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L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump

28 October 2026 at 18:21

Il governo italiano ha aderito a una dichiarazione congiunta siglata da otto Paesi (tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone) per ribadire il proprio sostegno alla Corte Penale Internazionale e contestare le misure restrittive decise da Washington a ottobre, quando l’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni alla Cpi nelle stesse ore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana già giudice della medesima Corte e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma Giorgia Meloni in prima persona ha evitato di condannare fermamente la scelta. Tanto è vero che adesso che si tratta di votare in Parlamento, il centrodestra si muove tra l’ambiguità e il rinvio.

Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra, sottoscritta dal campo larghissimo (Pd-M5S-Avs-Italia viva e più Europa) ma non se n’è fatto nulla. Il testo si riferiva sia alle sanzioni dello scorso ottobre, sia al fatto che il 6 febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti emanava l’ordine esecutivo n. 14203, sulla base del quale sono state emesse sanzioni, tra gli altri, contro il procuratore capo, i due viceprocuratori e altri otto magistrati della Corte. In particolare, Washington accusava la Corte di aver “intrapreso azioni illegittime e prive di basi prendendo di mira l’America e il suo stretto alleato Israele”, riferendosi al mandato di cattura spiccato nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della difesa, Yoav Gallant, per i crimini commessi ai danni della popolazione di Gaza, e volutamente ignorando che la Corte, contestualmente, spiccava analoghi mandati nei confronti di tre figure apicali di Hamas.

La proposta di legge del centrosinistra impegna il governo a criticare duramente questa iniziativa. In particolare “a esercitare una forte pressione in tutti i consessi europei e internazionali, oltre che nei rapporti bilaterali, affinché gli Stati Uniti rimuovano tutte le sanzioni contro la Corte penale internazionale emesse dall’Amministrazione Trump, sia quelle con l’ordine esecutivo n. 14203, sia quelle annunciate il 9 ottobre 2026”. E anche “ad adoperarsi affinché la Commissione europea proceda senza indugio all’adozione degli atti necessari a rendere applicabile alle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale lo ‘Statuto di blocco’ dell’Unione europea”.

Su questi punti il centrosinistra aveva cercato una convergenza con il centrodestra. Nulla di fatto. Non solo. Martedì, a urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” (ma il testo era stato presentato ad agosto) e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale. Esisteva una proposta di legge alternativa del centrodestra, ma la Lega non era intenzionata a votare neanche la generica condanna di Netanyahu. Ma l’opposizione insiste: la prossima settimana in Aula si vota l’urgenza; da vedere – a elezioni passate in Israele – cosa farà il centrodestra.

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Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale

28 October 2026 at 17:08

Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.

A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.

Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.

Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.

Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.

X: @GianniRosini

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Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie)

28 October 2026 at 15:21

Elezioni in Israele, Netanyahu resiste ma è stallo: nessuno ha i numeri per governare

L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.

Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.

Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.

La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.

Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.

La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.

Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.

La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.

Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.

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La scommessa vinta dei partiti arabi: i palestinesi israeliani li hanno votati in massa. E ora hanno la chance di contare

28 October 2026 at 13:06

Sono forse gli unici a poter rivendicare un ottimo risultato alle elezioni del 27 ottobre, avendo moltiplicato voti e seggi. Hanno vinto la scommessa di portare la comunità dei palestinesi cittadini di Israele con diritto di voto alle urne in massa, superando un’affluenza dell’80% e rompendo con la tradizione di sfiducia e astensionismo propria di questa comunità, che sente tutto il peso della discriminazione da parte delle autorità “ebraiche” dello Stato. Le due “liste arabe” Joint List e Ra’am saranno nelle prossime settimane i protagonisti delle trattative per la formazione di un governo a Gerusalemme, dopo il risultato complesso emerso dalle elezioni politiche israeliane. Il loro popolo di riferimento gli ha dato un mandato chiaro, ma non carta bianca. Finora l’astensionismo era motivato anche dalla scarsa fiducia nel fatto che i partiti rappresentativi della comunità araba potessero davvero incidere nelle istituzioni israeliane e sulla politica del Paese, dopo decenni di discriminazioni e condizioni di vita peggiorate. E stavolta, dovranno provare ai palestinesi che sono in grado di realizzare un vero cambiamento.

Joint List (Lista comune). È un’alleanza elettorale tra Hadash, fronte della sinistra comunista ebraico-araba, Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento di Ahmad Tibi, e Balad, formazione nazionalista palestinese e laica. L’unione è nata nel 2015, e all’inizio comprendeva anche Ra’am, poi si è sciolta e si è ricostituita per le elezioni del 27 ottobre non senza fatica e senza la partecipazione di Ra’am. Il capolista attuale della lista è Yousef Jabareen, docente universitario ed esperto di diritti umani; gli altri principali riferimenti sono Tibi, figura storica della rappresentanza parlamentare araba, e Sami Abu Shehadeh, presidente di Balad, che rimasto alla guida del partito anche se si è ritirato dalle liste elettorali a inizio ottobre, dopo che la destra ha presentato una petizione per la sua esclusione, motivandola con le tesi sostenute in un articolo in cui parlava del 7 ottobre e suggeriva di vederlo nel contesto dell’oppressione dei palestinesi di Gaza da parte dello Stato di Israele. Uno degli esponenti più visibili all’estero di Hadash è il deputato ebreo Ofer Cassif, di cui pure la destra ha chiesto l’esclusione dalla Knesset varie volte, per aver definito in discorsi pubblici la guerra a Gaza “un genocidio”.

La Joint List è forte soprattutto nell’antica Galilea, nel triangolo dei villaggi palestinesi, musulmani e cristiani, del centro-nord di Israele. Ma l’alleanza cerca anche il voto degli ebrei contrari all’occupazione in West Bank e alla discriminazione dei palestinesi. Più attivo in questo senso è soprattutto il corno di Hadash, che insiste su giustizia sociale, diritti dei lavoratori e cooperazione ebraico-araba. Ta’al coniuga rivendicazioni nazionali palestinesi e ha legami con la sinistra palestinese storica anche in West Bank. Balad ha una piattaforma di massima che chiede uno “Stato di tutti i suoi cittadini”, contestando il primato costituzionale dell’identità ebraica di Isrele. Il terreno comune comprende uguaglianza civile, autodeterminazione palestinese, opposizione all’occupazione e alla guerra a Gaza. La Joint List non vuole separare il miglioramento delle condizioni degli arabi israeliani dalla questione palestinese. Per questo l’ingresso in un governo guidato dai partiti sionisti resta molto difficile. È invece possibile un sostegno parlamentare esterno a una coalizione anti-Netanyahu. Jabareen ha dichiarato di essere disponibile a offrire una “rete di sicurezza”, cioè un appoggio esterno, a un governo alternativo imperniato sul blocco di Gadi Eisenkot, ma subordinandola a impegni politici concreti che nono sono stati ancora negoziati.

Ra’am, o Lista araba unita. Si tratta invece una formazione di matrice islamista, socialmente conservatrice, storicamente nata come braccio politico del ramo meridionale del Movimento islamico israeliano legato ai Fratelli musulmani. Questo è stato un elemento centrale nella campagna della destra, che accusa Abbas di sostenere in fondo Hamas. In realtà, il leader di Ra’am Mansour Abbas, un ex dentista e imam di 52 anni, ha portato il partito alla svolta che nel 2021 lo portò a uscire dalla Joint List e dentro la maggioranza “sioniosta” guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ra’am è stato finora il primo e unico partito arabo indipendente a partecipare a una coalizione di governo israeliana. Abbas ha posizione pragmatiche e moderate, conservatrici sul piano dei diritti civili. A dispetto della accuse di Netanyahu e soci, non nega l’autodeterminazione degli ebrei nello Stato di Israele e, a differenza della Joint List, non ha un progetto di “fusione” della Cisgiordania e di Israele in unico Stato federale. Il radicamento di Ra’am è soprattutto nelle comunità musulmane, in particolare nella provincia desertica del Negev, tra i beduini. Lì il movimento ha costruito reti religiose, assistenziali e di rappresentanza locale. Sono quindi centrali il riconoscimento dei villaggi beduini, la casa, le infrastrutture, i servizi e i finanziamenti ai comuni arabi, insieme alla lotta alla criminalità organizzata. Rispetto alla Joint List, Abbas privilegia la contrattazione per ottenere risultati immediati: Ra’am sostiene lo Stato palestinese e la fine dell’occupazione, ma non ne fa la condizione preliminare di ogni collaborazione con i partiti ebraici. Alle ultime elezioni del 2026 l’apertura si è tradotta nell’inserimento in lista di Yoav Segalovitz, ebreo, ex esponente di Yesh Atid ed ex alto funzionario di polizia, valorizzato per il suo lavoro contro la criminalità nelle comunità arabe. Ra’am è quindi disponibile a entrare direttamente in una coalizione con partiti di centro, sinistra o destra moderata, e infatti Mansour Abbas ha dichiarato di essere stato “contattato” da Gadi Eisenkot e da altri leader. In campagna elettorale Abbas escludeva di fare un governo con Netanyahu, nonostante diversi analisti considerano possibile un accordo, sempre all’insegna del pragmatismo e solo nel caso di un governo di “unità nazionale” che tenga fuori i partiti della destra estremista e anti-islamica. La disponibilità di Ra’am si scontra però con le resistenze di diversi esponenti dei partiti ebraici anti-Netanyahu, che continuano a respingere una coalizione formalmente dipendente dai partiti arabi.

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Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi

28 October 2026 at 10:01

Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.

Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.

Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.

La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.

Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza. Di solito le verifiche durano due settimane. Poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, dopo di che la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.

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Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”

28 October 2026 at 09:12

Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.

L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.

Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.

L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.

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Netanyahu, l’eterno ritorno di Bibi. E ora speriamo in bene

28 October 2026 at 08:10

Il commento

Come al solito, non abbiamo capito niente. O forse, più semplicemente, abbiamo scambiato i nostri desideri per la realtà. Ci siamo raccontati che Benjamin Netanyahu fosse arrivato al capolinea. Che gli israeliani fossero stanchi di Bibi, della sua arroganza, delle sue guerre, della sua capacità quasi soprannaturale di sopravvivere a qualsiasi crisi. Abbiamo pensato che il dolore, la rabbia, le piazze piene, le famiglie distrutte avrebbero finalmente prodotto una svolta. Che ci fosse un limite a tutto. Anche a Netanyahu.

E invece no. O almeno, forse no. Perché l’ennesima possibile affermazione del premier israeliano ci mette davanti a una verità terribile: la stanchezza che vedevamo noi non è necessariamente quella che sente Israele. E soprattutto non basta essere esausti per desiderare un cambiamento. A volte succede il contrario. Più una società ha paura, più si aggrappa a chi quella paura ha imparato a governarla. Anche quando ha contribuito ad alimentarla. È questo il paradosso di Netanyahu. Un uomo che sembra politicamente immortale, capace di trasformare ogni sconfitta in una ragione per restare, ogni emergenza in una necessità, ogni critica in una minaccia. Non importa quante volte venga dato per finito: Bibi torna. Sempre. Come se il destino di un intero Paese fosse ormai inseparabile da quello di un solo uomo.

E fa male dirlo. Perché avremmo voluto credere che dopo tutto quello che è successo, dopo il 7 ottobre, dopo una quantità di sofferenza umana che nessuna statistica riuscirà mai a raccontare davvero, potesse aprirsi una stagione diversa. Una stagione nella quale la sicurezza di Israele non fosse contrapposta alla pace in Medioriente. Nella quale la forza non fosse l’unico linguaggio della politica. Nella quale il futuro contasse finalmente più della vendetta e della sopravvivenza personale.

Non significa che gli israeliani siano tutti Netanyahu. Sarebbe un’ingiustizia verso chi lo combatte, verso chi manifesta, verso chi chiede pace, responsabilità e democrazia. Ma significa che abbiamo sottovalutato quanto sia profonda la frattura, quanto sia radicata la paura e quanto sia difficile costruire un’alternativa credibile quando un Paese vive da anni con la sensazione di essere perennemente sotto assedio. E allora viene da chiedersi se Netanyahu sia ancora soltanto un leader politico o se sia diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande e inquietante: l’incapacità di immaginare un futuro diverso dal presente.

C’è poi un elemento che rende tutto ancora più angosciante. Il voto del 27 ottobre non ha consegnato, almeno nei primi risultati, una maggioranza chiara. Il Likud è davanti, ma nessuno dei due schieramenti sembra avere i 61 seggi necessari per governare. Netanyahu non ha ancora vinto la partita. Eppure è ancora lì, al centro di tutto, pronto a giocarsela fino all’ultimo voto, fino all’ultimo alleato, fino all’ultima trattativa. Forse è proprio questa la sua vittoria più grande. Aver convinto un pezzo consistente di Israele che, dopo di lui, possa esserci soltanto il vuoto. Aver trasformato la propria permanenza al potere in una questione di sopravvivenza nazionale.

Ma un Paese non può vivere eternamente in guerra. Non può continuare a chiedere ai propri figli di crescere nell’odio e nella paura. Non può considerare inevitabile che ogni generazione erediti da quella precedente un nuovo conflitto, un nuovo lutto, una nuova ragione per non fidarsi del vicino. E questo vale per gli israeliani come per i palestinesi. Perché dietro le strategie militari, le mappe e i proclami ci sono esseri umani. Bambini che vorrebbero soltanto diventare grandi. Madri che vorrebbero soltanto rivedere i propri figli.

Il punto, alla fine, non è neppure Netanyahu. È quello che la sua possibile ennesima sopravvivenza politica racconta di noi, della nostra epoca, di un mondo nel quale la paura continua a battere la speranza e la promessa di sicurezza sembra valere più di qualsiasi progetto di pace. Avevamo sperato che gli israeliani voltassero pagina. Che dicessero basta. Che scegliessero qualcuno capace di immaginare un domani meno sanguinoso. Forse siamo stati ingenui. Forse abbiamo guardato Israele con gli occhi di chi vive a migliaia di chilometri di distanza e può permettersi il lusso di credere che la pace sia una scelta semplice.

Ma non voglio rassegnarmi all’idea che sia impossibile. Perché se Netanyahu dovesse davvero tornare a governare, il problema non sarebbe soltanto la sua ennesima vittoria. Sarebbe la sconfitta di un’idea: che perfino dopo il peggiore degli incubi sia possibile svegliarsi e ricominciare. E allora, mentre si contano i voti e si preparano le trattative, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Quella di un’occasione che rischia di sfuggire ancora una volta. Di una storia che continua a ripetersi, sempre più dolorosa, sempre più crudele. Di un Medio Oriente che non riesce a liberarsi dei propri fantasmi.

Vorrei sbagliarmi. Vorrei che questa volta la politica riuscisse a sorprenderci. Che qualcuno trovasse il coraggio di interrompere la catena della paura, della violenza, delle promesse tradite. Ma guardando quello che sta succedendo, faccio fatica a essere ottimista. Dio ce la mandi buona. Perché gli uomini, finora, non sembrano esserci riusciti.

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Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza

28 October 2026 at 06:00

Le elezioni israeliane non consegnano ancora una maggioranza a Benjamin Netanyahu, ma i primi risultati dello scrutinio ridimensionano le speranze dell’opposizione. A scrutinio delle urne ultimato, sono 53 i seggi al blocco del premier e 48 a quello anti Netanyahu. Per governare servono 61 seggi nella Knesset, il parlamento israeliano. Il quadro resta provvisorio: devono ancora essere conteggiati, tra gli altri, i voti in doppia busta, compresi quelli dei militari, che potrebbero modificare gli equilibri.

La notte elettorale ha visto entrambi i principali contendenti rivendicare la possibilità di guidare il prossimo governo. Il premier uscente, alla guida del Likud, ha aspettato oltre cinque ore dalla chiusura dei seggi prima di parlare ai sostenitori a Gerusalemme. «Stiamo ancora aspettando i risultati veri», ha detto, rivendicando però che il suo partito è il più grande del Paese. Netanyahu ha sostenuto che la destra dispone di una maggioranza «chiara e decisiva» tra gli elettori ebrei e sionisti, chiedendo la formazione di un governo «di destra, nazionalista e forte».

Il nodo è il possibile ruolo dei partiti arabi. Netanyahu ha definito una vergogna che altri schieramenti siano disposti a collaborare con loro, accusandoli di attaccare i soldati israeliani. Le formazioni arabe hanno ottenuto risultati significativi e potrebbero risultare decisive nella costruzione di una maggioranza, ma diversi leader dell’opposizione hanno escluso accordi con loro. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida di Yashar, ha promesso una «nuova era» e sostenuto che gli israeliani abbiano votato per il cambiamento. Anche l’ex premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu ha perso, annunciando l’avvio delle trattative per formare un governo sionista.

A rivendicare un ruolo nella rimonta del premier è stato Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth Social che la sua endorsement avrebbe cambiato l’andamento della corsa, trasformando una possibile sconfitta in una situazione di stallo o persino in una vittoria. Ai giornalisti aveva già detto di ritenere che il suo sostegno avesse aiutato Netanyahu, precisando di non averlo ancora sentito dopo il voto.

Netanyahu ha legato la partita politica alla guerra con l’Iran, definendo quella attuale un’occasione storica da cogliere insieme a Trump per eliminare definitivamente la minaccia iraniana. Ma lo stallo può anche aprire spazi di compromesso. Secondo Thomas Warrick dell’Atlantic Council, la necessità di costruire una coalizione potrebbe rendere possibili interlocuzioni finora politicamente impraticabili e favorire progressi su questioni come la violenza dei coloni in Cisgiordania e la ricostruzione di Gaza.

La formazione del governo richiederà probabilmente settimane. Resta da capire se la trattativa produrrà un’apertura politica o se le esclusioni reciproche impediranno a entrambi i blocchi di raggiungere la maggioranza.

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