerà a rimanere separata dal Vaticano apostata, allora, in queste circostanze straordinarie, i vescovi di sana dottrina avranno l’opportunità di eleggere un papa veramente cattolico.

Le scomuniche imposte dallo pseudo-papa Prevost e dai suoi prelati sono nulle e prive di qualsiasi validità. Infatti, secondo Gal 1,8-9, sono proprio questi stessi prelati, insieme a Prevost, ad essere scomunicati. Se morissero senza pentirsi, sarebbero condannati all’inferno per l’eternità. La loro ostinazione e impenitenza costituiscono un peccato contro lo Spirito Santo.

Citiamo dalla lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò pubblicata il 15 giugno 2026:
“Cos’è accaduto nella Chiesa Cattolica nell’arco di qualche decennio, per far sì che io mi trovi condannato, e con me tutti i Papi preconciliari?
L’autorità delle Sante Chiavi deve aprire le porte della Gerusalemme celeste ai giusti ed escludervi i reprobi, non viceversa. … Non è possibile che essa venga usata per legittimare ciò che Egli (Gesù Cristo) condanna, né tantomeno per condannare ciò che Egli ha ordinato di fare. Per questo non posso obbedire a chi … rifiuta di essere a sua volta sottomesso e obbediente alla somma Autorità di Dio”.

In conclusione, ricordiamo che la Chiesa attuale non ha un papa; si trova in stato di sede vacante. Leo Prevost promuove l’anti-vangelo sodomitico, per cui, secondo Gal 1,8-9, è escluso dalla Chiesa e, di conseguenza, non ne è il capo. Il fatto che si presenti in modo persuasivo non cambia nulla al riguardo. Come truffatore professionista, inganna i fedeli su larga scala.

+ Elia
Patriarca del Patriarcato Cattolico Bizantino

+ Metodio OSBMr               + Timoteo OSBMr
Vescovi Segretari
21 giugno 2026

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