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Sanità, scoppia la polemica sui fondi in manovra. Regioni e medici contro il governo: “Risorse insufficienti”

La Sanità è il primo terreno di scontro sulla manovra del governo Meloni. Regioni, medici e opposizioni denunciano che le risorse annunciate non bastano e che i voucher da 300 euro per gli anziani favoriranno il ricorso alle strutture private a scapito degli ospedali pubblici. I numeri: per il 2027 il Fondo sanitario nazionale raggiungerà 146,3 miliardi, con un incremento di 3,4 miliardi. Ma uno era già stato stanziato nella precedente legge di bilancio: le nuove risorse sono dunque 2,4 miliardi, contro i 6,8 chiesti dalle Regioni e i 5,5 indicati dallo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci. A questi stanziamenti si aggiungono 1,6 miliardi per i voucher sanitari destinati appunto agli ultrasettantacinquenni con pensioni fino a 28mila euro, per aiutarli a pagare prestazioni non coperte dal servizio pubblico, che però non vanno confusi con finanziamenti diretti agli ospedali. La maggioranza, ovviamente, difende la manovra rivendicando “stanziamenti record”. L’ultimo è Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia: “Chi afferma che abbiamo preferito investire nelle armi anziché nella sanità mente sapendo di mentire”. E ricorda che il Fondo è passato da circa 125,4 miliardi nel 2022 a quasi 143 nel 2026, oltre 17 miliardi in più. Le cifre tornano, ma il record che raccontano è soltanto nominale: l’inflazione ha assorbito parte degli aumenti e l’incidenza del Fondo sul Pil è scesa dal 6,27% del 2022 al 6,14% del 2026. Secondo la Fondazione Gimbe, mantenendo costante la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità, nel quadriennio 2023-2026 il servizio pubblico avrebbe ricevuto complessivamente 18,8 miliardi in più.

Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, con la nuova finanziaria “addirittura torniamo indietro”. Il problema è anche come vengono presentati i finanziamenti. Il bonus da 300 euro, spiega, “non può essere cumulato all’interno del Fondo sanitario nazionale”. Si tratta infatti di “un sussidio a parte, le cui modalità di utilizzo mi lasciano molto perplesso”. Se servisse a pagare prestazioni già garantite dal servizio pubblico, aggiunge, “non va bene per nulla”. Il timore è che lo Stato finisca per sovvenzionare il ricorso al privato senza risolvere le cause delle liste d’attesa. Le perplessità arrivano anche dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). Il presidente Filippo Anelli riconosce che il finanziamento raggiunge una cifra “storica”, ma ricorda che “i professionisti chiedevano un intervento straordinario per sbloccare le assunzioni e soprattutto allineare gli stipendi alla media europea”. E avverte: “Nel 2027 arrivano 3,4 miliardi che copriranno sicuramente gli aumenti dei costi energetici, ma non consentiranno altri interventi, per esempio per la riduzione delle liste d’attesa”. Sul sostegno alle persone fragili, tuttavia, apre a un possibile utilizzo delle risorse per consentire ai cittadini meno abbienti di ottenere prestazioni quando le attese nel pubblico diventano eccessive.

Critiche alla manovra arrivano anche da Michele de Pascale, presidente dell’Emilia-Romagna, che chiama alla mobilitazione anche i governatori regionali di centrodestra. “Rompono l’universalità, aumentano l’iniquità. C’è la volontà di distruggere il sistema sanitario pubblico”, ha detto in un’intervista a Repubblica. E sui voucher da 300 euro avverte: “Di fatto segna la resa dell’universalità del servizio sanitario e prova a nasconderne il fallimento dietro al piccolo bonus”. Per de Pascale, il governo ha preferito interventi di consenso agli investimenti necessari per garantire le cure. Teme anche uno scontro tra Nord e Sud per spartirsi risorse insufficienti e fa un appello ai colleghi: “Non guardare all’appartenenza politica e dare battaglia in modo unitario per cambiare questo pezzo di manovra sanitaria”. All’attacco della manovra va tutta l’opposizione, dal M5s a Iv, da Avs al Partito democratico. L’ex ministra Beatrice Lorenzin denuncia: “Un bonus non assume un infermiere e non prende in carico un malato cronico”. La responsabile Salute del Pd, Marina Sereni, accusa invece il governo di destinare alla sanità pubblica meno della metà delle risorse richieste dal ministro Schillaci: “Con queste cifre, che sembrano peraltro in parte già vincolate, non si coprono i costi del rinnovo dei contratti, dell’aumento dell’energia, dei farmaci più moderni e innovativi”. La conclusione è un’accusa politica: “Il Governo Meloni dimentica e abbandona chi soffre, dà uno schiaffo ai professionisti sanitari e sociosanitari del SSN e fa i regali alla sanità privata”.

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Crisi energetica, boom dell’economia circolare: mercato a +194% entro il 2035

Guerre, crisi energetiche, materie prime critiche e catene di approvvigionamento sempre più fragili stanno cambiando anche il significato dell’economia circolare. Recuperare acqua, energia e materiali non è più soltanto una scelta ambientale, ma una questione di competitività industriale, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia economica. È questo lo scenario analizzato dall’Osservatorio BrianzAcque, che ha incrociato studi, indicatori e tendenze internazionali per individuare le trasformazioni destinate a guidare il settore nel prossimo decennio. Secondo lo studio globale di DataM Intelligence, il mercato mondiale dell’economia circolare è destinato a passare dai 166,95 miliardi di dollari stimati nel 2025 ai 491,35 miliardi nel 2035, con una crescita del 194% in dieci anni e un tasso annuo composto dell’11,40%.

Meno dipendenza dall’estero, più valore dagli scarti

“La crescita del mercato globale stimata fino a quasi 500 miliardi di dollari dimostra che la sostenibilità è il più grande volano di investimenti del nostro secolo”, commenta Enrico Boerci, presidente e amministratore delegato di BrianzAcque. Il contesto geopolitico rende il tema ancora più rilevante. Il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’International Energy Agency evidenzia infatti la crescente concentrazione delle forniture di alcune materie prime strategiche: per materiali come grafite, gallio e terre rare, oltre il 90% della raffinazione mondiale è concentrato in un unico Paese.

Recuperare e riutilizzare materiali significa quindi anche ridurre l’esposizione agli shock esterni. Ma c’è un ulteriore elemento: secondo il Global Circularity Gap Report 2026, il modello economico lineare determina ogni anno circa 25,4 trilioni di euro di valore perso a livello globale a causa delle inefficienze nell’utilizzo delle risorse. “Recuperare ciò che oggi viene sprecato non è più soltanto una scelta ambientale: significa ridurre i costi, recuperare valore e rendere più resilienti i nostri territori”, sottolinea Boerci.

Risparmi per famiglie e imprese

La circolarità può produrre effetti anche direttamente sul bilancio di famiglie e imprese. Le politiche europee sull’ecodesign e sull’etichettatura energetica potrebbero generare, secondo la Commissione europea, risparmi compresi tra 473 e 736 euro l’anno per le famiglie entro il 2030, rispetto a uno scenario senza tali interventi.

Per le aziende il principio è analogo: utilizzare meno materie prime, acqua ed energia, recuperare materiali già acquistati e allungare la vita dei prodotti significa ridurre sprechi e costi, limitando al tempo stesso l’esposizione alla volatilità dei prezzi. Anche il mercato del lavoro è coinvolto nella trasformazione. L’International Labour Organization stima in 5,96 milioni i posti di lavoro, diretti e indiretti, collegati al commercio internazionale di beni riciclabili, riutilizzabili, rigenerati o realizzati con materie prime seconde.

L’Italia e la sfida delle materie prime

Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante. Il Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026 del Circular Economy Network con ENEA registra un tasso di utilizzo circolare dei materiali del 21,6%. Allo stesso tempo, il Paese resta fortemente esposto alle forniture internazionali: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero.

Recuperare materia significa quindi non soltanto produrre meno rifiuti, ma anche ridurre la dipendenza dalle importazioni e trattenere più valore all’interno del Paese. La stessa logica riguarda l’acqua. Secondo un’analisi del Joint Research Centre della Commissione europea, la domanda d’acqua in Europa è stimata tra 140 e 200 miliardi di metri cubi all’anno, con energia e agricoltura tra i principali settori responsabili dell’utilizzo della risorsa.

È proprio sull’integrazione tra acqua, rifiuti ed energia che guarda l’Osservatorio BrianzAcque. I fanghi prodotti dalla depurazione possono diventare una risorsa per la produzione di bioenergia, biometano, calore e fertilizzanti rinnovabili. Allo stesso modo, l’acqua utilizzata nei processi industriali può essere depurata e riutilizzata, mentre il calore prodotto da un impianto può essere recuperato per alimentare altri processi o reti di teleriscaldamento. Il paradigma cambia: da un’economia che paga per smaltire gli scarti a un’economia che compete per recuperarne il valore.

I 10 trend che guideranno l’economia circolare

È dall’incrocio tra studi internazionali, scenari economici e geopolitici ed esperienza sul campo che l’Osservatorio BrianzAcque ha individuato 10 macro-trend destinati a guidare l’economia circolare globale nel prossimo decennio.

1. Passaporto Digitale dei Prodotti: ogni prodotto sarà sempre più accompagnato da una vera identità digitale. QR code, tag RFID e altri sistemi di tracciabilità permetteranno di conoscere composizione dei materiali, provenienza delle materie prime, impronta di carbonio e indicazioni per riparazione, riuso e riciclo.

2. Intelligenza artificiale nella selezione dei rifiuti: AI, computer vision, deep learning e robotica avanzata stanno trasformando gli impianti di trattamento. Gli algoritmi possono identificare e separare differenti polimeri plastici, metalli ferrosi e non ferrosi e frazioni tessili, aumentando la qualità e il valore delle materie prime seconde.

3. La simbiosi industriale tra acqua, rifiuti ed energia: depuratori, impianti di trattamento e sistemi energetici sono destinati a integrarsi sempre di più. I fanghi della depurazione possono contribuire alla produzione di biogas e biometano, mentre il calore in eccesso può essere recuperato per il teleriscaldamento o altri processi industriali.

4. Dal prodotto al servizio: con i modelli Product-as-a-Service, il consumatore non acquista necessariamente il bene, ma il servizio che quel bene garantisce. Se il prodotto resta sotto la responsabilità del produttore, diventa conveniente realizzarlo in modo che sia più duraturo, riparabile, aggiornabile e facilmente disassemblabile.

5. Automotive circolare e Battery Passports: la mobilità elettrica rende strategica la gestione circolare delle batterie. Crescono i sistemi di tracciabilità di litio, cobalto e nichel, insieme al remanufacturing e ai progetti di “second life”, che consentono di utilizzare le batterie per lo stoccaggio energetico prima del riciclo finale.

6. Upcycling dei polimeri e riciclo avanzato: pirolisi e depolimerizzazione permettono di recuperare valore anche dalle plastiche più complesse e contaminate, superando alcuni limiti del riciclo meccanico tradizionale e ampliando la quantità di materia che può tornare nei cicli produttivi.

7. Ecodesign modulare: il riciclo comincia dalla progettazione. I prodotti vengono concepiti considerando già all’origine manutenzione, riparazione e fine vita, con più componenti modulari, sostituibili e recuperabili e meno accoppiamenti difficili da separare.

8. Il recupero delle acque di processo: nei settori ad alto consumo idrico, dalle industrie tessili alla chimica, dalla carta alla metallurgia, sistemi avanzati di filtrazione e osmosi inversa consentono di depurare e riutilizzare l’acqua nei processi produttivi, riducendo prelievi e scarichi.

9. Logistica inversa predittiva: la logistica dovrà gestire non soltanto l’arrivo dei prodotti sul mercato, ma anche il ritorno di merci obsolete, imballaggi riutilizzabili e beni a fine vita. Cloud, sensoristica IoT e analisi predittiva potranno ottimizzare questi flussi e rendere più stabile l’approvvigionamento di materiali recuperati.

10. Bioraffinerie dagli scarti organici: rifiuti organici e scarti dell’industria agroalimentare possono diventare materia prima per nuove filiere. I processi biotecnologici consentono di ricavarne biometano, intermedi chimici, bioplastiche e molecole ad alto valore aggiunto, utilizzabili anche nei settori farmaceutico e cosmetico.

Una nuova economia degli scarti

Il filo conduttore dei dieci trend è il superamento del modello lineare. Rifiuti, acqua, energia e materiali non vengono più considerati soltanto elementi da smaltire o consumare, ma risorse da recuperare e rimettere in circolo. Per l’Osservatorio BrianzAcque, è questa la trasformazione destinata a caratterizzare i prossimi anni: una convergenza sempre più stretta tra sostenibilità ambientale, sicurezza delle risorse, innovazione industriale e sviluppo economico dei territori.

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Binance, attacco hacker storico: rubati 6,3 miliardi di dollari in criptovalute

Binance, una delle più grandi piattaforme di scambio di criptovalute al mondo, ha subito un attacco informatico che ha coinvolto asset digitali per circa 6,3 miliardi di dollari. Si tratta di quello che potrebbe essere il più grande furto di criptovalute mai registrato. La società ha confermato l’incidente il 30 ottobre 2026, spiegando di aver avviato immediatamente le procedure di sicurezza e le operazioni per recuperare i fondi sottratti. Circa 3 miliardi di dollari sono stati congelati, grazie alla collaborazione con altri operatori del settore. Nel frattempo, Binance ha temporaneamente sospeso i prelievi e ha assicurato che coprirà le perdite utilizzando le proprie risorse.

Attacco hacker a Binance, cosa è successo e quanti soldi sono stati rubati

L’attacco informatico ha interessato Binance.com, la piattaforma internazionale utilizzata per acquistare, vendere e scambiare criptovalute. Secondo le prime ricostruzioni, gli hacker sarebbero riusciti a eseguire numerose transazioni non autorizzate, trasferendo una quantità elevata di asset digitali verso portafogli esterni.

Le operazioni hanno coinvolto diverse reti blockchain e una parte consistente dei fondi sarebbe stata spostata in un intervallo di circa venti minuti. Binance ha stimato l’impatto complessivo in 6,3 miliardi di dollari, una cifra superiore ai circa 1,5 miliardi sottratti nel febbraio 2025 alla piattaforma Bybit.

Il gruppo ha comunicato di aver lavorato con società specializzate nell’analisi della blockchain e con gli emittenti di criptovalute per individuare e bloccare gli asset. Al momento della prima comunicazione ufficiale, circa 3 miliardi di dollari risultavano congelati, mentre una parte dei fondi rimaneva sotto il controllo degli aggressori.

L’ipotesi del computer compromesso

Le verifiche iniziali di Binance hanno individuato un possibile punto di accesso nel computer portatile di un ingegnere DevOps, una figura professionale che gestisce infrastrutture e sistemi informatici. Secondo questa ipotesi, la compromissione del dispositivo avrebbe permesso agli hacker di accedere a un componente dei sistemi della piattaforma e inviare richieste di prelievo non autorizzate.

Le successive indagini interne hanno però individuato ulteriori punti di violazione, suggerendo che l’attacco possa aver coinvolto più sistemi. Il co-amministratore delegato Richard Teng ha precisato che non si sarebbe trattato del semplice utilizzo delle autorizzazioni di un dipendente, ma di un’operazione più articolata.

Hacker della Corea del Nord sospettati del furto: chi è TraderTraitor

Tra le principali ipotesi investigative figura il coinvolgimento di TraderTraitor, gruppo di hacker ritenuto collegato alla Corea del Nord. La società di intelligence blockchain TRM Labs ha attribuito l’attacco al gruppo sulla base di elementi raccolti dalle transazioni digitali e da altre attività investigative.

Anche Chainalysis, specializzata nell’analisi dei movimenti di criptovalute, ha dichiarato di ritenere altamente probabile un collegamento con gli hacker nordcoreani. TraderTraitor viene associato all’apparato informatico noto come Lazarus Group, già indicato come responsabile di numerosi attacchi contro imprese del settore.

Binance blocca i prelievi, quando riprendono le operazioni

Dopo l’individuazione dell’attacco, Binance ha disposto una sospensione temporanea di depositi e prelievi per effettuare verifiche sui sistemi. La società ha successivamente comunicato che i depositi non risultano più interessati dalle restrizioni, mentre il servizio di prelievo rimane temporaneamente sospeso.

Secondo gli aggiornamenti diffusi, Binance prevede il ripristino dei prelievi entro circa 48 ore, subordinatamente al completamento dei controlli di sicurezza. La piattaforma ha inoltre revocato alcune autorizzazioni utilizzate durante l’attacco e avviato una revisione dei sistemi coinvolti.

La sospensione riguarda Binance.com, mentre Binance.US, il servizio separato destinato agli utenti statunitensi, ha dichiarato di non essere stato interessato dall’incidente.

Cosa succede ai soldi degli utenti

In merito al furto, Binance ha assicurato che coprirà tutte le perdite derivanti dall’attacco, utilizzando il fondo SAFU e le risorse aziendali. Il SAFU, acronimo di Secure Asset Fund for Users, è un fondo creato per contribuire alla protezione degli utenti in caso di eventi straordinari.

La società ha dichiarato che gli asset dei clienti sono al sicuro e che, una volta completate le operazioni di ripristino, pubblicherà un aggiornamento delle proprie riserve. L’effettiva entità dei fondi da recuperare dipenderà anche dall’esito delle operazioni di congelamento e tracciamento degli asset trasferiti dagli hacker.

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Gol mil de Cristiano Ronaldo vai acontecer em março, aponta a IA

Cristiano Ronaldo leva quatro gols em dois jogos, três deles marcados nesta quinta-feira (29), e está a 15 do milésimo na carreira. Por isso, o Maisfutebol questionou a Inteligência Artificial (IA) sobre a data em que esse marco histórico poderá ser alcançado.

E a resposta da IA aponta para março de 2027, quando o português já tiver 42 anos.

Considerando a utilização entre Al-Nassr e seleção de Portugal, eventuais lesões e contando com uma possível trégua entre CR7 e Jorge Jesus, a IA sustenta-se numa média de 0,75 gol por jogo e aponta para a primeira quinzena de março, com o gol mil sendo marcado dentro dos próximos 20 encontros.

Ou seja, poderia acontecer contra Al-Ahli, Al-Ittihad ou Abha, ou nas quartas de final da Nations League, por Portugal.

“Março de 2027 é o cenário central, se Cristiano Ronaldo continuar a marcar regularmente no clube e voltar a jogar por Portugal. Como alternativa, abril de 2027 é um cenário prudente, se tiver menos minutos ou não regressar à Seleção. Antes de março é possível, caso atravesse uma sequência particularmente produtiva”, argumenta a Inteligência Artificial.

Para acontecer antes de março, Ronaldo teria de fazer um gol por jogo, atingindo o gol mil em fevereiro. Vale recordar que o calendário oficial do Al-Nassr é interrompido no fim de dezembro e retomado no princípio de fevereiro.

O marco dos mil gols até poderá ser atingido em 2026, mas Cristiano Ronaldo teria de fazer mais do que um gol em alguns jogos e regressar aos convocados de Jorge Jesus.

No pior cenário previsto pela IA, o atacante português faria 0,50 gol por encontro, precisando de 30 partidas para alcançar o gol mil, por volta de abril ou maio.

Em 12 jogos pelo Al-Nassr nesta temporada, Cristiano Ronaldo fez nove gols e uma assistência.

O campeão saudita lidera o campeonato com 28 pontos, a par do Al-Qadisiyah, mas com uma partida a menos.

1 hora de salário de Cristiano Ronaldo compra quatro carros zero no Brasil

 

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Napoli, bruciate le immagini di Meloni e Bernini durante lo sciopero generale

Bruciate le immagini di Meloni e Bernini a Napoli durante lo sciopero generale. Gli studenti e le studentesse del CAU (collettivo autorganizzato universitario), durante il grande corteo regionale indetto dall’unione sindacale di base contro carovita, guerra e carobenzina hanno dato fuoco ad un’immagine rappresentante la premier Giorgia Meloni e la Ministra dell’università Annamaria Bernini mentre stringono le mani del famoso omino simbolo del gioco di società Monopoly.

Gli studenti hanno spiegato le ragioni del loro gesto: “I prezzi dei beni di prima necessità sono triplicati, la benzina è diventata un bene di lusso, i trasporti funzionano sempre peggio, lo stipendio – quando c’è – non basta più, e invece di ricevere risposte concrete dall’attuale governo vediamo solo tappeti rossi alla speculazione edilizia”.

La critica principale mossa dai giovani del CAU è proprio rivolta all’attuale piano di edilizia studentesca voluto dal governo Meloni nel PNRR: “Siamo stufi di continuare ad assistere a politiche di privatizzazione e di definanziamento del settore universitario, paghiamo affitti che raggiungono i 700€ per una camera singola nelle grandi città universitarie e l’unica risposta di questo governo è investire miliardi del PNRR per la costruzione di studentati di lusso privati in cui solo il 30% dei posti è a prezzi calmierati e che coprono meno del 5% del numero di fuorisede in Italia”.

Infine, concludono: “Noi vogliamo una vita degna, una vita bella, chiediamo che il totale degli investimenti PNRR siano destinati alla sola costruzione di studentati pubblici al 100%, un calmiere sui prezzi degli affitti delle nostre città e extra tassazione dei multiproprietari che nelle nostre città posseggono decine di case e le tengono sfitte”.

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Il lato invisibile dell’IA: quanto costa davvero un singolo prompt?

L’intelligenza artificiale è diventata parte della routine digitale quotidiana. Si usa per scrivere testi, tradurre documenti, correggere immagini, organizzare dati e persino per prendere decisioni rapide durante il lavoro o lo studio. Tutto sembra immediato: una domanda entra nello schermo e una risposta compare pochi secondi dopo. Ma dietro quella semplicità esiste una struttura enorme, fatta di energia, server, raffreddamento e calcolo continuo.

Negli ultimi mesi, sempre più analisti hanno iniziato a discutere il vero costo invisibile dell’IA. Non soltanto in termini economici, ma anche ambientali e infrastrutturali. Ogni prompt inviato a un sistema avanzato attiva migliaia di operazioni simultanee all’interno di data center distribuiti nel mondo. Il risultato è una rete gigantesca che consuma risorse fisiche molto più concrete di quanto si immagini.


La personalizzazione online richiede calcolo continuo

Gran parte del successo delle piattaforme moderne dipende dalla capacità di personalizzare contenuti, risultati e suggerimenti in tempo reale. Gli algoritmi osservano comportamento, posizione geografica, interessi e cronologia per mostrare risultati sempre più specifici.

Questa dinamica è evidente nei servizi di streaming, negli e-commerce, nei social network e persino nelle piattaforme di annunci locali. Una ricerca mirata come escort a Parma, ad esempio, attiva sistemi di geolocalizzazione, classificazione automatica dei risultati, suggerimenti personalizzati e filtri dinamici che funzionano in pochi istanti. Dietro quell’apparente semplicità esiste una quantità enorme di elaborazione invisibile.

L’utente vede soltanto il risultato finale. Quello che resta nascosto è il lavoro costante dei server che analizzano dati, aggiornano priorità e distribuiscono contenuti personalizzati ventiquattro ore su ventiquattro.

L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questo processo perché rende le piattaforme più “reattive”, più capaci di prevedere comportamenti e più dipendenti da potenza computazionale continua.

La sensazione di leggerezza che internet continua a vendere

Una delle illusioni più diffuse del mondo digitale è l’idea che tutto esista “nel cloud”, quasi senza peso reale. In pratica, però, ogni ricerca, video, messaggio o risposta generata dall’IA dipende da infrastrutture enormi che funzionano senza interruzioni.

I moderni data center richiedono elettricità continua, sistemi avanzati di ventilazione e grandi quantità d’acqua per mantenere le temperature sotto controllo. Con la crescita dell’intelligenza artificiale generativa, il fabbisogno energetico è aumentato ancora di più, perché i modelli linguistici richiedono potenza computazionale costante.

Non si tratta solo delle grandi piattaforme tecnologiche più conosciute. Anche servizi digitali legati a nicchie specifiche partecipano a questo ecosistema invisibile. Portali con milioni di accessi quotidiani, sistemi di annunci geolocalizzati e piattaforme ad alto traffico devono sostenere un flusso continuo di richieste in tempo reale. In questo contesto, realtà come Evavip mostrano quanto anche gli spazi digitali più discreti dipendano da infrastrutture tecnologiche sofisticate, capaci di gestire ricerche, filtri, immagini e aggiornamenti continui senza interruzioni.

La differenza è che gran parte degli utenti non percepisce mai questo costo materiale. Tutto appare istantaneo, silenzioso e immateriale.

L’energia dietro una risposta di pochi secondi

Un singolo prompt può sembrare banale, ma il processo che lo rende possibile è molto più complesso. I sistemi di IA analizzano enormi quantità di dati, eseguono calcoli paralleli e distribuiscono il lavoro tra GPU estremamente potenti. Ogni operazione richiede elettricità e capacità di raffreddamento.

Gli esperti del settore parlano già di una nuova corsa globale alle risorse energetiche. Alcune grandi aziende stanno investendo direttamente in centrali elettriche, energia nucleare e sistemi di raffreddamento alternativi per sostenere l’espansione dell’IA nei prossimi anni.

Il problema non riguarda soltanto il futuro. In alcune regioni del mondo, la costruzione di nuovi data center sta aumentando la pressione sulle reti elettriche locali e sul consumo idrico. Più l’intelligenza artificiale diventa popolare, più cresce la domanda di elaborazione continua.

Questo cambia anche il significato stesso di “consumo digitale”. Oggi una semplice richiesta scritta in chat può richiedere più energia rispetto a una tradizionale ricerca online effettuata pochi anni fa.

Il futuro dell’IA potrebbe dipendere dall’energia

Per anni il dibattito tecnologico si è concentrato soprattutto sui software. Oggi, invece, il vero nodo strategico sembra essere l’infrastruttura. Chi controllerà energia, chip e capacità di calcolo avrà un vantaggio enorme nel settore dell’intelligenza artificiale.

Non è un caso che governi e aziende parlino sempre più spesso di sovranità tecnologica. La competizione non riguarda soltanto le applicazioni di IA, ma anche i componenti fisici che permettono di farle funzionare: semiconduttori, GPU, reti energetiche e sistemi di raffreddamento.

Nel frattempo, gli utenti continuano a utilizzare questi strumenti con naturalezza crescente. Scrivere un prompt è diventato un gesto automatico, quasi invisibile. Eppure dietro quella richiesta esiste una macchina globale che lavora continuamente, consumando energia, risorse e capacità computazionale su scala mai vista prima.

Il lato invisibile dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modo in cui il mondo digitale sta trasformando il rapporto tra comodità, consumo e infrastruttura reale.

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Perché alcune piattaforme riescono a catturare l’attenzione per ore?

Aprire un’app “solo per cinque minuti” e ritrovarsi ancora lì dopo quasi un’ora è diventata un’esperienza comune. Piattaforme social, servizi di streaming, marketplace e applicazioni di intrattenimento sono progettati per mantenere l’utente coinvolto il più a lungo possibile. Non si tratta di un caso né semplicemente di abitudine: dietro questa capacità esistono strategie precise di design, algoritmi e studio del comportamento umano.

Negli ultimi anni, la cosiddetta “economia dell’attenzione” è diventata uno dei pilastri più importanti del mondo digitale. Ogni secondo passato online rappresenta valore per le piattaforme, che competono continuamente per conquistare spazio nella routine delle persone.



Esperienze personalizzate e attenzione continua

Un altro elemento importante è la sensazione di controllo personale. Le piattaforme più efficaci riescono a dare l’impressione che ogni esperienza sia unica e costruita attorno all’utente.

Questo vale per i social network, per le app di streaming, ma anche per piattaforme più specifiche che lavorano su interessi o preferenze particolari. In alcuni casi, siti dedicati a incontri e contenuti per adulti riescono a mantenere alto il coinvolgimento proprio grazie alla personalizzazione dell’esperienza, alla navigazione continua e alla possibilità di esplorare profili differenti in modo rapido. È anche per questo che termini come escort italiane finiscono spesso associati a piattaforme che puntano molto sul tempo di permanenza e sull’interazione costante degli utenti.

Il coinvolgimento nasce quindi dalla combinazione tra curiosità, accessibilità e aggiornamento continuo dei contenuti.

L’algoritmo capisce cosa ci interessa prima di noi

Una delle ragioni principali per cui alcune piattaforme risultano così coinvolgenti è la personalizzazione estrema dei contenuti. Gli algoritmi osservano continuamente le azioni degli utenti: cosa guardano, quanto tempo restano su un contenuto, cosa ignorano e perfino a che velocità scorrono lo schermo.

Con il tempo, il sistema costruisce un profilo comportamentale molto preciso. Questo permette alle piattaforme di offrire contenuti sempre più vicini agli interessi personali dell’utente, creando una sensazione di continuità quasi infinita.

Il meccanismo funziona perché elimina gli attriti. Non serve più cercare qualcosa: il contenuto arriva automaticamente, spesso nel momento perfetto.

La gratificazione immediata cambia il comportamento online

Molte piattaforme utilizzano dinamiche psicologiche molto studiate. Notifiche, suggerimenti personalizzati, video brevi e aggiornamenti continui attivano nel cervello piccoli meccanismi di ricompensa. Ogni nuova interazione crea curiosità e stimola il desiderio di continuare.

Questo modello è particolarmente forte nelle piattaforme che si aggiornano costantemente. Feed infiniti, contenuti consigliati e sistemi di autoplay rendono difficile interrompere l’esperienza. L’utente ha sempre la sensazione che il prossimo contenuto potrebbe essere ancora più interessante del precedente.

La tecnologia moderna non si limita più a offrire servizi: cerca di costruire abitudini digitali quotidiane.

Le notifiche sono progettate per interrompere la giornata

Molti utenti credono di utilizzare le piattaforme solo quando ne hanno voglia. In realtà, spesso è il contrario: sono le piattaforme a richiamare continuamente l’attenzione attraverso notifiche, email, vibrazioni e suggerimenti.

Ogni avviso viene progettato per creare una piccola sensazione di urgenza. Un messaggio ricevuto, un contenuto consigliato o una nuova attività online diventano motivi per tornare sull’applicazione.

Con il tempo, questo meccanismo modifica le abitudini quotidiane. Le persone iniziano a controllare automaticamente il telefono durante pause, momenti di noia o persino conversazioni sociali.

Il design invisibile che guida le decisioni

Anche il design delle piattaforme gioca un ruolo fondamentale. Colori, animazioni, disposizione dei pulsanti e velocità di caricamento vengono studiati nei minimi dettagli per rendere l’esperienza il più fluida possibile.

Le aziende tecnologiche investono enormi risorse in test comportamentali per capire quali elementi aumentano il tempo trascorso online. Persino piccoli dettagli grafici possono influenzare il modo in cui gli utenti interagiscono con un’applicazione.

L’obiettivo è ridurre qualsiasi ostacolo tra la curiosità dell’utente e il contenuto successivo.

Sempre più persone cercano un rapporto più sano con la tecnologia

Nonostante l’efficacia di questi sistemi, cresce anche una maggiore consapevolezza sul tempo trascorso online. Sempre più persone cercano modi per limitare notifiche, ridurre il tempo davanti allo schermo o utilizzare applicazioni meno invasive.

Questo ha portato alla nascita di nuove tendenze digitali: modalità focus, detox digitale, piattaforme minimaliste e strumenti per monitorare il tempo di utilizzo. La tecnologia continua a evolversi, ma cresce anche il desiderio di usarla in modo più equilibrato.

Le piattaforme che riescono a trattenere l’attenzione per ore non lo fanno per caso. Dietro ogni scroll infinito, suggerimento automatico o notifica esiste un’intera industria che studia comportamento umano, psicologia e abitudini digitali.

Capire questi meccanismi è diventato importante non solo per chi lavora nel settore tecnologico, ma anche per gli utenti stessi. Perché nell’era dell’iperconnessione, l’attenzione è una delle risorse più preziose — e più contese — del mondo digitale.

L'articolo Perché alcune piattaforme riescono a catturare l’attenzione per ore? su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

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Lombardia, stretta sugli educatori: a rischio l’assistenza per minori con disabilità e autismo. Le famiglie: “Perdiamo un servizio essenziale”

In Lombardia sono a rischio gli interventi sociosanitari a sostegno di minori e ragazzi con disabilità e autismo per mancanza di personale riconosciuto idoneo. Secondo quanto prevede il Piano lombardo triennale per la Non Autosufficienza, approvato lo scorso giugno con una delibera regionale (n.6320), i servizi disponibili per i giovani con fragilità, attraverso l’erogazione di Voucher socio-sanitari, a partire dal 1 gennaio 2027 saranno riservati e resi operativi solo attraverso gli educatori professionali socio-sanitari. Escludendo tutti gli altri educatori professionali socio-pedagogici, che costituiscono di fatto invece la maggior parte delle figure che finora rendevano operativi gli interventi e garantivano agli aventi diritto e alle loro famiglie di beneficiarne.

LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità, Anffas Lombardia-Associazione famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazione, Anmic Lombardia-Associazione mutilati ed invalidi civili e FAND Lombardia- Federazione tra le associazioni delle persone con disabilità chiedono al Pirellone di tornare ad “aprire anche agli educatori socio-pedagogici, come prevedono le norme nazionali”. Contattato da ilfattoquotidiano.it Giovanni Merlo, direttore LEDHA, commenta: “Avevamo espresso sostanziale apprezzamento per la pianificazione triennale per il Piano regionale per la non autosufficienza ma ai tempi leggendo nei dettagli la delibera approvata è emerso questa disposizione assai stringente rispetto a prima che va a colpire direttamente minori e ragazzi con disabilità e autismo. Escludere dall’anno prossimo tutti gli educatori professionali non sanitari da questo servizio erogato attraverso il Voucher socio-sanitario”, continua Merlo, “farà cessare moltissimi interventi finora erogati e si colpiranno centinaia di famiglie. Regione Lombardia ha stabilito di affidare l’intero sistema di interventi esclusivamente agli educatori socio-sanitari, che sono pochissimi. E’ qualcosa di preoccupante, ci opponiamo”.

Il Voucher socio-sanitario è una misura inserita nel Piano lombardo per la Non Autosufficienza ed è finanziata dal Fondo Sanitario Regionale in teoria per incrementare l’offerta esistente di percorsi di accompagnamento all’autonomia, abilitativi/riabilitativi, di supporto e sostegno ai contesti di vita rivolti ai bambini e ragazzi con fragilità, in particolare ma non solo con autismo, e alle loro famiglie. E’ importante specificare che tale voucher non è un contributo in denaro da spendere liberamente, ma serve a finanziare prestazioni erogate da soggetti accreditati. Dal 2026 la Regione ha riorganizzato le precedenti Misure B1 (disabilità gravissima) e B2 (disabilità grave) nel nuovo programma Misura Servizi e Misura Sostegno.

“Stando così le cose dall’anno prossimo si interromperanno gli interventi a discapito della maggioranza dei fruitori”, denunciano le organizzazioni lombarde. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, dato che già il 20 giugno, pochi giorni dopo l’approvazione del Piano regionale triennale per la non autosufficienza, le principali realtà locali del cosiddetto Terzo settore avevano lanciato l’allarme e chiesto alla Giunta del Pirellone di “estendere esplicitamente il riferimento tanto all’educatore professionale socio-sanitario quanto all’educatore professionale socio-pedagogico per tutte le tipologie di voucher e misure previste”. “Ora però, in assenza di altre comunicazioni, gli enti gestori, di fronte a questa imminente scadenza, stanno informando le famiglie che questi interventi non potranno proseguire”, fanno sapere le organizzazioni. Tra i vari genitori, ad essere stata avvisata di un prossimo taglio del servizio di assistenza per la figlia 13enne con grave disabilità è Silvia Pagetti di Mortara (Pavia). La figlia si chiama Anna, nata sana ma con tetraparesi distonica per danno da parto, non verbale. “Mi ha avvisata”, racconta al Fatto.it Pagetti, “l’ente accreditato che si occupa di fornire l’educatrice professionale, dicendomi che dall’anno prossimo mia figlia non avrà più l’educatrice che ormai da tempo conosceva, la aiutava per 16 ore mensili soprattutto a scuola e nel fare i compiti a casa, con la quale aveva creato un certo feeling reciproco ed era divenuta ormai parte della nostra famiglia”. Va ricordato che senza una figura del genere i giovani con fragilità non potrebbero svolgere tutta una serie di attività.

La madre si dice “molta preoccupata” per quello che potrebbe accadere dal 1 gennaio, dato che l’educatrice aiutava la figlia nei momenti di socialità e inclusione insieme ad altri ragazzi suoi coetanei. “Per noi famiglie con figli con gravi e magari anche plurime disabilità”, denuncia Pagetti, “perdere la figura dell’educatore professionale significa perdere un faro, ricominciare tutto daccapo, reimparare di nuovo tipologia di comunicazione e modalità per riguadagnare empatia, perdere tutte le sicurezze acquisite con sacrifici enormi. Forse arriverà una nuova educatrice ma in ogni caso sarà una persona sconosciuta che provocherà ulteriori cambiamenti alla faccia della tanto decantata continuità educativa, assistenziale, scolastica”. Il disagio di dover ricostruire un clima di fiducia è altissimo ma è evidente soprattutto la paura di non avere più nessuno. “Per assurdo possiamo anche non avere più l’educatrice ma poi con che cosa Regione Lombardia pensa di sostituirla qualora non ci fossero educatrici socio-sanitarie disponibili per tutti? Che fine farà il Voucher sociosanitario di cui abbiamo diritto e che nei fatti non potremmo usufruire? Restiamo”, conclude Silvia, “sempre noi famiglie con bambini disabili da soli a sopperire alle carenze e ai tagli dei servizi”. “Che fare? Se taglieranno le ore di educativa procederemo per le via legali, anche perché questo servizio è previsto dal Progetto di vita di mia figlia, che è uno strumento normativo operativo riconosciuto dallo Stato a tutti gli effetti”.

“I problemi principali adesso sono due”, spiega al Fatto.it Merlo che sta seguendo la vicenda in coordinamento con le altre associazioni locali. “Questa indicazione non ha un vero appoggio giuridico e normativo, visto che non c’è scritto da nessuna parte che gli educatori professionali socio-pedagogici non possano svolgere attività all’interno di servizi socio-sanitari”. Tant’è vero che in tutti i servizi socio-sanitari di Regione Lombardia l’ossatura fondamentale del personale è determinata dagli educatori professionali. “Ma in più”, aggiunge il direttore di LEDHA, “c’è un grossissimo problema numerico concreto perché sono pochissimi gli educatori socio-sanitari, sostanzialmente quasi del tutto assenti dal mercato del lavoro”. Le associazioni protestano. “Ci appelliamo all’assessore al Welfare Bertolaso e all’assessora alla Famiglia, Disabilità e Pari opportunità Lucchini perché accolgano ora questa nostra richiesta”, dichiarano congiuntamente Alessandro Manfredi, presidente di LEDHA, Emilio Rota, presidente di Anffas Lombardia e Angelo Achilli, presidente di ANMIC Lombardia e di FAND Lombardia. “Si tratta di una norma esclusivamente lombarda di cui noi non sappiamo la genesi né da chi viene tale input”, afferma Merlo. “Immagino essere dettata da voler dare un intervento più appropriato e puntuale, ma provocherà invece un effetto esattamente contrario dato che gran parte degli aventi diritto rischiano concretamente di non vedere più fruibili interventi finora erogati”, conclude. Le associazioni invitano tutte le famiglie coinvolte a segnalare l’arrivo delle lettere di preavviso di sospensione del servizio, così da valutare per tempo eventuali forme di tutela del diritto alla cura dei loro figli.

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Caverna de SP é liberada após 15 anos de estudos para acesso subterrâneo

A Caverna Desmoronada, localizada Petar (Parque Estadual Alto do Ribeira), que permaneceu fechada ao público por 15 anos, é reaberta e volta a receber visitantes. A reabertura do espaço foi divulgada na última quinta-feira (29).   

O longo período sem a presença do público contou com a atuação de pesquisadores que analisaram as condições da caverna para reestabelecer o uso público e para o acesso ao ambiente subterrâneo. Cerca de  100 profissionais participaram do trabalho.  

Foram avaliadas características geológicas e ambientais, áreas de maior fragilidade, riscos, impactos da presença de visitantes e condições de segurança, além de definir os setores aptos à visitação e aqueles que exigem maior proteção.   

As inspeções foram feitas pela Fundação Florestal, vinculada à Secretaria de Meio Ambiente, Infraestrutura e Logística do Estado de São Paulo (Semil). Além disso, 

A partir das conclusões, foi elaborado o ZAE (Zoneamento Ambiental Espeleológico), que estabeleceu quais lugares podem receber visitantes, e quais ainda precisam de um controle mais rigoroso e quais devem permanecer sob conservação.  

O roteiro conta com cerca de 10 quilômetros de trilha, 900 metros de percurso subterrâneo e duração média de oito horas, considerando ida e volta. 

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Caverna Desmoronada  

Uma das cavernas mais desafiadoras do Parque Estadual Alto do Ribeira (PETAR) tem essa nomenclatura por conta da própria formação geológica da caverna.  

O interior conta com enormes blocos rochosos resultantes de antigos processos naturais de abatimento do teto, que deram origem a grandes salões, galerias irregulares, desníveis e passagens acidentadas. Ao longo de milhares de anos, a ação da água subterrânea também esculpiu corredores e ampliou galerias. 

A caverna apresenta duas possibilidades de visitação. No circuito tradicional, a entrada e a saída acontecem pela mesma abertura. Já no outro circuito de travessia, o trajeto começa pela ressurgência do rio, quando as águas profundas sobem para a superfície, e continua pela escalaminhada (caminhada e escalada em rocha), com saída por outra entrada.  

Visitação  

A Caverna Desmoronada, fica dentro do PETAR, em Iporanga, interior do estado de São Paulo, recebe visitantes de segunda a domingo, com reserva antecipada e acompanhamento obrigatório de monitor ambiental credenciado.  

 

*Sob supervisão de Thiago Félix

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Ansar Allah de Yemen acusa a EE.UU. e Israel de usar consignas para justificar crímenes

El líder de Ansar Allah, Abdul-Malik Al-Houthi, afirmó que Estados Unidos e Israel emplean consignas de liberación y derechos humanos para justificar la opresión, la agresión y el bloqueo impuesto al pueblo de Yemen.
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Anularam-lhe dois, ele marcou três: a grande noite de CR985

Após uma primeira parte em que o Al Kholood deu luta, Ronaldo "vingou" dois golos anulados com o primeiro hat-trick da época na goleada do Al Nassr. João Félix foi o MVP com quatro assistências (5-3).

© FAYEZ NURELDINE

Ronaldo fez o primeiro hat-trick da temporada em apenas 15 minutos num encontro em que João Félix terminou com quatro assistências
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Cristiano Ronaldo dá show e marca hat-trick em vitória do Al-Nassr; veja

O astro português Cristiano Ronaldo deu show, marcou três gols e foi decisivo na vitória do Al-Nassr por 5 a 3 sobre o Al-Kholood nesta quinta-feira (29), pela 12ª rodada da Liga Saudita. VEJA OS GOLS:

Apesar do favoritismo dos mandantes, o Al-Kholood abriu o placar e saiu na frente mesmo jogando fora de casa. Julien Domingues marcou o primeiro gol da partida.

Depois disso, o Al-Nassr assumiu o controle do jogo, contando com a participação decisiva de João Félix, que distribuiu quatro assistências. A parceria com Cristiano Ronaldo funcionou, com dois gols do português após passes do compatriota.

Ainda no primeiro tempo, Ângelo e Sadio Mané marcaram e garantiram o empate do Al-Nassr.

Na etapa final, Cristiano Ronaldo protagonizou o grande momento da partida, com três gols em apenas 15 minutos, virando para o clube amarelo.

Vale lembrar que o craque ainda teve dois gols anulados.

Cristiano Ronaldo segue na busca pelo milésimo gol. Até aqui, CR7 já soma 985 gols na carreira. Ou seja, faltam 15 gols para o astro português fazer história no futebol mundial.

Com a vitória, o Al-Nassr segue na perseguição ao Al-Qadsiah na briga pela liderança do Campeonato Saudita.

Ten Hag detona falta de dedicação de Cristiano Ronaldo: “Não corria”

 

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Fortaleza de Sagres promove visita para assinalar os 271 anos do Terramoto de 1755

A Fortaleza de Sagres foi um dos espaços fortemente afetados pelo Terramoto de 1755, responsável por um elevado grau de destruição na antiga vila localizada no seu interior. e também nas demais fortificações existentes em redor, desde o cabo de São Vicente a Lagos, conforme documentam os relatos da época.

Em resultado do cataclismo, foi desenvolvido o processo de construção da fortaleza abaluartada hoje existente, representada na cartografia produzida por Sande de Vasconcelos no último quartel do século XVIII. Sobre este assunto, venha descobrir mais pormenores.

Com esta visita, a Fortaleza de Sagres, integrada na Museus e Monumentos de Portugal, associa-se à terceira edição do Movimento ‘Recordar 1755’, que desenvolve um conjunto de iniciativas por todo o país alusivo ao Terramoto de 1755, lembrando a catástrofe e sensibilizando para a necessidade de prevenção.

A participação na visita é gratuita, sendo necessária inscrição através do e-mail: geral@fortalezadesagres.pt .

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Ex Ilva, la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo di Taranto: a rischio 10.000 posti

La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, confermando in via definitiva la sentenza della Corte d’Appello di Milano: l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto chiude per ragioni di tutela ambientale e sanitaria. Trattandosi dell’ultimo grado di giudizio, la pronuncia chiude i contenziosi pendenti e certifica lo stop alle attività.

Il verdetto giunge a 48 ore dal vertice di Palazzo Chigi tra Esecutivo e sindacati, togliendo una delle incertezze che, secondo il Sottosegretario Alfredo Mantovano, impedivano un cronoprogramma definito.

Cosa comporta lo spegnimento di Taranto

La decisione della Corte, che ha confermato il verdetto in appello, interessa l’area a caldo del sito pugliese, la sezione dell’impianto in cui le materie prime vengono fuse all’interno degli altoforni per la produzione dell’acciaio primario. Delle quattro strutture presenti a Taranto, solo un altoforno risultava ancora operativo, o comunque mantenuto in assetto di preriscaldo. Con la sentenza definitiva, l’impianto dovrà fermarsi entro la fine del mese.

Le conseguenze operative si riflettono sull’intera catena industriale, gruppo che conta circa 10.000 dipendenti. L’interruzione della produzione a Taranto blocca l’approvvigionamento dei semilavorati destinati alle lavorazioni a freddo negli altri siti del gruppo:

  • Genova Cornigliano;
  • Novi Ligure;
  • Racconigi.

Gli effetti sulla gara di vendita e sulla decarbonizzazione

La pronuncia giudiziaria azzera l’assetto produttivo basato sul ciclo integrale a carbone a pochi giorni da una scadenza decisiva. Il prossimo 8 novembre scade infatti il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto dei complessi aziendali del Gruppo Ilva e di Acciaierie d’Italia.

In assenza della continuità garantita dall’area a caldo tradizionale, i potenziali acquirenti dovranno strutturare i propri piani industriali sulla transizione verso i forni elettrici e l’impiego del preridotto per la decarbonizzazione del sito. Una conversione tecnologica che, per quanto annunciata da tempo, richiede tempi di realizzazione e risorse finanziarie che probabilmente ora non sono disponibili.

Ammortizzatori sociali e prospettive occupazionali

Con la conferma della Cassazione dello spegnimento dell’altoforno per motivi ambientali e di tutele sanitarie per lavoratori e popolazione residente, torna al centro del dibattito la gestione della tenuta occupazionale. Potrebbero trovare conferma le misure preannunciate dal Governo per la prossima Manovra di bilancio, legate a incentivi all’esodo, prepensionamenti e all’estensione della cassa integrazione straordinaria a rotazione.

Assume sempre più rilevanza il percorso di confronto avviato dall’Esecutivo con alcuni grandi gruppi a partecipazione pubblica come Fincantieri, Rheinmetall, Leonardo e Ferrovie dello Stato. I commissari straordinari trasmetteranno a queste aziende i profili del personale dipendente dell’ex Ilva per valutare riassorbimenti e progetti industriali alternativi sul territorio.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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Irão. "A mudança de regime foi completamente posta de lado"

Bruno Cardoso Reis aponta a aproximação dos EUA à ala dura do Irão no Estreito de Ormuz. O historiador destaca ainda o peso dos partidos árabes em Israel e a defesa da Ucrânia.

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Nature Prescription, perché allenarsi nel verde fa bene alla salute

Mettete gli scarpini, indossate la tuta e via. Corsa, stretching, percorsi con esercizi fisici diventano un vero e proprio viatico per il benessere, sfruttando il verde delle città. Perché i parchi urbani possono diventare uno strumento di salute pubblica. E la scienza dice che sono in grado di aiutare nella prevenzione cardiovascolare e cardiometabolica.

A dirlo sono gli esperti presenti nei giorni scorsi per la Prima Conferenza Nazionale sui Presìdi Sanitari Naturali, promossa dall’IRCCS MultiMedica e Parco Nord Milano e tenutasi allo Spazio Oxy.gen di Bresso, vicino a Milano, con l’obiettivo di aprire un confronto tra comunità scientifica, istituzioni territoriali, mondo della sanità e studiosi di green policy. E dagli esperti riuniti è emersa una proposta condivisa: implementare anche in Italia in modo strutturato la prescrivibilità dell’esercizio fisico nei parchi urbani e nelle oasi naturali, come già avviene in diversi Paesi nel mondo, dove la “nature prescription” è già una pratica consolidata e normata.

Quanto vale muoversi nel verde

Numerosi studi di popolazione e metanalisi internazionali evidenziano il valore aggiunto dell’attività fisica svolta nella natura, anche rispetto allo stesso esercizio praticato in ambienti indoor. Frequentare con regolarità gli spazi verdi riduce del 40% lo stress psicofisico rispetto agli ambienti urbani, del 25% l’incidenza di depressione e ansia e del 28% il rischio di diabete tipo 2. 150 minuti a settimana di esercizio nella natura abbattono del 30% il rischio cardiovascolare mentre almeno 2,5 ore a settimana di camminata nel verde riducono del 35-45% il rischio di demenza. I motivi sono molteplici: migliorano sensibilità insulinica, profilo glicemico e lipidico, diminuisce l’infiammazione cronica, la risposta immunitaria anti-tumorale risulta potenziata, così come la memoria e la neuroplasticità.

“Le più recenti evidenze scientifiche confermano che la natura costituisce un determinante fondamentale della salute, in grado di contribuire in modo significativo alla prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, oltre che al benessere psicologico”

è il commento di Paola Muti, Direttrice Scientifica dell’IRCCS MultiMedica.

Ciò che conta, in ogni caso, è ricordare che il movimento nel verde è una vera e propria terapia: non basta raccomandare di andare al parco, una prescrizione strutturata rende la prevenzione più concreta. Va detto infine che i vantaggi ci sono anche per i bambini: fuori casa c’è tutto lo spazio per correre e saltare, quindi meno rischio di sovrappeso e un allenamento naturale per il fisico. Non solo: stare all’aperto li aiuta a conoscere altri bambini, fare amicizia e imparare a giocare insieme e come se non bastasse l’aria fresca allena le difese naturali, che si attivano per adattarsi alle temperature più basse.

Cosa migliora con lo sport nel verde

Un umore migliore. Un’azione più efficace sullo stress e sul controllo della frequenza cardiaca. Chi fa sport regolarmente sa quanto e come questa semplice misura a costo zero sia utile sulla salute. Ma qualche tempo fa una ricerca ha detto anche di più. Gli aspetti positivi sarebbero più significativi se ci si muove in un parco o comunque nel verde, piuttosto che correre a lato delle strade di città o allenarsi al chiuso. Lo studio è stato condotto da esperti dell’Università di Copenaghen e dell’Università di Verona ed è apparso su Psychology of Sport and Exercise.

L’analisi ha considerato venticinque giovani. Tutti hanno dovuto camminare alla medesima andatura ma in tre ambienti diversi: un’area naturale, un percorso urbano e un ambiente fitness al chiuso. Dopo ogni passeggiata, sono stati misurati il loro umore, i livelli di stress e lo sforzo fisico. E si è visto che i partecipanti si sono sentiti significativamente più rilassati ed hanno mostrato livelli più bassi di cortisolo, l’ormone dello stress, dopo aver camminato nella natura. Allo stesso tempo, hanno riportato maggiore gioia e meno affaticamento.

Lo studio dimostra quindi quanto e come l’esercizio fisico in un ambiente naturale offra benefici mentali molto maggiori rispetto agli ambienti urbani e interni. I partecipanti hanno valutato la natura come maggiormente rigenerante ed hanno anche provato, in termini generali, un impatto sulle emozioni più significativo dopo la passeggiata nel verde. In generale sono aumentati gioia, soddisfazione e ottimismo, rispetto agli ambienti urbani e interni, mentre si sono rivelate inferiori emozioni negative come ansia, irritazione e noia.

Sia chiaro. Lo studio non si è limitato a valutare parametri psicologici, ma si è basato anche su rilevazioni della fisiologia dei partecipanti. In questo senso, le rilevazioni confermano appieno il valore dell’attività fisica nel verde. Ad esempio, considerando un indice indiretto di stress come l’innalzamento del numero dei battiti del cuore, la frequenza cardiaca dei partecipanti si è abbassata più rapidamente dopo una passeggiata nella natura. Non solo. Anche la variabilità della frequenza cardiaca, che indica quanto bene il corpo attiva il sistema nervoso parasimpatico che promuove la calma e il recupero, è risultata del 20-30% superiore rispetto alla stessa camminata in ambiente chiuso, che pure ha il valore di mettere a contatto con gli altri e favorisce l’interazione umana.

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Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli: “400 euro al mese per assistere i nostri figli? È lavoro nero di Stato. No elemosina, vogliamo dignità”

“Da soli non ce la facciamo più”, “chiediamo dignità”, “per le armi trovano i soldi, per la disabilità le risorse restano sempre ampiamente insufficienti”, “caregiver uguale lavoro nero”, “per lo Stato siamo invisibili”, “nessun aiuto per chi aiuta”, “disabilitati a vivere”. Sono solo alcuni degli slogan usati dai manifestanti che mercoledì mattina a Roma hanno protestato contro il ddl caregiver familiari voluto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli (Lega) e tuttora in discussione in parlamento dopo la prima approvazione alla Camera con i soli voti della maggioranza. Si sono riuniti mercoledì 28 ottobre in Piazza Santi Apostoli, stanchi e indignati, i genitori assistenti personali h24 con figli con grave disabilità. A indire la protesta pubblica è la Rete Caregiver e Disabilità Italia per il “riconoscimento e la tutela della figura dei caregiver familiari, insieme per i diritti contro la pietà”. Le associazioni in piazza, prevalentemente costituite da madri e padri assistenti personali conviventi, chiedono a gran voce “una legge giusta, dignitosa e senza paletti”, che veda finalmente riconosciuti i caregiver familiari come lavoratori, con tutele giuridiche, contributi previdenziali, sostegni economici adeguati, oltre a supporti psicologici, momenti di sollievo e servizi di assistenza domiciliare idonei rispetto al bisogno di coloro di cui si prendono cura. Tutti aspetti non garantiti dall’attuale ddl Caregiver.

“Uniti siamo più forti” urlano i manifestanti. La mobilitazione, alla quale hanno partecipato secondo gli organizzatori circa 500 persone provenienti da tutta la Penisola in particolare dall’Abruzzo, Campania, Puglia e Lazio, contesta la legge proposta sia nel merito che nel metodo, in particolare ma non solo nella parte che quantifica il sostegno economico da dare ai caregiver familiari, che potrebbe arrivare al massimo alla misera somma di 400 euro mensili peraltro erogati trimestralmente. Cifra che corrisponde a meno di 2 euro l’ora, ma solo nei casi più complessi e documentati con almeno 91 ore di assistenza settimanali e “in base alle risorse disponibili”, viene precisato nel ddl.

Contattato da ilfattoquotidiano.it Toni Nocchetti, uno dei promotori e presente alla protesta, presidente di Tutti a scuola e blogger del Fatto.it esperto di disabilità, racconta: “stamattina ci siamo svegliati all’alba per raggiungere Roma, eravamo circa 500 donne e uomini, ci siamo incontrati prima in Piazza Santi Apostoli e poi abbiamo raggiunto in corteo piazza Montecitorio dove abbiamo fatto sentire la nostra voce di contestazione contro l’attuale ddl Caregiver voluto dalla ministra Locatelli”. In piazza i caregiver familiari conviventi hanno raccontato le loro esistenze complesse, le gravi condizioni di vita dei propri parenti assistiti praticamente 365 giorni l’anno, alternandosi al microfono degli organizzatori di fronte alla Camera. “La critica al ddl Locatelli è stata assoluta”, aggiunge Nocchetti, “legge ritenuta indegna per le famiglie nella forma e nella sostanza per le ridicole risorse destinate. Ai politici del Movimento 5 Stelle e del Pd presenti in piazza abbiamo chiesto di esprimere una proposta unitaria chiara individuando risorse economiche certe e adeguate”. Storie di drammatico disagio e di estrema solitudine hanno fatto da sfondo ad una manifestazione con striscioni eloquenti che chiedono alla politica di fare una inversione di direzione chiara verso l’attenzione concreta alle persone più fragili.

La Rete Caregiver e Disabilità Italia nasce dall’esperienza diretta di familiari caregiver impegnati nella difesa dei diritti delle persone con disabilità e di chi se ne prende cura. Hanno creato anche un gruppo pubblico su Facebook che conta circa 44mila membri. Tra i suoi fondatori e referenti ci sono ad esempio caregiver familiari come Anna Combatti e Davide Amati. La Rete si propone di dare voce alle famiglie, unire le realtà associative e promuovere un confronto concreto con le istituzioni, superando divisioni territoriali e appartenenze politiche. “Scendiamo in piazza”, commenta Combatti, “per dire no al ddl Locatelli che non risponde ai bisogni reali dei caregiver familiari e delle persone con disabilità grave e gravissima. Non possiamo accettare che, dopo anni di attese, commissioni parlamentari, proposte di legge, sacrifici e battaglie, si continui a parlare di riconoscimento senza garantire diritti certi, tutele adeguate e risposte concrete”.

Manuela Udito è presidentessa dell’associazione C’era una volta un Principe di nome Samuele e fa parte della Rete in quanto sostenitrice. “Sono qui come mamma di Samuele, come caregiver H24”, spiega al ilfattoquotidiano.it. “Da soli non ce la facciamo più. Sono stanca di tutte le ore che non vedete. Delle notti insonni, delle terapie all’alba, dei giorni senza mangiare. Il ddl Locatelli ci offre 400 euro per questo lavoro di cura e solo se siamo persone povere (con reddito annuale da lavoro inferiore ai 3mila euro lordi, ndr). Questa non è assistenza, è lavoro nero riconosciuto dallo Stato, senza contratto, senza pensione. Noi non chiediamo elemosina. Chiediamo dignità. Chiediamo che la nostra stanchezza venga riconosciuta in diritto. Ci dicono che non ci sono soldi per noi, ma per le armi i miliardi in parlamento li trovano sempre. I nostri figli valgono più delle vostre armi. Noi esistiamo e non siamo un mondo a parte ma parte di questo mondo”.

La Rete Caregiver sostiene inoltre che “nessuna famiglia debba essere costretta a scegliere tra assistere il proprio caro e conservare la propria dignità, salute e autonomia di vita. Leggendo la legge”, aggiungono gli organizzatori, “c’è da chiedersi se realmente si sia considerato quanto sia impattante per una famiglia la presenza di un componente con disabilità, al punto di dover sacrificare la vita di un caregiver familiare convivente (in stragrande maggioranza donne over 40 anni, ndr) con conseguenti rinunce alla propria vita sociale ed economica”.

L'articolo Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli: “400 euro al mese per assistere i nostri figli? È lavoro nero di Stato. No elemosina, vogliamo dignità” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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