L’Europa che rincorre AfD e Vannacci, e quella che cresce con gli immigrati

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riportato la CDU al governo promettendo una svolta sull’immigrazione, e continua a spostare il partito su posizioni sempre più restrittive. Le urne dell’Est non lo hanno premiato. Lo scorso settembre l’AfD ha più che raddoppiato i propri voti in entrambi gli Stati che hanno votato: 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt, 38,2 per cento nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove la CDU è scesa sotto il 5 ed è rimasta senza seggi. Lo ha ricordato ieri su Substack Laurenz Guenther, della Toulouse School of Economics, che con Salvatore Nunnari (Bocconi) aveva stimato in un sondaggio su oltre cinquemila tedeschi che avvicinarsi alle preferenze degli elettori sul tema avrebbe fatto recuperare alla CDU parte dei consensi a destra. Non è provato che la svolta di Merz sia la causa dell’avanzata dell’AfD, ma di certo non l’ha fermata. E un esperimento sulle intenzioni di voto non dice cosa accade alle urne, e soprattutto non dice se una mossa elettoralmente utile sia anche una buona politica per un Paese che invecchia e manca di lavoratori.
La Spagna offre un confronto utile. Secondo l’istituto Funcas, l’aumento della forza lavoro straniera spiega il 47 per cento della crescita cumulata del PIL dal 2022, pari a 4,2 punti percentuali, Il Banco de España ha rilevato un contributo positivo anche alla crescita del prodotto per abitante. Turismo, investimenti ed esportazioni di servizi hanno contato, e l’immigrazione non risolve da sola i problemi di produttività, salari e abitazioni, ma senza quei lavoratori la crescita sarebbe stata sensibilmente più bassa.
All’altro estremo c’è l’Ungheria. Dopo anni di stagnazione, nel 2025 il PIL è cresciuto di appena mezzo punto. Viktor Orbán combatteva l’immigrazione sul piano politico, ma le imprese continuavano a cercare manodopera, e alla fine il governo ha aperto a lavoratori asiatici con permessi temporanei e forti restrizioni al ricongiungimento familiare e alla permanenza. Succede anche altrove, quando governa la destra: sotto voce si riconosce che gli immigrati servono all’economia, purché non diventino parte stabile della società.
In Italia, Giorgia Meloni cerca di frenare l’ascesa di Roberto Vannacci alzando i toni su ogni argomento, non soltanto sull’immigrazione, e a giudicare dagli ultimi sondaggi ci sta riuscendo. Ma a prezzo di sacrificare l’immagine di una destra liberal-conservatrice che sembrava perseguire negli ultimi mesi. Anche qui, come a Berlino, è la destra radicale a dettare il tono.
La proposta della Commissione su Frontex, presentata il 27 ottobre, riflette soprattutto le preoccupazioni dei governi più restrittivi: corpo permanente a 30 mila agenti, una riserva di 17mila, una forza di reazione rapida e un ruolo più incisivo sui rimpatri, anche tra Paesi esterni all’Unione. Non c’è nulla di illiberale nel controllo delle frontiere, e Schengen richiede strumenti comuni. Ma una politica comune dell’immigrazione non può esaurirsi in sorveglianza e rimpatri, e nel testo non compare un investimento significativo su ingressi legali, formazione e integrazione. Come ha scritto Reuters, la proposta restringe alcuni ambiti della vigilanza europea sui diritti fondamentali, rimandando i controlli alle autorità nazionali invece che a istituzioni europee indipendenti.
Così si restituisce la palla agli Stati nazionali. La Germania cerca di fermare l’estrema destra inseguendola sul suo terreno. La Spagna cresce anche grazie agli stranieri. L’Ungheria li respinge nella propaganda e li cerca nelle fabbriche. E l’Italia promuove un misterioso Piano Mattei che dovrebbe favorire lo sviluppo dei Paesi nordafricani, ma poi si affida a un altrettanto misterioso centro per il rimpatrio in Albania per accelerare i respingimenti.
Un continente che invecchia e perde popolazione attiva non può trattare l’immigrazione solo come una minaccia. Servono controlli, contrasto all’immigrazione irregolare e rispetto del diritto d’asilo, ma servono anche canali legali e politiche di integrazione. Governare l’immigrazione e renderla produttiva è un compito della politica. Oggi l’Europa non sembra in grado di prendere iniziative, né per diffondere consapevolezza sulla necessità di un’azione politica comune né per affiancare percorsi legali alla repressione di quelli disperatamente illegali.
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