❌

Reading view

Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale

Elon Musk vuole acquistare una città in Mississippi: si chiama Southaven, ospita una centrale elettrica fondamentale per alimentare i data center della sua intelligenza artificiale, e da alcuni media americani è stata già ribattezzata “Elonville“. Il piano del miliardario prevede l’acquisto di 418 case a un prezzo di mercato di 180.000 dollari; come parte della compravendita è previsto anche un accordo con i proprietari in cui rinunciano a partecipare a una causa legale contro l’azienda. Diciotto proprietari avrebbero già accettato.

La proposta indecente di Musk agli abitanti di questo piccolo centro è: vendetemi le vostre case e trasferitevi altrove. E non è neanche una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Pare, infatti, che il miliardario non voglia andare oltre il prezzo di mercato, 180.000 dollari. Secondo quanto riferito dal sindaco della città, le case serviranno ad accogliere il personale di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk confluita in SpaceX a febbraio che sta vivendo una fase di espansione rapidissima nell’area.

Negli ultimi due anni, infatti, l’azienda ha realizzato tre data center tra Southaven e la vicina Memphis, in Tennessee. Ed è lì che Musk trascorre almeno tre notti a settimana, dormendo in un caravan, nemmeno di super lusso, per supervisionare direttamente il progetto. D’altra parte Musk ha investito circa mezzo miliardo di dollari per sostenere l’elezione di candidati repubblicani negli ultimi due cicli elettorali e il suo fervore per i data center è condiviso da Donald Trump e dalla sua amministrazione.

Non si può invece dire che i residenti di Southaven siano entusiasti. Per quanto alcuni abitanti siano propensi ad accettare l’offerta dell’uomo più ricco del mondo e lasciare la città, altri intendono dare battaglia. A giugno tre residenti della zona, esasperati dal frastuono causato dai lavori di espansione dell’impianto di xAI, hanno intentato una causa, lamentando “rumori costanti, vibrazioni e altri disagi” a causa delle turbine a gas necessarie per l’alimentazione.

L'articolo Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

I giornalisti di una tv serba si scusano per il lavoro svolto negli ultimi anni: “Rimasti in silenzio, fornito informazioni di parte e non posto le domande giuste”

“Per molti anni il servizio pubblico non ha svolto la sua funzione, è rimasto in silenzio, ha chiuso un occhio, ha fornito informazioni di parte e ha riportato i fatti in modo acritico. Non sono state poste le domande giuste o non sono state poste affatto”. Esordisce così il giornalista Goran Eror dell’emittente serba RTV nel discorso in cui la redazione si scusa con i propri telespettatori per il lavoro svolto negli ultimi anni di governo Vucic. “È l’inizio di un percorso per riconquistare la fiducia del pubblico” ha aggiunto prima di cominciare il telegiornale.

Nei giorni scorsi, tra l’altro, alcune persone avevano fatto irruzione nella redazione di Informer, un’altra tv filo-governativa, per dire al direttore di “chiedere scusa ai cittadini” per le “menzogne” raccontate negli anni. Nonostante l’ex presidente serbo Vucic abbia additato i sostenitori della Lista Studentesca come responsabili dell’irruzione, non è chiaro se siano stati effettivamente loro ad aver compiuto l’intrusione nella televisione.

L'articolo I giornalisti di una tv serba si scusano per il lavoro svolto negli ultimi anni: “Rimasti in silenzio, fornito informazioni di parte e non posto le domande giuste” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”

Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.

L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.

Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.

L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.

L'articolo Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Spagna, incidente tra due treni dell’alta velocità: “Almeno 39 morti e 150 feriti”. Vagoni precipitati, è la stessa linea della strage di gennaio

Almeno 39 morti, oltre 150 feriti (di cui cinque molto gravi) e diversi vagoni precipitati nella scarpata. Questo il primo bilancio secondo Sky News di un incidente ferroviario tra due treni ad alta velocità in Spagna: la pista più plausibile è quella dell’errore umano. La società di gestione delle infrastrutture Adif ha sospeso il servizio sulla linea ad alta velocità tra Madrid e Andalusia dopo quanto accaduto, come annunciato dalla stessa azienda statale sui social media. “Il servizio sulla linea ad alta velocità Madrid–Andalusia è attualmente interrotto a causa di uno scontro tra due treni”, si legge nel messaggio. L’incidente è avvenuto al chilometro 118, tra le città di Mora, Orgaz e Urda (Toledo), poco dopo le 9:00 del mattino. Ha coinvolto un treno ad alta velocità Renfe AVE, partito da Madrid alle 8:00 e diretto a Siviglia, e un treno Iryo. Si tratta dell’Iryo 7076 con 146 passeggeri più un neonato e l’AVE 2080 con 397 passeggeri a bordo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia.

Secondo fonti tecniche consultate da ilfattoquotidiano.it presenti sul posto, il treno Iryo (FS International) era fermo a un segnale vicino alla stazione di Toledo, su indicazioni di Adif, per degradazione del sistema di segnalamento. Il gestore (Adif) stava dando le prescrizioni a tutti di andare a 40 km/h proprio per il problema sul sistema di segnalamento. A un certo punto il treno Ave di Renfe è arrivato e ha provocato l’uscita dai binari: la pista privilegiata è un errore umano di un membro di Adif che – fornendo istruzioni ai treni – non ha calcolato che in quel tratto c’era ancora fermo un treno, come da istruzioni della stessa Adif. Le carrozze precipitate sono del treno Iryo. Il governo ha cancellato la propria agenda prevista per oggi.

Quattro dei vagoni coinvolti sono deragliati e sono precipitati in un terrapieno. “Potrebbe essere più grave di quello di Adamuz”, riferiscono fonti a El Pais. Il riferimento è all’altro grave incidente che a gennaio ha coinvolto l’alta velocità, quando due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 45 morti (39 viaggiavano sul treno Alvia e 6 sul treno Iryo) e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni. In quel caso un treno Iryo era deragliato, scontrandosi con un treno Alvia.

“Seguo con profonda preoccupazione le notizie del tragico scontro tra due treni avvenuto a Toledo, in Spagna, che ha provocato vittime e feriti. Il nostro Consolato Generale a Madrid è al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani e fornire tutta l’assistenza necessaria”. Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani in merito allo scontro tra due treni di alta velocità sulla linea tra Madrid e Siviglia. “Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime, ai feriti, al Re Felipe VI, al Governo e a tutto il popolo spagnolo, cui esprimo la mia vicinanza in questo terribile momento di dolore“, sottolinea Tajani.

Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è detto “sconvolto dal grave incidente ferroviario di Toledo. Rimango in costante contatto con il Ministro dei Trasporti, Oscar Puente, e con il presidente di Castilla-La Mancha. I servizi di emergenza stanno lavorando sul campo per assistere le persone colpite e garantirne la sicurezza, in coordinamento con tutte le amministrazioni coinvolte. Il mio affetto, la mia solidarietà e il mio sostegno a tutte le vittime e alle loro famiglie”, ha scritto Sanchez.

“In queste ore così difficili, il Governo italiano è vicino alla Spagna e al popolo spagnolo per il drammatico incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Toledo”. Ha invece affermato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “I miei pensieri e quelli di tutto il nostro Governo vanno ai familiari delle vittime, ai feriti e a quanti stanno lavorando senza sosta nelle operazioni di soccorso”, aggiunge.

Intanto la compagnia ferroviaria Iryo ha confermato che uno dei suoi treni è rimasto coinvolto nell’incidente avvenuto questa mattina nei pressi di Urda, nella provincia spagnola di Toledo, annunciando l’attivazione di “tutti i protocolli di emergenza”. “Questa mattina il nostro treno 6076, in viaggio da Madrid a Siviglia, è rimasto coinvolto in un incidente nei pressi di Urda, al chilometro 118″, ha riferito la società in una nota, precisando di essere al lavoro “in stretta collaborazione con le autorità competenti per gestire la situazione”. Iryo ha inoltre annunciato la cancellazione di tutti i collegamenti in partenza dalla stazione madrilena di Atocha e diretti verso il corridoio ferroviario ad alta velocità della Spagna meridionale. “Al momento non è possibile prevedere quando il servizio sarà ripristinato”, ha spiegato la compagnia, assicurando che continuerà a fornire aggiornamenti attraverso i propri canali ufficiali.

Pochi minuti dopo l’incidente sulla linea Madrid-Siviglia, il Ministro dei Trasporti Óscar Puente sarebbe dovuto esser presente all’apertura del Forum Mondiale delle Infrastrutture a Madrid. Ha ricevuto la notizia mentre stava salutando gli organizzatori dell’evento nella Facoltà di Ingegneria Civile, Canali e Porti del Politecnico, da dove si è allontanato in fretta, visto l’incidente che ha coinvolto la ferrovia ad alta velocità.

L'articolo Spagna, incidente tra due treni dell’alta velocità: “Almeno 39 morti e 150 feriti”. Vagoni precipitati, è la stessa linea della strage di gennaio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

A piedi in Argentina, poi il volo per gli Usa: così Bolsonaro è fuggito dal Brasile. “Un’operazione di Marco Rubio”

Senza passaporto, che gli era stato ritirato, lunedì sera tra le 21 e le 22 sarebbe entrato a piedi in Argentina. Da lì è volato in Ecuador. Poi è riapparso in Florida, negli Stati Uniti dell’amico Donald Trump che concederà visti d’ingresso a lui e alla sua famiglia. Termina così, con una fuga, l’avventura politica di Flavio Bolsonaro, leader dell’estrema destra brasiliana sconfitto nelle elezioni presidenziali da Luis Ignacio Lula da Silva.

Due giorni dopo la batosta elettorale il figlio di Jair Bolsonaro, ex presidente ai domiciliari perché condannato a 27 anni e 3 mesi di carcere per tentato colpo di Stato, ha violato il divieto dei giudici di lasciare il Brasile, ed è fuggito in Florida, insieme alla moglie Fernanda e alle figlie, Luíza e Carolina. Ad aspettarlo c’era il fratello Eduardo, anche lui latitante, che vive tra Orlando e Miami, grazie alla green card rilasciata sempre dalla Casa Bianca. Che avrebbe avuto un ruolo attivo nella fuga dell’ultimo rampollo dell’ex presidente: “Il cervello di tutta l’operazione è stato il segretario di Stato Marco Rubio“, ha scritto su X l’avvocato messicano Simón Levy, legato al movimento Make America Great Again.

Dopo la visita al padre Jair ai domiciliari, forse per un ultimo saluto, Flavio aveva reso noto che il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes gli aveva intimato di consegnare i suoi passaporti entro 24 ore e di non uscire dal Paese. Fuori dalla casa paterna di Brasilia, Flavio ha detto la sua ennesima bugia: “Non intendo lasciare il Brasile, questa misura è assolutamente ingiustificata”, protestava. Ma poco dopo, dai media argentini erano arrivate le prime indiscrezioni su un jet privato pronto per il decollo. E fra i nomi dei passeggeri c’era quello di Flavio.

Il governo amico di Javier Milei ha smentito categoricamente: Bolsonaro non è entrato nel nostro Paese. Neanche 24 ore dopo, invece, la Direzione Nazionale delle Migrazioni di Buenos Aires ha confermato su X: “Alle ore 22:50 del 27/10 sono entrati attraverso il valico di frontiera del Ponte Internazionale Tancredo Neves, nella provincia di Misiones, Flavio Nantes Bolsonaro, Fernanda Antunes Figueira Bolsonaro, Carolina Figueira Bolsonaro e Luiza Figueira Bolsonaro, in possesso di documenti di viaggio validi. Alle ore 23:30, la delegazione in arrivo si è imbarcata su un volo privato operato dalla compagnia Baires Fly S.A. con destinazione la città di Guayaquil, in Ecuador”.

Nella notte italiana il portale brasiliano Metrópoles ha riferito che Flavio in Florida, dove ha incontrato il fratello Eduardo, ex deputato, e la sua famiglia. Anche quest’ultimo è scappato negli Usa nel febbraio 2025 per sottrarsi al mandato di arresto emesso sempre da Alexandre de Moraes quando era ancora deputato perché condannato in via definitiva a 4 anni e 2 mesi di reclusione perché riconosciuto colpevole del reato di aver utilizzato il suo ruolo per sollecitare sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti contro il giudice che stava indagando e che poi condannò il padre Jair a 27 anni per il tentato golpe del 2023.

Su Flavio – al quale il Dipartimento di Stato americano rilascerà i visti “consentendo loro l’ingresso negli Stati Uniti”, ha dichiarato alla Cnn un funzionario – non pende alcun mandato di arresto ma è nei guai giudiziari fino al collo. E non essendo stato eletto, la sua immunità finirà a febbraio. Al momento è indagato alla Corte suprema federale su due fronti. Nel caso “Dark Horse” è accusato di corruzione, riciclaggio di denaro ed evasione di valuta, nell’ambito dell’inchiesta sul finanziamento del film dedicato al padre Jair. In esame ci sono fondi riconducibili all’ex banchiere Daniel Vorcaro, attualmente in carcere per una maxi frode, e fondi pubblici parlamentari. Poi è indagato anche nel caso “Willer Tomaz“: qui l’accusa è riciclaggio di denaro e presunte irregolarità finanziarie legate a società, piattaforme di scommesse.

L'articolo A piedi in Argentina, poi il volo per gli Usa: così Bolsonaro è fuggito dal Brasile. “Un’operazione di Marco Rubio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump: “Presto un incontro tra Putin e Zelensky, molti progressi con Russia e Ucraina”. Sul tavolo il petrolio russo

Donald Trump si mostra ottimista con i giornalisti, sui negoziati tra Kiev e Mosca. “Stiamo facendo molti progressi con Russia e Ucraina” e “molto presto verrà organizzato un incontro” fra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti. Sul tavolo dei colloqui tra Casa Bianca e Cremlino, c’è il possibile ritorno delle aziende americane sul mercato petrolifero russo. Secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times, potrebbe essere riavviata una joint venture tra i colossi petroliferi americani e russi al largo delle coste di Sakhalin, una volta terminato il conflitto. Stando alla testata, le due potenze hanno discusso anche di un coinvolgimento delle grandi compagnie americane in un piano per riprendere le forniture di petrolio russo verso l’Europa, attraverso l’oleodotto Druzhba.

Intanto, proseguono gli attacchi. L’esercito ucraino avrebbe lanciato nella notte attacchi contro diverse strutture in Russia collegate al complesso militare-industriale di Mosca, secondo quanto riportato dai canali di informazione russi su Telegram. Esplosioni e incendi hanno imperversato nella città di Lipetsk nella tarda serata di ieri, stando al canale di monitoraggio ucraino Exilenova Plus: un incendio sarebbe scoppiato nell’area dell’impianto metallurgico di Novolipetsk dopo l’attivazione delle difese aeree.

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, appena 24 ore fa, ha sottolineato l’apertura statunitense al dialogo con Mosca, sottolineando la chiusura dell’Europa: “”Gli Usa sostengono apertamente lo sviluppo e l’approfondimento di questo dialogo, in più settori possibile. L’Europa invece rifiuta categoricamente di impegnarsi in contati con Mosca”, ha dichiarato il capo della diplomazia ai direttori di media di Paesi africani. Anche se gli Stati Uniti sostengono l’Ucraina con i dati satellitari e fornendo armi agli europei, “sono aperti a un dialogo con la Russia”, ha aggiunto Lavrov.

L'articolo Trump: “Presto un incontro tra Putin e Zelensky, molti progressi con Russia e Ucraina”. Sul tavolo il petrolio russo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

L'articolo Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua”

Nemmeno il tempo per il suo partito di riconoscere la vittoria dell’avversario alle ultime presidenziali, Luiz Inácio Lula da Silva, che scoppia un caso intorno a Flavio Bolsonaro. Il figlio dell’ex presidente Jair, secondo quanto riportato dai media locali, ha lasciato il Brasile fuggendo negli Stati Uniti, con un passaggio intermedio in Argentina. A conferma di questo, scrive Reuters, c’è la testimonianza di due funzionari americani che confermano l’imminente arrivo nel Paese del candidato sconfitto in Brasile. Anche altri media hanno confermato la ricostruzione citando, invece, persone vicine alla famiglia.

La polizia aveva deciso in giornata di annullare il passaporto del candidato di destra brasiliano dopo il suo rifiuto, il giorno precedente, di consegnarlo spontaneamente alle autorità, come richiesto. Lui stesso sui social aveva raccontato: “Sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”. Una delle ipotesi è che la decisione delle autorità fosse legata alla richiesta alla Corte Suprema del deputato Lindbergh Farias, schierato con Lula, di sequestrare il documento perché coinvolto anche lui nelle indagini in corso sul fratello, Eduardo, circa lo scandalo dei finanziamenti al film sulla vita del padre, Dark Horse. Nella denuncia, Lindbergh sostiene che esista un collegamento tra le azioni di Eduardo negli Stati Uniti, la campagna internazionale per le sanzioni contro i giudici della Corte Suprema e il finanziamento illecito al film.

Adesso, però, la priorità è diventata quella di capire come abbia fatto Flavio Bolsonaro a lasciare il Paese. La Polizia federale sta verificando i registri ai valichi di frontiera e quelli dei voli per capire come abbia lasciato il Paese. Indagini partite dopo che il sito argentino Infobae, scrive Folha de S.Paulo, ha riferito che Bolsonaro avrebbe preparato la sua fuga nella notte, attraversando la frontiera con l’Argentina, passaggio che sulla base dell’accordo tra i Paesi del Mercosur è possibile fare con la sola carta d’identità, quindi anche senza passaporto. A quel punto, avrebbe trovato un jet privato per volare negli Usa. Il governo di Javier Milei nega però che sia entrato nel Paese.

L'articolo Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Usa, si dimette la vicedirettrice dell’agenzia della Sanità Jennifer Shuford. Media: “Scontro con Kennedy Jr. sulle politiche vaccinali”

Jennifer Shuford, vicedirettrice del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, l’agenzia che detta le linee guida della sanità in America) ed ex commissaria alla Sanità in Texas, si è dimessa dopo soli sei mesi dall’inizio del suo mandato. In un comunicato la donna ha affermato che la motivazione alla base della sua scelta è quella di voler “trascorrere più tempo con la famiglia”. Tuttavia, secondo il Washington Post, il suo allontanamento è dettato da uno scontro con il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., convinto no-vax, sulle politiche vaccinali. L’anno scorso la stessa dinamica era avvenuta con l’allora responsabile del Cdc, Susan Monarez, e infatti anche lei aveva dato le dimissioni dopo un appena un mese dall’inizio dell’incarico.

Shuford, medico specializzato in malattie infettive, era stata assunta ad aprile all’interno di un gruppo di quattro persone che avevano l’obiettivo, per stessa ammissioni dell’amministrazione Trump, di ripristinare la fiducia nell’agenzia. Gli scienziati del Cdc avevano accolto positivamente la nomina della Shuford in quanto medico d’esperienza che non aveva paura a parlare dell’epidemia di morbillo che ha colpito il Texas lo scorso anno, al contrario minimizzata da Kennedy.

L'articolo Usa, si dimette la vicedirettrice dell’agenzia della Sanità Jennifer Shuford. Media: “Scontro con Kennedy Jr. sulle politiche vaccinali” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Giordania bombarda il sud della Siria dopo l’attacco alla chiesa di Karal: “Uccisi 20 miliziani dello Stato islamico”. Chiusi i confini

L’aeronautica militare della Giordania ha effettuato alcuni raid nel sud della Siria, come rappresaglia per in risposta a un attentato mortale contro una chiesa greco-ortodossa a Karak dove sono state uccise 9 persone. Damasco parla di otto morti civili, tra le quali anche 3 bambini, nei bombardamenti giordani, mentre la monarchia afferma di aver ucciso “più di 20 combattenti dell’Isis”. L’agenzia di stampa ufficiale Petra, fa sapere che l’operazione denominata è stata denominata “Deterrenza giordana – Hamoud”, e ha preso di mira diverse postazioni e mezzi. Secondo il ministro delle Telecomunicazioni giordano Mohamed al-Momni, “gli attacchi condotti dalle forze giordane hanno preso di mira le postazioni del gruppo, i primi risultati indicano, in questa fase, pesanti perdite nelle file dell’IS, stimate in oltre 20 combattenti, nonché la distruzione di un importante deposito di armi dell’organizzazione”. Dopo gli attacchi, la Siria ha chiuso i confini con la Giordania e non è noto quando riapriranno.

I bombardamenti arrivano a 4 giorni dall’attacco di venerdì scorso (non rivendicato) durante un funerale nella chiesa di Hamoud, nel governatorato giordano di Karak. Si tratta di un episodio violento dai contorni ancora poco chiari e abbastanza inedito per la monarchia Hashemita che finora è riuscita a tenersi fuori dalle tensioni dell’aerea. Dopo i raid, il ministero degli Esteri di Damasco, in una nota, ha attaccato il governo di Amman parlando “un’inaccettabile violazione e intrusione nello spazio aereo siriano senza alcun coordinamento preventivo”. Ha inoltre affermato che il raid rappresenta “una palese violazione dei principi di buon vicinato e della sovranità nazionale siriana”. Dichiarazioni a cui ha replicato il portavoce del governo Mohammad Al Momani, con messaggio distensivo a Damasco: “La Giordania nutre grande rispetto per lo Stato siriano e per il suo popolo fraterno, e il coordinamento tra Giordania e Siria nella lotta al terrorismo e al traffico di armi e droga è in corso da anni”

L'articolo La Giordania bombarda il sud della Siria dopo l’attacco alla chiesa di Karal: “Uccisi 20 miliziani dello Stato islamico”. Chiusi i confini proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo

Dovranno essere i singoli Paesi dell’Unione Europea a elaborare i piani strategici per adattarsi all‘aumento delle temperature globali stimato in 2 gradi entro il 2050 e 3 gradi entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Lo prevede il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato dalla Commissione Ue che per la prima volta responsabilizza gli Stati nella prevenzione. Le autorità nazionali dovranno tenere conto della realtà climatica e dei rischi nelle proprie decisioni, ma Bruxelles non imporrà soluzioni specifiche. E questa rischia di essere una brutta notizia per l’Italia, considerando che finora, fra ritardi e sprechi, il nostro Paese ha dimostrato di non saper mettere in campo strategie efficaci per limitare e mitigare i danni causati dal cambiamento climatico. L’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030 inseriti nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec). Mentre il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo a inizio 2024, è di fatto fermo al palo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Secondo la Commissione, i piani nazionali dovranno coprire i diversi settori dell’economia e il monitoraggio sarà collegato anche al Semestre europeo, per trattare il problema come una questione di resilienza economica e non solo ambientale. Il quadro prevede un’iniziativa legislativa e una comunicazione non vincolante. Il piano adottato non introduce nuove risorse finanziarie, dal momento che nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 Bruxelles ha proposto un obiettivo di spesa del 35% per il clima e la biodiversità naturale, che include anche la preparazione ai cambiamenti climatici.

Il quadro fissa una traiettoria comune di riferimento basata sulla base delle evidenze scientifiche del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che considera un aumento di 2°C di riscaldamento entro il 2050 e +3°C entro il 2100. Non si tratta di un obiettivo politico, ma uno scenario di riferimento comune sulla base del quale gli Stati membri possono valutare i futuri rischi climatici al momento di prendere decisioni. Per sostenere le autorità pubbliche ad affrontare i rischi climatici, la Commissione europea lancerà una piattaforma online europea per la resilienza climatica che includerà una serie di strumenti, tra cui l’European Climate Viewer, sviluppato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, che fornirà una mappa interattiva dei rischi climatici previsti in tutto il continente. E il Navigator of Climate Resilience Tools, sviluppato dall’Agenzia europea dell’ambiente per aiutare gli utenti a individuare strumenti di resilienza climatica pertinenti in base alla loro ubicazione, al settore di appartenenza e ai rischi specifici che devono affrontare.

Bruxelles conferma che nei prossimi mesi lancerà un piano europeo contro le ondate di calore, un’alleanza per l’assicurazione contro i rischi climatici e un’iniziativa europea per l’acqua. Avvierà inoltre un gruppo consultivo PreparEU sulla preparazione alle catastrofi e un’iniziativa per individuare 100 territori europei più vulnerabili ai cambiamenti climatici. “L’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto a quello globale. Per diventare veramente resilienti al clima, dobbiamo adattarci e imparare lungo il percorso”, sottolinea la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Si stima che l’adattamento delle infrastrutture, dell’ambiente costruito, degli ecosistemi e dell’economia dell’Europa alle future condizioni climatiche richiederà investimenti pari a circa 70 miliardi di euro all’anno”, ha spiegato la Commissione europea

Le perdite economiche stimate, dovute ai danni causati dal clima nel periodo 2022-2025, ammontano a circa 200 miliardi di euro, ovvero 50 miliardi di euro all’anno, “in aumento rispetto agli 8,6 miliardi di euro del periodo 1980-1989”. Si legge nei documenti del nuovo quadro. “Le ondate di calore previste in Europa per il 2026 potrebbero comportare un costo annuo in termini di produzione pari a 113 miliardi di euro in 30 paesi, un onere economico sostanziale derivante da un unico fenomeno climatico”, si legge ancora. L’agricoltura viene indicata tra i settori che registrano le perdite più consistenti legate al clima. La perdita media annua nell’Ue è stimata a circa 28,3 miliardi di euro, con solo il 20-30% di tali perdite assicurato. La siccità è la principale causa delle perdite in questo settore: “Ad esempio, nel 2026 le perdite potrebbero raggiungere i 90 miliardi di euro”.

“L’estate scorsa sarà anche stata una delle più calde o la più calda mai registrata, ma con ogni probabilità sarà la più fresca degli anni a venire. E qualunque cosa facciamo, la situazione probabilmente peggiorerà”. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue al clima, Wopke Hoekstra, in conferenza stampa. “La buona notizia è che abbiamo un certo margine di manovra: le scelte che facciamo oggi possono effettivamente rendere meno gravi tali impatti. Quindi occorre fare di più a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale, ma naturalmente anche a livello europeo. Per aiutare a proteggere, pianificare e prepararci a un’Europa più calda”, conclude.

L'articolo Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Migliaia di persone in piazza a Belgrado: la festa per la vittoria della lista studentesca

Decine di migliaia di persone sono tornate ieri sera dalle 19 per celebrare la vittoria alle elezioni della Studentska Lista in piazza Slavija, nel centro di Belgrado, nella quale il 22 ottobre è stato tenuto il grande comizio elettorale di chiusura e dove la scorsa notte si è festeggiato.

Sul palco un dj ha fatto ballare la folla tra i fuochi d’artificio, mentre un analogo festeggiamento si è svolto anche a Novi Sad, la città universitaria dove è iniziata la protesta studentesca due anni fa.

L'articolo Migliaia di persone in piazza a Belgrado: la festa per la vittoria della lista studentesca proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerra in Ucraina: colloquio telefonico tra leader di Norvegia, Finlandia e Putin. Al via la tregua a Oleshky

“Nell’ambito dei preparativi per un’operazione umanitaria a Oleshky, le forze armate della Federazione russa hanno cessato il fuoco nel settore di Kherson a partire dalle 4 orario di Mosca (le 2 in Italia, ndr)”. Il ministero della Difesa russo su Telegram ha confermato l’avvio della tregua umanitaria a Oleshky, la cittadina sulla riva meridionale del fiume Dnipro nella regione di Kherson, dopo l’intesa annunciata nei giorni scorsi dalla Casa Bianca, che ha attribuito il raggiungimento del cessate il fuoco alla “mediazione” di Melania Trump. La tregua, mentre l’inverno avanza, lento ma inesorabile sui campi di battaglia in Ucraina e nelle regioni russe sempre più spesso nel mirino dei droni avversari, rappresenta un possibile spiraglio di pace e può “rappresentare un precedente” per altre iniziative simili, ha sottolineato il Cremlino, mentre da Kiev arrivavano indiscrezioni sul tentativo di anticipare di almeno una settimana i colloqui tra Ucraina, Stati Uniti e Russia previsti per novembre ad Abu Dhabi, e coinvolgere un rappresentante dell’Ue nei negoziati. L’incontro è previsto indicativamente a partire dal 10 novembre, dopo le elezioni di midterm in Usa, coinvolgendo anche l’Ue.

Nel quadro della diplomazia finalizzata alla fine del conflitto, il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, e il primo ministro norvegese, Jonas Gahr Støre, hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin. Un colloquio, confermato all’agenzia Tass il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che – ha reso noto la presidenza finlandese – “fa seguito all’incontro di Oslo del 20 ottobre (giorno in cui si sono svolti i colloqui tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’inviato speciale americano Steve Witkoff, alla presenza dei leader di Finlandia e Norvegia) ed è stata organizzato in consultazione con l’Ucraina“. Stubb e Støre – viene spiegato – hanno promosso la telefonata per discutere “della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e degli sforzi diplomatici volti a porre fine al conflitto e a promuovere la pace e la stabilità in Europa”. I due leader hanno precisato di aver parlato a nome dei loro paesi “e non dell’Europa nel suo complesso”. Norvegia e Finlandia – si legge nella nota – condividono un interesse comune per la stabilità e la prevedibilità nella regione del Mar Baltico e nell’estremo Nord. “Questo aspetto è stato sottolineato durante l’incontro”, viene rimarcato. Stubb e Støre hanno poi sottolineato “che la Finlandia e la Norvegia continueranno a sostenere l’Ucraina nel loro impegno di lunga data” e hanno inoltre ribadito “la necessità di porre fine alla guerra e di riprendere i negoziati”. “La discussione – continua la nota – è stata franca e sostanziale. Siamo paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea in generale. Porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto”, ha dichiarato il presidente finlandese Stubb. “La guerra comporta costi umani e materiali enormi. La sofferenza e la distruzione avranno un impatto su generazioni. Nell’appello abbiamo sottolineato l’importanza della de-escalation”, ha affermato il primo ministro norvegese Støre. La telefonata – viene precisato – è avvenuta da Helsinki. Dopo il colloquio col presidente russo, anche Volodymyr Zelensky ha parlato al telefono con il suo omologo finlandese e con il primo ministro norvegese.

La tregua a Oleshky – Sul tavolo delle diplomazie finiranno le vite di centinaia di civili intrappolati. Le operazioni di evacuazione e soccorso coinvolgeranno anche tanti malati e anziani, sopravvissuti a un inferno di droni, mine, combattimenti, ma soprattutto scarsità di acqua e cibo. Da ultimo, visto che le scorte stanno finendo e la via verso nord è bloccata, alcuni hanno sfidato “la strada della morte”, come è stata tragicamente ribattezzata, camminando a piedi per quasi 20 chilometri fino al centro più vicino per fare rifornimenti.

Gli occhi sono puntati su Mosca, che ha assicurato che sarà permesso a tutti i civili che desiderano di lasciare Oleshky. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato la disponibilità russa per accordi simili: “Per motivi umanitari, assolutamente sì, soprattutto quando si tratta dell’intervento diretto, molto positivo e coordinato, della parte americana, dei negoziatori americani, e della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump”. Alla carota è seguito però il bastone, come di prassi a Mosca: “La decisione di riprendere i negoziati trilaterali con l’Ucraina e gli Usa non implica alcuna restrizione nelle operazioni militari”, ha aggiunto sinistramente Peskov. Le forze russe “proseguono la loro operazione militare speciale, continuando a infliggere colpi massicci e mirati al complesso militare ucraino”.

Intanto, una commissione internazionale indipendente su mandato del Consiglio Onu per i diritti umani ha accusato oggi la Russia di crimini contro l’umanità per gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine e la tratta di esseri umani per rafforzare le proprie forze armate. La commissione osserva che “nel corso degli anni, la frequenza, l’intensità e l’estensione geografica delle ondate di attacchi” russi “sono aumentate”, mentre Mosca ha “sottoposto a tratta persone provenienti da 29 Paesi”, dal Bangladesh a El Salvador al Sudafrica, per schierarle in prima linea al fronte.

L'articolo Guerra in Ucraina: colloquio telefonico tra leader di Norvegia, Finlandia e Putin. Al via la tregua a Oleshky proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Pechino attacca Mbappé: il francese ride di un meme con “un dittatore cinese” e tre aziende lo scaricano

Tutto è partito da un meme sul leader cinese Mao Zedong, che Kylian Mbappé trovava molto divertente, ma adesso almeno tre aziende cinesi hanno interrotto le collaborazioni con il calciatore. La decisione da parte delle aziende di opporsi a “qualsiasi parola o comportamento che ferisca i sentimenti nazionali” è arrivata dopo la diffusione di un video sui social in cui Mbappé, intervistato prima della partecipazione al programma online francese The Bridge, cita un meme “in cui c’è un video di un tizio, un dittatore cinese“, ha affermato il calciatore. Nel filmato, che non è più presente sul canale YouTube del programma, si vede un’immagine manipolata del capitano della nazionale francese con il volto sovrapposto a quello che sembrerebbe essere Mao. Al momento non sono ancora circolate dichiarazioni di Mbappé o The Bridge sulla vicenda.

“Le parole e le azioni che feriscono i sentimenti del popolo cinese incontreranno naturalmente l’opposizione congiunta di tutti i settori della società cinese”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun. Le aziende che hanno annunciato la fine degli accordi con Mbappé sono tre al momento: il produttore di bevande energetiche Dongpeng, il gruppo lattiero-caseario Mengniu e l’azienda di formaggi Milkground. Anche la piattaforma social RedNote ha annunciato la rimozione dei materiali promozionali legati al giocatore. Sul social network cinese Weibo gli hashtag relativi alla fine delle collaborazioni e al boicottaggio di Mbappé sono diventati virali.

Nell’annuncio dell’interruzione “con effetto immediato” di ogni collaborazione con l’attaccante del Real Madrid, Dongpeng ha dichiarato che l’azienda “adotta una politica di tolleranza zero nei confronti di qualsiasi comportamento che offenda i sentimenti nazionali”. Durante i Mondiali di quest’anno, in Cina sono stati trasmessi degli spot pubblicitari che mostravano immagini generate dall’intelligenza artificiale in cui il 27enne capitano della Francia, molto popolare in Cina, beveva una bevanda sportiva Dongpeng.

Mao fondò la Cina comunista nel 1949 e ancora oggi viene celebrato come un’icona nazionale. In tutto il Paese, le battute sul il fondatore del Repubblica Popolare Cinese, morto nel 1976, sono considerate irrispettose e rimangono un tabù sociale.

L'articolo Pechino attacca Mbappé: il francese ride di un meme con “un dittatore cinese” e tre aziende lo scaricano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu

Gli israeliani hanno iniziato a votare per le prime elezioni legislative dopo l’attacco del 7 ottobre, una tornata elettorale convocata per la formazione della 26ma Knesset ma vista come un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 17 anni di governo quasi ininterrotto. I seggi hanno aperto alle 7 locali (le 6 in Italia): circa 7,3 milioni di israeliani sono chiamati alle urne fino alle 22 (le 21 in Italia) per una consultazione che si preannuncia molto combattuta tra la coalizione di destra ed estrema destra di Netanyahu (leader del Likud e premier più longevo della storia del Paese) e il principale blocco di opposizione, guidato dall’ex capo dell’esercito, il centrista Gadi Eisenkot., leader del partito Yashar! (Onesto).

In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Il conteggio delle “buste doppie” – ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate – richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati emersi dagli exit poll iniziali.

In un sistema proporzionale puro a collegio unico, determinante per la distribuzione dei 120 seggi della Knesset è l’affluenza al voto che quest’anno, nelle prime elezioni dopo tre anni di guerra, è prevista essere particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74% della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare. Alle ultime elezioni del 2022 l’affluenza fu del 70%.

Secondo i dati dell’Israel central bureau of statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele sono ebrei. Gli arabi israeliani sono il 18%, un altro 5% è classificato come “altro”. Tra questo “altro” ci sarebbero anche i drusi del Golan: per anni hanno boicottato le elezioni, ma dopo gli attacchi in Siria dell’Idf per proteggere i drusi di Sweida, questa volta voteranno. Anche per Netanyahu.

I cittadini arabi di Israele hanno pieno diritto di voto. I palestinesi che vivono in Cisgiordania invece non possono, a meno che non possiedano la cittadinanza israeliana, ma è raro. A Gerusalemme Est, solo i residenti che hanno acquisito la cittadinanza (circa il 5% nel 2022) ne hanno diritto. Una fatwa emessa dalle autorità religiose palestinesi nel 2019, ma esistente dal 1967, non consente di prendere la cittadinanza israeliana e votare poiché verrebbe inteso come un riconoscimento dello Stato di Israele.

Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita (coalizione di tre partiti arabi, Balad, Tàal e Hadash). L’altro partito arabo è Ràam, guidato dal medico e imam Mansour Abbas, con numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, già alto commissario di polizia. Secondo le ultime rilevazioni, concluse venerdì, Lista Unita ha 9 seggi, mentre Ràam ne ha 5. A urne chiuse, potrebbero dare sostegno esterno a Eisenkot.

Il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso (che rappresenta i coloni più oltranzisti) si è alleato con la piccola fazione di destra estrema ‘Zehut Yehudit’: i sondaggi lo danno a 6 seggi . Shas, degli ultraortodossi sefarditi del rabbino Arieh Deri, alleato di ferro di Netanyahu, otterrebbe 8 seggi. Mentre l’altro partito religioso, Yahadut Hatorà (‘Ebraismo della Torà), degli ashkenaziti, mantiene i suoi 7 seggi e la futura alleanza è tutta da vedere. Otzmà Yehudit di Itamar Ben Gvir, nei sondaggi prende 8 seggi. Ma le sue plateali provocazioni gli hanno inimicato gli americani. E ora Netanyahu sembra volerlo tenere a distanza.

L'articolo Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace

“Francamente la Norvegia fa schifo, è diventata un cesso di Paese, veramente”. Così il presidente americano Donald Trump, in un comizio in Michigan per sostenere la candidatura al Senato del repubblicano Mike Rogers, si è sfogato contro il Paese europeo colpevole, come lui stesso ha affermato, di non avergli dato il premio Nobel per la Pace per la seconda volta – riconoscimento invece assegnato all’ex giudice dell’odiata Corte penale internazionale Navi Pilay.

Ha aggiunto di voler riaprire le frontiere agli immigrati di determinati Paesi, ma di non volere “nessuno della Norvegia“, nonostante nello Stato del Michigan vivano oltre 71mila norvegesi-americani secondo gli ultimi dati U.S. Census. Nel comizio in midwest ha poi coperto di insulti islamofobici il candidato democratico Abdul El Sayed per le elezioni midterm del prossimo 4 novembre.

L'articolo “La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

James Talarico, speranza dem in Texas per vincere il seggio al Senato: chi è il 37enne che sfida il candidato sostenuto da Trump

L’ultimo endorsement di richiamo per lui arriva dal figlio dell’ex presidente George H.W. Bush e fratello dell’altro ex commander in chief George W.Bush. Anche Neil Bush si smarca da Donald Trump e sceglie James Talarico, astro nascente dei democratici, che corre per il Senato nello Stato di famiglia, il Texas. È da più di tre decenni che i democratici non vincono un’elezione nazionale, ma ora il seggio del Congresso è contendibile. Talarico, 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, è in vantaggio di 5 punti percentuali sul repubblicano Ken Paxton, attuale procuratore generale dello Stato sostenuto dal capo della Casa Bianca.

Famiglia, amore per i propri vicini e poi, ovviamente, fede: le parole d’ordine, da texano di ottava generazione, della campagna di Talarico sono spiazzanti per la retorica di Paxton e Donald Trump – che lo descrivono come un democratico estremista sotto mentite spoglie – e tutta la potente macchina finanziaria repubblicana, Elon Musk in testa, scesa in campo in queste ultime decisive settimane per scongiurare la possibilità che Talarico, che gli ultimi sondaggi danno avanti di due, tre anche 4 punti, possa far centrare il sogno, fino a pochi mesi fa impensabile, di una vittoria al Senato in uno stato come il Texas dove sono oltre 30 anni che i democratici non vincono a livello nazionale. Il candidato dem, peraltro, è spesso del mirino di Trump, che gli ha affibbiato il nomignolo di ‘Tala-freak-o‘, dandogli del vegano, negli sforzi per tracciare un profilo non in linea con lo stereotipo texano.

“In queste elezioni non c’entra il partito democratico o il partito repubblicano, è una cosa più grande, queste elezioni devono puntare alla visione di quello che il nostro stato può essere”, ha detto in uno dei suoi ultimi comizi il democratico ribadendo il messaggio bipartisan, quello che in America si chiama della ‘big tent’, con cui promette che dal Senato di Washington guiderà “la lotta contro i finanziatori mega miliardari e i politici burattini che hanno preso il controllo del Texas“, come recita il programma. Un messaggio che ha non solo galvanizzato e riunito le varie anime del partito democratico, ma sta attirando repubblicani, delusi da Trump e in generale dai repubblicani per la questione del carovita, del prezzo della benzina e, elemento molto rilevante in Texas, la costruzione dei data center per l’intelligenza artificiale. Ma forse l’elemento che ha aiutato e sta aiutando maggiormente la sorpresa Talarico nei sondaggi è il fatto che come avversario ha una delle figure politiche più controverse del Texas, l’attuale procuratore generale Paxton.

Paxton ha vinto le primarie perché sostenuto vigorosamente da Trump che ha voluto così togliere il seggio a John Cornyn, senatore al quarto mandato che il tycoon ha voluto punire perché ‘sleale’. Non ha aiutato la candidatura di Paxton il fatto che la moglie Angela, anche lei esponente repubblicana texana, abbia chiesto il divorzio nell’estate del 2025 accusandolo, con tanto di citazioni biblica, di adulterio. Salvo poi chiedere alle elettrici texane di tapparsi il naso e votare per tutti i candidati repubblicani a novembre “a prescindere dalle loro debolezze’.

E dal vecchio establishment repubblicano texano, di cui Cornyn fa parte e che ha un punto di riferimento al clan dei Bush – anche se quella che era un tempo la dinastia politica repubblicana sta perdendo progressivamente influenza nel Gop controllo dal mai amato Trump -, sono arrivati dubbi, reticenze e vere e proprie prese di distanze nei confronti di Paxton . E, sebbene George W. Bush non abbia preso una posizione ufficiale, il Nyt scrive che ha escluso Paxton da una raccolta di fondi organizzata per candidati Gop al Senato. Invece hanno preso posizioni pubbliche contro Paxton il suo ex stratega Karl Rove, e per decenni il deus ex machina della politica repubblicana texana, e ora il fratello minore dell’ex presidente, Neil, ha annunciato di aver votato in anticipo per Talarico perché “profondamente preoccupato” per la condotta di Paxton e invece “enormemente impressionati” dai principi pragmatici del democratico. Il candidato repubblicano ha però dalla sua la pioggia di milioni di dollari che stanno arrivando, in particolare da Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem in questi ultimi giorni decisivi. Tanto che si prevede che alla fine la sua campagna, tra primarie e elezioni, arriverà a spendere 380 milioni di dollari, una cifra astronomica per un’elezione al Senato in uno stato considerato una roccaforte Gop.

L'articolo James Talarico, speranza dem in Texas per vincere il seggio al Senato: chi è il 37enne che sfida il candidato sostenuto da Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dall’Alaska al Kansas: tutti gli Stati che non sono più “sicuri” per i repubblicani. Le sfide cruciali al Senato per le elezioni di Midterm

I repubblicani investono fondi in Stati un tempo dati sicuri, mentre i sondaggi li danno in svantaggio alla Camera e in una battaglia fino all’ultimo voto al Senato. A poco più di una settimana dalle elezioni di midterm, la speranza e l’entusiasmo dei democratici per la possibilità di conquistare il Congresso continuano a salire. Come è noto, ogni due anni il Senato rinnova un terzo dei suoi seggi, e quest’anno si vota per 35 seggi, molti in Stati dove Donald Trump ha vinto con uno scarto a due cifre nel 2024. Un vantaggio di partenza per i repubblicani che difendono la loro maggioranza di 53 seggi contri i 47 attuali dei dem, che devono strappare quindi almeno 4 seggi, senza perderne nessuno, per conquistare la maggioranza. Si tratta di una sfida non facile, ma con il crescere del vantaggio nazionale dei dem che alla Camera – ora di 10 punti – e il continuo precipitare della popolarità di Trump – scesa al 33% – si è delineata una possibile via per la vittoria dem fino a pochi mesi impensabile, una via che attraversa stati come il Texas, roccaforte Gop dove un democratico non viene eletto ad una carica elettiva nazionale da oltre 30 anni. Negli ultimi giorni è entrato nella lista degli stati “toss up” un altro Stato solidamente repubblicano come il Kansas, portando a dieci il numero degli Stati che decideranno le sorti del Senato il prossimo 3 novembre. “Anche stati rossi non sono sicuri con presidenti con numeri così bassi come quelli di Trump“, spiegava nelle scorse settimane Jessica Taylor, del sito di analisi politica Cook Political Report.

NORTH CAROLINA – Questa viene considerata la migliore opportunità per i democratici, dal momento che l’attuale senatore repubblicano, Thom Tills, noto per le sue posizioni critiche su Trump ha scelto di non ricandidarsi nello stato che ha scelto il tycoon nelle ultime tre elezioni, ma ha anche eletto democratici a cariche statali. Tra questi, l’ex governatore Roy Cooper ora candidato dem avanti di 13 punti sul repubblicano Michael Whatley, poco conosciuto dagli elettori che in più lo considerano troppo vicino a Trump. In caso di vittoria, Cooper sarebbe il primo dem a rappresentare la North Carolina al Senato in quasi due decenni.

OHIO – In gioco è il seggio che JD Vance ha lasciato per diventare il vice presidente di Trump e l’attuale senatore repubblicano nominato al suo posto, Jon Husted, è molto meno noto del democratico Sherrod Brown, l’ex senatore avanti di 5 punti secondo una media Cnn. Il repubblicano paga la sua vicinanza a Trump che, pur avendo vinto due anni fa con un vantaggio a due cifre, ora ha una popolarità scesa al 36% nello stato agricolo che soffre per l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, provocata dalla guerra con l’Iran, e non ha visto i vantaggi nel settore agricolo promessi dalla politica dei dazi. A riprova dell’importanza di questo duello per gli equilibri del Senato, si prevede che nelle ultime settimane di campagna i due partiti spenderanno un totale di 75 miliardi di dollari.

ALASKA – È una delle sfide che i dem non possono perdere: gli ultimi sondaggi danno Mary Peltola, ex deputa dem, avanti 7 punti rispetto a Dan Sullivan, il senatore Gop che si candida a un terzo mandato nel remoto stato artico dove non viene eletto un democratico al Senato dal 2008. Nell’ultimo dibattito, il repubblicano ha cercato di mettere in difficoltà l’avversaria con le accuse di maltrattamenti che le hanno rivolto ex collaboratori, mentre la democratica lo ha accusato di disonestà e collegato alle politiche di Trump, in particolare la guerra in Iran, e le sue conseguenze economiche, che, è stato costretto ad ammettere Sullivan, “deve finire presto”. Il repubblicano teme infine di perdere voti per il fatto che sulla scheda elettorale comparirà un secondo Dan Sullivan, un indipendente che il dipartimento di Giustizia accusa di correre come repubblicano “con l’intenzione di ingannare” i sostenitori del senatore in un ricorso già depositato presso la corte distrettuale dell’Alaska per chiedere di bloccare la certificazione dei risultati elettorali in caso di vittoria di Peltola.

MAINE – È la battaglia nello stesso tempo più facile, almeno sulla carta, e più difficile per i democratici. Più facile perché i democratici controllano tutte le cariche elettive dello stato dove vincono regolarmente le presidenziali. Più difficile perché Susan Collins, da 30 anni al Senato, finora è riuscita sempre a difendere anche in questo nuovo panorama politico locale il seggio, grazie alle sue posizioni moderate, spesso indipendenti che l’hanno messa spesso in opposizione con Trump. Ma questa rielezione si è mostrata molto difficile per la navigata repubblicana, anche se di fronte non ha il candidato dem scelto con le primarie, Graham Platner, un allevatore di ostriche socialista dem che aveva entusiasmato la base, ma il molto meno carismatico Troy Jackson, nominato in corsa a luglio, quando uno scandalo sessuale ha fatto implodere la candidatura di Platner. Ora i sondaggi danno il dem avanti di un soffio in quello che rimarrà fino alla fine un testa a testa, con i repubblicani che spenderanno 17 milioni nelle ultime due settimane contro i 14 dei dem.

TEXAS – I democratici non vincono un’elezione nazionale nel Lone Star da 32 anni, ma ora sognano l’impensabile in uno dei duelli per il Senato più seguiti a livello nazionale, con i sondaggi che descrivono un testa a testa, con il democratico James Talarico però due punti avanti rispetto a Ken Paxton, il discusso attorney general del Texas che, con il sostegno di Trump, ha battuto nelle primarie il senatore repubblicano di lungo corso John Cornyn accusato di “slealtà” dal tycoon. Il 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, ora deputato statale, sta riuscendo a unire e galvanizzare le varie anime dei democratici, attirando, con il messaggio religioso e la promessa di combattere per interessi e valori texani, elettori di Trump delusi. Paxton, al contrario, è una delle figure politiche più controverse del Texas, coinvolto in scandali di corruzione che in passato spinsero il suo stesso partito a metterlo sotto accusa. Sono diverse le figure dell’establishment repubblicano texano che in questi giorni stanno dichiarando che non voteranno per lui, o addirittura che voteranno per Talarico, come ha fatto Neil Bush, figlio e fratello degli ex presidenti. Paxton ha dalla sua i finanziamenti milionari che sono arrivati in questi ultimi giorni alla sua campagna da Elon Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem, arrivando, si prevede, alla cifra totale, tra primarie e elezioni, di 380 milioni, astronomica in uno stato roccaforte Gop.

MICHIGAN – È forse la migliore opportunità dei repubblicani strappare un seggio ai dem – che dovrebbero così quindi strappare così cinque seggi per conquistare così la maggioranza – perché il senatore dem Gary Peters si è ritirato, lasciando aperto il suo seggio a quello che è diventato il più accanito duello, senza riserve di colpi, tra il repubblicano Mike Rogers, ex agente Fbi, ex deputato che due anni fa è stato sconfitto di misura nell’elezione per l’altro seggio del Michigan, e il democratico Abdul El Sayed. L’epidemiologo nato a Detroit da una famiglia di origine egiziana ha vinto le primarie con un programma vicino a quello dei democratici socialisti, anche se non vi fa parte, sconfiggendo un’avversaria sostenuto dall’establishment dem statale e nazionale. L’ultima media dei sondaggi Cnn dà El Sayed avanti di due punti in quello che rimane un testa a testa, con Donald Trump che continua ad accusare pubblicamente il dem, che se eletto diventerà il primo senatore musulmano, di essere ‘un jihadistà con legami con i Fratelli musulmani. El Sayed da parte sua punta all’impopolarità di Trump in Michigan, dove il 44% degli elettori ammette che considera il midterm un referendum contro Trump, ma deve fare i conti con la difficoltà di ottenere il sostegno di due componenti cruciali della base dem, la comunità ebraica, allarmata per le sue posizioni su Israele e Gaza, e quella afroamericana. A sottolineare l’importanza del duello, nel weekend in Michigan è arrivato sia Barack Obama, per un comizio ieri a Detroit che potrà aiutare El Sayed con il voto afroamericano, che Trump per un comizio stanotte a Port Huron.

IOWA – ll fatto che uno stato in cui Trump nel 2024 ha vinto con 13 punti di vantaggio sia considerato teatro di un duello ‘toss up’ per il Senato è un segnale di grande preoccupazione per il Gop. Nello stato del Midwest le politiche commerciali di Trump stanno danneggiando gli agricoltori, in particolare i produttori di soia, insieme all’aumento dei prezzi di benzina, diesel e fertilizzanti provocati dalla guerra in Iran. Non aiuta il fatto che la senatrice in carica Joni Ernest abbia deciso di non ricandidarsi lasciando quindi il seggio aperto. Per i repubblicani è in campo un’altra donna, Ashley Hinson, che recentemente ha chiesto a Trump di mettere fine subito alla guerra nel tentativo di guadagnare terreno sul democratico Josh Turek, ex campione paralimpico, che ora rappresenta all’Assemblea locale un distretto dove ha vinto Trump e si dice pronto a lavorare con tutti per aggiustare “il sistema dell’immigrazione, anche il presidente Trump”. L’ultima media dei sondaggi danno il democratico avanti di appena un punto in quello che rimane quindi un testa a testa.

KANSAS – Lo stato che non elegge un senatore democratico da 94 anni è entrato a sorpresa negli ultimi giorni nella lista dei duelli a rischio per i repubblicani, con i sondaggi che danno il senatore Roger Marshall in una situazione di parità con Adam Hamilton, un pastore metodista che si descrive come “un democratico indipendente” sapendo di aver bisogno dei voti di repubblicani per vincere nello stato in cui Trump ha vinto con un vantaggio di 16 punti nel 2024. Tanto che il tycoon nei giorni scorsi è volato in Kansas per accusare il democratico di essere in realtà “un estremista che si fa gioco di Gesù”. Da parte sua Marshall, che è un medico, è stato investito dalle accuse, riportate dal New York Times, di pazienti a cui ha fatto causa per parcelle mediche non pagate.

NEW HAMPSHIRE – Anche in questo stato del North East un seggio aperto, con la democratica Jeanne Shaheen che si ritira, potrebbe aiutare i repubblicani a difendere la maggioranza, aiutati dal fatto che hanno candidato John Sununu, ex senatore ma soprattutto fratello di ex governatore così popolare che molti elettori credono che sia lui a candidarsi al Senato. Per i democratici è candidato Chris Pappas, che si presenta come moderato e viene dato comunque negli ultimi sondaggi appare in una posizione più solida, aiutato anche dal fatto che nello stato la popolarità per Trump è al 38%. Tanto che Sununu in uno spot elettorale diffuso la scorsa settimana per prendere le distanze dal presidente afferma: “non ho mai incontrato quest’uomo”. Se eletto, il 46enne Pappas diventerà il primo senatore gay dichiarato.

GEORGIA – Il seggio di Jon Ossoff, senatore dem eletto nel 2020 sulla scia della cruciale vittoria di Joe Biden in Georgia, lo stato dove maggiormente si concentrarono le manovre di Trump per tentare di rovesciare i risultati elettorali, era stato individuato come uno dei principali obiettivi dei repubblicani in queste elezioni di midterm. Ma la sua campagna fondata suo social ha creato una grande rete di donatori di base, non solo gli sta assicurando un solido vantaggio – di otto punti secondo un poll dell’University of Georgia – ma sta anche alimentando voci di una possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028 del democratico che con i suoi 39 anni è il più giovane senatore in carica. Ad aiutare Ossoff il fatto che i repubblicani abbiano candidato il controverso deputato Mike Collins, accusato di aver legami con gruppi suprematisti bianchi e di aver fatto commenti razzisti e antisemiti.

L'articolo Dall’Alaska al Kansas: tutti gli Stati che non sono più “sicuri” per i repubblicani. Le sfide cruciali al Senato per le elezioni di Midterm proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌