Portugal redefine prioridades do Fundo de Modernização da UE

© TIAGO PETINGA/LUSA

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Cometas podem ter contribuído muito menos do que se imaginava para o surgimento da vida na Terra. De acordo com o estudo publicado na última quarta-feira (28) na revista científica Scientific Reports, os impactos desses corpos celestes dificilmente teriam fornecido quantidades suficientes de moléculas essenciais às reações químicas que antecederam a vida.
A pesquisa utilizou simulações computacionais para analisar a evolução dos cometas de curto período, a passagem desses objetos pela atmosfera terrestre e a sobrevivência de compostos orgânicos durante o impacto.
Os resultados indicam que a entrega bem-sucedida dessas substâncias seria extremamente rara.
Cometas apresentam uma variedade de moléculas orgânicas voláteis e, por isso, são considerados possíveis veículos de transporte de ingredientes químicos para a Terra primitiva.
A hipótese é que esses corpos celestes tenham levado substâncias necessárias às reações que antecederam o surgimento dos primeiros organismos.
No entanto, a presença desses compostos nos cometas não garante que eles chegariam intactos à superfície do planeta. Para contribuir com a química pré-biótica, as moléculas precisariam sobreviver à passagem pela atmosfera e ao impacto.
Uma das substâncias analisadas pelos pesquisadores foi o HCN (cianeto de hidrogênio), composto que pode participar de reações químicas capazes de produzir componentes fundamentais para a vida, como açúcares, lipídios e moléculas que integram o material genético.
A pesquisa investigou se os impactos de cometas poderiam fornecer esse composto em concentrações relevantes para as reações químicas associadas à origem da vida.
Os pesquisadores identificaram dois obstáculos principais para a entrega dessas moléculas: a fragmentação dos cometas durante a passagem pela atmosfera e a destruição térmica provocada pela colisão em alta velocidade com a superfície terrestre.
Corpos menores e com trajetórias mais inclinadas seriam particularmente vulneráveis à destruição atmosférica.
Já durante o impacto, as altas temperaturas podem decompor compostos orgânicos que sobreviveram à passagem pela atmosfera.
Para estimar a frequência desses eventos, os pesquisadores combinaram modelos da evolução dos cometas com simulações de sua entrada na atmosfera e da sobrevivência do cianeto de hidrogênio após a colisão.
Mesmo em cenários considerados favoráveis à preservação das moléculas, as simulações registraram, em média, zero impactos capazes de fornecer concentrações de HCN consideradas relevantes para a química pré-biótica.
Em 54% das simulações, nenhum impacto atingiu esse patamar.
O estudo também indica que eventuais entregas bem-sucedidas teriam ocorrido, com maior probabilidade, nos primeiros períodos da história da Terra, quando o bombardeio por cometas era mais intenso.
Além disso, as moléculas que eventualmente sobrevivessem poderiam ser rapidamente diluídas pela água no ambiente após o impacto, reduzindo ainda mais as chances de participação nas reações químicas necessárias.
A pesquisa também compara os resultados com os de Marte e Vênus. De acordo com as simulações, Marte teria apresentado condições mais favoráveis para receber moléculas preservadas em impactos de cometas, principalmente por causa da menor velocidade das colisões e de sua atmosfera mais rarefeita.
Os pesquisadores ressaltam que essa comparação depende das condições ambientais consideradas nos modelos e não comprova que a vida tenha surgido em Marte.
Os resultados desafiam a hipótese de que os cometas tenham sido uma fonte importante de moléculas concentradas necessárias ao surgimento da vida na Terra. O trabalho, porém, não demonstra que nenhum cometa tenha contribuído para esse processo.
A origem da vida continua sendo uma questão em aberto. O estudo indica que, ao menos para a Terra, os impactos de cometas podem ter sido uma via muito menos eficiente de fornecimento de ingredientes químicos do que se supunha, sem excluir outras possibilidades para o surgimento das primeiras formas de vida.
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*Sob supervisão de Carolina Figueiredo


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Quando il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, il sistema applica un meccanismo distorto ormai ben noto: costi e rischi si scaricano sugli anelli più deboli, sui piccoli produttori e lavoratori spesso sfruttati. Le mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori contro il caro gasolio e, per quanto riguarda i coltivatori, la bassa redditività della filiera (Leggi l’approfondimento) stanno mettendo in luce ancora una volta le distorsioni del sistema. A dieci anni dall’approvazione della legge sul caporalato, però, c’è un tassello che all’epoca non aveva lo stesso peso specifico e che ora è importante analizzare: la crisi climatica sta ridisegnando l’economia strutturale e l’organizzazione del lavoro nelle campagne. Il cambiamento climatico non crea lo sfruttamento, ma lo rende più pericoloso. E rischia di renderlo più conveniente con stagioni più incerte, rese più instabili e margini più stretti per chi produce. Lo racconta il rapporto “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, scritto da ‘Terra!’ ed EStà – Economia e Sostenibilità. Il dossier unisce per la prima volta in un’unica analisi l’impatto del riscaldamento climatico sulle imprese agricole e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori della terra. “Un decennio fa la normativa si concentrava opportunamente sull’impianto sanzionatorio penale e sul contrasto all’intermediazione illecita dei caporali, oltre che su quello alle disfunzioni di filiera, ma oggi la crisi climatica agisce come un formidabile moltiplicatore dello sfruttamento dei lavoratori e un ulteriore elemento di crisi che investe il mondo produttivo e aziendale” spiega Fabio Ciconte, presidente di ‘Terra!’.
Il dossier si sviluppa in tre parti. Nella prima, si ricostruisce lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici in Italia e sui loro effetti, da un lato sulla salute e sui diritti di chi lavora nei campi, dall’altro sulle imprese agricole. Il lancio dell’indagine avviene in concomitanza con le manifestazioni dei produttori agricoli che denunciano un comparto al collasso e chiedono una giusta redistribuzione del valore lungo la filiera. In questo scenario già così vulnerabile, i dati economici raccolti dal rapporto sono impietosi, come quelli del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e del Piano Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici (Leggi l’approfondimento): in assenza di pronti interventi di adattamento, entro il 2050 il calo della produzione agricola italiana è stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno nello scenario più ottimistico, e supera i 30 miliardi di euro l’anno nelle proiezioni più severe. Il decremento del valore dei terreni agricoli entro fine secolo, inoltre, può arrivare tra gli 87 e i 162 miliardi di euro, negli scenari più pessimistici.
Prima ancora di tradursi in una perdita di raccolto, in un aumento dei costi di produzione o in una riduzione della redditività delle imprese, il cambiamento climatico si manifesta come fatica, disidratazione, perdita di concentrazione e maggiore rischio di infortunio. A differenza di molti altri settori produttivi, l’agricoltura non può semplicemente spostare il lavoro al chiuso o rinviarlo a giorni migliori. “I tempi biologici delle colture e degli allevamenti continuano a dettare il calendario della produzione anche quando le condizioni climatiche diventano proibitive. È questa dipendenza dai cicli naturali – scrivono gli autori – a rendere il lavoro agricolo uno dei più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico”. Il 2 agosto scorso, Gheorghe Marian Burjan, un bracciante di 19 anni, cittadino straniero residente nel Piacentino, si è accasciato mentre raccoglieva pomodori in un campo di Stagno Lombardo, nel Cremonese. Soccorso dai colleghi e trasportato d’urgenza con l’elisoccorso all’ospedale Maggiore di Cremona, è morto in serata. Il 29 giugno 2026 Tahar El Haddad, bracciante marocchino di 55 anni, è morto a Borgocarbonara, nel Mantovano, mentre raccoglieva angurie per un’azienda agricola di Magnacavallo, in giorni in cui le temperature nella provincia hanno superato i 40°C. Pochi giorni prima, a Roverbella, sempre in provincia di Mantova a perdere la vita era stato Stefano Vicentini, agricoltore di 66 anni, mentre lavorava sul trattore, mentre a Rodigo un bracciante di 48 anni era stato ricoverato in gravi condizioni dopo un malore durante la raccolta dei meloni. Secondo la Flai Cgil, tra il 14 giugno e il 3 agosto 2026 almeno sedici lavoratori agricoli hanno perso la vita in Italia, di cui cinque a causa delle temperature estreme. Nell’Unione Europea la mortalità sul lavoro causata dal calore estremo è cresciuta del 42% dal 2000, segnando un incremento superiore a qualsiasi altra macro-regione del mondo.
La seconda parte del dossier è un’inchiesta sul campo condotta in Puglia durante la scorsa estate, nelle aziende e negli insediamenti informali di questa regione, epicentro storico delle lotte sindacali e prima regione nel 2021 a introdurre una specifica ordinanza regionale “anti caldo”. Nel 2026, il territorio pugliese ha registrato perdite localizzate sui raccolti dal 50% al 60% nelle aree del tarantino e del brindisino e, nel 2025 (rispetto al 2023) un calo strutturale di 4mila ettari coltivati a pomodoro da industria a causa della siccità. L’alterazione termica ha scardinato i calendari fenologici: la vendemmia 2026 in Puglia è stata definita da agronomi e produttori come “la più precoce di sempre”, avviata per le varietà spumanti già nei primi giorni di agosto. Per sfuggire all’esposizione solare ed evitare che il pomodoro o la frutta si deteriorino istantaneamente sui nastri trasportatori a causa delle elevate temperature interne, nel Tavoliere si sta assistendo a una rapida riorganizzazione tecnologica, che nella filiera del pomodoro è già presente da tempo, e con lo spostamento delle attività di raccolta in piena notte, dalle 22 alle 9. Tuttavia, l’indagine mette a nudo l’inefficacia parziale delle ordinanze anti-caldo in assenza di controlli stringenti: nei contesti produttivi e territoriali dominati dal meccanismo di retribuzione a cottimo, si registra un’elusione dei divieti, con i lavoratori indotti ad aumentare l’intensità dello sforzo fisico nelle ore proibite pur di salvaguardare il salario giornaliero. “C’è poi il piano dei diritti: occorre regolare il lavoro notturno, senza farne la soluzione. Molte lavorazioni richiedono luce e di notte crescono i rischi. Dove è praticabile servono accordi sindacali – racconta Fabio Ciconte – illuminazione e dispositivi adeguati e sostegni pubblici agli investimenti, vanno pagate le maggiorazioni previste dai contratti e gli straordinari e valutati gli effetti sulla salute, prima che il lavoro notturno diventi la norma”.
La terza parte del report è un’analisi quantitativa della Pianura Padana, uno dei motori agricoli del paese, mettendo in relazione i dati meteorologici con i risultati economici delle aziende agricole tra il 2019 e il 2023. Qui i dati mostrano che, oltre certe soglie di temperatura, redditività e produttività tendono a calare. Le ordinanze regionali che sospendono il lavoro nelle ore più calde hanno prodotto risultati documentati e nelle campagne sono conosciute e in larga parte rispettate. L’adattamento sta avvenendo, ma in modo spontaneo e senza regole. Le giornate cominciano alle tre o alle quattro del mattino senza che nessuno degli intervistati riferisca di ricevere una maggiorazione, la giornata spezzata in due turni si allunga fino a nove o dieci ore pagate come ordinarie, mentre il doppio viaggio verso i campi raddoppia la spesa per il trasporto richiesta dal caporale. E ancora, le ore di riposo si passano in baracche di lamiera senza acqua né elettricità, il cottimo, anche dove non è più previsto dai contratti, spinge a rinunciare alle pause, mentre la cassa integrazione per il caldo, estesa ai lavoratori stagionali, di fatto non viene chiesta. “A sostenere i costi dell’adattamento ci sono anche le imprese – racconta il report – soprattutto le più piccole, che investono in acqua, coperture, nuove pratiche senza che questo produca valore aggiunto immediato e senza un sostegno pubblico adeguato”. Le misure del Piano nazionale di adattamento per l’agricoltura, in larga parte, restano sulla carta. Quello che però è evidente è che, in assenza di scelte pubbliche, il costo della crisi climatica tende a scaricarsi sugli anelli più deboli della filiera. “Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul settore agricolo servono politiche e contributi pubblici” spiega Francesca Federici, ricercatrice di EStà Economia e Sostenibilità, sottolineando che “la velocità e l’imprevedibilità di tali fenomeni rendono infatti insufficiente la naturale capacità di adattamento di agricoltori e allevatori”.
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L'articolo Crisi climatica e agricoltura: a pagare il costo dell’adattamento gli ultimi anelli della filiera, piccole aziende e braccianti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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O estado de São Paulo já totaliza 13 mortes em decorrência das chuvas ocorridas entre setembro e outubro deste ano. Os últimos cinco casos ocorreram entre sábado (24) e segunda (26), nos municípios de Jundiaí, na Grande São Paulo; e Pinhalzinho e Ourinhos, no interior paulista.
O balanço da Defesa Civil aponta que, entre 14 de janeiro, quando foi notificada a primeira morte, até 26 de outubro, 26 pessoas já morreram por causa de quedas de árvore, enxurradas, desabamentos, descargas elétricas ou deslizamentos de terra.
Segundo a pasta, desde janeiro, cinco mortes ocorreram em São Paulo, sete na Região Metropolitana de São Paulo e 14 no interior. Dessas, a maioria das mortes foi provocada por enxurradas.
Entre os municípios que registraram as mortes estão:
Entre setembro e outubro, as ocorrências foram registradas mais no interior paulista, sendo seis dos 13 casos confirmados pela Defesa Civil.
Entre sábado e segunda, o estado de São Paulo registrou cinco mortes, sendo duas em Ourinhos, duas em Jundiaí e uma em Pinhalzinho.
Em Ourinhos, duas pessoas morreram após um raio atingir a árvore onde estavam se abrigando no sábado. Já em Jundiaí, ao tentarem atravessar um córrego, duas mulheres foram arrastadas pela correnteza e vieram a óbito.
O quinto caso foi registrado em Pinhalzinho. Uma mulher de 30 anos, que estava desaparecida desde domingo após o carro onde ela estava ser levado por um correnteza, foi localizada pelo Corpo de Bombeiros na segunda.
A chuva deve persistir ao longo da semana em diferentes partes do estado de São Paulo. Ao longo do dia, haverá variações em relação à intensidade da precipitação, com previsão tanto de pancadas de chuva e quanto de garoa.
Na capital, a previsão e de temperatura variando entre 13°C e 20°C, com chuvas no início e no fim do dia.
A instabilidade deve se intensificar a partir de quarta-feira (28), principalmente no norte e no noroeste paulista, principalmente na divisa com Minas Gerais. Isso ocorre por causa do deslocamento de um cavado meteorológico que resulta no aumento da umidade e no aquecimento do clima ao longo do dia, favorecendo a formação de nuvens carregadas na região.
*Sob supervisão de Carolina Figueiredo

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