Midterms aux États-Unis : les démocrates en position de force ?
Ciudad de Panamá, 29 oct (Prensa Latina) Los miembros del Componente Latinoamericano de la Asamblea Parlamentaria Euro-Latinoamericana (EuroLat) reafirmaron su compromiso con la integración regional durante la XVII Sesión Plenaria Ordinaria de ese organismo, trascendió hoy.
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À rebours des lectures qui opposent mécaniquement État de droit et raison d'État, cette enquête montre comment les autorités américaines font du droit un outil de puissance. À partir d'une recherche fouillée portant sur le ministère de la justice, le politiste Mark Corcoral analyse comment l'exécutif s'affranchit parfois des principes fondamentaux : dignité humaine, respect de la vie privée, présomption d'innocence… La démonstration met en lumière le rôle singulier de l'attorney general, à la fois ministre, avocat-conseil de l'État fédéral et procureur général. Cette position lui permet d'imposer des pratiques controversées (quand elles ne sont pas illégales), de l'extension de la surveillance après le 11-Septembre à la torture de personnes suspectées de terrorisme. Le livre éclaire aussi comment les procureurs font de la justice un instrument de sécurité nationale, notamment en facilitant l'inculpation de cyberattaquants supposés servir des États adverses. Une contribution stimulante à l'étude des rapports entre droit, sécurité et puissance.
PUF, Paris, 2026, 224 pages, 25 euros.
Il numero di occupati in Italia a settembre 2026, pari a 24 milioni 328mila, è stabile rispetto al mese precedente. Ma i dati di occupati e disoccupati, pubblicati mensilmente dall’Istat, evidenziano che il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 490mila) è compensato dalla crescita dei dipendenti con contratto a termine (2 milioni 567mila). La crescita dell’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa i dipendenti permanenti (+71mila), quelli a termine (+89mila) e gli autonomi (+38mila). Mentre nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati (rispettivamente 63,0%, 6,3% e 32,7%).
Secondo questi dati, pertanto, per la prima volta da febbraio 2022, “la crescita annuale dei dipendenti a termine supera quella dei dipendenti permanenti”. Lo sottolinea in un post su X Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali.
“Rispetto a settembre 2025, gli occupati a termine sono aumentati di 89mila unità (+3,6%), quelli permanenti di 71mila (+0,4%). L’ultima volta che era accaduto, nel 2022, eravamo ancora nella fase di recupero occupazionale successiva alla pandemia. Oggi il quadro è diverso. Da aprile il numero complessivo degli occupati ha sostanzialmente smesso di crescere, mentre la disoccupazione è tornata ad aumentare. E nel solo mese di settembre si registrano 108mila dipendenti permanenti in meno e 101mila a termine in più”, sottolinea Seghezzi.
Viene comunque sottolineato che, al momento, sarebbe prematura parlare di inversione strutturale, anche perché i dati sul singolo mese possono risentire di diverse variabili e oscillazioni statistiche. Il presidente di ADAPT, comunque, pone un quesito: “Le imprese, di fronte a prospettive economiche meno favorevoli, stanno tornando a privilegiare rapporti di lavoro temporanei, riducendo la propensione ad assumere stabilmente?”. La risposta a questa e ad altre domande potrà arrivare nei prossimi mesi. “Intanto il segnale c’è. E suggerisce che, oltre a contare quanti posti di lavoro si creano, dobbiamo tornare a guardare con attenzione anche a quali rapporti di lavoro stanno crescendo”, conclude Seghezzi.
L'articolo Lavoro: per la prima volta da febbraio 2022, in Italia i contratti a termine crescono più degli indeterminati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Watchdog says under-16 ban may affect older teenagers without passport or licence, and that ‘motivated children’ will skirt restrictions
More than 100,000 British teenagers risk being locked out of social media if they do not have a passport or driving licence when an under-16 ban is introduced next year.
Ofcom, the UK’s online watchdog, said about 150,000 16- to 17-year-olds do not own a passport or driving licence, which are likely to be needed to access age-restricted platforms.
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© Photograph: Peter Cripps/Alamy

© Photograph: Peter Cripps/Alamy

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Até sexta-feira (30), a atuação de áreas de baixa pressão e cavados em superfície sobre o interior do país deve manter a instabilidade e favorecer a ocorrência de chuva em grande parte do território nacional, sem mudanças significativas no padrão do tempo ao longo do período.
Por outro lado, segundo o Inmet, o tempo permanece mais estável, com temperaturas elevadas, no extremo norte da Região Norte, especialmente em Roraima, no norte do Pará e no Amapá, além do interior da Região Nordeste, onde as temperaturas podem se aproximar dos 40 °C.
No extremo sul do Rio Grande do Sul e em áreas do oeste gaúcho, também são esperadas condições mais estáveis, com temperaturas amenas.
Fear and uncertainty. Those are the two words most often heard at Chamartín train station in Madrid. On the face of it, everything seems normal: machines are still issuing tickets, and passengers are dragging their heavy suitcases from one place to another. There is, however, something most admit: they had doubts about traveling. The crash on Wednesday near the Urda station, in Toledo, is worrying all passengers.

© Manu Fernandez (AP Photo/Manu Fernandez)
Secondo gli ultimi dati Istat relativi all’occupazione, il mese di settembre mostra un’economia in cui la spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro va rallentando mentre ci sono importanti segnali di precarizzazione per via della sostituzione di contratti indeterminati con contratti a termine.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato dalla contestuale diminuzione degli inattivi su base annua (-293mila), che indica un segnale di fiducia nel complesso. Le persone tornano a cercare un’occupazione, anche se l’assorbimento da parte delle imprese stenta a stare al passo nel breve termine.
Il dato più preoccupante è relativo al tasso di disoccupazione: a settembre 2026 è pari al 6,3%. A settembre 2025 era pari al 5,9% mentre a settembre 2024 era del 6,1%.
Guardando i dati in dettaglio, a settembre 2026 il numero di occupati è pari a 24 milioni e 328mila unità. Un dato più o meno stabile rispetto al mese precedente.
Cresce, dunque, la disoccupazione mentre contestualmente cresce anche l’inflazione. Un colpo per il portafoglio, soprattutto per chi è socialmente più fragile.
Questo l’andamento della disoccupazione giovanile (15-24): settembre 2026 al 19,9%, settembre 2025 al 20,5% e settembre 2024 al 18,6%.
La crescita dei dipendenti a termine, che sono 2 milioni e 567mila unità, è compensata dal calo dei dipendenti permanenti (che sono 16 milioni e 490mila unità).
Rimane stabile il numero dei lavoratori autonomi (pari a 5 milioni e 270mila unità).
L’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa:
Nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati:
La crescita delle persone in cerca di lavoro (+0,3%, pari a +4mila unità) coinvolge soprattutto le donne, i 25-34enni e i 35-49enni.
Secondo l’Istat, il numero di disoccupati diminuisce tra gli uomini e nelle classi d’età. Il tasso di disoccupazione è stabile al 6,3% e quello giovanile cala al 19,9% (-0,4 punti).
Rispetto al trimestre precedente, le persone in cerca di lavoro crescono del 7,2% (+108mila unità) e gli inattivi di 15-64 anni diminuiscono dello 0,8% (-101mila unità).
Di seguito i dati relativi all’occupazione del mese di settembre 2026 (variazioni congiunturali):
| Valori assoluti (migliaia di unità) |
set26 ago26 (assolute) |
set26 ago26 (percentuali) |
lug-set26 apr-giu26 (assolute) |
lug-set26 apr-giu26 (percentuali) |
|
|---|---|---|---|---|---|
| MASCHI | |||||
| Occupati | 13.955 | -12 | -0,1 | +17 | +0,1 |
| Disoccupati | 844 | -6 | -0,7 | +41 | +5,3 |
| Inattivi 15-64 anni | 4.487 | +24 | +0,5 | -56 | -1,2 |
| FEMMINE | |||||
| Occupati | 10.373 | +5 | 0,0 | -30 | -0,3 |
| Disoccupati | 776 | +10 | +1,3 | +66 | +9,5 |
| Inattivi 15-64 anni | 7.634 | -27 | -0,4 | -46 | -0,6 |
| TOTALE | |||||
| Occupati | 24.328 | -7 | 0,0 | -13 | -0,1 |
| Disoccupati | 1.620 | +4 | +0,3 | +108 | +7,2 |
| Inattivi 15-64 anni | 12.121 | -3 | 0,0 | -101 | -0,8 |
Qui sotto i le variazioni tendenziali:
| set26 set25 (assolute) |
set26 set25 (percentuali) |
|
|---|---|---|
| MASCHI | ||
| Occupati | +126 | +0,9 |
| Disoccupati | +41 | +5,0 |
| Inattivi 15-64 anni | -110 | -2,4 |
| FEMMINE | ||
| Occupati | +72 | +0,7 |
| Disoccupati | +77 | +11,0 |
| Inattivi 15-64 anni | -183 | -2,3 |
| TOTALE | ||
| Occupati | +198 | +0,8 |
| Disoccupati | +117 | +7,8 |
| Inattivi 15-64 anni | -293 | -2,4 |
Qui sotto una tabella che mostra la distribuzione degli occupati per posizione professionale a settembre 2026 (variazioni congiunturali):
| Valori assoluti (migliaia di unità) |
set26 ago26 (assolute) |
set26 ago26 (percentuali) |
lug-set26 apr-giu26 (assolute) |
lug-set26 apr-giu26 (percentuali) |
|
|---|---|---|---|---|---|
| OCCUPATI | 24.328 | -7 | 0,0 | -13 | -0,1 |
| Dipendenti | 19.057 | -7 | 0,0 | +18 | +0,1 |
| – permanenti | 16.490 | -108 | -0,7 | +35 | +0,2 |
| – a termine | 2.567 | +101 | +4,1 | -17 | -0,7 |
| Indipendenti | 5.270 | 0 | 0,0 | -32 | -0,6 |
Qui sotto un altro punto di vista sull’occupazione, tenendo conto delle variazioni tendenziali:
| set26 set25 (assolute) |
set26 set25 (percentuali) |
|
|---|---|---|
| OCCUPATI | +198 | +0,8 |
| Dipendenti | +160 | +0,8 |
| – permanenti | +71 | +0,4 |
| – a termine | +89 | +3,6 |
| Indipendenti | +38 | +0,7 |
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Al supermercato le pere ci sono. Anche la farina di mais per la polenta, l’olio e il latte. E noi facciamo la spesa come al solito, convinti che pere, farina, olio e latte siano gli stessi cibi italiani di sempre. Poi qualcuno guarda un rapporto Istat e scopre che, in meno di vent’anni, la produzione italiana di pere è diminuita del sessanta per cento e la superficie coltivata a mais si è più che dimezzata. Il cibo continua ad arrivare, ma il sistema produttivo sta cambiando moltissimo.
Il focus sulle produzioni agricole e zootecniche del 2025, pubblicato da Istat alla fine della scorsa estate, riunisce i movimenti della produzione alimentare degli ultimi venti anni, a partire dal 2006. È un lasso di tempo sufficiente per capire l’agricoltura e la zootecnica oltre le cattive annate o l’evento avverso, ma guarda a qualcosa di più profondo. Dentro ci sono colture che arretrano, altre che guadagnano spazio, allevamenti che cambiano e una crescente dipendenza dall’estero per alcune materie prime. Ci sono anche risultati che complicano il racconto: meno bovini, ma più latte raccolto; meno carne bovina macellata, ma molta più carne avicola.
Per assorbire questi dati, però, dobbiamo spogliarci della spocchia sul successo agroalimentare italiano di cui ci vestiamo spesso, perché il valore economico e la quantità prodotta raccontano cose diverse. Nei conti economici dell’agricoltura, sempre Istat, il valore della produzione di frutta nel 2025 cresce del 10,1 per cento. Sembrerebbe una buona notizia. I volumi, però, diminuiscono del 7,3 per cento: a far salire il valore sono i prezzi, aumentati del 18,8 per cento. È possibile avere meno frutta e un risultato economico complessivo più alto. Che questo significhi stare meglio, per ogni singolo produttore, è un altro discorso.
Frutteti tristi
Le pere sono uno dei casi più evidenti (ne scrivemmo già qualche anno fa). Tra il 2006 e il 2025 la produzione scende del 60,6 per cento e la superficie del 52,8 per cento: da oltre quarantaduemila ettari a poco meno di ventimila. Il dato della terra è persino più eloquente di quello del raccolto. Una stagione può andare male, ma perdere più della metà delle superfici significa ridimensionare la presenza stessa di quella coltura.
Nel frattempo, le importazioni di pere sono quasi triplicate. Le due dinamiche descrivono una filiera nella quale l’offerta nazionale arretra e gli acquisti dall’estero aumentano, senza che basti questa coincidenza a spiegare tutte le cause. Il rapporto richiama la concorrenza internazionale e i processi di riorganizzazione produttiva. Il punto, per chi compra, è che la continuità dell’assortimento può nascondere una discontinuità molto forte nei campi italiani.
La frutta offre anche un altro dato poco rassicurante: coltivare più ettari non garantisce di raccogliere di più. Le superfici a nocciolo crescono del trentasette per cento, ma la produzione diminuisce del 30,3 per cento. La resa per ettaro è quasi dimezzata. Ma non tutta la frutticoltura segue la stessa direzione. Le mele aumentano del 13,2 per cento, pur occupando meno superficie, grazie a rese più elevate. Crescono anche clementine e kiwi. Il quadro è quello di una selezione tra colture e territori, con risultati molto diversi. È possibile che il contenuto del portafrutta sul tavolo della cucina – ammesso che non ci teniate le chiavi della Panda e le bollette da pagare – non sia tutto made in Italy.
Non è mais abbastanza
Interessante ma anche più complicato il discorso sul mais. Per molti si tratta di una pannocchia, una scatoletta, una polenta. Per la filiera alimentare è anche un elemento fondamentale che entra nell’alimentazione degli animali e, attraverso gli allevamenti, nella produzione di carne e latte. In quasi vent’anni il mais da granella perde il 51,2 per cento delle superfici e il 42,7 per cento della produzione. Le rese migliorano, ma non abbastanza da compensare la riduzione dei terreni coltivati. Nel 2025 ne importiamo circa sette milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si ferma intorno a cinque milioni e mezzo. Dal 2022 le importazioni superano stabilmente il raccolto italiano.
Bizzarro che, proprio negli anni in cui abbiamo un Ministero della sovranità alimentare, ci si ritrovi a mettere in discussione questo concetto. Le nostre materie prime sono sufficienti per sostenere il nostro sistema produttivo? Comprare all’estero fa parte del funzionamento delle filiere e non rende automaticamente peggiore un alimento. Una dipendenza crescente, però, lega maggiormente gli allevamenti italiani ai prezzi e alla disponibilità dei mangimi sui mercati internazionali.
Uno degli ingredienti strategici a cui guardare è la soia, la cui produzione è aumenta del 94,6 per cento rispetto al 2006. Il rapporto la mette in relazione con la domanda di proteine vegetali per i mangimi e con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Quindi no, non siamo tutti appassionati di tofu, siamo desiderosi di carne e derivati degli animali e la soia la coltiviamo principalmente per ingrassare loro. Sembra che le uniche spinte agricole siano in funzione delle filiere animali, più che umane.
Per quanto tempo l’olio sarà ancora italiano?
Sull’olio, invece, l’identità nazionale incontra un problema di produttività. Tra il 2006 e il 2025 le superfici a olivo diminuiscono appena dell’1,4 per cento, mentre la quantità di olive raccolte cala del 27,2 per cento. Gli ettari restano quasi gli stessi; il raccolto no. Istat richiama fattori climatici, fitosanitari e gestionali. La produzione di olio passa da circa 603 a 379 milioni di litri, con oscillazioni annuali molto forti.
Il paesaggio degli ulivi, da solo, non ci dice quanto olio riusciremo a ottenere. E la fragilità produttiva può convivere con una discesa dei prezzi: a settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione dell’olio d’oliva è inferiore del quarantadue per cento rispetto a un anno prima. È un indicatore all’origine, non lo sconto che dobbiamo aspettarci sulla bottiglia al supermercato. Ma aiuta a capire quanto sia complicato, per chi produce, programmare investimenti dentro un mercato così variabile. Sul tema è interessante leggere il post Instagram del professor Antonio Michele Fino di qualche giorno fa, che racconta la stasi dell’olivicoltura italiana rispetto quella spagnola.
Un Paese di polli
Nelle stalle, intanto, cambiano sia gli animali sia le quantità ottenute. Tra il 2006 e il 2025 i bovini diminuiscono del 12,2 per cento, i suini del 15,6 e gli ovini del 28,1. In controtendenza i bufalini, quasi raddoppiati, e i caprini, in lieve crescita. Questi numeri, però, non autorizzano a concludere che stiamo semplicemente producendo meno alimenti di origine animale.
Per il latte, i dati del rapporto si fermano al 2024: la raccolta raggiunge 13,8 milioni di tonnellate, il 27,2 per cento in più rispetto al 2006. Istat descrive un aumento della produttività legato a selezione genetica, alimentazione e modernizzazione delle tecniche di allevamento. È una trasformazione che pone domande sulla gestione degli animali, sul loro benessere e sulla sostenibilità economica delle aziende. Produrre di più, del resto, non mette al riparo dalle difficoltà di mercato, anzi. A settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione di latte e derivati bovini segna un calo del 13,8 per cento su base annua. Il dato riguarda l’insieme del comparto e non il prezzo riconosciuto a ogni allevatore, ma ricorda quanto la capacità produttiva e la remunerazione possano muoversi in direzioni diverse: all’aumento di disponibilità di latte, per esempio, il prezzo riconosciuto all’allevatore può crollare.
E poi l’amato pollo. Nel periodo considerato, la quantità di carne bovina ottenuta dalle macellazioni italiane diminuisce del 42,4 per cento. Quella avicola cresce del 56,8 per cento; considerando soltanto polli e galline, l’aumento arriva all’89,4 per cento. Sono dati di macellazione, non direttamente collegabili al consumo effettivo di pollame, ma raccontano un cambiamento netto nell’organizzazione della produzione. Gli allevamenti avicoli crescono, alla faccia di chi pensa a sistemi più consapevoli o al calo del consumo di carne. Bisogna chiedersi, piuttosto, per quali animali, per quali prodotti e attraverso quali sistemi produttivi.

L’Italia conserva un peso agricolo rilevante in Europa. Nel 2025 produce oltre la metà del riso dell’Unione europea, il 43,2 per cento del grano duro e il 42,1 per cento del pomodoro coltivato in piena aria. Questi primati convivono con gli arretramenti. Essere importanti per alcune filiere non ci rende meno vulnerabili in altre. Il rapporto serve soprattutto a riportare la discussione sul cibo a ciò che succede prima che diventi un prodotto da sbandierare. Alla possibilità di continuare a coltivare un frutteto, alla convenienza di seminare mais, all’acqua disponibile, al prezzo riconosciuto a chi munge.
Possiamo continuare a raccontare le nostre eccellenze, essere fieri di dire che facciamo mango in Sicilia, che abbiamo i meloni più succosi del mondo e che la pasta è cento per cento di grano italiano. Ma sarebbe utile, piuttosto, riguardare i dati al completo e cercare di capire quanto c’è da vantarsi davvero.
L'articolo L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo proviene da Linkiesta.it.

Provided by Kylie Genter
This-as-told-to essay is based on a conversation with Kylie Genter, 36, a Haenyeo diver on Jeju Island, South Korea. It's been edited for length and clarity.
I'd been teaching English in South Korea for four years when I learned about the Haenyeo — female freedivers who harvest seafood without using modern equipment. I was interested. So, in the summer of 2018, I completed diving lessons with the hopes that maybe I could work with them one day.
A few years later, my Korean husband, a scuba diver, read on a diving group chat that a small village on the southwestern side of Jeju Island was recruiting new divers. Their youngest diver was 68 — I wanted to give it a try.
At first, I was rejected, but I got invited back a month later. I don't know what changed in that one month, but I guess they suddenly became open to it, and I went in for an interview.
In January 2024, I started as a diving intern, and after two years of training, I received my Haenyeo license in April.
I was born in upstate New York, the middle of three kids. I went to SUNY Oswego and graduated with a degree in communications.
After graduating in 2012, I didn't know what I wanted to do. I applied to a few graduate schools and jobs, but nothing worked out. I was stressed out and wanted to leave. I thought about going to Japan to teach English, as I'd studied Japanese for a year while in university.

Provided by Kylie Genter
Instead, I settled for South Korea, where some schools offered housing. I didn't know much about Korea at that time — I wasn't really a big K-pop fan before I came.
So, just four months after graduating, I moved to Jinju, a three-and-a-half-hour high-speed train ride from Seoul, to work as an English teacher. In the mornings, I'd do 20-minute lessons with kids. In the afternoon, I'd have speaking classes.
I continued teaching until August 2020. That same year, I got married and started a pension business with my husband, while still teaching English on the side.

Provided by Kylie Genter
To get my license, I had to dive 50 days within a year, sell 1.2 million South Korean won, or $884, worth of catch, and get a unanimous vote from the divers in the collective. It took me two years.
Language was an issue; despite having spent years in the country, I still couldn't always understand what was happening. My biggest strength is that I'm physically fitter than some of the divers — they are mostly in their 70s and 80s. So, I help out, like when they need someone to carry their nets full of catches or wash the dishes.
A lot of the work is physically demanding. If you don't feel good, you can't just push through. I can't dive if I have a cold or my sinuses are blocked because I can't equalize underwater. It's important to keep my body physically strong and healthy through working out.

Provided by Kylie Genter
I enjoy my life. Every day is different, and I do a lot of things besides diving. I run a pet hotel with my husband; sometimes I still tutor and give lectures. I work more hours, but I also have a lot more flexibility to pursue other things. I don't need permission for a break or a day off.
On normal days, I wake up and take the dogs for a walk. Then, I go diving depending on the weather. If it's not great, I only dive for two or three hours. A normal day of diving may take four or five. After that, I take the dogs for another walk.
In our village, we typically dive five days a week. We'll take our catch and accumulate it after one cycle. After that, we'll sell it to the regional fishing co-operative. They'll pay our president, and she then distributes the money.
Being a diver isn't a full-time job. A lot of what we earn depends on the catch. I make around $2,000 a year. Teaching is much more financially stable. But I love learning from women who have been carrying on this work for generations.
When I'm diving, nothing else matters. I just have to focus on diving and catching seafood. Nobody can call me. I don't have to look at my phone and waste time doomscrolling.
When I'm deep underwater, it can be meditative, especially on days when the ocean is calm, and there's plenty to catch. I see myself wedded to this village for the rest of my life.

© ANTÓNIO COTRIM/LUSA
Nonostante il rafforzamento dei controlli, aumentano le irregolarità per ciò che concerne il lavoro sommerso nel campo dell’agricoltura. Secondo l’Istat, sono oltre 146mila i lavoratori in nero in questo settore dell’economia, pari al 34,3% del totale: il danno sulle casse dello Stato che ne deriva, tra Irpef, addizionali e contributi, è stimato tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro di gettito non incassato. In generale, dal 2023 al 2026 il valore aggiunto (ovvero la ricchezza prodotta) del lavoro sommerso nel settore agricolo è stato pari a 39,8 miliardi di euro.
Secondo uno studio di Eurispes, la legge 199/2016 sul caporalato si è rivelata, a 10 anni dall’entrata in vigore, una norma efficace sul piano repressivo ma non risolutiva: il lavoro irregolare rimane una caratteristica strutturale del settore primario (agricoltura, pesca, allevamento, silvicoltura e attività estrattiva). Inoltre, c’è un divario di circa il 28% tra la retribuzione di un bracciante regolare e uno in nero: 11,30 euro l’ora per il primo contro 8,10 per il secondo. Questa disparità retributiva è in calo rispetto al 40% del 2018 e, più in generale, è decisamente minore rispetto alla differenza di pagamento tra lavoro regolare e lavoro sommerso dell’economia nel suo complesso, pari al 48%.
Per quel che riguarda la mappa dei territori dove il fenomeno è più presente, il triste primato è di Latina dove il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato e dove 6.601 dipendenti (46%) percepiscono meno di quanto previsto dal contratto. Qui la paga per un bracciante in nero è passata da quattro euro (2021) a cinque euro (2026) l’ora, a fronte dei nove euro del contratto regolare. Inoltre, secondo le stime, in Emilia-Romagna almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola. In Lombardia, poi, il tasso di irregolarità rinvenute nelle ispezioni agricole è stato del 65,4%, con un picco a Mantova (68,9%).
Per ciò che concerne i controlli, l’Istat registra un aumento di ispettori del +35% tra 2015 e 2025, anche se nel 2025 c’è stato un lieve calo rispetto al 2024. In tal modo le pratiche da gestire sono scese da 2,4 a 1,6 per ispettore. Aumentano le infrazioni accertate durante i controlli – il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8% – e difatti il numero di lavoratori coinvolti nelle irregolarità passa da 6.153 a 8.851.
L'articolo Caporalato agricolo, Istat: il 34,3% dei lavoratori è in nero. Danni sull’economia tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cooperar entre ciudades en temas como la vivienda, el urbanismo, la movilidad o la cultura. Este es el objetivo de la comisión mixta entre Barcelona y Esplugues de Llobregat, de la cual se han sentado las bases este miércoles en una reunión entre el alcalde de la capital catalana, Jaume Collboni; y el de la localidad limítrofe del Baix Llobregat, Eduard Sanz. Estaba prevista la firma de un protocolo de colaboración, pero el accidente mortal de tren en Toledo ha pospuesto la rúbrica y la posterior rueda de prensa.

More than a few readers may squirm as they nibble their way through Sophie Haigney’s latest, about eaters who are rejecting “the usual sources of authority” and tinkering with optimization through unconventional diets—upping their intake of raw buffalo brain, for instance, or swearing off vegetables. But Haigney’s not in it for the disgust or the judgment. Instead, she moves among “dark nutrition” practitioners with a deep curiosity for how they try to manage uncertainty through appetite.
It was like any other absorbing pastime: You could tunnel deep into nutrition, endlessly studying and adjusting your diet, treating your body as an ongoing experiment. When traditional researchers do experiments, they use n to represent the sample size, like the number of individuals tested. Dark-nutrition circles were constantly talking about the “n of one” — the idea that the only way to learn what is good for you is by ignoring broad samples and experimenting on your unique self.