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“Molti ragazzi hanno assunto droghe prima delle devastazioni del 17 e 18 ottobre”: le parole del sottosegretario Mantovano
La causa dei saccheggi e delle devastazioni del 17 e 18 ottobre è anche la droga. A dirlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio (con delega alla lotta della droga) Alfredo Mantovano. “Molti dei ragazzi protagonisti dei disordini del 17 e del 18 ottobre hanno assunto droga prima delle devastazioni“, ha dichiarato via streaming al Festival delle Regioni in corso a Firenze. “Spesso i media sono infestati da messaggi molto suggestivi e suadenti verso l’avvicinamento sostanze stupefacenti, tanto più se si frequentano anche alcuni social. Questi messaggi passano, e in persone il cui sviluppo e la cui maturità è ancora in corso di formazione purtroppo certi messaggi vengono raccolti”, ha ribadito poi Mantovano, mettendo l’accento sulle sostanze stupefacenti “protagoniste” nei disordini del weekend del 17 e del 18 ottobre.
Il riferimento è appunto a quanto accaduto ormai più di una settimana fa, quando tantissimi giovani – molti minorenni – avevano devastato e saccheggiato diversi negozi del centro di Milano, rompendo vetrine e portando via prodotti di ogni genere: scarpe, vestiti, cibo. Solo sabato 17 ottobre sono state 271 le persone accompagnate in questura a Milano per i disordini avvenuti, di cui 60 stranieri e 220 minori. In totale sono stati 32 gli arrestati, di cui 23 minori, e 28 i denunciati di cui 23 minori.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi proseguito: “La vicinanza agli stupefacenti purtroppo attraversa ogni forma di devianza che oggi è presente a livello adolescenziale. Nei disordini del 17 e 18 ottobre, e anche in quelli molto più contenuti e circoscritti dell’ultimo fine settimana, non trascuriamo un aspetto che purtroppo non ha avuto evidenza come gli altri, e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia perché non voglio generalizzare, prima di darsi alle devastazioni, ai saccheggi, hanno assunto sostanze stupefacenti – ha dichiarato Mantovano -. Ed è ovvio che se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere“. Mantovano ha poi concluso sul tema: “Purtroppo l’assunzione delle sostanze equivale al taglio dei freni nei comportamenti, anche in quelli che possono partire da una volontà di libera manifestazione e poi degenera in ciò che abbiamo visto”.
Parole di Mantovano che hanno alimentato le prime reazioni, tra cui quella del capogruppo M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi: “Le parole del sottosegretario Mantovano verso milioni di ragazze e ragazzi del nostro Paese sono vergognose e mirano a delegittimare ogni protesta sociale. Sono anni che questa Destra si rivolge ai giovani accusandoli di essere dei nullafacenti e degli sfaticati. Ora si aggiunge anche l’accusa di essere dei drogati. Fanno praticamente di tutto per distogliere l’attenzione dai problemi quotidiani che milioni di ragazze e ragazzi vivono ogni giorno, a partire dalla casa e dai salari. Mantovano è parte di una vera e propria crociata verso le generazioni del futuro e dovrebbe vergognarsene”.
Anche il segretario di +Europa, Riccardo Magi, non è d’accordo con le parole di Mantovano: “La colpa dei disordini del 17 e del 18 ottobre? La droga! Non la mancanza di prevenzione, il flop nella gestione delle piazze, le forze dell’ordine sotto organico, la sottovalutazione della situazione. È la realtà distopica che il sottosegretario Mantovano racconta a se stesso e agli altri pur di non ammettere la responsabilità del governo nell’aver mal preparato e mal gestito le manifestazioni che sono poi sfociate nelle violenze. Abbiamo tutti condannato i disordini ed espresso solidarietà agli agenti feriti: questo però non esenta il governo dall’ammissione delle proprie colpe di fronte alle devastazioni che rappresentano il totale fallimento di 8 decreti sicurezza sfornati tra Palazzo Chigi e il Viminale. Altro che buttarla in caciara con gli stupefacenti: Mantovano faccia mea culpa e dichiari il fallimento del governo anche sulla gestione dell’ordine pubblico”, ha concluso il segretario di +Europa.
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- Stop armi all’Ucraina? L’annuncio di Salvini subito sconfessato dagli alleati di governo. Tajani: “Pronto il nuovo pacchetto”. Crosetto: “Il nostro impegno non cambia”
Stop armi all’Ucraina? L’annuncio di Salvini subito sconfessato dagli alleati di governo. Tajani: “Pronto il nuovo pacchetto”. Crosetto: “Il nostro impegno non cambia”
“Alzi la mano chi ritiene che io abbia questo mandato per portare questa nostra posizione”. A parlare, al Congresso che lo ha riconfermato segretario della Lega per altri quattro anni, è Matteo Salvini. La posizione l’ha esplicitata appena prima: “Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina“. Il leader del Carroccio, dunque, ha promesso ieri di portare in Consiglio di ministri lo stop all’invio di armamenti a Kiev. Ma a distanza di un giorno, gli alleati sgonfiano le sue velleità. Prima l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, poi il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
La linea dell’Italia “non può cambiare” dice oggi Crosetto al termine della riunione a Parigi coi suoi omologhi. “È un impegno che ci siamo presi al livello internazionale, europeo e Nato. Consideriamo quello che sta accadendo in Ucraina molto pericoloso per la sicurezza dell’Europa e quindi sappiamo che l’aiuto all’Ucraina non è un aiuto ad una terza nazione, ma un aiuto al nostro futuro, alla nostra sicurezza, e continueremo a farlo nel limite delle nostre possibilità”.
Stamattina il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri ha risposto direttamente a Salvini: “La mia posizione è nota, siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima a Kiev”. E da destra, a fare opposizione al leader della Lega, è il suo ex sodale Roberto Vannacci: “Sarà il solito bluff che va in onda negli ultimi tre anni? Salvini si vannaccizza e dice basta ad armi e soldi all’Ucraina. Allora siamo pronti a una crisi di governo tra qualche settimana, visto che il pacchetto armi è già pronto. Noi di Futuro nazionale voteremo convintamente No”. Con Edoardo Ziello, capogruppo di FnV alla Camera, che provoca il ministro dei Trasporti: “Ponga la questione dell’interruzione di forniture di armi e finanziamenti a favore di Zelensky nel vertice di maggioranza altrimenti risulterebbe un chiacchierone. Aveva promesso che se eletto segretario avrebbe portato la linea Vannacci su Kiev al prossimo Consiglio dei ministri che a quanto si apprende si terrà tra domani o dopodomani e sarà preceduto da un vertice di maggioranza che si terrà nella giornata odierna. È il momento perfetto per dimostrare di passare dalle parole del congresso ai fatti del governo. Se non lo dovesse fare risulterebbe un chiacchierone che prende in giro gli italiani”.
Intanto proprio oggi il Consiglio Ue ha adottato oggi una serie di otto decisioni che consentono l’utilizzo di fondi a favore dell’Ucraina nell’ambito dello Strumento europeo per la pace (Epf). Tali decisioni permettono il rimborso parziale, tramite l’Epf, di aiuti militari già forniti dagli Stati membri, per un importo complessivo di 4,7 miliardi di euro. Prevedono inoltre un finanziamento supplementare per la missione di assistenza militare dell’Ue a sostegno dell’Ucraina (Eumam Ukraine), pari a 230 milioni di euro.
Queste decisioni – ricorda il Consiglio in una nota – rappresentano un passo importante verso l’attuazione dell’accordo politico raggiunto dagli Stati membri dell’Ue il 25 settembre 2026, volto a mobilitare 6,6 miliardi di euro a favore dell’Ucraina attraverso l’Epf. L’accordo includeva lo stanziamento di un miliardo di euro in nuovi aiuti militari all’Ucraina e un ulteriore rafforzamento della missione Eumam Ukraine nel 2027. Con le decisioni di oggi, il sostegno complessivo dell’UE all’Ucraina nell’ambito dell’Epf sale a 10,8 miliardi di euro, di cui 9,9 miliardi destinati al rimborso degli aiuti militari forniti dagli Stati membri e 950 milioni all’addestramento militare nell’ambito della missione Eumam.
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Duplice femminicidio Villa Pamphilj, la Procura chiede l’ergastolo per Francis Kaufmann: “Manipolatore narcisista”
Chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per tre anni per Francis Kaufmann, presunto autore di un duplice femminicidio nel giugno 2025 a Villa Pamphilj. La Procura di Roma contesta al 47enne il duplice omicidio aggravato della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda di appena 14 mesi: secondo l’accusa, l’uomo ha soffocato la prima e strangolato la seconda. I corpi delle donne furono trovati nel parco romano a distanza di pochi metri l’uno dall’altro. Nella requisitoria il pm Antonio Verdi ha sostenuto che l’imputato è un “persona lucida, un narcisista patologico con capacità manipolatorie, un impostore”, e ha puntato il dito contro gli agenti della polizia che non hanno agito come avrebbero dovuto: Kaufmann era stato fermato in strada dalle forze dell’ordine due giorni prima del ritrovamento dei corpi, quando la compagna era già morta, visibilmente ubriaco e in compagnia della piccola Andromeda.
Nel processo, la difesa ha chiesto e ottenuto una perizia psichiatrica: la salute mentale di Kaufmann, che in aula si era presentato con il nome di Rexal Ford, non sarebbe stata compromessa al punto da rinvenire limitazioni alla capacità di intendere e di volere del soggetto; tuttavia, lo scorso maggio il giudice aveva deciso di sospendere il processo e di trasferire l’uomo in una struttura del servizio psichiatrico. Sono inoltre stati sentiti quattro testimoni che sostengono di aver visto l’imputato con in braccio una bambina aggirarsi nei dintorni di villa Pamphili poche ore prima del ritrovamento dei due cadaveri.
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- “Mi ha tradito con prostitute. Chiedeva il numero anche alle ragazze in fila per il bagno, quando beve non ha autocontrollo”: la moglie Amanda Martins mette nei guai Wesley
“Mi ha tradito con prostitute. Chiedeva il numero anche alle ragazze in fila per il bagno, quando beve non ha autocontrollo”: la moglie Amanda Martins mette nei guai Wesley
“Chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Quando beve non ha autocontrollo”. È uno degli episodi raccontati da Amanda Martins, moglie separata di Wesley Franca, calciatore brasiliano della Roma, che ha deciso di rompere il silenzio sulla fine del loro matrimonio. Attraverso una serie di storie pubblicate su Instagram, la donna ha ricostruito alcuni momenti della relazione, accusando il giocatore di averla tradita ripetutamente, anche con prostitute. I due, che hanno avuto una figlia, da tempo non vivono più insieme.
La donna ha spiegato di aver scelto di raccontare pubblicamente la propria versione dei fatti dopo aver letto numerosi commenti e indiscrezioni sulla loro separazione. Una decisione maturata nonostante la riservatezza che, come ha sottolineato, ha sempre cercato di mantenere sulla propria vita privata. “Non avrei mai pensato di arrivare qui sul mio Instagram e di aprirmi su una parte molto importante della mia vita – esordisce Martin -. Parlo del mio matrimonio, anche perché sono sempre stata molto riservata. Ma, davanti ai pettegolezzi che leggo sui social e sui siti di gossip, sono venuta a parlarvi e a spiegarvi un po’ di quello che è successo”.
Amanda Martins ha voluto raccontare tutto ciò che sarebbe accaduto durante il matrimonio, ritenendo di essere stata più volte tradita. “Io e lui oggi siamo separati e quindi può fare quello vuole, non mi interessa se si diverte oppure no. E non che questo faccia la differenza, perché quando lui mi doveva qualcosa comunque mi ha mancato di rispetto. Non mi ha tradito una, non sono state due, non sono state tre volte, sono state varie. E non è stato con una, non sono state con due, non sono state tre ragazze, sono state varie, incluse delle prostitute”.
Rivelazioni che arrivano in un momento in cui di Wesley – che intanto continua a sfrecciare sulla fascia nella Roma di Gasperini – si parla tanto anche e soprattutto per robe extra campo. Perché oltre alle rivelazioni di tradimento della moglie, il calcatore giallorosso è molto chiacchierato su Tik Tok per aver postato una serie di immagini in cui si vedono tantissimi soldi (banconote da 50 euro), orologi di lusso e automobili. La particolarità? Le automobili non hanno nemmeno la targa oscurata. Gli utenti sui social così si lasciando andare a commenti abbastanza espliciti: “Fossi un ladro, starei già organizzando una rapina. Veramente stupido“.
Martins ha sostenuto di non basare le proprie accuse su semplici indiscrezioni, ma su quanto avrebbe scoperto personalmente. Secondo la sua versione, avrebbe avuto accesso al telefono del calciatore, trovando immagini e video relativi agli incontri che ritiene dimostrino i tradimenti. “Lo so non per voci o confidenze ma perché l’ho visto coi miei occhi. Ho avuto accesso al suo telefono. In quegli incontri ha fatto foto, ha filmato, quindi ho passato tutto sul mio telefono. Persino in quei momenti mostrava la fede nunziale al dito, senza rispetto”.
La donna ha raccontato anche di aver chiesto più volte al marito di ammettere quanto sarebbe successo. “Quando mi accorgevo di certe cose, lui giurava su Dio e sulla figlia. Non avevo prove all’inizio, era la sua parola contro la mia. Io ho già pianto tutto quello che avevo da piangere e oggi è persino strano pensarci, io che lo amavo tanto, no? Che dormivo con una persona che che amavo tutti i giorni della mia vita. Per me è stato uno shock. Io neanche so se altre donne avrebbero lo stomaco che ho avuto io di vedere tutto e essere fredda, di parlare nel momento giusto. Io ho dato varie opportunità a lui di confessare quello che lui aveva fatto e lui non ha mai confessato”.
Nel suo sfogo, Amanda ha fatto riferimento anche al periodo della gravidanza, sostenendo di aver attraversato momenti difficili senza rendere pubblica la situazione. Ha raccontato di aver provato a salvare il matrimonio, perdonando e concedendo nuove possibilità al marito, con l’obiettivo di costruire una famiglia stabile. “Anche durante la gravidanza sono stata tradita e abbandonata. Ma non sono mai andata su Internet a rendere pubblica nessuna di queste cose. Ho accettato tutto in silenzio, ho perdonato, ho cercato davvero di costruire una famiglia, di avere un matrimonio solido. Ma non ha funzionato. E non è stata nemmeno colpa mia. Perché penso che quando una persona è fatta così, non ci sia nessuno che possa farla cambiare. Qualsiasi relazione avrà, sarà sempre così. La persona che starà con lui passerà quello che ho passato io, o anche peggio”.
Secondo il suo racconto, i presunti tradimenti si sarebbero verificati anche durante uscite pubbliche, nei ristoranti e nei locali, al punto da farle perdere la serenità persino nelle occasioni più comuni. “Vi sto raccontando solo una piccolissima parte di tutto quello che è successo. Perché ero arrivata al punto di non sentirmi più a mio agio nemmeno a uscire di casa. Quando andavamo al ristorante, mi è capitato di assistere a scene in cui lui chiedeva il numero di telefono alla cameriera. Oppure chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Perché quando beve non ha autocontrollo“.
Le dichiarazioni arrivano mentre la separazione tra i due continua a far parlare sui social: “Ho cominciato a soffrire di crisi d’ansia, una cosa che non mi era mai successa prima. Sono arrivata persino a darmi la colpa, alcune volte. Sono arrivata a pensare che avrei dovuto prendermi più cura di me stessa, per fare in modo che lui non sentisse nemmeno il bisogno di guardare altre persone per strada. Ma quando un uomo è un poco di buono, non importa“.
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- “Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo
“Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo
Massimiliano Gallo nel 2024 è diventato papà per la seconda volta, all’età di 56 anni. Una paternità che è arrivata tardivamente nel caso della sua seconda figlia, mentre Giulia, la sua primogenita, lo aveva fatto diventare padre per la prima volta a 31 anni, nel 1997. Di tempo tra le nascite di Giulia e di Artemisia ne è passato, se si considera che sono intercorsi esattamente 27 anni.
Questa seconda paternità arrivata così avanti nell’età porta con sé qualche preoccupazione per l’attore, che è consapevole che non riuscirà a godersi diversi momenti della vita della secondogenita. Intervistato da Vanity Fair, Gallo spiega infatti che cosa teme: “Il mio rammarico è non sapere se riuscirò a vederla crescere, o a portarla all’altare, anche se mi auguro di sì. Tutto quello che riuscirò a prendermi è già tanto: anche solo quello che sto vivendo con lei adesso, che ha due anni e otto mesi, è un regalo bellissimo”.
Se in passato l’attore ha dichiarato di essere riuscito a condividere pochi momenti con la propria primogenita Giulia, almeno ora può rivendicare con orgoglio il tempo che riesce a trascorrere insieme alla piccola Artemisia: “Mi rendo conto di aver fatto una cosa che, egoisticamente, non è proprio il massimo per una bambina: avere un padre che, quando lei avrà vent’anni, ne avrà settanta. È chiaro che non è l’ideale, ma egoisticamente mi sto godendo mia figlia e sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più“.
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- Coppa Davis, le convocazioni di Volandri per le Finals di Bologna: per ora non c’è Berrettini
Coppa Davis, le convocazioni di Volandri per le Finals di Bologna: per ora non c’è Berrettini
Il capitano azzurro Filippo Volandri ha diramato le convocazioni ufficiali del quintetto dell’Italia, che dal 24 al 29 novembre a Bologna andrà a caccia del quarto titolo mondiale consecutivo della Coppa Davis, il quinto assoluto della sua storia. Sarà infatti la SuperTennis Arena di BolognaFiere ad accogliere la Davis Cup Final, con gli azzurri che esordiranno mercoledì 25 novembre alle ore 16 contro la Corea del Sud.
Volandri ha scelto i suoi uomini: si tratta di Flavio Cobolli (n.6 del ranking Atp), Luciano Darderi (n.23), Lorenzo Musetti (n.26), Andrea Vavassori (n.7 Atp di doppio), Simone Bolelli (n.10 Atp di doppio). Al momento, il capitano azzurro ha scelto in base alla classifica. Per questo motivo è stato escluso ad esempio Matteo Berrettini, grande protagonista della vittoria di un anno fa insieme a Cobolli. Nulla però di definitivo: da regolamento sarà possibile sostituire fino a un massimo di tre giocatori rispetto alla Team Nomination di oggi. Tali modifiche dovranno essere comunicate entro le ore 11 (ora locale italiana) del giorno precedente l’inizio delle gare, ovvero lunedì 23 novembre.
Volandri ha spiegato: “Queste convocazioni sono come di consueto elaborate tenendo conto delle posizioni della classifica attuale. Saranno determinanti per me le prossime settimane che ci separano della nuova avventura della Davis. Con tutto il mio staff lavoreremo per approfondire le condizioni di ciascun giocatore al fine di definirne la disponibilità, per poter arrivare a schierare la migliore formazione possibile“. Il capitano azzurro quindi non esclude la possibilità di modifiche: “Sappiamo di avere una squadra molto forte, perché può contare su un’ampia rosa di giocatori, composta oltre a questi anche da Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Lorenzo Sonego assoluti protagonisti delle scorse edizioni”.
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- L’ex Liverpool Pennant aggredito da un pastore tedesco: è stato salvato dal suo akita. “È il mio eroe, il cane non mollava la presa”
L’ex Liverpool Pennant aggredito da un pastore tedesco: è stato salvato dal suo akita. “È il mio eroe, il cane non mollava la presa”
Jermaine Pennant è stato aggredito da un pastore tedesco e poi salvato dal suo cane. L’ex centrocampista di Liverpool e Arsenal è stato protagonista di un incidente che gli è costato 50 punti di sutura, con il peggio che è stato scongiurato grazie all’intervento del proprio cane. Secondo quanto riportato dalla Bbc, Pennant stava portando a spasso i suoi due cani in un parco del nord di Londra la scorsa settimana quando è stato aggredito brutalmente da un pastore tedesco. L’animale gli ha morso la gamba e non voleva lasciare la presa. A sua difesa è intervenuto il suo cane, un Akita, che si è avventato contro il pastore tedesco ed è riuscito ad allontanarlo.
L’ex calciatore però è stato comunque ricoverato in ospedale, dove gli sono stati applicati 50 punti di sutura ed è stato lo stesso Pennant a non escludere un intervento di chirurgia estetica per una delle ferite. Il tutto è stato raccontato in un post pubblicato su Instagram: “Sono stato attaccato da un pastore tedesco, ho cercato di proteggere King (il suo Akita, ndr) ma il cane mi ha morso una gamba, ero a terra con il cane ancora attaccato che non accennava a mollare la presa, finché King non è intervenuto perché non sapeva cosa stesse succedendo”.
Pennant ha poi proseguito: “Ma nel momento stesso in cui lo ha fatto, ha allontanato il cane e mi ha salvato da quella che sarebbe potuta diventare una situazione orribile. King era illeso, con solo un piccolo morso alla zampa, ma era coperto di sangue dappertutto, che non era il mio. A quel punto ho dimenticato l’agonia che provavo e il mio cuore è sprofondato”, ha spiegato Pennant sul proprio profilo, per poi concludere con un messaggio diretto al suo cane, “il mio eroe continua a proteggermi e a prendersi cura di me, King sei una leggenda, ti voglio bene, il migliore amico dell’uomo”.
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- L’unità israeliana Nili, gli eredi di Kidon, ovvero quando l’Ira di Dio non si placa. L’analisi di Cristadoro
L’unità israeliana Nili, gli eredi di Kidon, ovvero quando l’Ira di Dio non si placa. L’analisi di Cristadoro
Risale a quest’estate la rivelazione al mondo da parte del governo israeliano dell’esistenza di un’unità speciale costituita da elementi dello Shin Bet, del Mossad e delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Parliamo dell’unità denominata Nili, abbreviazione della locuzione ebraica Netzah Yisrael Lo Yishaker (Samuele 15:29), che significa “L’eternità d’Israele non mentirà”. Tale denominazione richiama anche il nome della storica rete di spionaggio ebraica Nili, antesignana degli attuali servizi di sicurezza israeliani, già attiva durante la Prima guerra mondiale e, successivamente, in supporto al Mandato britannico contro l’Impero Ottomano. Fondata dall’agronomo Aharon Aaronsohn, da sua sorella Sarah Aaronsohn e da Avshalom Feinberg, l’organizzazione operava in Palestina con un obiettivo chiaro: fornire Intelligence sulle truppe ottomane e trasmetterla al Regno Unito per favorire la vittoria britannica nella regione. I fondatori erano infatti convinti che la nascita di un futuro Stato ebraico dipendesse dal crollo dell’Impero Ottomano. Questo richiamo storico conferisce alle operazioni attuali una valenza simbolica, suggerendo continuità e una capacità superiore di infiltrazione e raccolta di informazioni sensibili, anche nelle circostanze più complesse.
Si tratta di una specifica task force interforze creata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, con l’obiettivo di rintracciare ed eliminare i membri dell’unità Nukhba di Hamas e i leader responsabili del massacro. La task force Nili è concepita come un comando centralizzato “misto”, che unisce la capacità di tracciamento tecnologico dell’ Intelligence all’azione sul campo. L’unità si avvale di una sofisticata tecnologia orientata principalmente all’analisi di tracce digitali e dei rilevamenti sul campo per individuare ed eliminare i soggetti inseriti in una “lista di liquidazione”, accusati di aver preso parte al massacro del 7 ottobre. Una cellula di Intelligence altamente avanzata, che integra tecnologie di intelligenza artificiale e algoritmi di riconoscimento facciale per rintracciare i propri obiettivi in grado di contribuire in modo significativo alla raccolta informativa sul territorio, tanto nella Striscia di Gaza, quanto in Cisgiordania. I suoi team di Intelligence hanno creato un database contenente migliaia di nomi prima di iniziare il lungo processo di accertamento dell’identità e della posizione di ciascuna persona.
La nuova cellula di sicurezza si affida interamente a strumenti moderni, tra cui una capillare rete di telecamere di sorveglianza, scansioni dell’iride e analisi di immagini reperite online. Il sistema elabora anche i dati provenienti dagli interrogatori e dalle aree su cui viene attivato, per poi trasmetterli alle unità militari incaricate di eseguire le operazioni di eliminazione diretta contro i soggetti presenti nelle liste dei ricercati. È innegabile che si sollevino interrogativi fondamentali circa l’attendibilità delle informazioni prodotte da questa unità, specialmente alla luce dell’uccisione documentata di migliaia di persone, giustificata con il pretesto di un loro presunto coinvolgimento in azioni militari.
Per eliminare i propri obiettivi all’interno della Striscia di Gaza o in Cisgiordania, Nili impiega sul terreno agenti infiltrati e forze speciali, attingendo direttamente al personale e alle tattiche dei Mista’arvim. Tale denominazione si riferisce alle unità d’élite antiterrorismo delle Idf, della guardia di frontiera e della polizia israeliana, composti da agenti sotto copertura addestrati a assimilarsi alla popolazione araba per raccogliere informazioni ed effettuare catture o eliminazioni nei territori palestinesi. Il nome deriva dall’arabo Musta’arabi, che significa “coloro che vivono tra gli arabi” e si riferisce agli ebrei arabizzati, eredi degli ebrei di lingua araba che vissero in Medio Oriente fin dall’inizio del dominio arabo nel VII secolo. Comunemente conosciuti come la arabo Plotoni, gli appartenenti alle unità di Mista’arvim operano camuffati da arabi e tengono rigorosamente segreta la propria identità reale al di fuori della loro unità. Questo personale è impiegato in azioni antiterrorismo, raccolta di dati informativi, ricerca e recupero di ostaggi. Le unità mista’arvim non solo lavorano all’interno del territorio di Israele, ma anche nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata. Di seguito, le unità dei Mista’arvim: Unità 367 Shimshon (“Sansone”), unità speciale delle Forze di difesa che ha operato a Gaza fino al 1996; Unità 217 Duvdevan (“Ciliegia”), opera nei Territori occupati. È un’unità inquadrata nella 89ª Brigata Commando Oz delle IDF, ed è stata fondata da Ehud Barak. È nota per le sue operazioni sotto copertura nelle aree urbane, durante le quali i suoi operatori spesso indossano abiti civili per confondersi tra la popolazione araba locale; Yamas, unità della Guardia di frontiera impiegata per operazioni speciali dello Shin Bet; Unità 33 Gideonim, unità sotto copertura della polizia israeliana.
In sintesi, Mista’arvim fornisce a Nili la capacità di muoversi invisibilmente in ambiente ostile per portare a termine le sue missioni.
L’idea di concepire e impiegare un’unità come Nili, con le dovute distinzioni in considerazione delle differenti circostanze, non rappresenta una novità nella storia del controterrorismo israeliano. La memoria non può non tornare ai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 e alle forme di rappresaglia che ne seguirono. Il 5 settembre 1972, un commando di terroristi palestinesi facenti capo all’organizzazione Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici componenti della delegazione olimpica israeliana. Golda Meir, primo ministro d’Israele, era convinta che si dovesse dare una risposta forte a questo atto e decise di formare una squadra segreta incaricata di colpire tutti i responsabili, diretti e indiretti, della strage di Monaco. Fu dunque sancita l’organizzazione dell’“Operazione Ira di Dio” (Mivtza Za’am Ha’el,). La Meir stabilì che la missione era dare la caccia ai terroristi palestinesi e colpirli in maniera implacabile. Le uccisioni dovevano essere tali da terrorizzare gli obiettivi designati: i terroristi dovevano sentirsi perseguitati e vivere con una costante sensazione di pericolo incombente. Il personale incaricato delle esecuzioni, selezionato tra gli agenti del Mossad, doveva “licenziarsi”, rinunciare a tutto e, di fatto, accettare che il governo israeliano negasse di averne alcuna conoscenza o legame. Doveva individuare gli obiettivi, tenerli sotto sorveglianza, annotare le loro abitudini e, infine, colpirli nel momento più propizio. Si procedette a stilare una lista delle persone da eliminare e il “lavoro” fu assegnato ad una task force basata sull’unità Kidon (in ebraico: “baionetta”), che sviluppò la campagna di omicidi mirati in varie capitali europee (tra cui Roma, Parigi, Atene) e in Medio Oriente. Talvolta, va detto, sbagliando anche obiettivo, come accadde nel 1973 a Lillehammer (Norvegia), quando fu ucciso un cameriere marocchino di nome Ahmed Bouchikhi, scambiato per Ali Hassan Salameh. Questi, considerato una delle menti di Settembre Nero, fu eliminato in un secondo momento nel 1979.
L’Unità Kidon, fondata nel 1970 da Mike Harari quando assunse la guida della Divisione Cesarea del Mossad, è un reparto operativo d’élite e top-secret inserito all’interno della suddetta Divisione, già legata alla Metsada, dipartimento incaricato dello svolgimento di operazioni speciali, da non confondere con l’omonima unità del servizio carcerario israeliano. I membri dell’unità sono reclutati prevalentemente tra quelli di altre forze speciali israeliane, quali Sayeret Matkal, Flotilla 13 e Shaldag. Organizzata per agire in piccoli nuclei operativi o commando, composti solitamente da quattro elementi (in genere tre uomini e una donna, tra cui un medico di supporto per le emergenze), l’unità è specializzata nelle eliminazioni mirate, nei rapimenti e nelle operazioni di sabotaggio contro coloro che sono indicati come nemici di Israele. Ogni bersaglio viene prima giudicato e formalmente autorizzato da un’apposita istanza legale/politica a Tel Aviv (come avvenne storicamente con Golda Meir per l’Operazione Ira di Dio). Altri dettagli sull’unità si possono leggere nell’articolo di Dan Raviv e Yossi Melman Kidon unit, the spies Israel now depends on to look for nuclear cheating by Iran, pubblicato su Formiche il 3 dicembre 2013.
Ma torniamo all’unità Nili, che in quasi tre anni di attività ha individuato migliaia di persone accusate di aver partecipato agli attacchi guidati da Hamas, di aver preso ostaggi o di averli maltrattati durante la prigionia. Secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano The Times of Israel del 16 luglio 2026, le persone eliminate presenti nella lista di Nili sarebbero oltre 2.700, una cifra che include circa 1.200 terroristi uccisi dalle forze israeliane durante l’assalto del 7 ottobre. Il lavoro di Intelligence svolto è minuzioso e capillare. In un corsivo pubblicato l’11 agosto 2026 sulla testata Jewish News, invece, si fa riferimento ad una intervista rilasciata al notiziario di Channel 12 in cui, per la prima volta, alcuni agenti dell’unità hanno descritto apertamente la loro missione, illustrando nel dettaglio i bersagli prescelti e i metodi impiegati per localizzarli e ucciderli. Gli ufficiali intervistati da Channel 12 e Adi Rotem, ex alto funzionario dello Shin Bet, riferiscono che Nili ha creato un foglio di calcolo contenente migliaia di nomi, avviando poi l’enorme e laborioso compito di identificare e localizzare ciascuno di essi. L’elenco dei soggetti indagati va oltre coloro che sono accusati di aver fisicamente attraversato il confine con Israele il 7 ottobre. Oltre agli attentatori, infatti, tra i ricercati figurano le persone coinvolte nel sequestro di ostaggi israeliani, nonché coloro che sono accusati di aver incontrato o abusato di prigionieri a Gaza. Sono stati presi di mira anche coloro che hanno partecipato alle cerimonie di rilascio di ostaggi inscenate. Per la loro individuazione sono stati utilizzati filmati girati dai terroristi durante l’azione svolta, comprese registrazioni da telecamere tipo GoPro, pubblicati online dai terroristi durante e dopo l’azione, sottoponendo tali filmati a software di riconoscimento facciale. Sono state utilizzate, inoltre, i dati raccolti dagli ufficiali dell’Intelligence delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) e dello Shin Bet, nonché gli interrogatori dei detenuti palestinesi, mentre l’intelligenza artificiale ha aiutato gli investigatori a ricostruire le prove. In un altro articolo, pubblicato su Ynet Global, piattaforma internazionale di Ynet (il maggiore sito di notizie e informazione in Israele, legato al quotidiano Yedioth Ahronoth), viene riportato che, sebbene le forze di sicurezza dispongano di numerose informazioni su quanto accaduto durante il massacro del 7 ottobre, hanno continuato ad acquisire nuove conoscenze nel corso del tempo e le squadre del centro di comando interforze continuano a lavorare per localizzare ed eliminare i nomi ancora presenti nella lista. Inoltre una delle maggiori preoccupazioni per Israele sarebbe la capacità rigenerativa di Hamas, costantemente impegnata nella ricostruzione della sua ala militare Per le forze di sicurezza, la missione ha un solo obiettivo: trovare sistematicamente i leader e i membri dell’organizzazione terroristica e ucciderli tutti.
Bisogna tenere presente che nell’esecuzione degli attacchi contro gli obiettivi individuati il rischio dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè l’uccisione di persone innocenti, è molto elevato e su questo delicato argomento è corretto riportare il punto di vista sia dei sostenitori, sia dei detrattori del ricorso a questo tipo di operazioni.
Nel summenzionato articolo di Ynet Global, si evidenzia che le autorità israeliane hanno affermato che il rilascio di tutti gli ostaggi ha semplificato l’attuazione di ulteriori piani d’attacco, in quanto durante il periodo in cui gli ostaggi erano detenuti a Gaza, cresceva la preoccupazione che potessero essere coinvolti nelle azioni condotte e, pertanto, Israele doveva adotare misure di cautela molto elevate. Le forze di sicurezza non utilizzano un modello operativo fisso per l’esecuzione degli omicidi mirati. Ogni attacco viene condotto in base alle condizioni sul campo e il centro di comando dedicato monitora attentamente coloro che sono stati designati per l’eliminazione e cerca di tracciare ogni loro mossa. Alcuni attacchi vengono lanciati immediatamente in risposta a nuove informazioni e a un’opportunità unica sul campo. Altri vengono pianificati nel dettaglio con giorni o anche più di anticipo. Uno dei compiti più difficili per l’Intelligence è capire, nel caos dei dati raccolti, chi siano tra tutti gli elementi individuati coloro che realmente abbiano qualche responsabilità nell’accaduto o forme di coinvolgimento con i terroristi e chi, invece, sia totalmente estraneo a queste situazioni. In tale quadro, almeno in linea di principio, le forze di sicurezza riceverebbero informazioni dettagliate e adotterebbero le adeguate cautele prima di ogni attacco, proprio per evitare di sbagliare l’obiettivo o fare delle vittime tra chi non c’entra nulla; alcune opportunità di eliminare gli obiettivi sarebbero state perse, in attesa di un’occasione più opportuna per colpire. Ogni attacco è supportato da un sistema operativo attivo 24 ore su 24.
Sul fronte opposto, in un articolo dell’11 settembre 2026 pubblicato su Alquds.com, il sito web ufficiale di Al-Quds (il quotidiano in lingua araba più diffuso e letto nei Territori Palestinesi), è stato sottolineato come l’imponente risonanza mediatica relativa alle capacità di Intelligence di Israele sia crollata di fronte agli eventi del 7 ottobre e la costituzione dell’unità Nili non sarebbe altro che un tentativo di celare l’impotenza strategica che ha colpito le unità di sicurezza israeliane più celebrate. Nell’articolo si sottolinea che durante l’operazione Diluvio di Al-Aqsa, i terroristi hanno preso il controllo di centri appartenenti all’unità 8200 — la più nota unità di sigint israeliana — sequestrando computer, dispositivi di precisione e documenti segreti, poi trasferiti nei tunnel utilizzati da Hamas. Ciò avrebbe inferto un colpo devastante al mito della propria capacità tecnologica, che Israele aveva cercato di costruire nel corso dei decenni. In sostanza, secondo l’estensore dell’articolo, l’intensa campagna promozionale attorno all’unità Nili in questa fase del conflitto in atto rappresenterebbe un tentativo, da parte di Benjamin Netanyahu, di placare la crescente rabbia interna. Il richiamo al nome storico Nili, infine, avrebbe lo scopo di convincere l’opinione pubblica israeliana che l’apparato di sicurezza sia ancora in grado di produrre tutta l’Intelligence necessaria e di colpire in qualsiasi momento, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze di un fallimento strategico.
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- “La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace
“La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace
“Francamente la Norvegia fa schifo, è diventata un cesso di Paese, veramente”. Così il presidente americano Donald Trump, in un comizio in Michigan per sostenere la candidatura al Senato del repubblicano Mike Rogers, si è sfogato contro il Paese europeo colpevole, come lui stesso ha affermato, di non avergli dato il premio Nobel per la Pace per la seconda volta – riconoscimento invece assegnato all’ex giudice dell’odiata Corte penale internazionale Navi Pilay.
Ha aggiunto di voler riaprire le frontiere agli immigrati di determinati Paesi, ma di non volere “nessuno della Norvegia“, nonostante nello Stato del Michigan vivano oltre 71mila norvegesi-americani secondo gli ultimi dati U.S. Census. Nel comizio in midwest ha poi coperto di insulti islamofobici il candidato democratico Abdul El Sayed per le elezioni midterm del prossimo 4 novembre.
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Un uomo steso a terra a pancia in su: ecco la strana forma del piccolo borgo della Sicilia Centuripe
Ha meno di 5.000 abitanti Centuripe, ma la sua particolare conformazione geografica ha fatto sì che il suo nome sia diventato familiare a molti nelle ultime ore. Si tratta, infatti, di un piccolo borgo della Sicilia, in provincia di Enna, che è diventato famoso perché dall’alto la disposizione delle sue case ricorda la sagoma di una persona distesa sulla schiena con le braccia e le gambe aperte.
Le immagini, riprese dall’ANSA, sono diventati virali e hanno fatto scoprire a molti un piccolo comune che ha alle sue spalle una storia millenaria. Le sue origini risalgono addirittura alla preistoria e a indicarlo sono dei ritrovamenti di pitture rupestri in ocra rosso e di alcune incisioni.
La fondazione della città vera e propria risale però al VIII secolo a.C e durante l’età ellenistica, in cui finì per subire pesantemente il condizionamento della Grecia, la città divenne uno dei principali poli di produzione della terracotta dell’intera Sicilia, a tal punto che la ceramica centuripina, con le sue eleganti forme e i colori delicati, fu apprezzata in tutto il mondo antico e divenne un simbolo di raffinatezza e identità culturale.
Anche durante il periodo delle dominazione di Roma, Centuripe mantenne la sua centralità conoscendo il suo periodo d’oro in età imperiale, quando sorsero monumenti, templi, edifici termali e monumenti pubblici. La città, in seguito alla caduta dell’impero romano, conobbe un lungo periodo di abbandono, in parte mitigato dalla fondazione del Santuario della Madonna delle Grazie ad opera degli agostiniani, che divenne un importante centro di fede e devozione popolare.
La rinascita del borgo venne promossa nel XVI secolo dai Moncada, potenti feudatari siciliani, grazie alla ricostruzione di chiese, abitazioni e infrastrutture, che portarono Centuripe ad assumere l’aspetto che tuttora in parte mantiene. Oggi la città sta conoscendo una nuova rinascita, segnata da numerosi lavori di restauro, a cui si affianca la capacità da parte del piccolo centro abitato di attrarre mostre dal respiro internazionale, in grado di trasformare il paese in un autentico polo culturale dell’entroterra siciliano.
Credits: Pio Andrea Peri (ANSA)
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- “Il primo sintomo? Lo scambiavo per stanchezza da mamma. Mi sfiniva anche andare a prendere un caffè”: Vanessa Trump racconta il suo il tumore al seno
“Il primo sintomo? Lo scambiavo per stanchezza da mamma. Mi sfiniva anche andare a prendere un caffè”: Vanessa Trump racconta il suo il tumore al seno
Una stanchezza fuori dal comune è stato il primo campanello d’allarme. Vanessa Trump, come riportato dal Daily Mail, ha raccontato in una nuova intervista di aver capito di avere un tumore al seno “molto aggressivo” a partire da un affaticamento estremo, un sintomo che per una madre è facile liquidare come normale. Nei sei mesi prima della diagnosi, ha spiegato, anche una semplice sosta al bar la lasciava esausta.
L’ex moglie di Donald Trump Jr. ha parlato in un video diffuso sabato 24 ottobre, registrato con la figlia Kai e con la dottoressa Nicole Saphier in occasione del mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno. Oggi, ha detto, è fuori pericolo: i risultati dell’ultima risonanza magnetica sono risultati puliti.
Trump ha anche fornito dettagli rari sul percorso di cura per il carcinoma duttale invasivo: è stata sottoposta a una lumpectomia, l’intervento che asporta il tumore insieme a un sottile margine di tessuto sano, seguita da un ciclo di radioterapia in tre sedute. Il tumore, ha precisato, non è di origine genetica ma legato a fattori ambientali. Per i prossimi cinque-dieci anni dovrà controllarsi con esami diagnostici tre o quattro volte l’anno.
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- “I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”: parla la madre di Pantani
“I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”: parla la madre di Pantani
Tonina Belletti, la madre di Marco Pantani, non ha nessuna intenzione di arrendersi: “Continuerò a lottare per la verità. Gliel’ho promesso sulla tomba”. Da oltre 20 anni lotta per ricostruire quanto successe il 14 febbraio 2004 all’hotel Le Rose, dove fu trovato il corpo senza vita dell’indimenticato campione di ciclismo. La terza indagine della Procura di Rimini si appresta a finire con un nulla di fatto: gli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, legali dei genitori, si sono opposti all’archiviazione e ora toccherà al gip decidere come procedere. La madre del Pirata però resta convinta: “I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”, ha ribadito in un’intervista al Resto del Carlino.
Nel maggio scorso la Procura di Treno aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine sulla “associazione a delinquere di stampo mafioso riconducibile al decesso di Marco Pantani“. Sotto la lente della procura, l’ombra della camorra che sarebbe intervenuta per negare la vittoria del campione romagnolo al Giro d’Italia del 1999. La pm della Dda, Patrizia Foiera, aveva amaramente messo nero su bianco che “nessuno, nell’attualità, ha colto l’occasione per dare un qualsiasi contributo probatorio” rispetto all’ipotesi di un complotto contro Pantani.
Sulla morte di Pantani all’hotel Le Rose invece qualcuno ha parlato: un agente di polizia penitenziaria si è rivolto alla famiglia Pantani raccontando la confidenza fattagli da un detenuto di nazionalità marocchina. A lui Fabio Miradossa – uno dei condannati per la dose fatale a Pantani – avrebbe raccontato che il Pirata sarebbe stato aggredito per un debito legato al consumo di cocaina. Non trovando i soldi, Miradossa e altri due uomini lo avrebbero costretto a ingerire cocaina sciolta nell’acqua e lo avrebbero picchiato. Questo nuovo racconto però non ha trovato riscontri nell’attività investigativa, che per ora resta ferma al punto originario: Pantani è morto per un mix di farmaci antidepressivi e cocaina.
“Io ero e resto convinta – dice la madre al Resto del Carlino – che c’era qualcuno quella mattina con Marco. E che Marco sia stato aggredito dopo una lite, scoppiata per una questione di soldi legata alla droga”. E ancora: “Lui aveva fatto dei prelievi, aveva parecchi contanti con sé: 20mila euro, forse di più. Perché non sono stati mai trovati? I soldi sono il vero movente”. Tonina Belletti sottolinea anche un altro aspetto: “Era possibile arrivare alla camera dove si trovava Marco anche senza passare dall’ingresso principale”. E, nonostante le inchieste finora siano tutte arrivate a un binario morto, la madre del Pirata conclude: “Non mi rassegnerò fino a quando non sarò certa che sarà stata scritta tutta la verità”.
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