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Finanza in lutto per il nuovo aumento della Tobin tax sulle transazioni: “Surreale”. Ma col precedente raddoppio +94% di gettito

Il nuovo raddoppio della Tobin tax deciso dal governo nella legge di bilancio scatena il pianto del mondo finanziario. L’aumento dell’imposta sulle transazioni finanziarie, che colpisce gli acquisti di azioni, porta l’aliquota sulle operazioni concluse sui mercati regolamentati dallo 0,2 allo 0,4% e quella sulle transazioni fuori mercato dallo 0,4 allo 0,6%. L’aggravio arriva dopo che con la manovra 2026 il governo aveva già raddoppiato le aliquote, portandole rispettivamente dallo 0,1 allo 0,2% e dallo 0,2 allo 0,4%. Viene inoltre aumentata l’imposta sulle operazioni ad alta frequenza, dallo 0,04 allo 0,06%. Ma il governo ha dalla sua il fatto che quell’intervento non ha affatto provocato la paventata fuga verso altri mercati: a fronte di 337 milioni di maggiori entrate annue stimate nella relazione tecnica, nei primi otto mesi di quest’anno dalla tassa sono arrivati 917 milioni, 445 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Segno che la base imponibile ha visto al più una flessione lievissima.

Gli operatori continuano comunque a lamentare che il nuovo aumento rischia di rendere ancora meno attrattiva Piazza Affari, in contrasto con l’obiettivo dichiarato dell’esecutivo di voler rilanciare il mercato dei capitali italiano attraverso la riforma del Testo unico della finanza. Venerdì Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, durante l’evento “Più Borsa, più crescita: l’Italia delle 1000 quotate”, ha dichiarato che “mette l’Italia fuori da qualunque competizione, fuori proprio dal gioco. È veramente surreale“. Firpo ha chiamato in causa anche il trattamento fiscale delle azioni proprie, gli strumenti attraverso cui le società possono riacquistare i propri titoli e utilizzarli anche per piani di partecipazione di lavoratori e risparmiatori. Disposizioni che, secondo il direttore generale di Assonime, “non stanno né in cielo né in terra” e finiscono per rendere questo strumento fiscalmente svantaggiato rispetto a quanto avviene in qualsiasi altro Paese.

Le critiche erano già arrivate ieri, all’indomani dell’annuncio dell’aumento delle aliquote. Vincenzo Polidoro, presidente di AssoNEXT, l’associazione delle piccole e medie imprese italiane quotate, aveva chiesto “che nel confronto parlamentare si trovi un equilibrio che preservi l’attrattività del mercato per le pmi quotate e per chi sceglie di investire nell’economia reale”.

Contro il nuovo aumento si è schierata anche AMF Italia, l’associazione degli intermediari dei mercati finanziari che nota come il passaggio all0 0,4% porterebbe l’Italia in cima ai Paesi europei con la fiscalità più sfavorevole per chi investe in azioni e chiede almeno di alzare da 500 milioni a 1 miliardo la soglia di esenzione, allineandola alla definizione di pmi contenuta nel Tuf.

La Tobin tax, introdotta in Italia nel 2013, è un’imposta sulle transazioni finanziarie che prende il nome dall’economista James Tobin, che negli anni Settanta aveva teorizzato un prelievo sui movimenti di capitale. Nel nostro Paese colpisce principalmente gli acquisti di azioni e di altri strumenti finanziari partecipativi emessi da società con sede legale in Italia, indipendentemente dal luogo in cui avviene la transazione. Non si applica alle azioni di società con capitalizzazione inferiore a 500 milioni di euro, agli Etf e ai titoli di società italiane con sede legale all’estero.

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Banche all’attacco contro il contributo in manovra: “Serve riflessione”. Giorgetti: “C’è potenziale burrasca e siamo tutti nella stessa barca”

Continua lo scontro tra banche e governo sul nuovo contributo chiesto al settore finanziario con la legge di Bilancio. Antonio Pautelli, presidente della lobby delle banche (Abi), alla Giornata mondiale del Risparmio ha contestato l’aumento di tasse da cui il governo conta di ricavare oltre 5 miliardi di coperture per la manovra 2027 nonostante l’accordo raggiunto appena un anno fa con il governo per un contributo aggiuntivo da 10,5 miliardi, tra misure fiscali e anticipazioni di gettito, spalmato su tre anni. “Passato un anno, quello che era già stato acquisito per tre anni non viene abolito ma viene aggravato“, ha detto Patuelli. “Mi auguro che prima che lo stampato veda luce vi sia una riflessione su questo. Il ceo di Intesa Carlo Messina, dal canto suo, ha ribadito che “il rispetto della parola rappresenta un presupposto per la fiducia” e “nel caso delle banche questo non è accaduto: credo ci debba essere la giusta equità di trattamento tra tutti i soggetti che generano reddito in questo paese”.

“Ci sono preoccupazioni sui mercati e tra gli azionisti”, ha avvertito il presidente Abi. “La stabilità prospettica delle imposte è un elemento fondamentale per la certezza del diritto e per dare sicurezza ai risparmiatori per investire in termini produttivi”. Poi ha richiamato la stagione delle crisi bancarie, sostenendo che molti dei presenti non l’abbiano dimenticata e ricordando il costo sostenuto per il salvataggio della Popolare di Bari: 1,1 miliardi di euro. Nessun riferimento invece agli utili record registrati quest’anno dal comparto.

La risposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è arrivata dalla stessa Giornata del Risparmio. “Più volte in queste settimane ho parlato di barca da proteggere in tempi di potenziale burrasca. Ecco, caro Patuelli. Siamo tutti nella stessa barca“, ha replicato. “Se le banche aiutano lo Stato per tenere in ordine i conti pubblici fanno una cosa ragionevole, soprattutto perché siamo tutti nella stessa barca, il governo, le banche…”. E ancora: “Tutte le componenti del Paese devono contribuire al proseguimento del percorso di risanamento delle finanze pubbliche; vale in primis per chi, come il sistema finanziario, ha largamente beneficiato dei risultati di questo risanamento negli scorsi anni. Ci rendiamo conto che si tratta di oneri significativi ma che riteniamo nel complesso assorbibili senza riverberi negativi. Nelle situazioni difficili lo Stato con garanzie e GACS ha aiutato il sistema bancario, il sistema bancario ha il dovere di aiutare la Stato nel miglio decisivo per la sostenibilità delle finanze pubbliche”.

Il governo ha messo in conto di ricavare dal settore finanziario una quota rilevante delle coperture della manovra. Il Documento programmatico di bilancio indica un contributo pari allo 0,21% del Pil nel 2027, allo 0,13% nel 2028 e allo 0,10% nel 2029: complessivamente circa 10 miliardi di euro. Patuelli ha precisato che l’Abi darà una valutazione definitiva soltanto quando sarà disponibile il testo completo: “Finché non è stampato non si vedono i combinati disposti, che sono complessi”. Ma, sulla base delle anticipazioni e delle dichiarazioni circolate finora, “Verrebbe aumentata ulteriormente la pressione fiscale” sugli istituti. Che, ha tenuto a precisare, “non sono nella graduatoria dei fattori che contribuiscono all’inflazione e questo è un dato che dovrebbe esserci riconosciuto platealmente”.

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A ottobre l’inflazione a +5,4%, ai massimi da agosto 2023. Mattarella: “I conflitti aggrediscono il tenore di vita”. E nel terzo trimestre pil al palo

In estate l’economia italiana si è fermata. E subito dopo, in ottobre, l‘inflazione è volata a 5,4% dal 4,2% di settembre: è il livello più alto dall’agosto 2023. L’accelerazione, spiega l’Istat, è dovuta ancora all’impennata dei prezzi dei beni energetici che, causa guerra in Medio Oriente, salgono del 31,4% su base annua, contro il +22,6% del mese precedente. A trainare sono soprattutto gli energetici regolamentati, passati dal +25,8% al +59,5%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal +22,5% al +29,4%. Dati che arrivano nel giorno in cui nelle piazze italiane, in contemporanea con lo sciopero generale indetto dall’Usb, tornano le manifestazioni contro il carovita con presìdi in tutto il Paese. “Conflitti geo-economici e geo-politici aggrediscono, con l’inflazione e una dinamica salariale inoperosa, il tenore di vita dei cittadini”, ha detto – a conferma delle solide ragioni delle proteste – il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio alla giornata del Risparmio.

I dati preliminari spiegano bene i motivi del malcontento. Gli alimentari non lavorati rincarano del 7,5%, dal precedente +5,5%, i servizi di trasporto accelerano al 3,1% dall’1,6%. Il cosiddetto carrello della spesa, che comprende alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, vede una “forte accelerazione” al 2,5% dall’1,5% di settembre. In aumento anche l’inflazione di fondo, che esclude energetici e alimentari freschi, al 2% dall’1,6%. L’inflazione acquisita per il 2026, cioè quella che si registrerebbe se da qui a fine anno i prezzi restassero invariati, sale al 3,4%.

“Prezzi roventi ampiamente previsti visto il colpevole mancato intervento del Governo per bloccare i rincari dei beni energetici, ossia carburanti e bollette di luce e gas”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Infatti, solo ora i prezzi delle bollette delle imprese iniziano a essere traslati sui beni alimentari lavorati, con un balzo mensile dello 0,5%. Fino a settembre erano saliti solo gli alimentari non lavorati come frutta e verdura, oltre ovviamente a Trasporti e Abitazione. In media per una famiglia l’inflazione al 5,4% significa una stangata pari a 1.558 euro su base annua, dei quali 790 euro solo per Abitazione, elettricità e gas, la divisione che per via del caro energia ha subito il rincaro tendenziale maggiore, +18,7% da +11,4% di settembre, +328 euro per i Trasporti che, per colpa della benzina e del gasolio venduti come oro, sono decollati del 9,3% da +8,5% di settembre. Ancora peggio per una coppia con 2 figli dove la sberla dovuta al carovita sale a 1.987 euro, 903 per Abitazione e 471 per i Trasporti, mentre per una coppia con 1 figlio la maggior spesa annua sale a 1866 euro”.

Il Pil fermo in estate

Intanto nel terzo trimestre, nonostante il contributo che tradizionalmente arriva dalla stagione estiva e dai flussi turistici, il prodotto interno lordo non ha registrato variazioni rispetto ai tre mesi precedenti, mentre è cresciuto dello 0,8% su base annua, stando alla stima preliminare diffusa dall’Istat. Le previsione degli analisti davano per il terzo trimestre una crescita tra lo 0,1% e lo 0,2%.Nello stesso periodo, l’area euro è cresciuta dello 0,4% e l’Ue dello 0,5%.

Per il 2026 la crescita acquisita per l’Italia resta allo 0,8%: è il risultato che si otterrebbe se nell’ultimo trimestre dell’anno il Pil registrasse una variazione nulla. L’Istat ricorda inoltre che il 2026 conta tre giornate lavorative in più rispetto al 2025: la crescita acquisita è calcolata tenendo conto degli effetti di calendario. Dona nota che l’aumento del valore aggiunto nei servizi non è stato sufficiente a compensare la diminuzione dell’industria. “Pil invariato. Il Paese è fermo”, commenta, definendo il dato “grave e preoccupante”. E critica la legge di Bilancio, accusando il governo di destinare risorse “insignificanti” alla crescita. “Il Pil non sale se si taglia l’Irpef a chi dichiara tra 50 e 55mila euro, se si va in pensione prima, se si danno 100 euro per ogni neonato o si innalza la flat tax“, spiega, invitando il Parlamento a modificare la manovra.

Per Maria Cecilia Guerra, capogruppo del Partito Democratico nella commissione Bilancio della Camera, il governo “dovrebbe prendere atto del fallimento delle politiche economiche portate avanti per tutta la legislatura e senza che dalla manovra di bilancio venga qualche segnale di speranza proprio nel momento in cui si esaurisce il progetto del Pnrr, finora l’unica principale ragione per cui il Paese ha evitato la recessione“. “Siamo molto preoccupati – prosegue Guerra – per una manovra di bilancio incapace di invertire la rotta: le previsioni, non dell’Istat, ma del Governo, sono infatti che nonostante i 29 miliardi della clausola di salvaguardia, da spendere prevalentemente proprio in investimenti la manovra è in grado di determinare una crescita del solo 0,2%: forse perché gli investimenti in difesa, su cui ostinatamente non ci viene detto nulla, attiveranno soprattutto domanda a favore di produttori esteri?”.

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Mentre Lmdv cercava di comprare Il Fatto la holding Delfin era sotto attacco: offerta da 30 miliardi del produttore di armi ceco Strnad

Mentre muoveva all’attacco del Fatto Quotidiano, per poi rinunciare dopo il no dei soci fondatori, Leonardo Maria Del Vecchio – insieme agli altri eredi del fondatore di Luxottica – era a sua volta sotto attacco. Il finanziere e produttore di armi ceco Michal Strnad ha infatti presentato un’offerta d’acquisto da 30 miliardi per l’intero capitale della holding per la holding Delfin. Del Vecchio jr ha confermato giovedì sera l’anticipazione del Domani, facendo sapere che “il lavoro di una vita” del “padre deve restare un patrimonio dell’Italia”.

Strnad, 34 anni, lo scorso luglio ha acquistato il 14% di Pirelli attraverso Lumina Crown, una società ceca indipendente di investimento da lui fondata. Il valore offerto è calcolato sull’attuale Net asset value di Delfin scontato del 30%, come di norma avviene per una holding. Siamo quindi nell’ordine dei 30 miliardi per il 100% capitale, ma l’aspirante compratore si accontenterebbe anche del 62,5% pur di prendere il controllo della cassaforte cui fa capo EssilorLuxottica e le partecipazioni bancarie in Mps, Generali e Unicredit. Un’eventuale decisione per accettare la proposta dovrebbe essere presa all’unanimità dagli otto soci di Delfin ed eredi di Del Vecchio senior, che sono divisi su tutto. Al di là dei contrasti fra gli otto eredi, e di alcuni di loro con il presidente di Delfin e ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri, l’offerta di Srnad è considerata per nulla allettante. Inoltre l’eventuale cambio di proprietà della holding, secondo fonti legali citate da Domani, potrebbe far scattare l’obbligo di opa sul gruppo di lenti e occhiali quotato alla Borsa a Parigi, che pur viaggiando ai minimi degli ultimi tre anni vale comunque oltre 80 miliardi di euro.

Per Leonardo Maria Del Vecchio il colosso degli occhiali “è l’unico vero campione italiano nel mondo” e “non può essere trattato come un asset qualsiasi”, mentre le partecipazioni della holding “sono presidi che devono restare stabili, al servizio delle istituzioni e dei risparmiatori italiani”. La questione, sostiene, “riguarda tutto il Paese“: “Attraverso Delfin, la mia famiglia detiene partecipazioni rilevanti nel sistema bancario e assicurativo italiano. Sono presidi che devono restare stabili, trasparenti e al servizio delle istituzioni e dei risparmiatori italiani. Davanti a un’operazione di questa portata, è doveroso che la provenienza e la struttura dei fondi siano chiare, verificabili e sottoposte al pieno vaglio delle autorità competenti”.

Come raccontato dal Fatto, la fortuna del produttore e commerciante d’armi è legata alla società Czechoslovak Group, Csg, da gennaio quotata alla Borsa di Amsterdam e secondo fornitore di munizioni europeo dopo la tedesca Rheinmetall: raggruppa 100 aziende (tra cui gli storici marchi italiani Fiocchi e Perazzi) con 30 fabbriche e 14mila dipendenti.

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Fabio Vaccarono lascia Multiversity: il passo indietro dopo l’indagine sulle università telematiche

Fabio Vaccarono lascia Multiversity. Il presidente esecutivo del gruppo universitario ha comunicato al Consiglio di amministrazione la decisione di fare un passo indietro per “dedicare il tempo e l’attenzione necessari a chiarire la propria posizione” nell’ambito della recente indagine sulle università telematiche, in un filone che vede coinvolti dirigenti delle società editoriali e direttori di giornali e siti, tra cui Seif e ilfattoquotidiano.it.

Nel comunicare il suo passo indietro, Vaccarono ha ribadito la sua totale estraneità alle ipotesi contestate. Il Cda di Multiversity ha preso atto delle sue dimissioni e ha confermato l’assetto di governance: Francesco Durante resta amministratore delegato, mentre Luciano Violante resta presidente onorario.

Multiversity – ribadendo la linea degli scorsi mesi – sottolinea che proprio le attività di compliance introdotte durante il mandato di Vaccarono hanno consentito di individuare le presunte irregolarità, poi denunciate alle autorità competenti. “È stato un privilegio guidare la trasformazione e la crescita di Multiversity”, il commento di Vaccarono.

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Maggioranza spaccata sulle pensioni: Osnato (FdI) smentisce Salvini su “superamento della Fornero” e uso dei fondi per le uscite anticipate

Maggioranza spaccata sul nuovo fondo da 850 milioni per i pensionamenti anticipati previsto in manovra. “C’è una richiesta molto forte che viene da ambienti della Lega, anche rispetto al lavoro fatto dal sottosegretario Durigon” sul “tema di uscita anticipata per alcuni lavoratori. Siccome non c’è una contrarietà di fondo, il governo ha deciso di accantonare una cifra e capire come arrivare a questo superamento”, ha detto il deputato di Fratelli d’Italia Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, ospite di Start su Sky Tg24, rispondendo a una domanda sul presunto “superamento della legge Fornero” evocato di nuovo mercoledì sera da Matteo Salvini.

“Penso che quando ci sarà un momento di maggiore serenità economica in Italia, una riforma delle pensioni andrà fatta. Intanto si può valutare, accantonando una cifra che non si butta via: se verrà utilizzata come strumento per aiutare lavoratori usuranti bene, altrimenti sarà sempre destinata a misure sociali. Non credo che sia né il superamento della Fornero né un disastro come qualcuno ha detto”, ha sottolineato.

“A ventiquattr’ore di distanza dalla televendita di Giorgia Meloni, non solo non c’è uno straccio di testo della legge di Bilancio ma in maggioranza si apre addirittura una crepa nientemeno che sulle pensioni”, nota la deputata del M5S Valentina Barzotti. “Al ministro Salvini, che ieri, in un video in cui con tanto di fiatone annunciava il varo di Quota 64, risponde oggi il responsabile economico di FdI Osnato, il quale non solo ammette candidamente che il Governo non ha cancellato la legge Fornero ma avanza l’ipotesi che i fondi accantonati per la flessibilità in uscita possano essere usati per altre non meglio precisate ‘misure sociali’. Insomma, sulla Manovra l’esecutivo più longevo della Repubblica deraglia alla prima curva”.

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Manovra, opposizioni all’attacco: “Sei miliardi di misure una tantum per l’anno del voto. Sgretola la progressività del fisco a danno di dipendenti e pensionati”

La manovra da 26 miliardi di euro approvata dal governo Meloni finisce nel mirino delle opposizioni e della Cgil. Partito democratico e Alleanza Verdi e Sinistra contestano soprattutto il trattamento differenziato tra chi paga l’Irpef progressiva, ormai quasi solo lavoratori dipendenti e pensionati, e chi può accedere a regimi agevolati con imposta sostitutiva. Una disparità che l’estensione della flat tax per gli autonomi non può che accentuare. “Oltre 6 miliardi di misure una tantum o temporanee, destinate a esaurire i propri effetti in un solo anno. Come fa Giorgia Meloni a sostenere che questa non sia una manovra pre-elettorale?”, attacca nel merito Maria Cecilia Guerra, capogruppo del Pd in commissione Bilancio alla Camera. Per la segretaria del Pd Elly Schlein “il Paese aspettava risposte ma Meloni ha fatto una manovra di mance e spot elettorali. L’unica buona notizia è che sarà l’ultima per questo governo”. Per il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte “la manovretta elettorale è una lotteria di micromisure per microplatee”.

Il ddl di Bilancio, per Guerra, “penalizza lavoratori dipendenti e pensionati del ceto medio: chi resta in Irpef può ottenere un taglio fiscale da zero a 500 euro, mentre un professionista che passa alla flat tax può beneficiare di uno sconto da 7.237 a 9.890 euro, oltre a non pagare più le addizionali Irpef, che possono superare i 2.000 euro. Nel frattempo, il fiscal drag continua a erodere i redditi di chi resta in Irpef e, secondo i dati ufficiali, porterà nelle casse dello Stato 35 miliardi nel triennio di riferimento della manovra”. Ai giovani “viene riconosciuto uno sconto fiscale per un solo anno sugli aumenti salariali, lasciati alla discrezionalità del datore di lavoro. Agli over 75 si destinano 300 euro, mentre 1,6 miliardi vengono indirizzati alla sanità privata: risorse che avrebbero potuto contribuire a ridurre le liste d’attesa nel servizio sanitario pubblico e a rafforzare l’assistenza domiciliare e territoriale. Per i nuovi nati si prevedono 100 euro l’anno, mentre si introduce un vantaggio fiscale per le famiglie più abbienti che possono destinare risorse a un fondo vincolato per i figli senza pagare imposte sui rendimenti”.

M5s: “Lotteria di micromisure per microplatee”

“Il governo arriva all’ultimo Cdm senza decreto bollette e propone agli italiani la targa personalizzata a pagamento“, rincara il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. “Non hanno capito dove siamo fra guerre e le loro disastrose firme sul Riarmo e sui patti di austerità europei: salari reali a -10% in cinque anni, tre anni di crollo industriale, boom di cassa integrazione, carburante sopra i 2 euro da mesi e mesi, record di pressione fiscale. La manovretta elettorale è una lotteria di micromisure per microplatee. Se sei fortunato, dopo lo slalom tra i vari requisiti, raccogli qualche briciola. Il biglietto vincente va ad armi e difesa: 14 miliardi di extra-spese. Quello perdente ai lavoratori dipendenti, tartassati tra rincari, tasse e stipendi da fame”.

Avs: “Sgretola la progressività”

Tino Magni, senatore di Alleanza Verdi e Sinistra, si concentra sul fisco: “La manovra Meloni sgretola la progressività“. La destra, afferma, “rovescia il principio costituzionale, articolo 53, che chi ha di più paga proporzionalmente di più”. Magni denuncia un sistema nel quale “una ristretta minoranza sceglie il proprio regime fiscale con imposte ad aliquota fissa, mentre lavoratori, lavoratrici dipendenti e pensionati pagano alla fonte senza possibilità di scegliere”. Secondo il senatore, l’85% del gettito Irpef è a loro carico. “Proseguire su questa strada aumenta le diseguaglianze lasciando ai lavoratori dipendenti e ai pensionati tutto il peso dell’Irpef e l’aumento della pressione fiscale”. “Da anni diciamo che è necessaria una riforma fiscale, perché il fisco attuale è iniquo e penalizzante – prosegue Magni -. Come Avs abbiamo presentato la ‘Restituzione fiscale’, una riforma del fisco basata su due proposte: una rimodulazione strutturale in senso progressivo dell’Irpef e l’introduzione di una tassa patrimoniale solo per le ricchezze superiori ai 5 milioni di euro. La nostra proposta cancella le aliquote Irpef e le sostituisce con un’unica funzione continua molto progressiva, come già avviene oggi in Germania e Danimarca. Per il 98% dei contribuenti, 41,5 milioni di persone, significa un considerevole taglio delle tasse”.

Cgil: “Non restituito il fiscal drag”

Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, dal canto suo, parla di “manovra totalmente inadeguata ai bisogni delle persone e ingiusta, che continua a indicare spese per le armi, tagli a sanità, casa e affitti e che continua a far pagare tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati non restituendo 4,5 miliardi di fiscal drag ma introducendo nuove flat tax e aumentando la diversità. In un Paese normale a parità di reddito devi pagare parità di tasse, combattere l’evasione fiscale e introdurre la progressività vera anche sulle rendite finanziarie e sui profitti: è questo quello di cui abbiamo bisogno. Per questo, sono ancora più forti le ragioni dello sciopero generale del 20 novembre e le lotte dei giovani e degli studenti che chiedono futuro”.

“Il sostegno dell’Esecutivo al ceto medio? Pochi spiccioli e una disparità di trattamento che non potrebbe essere più clamorosa. Al 92% di lavoratori e pensionati questa manovra non dà alcuna risposta”, aggiunge il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari. Che nota come per il 92% dei dipendenti e pensionati, quelli sotto la soglia dei 50.000 euro di reddito lordo annuo, la manovra non preveda alcun sostegno sostanziale. E si tratta di una “enorme platea di persone che vive di reddito fisso, drammaticamente eroso dall’inflazione e dal fiscal drag (tra il 2022 e il 2025 chi vive di salario o di pensione ha già pagato oltre 30 miliardi di euro di Irpef non dovuta)”.

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Lavoro: per la prima volta da febbraio 2022, in Italia i contratti a termine crescono più degli indeterminati

Il numero di occupati in Italia a settembre 2026, pari a 24 milioni 328mila, è stabile rispetto al mese precedente. Ma i dati di occupati e disoccupati, pubblicati mensilmente dall’Istat, evidenziano che il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 490mila) è compensato dalla crescita dei dipendenti con contratto a termine (2 milioni 567mila). La crescita dell’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa i dipendenti permanenti (+71mila), quelli a termine (+89mila) e gli autonomi (+38mila). Mentre nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati (rispettivamente 63,0%, 6,3% e 32,7%).

Secondo questi dati, pertanto, per la prima volta da febbraio 2022, “la crescita annuale dei dipendenti a termine supera quella dei dipendenti permanenti”. Lo sottolinea in un post su X Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali.

“Rispetto a settembre 2025, gli occupati a termine sono aumentati di 89mila unità (+3,6%), quelli permanenti di 71mila (+0,4%). L’ultima volta che era accaduto, nel 2022, eravamo ancora nella fase di recupero occupazionale successiva alla pandemia. Oggi il quadro è diverso. Da aprile il numero complessivo degli occupati ha sostanzialmente smesso di crescere, mentre la disoccupazione è tornata ad aumentare. E nel solo mese di settembre si registrano 108mila dipendenti permanenti in meno e 101mila a termine in più”, sottolinea Seghezzi.

Viene comunque sottolineato che, al momento, sarebbe prematura parlare di inversione strutturale, anche perché i dati sul singolo mese possono risentire di diverse variabili e oscillazioni statistiche. Il presidente di ADAPT, comunque, pone un quesito: “Le imprese, di fronte a prospettive economiche meno favorevoli, stanno tornando a privilegiare rapporti di lavoro temporanei, riducendo la propensione ad assumere stabilmente?”. La risposta a questa e ad altre domande potrà arrivare nei prossimi mesi. “Intanto il segnale c’è. E suggerisce che, oltre a contare quanti posti di lavoro si creano, dobbiamo tornare a guardare con attenzione anche a quali rapporti di lavoro stanno crescendo”, conclude Seghezzi.

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Christine Lagarde lascerà la presidenza della Bce il 7 febbraio, nove mesi prima della scadenza del mandato

Christine Lagarde lascerà la presidenza della Banca centrale europea il 7 febbraio 2027, dopo sette anni e circa nove mesi prima della scadenza naturale del suo mandato. L’annuncio è arrivato giovedì 29 ottobre: la presidente della Bce ha comunicato la decisione al Consiglio direttivo e al presidente del Consiglio europeo, António Costa, che ha preso atto della scelta. “È stato un grande orgoglio e un enorme privilegio servire questa istituzione”, ha dichiarato Lagarde in un video diffuso per annunciare l’addio. La ex ministra francese dell’Economia in un video sui social ha rivendicato: “Lascio questa istituzione con un senso di buon lavoro fatto e una Bce pronta per il futuro“.

Il mandato di Lagarde, nominata nel novembre 2019, sarebbe scaduto il 31 ottobre 2027. La decisione anticipa quindi di quasi nove mesi il cambio al vertice dell’istituzione monetaria di Francoforte e apre la partita per una delle nomine più importanti dell’Unione europea. L’uscita anticipata arriva dopo mesi di indiscrezioni sul futuro della presidente. Il 15 ottobre Reuters aveva riferito che il World Economic Forum avrebbe potuto nominarla alla propria guida già a novembre.

Ma l’anticipo delle dimissioni ha anche una rilevanza politica europea. Consente ai governi di negoziare la successione alla presidenza della Bce prima delle elezioni presidenziali francesi della primavera 2027, evitando che la partita si prolunghi fino a una fase di maggiore incertezza politica in Francia. Tra i candidati considerati favoriti per la successione figurano l’ex governatore della banca centrale olandese Klaas Knot e l’ex governatore della banca centrale spagnola Pablo Hernández de Cos. La scelta del nuovo presidente sarà comunque affidata al Consiglio europeo, secondo la procedura prevista dai trattati.

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Il conto della guerra: per il commissario Ue all’energia oltre 50 milioni di europei non saranno in grado di scaldare casa. “L’inverno sarà duro”

Il prossimo inverno sarà “duro” per i cittadini europei. Oltre 50 milioni di persone potrebbero non essere in grado di “riscaldare adeguatamente” le proprie abitazioni, a causa degli elevati prezzi dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente. È l’allarme lanciato dal commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, a Lussemburgo, a margine del Consiglio Ue Energia che discuterà una proposta di regolamento per adeguare alle esigenze future la componente delle bollette destinata a remunerare i costi delle reti. Ieri il prezzo del gas sul Ttf di Amsterdam, piazza di riferimento per l’Europa, ha sfondato la soglia dei 100 euro a megawattora tornando sui livelli del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “In un anno qualunque, purtroppo, quasi cinquanta milioni di europei non riescono a riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa degli elevati prezzi dell’energia in Europa”. Secondo Eurostat, nel 2025 la quota di popolazione Ue che non riusciva a mantenere la propria abitazione adeguatamente calda è scesa all’8,8%, a circa 40 milioni di persone. “Quest’anno, probabilmente, il numero sarà ancora più alto. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per alleviare queste difficoltà”, ha dichiarato.

“L’Ue è in una posizione migliore per affrontare questa crisi” rispetto al 2022, quando la guerra in Ucraina e il taglio delle forniture russe avevano provocato una crisi dei prezzi, ha spiegato Jorgensen, “perché abbiamo ridotto il nostro consumo di gas ma questa crisi è anche più grave, perché riguarda anche il petrolio e i prodotti petroliferi”. Per il momento, ha precisato il commissario, l’Unione non prevede una crisi di approvvigionamento dei carburanti. Ma la distinzione vale poco per chi non riesce a sostenere i costi. “Per i cittadini che non possono permettersi di acquistare la benzina per la propria auto o per riscaldare le case” la situazione non è diversa da una crisi di approvvigionamento, ha sottolineato Jorgensen, chiedendo di “discutere ulteriori misure su ciò che si può effettivamente fare per alleviare questa grave situazione”.

La linea di Bruxelles è duplice: da un lato, aiutare nell’immediato le famiglie più esposte ai rincari. Dall’altro, accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Gli Stati membri, ha ribadito il commissario, dovrebbero adottare misure “mirate e temporanee” per sostenere gli utenti più vulnerabili. Ma il messaggio politico rivolto ai governi guarda soprattutto alla transizione energetica. “Fate tutto ciò che è in vostro potere per abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile”, ha detto Jorgensen. Questo significa, ha aggiunto, puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, favorire l’elettrificazione, sostituire le caldaie a gas o a olio combustibile con pompe di calore elettriche e passare dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici. “Sono tutte misure che possono essere sostenute e che, già nel breve periodo, sono in grado di fare una differenza concreta”, ha concluso.

La presidenza irlandese: “Né l’Ue né gli Stati hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti”

Il problema è come affrontare la fase di transizione mentre famiglie e imprese continuano a fare i conti con bollette e carburanti costosi. A riconoscerlo è anche il ministro dell’Energia irlandese Darragh O’Brien, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione. “È bene essere chiari: né l’Ue né gli Stati membri hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti dei prezzi”, ha affermato a margine del Consiglio. I governi sono già intervenuti sul fronte fiscale e con misure di sostegno di breve periodo, ha ricordato O’Brien, citando la riduzione delle accise su diesel e benzina e gli aiuti a settori come quello dell’autotrasporto. Ma vanno individuate soluzioni più strutturali. “L’obiettivo di oggi è capire come superare queste misure, puntando a soluzioni più sostenibili. È per questo che le reti e i relativi oneri di rete rivestono un’importanza cruciale, ed è per questo che vogliamo promuoverne lo sviluppo durante la nostra presidenza”.

Il nodo è anche quello dei costi delle infrastrutture elettriche, indispensabili per sostenere l’aumento della domanda legato alla diffusione delle auto elettriche, delle pompe di calore e delle altre tecnologie alimentate dall’elettricità. “Non c’è tempo da perdere: stiamo attraversando una crisi energetica molto grave che minaccia la competitività dell’Unione e richiede un intervento adeguato”, ha detto il ministro irlandese. “Dobbiamo fare tutto il possibile per intervenire sugli oneri di rete, sulle infrastrutture e sull’accelerazione dell’elettrificazione, per garantire il nostro futuro”.

In salita la discussione sulla proposta per ridurre le bollette

Sul tavolo del Consiglio ci sono i principi per definire le tariffe e la tassazione dell’elettricità riducendo gli oneri di rete e il costo delle bollette, ma anche gli obiettivi di efficienza energetica, resilienza, interconnessioni ed elettrificazione da integrare nel quadro successivo al 2030, in vista dell’obiettivo climatico europeo per il 2040 e della neutralità climatica entro il 2050. Le discussioni, finora mantenute a livello tecnico, iniziano in salita, con quasi una decina di Paesi che hanno sollevato preoccupazioni sull’intervento per garantire all’elettricità un regime fiscale più favorevole rispetto al gas. La misura era stata proposta dalla Commissione lo scorso luglio nel quadro del pacchetto di revisione delle tariffe di rete per ridurre i costi dell’energia. Diverse capitali – tra cui Svezia, Finlandia, Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca – spingono per eliminare l’intervento, contestando la base giuridica scelta da Bruxelles, che consentirebbe di adottare la disposizione a maggioranza qualificata in quanto misura accessoria alla revisione delle tariffe di rete, evitando l’unanimità normalmente richiesta per le decisioni in materia fiscale.
I servizi giuridici del Consiglio Ue hanno definito la proposta di Bruxelles ‘legale’ dal punto di vista procedurale. Ma resta il nodo politico, che potrebbe spingere Palazzo Berlaymont a ritirare la misura nel caso in cui l’opposizione tra i Paesi dovesse allargarsi ancora.

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Caporalato agricolo, Istat: il 34,3% dei lavoratori è in nero. Danni sull’economia tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro

Nonostante il rafforzamento dei controlli, aumentano le irregolarità per ciò che concerne il lavoro sommerso nel campo dell’agricoltura. Secondo l’Istat, sono oltre 146mila i lavoratori in nero in questo settore dell’economia, pari al 34,3% del totale: il danno sulle casse dello Stato che ne deriva, tra Irpef, addizionali e contributi, è stimato tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro di gettito non incassato. In generale, dal 2023 al 2026 il valore aggiunto (ovvero la ricchezza prodotta) del lavoro sommerso nel settore agricolo è stato pari a 39,8 miliardi di euro.

Secondo uno studio di Eurispes, la legge 199/2016 sul caporalato si è rivelata, a 10 anni dall’entrata in vigore, una norma efficace sul piano repressivo ma non risolutiva: il lavoro irregolare rimane una caratteristica strutturale del settore primario (agricoltura, pesca, allevamento, silvicoltura e attività estrattiva). Inoltre, c’è un divario di circa il 28% tra la retribuzione di un bracciante regolare e uno in nero: 11,30 euro l’ora per il primo contro 8,10 per il secondo. Questa disparità retributiva è in calo rispetto al 40% del 2018 e, più in generale, è decisamente minore rispetto alla differenza di pagamento tra lavoro regolare e lavoro sommerso dell’economia nel suo complesso, pari al 48%.

Per quel che riguarda la mappa dei territori dove il fenomeno è più presente, il triste primato è di Latina dove il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato e dove 6.601 dipendenti (46%) percepiscono meno di quanto previsto dal contratto. Qui la paga per un bracciante in nero è passata da quattro euro (2021) a cinque euro (2026) l’ora, a fronte dei nove euro del contratto regolare. Inoltre, secondo le stime, in Emilia-Romagna almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola. In Lombardia, poi, il tasso di irregolarità rinvenute nelle ispezioni agricole è stato del 65,4%, con un picco a Mantova (68,9%).

Per ciò che concerne i controlli, l’Istat registra un aumento di ispettori del +35% tra 2015 e 2025, anche se nel 2025 c’è stato un lieve calo rispetto al 2024. In tal modo le pratiche da gestire sono scese da 2,4 a 1,6 per ispettore. Aumentano le infrazioni accertate durante i controlli – il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8% – e difatti il numero di lavoratori coinvolti nelle irregolarità passa da 6.153 a 8.851.

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Rincari carburanti, taglio delle accise da 4 centesimi al litro fino al 7 novembre. Unione consumatori: “Presa in giro ridicola”

Torna il taglio delle accise sul gasolio, fino al 7 novembre, con una riduzione di 4 centesimi circa al litro, che diventano circa 4,9, iva compresa. E’ quanto prevede il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale: “L’aliquota di accisa sugli oli da gas o gasolio”, si legge, “è rideterminata nella misura di 632,90 euro per mille litri”. Per la copertura si provvede con “con quota parte, pari a 38,7 milioni di euro, del maggior gettito conseguito nel periodo dal 1° al 30 settembre 2026, in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto”. Le entrate dovute all’imposta sono aumentate a causa dei rincari del prezzo internazionale del petrolio, dice il decreto.

L’Unione nazionale dei consumatori stima l’impatto minimo sulle tasche degli automobilisti con un commento duro: “Taglio delle accise ridicolo. Una presa in giro, sia per l’importo dalla riduzione, appena 4 cent al litro, 4,88 con Iva al 22%, ossia meno di 5 cent, sia per la durata, appena fino al 7 novembre”, ha dichiarato Massimiliano Dona, presidente dell’associazione. Che aggiunge sferzando la presidente del Consiglio: “In pratica il Governo si tiene l’extragettito Iva incassato grazie al caro carburanti, che il 7 ottobre Giorgia Meloni aveva annunciato essere già pari a 160 milioni, e ne stanzia solo 38,7, meno del 25%. Una miseria”. Dona ricorda a palazzo Chigi anche gli incassi dell’Eni: “Se a questo si aggiunge che dovrebbe restituire alle famiglie almeno gli oltre 450 milioni di dividendi che l’Eni sta per regalargli grazie al caro bollette e ai prezzi stellari di benzina e gasolio, ecco che il quadro si completa. Il Governo considera gli automobilisti dei polli da spennare e, quindi, li spenna” conclude Dona.

Il taglio è previsto fino alla prima settimana di novembre. Ma per abbassare il costo del carburante, riportandolo ai livelli di febbraio 2026, fino alla fine dell’anno, sono “necessari quasi 180 milioni di euro”. Lo ha dichiarato Legacoop ieri in occasione della prima riunione del Tavolo tecnico presso il Ministero dei Trasporti, sul tema della logistica e del trasporto delle merci. Tagliare il costo del carburante è “una necessità particolarmente urgente con l’avvicinarsi del periodo natalizio, il momento più impegnativo dell’anno per l’autotrasporto, caratterizzato dal picco dei viaggi per la grande distribuzione”, avvisava Legacoop in una nota. Durante l’incontro, il Direttore Produzione e Servizi Andrea Laguardia ha descritto le stime: per mantenere l’effetto di contenimento dei costi del gasolio, sono necessari 60 milioni di euro al mese. Ammonendo sulla situazione critica al sud Italia: per evitare il ripetersi delle difficoltà che hanno investito l’autotrasporto negli ultimi mesi occorrono anche interventi strutturali, soprattutto nel Mezzogiorno.

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Ex Ilva, il governo vuol mantenere la produzione d’acciaio in Italia e “valuta partecipazione pubblica”. Fiom: “Passo avanti sugli ammortizzatori per tutti”

Il governo conferma l’obiettivo di mantenere la produzione di acciaio in Italia e di decarbonizzare l’ex Ilva con la prospettiva dei forni elettrici, anche valutando la partecipazione pubblica. E si impegna a valutare, in sede di conversione del decreto del 16 ottobre, una migliore definizione della platea dei beneficiari delle misure di sostegno al reddito e tutela occupazionale previste per i lavoratori dell’acciaieria e dell’indotto. È quanto si legge nel verbale firmato da esecutivo e sindacati al termine del tavolo a Palazzo Chigi. Il documento prevede inoltre che entro metà dicembre arrivino ulteriori informazioni sulle possibili misure per favorire le uscite volontarie e anticipate dalle aziende del gruppo, compresi strumenti per riconoscere il lavoro usurante svolto nel ciclo integrale siderurgico. Un’estensione è possibile, con risorse da individuare nella manovra di bilancio. Il segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, uscendo da Palazzo Chigi ha parlato di un risultato positivo: “La lotta paga, la lotta dei lavoratori oggi ha ottenuto delle prime risposte. Con il governo è stato fatto un passo avanti vero. Si è trovato un punto di condivisione”, a cominciare da due elementi “fondamentali: forni elettrici e tutele con gli ammortizzatori per tutti i lavoratori”.

Sul fronte industriale, tuttavia, il quadro resta estremamente incerto. Il governo pur intendendo garantire prospettive a tutti gli stabilimenti del gruppo, “con impianti DRI, forni elettrici, laminazione a caldo e lavorazioni di verticalizzazione a freddo“, non è in grado di indicare tempi e tappe della trasformazione. In particolare “non può allo stato soddisfare la richiesta delle organizzazioni sindacali di disporre e discutere di un preciso cronoprogramma del processo di decarbonizzazione”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. La richiesta sarà esaminata “non appena risulteranno sciolti i fattori di incertezza”. Riguardo all’ultimo capitolo dell’indagine sulla gestione di ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia, con i pm che hanno chiesto i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli, Mantovano si è detto “fiero del fatto che questo governo abbia estromesso il socio Mittal tre anni prima dei recenti sviluppi giudiziari, tenendo conto delle anomalie che hanno concorso a determinare i guai successivi”.

Le incognite al momento sono soprattutto due: la scadenza dell’8 novembre per la presentazione delle offerte vincolanti di acquisto e la decisione della Cassazione sul ricorso contro il provvedimento della Corte d’appello di Milano che impone la fermata dell’area a caldo. Nel frattempo, il decreto-legge consente di mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre. Ma senza una soluzione per il futuro industriale del gruppo, il governo non è in grado di fornire ai lavoratori una tabella di marcia per la trasformazione degli stabilimenti.

Intanto, accanto alla ricerca di un acquirente e alla gestione della produzione, l’esecutivo prova ad aprire una strada alternativa sul fronte occupazionale. Mercoledì ha incontrato i vertici di Leonardo, Rheinmetall, Fincantieri e Ferrovie chiedendo di valutare possibili investimenti nell’area di Taranto e percorsi di reimpiego per i dipendenti dell’ex Ilva. I commissari straordinari dovrebbero mettere a disposizione delle aziende i dati sulla forza lavoro, così da consentire una valutazione delle possibili esigenze occupazionali. Il governo ha ribadito anche l’intenzione di intervenire con incentivi all’esodo e agevolazioni per favorire nuovi insediamenti produttivi. Sul fronte degli ammortizzatori sociali, Mantovano ha chiarito che la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 8.622 lavoratori indica una platea massima potenziale, non il numero degli addetti che saranno necessariamente sospesi. Sono previste rotazioni e i commissari stanno cercando ulteriori commesse per ridurre i periodi di inattività.

I commissari straordinari hanno presentato un programma delle attività produttive e manutentive che si estende fino a febbraio 2027. Il programma contempla un fermo generale delle attività produttive dal 19 dicembre al 10 gennaio, oltre a ulteriori interruzioni tra gennaio e febbraio. I commissari sono al lavoro per reperire nuove forniture di bramme e coils e ulteriori commesse, con l’obiettivo di prolungare la continuità produttiva oltre febbraio e contenere i periodi di fermata. Il calendario prevede una ripresa delle lavorazioni a Taranto tra il 10 e il 14 novembre, essendo arrivate le prime navi con le bramme. Le attività logistiche e manutentive proseguiranno fino al 19 dicembre. A Genova sono previste attività di logistica, manutenzione, laminazione e produzione di banda stagnata fino alla fine di novembre. La ripresa è programmata dall’11 gennaio, con il riavvio della banda stagnata nella terza settimana del mese. A Novi Ligure, invece, manutenzioni, logistica e lavorazioni di verticalizzazione dovrebbero ripartire indicativamente dalla seconda settimana di febbraio.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha confermato le tre direttrici degli interventi previsti dal decreto 185: tutela delle imprese dell’indotto, integrazione della cassa integrazione fino al 70%, secondo quanto illustrato al tavolo, e incentivi alla ricollocazione, con misure previste fino al 30 giugno 2027. Per le aziende che assumeranno lavoratori coinvolti nella crisi è previsto un contributo di 20mila euro, erogato in due tranche da 10mila euro. Calderone ha annunciato che il ministero sta studiando la platea potenziale e la fattibilità tecnica di una misura specifica per consentire il pensionamento anticipato dei siderurgici vista la natura usurante del lavoro. Non è stata però ancora presentata una proposta.

Resta aperto anche il confronto sui requisiti per accedere agli ammortizzatori destinati alle imprese dell’indotto. Il governo sta valutando se il requisito del 50% del fatturato legato ad ADI debba essere riferito alla singola unità produttiva e quale debba essere il relativo ambito territoriale. Meno disponibilità c’è invece sulla possibilità di abbassare la soglia percentuale.

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Rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco inquina più di 3,5 miliardi di persone: “Incendiano il pianeta e noi paghiamo gli estintori”

I super-ricchi non sembrano curarsi molto della crisi climatica in corso, a cui hanno contribuito in larga scala. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco del pianeta, che corrisponde a circa 8 milioni di persone, emette più CO2 di quasi 3,5 miliardi di esseri umani appartenenti alla metà più povera dell’umanità. L’emblema della disuguaglianza sono i jet privati, che in soli due secondi di volo emettono più anidride carbonica di quanto una persona della metà più povera del mondo riesca a generare in un anno intero. Secondo Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, “i super-ricchi prima incendiano il pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori”.

Il documento annuale pubblicato dalla confederazione internazionale Oxfam ha fotografato una situazione in cui un singolo miliardario contribuisce 400 volte in più, rispetto a una persona comune, alle ondate di calore che affliggono il pianeta. “La crisi climatica viene spesso descritta come una sfida che dovrebbe accomunare l’intera umanità, ma quello a cui assistiamo va esattamente nella direzione opposta”, ha spiegato Petrelli. Ma a subire le conseguenze degli eventi climatici sempre più estremi sono comunque i più poveri, che non hanno le capacità economiche per trovare le “vie d’uscita” dei ricchi, come le polizze assicurative in grado di coprire le potenziali perdite, bunker sotterranei ipertecnologici o squadre antincendio private.

Alla vigilia della Cop31 sul clima, in programma dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia, Oxfam ha lanciato l’appello “chi inquina paga”. Entro il 2050, i danni economici attribuibili all’1% più ricco sfioreranno i 53.000 miliardi di dollari. Dal 1990 a oggi, il 20% del riscaldamento globale registrato è stato causato da questa piccola percentuale di popolazione. L’appello di Oxfam è quello di tassare i grandi patrimoni e i beni di lusso inquinanti, triplicare i fondi per l’adattamento del Sud globale entro il 2035 evitando prestiti che accrescono il debito, rafforzare il welfare contro i nuovi rischi climatici e fermare la speculazione sui disastri.

Se da un lato la crisi climatica grava sui comuni mortali, dall’altro c’è chi riesce a trarne un duplice profitto. Nel rapporto “Destroy & Rebuild Index” di Oxfam sono state analizzate 217 grandi aziende che hanno guadagnato prima alimentando la crisi con i combustibili fossili, poi incassando su prevenzione, risposta e ricostruzione. Il mercato globale della gestione dei disastri potrebbe crescere da 70 a 92 miliardi di dollari l’anno entro il 2029 e fondi come BlackRock e Vanguard detengono partecipazioni nel 92% di queste aziende, per oltre 1.000 miliardi di dollari. Le differenze di genere pesano anche sulla crisi climatica: nei paesi più fragili le donne sono maggiormente gravate anche da insicurezza alimentare, lavoro di cura non retribuito, abbandono scolastico e matrimoni precoci. Finché chi genera la crisi climatica ne trae profitto, conclude il rapporto, la sfida “che dovrebbe accomunare l’umanità” resterà una beffa per chi la paga in prima persona.

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Microsoft vuole tagliare 60mila dipendenti, un quarto della forza lavoro: “Soldi da investire nell’AI”

Sessantamila dipendenti, cioè un quarto della forza lavoro, da espellere in quattro Paesi per abbassare i costi fissi e avere soldi disponibili per investimenti in intelligenza artificiale. È il piano presentato da Microsoft che intende intervenire pesantemente sul suo assetto occupazionale in Usa, Canada, India e Gran Bretagna per allentare la pressione sulle sue finanze in modo da poter far fronte alle crescenti spese destinate ai data center a causa di un’elevata domanda legata all’intelligenza artificiale, a partire dai servizi cloud offerti ad aziende, come Anthropic e OpenAI.

Ad aprile, il gruppo di Redmond aveva già annunciato un primo piano di pensionamenti volontari, al quale poteva accedere circa il 7% dei dipendenti negli Stati Uniti, pari a 4.800 unità. Ora, secondo quanto riferito da un portavoce, la proposta è rivolta al personale di specifici team di Usa, Canada, India e Regno Unito con livello gerarchico pari o inferiore a quello di vicepresidente.

Restano esclusi alcuni gruppi di dipendenti, tra cui quelli che si occupano di data center, vendite e marketing. “L’offerta di uscita volontaria riflette un aspetto importante della nostra evoluzione nell’approccio al cambiamento: creare maggiore flessibilità e, laddove possibile, offrire ai dipendenti più opportunità per definire il proprio percorso futuro”, ha scritto in una nota al personale Amy Coleman, vicepresidente esecutiva e responsabile delle risorse umane di Microsoft.

L’iniziativa, che ha spinto i titoli a guadagnare in Borsa più dell’1%, “si basa su quanto appreso all’inizio di quest’anno attraverso il programma di pensionamento volontario”, ha aggiunto Coleman. Nel secondo trimestre, i principali concorrenti di Microsoft nel settore cloud – Alphabet e Amazon – hanno registrato un flusso di cassa disponibile negativo, mentre Microsoft è riuscita a mantenerlo in territorio positivo: 19,64 miliardi, in calo annuo però del 23%.

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Chigi: “Anche Q8 disponibile a prorogare il tetto al prezzo dei carburanti”. Che non vale per i tir

La prima a introdurlo a fine settembre era stata Eni, poi altre compagnie si sono adeguate. Venerdì il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha annunciato che il price cap su benzina e gasolio verrà mantenuto fino a fine anno. E in contemporanea anche Q8 si è detta disponibile a prorogare il tetto. La novità arriva dalla missione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Kuwait, dove nei colloqui con l’emiro Sheikh Mishàal Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah è emersa l’intenzione di estendere la misura già adottata dalla compagnia petrolifera kuwaitiana in Italia “con l’obiettivo di contenere i costi energetici e tutelare famiglie e imprese”, secondo la premier. Per Palazzo Chigi, la disponibilità dell’emiro è “un segnale concreto della solidità delle relazioni tra Italia e Kuwait e della capacità del governo italiano di promuovere un dialogo costruttivo con i partner strategici”.

Il tetto attuale fissato da Eni è 1,99 euro al litro per la benzina e 2,25 euro per il gasolio, ma l’ad Claudio Descalzi ha precisato che i livelli potranno essere rivisti in base all’andamento del mercato e agli approvvigionamenti. Q8 fin dall’inizio non ha imposto un tetto fisso nazionale unico, ma lo adatta in modo “coerente con le diverse realtà che compongono il sistema di distribuzione dell’Azienda”. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, sabato 24 ottobre il prezzo medio nazionale in modalità self service è di 2,020 euro al litro per la benzina e 2,261 euro per il gasolio. In autostrada si sale rispettivamente a 2,042 e 2,301 euro al litro.

Va sottolineato che il tetto non risolve i problemi degli autotrasportatori che fino all’altro ieri hanno fermato mezza Italia chiedendo aiuto al governo contro il caro carburanti: quasi tutti si approvvigionano extrarete, all’ingrosso. Al momento, su quel canale le quotazioni sono superiori rispetto a quelle dei normali circuiti di distribuzione.

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