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Paura per Cobolli: scoppia a piangere e si ritira contro Berrettini. “Quelle lacrime non erano di dolore”. A rischio le Finals

Il problema alla gamba sinistra, la paura, il ritiro e poi il pianto liberatorio pensando alle Atp Finals, consolato dall’amico e avversario Matteo Berrettini. Finisce in lacrime il primo derby di Flavio Cobolli contro Berrettini: nell’ottavo di finale dell'”Erste Bank Open”, Atp 500 in scena sul cemento indoor di Vienna, in Austria, Cobolli finisce ko per un problema alla gamba sinistra e si ritira al cambio campo sotto 2-5. Berrettini affronterà ai quarti l’australiano Alex De Minaur, testa di serie numero 5. Ma la preoccupazione è tutta per Cobolli, che a fine match è scoppiato a piangere, probabilmente pensando a quelle Finals tanto sognate in programma tra meno di un mese.

“Vienna, mi dispiace salutarti così. Amo questo torneo e avevo tantissima voglia di sfidare Matteo, con tutti voi sugli spalti. Ho sentito qualcosa nel match dell’altra sera, ma ho voluto provarci fino in fondo. Oggi però ho capito che continuare avrebbe significato forzare troppo e mi sono dovuto fermare”, ha scritto Cobolli in un post Instagram dopo l’infortunio. “Quelle lacrime non erano di dolore. Erano emozione, forse un po’ di stress e la delusione di dover lasciare il campo quando avrei voluto solo restarci. Domani farò tutti gli esami e vi aggiornerò appena possibile. Non preoccupatevi, conto di esserci a Parigi. Grazie per tutto l’affetto”.

“Mi dispiace davvero tanto per lui. Ci sono passato tante volte, forse troppe. È per questo che mi sono emozionato. So quanto possa essere difficile e so quanto desideri essere a Torino. E l’ultima cosa che vorresti è infortunarti poche settimane prima. Ma speriamo che non sia nulla di troppo serio“, ha detto Berrettini a caldo nell’intervista post match, parlando di Flavio Cobolli. “L’idea di oggi era semplicemente scendere in campo e celebrare il percorso che stiamo facendo entrambi. Siamo partiti da Roma, eravamo due ragazzini che giocavano a tennis nei fine settimana. Ricordo il giorno in cui scelse il tennis al posto del calcio. Mi ricordo i suoi occhi: sono gli stessi che ha ancora oggi, quelli di quel bambino che sognava di giocare sui palcoscenici più importanti. E penso che meriti di essere lì. Penso che meriti la carriera che sta costruendo. Gli auguro davvero il meglio e cercherò di aiutarlo in ogni modo possibile. Gli ho appena detto di vivere il momento, di non andare troppo avanti con la mente e con i pensieri. È quello che facevo io in passato, ma non mi aiutava affatto. Bisogna vivere un giorno alla volta. Sono sicuro che abbia a disposizione un ottimo team di medici che lo seguirà nel percorso di recupero” ha aggiunto Berrettini.

Per Cobolli, quello di Vienna, poteva essere il torneo per sugellare la qualificazione alle Atp Finals, che classifica alla mano sono un obiettivo più che alla sua portata, ma adesso saranno da valutare le sue condizioni fisiche dopo l’infortunio. “Le Nitto Atp Finals, ha aggiunto, rivestono un’importanza particolare per ogni tennista di vertice. Anche solo esserci, dopo una grande stagione, è quasi come vincere un trofeo. Non essere riuscito a concludere il girone nel 2021 è probabilmente ancora la cosa che mi fa più male in tutta la mia carriera – spiega Berrettni -. Ricordo l’energia di Torino, l’orgoglio di essermi qualificato e di aver sentito il calore della mia gente sugli spalti. Ma, per fortuna, dopo quell’esperienza ho sentito tanto affetto da parte delle persone di tutto il mondo. Quindi, forse è un brutto ricordo, ma in fondo è anche bello, se penso a tutto l’impegno che ho messo per arrivare fin lì. Adesso, naturalmente, sono felice che ci siano tanti giocatori italiani e che anche Sinner sia riuscito a vincerlo. Magari un giorno tornerò anch’io. Non lo so. Ma auguro a Flavio il meglio“, ha concluso Berrettini.

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Soldi e politica, “Finanziamenti privati ormai diretti verso singoli candidati, serve più trasparenza su eletti e fondazioni”: l’appello di The Good Lobby e Transparency International

“L’Italia ha avuto un passaggio dal finanziamento prevalentemente pubblico a un finanziamento in larga parte privato senza mettere in campo un apparato di regole che ci aiutino a vedere in piena trasparenza chi finanzia la politica. Le norme esistenti riguardano soprattutto i partiti, ma questi sono ormai residuali. Chi intercetta i fondi sono prevalentemente quelle che si chiamano terze parti, associazioni politiche, fondazioni politiche che spesso riescono ad aggirare le regole della rendicontazione che invece riguardano i partiti. Allo stesso modo, se i soldi oggi passano direttamente verso i candidati, serve avere una reale trasparenza sui finanziamenti dei singoli eletti”. A rivendicarlo è Federico Anghelè, direttore di The Good Lobby Italia, nel corso della presentazione pubblica dell’Osservatorio Moneytor, dedicato al monitoraggio del finanziamento alla politica italiana.

L’iniziativa, organizzata alla Fondazione Lelio e Lisli Basso a Roma, è stata l’occasione per la presentazione, da parte del gruppo di ricerca di Transparency International Italia, delle ultime elaborazioni preliminari dei nuovi dati relativi alle fonti di finanziamento della politica (l’aggiornamento definitivo avverrà a novembre, in base alle tempistiche di legge che consentono ai partiti di rendicontare le erogazioni anche nelle annualità successive).

“I nuovi dati ci dicono principalmente che la tendenza della diminuzione di finanziamenti ai partiti è riconfermata, come negli ultimi due anni. Tra il 2020 e il 2025, il sistema politico ha raccolto complessivamente circa 134,4 milioni di euro di contributi privati. Ma nell’ultimo anno, le entrate si fermano a 16,281 milioni di euro, segnando una flessione del
-20,1% rispetto al 2024. Si tratta del volume di raccolta più basso dal 2018 e lontano dal picco di quasi 33 milioni registrato nel 2022″, hanno sottolineato Aiste Galinyte e Roberto Giambelli per Transparency International Italia.

In base ai dati preliminari è stato registrato come nel 2025 tra i partiti che hanno beneficiato di più ci sia “il ritorno in vetta della Lega, con 4,325 milioni di euro, mentre nel podio seguono Forza Italia (3,048 milioni) e M5S (2,698 milioni). Fratelli d’Italia si ferma a 2,271 milioni, seguito dal PD con 1,914 milioni. Per quanto riguarda il trend triennale, nel periodo 2023-2025, sempre la Lega si conferma la forza politica con la maggiore capacità di attrazione fondi”, hanno spiegato. “Si confermano approcci opposti, con partiti (PD, FdI, M5S) che sopravvivono grazie al prelievo sugli stipendi degli eletti, e altri (Forza Italia, Lega) in grado di intercettare milioni di euro dal settore privato“.

Ma se i finanziamenti verso i partiti sono comunque in flessione, ha sottolineato Vincenzo Smaldore per Fondazione Openpolis, il motivo è dovuto al fatto che ormai i soldi si spostano direttamente verso i candidati: “Troviamo sempre pochi soldi nei bilanci dei partiti e quelli che troviamo sono per lo più le rimesse degli eletti, perché l’interesse privato non ha più utilità a passare per il partito, raggiunge direttamente il candidato. Sono gli eletti che hanno i cordoni della borsa, anche qui innanzitutto di soldi pubblici, così assumono una rilevanza fino a quel momento mai avuta in Italia le tesorerie dei gruppi parlamentari, oltre che le tesorerie dei Consigli regionali. Allo stesso tempo abbiamo un’esplosione del fenomeno di associazioni, fondazioni, comitati vari riconducibili ai singoli e questo complica tantissimo, perché un’associazione può avere dei finanziamenti privati, può fare delle feste, dei festival, dei convegni e quindi prendere degli sponsor, può fare un’impresa editoriale e quindi vendere la pubblicità“.

Così sono proprio le fondazioni le realtà dove si nascondono le zone grigie e dove i controlli, nei fatti, sono del tutto inefficaci, come precisa Transparency International: “Per la legge queste sono equiparate ai partiti per obblighi di trasparenza, quindi noi abbiamo monitorato quei soggetti collegati ai politici o ai partiti nazionali e che hanno dichiarato le donazioni ricevute dal Parlamento nell’anno 2025. Eppure siamo riusciti a rilevarne solo tre. Ovvio che potrebbero esserci anche altri soggetti che magari o non dichiarano, oppure riescono a aggirare gli obblighi di trasparenza”.

Lo stesso Anghelè precisa: “Mi ricordo un dato di qualche anno fa di Fondazione Openpolis in cui si spiegava come le fondazioni politiche fossero oltre 100. Se oggi in realtà sono solo tre, dove sono sparite tutte le altre? Vuol dire che fatta la legge, trovato l’inganno. Noi abbiamo bisogno di una piattaforma che tracci i fondi alla politica nel suo complesso e non solo a quello che è rimasto residuale, cioè il partito, ma per farlo abbiamo bisogno intanto che la legge Spazzacorrotti del 2019, che allargava le regole di trasparenza anche alle fondazioni, venga di fatto ridefinita. Serve una riconsiderazione di cos’è una fondazione, di cos’è un’associazione politica”.

E ancora, ha continuato il direttore di The Good Lobby: “Sicuramente questo tema del finanziamento alla politica è un tema molto poco ascoltato da questa maggioranza e da questo governo. Ci sono delle forze politiche che hanno deciso, come Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Avs di non accettare più fondi da parte di aziende o di privati. Sicuramente da una parte è un’attività di autoregolamentazione utile, ma noi crediamo che serva un’azione di sistema“.

Ma Anghelè lancia un appello anche affinché venga modificato il disegno di legge sulla regolamentazione delle attività di lobbying, arrivato al Senato dopo la prima approvazione alla Camera, che rischia di essere “un’occasione sprecata“. Il motivo? “Si tratta di un testo che ci trova molto critici perché garantirebbe enormi esenzioni. Secondo i nostri calcoli oltre il 50% degli incontri non verrebbero di fatto resi trasparenti. Si considera per lobbying soprattutto l’accesso ai luoghi istituzionali, ma sappiamo benissimo che oggi gli incontri tra i portatori di interessi e i decisori pubblici avvengono – e la cronaca appunto è molto fantasiosa da questo punto di vista – in luoghi diversi. Ma non solo. Tutte le grandi corporazioni come le associazioni datoriali, le associazioni sindacali, verrebbero escluse dagli obblighi di trasparenza. Siamo convinti che ci siano ancora i margini per poter intervenire, modificare il testo, renderlo più robusto ed effettivo. Altrimenti sarà un’operazione puramente cosmetica“.

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Crosetto scettico sulla fine delle guerre a breve: “Tempistiche sui nuovi aiuti a Kiev? Non lo so, quando sarà possibile”

“A breve non c’è possibilità di missione di pace a Hormuz“. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal direttore dell’Adnkronos, nel corso dell’evento “L’Italia dei Territori”, organizzata da Sud chiama Nord a Roma.

Il titolare della Difesa del governo Meloni, sulla guerra in Ucraina, ha aggiunto: “Non vedo la possibilità di una soluzione in Ucraina prima della prossima estate perché la Russia utilizzerà sicuramente l’inverno come arma di pressione. La tattica russa è cambiata, sta colpendo le infrastrutture civili ed energetiche. Colpire le infrastrutture energetiche in una nazione come l’Ucraina in inverno dove si arriva anche a -30,- 25 ha un effetto sulla popolazione. Per cui la Russia aspetterà. Non penso chiuderà a breve”.

Il ministro, durante il suo intervento, ha parlato degli aiuti all’Ucraina. ”L’Italia ha dato a Kiev degli strumenti che sono serviti a difendersi. Se domani l’Italia decide di rompere il fronte Nato-Europa e di non aiutare più l’Ucraina, significherebbe mettersi sotto la lente di ingrandimento negativa in Europa, non si fermerebbe la guerra. Noi non parliamo di aiuti significativi, io penso che gli aiuti che potrei dargli con un nuovo pacchetto sono di fermare 50/60/70 missili droni sulle migliaia che arrivano, però magari salvo 200 500, 1000 civili, bambini, non lo so”. “Il tema – ha aggiunto – è se io non ti do più aiuti, significa che ho cambiato il mio giudizio, significa che io ho deciso che ha ragione la Russia. Quindi accettiamo l’idea che uno Stato più forte possa conquistare un altro Stato. Io non l’ho accettato a Gaza, non l’accettiamo per l’Ucraina”. Ma poi sull’invio del nuovo pacchetto di aiuti, su cui le frizioni con la Lega sono evidenti, il ministro Crosetto non ha offerto ai cronisti una tempistica chiara: “Non lo so, quando sarà possibile”.

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L’accordo tra Carabinieri e Agenzia delle Entrate fa arrabbiare la Finanza. Interviene Giorgetti: rescisso in 24 ore

Un protocollo d’intesa tra i Carabinieri e l’Agenzia delle Entrate ha minato per qualche ora i rapporti istituzionali tra i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Al punto che alla fine l’accordo è stato rescisso dall’Ente di riscossione stesso dopo meno di 24 ore. E secondo quanto risulta a Il Fatto anche in virtù di un intervento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

A creare l’incidente istituzionale un accordo quinquennale sottoscritto il 28 ottobre, che aveva l’intento di “affinare le capacità operative” in ambito economico finanziario dei militari dell’Arma. E che avrebbe messo “a disposizione il proprio patrimonio di esperienze e i propri istituti di istruzione per consolidare le competenze del personale dell’agenzia in materia di tecniche info-investigative”. L’intesa però ha avuto come conseguenza una reazione di alcuni della Guardia di Finanza, che lamentavano una invasione di campo, portando al dietrofront. Le competenze su cui i carabinieri chiedevano di essere formati – analisi delle dinamiche di mercato, dell’esercizio d’impresa, del monitoraggio immobiliare e dei sistemi di controllo e verifica tributaria ed erariale – sono infatti quelle tipiche delle Fiamme Gialle, il corpo militare che dipende direttamente dal ministero dell’Economia e Finanze e che collabora direttamente con l’Agenzia. L’annuncio del protocollo aveva sin da subito dunque generato parecchi malumori, come dimostra una lettera inviata sempre nella giornata di ieri alla premier Giorgia Meloni e al ministro Giorgetti, firmata da Usif, Silf e Siaf, i principali sindacati della Gdf.

Per capire meglio le ragioni delle lamentele della finanza, basta leggere proprio la missiva. Qui le sigle sostengono vi fosse “il rischio che i sessantamila finanzieri si sentano messi da parte” e “fare finta di nulla o far passare questa scelta come una semplice collaborazione formale potrebbe significare non voler vedere che, probabilmente, ci siano iniziative che potrebbero mirare ad indebolire la forza e la centralità dell’Istituzione GdF”. I sindacati, infatti, ricordano anche che “siamo il Corpo di Polizia più antico d’Italia, con un’identità chiarissima che, pur facendo parte del comparto di Difesa e Sicurezza, vede il proprio lavoro – in tempo di pace – interamente dedicato alla tutela economico-finanziaria dello Stato e dell’Unione Europea, sotto la linea d’indirizzo del Ministero dell’Economia e delle Finanze”. E sostengono, con risalto, che “la Guardia di Finanza è e resta l’unico presidio di Polizia economico-finanziaria a competenza generale nel nostro Paese”. I malumori sono arrivati fin nelle stanze del ministro Giorgetti. E alla fine il protocollo è stato rescisso.

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Il nuovo stadio di Inter e Milan si chiamerà “Generali Stadium”: i dettagli dell’accordo

Il nuovo stadio di Milano si chiamerà “GENERALI STADIUM” e sarà pronto per la stagione 2031/32. Accordo commerciale siglato dunque tra i due club e una delle principali compagnie assicurative in Italia, riconosciuta anche in Europa. Il progetto è stato svelato al Castello Sforzesco di Milano, alla presenza dei vertici dei due club e dei due progettisti, Lord Norman Foster e David Manica. La struttura sarà ovale e non più rettangolare come l’attuale San Siro, l’elemento visivo più impattante è l’esterno con le sue linee ondulate (verso il basso sui lati lunghi del campo per poi alzarsi in corrispondenza delle due curve, con il punto più alto che supera i 60 metri) e 80 “diamanti” in membrana a caratterizzarne la struttura (all’interno ci sono i led per personalizzare lo stadio a seconda della squadra che gioca in casa).

Il tetto presenterà 27mila metri quadri di fotovoltaico, con i pannelli solari che lo renderanno indipendente e autonomo dal punto di vista energetico. “Sigillato” a livello acustico, il suono potrà uscire solo dall’alto, e restando all’interno del catino garantirà un fortissimo effetto tifo. La capienza sarà di 71500 posti, con le tribune inclinate di 37 gradi che offriranno un impatto visivo simile a quello dell’attuale San Siro o il famoso muro giallo di Dortmund.

L’accordo prevede che il nuovo stadio prenda il nome di Generali Stadium fin dal primo momento, in quella che i due club definiscono come una delle partnership più rilevanti a livello globale. In particolare, i ricavi si aggireranno intorno ai 650 milioni di euro a lungo termine – spiega La Gazzetta dello Sport – nell’arco di circa 20 anni. Generali (che sarà anche Official Insurance Partner di entrambi i club) durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – dovrà lasciare il nome e la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

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Svelato il progetto del nuovo stadio di Inter e Milan: capienza, forma, la particolarità del podio e quando sarà inaugurato – Le prime foto

La forma è quella di un catino sopraelevato su un podio, con una doppia curvatura verso il basso in prossimità delle due tribune, che si alza nelle curve e raggiunge un’altezza massima di 60 metri. Nessun effetto wow a primo impatto, vista la sua struttura semplice. Ma nella sua semplicità, il Generali Stadium – nuovo stadio di Inter e Milan che sorgerà sempre nell’area di San Siro e che sarà composto da due anelli – trasporta comunque il pubblico in una dimensione diversa. Il primo impatto sarà senza dubbio differente nel giorno dell’inaugurazione, con l’atmosfera da stadio, una partita e tutta l’area intorno ricca di spazi ristoro e per lo shopping. E per i progettisti – in ottica futura – c’è anche la suggestione di ospitare grandi show, concerti, match di football americano e altri eventi sportivi.

La capienza? Confermate le indiscrezioni: sarà di 71.500 posti (di cui circa 11.500 corporate, più di 7mila in più dell’attuale) e sarà inaugurato nella stagione 2031/32 (la prima previsione è fine 2031), con l’obiettivo – scrivono Inter e Milan – “di avviare i lavori nel 2028“. Tutto ciò è stato rivelato oggi, nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco, dove è stato svelato il progetto e il rendering del nuovo stadio che ospiterà le partite di Milan e Inter e che avrà il difficile compito di sostituire San Siro, la “scala del calcio” che verrà abbattuta proprio dopo il completamento del nuovo impianto. Durante le partite sarà possibile accedere al podio che sostiene lo stadio soltanto con biglietto, mentre l’accesso sarà libero nei giorni senza eventi. Sul podio saranno presenti punti di ristoro e aree shopping. Sotto sarà costruito un parcheggio.

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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generali stadium (3)

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Fonte: FC Inter e AC Milan

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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Generali Stadium (screen da profilo X @Inter)

A coronare l’edificio è una copertura a doppia curvatura, “dalla silhouette inconfondibile”, scrivono Inter e Milan nella nota pubblicata dopo l’incontro al Castello Sforzesco. “Più di una dichiarazione architettonica, incornicia ed esalta le due iconiche curve, creando una potente identità visiva e integrando tecnologia fotovoltaica, ottimizzazione acustica e altre soluzioni di sostenibilità essenziali per uno stadio moderno”, si legge ancora nella nota. Sopra la copertura, appunto, impianti fotovoltaici che rendono l’impianto autosostenibile.

Le tribune avranno un’inclinazione del 37% (contro il 41% dello stadio attuale) per garantire un’atmosfera più immersiva e ridurre la percezione dei suoni all’esterno. La capienza sarà appunto di 71mila e 500 posti, circa 4mila in meno dell’attuale San Siro: una richiesta fatta dai due club – secondo quanto trapela – agli autori del progetto Foster + Partners e MANICA, guidati da Lord Norman Foster, tra i protagonisti più autorevoli dell’architettura contemporanea, e David Manica, riferimento internazionale nella progettazione di stadi all’avanguardia. Il nuovo impianto conterrà quindi – contando anche i circa 7mila corporate in più – circa 11mila spettatori in meno dell’attuale San Siro, parlando di biglietti “popolari”.

Il nome è stato svelato proprio nella parte centrale della presentazione e sarà ben visibile all’esterno, sulla facciata principale dell’impianto, ma durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

Il nuovo stadio prenderà dunque il posto di San Siro, destinato a essere abbattuto una volta completato il nuovo impianto. L’obiettivo di Inter e Milan è avviare i lavori nel 2028 e inaugurare la struttura nella stagione 2031/32. Per vedere il progetto trasformarsi in realtà serviranno ancora alcuni anni: per ora, il futuro della casa dei due club milanesi ha una forma, una capienza e un nome. Per le emozioni ci sarà tempo.

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Fabio Vaccarono lascia Multiversity: il passo indietro dopo l’indagine sulle università telematiche

Fabio Vaccarono lascia Multiversity. Il presidente esecutivo del gruppo universitario ha comunicato al Consiglio di amministrazione la decisione di fare un passo indietro per “dedicare il tempo e l’attenzione necessari a chiarire la propria posizione” nell’ambito della recente indagine sulle università telematiche, in un filone che vede coinvolti dirigenti delle società editoriali e direttori di giornali e siti, tra cui Seif e ilfattoquotidiano.it.

Nel comunicare il suo passo indietro, Vaccarono ha ribadito la sua totale estraneità alle ipotesi contestate. Il Cda di Multiversity ha preso atto delle sue dimissioni e ha confermato l’assetto di governance: Francesco Durante resta amministratore delegato, mentre Luciano Violante resta presidente onorario.

Multiversity – ribadendo la linea degli scorsi mesi – sottolinea che proprio le attività di compliance introdotte durante il mandato di Vaccarono hanno consentito di individuare le presunte irregolarità, poi denunciate alle autorità competenti. “È stato un privilegio guidare la trasformazione e la crescita di Multiversity”, il commento di Vaccarono.

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Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

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Sorrento, campagna per screditare il cronista del Fatto: quattro indagati per associazione a delinquere e diffamazione

La Procura di Torre Annunziata lo scrive senza mezzi termini: la campagna diffamatoria contro un collega del Fatto non era un passatempo, ma un’organizzazione volta a screditarlo e silenziarlo. Il pm Marta Agostini ha chiuso le indagini su quattro persone, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione e agli atti persecutori ai danni di Vincenzo Iurillo, giornalista di questo giornale e persona offesa, e di altri soggetti “operanti nella vita istituzionale, amministrativa, professionale e imprenditoriale della penisola sorrentina“. L’avviso è del 7 ottobre.

Il capo, secondo l’atto, è Michelangelo Scannapieco. Coordinava le campagne, sceglieva i bersagli e distribuiva il materiale agli altri: post, reel, fotomontaggi, striscioni. Accanto a lui c’è Gaetano Milone, che la Procura descrive come direttore o comunque responsabile dei contenuti del sito “Lo Strillo della Penisola” e del settimanale “Sireon7/Sireneo”. Scannapieco e Luigi Vizioli sono, secondo l’atto, referenti territoriali dell’associazione “Mani Pulite”, il cui fondatore e presidente è Andrea Cretella.

L’associazione avrebbe prestato il proprio nome per accreditare il gruppo come impegnato nella legalità. Secondo l’atto, Scannapieco azionava le campagne diffamatorie “in coincidenza con controlli amministrativi, inchieste giornalistiche, denunce o iniziative giudiziarie delle persone offese, in particolare nei confronti dei soggetti che si occupavano delle sue vicende processuali o dei suoi abusi edilizi o ne contrastavano le sue iniziative”.

La parte più concreta riguarda i giornali. Il sito de “Lo Strillo”, scrive la Procura, usciva ogni giorno con firme, rubriche e fotografie, senza essere mai registrato al tribunale competente: un giornale vero nell’aspetto e finto nella sostanza. Poi c’è il settimanale Sireon 7. Dopo la diffida a non procedere, notificata il 16 luglio 2025, e la revoca dell’incarico di direttore, comunicata il 21 luglio, la testata avrebbe cambiato nome in “Sireneo” e dal primo agosto sarebbe uscita come “in attesa di registrazione”, al prezzo di un euro.

Poi vengono i post, e il linguaggio è quello che l’atto riporta. Il 3 maggio 2025 Milone, sul sito, definisce il giornalista “calunnioso e vigliacco” e “millantatore”. Vizioli lo chiama “cialtrone”, “psicopatico”, “menzognero”, e lo accusa di aver venduto il lavoro “in cambio di una pizza”. Il 28 aprile 2025 Scannapieco pubblica un reel sulla struttura “Gocce di Capri”, con la scritta “Gocce di Capri abusive” e un messaggio al “caro direttore”, prospettando di segnalare Iurillo ai vertici del giornale.

Il 7 luglio 2025 scrive una PEC alla presidente e amministratrice delegata della Società editoriale Il Fatto (Seif), Cinzia Monteverdi, e al direttore Marco Travaglio, accusando Iurillo di “stillicidio mediatico”. Da giugno al 20 luglio 2026, secondo l’atto, Scannapieco ha pubblicato almeno quattordici post contro di lui: “fallito di successo”, “rifiuto speciale”, “speculatore seriale”, con l’accusa di vivere con i soldi della camorra. Parole degli indagati, non fatti.

Il contesto è quello del “Sistema Sorrento”. L’ex sindaco Massimo Coppola è stato arrestato nel maggio 2025. La commissione d’accesso, insediata nel marzo 2026, ha proposto lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche; il governo ha deciso per prescrizioni. Il 18 agosto 2025 il Fatto ha raccontato un rapporto della segretaria generale Candida Morgera: minacce web a lei e all’avvocato comunale Donatangelo Cancelmo, impegnati nei controlli anticorruzione e antibusivismo.

Il 30 giugno 2026 Iurillo firmava un articolo sui verbali del “Sistema Sorrento”: testimonianze rese ad aprile da Candida Morgera e Donatangelo Cancelmo, secondo cui l’ex sindaco e alcuni consiglieri avevano rapporti con un pregiudicato indicato con le iniziali “M.S.”, che l’articolo indicava come una delle concause della richiesta di scioglimento.. Sono dichiarazioni, non accertamenti.

Il bersaglio era anche la fonte. Secondo l’atto, dopo l’intervista di Iurillo a Sant’Agnello al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il 3 luglio 2026, il gruppo pubblicava il messaggio “Gratteri ‘o sape”: “Gratteri, Conte e Travaglio verranno informati di tutta la verità”. Secondo la Procura serviva a dire che il giornalista non era credibile.

Poi c’è la scena di Amalfi. Il 7 luglio 2025, durante un evento della rassegna letteraria organizzata da Iurillo, Cretella dichiara di avere ricevuto le denunce di Iurillo “nella buca delle lettere”, e gli rivolge l’espressione “ti devo togliere la casa“. Secondo l’atto, era rivolto a Iurillo.

Le accuse toccavano anche i soldi. Scannapieco sosteneva che Iurillo chiedesse gratis sale e servizi a ristoranti, pizzerie e locali, e una sala e 8.000 euro alla Fondazione Sorrento per la presentazione di un libro. Diceva che un appartenente alle forze dell’ordine gli avesse riferito che Iurillo aveva promesso di “fargliela pagare” per l’esposto sul Gocce. L’atto invece non attribuisce a Iurillo alcun illecito: le accuse contro di lui restano affermazioni degli indagati.

Il metodo, secondo la Procura, era la ripetizione: le stesse accuse tornavano da più profili e passavano da una testata all’altra. La campagna prospettava anche l’esistenza di dossier sulla persona offesa, e pubblicava articoli che la presentavano come “figlio di un camorrista”. Secondo l’atto stesso, Iurillo ha dovuto modificare le proprie abitudini di vita: ridurre la vita sociale e le occasioni conviviali, tenere riservati i luoghi frequentati e le relazioni personali, per il timore di ritorsioni.ha colpito anche il lavoro del cronista.

Il giornalista ha rassegnato le dimissioni dall’incarico di direttore artistico del Festival internazionale del giornalismo e del libro d’inchiesta, l’8 agosto 2026, e che la sede del festival non è più individuata a Massa Lubrense. Le prime tre edizioni, dal 2021 al 2023, si tennero sulla terrazza del Gocce di Capri, a Massa Lubrense, la struttura presa di mira dalla campagna. Dal 2024 in poi, la rassegna si trasferì nelle piazze pubbliche della costiera, fino al 2025 anche a Massa Lubrense. Nel 2026 gli eventi “itineranti” sono stati undici. Tra gli ospiti: Ranucci, Gratteri, De Magistris, Orsini, Di Battista e Francesca Albanese. Iurillo teme che la rassegna chiuderà, proprio per le minacce subite.

Il 3 e il 4 ottobre 2026, alla vigilia dell’udienza del 9 ottobre del processo in cui Vizioli è già imputato di stalking contro Iurillo, Scannapieco pubblicava nuovi post con “false e tendenziose allusioni” alla persona offesa. A fine settembre 2026 Scannapieco scriveva che il giornalista “sarebbe cresciuto” con i soldi della malavita, e lo invitava a tacere.

Un altro processo è già arrivato a sentenza. Il 16 luglio 2026 il giudice di Torre Annunziata ha condannato a due anni e otto mesi Salvatore Langellotto, imprenditore con precedenti per camorra, per atti persecutori ai danni dello stesso Iurillo.

Che cosa dicono gli indagati? Al momento non risulta una replica pubblica dei quattro. Questi hanno venti giorni dalla notifica per presentare memorie, chiedere atti o farsi interrogare. Poi il pubblico ministero deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.

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I deliri di Andrea Sempio nei video choc inediti mostrati in tv: “Lo stupro è una strategia di riproduzione accettata e voluta dalla natura”

La solitudine, le frasi motivazionali, ma soprattutto il suo rapporto con l’universo femminile e l’interesse per la letteratura sugli stupri. È vasto il materiale emerso dagli hard disk di Andrea Sempio e che è stato considerato di interesse investigativo dagli inquirenti. Nelle ultime ore alcuni di questi filmati sono finiti in tv, a partire da “Verità nascoste” e “Ore 11” di Milo Infante, su Rete 4 e, questa mattina, anche a “Storie italiane”, su Rai 1. Video che contengono frasi deliranti anche di apologia dello stupro.

“Sai amico mio, tu hai fatto tante cose in vita tua, alcune neanche le possiamo dire”, dice Sempio a se stesso in un video del 2015 in cui “appare visibilmente ubriaco”. In auto, nella propria camera o per strada: negli anni il 38enne si è spesso ripreso mentre parlava a se stesso in veri e propri soliloqui. In una clip trasmessa dalle trasmissioni di Infante, Andrea Sempio dice di essersi innamorato di un coltello, in altre invece parla in questi termini del sesso femminile: “C’era una ragazzina davanti a me, che ho avuto diverse occasioni di aprirla e non ho aperto, non ci ho fatto assolutamente niente perché sono un co*****e. Questa è una cosa che voglio che cambi e da domani vediamo di metterci sotto, con le missioni e tutto e vediamo come va. Sarà un po’ un casino trovare il tempo, le donne e tutto il resto però vediamo”. In macchina, commentando un tentato approccio con una donna: “Potevo fare meglio, potevo trattare meglio quella lì perché era gioiosa e un po’ mi dispiace. Forse avrei potuto essere più sessuale con quella ragazzina”. E in un altro ancora si incita così: “È vero che Garlasco non offre tantissime opportunità, tantissimi set, però domani apri, se no prendi la macchina e vai da qualche parte, ma una la apri, è chiaro? Domani un’apertura, almeno una”.

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Targhe personalizzate, le opposizioni all’attacco. Conte: “Il governo ha già scelto la sua: carovita, me ne frego”

“Il Paese chiede soluzioni” ai problemi reali e Meloni “parla di personalizzazione delle targhe di automobile“. Pioggia di critiche al governo dai partiti di opposizione dopo la novità rilanciata dalla presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di presentazione della Manovra. “Ci si potrà sbizzarrire”, commenta Giorgia Meloni affidandosi alla “creatività” degli italiani per provare a fare un po’ di cassa: 600 euro per le targhe personalizzate dall’auto e 360 euro per quella delle moto.

Dal campo progressista il giudizio è unanime. “Il governo arriva all’ultimo Cdm senza decreto bollette e propone agli italiani la targa personalizzata a pagamento”, commenta sui social Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle punta il dito contro l’Esecutivo: “Non hanno capito dove siamo fra guerre e le loro disastrose firme sul Riarmo e sui patti di austerità europei: salari reali a -10% in cinque anni, tre anni di crollo industriale, boom di cassa integrazione, carburante sopra i 2 euro da mesi e mesi, record di pressione fiscale”. Per Conte “la manovretta elettorale è una lotteria di micromisure per microplatee. Se sei fortunato, dopo lo slalom tra i vari requisiti, raccogli qualche briciola“. “Per le armi 4,5 miliardi in più nel 2027, per la sanità 2,5: la metà di quanto chiesto dallo stesso Ministro e dalle Regioni”, ricorda il leader M5s. “Permettono agli italiani di personalizzare la targa, la loro l’hanno già scelta: “Carovita, me ne frego“, conclude Conte pubblicando anche una foto creata con l’intelligenza artificiale.

“Sembra uno scherzo, ma è tutto vero”, rilancia Debora Serracchiani, deputata dem e componente della segreteria nazionale del Pd. “Ecco quanto sono lontane le priorità del Governo dai problemi reali degli italiani. Da una parte, il Paese reale: cittadini e cittadine, famiglie, imprese, che chiedono risposte all’inflazione, al caro energia, al caro carburanti, agli stipendi fermi. Dall’altra, una presidente del Consiglio che invece di dare risposte parla di personalizzazione delle targhe di automobile. Ogni giorno che passa diventa più evidente una cosa: la propaganda non può mascherare all’infinito la loro totale incapacità“, conclude Serracchiani.

Per Nicola Fratoianni “la manovra del governo Meloni è l’ennesima e imbarazzante manovra a sbafo, che lascia i debiti a chi verrà dopo”. L’esponente di Alleanza Verdi-Sinistra sottolinea che “in questo modo Meloni guadagna tempo indebitando il Paese e rinvia il momento in cui i nodi verranno al pettine. Insomma, se ne lavano le mani e fanno lo scaricabarile su chi verrà dopo di loro. In compenso però, gli italiani potranno tirare fuori 600 euro di tasca propria per ‘sbizzarrirsi’ con le targhe personalizzate. Almeno quei pochi che non devono usare quei soldi per mettere il pranzo in tavola, curarsi o pagare affitto e bollette…”, aggiunge. “Lo dico senza mezzi termini così magari questa volta lo capiscono a Palazzo Chigi: il vostro governo ha fallito. Non siete in grado di dare risposte al Paese. E questa manovra lo dimostra. Fatevi da parte e permetteteci di restituire speranza e futuro all’Italia”, conclude Fratoianni.

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“Signora lo dice a sua sorella”. Lite furiosa tra Matone e Bruti Liberati su La7, tra urla, risate e minacce di abbandonare lo studio

Scontro al fulmicotone a L’aria che tira (La7) tra Simonetta Matone, deputata di Forza Italia, ex leghista ed ex magistrata, ed Edmondo Bruti Liberati, già procuratore capo di Milano ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Tra urla, battibecchi, accuse reciproche e involontari siparietti comici, la discussione degenera fino all’ultimatum della parlamentare al conduttore David Parenzo: “O gli togliete l’audio o vado via. Deve stare zitto!”.
Il motivo del contendere è la scarcerazione di Youssef Siher, decisa dalla gip di Milano Tiziana Landoni. Bruti Liberati, in collegamento, contesta duramente l’attacco di Giorgia Meloni: “Le parole del presidente del Consiglio, con questo insulto a un giudice, sono incommentabili”. E aggiunge che il riferimento al terrorismo contenuto nel provvedimento della Procura di Milano era talmente infondato che la gip lo ha liquidato in pochissime pagine.
Matone comincia a borbottare e a interromperlo. L’ex procuratore la richiama: “No, signora, stia attenta alle parole”.

Apriti cielo: la parola “signora” scatena la prima crisi diplomatica della trasmissione.
“Lei mi deve chiamare onorevole o dottoressa – protesta Matone – perché sono una sua collega. Non signora, perché se ero maschio lei non mi chiamava signore, ma dottore onorevole”.
Bruti Liberati, per nulla impressionato dal protocollo parlamentare, replica: “No, io chiamo tutti signore o signori”.
Ma Matone insiste: “Non credo proprio, la conosco. Signora lo dice a sua sorella e non a me“.

L’ex procuratore tenta allora di tornare al tema della discussione e illustra le motivazioni con cui la giudice Landoni ha escluso la sussistenza dei presupposti per la misura cautelare richiesta nei confronti di Siher: “Il giudice non ha convalidato il fermo perché l’istigazione a delinquere non c’è stata. La gip ha applicato scrupolosamente i principi della Cassazione e della Corte costituzionale. Non c’è stata istigazione a delinquere neanche nella diffusione di quella parte del manuale egiziano, perché la parte che incitava alla violenza non è stata riportata”.

Matone riprende la parola e muove a Bruti Liberati un’accusa singolare: “Il dottor signor Bruti Liberati, in primis, non si dissocia dagli accadimenti del 17 dicembre“.
A intervenire è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista: “Dissociarsi dal 17 dicembre è un po’ difficile”.
La deputata si corregge, ma Bruti Liberati sbotta: “Ma da cosa mi devo dissociare? Ma stiamo scherzando, onorevole? Ho fatto il procuratore capo di Milano per una vita!”.
“Lo ha fatto male, evidentemente!”, ribatte Matone.
“Ho mandato a giudizio terroristi dell’Isis – rilancia il magistrato – E sono stati condannati! Ma di cosa parliamo?”.

La deputata cambia bersaglio e gli rimprovera di avere definito “volgare” il capo di imputazione formulato dalla Procura di Milano, ricordandogli che l’ufficio giudiziario “non è esattamente il pizzicagnolo sotto casa”.
Bruti Liberati cerca di replicare: “No, no, signora! Ascolti!”. Ma è un’altra “signora” di troppo.
“Lei deve stare zitto! Io vado via! – esplode Matone – Perché la prepotenza di certa magistratura la sta dimostrando lui, che non sta zitto!”.
L’ex procuratore scoppia a ridere, Matone torna ancora una volta sulla mancata dissociazione dagli “accadimenti del 17 ottobre”.
“Mi dissocio anche dall’assassinio di Umberto I, se vuole“, ribatte ridendo Bruti Liberati.
Matone si rivolge direttamente a Parenzo e detta le condizioni per proseguire la trasmissione: “Ma lo vede? O gli togliete l’audio o vado via! Deve stare zitto!“.

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Sciopero 30 ottobre, dopo la precettazione dei trasporti Trenitalia e Trenord annunciano che la circolazione sarà regolare

Doveva essere un venerdì nero per i trasporti, ma la situazione sembra rientrata. Per quanto riguarda le mobilitazioni di domani 30 ottobre, è stata disposta la precettazione nel settore dei trasporti che ha portato al differimento dell’astensione dal lavoro nel settore. Trenitalia e Trenord confermano la regolare programmazione dell’attività ferroviaria dalle dalle ore 21 di giovedì 29, alle ore 21 di venerdì 30 ottobre, orari di inizio e fine dello sciopero indetto da Usb. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Anche se il sindacato ha annunciato l’intenzione di disobbedire alla precettazione, per cui non possono essere escluse adesioni individuali.

Il gruppo Fs ha annunciato regolare circolazione ferroviaria il 29 e 30 ottobre. A seguito dell’ordinanza del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (n. 204 T del 27 ottobre 2026), il Gruppo Fs conferma quindi la regolare programmazione dei collegamenti ferroviari dalle ore 21 di giovedì 29 ottobre alle ore 21 di venerdì 30 ottobre. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Comunque i viaggiatori sono invitati a consultare l’app Trenitalia, la sezione Infomobilità di trenitalia.com e i canali di informazione e assistenza nelle stazioni per eventuali aggiornamenti sulla circolazione.

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Verso lo sciopero del 30 ottobre, le voci: “Siamo stanchi di scappare dall’Italia perché non ci danno risposte”. “Quando neanche con doppi turni e straordinari arrivi a fine mese non puoi stare a guardare”

“Non arriviamo più alla fine del mese“. È da qui che parte la mobilitazione del 30 ottobre, quando le piazze di diverse città italiane saranno animate dallo sciopero generale promosso dall’Usb. A scendere in strada saranno persone con storie ed età diverse, unite dalla difficoltà ad affrontare il costo della vita, dalla precarietà del lavoro e dalla sensazione di non avere davanti prospettive migliori. C’è chi ha già manifestato nei weekend scorsi e tornerà a farlo, chi non era mai sceso in piazza e chi, dopo una vita in fabbrica, si è ritrovato senza lavoro.

Marco, 24 anni, di Bologna, è tra quelli che torneranno a manifestare dopo aver partecipato alle mobilitazioni dei fine settimana scorsi. La sua è la rabbia di una generazione che studia, affronta tirocini pagati poche centinaia di euro e poi fatica a trovare un impiego stabile. “Siamo stanchi di studiare e arrivare a fare stage con un rimborso di 500 euro e, finiti questi, non essere assunti. Poi ci dicono che non vogliamo lavorare”. A pesare sono anche i sacrifici delle famiglie, che spesso non bastano a garantire ai figli una vita autonoma. “Sono stanco di vedere i miei genitori privarsi di ogni cosa per mantenerci e farci studiare, per poi scoprire che neanche grazie a quei sacrifici riusciamo ad avere una vita sostenibile”. Per questo domani sarà di nuovo in piazza: “Siamo stanchi di dover scappare dal nostro Paese, perché ha deciso di non darci nessuna risposta. Noi vogliamo un presente e un futuro, mentre qua ci dicono solo di non protestare”.

Anche Karim, 22 anni, di Milano, ha partecipato alle piazze dei weekend scorsi e domani tornerà a manifestare. Racconta che la presenza delle forze dell’ordine era tale da far sembrare che i manifestanti volessero conquistare le strade. “Sembrava che dovessimo conquistare la città, sembrava di essere in qualche Paese sotto dittatura. Invece abbiamo protestato in modo spontaneo, con un corteo di gente che chiedeva il minimo: una vita migliore“. Ma il punto, per lui, è che il racconto delle proteste finisce spesso per mettere in secondo piano le ragioni di chi scende in strada. “Non ne possiamo più che ogni cosa venga usata per distrarre dai problemi reali: dalle vetrine rotte ai maranza, tutto è buono per parlare. Per settimane si è parlato soltanto delle violenze, mentre il Paese si fermava, il costo di tutto aumentava e intere categorie si mobilitavano. Il governo pensava a reprimere la protesta, spendendo soldi per militarizzare le strade, e continua a lanciare allarmi sulle piazze del 30 ottobre”. Eppure, insiste, ci sarebbe altro di cui discutere: “Perché non si parla delle famiglie che sono il motore di questo Paese, che muovono la logistica, raccolgono frutta e verdura, guidano gli autobus? E nonostante questo non ci interessa che non arrivano a fine mese, che decidono se devono curarsi o mangiare. Continuare a manifestare è obbligatorio davanti a questa situazione”.

Per Francesca, 27 anni, commessa in un negozio a Roma, la manifestazione di domani sarà invece la prima. “Prima di oggi non avevo mai manifestato, né credevo che l’avrei fatto. Ma quando neanche con i doppi turni e gli straordinari riesci ad arrivare a fine mese, capisci che non puoi stare a guardare e che bisogna fare qualcosa”. Francesca non sa se protestare basterà a cambiare le cose, ma vuole che almeno si torni a parlare di come si vive nel Paese. “Se scendere in piazza potrà alzare l’attenzione su come ormai si vive in questo Paese, vorrà dire che sarò felice di essermi sbagliata, che manifestare non funziona”. C’è anche un’altra ragione per esserci: “Sarò nella piazza pure per non sentire che sono l’unica con l’acqua alla gola e che un’uscita comune può esserci”.

A Torino ci sarà Alessia, 26 anni, che ha studiato, preso master e un dottorato, ma oggi deve fare due lavori. “In questo Paese puoi avere tutti i titoli che vuoi, ma un futuro non c’è”. A pesare, dice, sono anche le misure economiche annunciate dal governo. “Sentiamo una presidente che dice che aiuterà i giovani, ma 2.500 euro, se vorrà il proprio capo, in un anno come ci dovrebbero aiutare? Manca proprio la realtà. Scendere in piazza è il nostro chiedere un disperato aiuto verso una politica che non ci considera”.

A Brescia manifesterà anche Michele, 55 anni, che ha lavorato per tutta la vita in fabbrica. Due mesi fa l’azienda per cui lavorava ha annunciato la chiusura. “Ci dicevano che ormai la gente non spendeva e quindi non aveva senso produrre”. Da un giorno all’altro si è ritrovato senza stipendio, con la cassa integrazione e una famiglia da mantenere. “Già prima facevamo difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Ma ora tra benzina, costo del cibo e dell’elettricità non so come arrivare a fine mese”. Michele contesta le scelte di un governo che, a suo giudizio, continua a premiare i più ricchi. “Ma come possiamo farcela? Come fanno a dirci che non dobbiamo scendere in piazza e protestare?”. La sua preoccupazione va oltre la situazione personale: “Questa non può essere la nostra vita né può essere quello che stiamo lasciando ai figli. Non ci meritiamo questo”.

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Milano e le manifestazioni del 30 ottobre, allerta massima: diverse piazze di studenti e centri sociali. Impegnati centinaia di agenti

L’obiettivo è quello già visto: mettere in atto più concentramenti e più piazze di partenza per poi riunire i vari cortei. Venerdì è sciopero generale e se in altre città c’è più tranquillità rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, a Milano l’allerta è massima. Se non altro per i fatti avvenuti nei giorni scorsi. A partire dai saccheggi e dalle devastazioni del 17 e 18 ottobre. Uno scenario che non è escluso possa ripetersi, anche se gli analisti tendono a escludere presenza di casseur del tipo di quelli visti in piazza Duomo. Resta invece forte il rischio di scontri con le forze dell’ordine vista la possibile presenza di gruppi sciolti di marca anarcoide. Uno degli obiettivi non detti potrebbe essere quello di occupare le tangenziali come già avvenuto in passato e durante la manifestazione dei 100mila contro il genocidio in Palestina. Al momento sono due i concentramenti resi ufficiali. Uno di questi sarà in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico, meta raggiunta lo scorso 24 ottobre dal corteo spontaneo che ha contato oltre diecimila persone. Qui per le 9,30 sono attesi una parte dei centri sociali e dell’area antagonista, in parte rappresentata dal centro sociale Lambretta. In piazzale Loreto è previsto poco prima un pre concentramento di alcuni collettivi studenteschi (altri partiranno da Piazza Leonardo da Vinci) che si sposteranno poi in piazza Duca D’Aosta per il concentramento principale e si riuniranno con i lavoratori assieme all’unità sindacale di base (Usb).

Per come è stato comunicato il corteo che parte dietro l’Usb in Stazione Centrale dovrebbe proseguire su via Vitruvio svoltare a destra su Corso Buenos Aires, arrivare in piazzale Loreto e proseguire lungo via Padova verso il parco Martiri della libertà iracheni nella zona della Martesana. Di contro da piazza Leonardo da Vinci si rimonterà viale Gran Sasso, viale Abruzzi per ricongiungersi poi in piazzale Loreto con il primo corteo. Naturalmente la logistica prevede un cerchio rosso, quando il primo corteo imboccherà Corso Buenos Aires, unico strada verso il centro, comunque vietato, arrivando poi in piazzale Loreto. Qui potrebbe crearsi forti criticità. Non vengono poi nemmeno sottovalutati i proclami online che per tutta la giornata si sono rincorsi per portare i manifestanti, attesi in oltre diecimila, a occupare le tangenziali.

In campo, dopo la riunione con il questore Bruno Megale, l’ordinanza siglata prevede un dispiegamento massiccio di centinaia di agenti, affiancati, ma senza compiti di ordine pubblico, dai cinquecento militari della Folgore.

Se è molto improbabile assistere alle scene del 17 e 18 ottobre, di certo lo sciopero generale contro il carovita e in generale contro il governo Meloni, è molto sentito soprattutto dagli studenti e dai relativi collettivi. Un appuntamento fondamentale, come era già stato definito durante un’assemblea pubblica del 20 ottobre alla quale hanno partecipato buona parte dei collettivi di Milano e dell’hinterland. Resta, come sempre, un grosso punto di domanda la miccia anarchica e quella antagonista. Di certo sui profili Telegram di area anarchica, la mobilitazione per il 30 ottobre è rilanciata da giorni, ad esempio sul profilo Tutto Squat Milano che già aveva anticipato il corteo anarchico per il 24 ottobre, poi annullato. Una saldatura tra mondo anarchico e realtà antagonista può essere rappresentato dal Centro occupato e autogestito T28 in via dei Transiti, il quale, sui suoi profili social non sembra avere mezze misure, tanto da annunciare la scelta di piazza per il 30 ottobre con questa frase: “Senza tregua, senza contrattare, blocchiamo tutto insieme”.

La foto d’archivio

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Un elicottero militare è precipitato in Bosnia, morti quattro italiani: due dell’Esercito e due operatori della Croce Rossa. 11 feriti

Un elicottero militare italiano è precipitato nel pomeriggio di oggi, per cause ancora in corso di accertamento, in Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un CH-47 Chinook, impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea. Il bilancio è di quattro morti e undici feriti, tutti italiani. A confermarlo, in serata, è stato il ministro ministro della Difesa, Guido Crosetto. Le vittime sono due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana.

Le vittime sono tre uomini e una donna: “Abbiamo atteso che la drammatica notizia della morte dei loro cari fosse portata alle famiglie e volevamo evitare che altre centinaia di famiglie vivessero ore di angoscia in attesa di conoscere i nomi delle persone coinvolte”, ha detto Crosetto rendendo note le identità delle vittime. Sono: il sergente Simone Ruggia, il sergente Claudio Marchesi (entrambi del comando aviazione dell’Esercito), il tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e la sergente della Croce Rossa Laura Procacci.

“Gli undici feriti stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile”, ha sottolineato il ministro esprimendo il cordoglio suo e di tutta la Difesa “alle famiglie dei nostri caduti”: “Non esistono parole capaci di colmare una perdita così grande”, ha aggiunto. L’incidente è avvenuto nella zona di Brčko, al confine con la Serbia, durante un’operazione di routine, ha fatto sapere Eufor.

I militari morti nell’incidente erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo, al primo reggimento ‘Antares’. Secondo quanto si apprende, l’elicottero sarebbe partito ieri mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, avrebbe raggiunto la Bosnia. “Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente, che sarebbe avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brcko”, ha dichiarato in diretta al Tg4 l’ambasciatrice d’Italia in Bosnia-Erzegovina, Sarah Castellani. “A bordo c’erano in totale 15 persone italiane“, ha spiegato. Le cause della tragedia, informa la Difesa, sono attualmente in corso di accertamento. Sono già state avviate le attività di indagine necessarie a ricostruire la dinamica dell’incidente e a chiarire le circostanze dell’accaduto.

“Ho appreso con profonda commozione la notizia del decesso dei militari occorso nel tragico incidente elicotteristico in teatro operativo bosniaco nell’ambito dell’operazione ‘Althea’. In questa triste circostanza, voglia rendersi interprete presso l’Esercito Italiano e il Corpo Militare della Croce Rossa dei miei sentimenti di cordoglio e di commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento, chiedendo loro di esprimere ai familiari delle vittime la mia vicinanza e solidarietà”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio al capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano. Anche dal governo e dai partiti di opposizione arrivano i messaggi di cordoglio. “La notizia del tragico incidente che ha coinvolto un elicottero italiano di Eufor in Bosnia-Erzegovina è motivo di profondo dolore“, scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Il mio pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia. A loro va la mia più sincera vicinanza e quella del governo italiano”. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, esprime la sua vicinanza “alle nostre forze armate per la tragedia”: “Un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani”, scrive il vicepremier sottolineando che l’Ambasciatore d’Italia a Sarajevo “si sta già recando a Brčko, luogo dell’incidente” e che il Ministero degli Esteri “fornirà tutto il supporto necessario. Una preghiera per i nostri caduti e i nostri feriti nell’adempimento del dovere”, conclude.

A rendere noto l’incidente era stata la stessa Forza militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina: ha parlato di un velivolo della missione precipitato nella zona di Brčko, al confine con la Serbia. In serata l’Eufor conferma in un comunicato che l’elicottero è precipitato durante un’esercitazione di routine. La missione europea aggiunge che non si sono registrati danni a infrastrutture, proprietà o veicoli civili e nessun civile è rimasto ferito nell’incidente. I servizi di emergenza della Bosnia-Erzegovina e il team di collegamento e osservazione dell’Eufor sono giunti sul posto, hanno recuperato il personale coinvolto e lo hanno immediatamente trasportato presso le strutture mediche di Brcko. L’Eufor, aggiunge la nota, sta conducendo un’indagine approfondita e completa per accertare le cause di questo tragico incidente, e pubblicherà le informazioni pertinenti non appena disponibili e verificate. La missione europea si dice inoltre “profondamente addolorata per questa tragica perdita di vite umane ed esprime le sue più sentite condoglianze agli amici e ai familiari di coloro che hanno perso la vita al servizio della pace”.

Eufor ha invitato i cittadini a non diffondere informazioni non verificate e disinformazione e a informarsi sull’incidente esclusivamente attraverso i canali ufficiali. La missione europea è presente in Bosnia-Erzegovina dal 2004, quando subentrò alla forza di peacekeeping della Nato dispiegata dopo la guerra del 1992-1995. Attualmente conta diverse centinaia di militari provenienti da 24 Paesi europei.

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Approvato nel silenzio l’atto che spacca l’Italia: così Sud e aree fragili perdono miliardi

Nel totale silenzio mediatico è stato approvato in Commissione Federalismo un provvedimento destinato a sottrarre diversi miliardi al Mezzogiorno e alle aree fragili nei prossimi anni. L’aspetto più grave è che i meridionali non lo sanno e pochi addetti ai lavori lo hanno capito per un semplice motivo: il testo su cui sono stati chiamati a votare i parlamentari è abbastanza tecnico, infarcito di formule statistiche, tecnicismi economici e il solito meccanismo di “scrivere difficile per far capire poco”. Eppure l’Atto Governo 449 rischia di spaccare definitivamente l’Italia e mettere in seria difficoltà i comuni più fragili, un dettaglio non di poco conto che l’ANCI ha sottovalutato, emettendo un parere favorevole al testo “ringraziando per i miglioramenti metodologici apportati”.

Il documento – che assume la spesa storica corrente del 2023 come variabile di riferimento per stimare i fabbisogni dei territori – parte da un assunto già di per sé critico: chi in passato ha speso poco, spesso non per disinteresse, ma per la strutturale mancanza di risorse, si vede oggi riconoscere un fabbisogno inferiore di risorse. E come vengono determinati i fabbisogni delle varie funzioni dei territori? Adottando variabile e metriche che penalizzano in modo drammatico il Sud.

Per la “Funzione Territorio”, ad esempio, il provvedimento quantifica il fabbisogno di risorse a cui avranno diritto i comuni sulla base dell’intensità del servizio effettivamente erogato in passato, prendendo in considerazione parametri come i chilometri di strade asfaltate negli ultimi tre anni o l’estensione delle piste ciclabili. Così, i territori che non hanno disposto dei fondi necessari per la manutenzione ordinaria negli anni precedenti, riceveranno un riconoscimento economico ridotto, alimentando un circolo vizioso.

A questo si aggiunge l’introduzione di variabili premiali legate alla percentuale di territorio oltre i 1.500 metri d’altitudine o alla presenza di gallerie superiori ai 500 metri. Un’impostazione che avvantaggia l’arco alpino e le grandi arterie del Nord, tagliando fuori le complesse aree collinari, costiere e appenniniche del Sud, drammaticamente esposte al dissesto idrogeologico ma prive dei requisiti altimetrici o infrastrutturali previsti dal modello.

La medesima distorsione caratterizza la “Funzione Ambiente”, la cui determinazione del fabbisogno poggia su un indicatore sintetico dei rifiuti (elaborato su dati ISPRA) che pesa il numero di impianti provinciali già esistenti, quali discariche o impianti di compostaggio e digestione anaerobica. Un modello che anziché dotare le province del Sud delle risorse necessarie per superare lo storico gap infrastrutturale nella gestione dei rifiuti, finisce per penalizzarle proprio per la carenza di impianti sul territorio.

E, ancora, per la “Funzione Istruzione”, le determinanti del fabbisogno per l’edilizia scolastica includono la percentuale di superficie degli edifici situati in zone climatiche fredde, tralasciando completamente le classi esposte al caldo estivo, una scelta che favorisce nettamente le regioni settentrionali e montane, ignorando la calura estiva che affligge d’estate i territori meridionali.

E per la “Funzione Trasporti e Polizia Provinciale”? La variabile principale per calcolare i fabbisogni dei territori, da ora in poi, sarà quella del numero di veicoli circolanti, il che penalizza ancora una volta il Meridione: commisurare i trasferimenti alla densità di veicoli immatricolati significa premiare i territori a più alto reddito e a maggiore concentrazione industriale, riducendo le risorse laddove la mobilità è compressa da contesti socio-economici fragili.

Per la cronaca, il Pd si è astenuto sul provvedimento mentre il M5S ha votato contro, registrandosi un durissimo intervento della Senatrice Vincenza Aloisio che, riferendosi al testo lo ha definito “un documento che sotto mentite spoglie penalizza il Sud”. L’Atto Governo 449 rischia, così, di abbandonare la sua natura perequativa per trasformarsi in una barriera invisibile ma insormontabile, destinata a formalizzare e rendere definitiva la divisione dell’Italia in due velocità.

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Il Fatto non si vende: avere denaro non dà diritto a comprare qualsiasi cosa

di Roberto Celante

Leonardo Maria Del Vecchio dovrebbe avere già capito dal comunicato ufficiale di Seif che la propria idea di acquisire la maggioranza delle azioni del Fatto Quotidiano non è destinata a concretizzarsi. Leggere queste mie righe, ancorché esprimano il punto di vista di un semplice lettore, potrebbe giovare a Del Vecchio per rassegnarsi più rapidamente, così come potrebbe far desistere subito eventuali altri aspiranti editori.

In primo luogo, e in linea generale, deve essere chiaro che nemmeno la più ampia disponibilità di denaro dà il diritto di comprare qualsiasi cosa solo perché, per interesse, per capriccio, o per noia, la si desideri. Perché, dietro la proprietà, ci sono le persone e le loro vite, quindi possono esserci, o esserci state, le loro ansie e le loro speranze, le loro battaglie e i loro traguardi, le loro sconfitte e le loro rivincite. Il che non significa necessariamente essere materialisti, ma riconoscere che vi può essere una qualche forma di legame tra proprietà e sfera emotiva, che va rispettato.

Nel caso specifico della titolarità delle azioni dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, vi è un legame ancora più forte, perché esse costituiscono la garanzia dell’indipendenza dei giornalisti, soci e non soci. Il vero proprietario del Fatto Quotidiano è, infatti, la deontologia professionale dei giornalisti, perché solo a questa essi devono rispondere.

La presenza di un editore, cioè di un socio di maggioranza assoluta, o relativa, può avere un’influenza sulla linea editoriale del giornale, a maggior ragione se l’editore ha forti interessi da tutelare in altri settori economici. L’organo di stampa, infatti, potrebbe voler essere utilizzato come uno strumento pubblicitario, oppure come un’arma contro la concorrenza, oppure come la parte agguerrita di un processo mediatico parallelo ad eventuali inchieste della magistratura che coinvolgano l’editore, orientando l’opinione pubblica a credere a una fantomatica persecuzione giudiziaria.

Non è scontato che la mera presenza di un editore porti automaticamente all’avverarsi di uno, o più, degli scenari prospettati; però, espone certamente i giornalisti a quei rischi, concreti o putativi, tali da attentare alla loro indipendenza. Il tema è cruciale, perché il giornalismo, in una democrazia sana, dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non un servo del padrone.

Inoltre, la Costituzione tutela la democrazia, non soltanto avendo delineato l’architettura istituzionale dello Stato, ma anche riconoscendo il diritto allo studio per tutti (art. 34) e la libertà di stampa (art. 21), perché sono gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per valutare l’operato dei politici e delle lobby. La posizione attuale dell’Italia nel ranking mondiale della libertà di stampa è a un preoccupante 56° posto su 180 Paesi e, senza il Fatto Quotidiano, sarebbe certamente a un livello ancora più basso.

Ecco, quindi, tutti i motivi che, a mio parere, portano i soci fondatori a respingere irremovibilmente la proposta di acquisizione del Fatto Quotidiano da parte di Leonardo Del Vecchio. Perché nel 2009 hanno affrontato il rischio d’impresa, senza il paracadute del finanziamento pubblico e stanno continuando a farlo, senza soluzione di continuità; perché solo l’assenza di un editore permette al Fatto Quotidiano di continuare a restare una voce autorevole e indipendente nel panorama mediatico italiano; perché essere indotti a lavorare in modo diverso significherebbe perdere non soltanto la propria indipendenza, ma anche la propria identità e dignità; perché, infine, il Fatto Quotidiano perderebbe tutti i lettori, senza attirarne di nuovi, dato che i suoi giornalisti, soci e non soci, dovrebbero improvvisarsi a fare un mestiere diverso, che non riuscirebbero mai a imparare.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Cosimo Ferri torna al Csm: l’inaffondabile ex politico simbolo dello scandalo Palamara eletto tra i nuovi consiglieri togati

“La magistratura ha eletto un soggetto che ha contribuito a radere al suolo la credibilità della magistratura. Bella figura. Auguri a tutti per i prossimi anni”. Lo sfogo di un giudice fiorentino in uno dei maggiori gruppi WhatsApp delle toghe riassume il paradosso dell’eterno Cosimo Ferri, che rientra a suon di voti al Consiglio superiore della magistratura, dove vent’anni fa iniziò la sua lunga carriera nei palazzi del potere. L’inaffondabile politico con la toga, soprannominato “il geco” dai berlusconiani, è uno dei venti nuovi consiglieri togati eletti dai magistrati nel voto di domenica e lunedì: ex deputato renziano e sottosegretario alla Giustizia in tre governi, a lungo leader della corrente “di destra” di Magistratura indipendente, Ferri è stato il dominus insieme a Luca Palamara del mercato delle nomine giudiziarie emerso con lo scandalo dell’hotel Champagne. A differenza di Palamara, però, è uscito indenne da quella vicenda grazie allo status di parlamentare: la Camera ha negato al Csm l’uso delle intercettazioni, salvandolo da una probabile radiazione. Così, tornato giudice in Corte d’Appello a Roma, l’ex politico ha voluto testare la sua popolarità tra i colleghi candidandosi per il Consiglio in autonomia, senza l’appoggio della sua ex corrente (che anzi lo ha osteggiato). E ha vinto la scommessa: un esito paradossale per un simbolo di quel “sistema Palamara” che i magistrati, durante la campagna per il No al referendum sulla riforma Nordio, giuravano di essersi messi alle spalle.

Ferri ha portato a casa il seggio grazie al contributo fondamentale dei suoi “gregari“: quattro giudici candidati in collegi diversi dal suo, ma che hanno contribuito alla sua elezione tramite il meccanismo di “apparentamento” previsto dalla legge elettorale. Una strategia attentamente studiata per approfittare del complicato sistema voluto dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, che prevede una quota proporzionale di cinque seggi accanto ai 15 assegnati con metodo maggioritario. L’ex sottosegretario ha totalizzato 258 voti nel collegio 2 dei giudici di merito (Liguria, Toscana, Umbria e Lazio), a cui si aggiungono quelli dei candidati a lui collegati, sconosciuti portatori d’acqua che però, grazie all’importante sponsor, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto. Elisabetta Scolozzi, giudice del Tribunale di Belluno, ha raccolto 104 voti nel collegio 1 (Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia); nel collegio 3 (Emilia-Romagna, Marche, Sardegna, Abruzzo e Campania) ne ha avuti Annarita Donofrio, giudice della Corte d’Appello di Bologna, e altri 7 Giacomo Gasparini della Corte d’Appello di Ancona; nel collegio 4 Vincenzo Depalma, giudice della Corte d’Appello di Bari (di cui Ferri è stato testimone di nozze), è arrivato a quota 64. In totale fanno 562 voti, sufficienti a garantire al più votato di loro, cioè ovviamente il “geco”, uno dei cinque seggi “di recupero” assegnati col proporzionale.

Per il resto, il voto dei magistrati consegna un trionfo alla sinistra giudiziaria, che porta a casa 11 seggi su venti. Il gruppo più numeroso nel nuovo Csm sarà il “correntone” progressista di Area, con sette eletti: la giudice di Cassazione Egle Pilla, i pm Eugenio Albamonte (Direzione nazionale antmafia) e Gianluca De Leo (Palermo), i giudici Chiara Gallo (Roma), Roberto Arata (Torino) e Cristina Ornano (Cagliari). Porta a casa quattro consiglieri, invece, la lista-novità di queste elezioni, nata dall”unione tra “Autogoverno diffuso“, rete di candidati che fa capo al consigliere uscente Roberto Fontana, e Magistratura democratica (Md), storica corrente “di sinistra”. In quota “Autogoverno diffuso” passano il sostituto pg di Cassazione Giovanni Nardecchia (a sorpresa il più votato della Suprema Corte) la pm di Milano Roberta Amadeo e il giudice di Verona Pier Paolo Lanni; per Md c’è il giudice di Roma Glauco Zaccardi. Il consigliere uscente Fontana (pm di Milano storicamente vicino a Md ma eletto come indipendente) esprime “soddisfazione” per un risultato che, dice, “crea le condizioni per dare continuità alla mia esperienza, improntata al rigetto delle logiche di schieramento precostituito, ponendo sempre al centro i contenuti”.

Da parte loro, i “centristi” di Unità per la Costituzione confermano i quattro eletti dell’ultimo Consiglio: passano il pm napoletano Giuliano Caputo e i giudici Daniela Monaco Crea (Catania), Pietro Indinnimeo (Salerno) e Valeria Ciampelli (Roma). I grandi sconfitti, invece, sono i conservatori di Magistratura indipendente che passano da sette seggi a quattro, azzoppati dalla corsa dei “ferriani” e dal fuoco amico dell’ex segretario Claudio Galoppi. Per la ex corrente di Ferri i nuovi consiglieri sono il pm Stefano Buccini (Venezia) e i giudici Ernesta Occhiuto (Milano), Maria Ilaria Romano (Benevento) e Maria Tiziana Balduini (Roma, già consigliera togata tra il 2021 e il 2023).

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Hydra, il pentito Francesco Bellusci svela i rapporti con Davide Lacerenza e la champagneria dei Senese a Roma

C’è anche il nome di Davide Lacerenza nella grande storia del nuovo sistema mafioso lombardo. L’ex titolare della Gintoneria ed ex compagno di Stefania Nobile, figlia di Vanna Marchi, è stato citato dal collaboratore di giustizia Francesco Bellusci, affiliato alla ‘ndrangheta di Legnano, oggi durante l’udienza pubblica del processo Hydra. E così il racconto da criminale-affaristico si fa più mondano, mettendo sul tavolo la gestione occulta del clan di Michele Senese di una nota champagneria di Roma. Quello di Lacerenza è un nome noto delle serate milanesi e non solo. Coinvolto in un’inchiesta di droga e prostituzione ha patteggiato una pena a poco più di 4 anni. L’inchiesta della Guardia di finanza ha riguardato la gestione di due locali: la Gintoneria di via Napo Torriani proprio dietro la stazione Centrale e il locale La Malmaison di fronte all’altro e nella stessa strada. La Gintoneria negli ultimi anni era diventato uno dei locali più frequentati non solo da vip e calciatori, ma anche da esponenti delle forze dell’ordine e anche figure vicine alla malavita, come avviene in molti locale della città.

Lacerenza non risulta indagato nell’inchiesta sul Consorzio di mafie. Il suo nome viene fatto da Bellusci durante il controesame dell’avvocato Mario Marino, già difensore di Giancarlo Vestiti, e legale attuale di Emanuele Gregorino detto Dollarino, rappresentante romano del clan Senese all’interno del nuovo sistema mafioso lombardo. Nello spiegare la sua conoscenza con Gregorini e in generale gli affari dei Senese in Lombardia, mediati da Vestiti e Dollarino per conto di Vincenzo Senese, figlio del boss, Bellusci torna indietro al 2018 per collocare la sua amicizia con Gregorini. Per farlo ricorda l’episodio che, a dire di Bellusci, riguarderebbe Davide Lacerenza. Si tratta di una circostanza inedita perché mai messa a verbale. Inizia Bellusci: “Gregorini all’epoca gestiva una champagneria a Roma”. E lo faceva per conto di “Vincenzo Senese”. In quel locale molto noto, spiega Bellusci, voleva entrare un socio di Lacerenza “o – spiega il pentito – lo stesso Lacerenza, ora non ricordo”. Quel che ben rammenta è invece il fatto che lo stesso Gregorini gli avrebbe chiesto se lui conoscesse lo stesso Lacerenza. Insomma l’uomo dei Senese, dice Bellusci, “voleva parlare con Lacerenza”. E il motivo è presto spiegato: quel socio o lo stesso ex titolare della Gintoneria, spiega al giudice l’ex affiliato alla ‘ndrangheta, “aveva fatto un debito o non mantenuto una promessa” creando un ammanco in denaro “al quale avevano fatto fronte i Senese”. Insomma, la storia del nuovo Consorzio di mafie non ha fine.

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