Political deadlock in Israel prolongs financial suffocation of Palestinian Authority



Scontro furibondo a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi, e Fabio Dragoni, firma di Libero. A incendiare il confronto sono le elezioni in Israele, sulle quali Dragoni osserva: “Netanyahu ha perso la maggioranza, ma non nella maniera così trascendentale come tutto il mondo occidentale, salvo poche eccezioni, sperava o credeva. Noi continuiamo a non capire Israele, perché viviamo la vicenda Israele-Gaza con i nostri occhi. Le sirene le sentono in Israele, nei rifugi scendono gli israeliani. Gli israeliani ragionano con un’altra logica, sono uno Stato in guerra perenne e non si fanno le pippe mentali che ci facciamo noi accapigliandoci tra pro-Pal e pro-Israele”.
Dragoni cita un articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera e il risultato elettorale degli arabi israeliani: “Alla faccia di chi dice che in Israele c’è l’apartheid, abbiamo avuto una grande dimostrazione di democrazia. Vorrei capire quando ci saranno le elezioni in Libano e in tante altre parti”.
Balzano interviene immediatamente: “Le elezioni non sono l’elemento che consente necessariamente di distinguere il bene dal male. Partiamo da questo presupposto”.
Dragoni lo interrompe accusandolo di affrontare la questione come una tifoseria, ma lo scrittore respinge l’obiezione e porta il confronto sulla responsabilità politica degli elettori israeliani: “Con queste elezioni in Israele deve cadere l’ipocrisia di chi dice: ‘Non dovete parlare di Israele, ma del governo israeliano; non dovete parlare degli israeliani, ma di Netanyahu‘. No. Che sia bene o che sia male, in questo momento c’è un’unione delle responsabilità“.
E aggiunge: “Dopo aver visto tutto quello che è successo, e gli israeliani l’hanno visto perché ci sono i social, i video, la rete è piena di quello che è successo a Gaza e in Cisgiordania, se scelgono di rivotare Netanyahu significa che sono con Netanyahu, che sono d’accordo con lui, che sottoscrivono quello che decide. Dire che non bisogna coinvolgere il popolo israeliano era una boiata e si capiva già prima. Adesso non si può più dire. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che le responsabilità sono in solido”.
Poi arriva il paragone destinato a far esplodere definitivamente la discussione. Balzano richiama la Germania del 1945 e immagina cosa avrebbe significato un eventuale nuovo voto a favore di Adolf Hitler dopo gli orrori del nazismo: “Queste elezioni in Israele possono essere paragonate alla situazione nella quale i tedeschi avessero votato per Hitler nel ’45. Perché se lo voti negli anni Venti o nel ’33 puoi non sapere quello che farà, ma ora lo sai. Anche la Germania era in guerra, anche i tedeschi andavano nei rifugi, anche i tedeschi sopportavano i bombardamenti. Se nel ’45 avessero rivotato Hitler, avrebbero condiviso le responsabilità dei nazisti. Ed è quello che sta facendo il popolo israeliano, o perlomeno la maggioranza del popolo israeliano”.
Dragoni contesta il paragone e torna a insistere sulla condizione di pericolo vissuta dalla popolazione israeliana: “Sbagli, continui a perpetrare il tuo errore. Non ti immedesimi minimamente in ciò che vivono gli israeliani. Continui a non capire che quello è uno Stato in guerra e che non ragionano con le nostre categorie”.
Balzano ribalta l’accusa, chiamando in causa le sofferenze dei palestinesi e contestando con durezza la prospettiva adottata dal giornalista di Libero. “Sei tu che continui a non immedesimarti in ciò che patiscono le vittime di quello Stato terrorista. Sei tu che non ti immedesimi in ciò che patiscono le vittime di quello Stato neonazista che è Israele. Questo è l’errore, ed è tuo, non mio. C’è un genocidio e dinanzi a un genocidio c’è poco da dire“.
Dragoni insiste: “Gli israeliani capiscono meglio di te, perché le sirene suonano a loro, non a te. Capito?”.
“Con ‘ste sirene avete rotto il cazzo – replica lo scrittore – Hanno spianato Gaza, me ne sbatto i coglioni delle sirene di Tel Aviv, capito?”.
La firma di Libero contesta anche l’utilizzo della parola genocidio e chiama in causa Hamas, Hezbollah e l’Iran: “L’unico genocidio proclamato è quello di tante frange islamiche nei confronti di Israele, a partire da Hamas. Lo dico a voi, che provate una pulsione orgasmica per la parola ‘genocidio'”.
“Mi viene da ridere, ma ora il genocidio l’hanno fatto i palestinesi?”, ribatte Balzano.
“Ho detto proclamato”, precisa Dragoni.
“Ma mai realizzato”, replica il saggista.
“Allora Israele si deve sentire in colpa per non essersi fatto distruggere?”, rilancia Dragoni.
“No, Israele si deve sentire in colpa per aver perpetrato un genocidio a Gaza“, risponde Balzano.
La tensione raggiunge il culmine nell’ultimo scambio, quando Dragoni sostiene che gli unici a volere un genocidio siano “Hamas, Hezbollah e l’Iran”. Balzano torna ad attaccare duramente lo Stato israeliano e il suo esercito, ricorrendo a un ulteriore paragone con il nazismo: “Ma come fai a difendere Israele in questo contesto? Adesso la divisa delle SS di Hugo Boss se la sono messa loro addosso, e questo è il paradosso: l’Idf come le SS. Uguale”.
A chiudere il confronto, ormai incandescente, arriva la battuta sarcastica di Gianluca Fabi: “Caro Mossad, volevo solo dire che io mi dissocio “.
L'articolo Balzano contro Dragoni: “Gli israeliani rivotano Netanyahu? Sono come i tedeschi se avessero riscelto Hitler nel ’45” proviene da Il Fatto Quotidiano.



A Comissão Eleitoral Central de Israel publicou, nesta sexta-feira (30), os resultados definitivos da formação do Knesset, o Parlamento israelense, com 120 cadeiras. Para formar governo, é necessário ter, no mínimo, 61 parlamentares.
Do outro lado, os partidos que fazem oposição somaram 67 cadeiras, porém, 19 desses acentos ficaram com partidos árabes, o Raam e a Lista Conjunta, formados por palestinos-israelenses, grupo que soma cerca de 21% da população de Israel.
Já os partidos de judeus israelenses que são oposição à Netanyahu ficaram com 48 deputados. O problema é que os partidos de oposição mais votados, o Yashar, do Gadi Eisenkot, com 21 cadeiras, e o B’Yachad, com 12 deputados, vinham se manifestando contra a formação de governo com participação dos palestinos que vivem em Israel.
O impasse favorece Netanyahu, que fica no poder enquanto não houver um acordo para formação de maioria, segundo explicou o pesquisador do Grupo de Estudos sobre Conflitos (GECI) da PUC de São Paulo, Shajar Goldwaser.
“Alguma promessa vai ter que ser descumprida para sair desse imbróglio porque a oposição prometeu duas coisas: que não iria fazer governo com Netanyahu e que não iria fazer governo com os partidos árabes”, comentou à Agência Brasil.
Para o mestrando do Instituto San Tiago Dantas de Relações Internacionais, ligado a Unesp, Unicamp e PUC-SP, existe uma concepção “racista” nos partidos de judeus israelenses que tem impedido a formação de coalizões com os árabes.
“Eles não querem, por exemplo, ter um ministro da educação palestino. Formar um governo com esses partidos seria uma vitória para os palestinos, que teriam a sensação de que o voto importa. Esse é o medo dos israelenses: que os palestinos achem que eles têm poder e podem influenciar a política israelense”, avalia Shajar.
A emissora N12 News de Israel tem divulgado que um dos partidos da oposição, o Yisrael Beytenu, liderado pelo Avigdor Liberman, já estaria propondo um governo de “unidade nacional” com Netanyahu para impedir a formação de uma coalizão com os partidos de palestinos-israelenses.
O partido de Liberman conquistou sete cadeiras no Knesset. Caso ele se una a Netanyahu, faltaria apenas uma cadeira para o atual primeiro-ministro permanecer no poder.
Netanyahu tem alegado, sem provas, que a Turquia e o Catar teriam influenciado na votação dos palestinos-israelenses, que tiveram uma presença de mais de 80% nas urnas, a maior já registrada.
Por isso, o primeiro ministro acusa o pleito de “fraude” e tem defendido que é “proibido formar governo com eles”, se referindo aos partidos palestinos.
O líder do partido da oposição mais votado, Gadi Eisenkot, acusou o Likud e Netanyahu de colocar em marcha uma campanha organizada para deslegitimar os resultados eleitorais.
“Eles fazem isso porque perderam. Carecem de maioria”, disse Eisenkot, reiterando a promessa de criar uma comissão para investigar o ataque do Hamas em 7 de outubro uma vez que a oposição acusa Netanyahu de ter tido conhecimento prévio do plano do Hamas e não ter adotado medidas para impedir o ataque.
O especialista em política israelense Shajar Goldwaser destacou que a imprensa israelense vem divulgando ainda a possibilidade de Netanyahu recomeçar a guerra contra o Irã para permanecer no poder.
“Uma guerra contra o Irã agora é muito propícia a formar um governo de união nacional. Netanyahu já fez isso no passado fez. Ele é famoso por fazer guerras para interesses eleitorais”, finalizou.
Com 7,3 milhões de eleitores, Israel foi às urnas nesta semana pela primeira vez desde o 7 de outubro de 2023, quando o Hamas atacou vilas ao sul do país causando a morte de 1,2 mil pessoas e fazendo outras cerca de 200 de reféns.
Em resposta a esse ataque, Israel lançou uma operação militar de grandes proporções em Gaza que levou à destruição de quase toda a infraestrutura civil do território, levando à morte de mais de 75 mil pessoas.
A operação em Gaza vem sendo apontada por países e especialistas como um genocídio. Ministros do governo Netanyahu têm defendido a emigração dos palestinos da região e a colonização israelense do território.
Nos últimos três anos, o país ainda se envolveu em guerras no Líbano, ataques na Síria e uma agressão contra o Irã em parceria com os Estados Unidos (EUA).
Na Cisjordânia, a política de assentamentos ilegais ganhou novo impulso nos últimos anos.





Nell’attesa dell’inizio delle consultazioni tra il presidente della repubblica Herzog e i leader dei partiti israeliani per tentare di formare una coalizione di governo, il blocco di opposizione – guidato da Gadi Eisenkot – intende sfruttare i propri voti, assieme a quelli dei partiti arabi, per nominare un nuovo presidente della Knesset, il parlamento israeliano. L’incarico è attualmente ricoperto da Amir Ohana, esponente di spicco del Likud nonchè fedelissimo del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Ma con un cambio alla presidenza le opposizioni potrebbero avviare il processo per l’approvazione della legge che impedisce a un candidato primo ministro sotto processo di venire rieletto, oppure far nascere la tanto ostacolata commissione parlamentare d’inchiesta sul 7 ottobre. Clausola che escluderebbe definitivamente Benjamin Netanyahu.
A sostenere che questa sia la carta nascosta degli avversari di Netanyahu per assicurarsi subito una delle figure cardine delle istituzioni è l’emittente Channel 12. Secondo quanto riportato, non sarebbe stato ancora individuato un candidato condiviso, sebbene siano stati fatti i nomi di Oded Forer, deputato del partito della destra nazionalista Yisrael Beytenu, ed Elazar Stern, della lista Yashar. Stern, neo deputato di Yashar, ovvero il partito di Eisenkot che è arrivato secondo, con 48 seggi, dopo il Likud, ha più chance perché potrebbe trovare l’appoggio anche delle due liste arabe che, assieme, hanno raggiunto per la prima volta ben 19 seggi. Sommando gli scranni raggiunti dalle opposizioni, oltrepasserebbero dunque i 61 richiesti sia per formare il governo sia per eleggere un nuovo presidente della Knesset. Si tratta di due operazioni che, va sottolineato, sono disgiunte e possono seguire tempi diversi. Se questa mossa andasse in porto, potrebbe inoltre essere il banco di prova di un appoggio esterno delle liste arabe a un governo di minoranza del blocco per il Cambiamento.
La conseguenza principale sarebbe il controllo di una posizione istituzionale strategica anche in assenza di un nuovo governo o con un futuro governo guidato ancora dal Likud, leggasi Bibi Netanyahu. Qualora i parlamentari del blocco di Eisenkot e dei partiti arabi lo individuassero e quindi eleggessero, questo potrebbe, per esempio, proporre all’assemblea parlamentare una legge che vieta a un candidato primo ministro sotto processo (come Netanyahu) di venire eletto o rieletto. In ogni caso, la condizione sine qua non per eleggere il nuovo presidente della Knesset, anche se i partiti arabi rimanessero fuori dal governo, è la capacità di riunire un numero sufficiente di deputati attorno a un candidato comune. La sua funzione è paragonabile, per certi aspetti, a quella del presidente della Camera dei Deputati italiana, ma esistono differenze importanti, soprattutto per quanto riguarda la supplenza del capo dello Stato. Tra i suoi numerosi poteri c’è la decisione su quando discutere determinate questioni. Incide pertanto attivamente sull’agenda politica. Di conseguenza, se l’opposizione volesse portare rapidamente in Parlamento una questione politicamente imbarazzante per il governo, la presidenza può influire sui tempi e sulle modalità del dibattito.
Un ruolo che dal 2022 viene esercitato dal falco del Likud Amir Ohana. È stato colui che ha promosso nel 2023 la controversa riforma della Giustizia a vantaggio dell’esecutivo contro cui si scatenarono le piazze con manifestazioni durate mesi, prima che venisse sospesa. E Ohana fu anche uno dei principali artefici dell’approvazione della Legge fondamentale del 2018 che declassò l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno status speciale. Anche per questo i partiti arabi israeliani – forti dei loro 19 seggi – vorrebbero sostituirlo. E questa volta contribuirebbero con i propri seggi, dirimenti, a far sì che avvenga. Se non ci fossero ancora esclusioni a priori nei loro confronti da parte di membri di Yashar, che però è il primo partito del blocco del Cambiamento e pesa. Sarebbe però un’occasione positiva per chi sperava nell’apertura di una commissione d’inchiesta per investigare sulle falle negli organismi preposti alla sicurezza che hanno portato al 7 ottobre. Il presidente del Parlamento svolge infatti un ruolo concreto nell’istituzione di una commissione d’inchiesta.
L'articolo Elezioni in Israele, ecco come le opposizioni e i partiti arabi possono già impedire a Netanyahu di rimanere premier proviene da Il Fatto Quotidiano.
A coalizão do primeiro-ministro de Israel, Benjamin Netanyahu, não conseguiu conquistar a maioria das cadeiras do Knesset, o Parlamento israelense, nas eleições gerais do país.
O bloco formado por partidos de direita e ultraortodoxos obteve 53 dos 120 assentos, oito a menos que os 61 necessários para governar.
Apesar de ter liderado a disputa individualmente, o Likud, partido de Netanyahu, conquistou 27 cadeiras e não conseguiu reunir apoio parlamentar suficiente para garantir a continuidade do governo.
Os resultados finais foram divulgados pela Comissão Central de Eleições de Israel.
O Yashar, do ex-chefe militar Gadi Eisenkot, principal adversário do premiê, ficou em segundo lugar, com 21 assentos. O Juntos, do ex-primeiro-ministro Naftali Bennett, conquistou 12 cadeiras, enquanto a Lista Conjunta, formada por partidos árabes, ficou com 11.
Os Democratas e o Ra’am terão oito representantes cada. Yisrael Beiteinu, Otzma Yehudit e Judaísmo Unido da Torá conquistaram sete cadeiras cada. Já Shas e Sionismo Religioso ficaram com seis assentos cada.
Ao todo, 11 listas de candidatos superaram a cláusula de barreira, de 3,25% dos votos, e terão representantes no Parlamento. O comparecimento às urnas foi de 77,9%, segundo a Comissão Central de Eleições.
As eleições terminaram sem que nenhum dos principais blocos conquistasse a maioria necessária para governar. Com isso, o resultado abre uma nova etapa de negociações políticas, nas quais partidos menores poderão desempenhar um papel decisivo.
Após a certificação dos resultados, o processo de formação do governo passa para o presidente de Israel, Isaac Herzog.
Herzog deve realizar uma rodada de consultas em Jerusalém, durante a qual cada partido eleito poderá recomendar um nome para o cargo de primeiro-ministro.
Com base nas recomendações, o presidente encarregará um dos candidatos de tentar formar um governo. A escolha não precisa recair necessariamente sobre o líder do partido que conquistou mais cadeiras, mas sobre aquele que, na avaliação do presidente, apresentar melhores condições de reunir apoio parlamentar suficiente.
O candidato designado terá 28 dias para negociar a formação de uma coalizão. O prazo poderá ser prorrogado por mais 14 dias.
Durante esse período, as legendas negociarão a distribuição de cargos ministeriais, prioridades orçamentárias e compromissos políticos para a composição do novo governo.
Caso o primeiro candidato não consiga formar uma coalizão, Herzog poderá encarregar outro parlamentar da tarefa. A segunda tentativa também terá um prazo de quatro semanas.
Se as negociações fracassarem novamente, o Parlamento terá um período para apresentar outro nome. Caso não consiga, Israel poderá ser convocado a realizar novas eleições.
Diante do impasse, uma das possibilidades seria a formação de um governo de união nacional, reunindo os dois maiores partidos, o Likud e o Yashar.
Herzog poderá tentar aproximar Netanyahu e Eisenkot para viabilizar um acordo entre as duas forças políticas. No entanto, a possibilidade enfrenta obstáculos.
Eisenkot já descartou integrar um governo liderado pelo atual primeiro-ministro. Além disso, Netanyahu tem um histórico de rompimentos de acordos políticos com antigos parceiros de governo, o que pode dificultar a construção de um entendimento.
Sem uma maioria definida, as negociações entre os partidos serão determinantes para estabelecer quem comandará o próximo governo israelense.
(Com informações de Tal Shalev, da CNN e Maayan Lubell, da Reuters)
Knesset, Likud: Entenda os principais termos da eleição de Israel

In today’s newsletter: Benjamin Netanyahu has been left without a majority, now it is up to the coalition to find out whether the desire for change will prove to be a defining political moment
Good morning. It was described by many Israelis as the most consequential election in their country’s history. And, as the final votes were tallied, it has delivered a result that presents Israel with a significant dilemma.
Benjamin Netanyahu’s far-right coalition has lost its mandate while the opposition has a clear majority: but only if the Jewish Israeli opposition bloc, led by retired general Gadi Eisenkot, is prepared to make a governing pact with Palestinian Israeli parties, which have secured a historic result.
UK politics | John Healey has backed away from cutting the cost of welfare this parliament, amid dire warnings his first budget could lead to brutal spending cuts because of a £28bn shortfall in public finances.
Patrick Stewart | The acclaimed British stage and screen actor renowned for both Shakespeare and sci-fi, died at his home in Los Angeles after “a brief and poignant journey with Alzheimer’s disease and Lewy body dementia”, his longtime spokesperson said.
Environment | One of the most ambitious nature recovery projects ever undertaken in England can go ahead after campaigners announced they had raised £30m to buy an estate in Northumberland.
Europe | Spain began three days of mourning on Thursday for at least 69 people who died in a high-speed rail collision, as hospitals continued to treat dozens of injured passengers and train drivers went on strike to urge more investment in railway safety.
US news | The Trump administration has opened a criminal investigation in California over claims that thousands of noncitizens are registered to vote in the state, and has begun subpoenaing election officials.
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© Photograph: Alexi J Rosenfeld/Getty Images

© Photograph: Alexi J Rosenfeld/Getty Images

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Benjamín Netanyahu se ha lanzado a deslegitimar el proceso electoral israelí, es decir, la democracia que él mismo lidera, con una acusación de injerencia que no solo refleja su ya conocida tendencia a cuestionar las instituciones cuando estas no le benefician, sino su desprecio hacia el 20% de la población israelí que es de origen árabe y que en esta ocasión ha votado en masa. Lo hace después de perder la mayoría parlamentaria en las elecciones celebradas el martes y ante un escenario en el que los partidos árabes israelíes, con un resultado histórico, se han convertido en el potencial árbitro político del país.

© Erik Marmor (Getty Images)

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu’s Likud party complained on Wednesday that this week's tumultuous election was “stolen by Arab parties that support terrorism and the elimination of the Jewish state.”
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