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Diesel a 1,16 euro senza le accise, in Italia le tasse sono tra le più alte d’Europa

26 October 2026 at 14:10

Il prezzo di diesel e benzina continua a rimanere sopra la media, con la benzina che tocca anche i 2,042 euro al litro e il diesel a 2,302 euro al litro in autostrada. Da mesi il prezzo riusciva a mantenersi sotto la soglia dei due euro o a superarla leggermente grazie agli interventi del governo Meloni, prima con il taglio delle accise, poi con il tetto ai prezzi.

Da febbraio, da quando è scoppiata la crisi di Hormuz, il prezzo del petrolio è aumentato di circa due terzi (66% circa) e, sebbene il valore del greggio non corrisponda esattamente a quello di benzina e diesel, ne influenza il prezzo. Parte del costo è condizionata da altri fattori, come le tasse. Quanto ci costerebbe il carburante senza di esse?

Le tasse sul gasolio più alte d’Europa

Secondo gli ultimi dati della Commissione Europea, in Italia si pagano tasse sul gasolio più alte che in tutto il resto d’Europa. La somma di accise e IVA fa spendere circa 1,08 euro al litro solo di imposte, ovvero il 48% del prezzo.

Guardando al prezzo medio del diesel in Italia, ovvero 2,261 euro al litro sulla rete nazionale, risulta essere il settimo prezzo più alto in assoluto.

Il prezzo italiano viene superato da quello (in ordine crescente) di:

  • Germania;
  • Francia;
  • Belgio;
  • Paesi Bassi;
  • Danimarca;
  • Finlandia.

Come sarebbero i prezzi senza tasse?

Il risultato però cambia se si guarda ai prezzi senza le tasse. In questa ipotesi, anche se la testa della classifica rimane simile, il fondo cambia molto. In Italia il diesel costerebbe appena 1,166 euro al litro. Il prezzo più basso resterebbe solo a Malta, dove c’è un regime speciale di prezzi e il gasolio senza imposte costerebbe quindi appena 0,55 euro al litro.

Ricordiamo infatti che l’importo delle tasse sul diesel in Italia pesa per 1,077 euro per ogni litro. La media della zona euro è di 85,6 centesimi al litro di tasse. La media europea è quindi di circa 0,22 euro in meno rispetto all’Italia.

Dove ci sono le tasse più basse?

Secondo quanto registrato nell’Unione Europea, il livello più alto di tasse si registra in:

  • Italia con 1,077 euro al litro;
  • Danimarca con 1,070 euro al litro;
  • Finlandia con 1,024 euro al litro;
  • Belgio con 1,008 euro al litro;
  • Francia con 0,998 euro al litro.

Tasse più basse si riscontrano invece in:

  • Polonia con 45,6 centesimi al litro;
  • Spagna con 50,7 centesimi al litro.

Al momento, per fare un confronto, in Spagna il diesel si paga 1,888 euro, mentre in Italia il prezzo medio oscilla in queste settimane sui 2,244 euro. In Spagna senza le tasse il gasolio costerebbe 1,382 euro al litro, mentre in Italia 1,166 euro al litro.

In Italia le tasse sul diesel valgono il 48% del prezzo finale, il secondo dato più alto in Europa (la media è del 39,1%).

Quali tasse si pagano su benzina e diesel?

In Italia esistono due tipi di tasse: le accise, ovvero l’imposta fissa, e l’IVA, ovvero l’imposta sul valore aggiunto.

Il prezzo esposto al distributore è formato però da tre componenti principali:

  • il prezzo industriale, che si suddivide in costo del prodotto (valore di mercato che risente della quotazione del greggio e del cambio euro-dollaro), costo della logistica e della distribuzione e margine di guadagno;
  • l’accisa, l’imposta fissa per l’idrocarburo stabilita per legge;
  • l’IVA, aliquota del 22% calcolata sull’intero importo.

Si parla spesso delle 19 accise storiche, una serie di tasse su eventi come la guerra d’Etiopia, l’alluvione di Firenze e il terremoto dell’Irpinia. In realtà alcune sono state revocate già da quasi 100 anni, mentre altre sono state accorpate con il Testo Unico delle Accise.

È vero, però, che alcuni eventi hanno portato all’aumento dell’aliquota complessiva, che ad oggi non rappresenta più voci separate; tra questi risultano la ricostruzione post disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il terremoto del Belice, ma anche la missione di pace in Libano, il decreto Salva Italia e l‘emergenza terremoti in Emilia-Romagna del 2012.

Dove si vive meglio in Italia, la classifica delle regioni: 2 eccezioni al Sud

26 October 2026 at 12:57

In alcune regioni ci sono più servizi, in altre la vita costa meno e in altre ancora c’è maggiore possibilità di trovare un lavoro. L’Italia presenta caratteristiche specifiche che variano a seconda della geografia. L’ultimo report, la 13ª edizione del “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” dell’Istat, racconta proprio le tendenze delle disuguaglianze di benessere che si possono osservare sul territorio. In altri termini, l’Istat classifica le regioni in base a dove si vive meglio per accesso alla sanità, istruzione e formazione, lavoro, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, innovazione, qualità dei servizi e diverse altre voci.

La mappa del benessere conferma la spaccatura tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Infatti, mentre tutte le regioni del Nord e del Centro, con l’eccezione del Lazio, registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori, nel Mezzogiorno, con la sola eccezione dell’Abruzzo, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media. Quindi dove si vive meglio in Italia? L’Istat ha trovato la risposta.

Dove si vive meglio in Italia?

Per rispondere alla domanda su dove si viva meglio in Italia basterebbe dire in tutte le regioni del Nord e del Centro, a eccezione del Lazio. Di conseguenza si potrebbe dire che in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, si vive peggio.

Ma oltre a quello che dice la media dei risultati dell’analisi del Rapporto sul benessere equo e sostenibile, si può scendere nei dettagli e rispondere caso per caso.

Per esempio, la distanza tra Nord e Mezzogiorno è evidente in alcuni domini del benessere, come lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico e relazioni sociali.

Ma il quadro non è omogeneo:

  • sul tema del lavoro, Abruzzo e Sardegna si distinguono dal contesto meridionale;
  • sul tema innovazione, ricerca e creatività Valle d’Aosta e Liguria sono sotto la media nazionale.

Il tema della Sicurezza

Sorprende il valore della sicurezza in determinate regioni. Infatti, rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, la contrapposizione Nord-Sud sul tema della sicurezza non è così netta. Secondo l’Istat le regioni meridionali registrano risultati migliori rispetto alla media nazionale.

Tranne la Campania, le grandi aree metropolitane del Centro e del Nord risultano penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.

Le criticità più marcate si registrano nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Un risultato che spinge a ragionare sugli stereotipi territoriali, ma soprattutto a non confondere il benessere economico con una maggiore sicurezza o una minore esposizione a determinati reati.

Le migliori regioni dove vivere

Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province autonome di Trento e Bolzano sono le uniche realtà territoriali che hanno raggiunto valori medi superiori al valore dell’Italia in 10 dei 12 domini di benessere calcolati. Si può quindi dire che sono questi i territori dove si vive meglio.

All’opposto ci sono le regioni dove i valori di almeno 10 dei 12 domini sono peggiori rispetto al riferimento medio nazionale. Ciò accade in:

  • Campania;
  • Puglia;
  • Calabria.

Quanto costa andare a Lucca Comics: alloggi, biglietti e dove dormire per risparmiare

24 October 2026 at 16:17

Sta per cominciare il Lucca Comics & Games 2026, momento nel quale la città di Lucca viene invasa dai fan dell’animazione, dei videogiochi e del fumetto. La fiera si terrà da mercoledì 28 ottobre a domenica 1° novembre e come ogni anno accedervi è piuttosto difficile. La biglietteria è stata aperta lo scorso 1° settembre, ma gli abbonamenti a prezzo ridotto erano disponibili già dal 23 giugno al 24 luglio 2026. Tutto questo per arrivare poi a cercare dove alloggiare o come arrivare attraverso il trasporto pubblico o privato in città in occasione dell’evento.

Per chi già conosce la fiera, i prezzi degli alloggi sono una nota dolente. La spesa media per partecipare a Lucca Comics & Games 2026, considerando due notti di pernottamento, viaggio e abbonamento per due persone, è di 696 euro. Altroconsumo ha confrontato i prezzi e trovato la soluzione più conveniente per chi vuole vivere l’esperienza della fiera.

Quanto costa un weekend a Lucca Comics & Games 2026

Altroconsumo ha messo a confronto i prezzi di pernottamento, viaggio e abbonamento per un weekend a Lucca Comics & Games 2026. La spesa media per due persone è di 696 euro.

Durante la ricerca delle città dove soggiornare, è stata stilata una classifica delle più convenienti. Il costo varia sensibilmente in base alla città di partenza e la soluzione più conveniente è Firenze con 596 euro complessivi. A seguire:

  • Genova 620 euro;
  • Bologna 665 euro.

E sale per chi parte da città più lontane, con spese di viaggio che fanno aumentare il prezzo complessivo. Per chi parte da Bari la spesa è di 784 euro, per chi parte da Torino è di 749 euro e per chi parte da Milano è di 739 euro.

La spesa più alta del weekend resta comunque il pernottamento, che prevede una media di circa 400 euro, mentre il costo del viaggio è determinato dalla città di partenza. La partecipazione al festival in sé è quello che costa meno, con biglietti che variano dai 26,50 euro di mercoledì 28 ottobre ai 34,50 euro di sabato 31 ottobre.

Gli alloggi segnano +138% durante l’evento

Il Lucca Comics & Games smuove masse di fan e la città viene invasa. L’impatto è di forte pressione sugli alloggi, con un aumento dei prezzi nell’area di Lucca, Pisa e Viareggio che nel weekend raggiunge fino a 404 euro, contro i 170 euro di un weekend tradizionale.

Il rincaro medio nel 2026 è del +138%, molto superiore rispetto al +70% rilevato nel 2024. Un aumento che impatta su tutte le tipologie di struttura, con le dovute differenze:

  • appartamenti e case fino a +325% su Booking e +196% su Airbnb;
  • alberghi e ostelli arrivano a costare il doppio;
  • B&B e campeggi registrano rincari fino al 50%.

A Lucca, secondo l’indagine, si trovano meno alloggi disponibili rispetto alle altre città prese in considerazione ed è anche la città dove le spese medie per un alloggio crescono di più. Per un weekend possono raggiungere cifre anche di 1.600 euro, contro i 208 euro in un weekend di confronto. L’aumento è del 414%.

Per risparmiare, chi vuole partecipare all’evento può guardare nell’area intorno a Lucca, per esempio a Pisa, dove i rincari sono più bassi ed è possibile trovare un appartamento per un weekend al costo di 292 euro.

Meno prenotazioni rispetto allo scorso anno

Federalberghi-APAM ha confermato che l’evento “è un momento strategico” per la città di Lucca, ma secondo i dati provvisori l’andamento delle prenotazioni per il 2026 è più cauto e lento rispetto agli standard storici. Dati che però risultano in linea con la vendita in calo dei biglietti per l’evento.

Il presidente Carlo Bartolini parla del Lucca Comics come di un’importante occasione di lavoro per le strutture della città, ma sottolinea che bisogna garantire flussi anche nei mesi successivi attraverso altri eventi, come per esempio quelli natalizi.

Secondo il presidente di Assohotel-Confesercenti, Giovanni Biondi, la manifestazione del 2026 ha portato volumi di lavoro normali e non ci sarebbe stato “il boom degli scorsi anni”.

Desertificazione negozi, 460mila locali sfitti ci costano quasi 5 miliardi l’anno

24 October 2026 at 14:55

Le città italiane sono a rischio desertificazione. Gli esercizi commerciali locali e le piccole attività stanno lasciando spazio ai punti vendita delle multinazionali o all’acquisto online. Secondo la stima condotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne, entro il 2026 i negozi sfitti sul territorio nazionale raggiungeranno quota 458.000.

La mappa che emerge dall’analisi dei dati condotta è quella di una crisi strutturale che colpisce in maniera disomogenea il Paese, con criticità profonde soprattutto nel piccolo commercio e nei servizi. E a pagare il prezzo più alto di questa trasformazione economica, si legge, sono il piccolo commercio non alimentare e il settore della ristorazione e dei bar.

I numeri del fenomeno

Le dimensioni del fenomeno sono importanti. La fotografia scattata dall’ufficio di Confcommercio segnala 460.000 locali commerciali sfitti, di cui uno su quattro nelle zone rurali. Il dato va di pari passo con la proprietà degli stessi locali: solo 1 imprenditore su 3 è proprietario dell’immobile.

La quota più bassa di proprietà del locale è stata registrata nel Lazio (31,5%), mentre la quota più alta è registrata in Basilicata con il 46,5%.

Basta camminare per le città per accorgersi di questo fenomeno sempre più ampio, dove a pagare sono soprattutto i piccoli commerci non alimentari (171 mila negozi chiusi) e il settore della ristorazione e dei bar, dove si stimano quasi 90.000 locali vuoti.

I picchi si registrano in:

  • negozi tradizionali;
  • abbigliamento;
  • calzature;
  • articoli per la casa;
  • agenzie di viaggio;
  • cura della persona (saloni di parrucchieri ed estetiste).

Dove chiudono più negozi?

Il fenomeno, come altri registrati in Italia, appare più profondo e complesso nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 19,4% rispetto a un Nord-Est che registra l’incidenza più contenuta, pari al 13,8%. A giocare un ruolo cruciale nella tenuta del tessuto commerciale, secondo l’analisi, è il livello di urbanizzazione.

Nei piccoli comuni o nei comuni rurali o scarsamente popolati si tocca la punta massima del 18,7% di saracinesche abbassate, mentre nelle grandi città e nei centri urbani intermedi si registra la quota più bassa, intorno al 16%.

Desertificazione, quanto ci costa

A preoccupare non è però soltanto la quantità dei negozi chiusi, ma anche da quanto tempo questo fenomeno va avanti. Tra il 2012 e il 2023 la durata dell’inutilizzo di un locale commerciale è stata calcolata in 7,2 anni. Secondo l’Osservatorio del Mercato Immobiliare, il canone medio annuo stimato è di circa 16.000 euro a prezzi attuali.

Un negozio vuoto genera un guadagno mancato complessivo di 116.000 euro lungo l’intero periodo di sfitto. Questo si traduce, per il sistema economico italiano, in una perdita di 53 miliardi di euro complessivi, pari a circa 4,4 miliardi di euro all’anno (0,2% del Prodotto Interno Lordo nazionale).

Paolo Testa, responsabile del settore Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio, ha commentato:

Il negozio di vicinato sta attraversando una profonda trasformazione culturale e politica: non viene più considerato semplicemente come un’attività d’impresa, ma come una vera e propria infrastruttura civica indispensabile per la vita urbana.

Riqualificazione urbana: la strategia

Da qui nascono progetti come quello di Confcommercio che vuole riportare il valore sociale delle imprese di prossimità al centro dell’agenda delle istituzioni nazionali ed europee. Si chiama “Cities”, e sottolinea come un locale di vicinato garantisca un presidio, anche di sicurezza grazie alle sue vetrine accese, crei legami umani che alimentano la rete di welfare invisibile nei quartieri e contribuisca a mantenere lo spazio pubblico curato, vivo e vivibile.

Per Confcommercio è necessario intervenire sulle condizioni generali di vivibilità, sicurezza, attrattività e qualità dell’abitare per spingere i cittadini a tornare a vivere, frequentare e fare acquisti nei propri quartieri. Serve che ogni città si doti, si legge nel report, di un proprio Piano d’azione territoriale pensato per riaprire i locali sfitti e rivitalizzare i centri storici, restituendo energia ai quartieri periferici.

Per farlo funzionare servono risorse ai Comuni per riaprire i quartieri vuoti. Il Governo, chiede il presidente di Confcommercio, deve destinare adeguate risorse ai Comuni per realizzare i piani di sostegno alle economie di prossimità, con l’obiettivo di riaprire i locali vuoti e favorire nuove attività per ridare vita alle comunità.

Mutui in rialzo, vendite in calo e affitti più alti: le città più care

24 October 2026 at 14:03

L’aumento dei tassi di interesse sta impattando sul mercato immobiliare, cioè sulla possibilità delle persone di accedere a un mutuo e acquistare una casa. Lo scenario per la fine del 2026 e l’inizio del 2027, secondo gli esperti, è che difficilmente si potrà registrare un’inversione di tendenza. Questo si traduce in un impatto maggiore su vendite, mutui e affitti.

Idealista ha analizzato i dati di compravendite e affitti città per città e ha disegnato un quadro di previsione per il mercato immobiliare complesso.

Mercato dei mutui: tasso fisso

In questo momento i mutui più a rischio di aumento sono quelli a tasso fisso. L’Eurirs a vent’anni infatti è arrivato il 1° ottobre al 3,75%. È logico, si legge ancora nell’analisi, aspettarsi che i mutui fissi arrivino con un tasso effettivo ad almeno il 4%. Non un valore insostenibile, ma in un contesto di riduzione del potere d’acquisto appare come un ostacolo al mutuo.

Oggi a parità di rata e di reddito si ottiene un finanziamento minore. L’esempio citato nell’analisi del Corriere della Sera è il seguente:

con 1.000 euro al mese per trent’anni al 3% si finanziano 273.000 euro, mentre al 4% si scende a 210.000 euro.

Mercato dei mutui: tasso variabile

A regolare i mutui a tasso variabile è invece l’indicatore Euribor, che è leggermente sceso. Questo tipo di mutuo in Italia è meno usato rispetto al tasso fisso, perché è considerato più rischioso.

Comunque nelle prossime riunioni della BCE potrebbe tornare ad aumentare, vista l’inflazione che viaggia a un ritmo doppio rispetto al target del 2%.

L’impatto sul mercato immobiliare

L’aumento dei tassi e del costo del mutuo porta incertezza sul mercato immobiliare. Le persone chiedono meno alle banche per ottenere un mutuo, non soltanto per l’incertezza generale, ma anche perché viene concesso loro meno.

Ci saranno quindi meno mutui e, secondo quanto riportato nell’analisi, al calo delle erogazioni fa seguito dopo pochi mesi un calo analogo di vendite di prime case. Così meno acquisti significano meno vendite o più fatica a vendere. In una prima fase si chiederà di più per compensare l’inflazione, ma a un certo punto si riconosceranno le difficoltà di chi cerca di acquistare e si arriverà a scontare (o “svendere”) le proprie abitazioni.

Trend degli affitti

In assenza della possibilità di acquistare una prima casa, sono moltissimi quelli che restano in affitto. Il mercato però è saturo di richieste oltre il sostenibile, come a Milano.

Come per gli acquisti di case, nell’analisi si ipotizza che caleranno anche gli affitti.

Prezzi di compravendite e canoni di locazione: dove aumentano

Idealista ha pubblicato il consuntivo sui prezzi di compravendita e sui canoni di locazione in Italia, fotografando e mappando province e capoluoghi dove i prezzi sono saliti e scesi. Per quanto riguarda i prezzi delle vendite, il dato generale sull’intero Paese è di -1,1%, ma su base annua il dato rimane positivo.

Per quanto riguarda invece i comuni capoluogo, le variazioni sono principalmente positive rispetto al trimestre precedente, con rialzi più consistenti a:

  • Mantova con +5,4%;
  • Ragusa con +5,1%;
  • Imperia con +5%.

Incrementi inferiori nei grandi centri come Padova e Torino, ma soprattutto Roma, Napoli, Firenze e Milano. Quest’ultima resta in testa alla classifica delle città più care con 5.659 euro al metro quadro, seguita da Venezia, Bolzano e Firenze. In un confronto con Roma, il prezzo al metro quadro è pari a 3.810 euro.

Per quanto riguarda invece i canoni di locazione, sulla media nazionale l’aumento è pari a +0,5%, ma nel mercato delle principali città l’aumento maggiore è stato registrato a:

  • Genova con +7,3%;
  • Torino con +5,6%;
  • Bologna con +2,1%;
  • Roma con +1,9%;
  • Palermo con +1,3%;
  • Firenze con +1,1%.

Anche in questo caso, Milano resta la città più cara con 22,4 euro al metro quadro al mese: tradotto, sarebbero 1.800 euro al mese per 80 metri quadri. Anche in questo caso si può fare un confronto con Roma, che invece si ferma a 19,2 euro al metro quadro al mese.

Agrivoltaico, la scommessa dell’Europa solare: pro e contro per gli agricoltori

24 October 2026 at 12:51

I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.

Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.

Trasformare l’Europa in una potenza solare

L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.

Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.

Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.

L’impatto sull’agricoltura

Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.

Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.

La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.

Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?

L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.

L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.

Quali sono gli svantaggi?

La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.

In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:

L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.

Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.

I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.

L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.

Stellantis ferma la produzione ad Atessa, i tir in protesta non consegnano i componenti

23 October 2026 at 10:33

I blocchi degli autotrasportatori hanno spinto diverse realtà nel Paese a rallentare o interrompere la produzione. Stellantis è una di queste. Ha infatti disposto lo stop per quattro turni allo stabilimento di Atessa, in Abruzzo, a causa dei ritardi nelle consegne dei componenti.

L’azienda ha fatto sapere che recupererà la fermata del terzo turno del 21 ottobre, mentre i nuovi stop avranno necessità di cassa integrazione.

Nuovi stop in Stellantis

Nuovi stop alla produzione di Stellantis. La protesta degli autotrasportatori infatti non permette la consegna di diversi componenti necessari allo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti. Si tratta del quarto turno di stop dopo i precedenti.

L’azienda ha comunicato al comitato esecutivo di Fim e Uilm l’intenzione di applicare diversi fermi: in totale il secondo e terzo turno, il primo turno e il turno centrale della giornata del 22 ottobre, a esclusione dei reparti Ckd e Finizione.

Mentre alcuni turni dei giorni precedenti rimasti bloccati saranno recuperati, i nuovi andranno incontro alla cassa integrazione.

Cosa c’entrano gli autotrasportatori?

A causare il primo stop di lunedì 19 ottobre è stata la carenza di componenti provocata dai blocchi della logistica che ha preso parte alle proteste degli autotrasportatori. Senza il materiale necessario alle linee produttive, i fermi si sono resi necessari.

Le prime conseguenze sono state registrate lunedì 19, con Stellantis che è stata costretta a fermare la produzione e un primo annuncio relativo a come la giornata lavorativa persa sarebbe stata recuperata.

La situazione però non si è risolta nelle ore e nei giorni successivi, anzi è peggiorata. Così martedì pomeriggio è stata annunciata un’ulteriore sospensione. Giorno per giorno sono stati annunciati i fermi, fino a quando per l’intera settimana lo stabilimento è rimasto bloccato.

Il problema di Stellantis

Secondo l’analisi di Milano Finanza, lo stabilimento di Atessa è uno dei principali centri produttivi europei di Stellantis per i veicoli commerciali leggeri. Dalle sue linee infatti escono modelli come Fiat Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel Movano, destinati ai mercati europei e internazionali.

Le sospensioni, resesi necessarie per via dell’assenza delle forniture, dimostrano quanto la produzione automobilistica dipenda da una buona logistica. L’interruzione del flusso anche di un solo componente blocca l’intera linea di assemblaggio, con conseguenze sulla produzione e anche sul piano lavorativo.

Per quanto proseguiranno i blocchi

È difficile dire per quanto proseguiranno ancora i blocchi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori. La premier ha rivendicato le risposte immediate, ma anche segnalato che in alcune zone diversi soggetti continuano a bloccare le strade.

Diverse realtà, come Trasportounito e le sigle di settore in Calabria, hanno sospeso le proteste contro il caro gasolio e quindi le consegne di alimentari nei negozi e nei supermercati stanno riprendendo. Hanno deciso di sospendere la protesta anche gli autotrasportatori dell’Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani.

Chi non si sta allineando sta andando incontro a identificazioni e denunce. Piantedosi ha confermato che prefetti e questure stanno vigilando sulle situazioni di blocco ancora in corso e cercando eventuali “infiltrazioni criminali”.

Lista attesa sanità in miglioramento, più prenotazioni: le regioni migliori e peggiori

23 October 2026 at 09:33

Agenas, l’ente che si occupa anche di monitorare le liste d’attesa, ha pubblicato il bollettino trimestrale. Nei primi nove mesi del 2026 si registra un miglioramento rispetto al 2025. Continuano a esserci “margini di miglioramento”, si legge, ma soprattutto sono elevate le differenze territoriali.

Dal monitoraggio è possibile scoprire quali sono le visite più difficili da prenotare, gli esami che hanno liste d’attesa più lunghe e le regioni peggiori sui tempi.

Liste d’attesa in miglioramento

Dal bollettino periodico sull’andamento delle liste d’attesa emerge un generale miglioramento. Oltre 2 milioni le prenotazioni in più nei primi nove mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025 e un miglioramento si è visto proprio sui tempi massimi di attesa per le visite specialistiche e gli esami diagnostici.

Il bollettino evidenzia quindi una tendenza positiva già riscontrata nel primo semestre dell’anno. Secondo il monitoraggio, aggiornato al 30 settembre 2026, nei primi nove mesi del 2026 le prenotazioni complessive sono passate da 19,7 milioni del 2025 a 21,8 milioni (+10%).

Crescono soprattutto:

  • le prime visite specialistiche, da 11,3 a 12,3 milioni;
  • gli esami diagnostici, da 8,4 a 9,5 milioni.

In termini assoluti le prime visite prenotate entro i tempi previsti passano da 8,7 a 9,6 milioni, con circa 935.000 prestazioni in più, mentre gli esami diagnostici aumentano da 7 a 8,1 milioni, pari a circa 1,1 milioni di accertamenti aggiuntivi nei tempi di garanzia.

Le visite più facili da prenotare

Il bollettino segnala le visite e prestazioni più facili da prenotare. Tra queste risultano le visite urgenti, quelle garantite entro tre giorni, che rispettano i tempi nell’81,7% dei casi, mentre le visite in classe breve, quelle da effettuare entro 10 giorni, aumentano dal 78,2 all’80,6%.

Si registra un miglioramento anche negli esami diagnostici, dove le prestazioni urgenti garantite entro tre giorni passano al 77,3%, mentre quelle in classe breve aumentano al 78,2%.

Nel quadro di miglioramento diffuso, le prestazioni che recuperano di più sono:

  • prime visite oncologiche;
  • visita fisiatrica;
  • visita gastroenterologica;
  • visita pneumologica;
  • visita dermatologica (che resta tra le prestazioni con maggiori criticità).

Tra gli esami diagnostici in miglioramento troviamo:

  • colonscopia;
  • gastroscopia;
  • ecografia della mammella;
  • ecografia dell’addome.

Le regioni peggiori

Dal bollettino inoltre è possibile scoprire quali sono le differenze tra le regioni. L’andamento generale è positivo, ma ci sono delle differenze da sottolineare. Alcune regioni viaggiano sopra il 90%, mentre altre scendono sotto il 70% sia per quanto riguarda le prime visite, sia per quanto riguarda gli esami diagnostici.

Tra le migliori in entrambi i campi di analisi ci sono:

  • Basilicata;
  • Lazio;
  • Marche;
  • Veneto.

Tra le peggiori, quindi con performance sotto il 70%, troviamo sotto entrambi i dati:

  • Puglia;
  • Umbria.

Queste due regioni in particolare sono caratterizzate da difficoltà in entrambe le tipologie di prestazioni, anche se si sono segnalati progressi rispetto ai dati precedenti. Una regione invece da tenere sotto controllo, proprio per il peggioramento rispetto ai dati precedenti, è la Sardegna.

Tredicesima 2026, a chi arriva prima e con importo più alto: calendario dei pagamenti

23 October 2026 at 08:23

Non manca molto all’arrivo della tredicesima. Dopo Halloween, nei negozi e nelle strade si inizierà a sentire aria di Natale e così anche la tredicesima mensilità si avvicinerà sempre di più. I primi a vedere la mensilità aggiuntiva sul conto saranno i pensionati, perché le pensioni vengono pagate il primo giorno bancabile del mese e quest’anno è il 1° dicembre, che cade di martedì.

Anche per i dipendenti pubblici gestiti da NoiPA la tredicesima arriverà insieme allo stipendio di dicembre, che viene pagato anticipatamente per permettere gli acquisti di Natale. L’assegno della tredicesima vedrà un importo aggiuntivo e vengono meno anche i pagamenti delle addizionali regionali e comunali, già recuperati da gennaio a novembre.

Quando viene pagata la tredicesima 2026

Pensionati e dipendenti sono in attesa della tredicesima mensilità, ma questa arriva in date diverse. I primi a vedere la mensilità aggiuntiva, come abbiamo anticipato, saranno proprio i pensionati. Questi infatti vedranno in un unico assegno la pensione e la tredicesima mensilità.

Come i pagamenti delle pensioni di tutto l’anno, anche a dicembre l’assegno viene accreditato nei primi giorni del mese, in corrispondenza del primo giorno bancabile. Dicembre 2026 si apre di martedì, quindi la tredicesima mensilità arriverà ai pensionati il 1° dicembre sia alle Poste sia in banca.

Per i dipendenti pubblici, la tredicesima viene accreditata generalmente intorno a metà del mese. Per agevolare gli acquisti natalizi, invece che il 23 dicembre la finestra per l’accredito è il 15 dicembre, che cade di martedì. Per conoscere gli importi basterà visitare l’area riservata di NoiPA tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre.

Nel settore privato invece non esiste una data unica ed è il contratto collettivo a regolarlo. In generale, il pagamento avviene entro dicembre e prima delle feste. In molti casi è previsto il giorno prima della vigilia di Natale, ma ci sono aziende che versano stipendio e tredicesima nello stesso giorno.

Ricapitolando:

  • 1° dicembre accredito per i pensionati;
  • 15 dicembre accredito per i dipendenti pubblici;
  • data variabile (entro il 23 dicembre) per i dipendenti del settore privato.

Importi più alti: 154,94 euro in più

La tredicesima mensilità per i pensionati sarà più alta. Il bonus tredicesima aggiunge fino a 154,94 euro ai pensionati con redditi bassi.

I requisiti per accedervi sono:

  • pensione sotto gli 8.108,99 euro;
  • reddito personale imponibile IRPEF non oltre 11.931,08 euro;
  • il reddito complessivo della coppia non deve superare i 23.862,15 euro.

Attenzione: sono ammesse le pensioni previdenziali, come vecchiaia, anticipata, reversibilità e invalidità, mentre restano escluse le prestazioni assistenziali, tra cui assegno sociale e invalidità civile.

L’importo del bonus è pari a 154,94 euro se la pensione annua rientra entro i 7.954,05 euro; in caso di superamento della soglia, l’importo diminuisce.

Simulazione importo bonus

Di seguito la simulazione dell’importo del bonus per ogni categoria:

SITUAZIONE DEL PENSIONATO BONUS DICEMBRE 2026
Pensione annua di 7.500 euro, reddito personale di

9.000 euro, pensionato non coniugato

154,94 euro, bonus pieno
Pensione annua di 8.000 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

108,99 euro, bonus ridotto
Pensione annua di 8.050 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

58,99 euro, bonus ridotto
Pensione annua di 8.110 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

0 euro, limite pensionistico superato
Pensione annua di 7.600 euro, reddito personale di

12.000 euro, pensionato non coniugato

0 euro, limite di reddito personale superato
Pensione annua di 7.800 euro, reddito personale di

10.000 euro e reddito complessivo della coppia di

24.000 euro

0 euro, limite di reddito coniugale superato

 

 

Busta paga novembre più alta, c’è una doppia festività: come si calcola l’importo

23 October 2026 at 07:09

Con le festività di novembre, la busta paga del mese potrebbe essere più alta. Il calendario 2026, infatti, fa cadere la festa del 1° novembre di domenica. Si tratta quindi di un giorno di riposo settimanale per molti lavoratori che non vedranno variazioni, ma per chi lavora è una doppia occasione: una domenica e una festività.

Nello stesso mese e a distanza di pochi giorni, arriva anche la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Questa cade di mercoledì, ma viene festeggiata tradizionalmente la prima domenica del mese, quindi proprio il 1° novembre. Non è una festività civile, ma alcuni CCNL prevedono il riconoscimento in caso di festività coincidenti con la domenica. Nel complesso, in una sola giornata ci sono due occasioni per far crescere la propria busta paga. Vediamo come.

Busta paga di novembre più alta

Secondo la normativa vigente, le festività vengono riconosciute in busta paga quando non coincidono con un giorno di riposo. Se la festività cade durante la settimana, invece, si ha diritto a una maggiorazione per il lavoro svolto.

Il calendario di novembre prevede due festività: quella del 1° di Ognissanti e la Giornata dedicata all’Unità nazionale e alle Forze armate che si festeggia il 4 novembre. Entrambe cadono di domenica (quella del 4 novembre per tradizione si festeggia la prima domenica del mese).

Sulla carta, quindi, per molti lavoratori non cambia nulla in busta paga. Ma in altri casi è prevista la maggiorazione.

Quanto viene pagato il 1° novembre

La festività di Ognissanti coincide con un giorno di riposo settimanale per molti lavoratori dipendenti. Altri lavorano e quindi si vedranno corrisposta una maggiorazione.

Non c’è un importo uguale per tutti: questo viene calcolato in base alle disposizioni del contratto collettivo nazionale di lavoro applicato.

L’importo per categoria

Come riporta Il Messaggero, entrando nel dettaglio dei contratti collettivi:

  • per i metalmeccanici dell’industria si calcola una quota giornaliera pari a 1/26 della retribuzione mensile fissa. La disposizione (art. 9) include Ognissanti tra le festività riconosciute;
  • per il settore Terziario, distribuzione e servizi Confcommercio si calcola un importo aggiuntivo quando una delle festività elencate dal contratto coincide con la domenica: l’art. 154 prevede il pagamento di una somma pari alla quota giornaliera della retribuzione di fatto, in aggiunta alla retribuzione mensile;
  • per il CCNL Edilizia industria e cooperative è indicato il divisore 25 per determinare la quota giornaliera della retribuzione di fatto;
  • il CCNL Lavoro domestico 2025-2028 (art. 6) prevede che, in caso di festività coincidente con la domenica, il lavoratore abbia diritto al recupero del riposo in un’altra giornata oppure, in alternativa, al pagamento di 1/26 della retribuzione globale di fatto mensile.

Come viene calcolato il 4 novembre

Situazione diversa per la giornata del 4 novembre. La Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate nel 2026 cade di mercoledì, ma viene celebrata nella prima domenica del mese. Quindi quest’anno si festeggia insieme a Ognissanti.

Non è una festività civile dal 1977, ma alcuni CCNL conservano uno specifico riconoscimento per il 4 novembre. È il caso del CCNL Metalmeccanica industria e Terziario Confcommercio. Potrebbero essere applicate una o due quote aggiuntive.

Attenzione: verificare se il CCNL disciplina le doppie ricorrenze e come le paga.

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