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La guerra contro l’Iran e il “terribile potere del denaro”

Netanyahu sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran

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Il «Grande Progetto» volto a «mantenere [la civiltà occidentale] al vertice del mondo» (come ha affermato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio) richiede che gli strumenti per garantire l’obbedienza siano di due tipi: La creazione di un fervore rivoluzionario distruttivo dal basso (oggi definito «cambio di regime»); e, in secondo luogo, l’uso di ciò che Theodore Herzl, in una famosa frase, definì «il terribile potere del denaro di esercitare una pressione irresistibile sulla politica internazionale», al fine di cooptare gli strati dominanti in una rete di potere che promuovesse il «progetto» del Grande Disegno.Questo è ciò che stiamo osservando nella guerra di Trump contro l’Iran.

L’attacco israelo-americano del giugno 2025 era principalmente un attacco di decapitazione volto a neutralizzare sia la leadership politica che quella militare dell’Iran, mentre elementi armati addestrati dal Mossad, il MEK e i separatisti baluchi tra gli altri sarebbero stati infiltrati in Iran per fomentare la rivoluzione dalla base. A quel tempo, il figlio dell’ex Scià – in modo poco plausibile – veniva presentato ai media occidentali come il futuro leader dell’Iran.

Non ha funzionato. E ora Netanyahu sta sostenendo che Israele disponga di «nuove prove» del fatto che l’Iran si stia orientando verso la produzione di un componente bellico nell’ambito del proprio programma nucleare. Sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran. E per motivare ulteriormente Trump, il principale quotidiano israeliano Ma’ariv riporta che Israele ha trasmesso direttamente alla Casa Bianca i sondaggi del Likud, secondo cui Netanyahu potrebbe vincere le elezioni israeliane del 27 ottobre. Secondo l’articolo, queste informazioni del Likud (che contraddicono la maggior parte degli altri sondaggi israeliani) hanno spinto Trump a esprimere il proprio pieno sostegno elettorale a Netanyahu.

Allo stesso tempo, i miliardari filosionisti stanno esercitando il «terribile potere del denaro» su Trump: «Non accetteremo nulla di meno della sconfitta dell’Iran. Se continuerà a cercare un accordo, le ritireremo il nostro sostegno finanziario».

Alti funzionari della sicurezza israeliani, sia in carica che in pensione, confutano tuttavia la necessità di un attacco imminente all’Iran e l’affermazione di Netanyahu relativa a nuove prove che l’Iran si stia muovendo verso l’arma nucleare –il Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) Zamir ha dichiarato al Canale 13 israeliano: «Non vediamo la necessità di attaccare l’Iran prima delle elezioni»; Il principale stratega militare israeliano Udi Evental ha messo in guardia: «Una guerra per ostacolare le elezioni e la democrazia, non per ostacolare il programma nucleare dell’Iran. Netanyahu, che si sospetta sia immerso fino al collo in considerazioni politiche e personali estranee alla questione, non è idoneo a prendere una decisione del genere. Non glielo si deve permettere».

Che esistano o meno prove del genere non ha davvero importanza. Probabilmente non esistono. L’affermazione costituisce semplicemente il pretesto con cui si sta esortando gli Stati Uniti ad agire per ‘portare a termine l’opera’ contro l’Iran. Come sempre, Netanyahu ha dichiarato negli ultimi giorni: «L’Iran sta ancora una volta cercando di sviluppare le sue armi di morte… C’è un solo modo per eliminare questa minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran, e questa è la mia direttiva all’IDF, al Mossad e alle agenzie di sicurezza».Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Drop Site che l’attuale valutazione dei servizi segreti interni di Teheran indica un’elevata probabilità che possano iniziare bombardamenti su larga scala – anche prima delle elezioni israeliane di martedì.

Il punto è che all’Iran non interessa chi vincerà le elezioni di medio termine, né chi conquisterà la presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Per la leadership iraniana è tutto uguale. Comprendono bene il concetto del «Grande Disegno» (come potrebbero non farlo?).In Iran è ben chiaro che il Paese è impegnato in una lunga guerra contro l’intero blocco atlantista: Israele, i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. Non importa se alla Casa Bianca ci sia un repubblicano o un democratico. Gli alti funzionari iraniani ritengono che entrambi i partiti siano stati comprati dal terribile potere sionista del denaro.

Comprendere il «Progetto» significa comprendere che la classe dei finanziatori sionisti non si accontenterà mai di un «accordo o compromesso». Essi sostengono con certezza che l’Iran alla fine verrebbe meno a qualsiasi acconsentimento ipotizzato alle richieste statunitensi. Gli israeliani e i loro alleati della classe dei finanziatori semplicemente non credono (e lo ripetono incessantemente) che l’Iran accetterebbe mai di sottomettersi a Israele, né di accettare il dominio politico e culturale degli Stati Uniti. Potrebbero avere ragione. Perché? Semplicemente perché l’Iran possiede una civiltà profonda, che affonda le sue radici in un complesso di credenze e pratiche specificamente persiano-iraniane risalenti al secondo millennio a.C.: il mazdeismo, una cosmologia del dramma divino, rappresentata dalla lotta continua tra Luce e Oscurità.

Il rinomato studioso, il professor Henri Corbin, ha sostenuto che «l’Iran era situato in una posizione centrale… non essendo solo una nazione o un impero, ma un universo spirituale». Egli concepiva quindi l’Iran come una forza mediatrice, sia geograficamente che metafisicamente.

Per millenni, gli iraniani hanno percepito il mondo come dotato di una chiara dimensione metafisica – e di una storia. È quindi improbabile che possano essere attratti da un atteggiamento materialistico e nichilista di stampo occidentale. Gli Stati civilizzatori, siano essi l’Iran o la Russia, che abbracciano valori contrari non soccomberebbero mai al «Grande Disegno». Di conseguenza, devono essere distrutti.

Cosa significa questa storia metafisica? Significa che l’Iran si sta preparando alla guerra, non a un «accordo». Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e rappresentante personale della Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha affermato che, «Se la domanda è se l’Iran abbia ancora la capacità di proseguire le operazioni con missili e droni [in caso di attacco], la risposta è “sì” … Gli Stati Uniti dispongono di risorse preziose nella regione. In caso di guerra, anche cavi, centri dati e strutture di intelligenza artificiale potrebbero rientrare nel raggio d’azione. Se il conflitto dovesse riprendere, avremo un piano più ampio». «Tutti devono comprendere che un’azione contro l’Iran comporta un costo».

Alti funzionari iraniani ritengono che la guerra sia imminente. L’Iran dispone di piani di ampia portata (in caso di attacco) che coinvolgono anche l’Arabia Saudita e la sua leadership, ha lasciato intendere un alto funzionario iraniano. Karl Miller (dal campo) afferma che, a questo proposito, un quarto della produzione petrolifera saudita è già stato distrutto e che i danni causati dagli attacchi di rappresaglia di AnsarAllah interessano l’intera catena produttiva saudita – «dalla testa di pozzo alla stazione di servizio» – e che l’Arabia Saudita sta colmando il deficit attingendo alle proprie riserve.

Il rapporto di Miller, citato da Larry Johnson, avverte che,«se i canali di esportazione dell’Arabia Saudita dovessero chiudersi, il suo petrolio non avrebbe altra destinazione se non le proprie raffinerie, le proprie centrali elettriche e i propri serbatoi di stoccaggio. Una volta che lo stoccaggio fosse pieno, si raggiungerebbe all’incirca il limite massimo di produzione che l’Arabia Saudita potrebbe mantenere. Se Ras Tanura e Yanbu venissero chiusi contemporaneamente, il Regno sarebbe costretto a chiudere la maggior parte dei propri giacimenti petroliferi. Questo è esattamente lo scenario che la campagna di Ansar Allah contro l’oleodotto, il Mar Rosso e i terminali del Golfo è volta a provocare». «Qualsiasi nuova campagna americana o israeliana contro l’Iran si abbatterà su un sistema energetico saudita che non dispone più di margini per assorbirla», osserva Larry Johnson.

Qualsiasi nuovo attacco all’Iran, per estensione, significherà la fine del Golfo così come lo conosciamo, la fine del petrodollaro e la fine del Golfo come principale fornitore di liquidità per Wall Street e il mondo della tecnologia.

Ciononostante, secondo quanto riferito, Trump avrebbe affermato che gli Stati Uniti non stanno attualmente negoziando con l’Iran e che qualcosa accadrà «molto presto».

Forse. (Ma con Trump tutto si riduce a speculazioni). Se però sta bluffando, non funzionerà, e la sua umiliazione sarà ancora più profonda.

Un uomo che conosce Trump meglio di molti altri (avendo scritto quattro libri su di lui), Michael Wolff, sostiene che se i Democratici vinceranno nelle elezioni di medio termine del 3 novembre –

«Cercheranno di far capire al mondo che è “un nuovo giorno”. Trump, dal canto suo, cercherà di far capire al mondo che è ancora lui a controllare la scena. Ci sarà una serie di eventi di questo tipo (come una presunta invasione di Cuba, ad esempio) di portata superiore a qualsiasi cosa possiamo immaginare. Non si mostrerà umile. Il concetto di umiltà non esiste nell’animo di Donald Trump. Pertanto, farà esattamente il contrario».

«Non ritirarsi, ma attaccare».

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Se il conflitto termina, quale destino per la classe dirigente europea ? La vigilia di un disastro per una elite al potere da una generazione.

In un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

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Le notizie delle ultime settimane lasciando intravedere spiragli di qualcosa: un qualcosa che è ancora troppo presto per definire, ma in cui molti sperano. Una risoluzione del conflitto che infiamma il fianco orientale d’Europa potrebbe vedere una svolta (si mormora) eppure più tale ipotesi si avvicina, più si percepisce un’ansia generalizzata, come un nervosismo inesprimibile che pervade la classe politica al comando delle istituzioni europee, a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli più alti. Lo spaventoso paradosso lo si può articolare in modo assai semplice: c’è paura della pace.

La classe dirigente europea, anzichè remare in direzione di una soluzione definitiva, a lungo termine, del conflitto in Ucraina, al contrario esterna tutta una serie di dubbi e ostilità ad ogni compromesso da far quasi credere nell’esistenza di un avversione a tale pace: in breve, le istituzioni europee nel momento più critico dell’ultimo lustro, esprimono qualcosa di indicibile che di certo non si addice allo spirito dei padri costituenti della comunità europea, votati a edificare una cultura sovranazionale basata sul compromesso, sulla reiezione del nazionalismo e sulla diplomazia. La verità è che siamo di fronte ad un nodo di grandissime proporzioni: il conflitto in Ucraina, sebbene limitato dal punto di vista prettamente geografico, ha effetti geopolitici di grande portata che ridefiniscono gli equilibri di potere ereditati dalla caduta del muro di Berlino. In un contesto come questo, sorgerà una delle domande più difficili: quale destino per l’Europa ? Un continente uscito azzerato dal secondo conflitto mondiale, risorto e fiorito economicamente fino al massimo splendore nelle generazioni post-belliche, pur rimanendo perennemente “monco” ovvero privo di una propria politica di difesa (così come di una propria politica estera indipendente da quella di Washington). I suoi leader si trovano ad affrontare ora qualcosa di mai visto prima nell’esperienza dell’Europa politica, ovvero l’assumersi di una responsabilità storica: in questo caso quella di un insuccesso, nel prevenire e gestire una grande guerra convenzionale ai margini del proprio continente, aver preso decisioni avventate ed ora ritrovarsi messi da parte constatando una propria sconfitta sul campo contro il rivale identificato con Mosca. Per poter comprendere tutto questo occorre tuttavia fare qualche passo indietro e riflettere su cosa sia la leadership europea, cosa rappresenta e come si è formata. Innanzitutto occorre rendersi conto che la classe dirigente europea è forse l’elite più saldamente insediata e meno “sfidata” sulla faccia del pianeta facendo i conti: siedono sul trono di un continente pacificato, vale a dire senza velleità di potenza o nemici naturali da cui doversi difendere, estremamente prospero (a differenza degli USA per 70 anni non ha affrontato vere spese militari), le cui elite sociali di riferimento – anziane e benestanti – non danno problemi particolari. Una torre di avorio unica sul pianeta, che per la prima volta nella sua esistenza ha subito una scossa: la crisi geopolitica che abbiamo visto in questi anni – ancora in corso – primo grande conflitto europeo del XXI secolo (in realtà il primo dal 1945 ad oggi su questo continente) costituisce anche la prima vera sfida alla classe politica europea: quest’ultima in 70 non ha mai dovuto vedersela con un vero nemico, con nulla che potesse mettere alla prova la propria prerogativa al “trono” il loro diritto “sacro” al comando.

Si può dunque dire questo a buona ragione: le circostanze odierne sono un inedito banco di prova per tutti costoro, un momento della verità per tutto l’estabilishment politico emerso in Europa dai tempi dell’ultimo conflitto mondiale in poi (il carosello di forze liberal-democratiche, cristiano-democratiche/democristiane, social-democratiche, ecologiste tipiche del panorama partitico occidentale post-bellico): il cosiddetto “arco costituzionale” europeo consolidatosi nel corso di generazioni con il placet d’oltreoceano ossia con la condizionale delle fedeltà indiscussa alle direttiva politiche di Washington.

Ora, tale classe si è messa in un pasticcio più grande di sè stessa senza rendersene conto: ha sfidato una potenza militare (malgrado tutto, la Russia questo ancora è) con la sicurezza assoluta di un successo nonchè di un grande fratello a stelle e strisce, pronto ora e sempre all’intervento in supporto degli alleati. Questi ultimi, mai si sono resi conto della propria funzione di satelliti rispetto al potente alleato ed ora si ritrovano soli a dover gestire un evento per loro ingestibile: un grande conflitto convenzionale che non possono vincere, il cui insuccesso può essere la miccia di una situazione sociale a casa propria già ai limiti per altre ragioni. Per riassumere in altre parole, la classe dirigente europea che oggi osserviamo, si ritrova per la prima volta sul banco degli imputati (assieme al governo di Kiev): i governanti europei nella propria animosità nei confronti di Mosca, si sono esposti oltre il limite massimo fino a trovarsi ora in un vicolo cieco, considerando che la prova di forza che hanno voluto non può essere vinta, ma al tempo medesimo non si può tornare indietro. L’Europa politica – quella di Bruxelles – si è gravemente compromessa, fomentando nelle proprie opinioni pubbliche paure infondate ed isterismi al fine di creare artificialmente un consenso attorno a prese di posizione antirusse e far accettare un coinvolgimento nel conflitto ucraino costato ai contribuenti centinaia di miliardi di euro, a danno delle proprie economie e pace sociale. Il nodo più inconfessabile è proprio questo: si è voluto inventare un “grande nemico” (in realtà inesistente) cui addossare responsabilità di ogni colpa, di ogni male sociale che affligge l’occidente europeo, per non dover affrontare le proprie di responsabilità; in fondo nulla di strano, un meccanismo esistente da secoli ovvero cercare di convogliare le energie sociali verso l’esterno (dandogli un bersaglio, un nemico) per evitare che queste ultime identifichino il problema del male sociale verso l’interno vale a dire nei propri stessi governanti. La riprova di questo si è manifestata in maniera eclatante tanto in Francia quanto in Italia nelle ultime settimane, sotto forma di una protesta di piazza come non se ne vedevano da decenni, che ha costretto la capitale francese allo stato di emergenza per la prima volta da una generazione a questa parte. In Francia come in Germania si è alle porte del successo di forze non convenzionali, alternative nel contesto politico europeo, come Fronte nazionale (ora RN) oppure Alternative fur Deutschland (AFD) che sono sempre meno contenibili: la classe dirigente di Bruxelles – di matrice liberaldemocratica – di questo ha timore e non vi è modo di arginare la “marea sovranista” se non con una “vittoria contro le autocrazie” che però non può esserci nel mondo reale. La responsabilità storica dell’UE è di aver ceduto ad un idealismo che ignora ogni regola di realpolitik, facendosi tutt’una col mito di una superiorità etica inesistente e non applicabile nella realtà oggettiva: atteggiamento che ha finito col danneggiare e addirittura mettere in pericolo la propria base sociale.

In definitiva sì, la conclusione del conflitto ucraino mette in tensione perchè costringe ad una resa dei conti inedita nella politica interna delle pricipali economie europee: una classe dirigente che verrà soppesata e valutata di fronte all’opinione pubblica, scontando il tutto con una potenziale catastrofe elettorale neigli anni a venire che rischia di sostituirla. Proprio a tale proposito, di recente il sociologo ed editorialista italiano Alessandro Orsini ha lanciato una provocazione direttissima, affermando che la Russia di V. Putin in un certo senso sta contribuendo ad una futura “rivoluzione” europea, dal momento che la socnfitta del regime di V. Zelensky può comportare anche il declino rapido di tutta la corrotta classe al potere a Bruxelles che ha legato le sue sorti all’esito alle sorti dell’Ucraina. Quindi, in un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

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L’Europa chiamata a pagare il conto ucraino mentre Washington arretra

Il Consiglio europeo del 15-16 ottobre ha reso evidente la nuova realtà finanziaria della guerra: mentre Washington riduce progressivamente il proprio impegno, Kiev presenta all’Europa un fabbisogno aggiuntivo di circa 70 miliardi di euro per il solo 2027.

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Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha avuto il merito, forse involontario, di rendere esplicita una questione che da mesi aleggiava sul futuro del conflitto ucraino: chi continuerà a pagare la guerra se gli Stati Uniti ridurranno ulteriormente il proprio coinvolgimento? La risposta che emerge da Bruxelles è sempre più chiaramente «l’Europa». Ma tra l’affermazione politica secondo cui l’Unione Europea sarebbe pronta a prendere il posto di Washington e la capacità effettiva di farlo esiste una distanza considerevole, che riguarda non soltanto il denaro, ma anche la struttura stessa della potenza europea.

Intervenendo al vertice, Volodymyr Zelens’kyj ha quantificato in 155 miliardi di euro il costo complessivo della guerra per l’Ucraina nel 2027, chiedendo ai partner europei di trovare almeno altri 70 miliardi «per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza». Ursula von der Leyen ha successivamente confermato l’esistenza di un divario finanziario dell’ordine di 70 miliardi, precisando che il fabbisogno per il 2026 è invece coperto.

Si tratta di una richiesta che arriva quando l’Unione Europea sta ancora implementando il gigantesco prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027, deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025 e successivamente tradotto nel relativo quadro legislativo. Di questa cifra, 30 miliardi sono destinati al sostegno macroeconomico e al bilancio dello Stato ucraino, mentre ben 60 miliardi sono riservati alle esigenze militari e allo sviluppo e approvvigionamento delle capacità dell’industria della difesa. Il finanziamento avviene attraverso emissioni di debito dell’Unione sui mercati, garantite dal bilancio europeo, mentre il rimborso da parte ucraina dovrebbe avvenire solo una volta ottenute eventuali riparazioni dalla Russia (ovvero mai).

Il problema è che una somma che alla fine del 2025 appariva enorme si è rivelata insufficiente meno di un anno dopo. Le conclusioni ufficiali del Consiglio europeo del 16 ottobre si limitano a constatare che sono state individuate le risorse necessarie per coprire le esigenze di bilancio e difesa dell’Ucraina nel 2026 e rinviano a una nuova valutazione della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale per gli anni successivi. Ma il linguaggio diplomatico non nasconde la sostanza: per continuare la guerra, Bruxelles deve trovare un’altra ingente quantità di denaro, e deve farlo rapidamente.

Già alla vigilia del vertice, il commissario europeo per l’Economia e la Produttività Valdis Dombrovskis aveva spiegato che l’Unione dispone di circa 45 miliardi di euro già previsti per il 2027, ma che la somma non sarebbe sufficiente. Bruxelles punta a coprire approssimativamente due terzi del fabbisogno ucraino, lasciando il restante terzo ad altri partner quali Regno Unito, Norvegia, Canada, Giappone e Svizzera. La stessa Commissione sta valutando di anticipare parte dei fondi già programmati per guadagnare tempo in attesa che altri governi mettano sul tavolo nuove risorse.

Nonostante il possibile contributo di partner esterni all’UE, il cambiamento rispetto ai primi anni del conflitto è comunque notevole. Secondo i dati dello Ukraine Support Tracker dell’Istituto di Kiel, l’Europa ha ormai superato gli Stati Uniti nel volume complessivo degli aiuti militari assegnati all’Ucraina e nel 2025 ha aumentato sensibilmente il proprio contributo nel tentativo di compensare la drastica riduzione delle nuove allocazioni statunitensi. Nel primo semestre del 2026, inoltre, le istituzioni europee hanno ulteriormente incrementato gli stanziamenti attraverso il nuovo prestito da 90 miliardi.

Le istituzioni dell’UE stimano ormai in oltre 220 miliardi di euro il sostegno complessivamente mobilitato dall’Unione e dai suoi Stati membri dall’inizio della guerra, comprendendo aiuti finanziari, economici, militari, umanitari e sostegno ai rifugiati. Una cifra che dimostra come l’Europa sia già diventata il principale finanziatore dell’Ucraina in termini aggregati.

Allo stesso tempo, analizzando i dati emerge una palese contraddizione. Lo stesso Istituto di Kiel rileva che circa il 30% degli acquisti effettuati dai Paesi europei per sostenere militarmente l’Ucraina nella prima metà del 2026 proveniva dall’industria statunitense. Nel meccanismo NATO PURL, destinato a soddisfare le esigenze prioritarie ucraine, oltre il 90% degli armamenti provenienti da scorte esistenti era di origine nordamericana. Lo Ukraine Support Tracker ha sintetizzato il problema sottolineando come l’Europa continui a dipendere dall’accesso ai sistemi d’arma statunitensi, mettendo a nudo le vulnerabilità sia economiche che militati di Bruxelles.

Il problema riguarda soprattutto quelle capacità che non possono essere semplicemente sostituite aumentando uno stanziamento di bilancio: intercettori Patriot, intelligence satellitare, allarme precoce contro i missili balistici, comunicazioni militari satellitari, manutenzione e munizionamento per piattaforme di origine statunitense. Anche gli F-16 forniti da Paesi europei continuano a dipendere in misura significativa da componenti, armamenti e assistenza tecnica nordamericani.

Allo stesso tempo, il progressivo disimpegno dell’amministrazione Trump pone l’UE davanti al problema strategico che per anni è stato rimandato. Gli Stati Uniti, infatti, possono diminuire i trasferimenti finanziari e militari diretti verso Kiev sapendo di possedere comunque alcune delle capacità tecnologiche decisive dalle quali gli alleati continuano a dipendere; l’UE, invece, può aumentare la quantità di denaro impegnata senza acquisire automaticamente la capacità di sostituire Washington nelle funzioni più sofisticate della guerra.

Gli sviluppi delle ultime settimane rendono tale vulnerabilità ancora più evidente. I rapporti tra Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyj si sono ulteriormente deteriorati, mentre Washington ha drasticamente ridotto le forniture dirette di armi e ha dato segnali di voler utilizzare alcuni strumenti di sostegno – dall’intelligence ai sistemi satellitari e alle forniture militari – come leve nelle trattative con Kiev e Mosca. Gli Stati Uniti non sono scomparsi dal conflitto, ma il loro ruolo sta cambiando: sempre meno finanziatore incondizionato dell’Ucraina e sempre più potenza esterna che conserva gli strumenti indispensabili per condizionarne le scelte.

A Bruxelles, nel frattempo, rimane soprattutto un salato conto da pagare.

Anche sotto il profilo puramente finanziario, tuttavia, il passaggio di consegne è tutt’altro che semplice. Il prestito europeo da 90 miliardi è stato possibile attraverso un nuovo ricorso al debito comune garantito dal bilancio dell’UE. Il primo ministro estone Kristen Michal ha già indicato apertamente che un nuovo prestito europeo appare la soluzione più probabile per coprire il fabbisogno aggiuntivo del 2027. Ma già il precedente pacchetto era stato approvato tramite cooperazione rafforzata, con la partecipazione di 24 Stati membri e l’esclusione dagli obblighi finanziari di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.

In altre parole, persino il consenso sul finanziamento dell’Ucraina è meno uniforme di quanto suggerisca il linguaggio delle dichiarazioni finali.

A questa divisione politica se ne aggiunge una economica. L’Europa si trova contemporaneamente ad affrontare bassa crescita, elevato indebitamento pubblico, costi energetici ancora pesanti per famiglie e industria, aumento delle spese per la difesa e pressioni derivanti dall’invecchiamento della popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dell’Eurozona di appena l’1,2% nel 2027 e segnala che il debito pubblico medio potrebbe passare dall’88,7% del PIL nel 2025 al 91,2% nel 2027. Alla luce di questi dati, lo stesso FMI chiede a gran parte dei governi europei nuovi sforzi di consolidamento fiscale.

Nasce così una contraddizione politica difficilmente sostenibile all’infinito. Agli Stati membri viene chiesto contemporaneamente di rispettare le regole fiscali, aumentare drasticamente la propria spesa militare, finanziare la transizione energetica e industriale, proteggere sistemi sociali sottoposti a crescente pressione e trovare decine di miliardi aggiuntivi ogni anno per sostenere lo Stato ucraino.

La risposta delle istituzioni europee è che il costo del mancato sostegno a Kiev sarebbe superiore a quello dell’assistenza: una vittoria russa renderebbe l’Europa meno sicura e imporrebbe spese militari ancora maggiori nel lungo periodo. È l’argomento fondamentale utilizzato per giustificare il trasferimento progressivo dell’onere finanziario dagli Stati Uniti al continente europeo. Ma proprio perché tale impegno viene ormai presentato come strutturale e potenzialmente pluriennale, il problema del consenso pubblico diventa inevitabile.

Le tensioni politiche sono già visibili: in Francia, Marine Le Pen ha messo in discussione la possibilità di continuare ad aumentare indefinitamente il contributo francese ai programmi europei per l’Ucraina; in Ungheria e Slovacchia, la resistenza a nuovi impegni è ormai consolidata. E il 2027 sarà un anno elettorale particolarmente delicato in diversi Paesi europei, circostanza che spiega perché alcuni governi vogliano chiudere un nuovo accordo finanziario prima che il tema finisca al centro delle campagne elettorali.

Alla luce delle considerazioni emerse, la domanda, dunque, non è più soltanto chi pagherà per l’Ucraina nel 2027. È fino a quando l’Europa e gli europei saranno disposta a pagare, quanto di quel costo verrà trasferito sui bilanci e sui contribuenti degli Stati membri e quale sarà il prezzo politico di una strategia nella quale Washington conserva buona parte del potere decisionale mentre Bruxelles assume una porzione sempre maggiore degli oneri economici.

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De Bruyne marca, e Napoli goleia o Monza pelo Campeonato Italiano

Pela 9ª rodada da Série A, o Napoli goleou o Monza por 4 a 1, fora de casa, e se recuperou no Campeonato Italiano, onde não vencia há dois jogos e está tendo um início entre altos e baixos.

Os gols do Napoli foram marcados por Hojlund, Politano, Rafa Marín e Kevin de Bruyne. O craque belga saiu do banco e fechou a conta para os napolitanos. O Monza diminuiu com Gustavo Varela.

O Napoli vinha de derrota e empate na Série A, e voltou a vencer no torneio. Os napolitanos chegaram aos 14 pontos e subiram para o 6° lugar, voltando a olhar para o G4.

Já o Monza segue em situação delicada, em 16º, com apenas sete pontos, dois a mais que o Parma, que abre o Z3 da competição.

Próximos jogos

Na próxima rodada, o Napoli visita a Juventus no domingo (1°), no confronto de dois times com 14 pontos cada. Já o Monza visita o Bologna no sábado (31).

Copa Sul-Americana: conheça todos os campeões do torneio

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Com gol hat-trick de Mbangula, Bologna vence Milan pelo Campeonato Italiano

O Bologna venceu o Milan por 4 a 2, nesta quarta-feira (28), pela nona rodada da Série A, o Campeonato Italiano. O duelo foi disputado no Estádio San Siro, em Milão, na Itália.

Samuel Mbangula brilhou, marcou hat-trick e garantiu a vitória do Bologna. O quarto gol foi contra, marcado por Davide Bartesaghi. Para o Milan, Alphadjo Cisse balançou as redes duas vezes.

Com o resultado, o Bologna alcançou a 11ª colocação, com 11 pontos. Já o Milan permaneceu com 18 pontos, na quinta posição.

A equipe de Bolonha entra em campo novamente no sábado (31), às 11h (de Brasília), contra o Monza, no Estádio Renato Dall’Ara, em Bolonha.

A bola volta a rolar para o Milan no mesmo dia, às 16h45, contra o líder Inter, no Estádio San Siro.

Como foi o jogo?

A partida começou agitada e o Bologna abriu o placar com apenas oito minutos. O atacante belga Samuel Mbangula recebeu bom passe de Nadir Zortea e acertou chute de perna direita.

Poucos minutos depois, o Milan reagiu e deixou tudo igual de novo. Alphadjo Cisse finalizou muito bem de pé direito. O goleiro não conseguiu defender o chute colocado.

Cisse apareceu novamente aos 27 minutos e abriu vantagem para a equipe de Milão. Após passe inteligente de Fikayo Tomori, o italiano balançou as redes com uma finalização certeira de perna esquerda.

Aos 15 minutos da segunda etapa, o Bologna teve sorte e conseguiu o empate novamente com gol contra. A bola desviou em Davide Bartesaghi e foi para dentro do gol. 2 a 2!

O Bologna saiu à frente mais uma vez apenas dois minutos depois. Após preparação perfeita de Juan Miranda, Mbangula balançou as redes com belo chute de perna direita.

O quarto e último gol foi marcado já na reta final do jogo, aos 41 minutos do segundo tempo. Mbangula aproveitou bom passe de Jens Odgaard, chutou bem de perna direita e garantiu o hat-trick.

Vale lembrar que o jovem jogador belga balançou as redes com a camisa do Bologna pela primeira vez justamente no duelo desta quarta-feira, contra o Milan, e já garantiu um hat-trick.

Copa Sul-Americana: conheça todos os campeões do torneio

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Isteria e nemici interni dentro l’ossessione da guerra ibrida

L’isteria crescente delle classi dominanti – e dei mass media da essi finanziati – ormai buttano tutto nel calderone del “nemico interno”: agenti russi, cittadini pagati dai russi, ingerenze islamiche e, ovviamente, i partiti della sinistra e i comunisti.

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E’ stato sufficiente che l’edizione di giovedi del giornale Politico.eu scrivesse qualche riga per mettere in moto una valanga, rivelando che l’Unione Europea ritiene di trovarsi di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe e che si sta preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato. Insomma quasi un auspicio che da qualche parte ci scappi il morto da poter strumentalizzare ai fini della propaganda di guerra, sia sul fronte esterno che sul fronte interno.

Si tratta di uno scenario che in Italia abbiamo purtroppo visto e subìto spesso: dalla strage di Piazza Fontana in poi. Su questo, nostro malgrado, potremmo tenere delle lectio magistralis a tutti gli altri paesi europei che non hanno sperimentato tragedie e orrori analoghi

Il giornale Politico.eu riferisce di una riunione di diplomatici della Ue a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Due fonti diplomatiche hanno confermato a Politico che una riunione degli ambasciatori presso l’Ue, svoltasi mercoledì scorso, ha riguardato proprio questo tipo di scenario.

Per una fonte diplomatica citata dal sito, “data la portata e la vastità dell’azione russa, è inevitabile che prima o poi vi siano delle vittime. È pura fortuna che non ce ne siano ancora state”.

“È abbastanza ovvio che, quando la Russia utilizza strumenti sempre più letali per mettere alla prova la nostra preparazione e la nostra volontà di adottare contromisure, a un certo punto ci saranno delle vittime”, ha dichiarato a Politico la finlandese Teija Tiilikainen, direttore del Centro europeo di eccellenza per il contrasto alle minacce ibride. “Prima o poi, intenzionalmente o meno, questo è ciò che accade”.

Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni. “Temiamo fortemente che a un certo punto venga tolta la vita a un nostro alleato”, ha affermato un diplomatico della NATO, il che renderebbe la pressione ad agire “molto alta”, riporta ancora Politico.eu.

Ma l’isteria ormai è talmente dilagante che alcuni Paesi membri della Ue, ritengono che debba essere la Nato e non l’Unione Europea la sede opportuna per trattare di questi argomenti e delle possibili soluzioni, soprattutto perché le riunioni della Ue sarebbero troppo “porose” per la fuga di notizie o di informazioni sensibili.

A rendere il tutto ancora più strumentalizzabile ai fini della mera propaganda di guerra esterna ed interna in Europa, vi è anche il tentativo di leggere le proteste giovanili e popolari in Francia come eterodirette o articolazioni di progetti di destabilizzazione. E in questo gioco sporco tutto fa brodo, dalla guerra ibrida della Russia alle ambizioni dell’islam politico.

“Quello che sta accadendo in Francia non è altro che immigrazione di massa fuori controllo“, ha scritto Donald Trump il 6 ottobre sul suo social Truth riferendosi agli scontri e alle manifestazioni che stanno attraversando la Francia. Per il presidente americano “non si tratta delle scuole”, ma dell’”Islam che vuole prendere il controllo di un Paese un tempo grande“.

A fargli eco è subito arrivato l’eurodeputato lepenista Fabrice Leggeri, esponente del gruppo della destra dei Patrioti al Parlamento di Strasburgo, secondo il quale “sulle proteste in Francia Trump non ha del tutto torto”. Perché, ha affermato durante un punto stampa al Parlamento Europeo, “le rivolte in corso, le rivolte dei cosiddetti studenti o presunti studenti, sono di fatto strumentalizzate dall’estrema sinistra e, come sappiamo, l’estrema sinistra è infiltrata da elementi islamisti”.

L’isteria crescente delle classi dominanti – e dei mass media da essi finanziati – ormai buttano tutto nel calderone del “nemico interno”: agenti russi, cittadini pagati dai russi, ingerenze islamiche e, ovviamente, i partiti della sinistra e i comunisti.

Se al posto degli ebrei mettiamo gli islamici, sono esattamente gli stessi nemici messi all’indice in Europa dai nazifascisti negli anni Trenta.

Articolo originale:  contropiano.org

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“Stanno a morì tutti e mi fanno un sacco di proposte lavorative bellissime. Al Pacino sceglierà tra me e una di 20 anni meno. Dopo il ruolo della signorina Silvani mi proponevano solo zozzerie inaudite”: parla Anna Mazzamauro

Anna Mazzamauro ha conosciuto la popolarità grazie alla conturbante signorina Silvani della saga di “Fantozzi” con Paolo Villaggio. Ma non è tutto oro quel che luccica e lo raconta la stessa attrice – a teatro con lo spettacolo “Brava. Bravissima… anche meno” – a La Repubblica.

“Ero diventata troppo Silvani e i registi non mi proponevano più niente. – ha dichiarato – Solo zozzerie inaudite. Ho vissuto esperienze da incubo, ho fatto un paio di film qualche anno fa in cui chiesi di approfondire la parte e mi risposero ‘méttete sta parrucca e dì du’ parolacce, ma che te frega?’”.

E ancora: “Sono una rediviva, stanno a morì tutti e mi fanno un sacco di proposte lavorative bellissime: se lo sapevo, ci arrivavo prima. Era dall’asilo che aspettavo ‘sto momento. Ho fatto un provino per Al Pacino e su 300 siamo rimaste in due, ora deve scegliere tra me e una che ha vent’anni di meno… E chi ci pensava? Io col cinema poi non c’entro nulla, dai, della Silvani non se ne può più…”.

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La rivolta dei sommersi e la spavalderia dei garantiti: cosa dicono le manifestazioni in Italia

Le proteste contro il diesel in Italia mettono in luce le contraddizioni di classe: una piccola borghesia produttiva schiacciata dai costi e un sottoproletariato metropolitano che esplode di rabbia.

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Il gasolio come rivelatore della lotta di classe

Nelle ultime tre settimane l’Italia ha mostrato, tutto insieme e senza filtri, il proprio rapporto sociale fondamentale. Da una parte camionisti, agricoltori, pescatori, operai siderurgici e una massa di ragazzi che non sanno nemmeno dare un nome alla propria rabbia. Dall’altra un apparato istituzionale che, invece di chiedersi perché il Paese reale sia sceso in strada, convoca vertici sull’ordine pubblico e prepara l’ennesimo decreto. Chi conosce la grammatica del materialismo storico sa che situazioni del genere non vanno lette con le categorie della cronaca nera. Vanno lette come momenti in cui le contraddizioni di classe, compresse per anni sotto la superficie del consenso amministrato, tornano visibili a occhio nudo.

Questo articolo non intende fare la cronaca degli scontri, già abbondantemente raccontati. Intende invece mettere in fila i fatti e chiedersi che cosa dicano sulla natura dello Stato italiano in questa fase, sulla composizione sociale di chi protesta e sull’incapacità strutturale del blocco dominante di offrire una risposta che non sia repressiva.

Tutto comincia, come spesso accade, da una voce di bilancio. Il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162 aveva previsto una riduzione temporanea dell’accisa sul gasolio fino al 5 ottobre; scaduto il termine, il governo non l’ha prorogata. Il prezzo medio è tornato a sfiorare i 2,50 euro al litro. Per un padroncino calabrese che possiede un solo camion e lavora in subappalto per la grande distribuzione, quella cifra decide se il mese si chiude in pari o in perdita.

Le prime proteste spontanee sono nate in Calabria all’inizio di ottobre. Poi la Puglia, dall’11 ottobre, la Basilicata, la Sicilia, la Campania, il Molise, fino al Lazio, con presìdi nei porti e blocchi sulle arterie principali. Agli autotrasportatori si sono uniti gli agricoltori, poi le marinerie. Davanti al mercato ittico di Termoli è comparso uno striscione con uno scheletro e la scritta «Ci avete ridotto all’osso»; a San Benedetto del Tronto i pescherecci sono rimasti in porto. Nei supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali si sono svuotati, e la gente è corsa a fare scorte come non accadeva dal Covid.

Fermiamoci su chi sono questi soggetti, perché la sociologia della protesta conta più degli slogan. Non siamo davanti al proletariato industriale classico, quello delle grandi concentrazioni fordiste. Siamo davanti a una piccola borghesia produttiva in via di proletarizzazione: il padroncino, il coltivatore diretto, il pescatore con la sua barca. Marx aveva descritto – nel Cap. 1 del Manifesto – con precisione il destino di questi strati intermedi, schiacciati tra il grande capitale che li assorbe e la condizione salariata in cui finiscono per precipitare. Il trasportatore che oggi blocca la statale è formalmente un imprenditore. Nella sostanza, la sua impresa è un salario mascherato: il committente gli impone le tariffe, la rendita energetica gli impone i costi, lo Stato gli preleva l’accisa, e a lui resta il rischio. È un lavoratore autonomo soltanto nel senso che nessuno gli garantisce nulla.

Il gasolio, in questo senso, è qualcosa di più di un carburante. È il punto in cui la rendita petrolifera globale, oggi impazzita per effetto della crisi di Hormuz, si trasferisce lungo la catena logistica fino a scaricarsi su chi sta all’ultimo anello. Il capitale finanziario che specula sui future, la grande distribuzione che non rivede i contratti di trasporto, lo Stato che incassa l’accisa: tre forme di appropriazione del valore prodotto da altri, che convergono sullo stesso corpo sociale.

La seconda piazza: il sottoproletariato metropolitano

Il 17 ottobre la protesta ha cambiato natura e geografia. Una sigla comparsa dal nulla sui social, «Italia in piazza», ha convocato manifestazioni contro il caro-vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. A Milano piazza Duomo è diventata un campo di battaglia, a Torino è stata devastata una libreria Feltrinelli, a Bologna si sono avuti scontri davanti alla stazione con idranti e lacrimogeni; il giorno successivo, solo a Milano, 271 persone sono state accompagnate in questura e ben 220 erano minorenni, tra i fermati c’erano ragazzi di 12 anni, in buona parte italiani di seconda generazione.

Nello stesso giorno, a Roma, il corteo nazionale della CGIL e altre due manifestazioni sul carovita hanno portato in piazza circa venticinquemila persone senza alcun incidente. Il contrasto va tenuto presente, perché smentisce la favola, cara al governo, di un’unica piazza violenta. Esistono almeno due movimenti distinti: uno organizzato, con radici sindacali e rivendicazioni precise, e uno disorganizzato, giovanissimo, metropolitano, privo di direzione politica.

Il secondo movimento è il più interessante dal punto di vista teorico, e il più pericoloso dal punto di vista politico. Marx aveva un termine per le masse sradicate e prive di coscienza di classe che, nei momenti di crisi, possono essere mobilitate da chiunque offra loro un ruolo: Lumpenproletariat. Usare oggi quella parola non significa insultare quei ragazzi. Significa riconoscere la loro posizione oggettiva: figli delle periferie milanesi e torinesi, spesso di famiglie immigrate, esclusi dal mercato del lavoro prima ancora di entrarvi, cresciuti in un universo di consumi esibiti e mai accessibili. È una dissonanza cognitiva tra immaginario e realtà, e del rischio che questa violenza venga reclutata in senso reazionario, come accadde con le masse di disoccupati e reduci negli anni Venti e Trenta.

La lezione del Diciotto brumaio vale anche in senso inverso. Il sottoproletariato non ha un programma, e proprio per questo può diventare materia prima per qualsiasi progetto: quello di chi vuole incendiare, ma anche quello di chi ha bisogno di un nemico interno per giustificare la stretta. Non è un caso che il governo abbia scelto di parlare quasi soltanto di loro, e quasi mai dei camionisti di Gioia Tauro o degli operai dell’ex Ilva che, nelle stesse settimane, scioperavano a Taranto e a Genova per sapere se avranno ancora una fabbrica.

Lo Stato come comitato d’affari

Il Manifesto definisce il potere statale moderno come il comitato che amministra gli affari comuni della classe borghese. La formula è stata spesso liquidata come schematica. Le ultime due settimane ne offrono una verifica quasi didattica.

Il 18 ottobre, dopo gli scontri, la presidente del Consiglio ha convocato un vertice sull’ordine pubblico per valutare ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime. Il vertice del 19 ottobre ha prodotto l’annuncio di un decreto-legge che anticipa misure del disegno di legge sicurezza fermo al Senato: arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, pene più severe per i blocchi stradali, rafforzamento di Strade Sicure a Milano con più militari. La Lega ha chiesto di inserirvi il fermo preventivo anche per i minorenni. Si tratterebbe dell’ottavo pacchetto sicurezza in quattro anni.

Si osservi la sequenza. Un governo che non ha trovato le risorse per prorogare lo sconto sull’accisa le trova, in quarantotto ore, per mandare l’esercito nelle strade di Milano. Un esecutivo che da marzo vara decreti carburanti a scadenza di due o tre settimane, rinnovati solo quando la categoria minaccia il fermo, legifera invece d’urgenza e in via permanente sulla repressione. Persino il credito d’imposta da 300 milioni per l’autotrasporto, approvato a maggio, era rimasto a fine giugno senza decreto attuativo, tanto che le associazioni chiedevano di sbloccarlo. Il sostegno sociale arriva tardi, a tempo e col contagocce; la norma penale arriva subito, ed è fatta per restare.

Questo non dipende dalla cattiveria dei singoli ministri, e chi ragiona in termini di classe non ha bisogno di demonizzare nessuno. Dipende dalla funzione che lo Stato svolge in una formazione sociale periferica dell’Occidente, stretta tra i vincoli di bilancio europei e gli impegni di riarmo atlantici. Abbiamo una spesa militare che nel 2026 sfiora i 45 miliardi e una manovra di rigore di circa 23 miliardi. Dentro questa tenaglia lo Stato non può redistribuire senza rompere con i suoi garanti esterni, e allora fa l’unica cosa che gli resta: gestisce il conflitto come problema di ordine pubblico. Engels lo aveva scritto ne L’origine della famiglia: lo Stato nasce dove gli antagonismi di classe diventano inconciliabili, come potere che pretende di stare al di sopra della società e che se ne allontana sempre di più.

Il teatrino delle contraddizioni

Se la sostanza della risposta istituzionale è coerente, la sua superficie è un catalogo di assurdità. Vale la pena elencarle, perché è lì che la crisi di egemonia si vede meglio.

La prima riguarda la diagnosi. Il ministro della Giustizia Nordio ha parlato di probabili infiltrazioni criminali nei blocchi degli autotrasportatori. Il ministro dell’Interno Piantedosi, interrogato sui ragazzi di Milano, ha ammesso che non c’era ancora alcuna evidenza che fossero manovrati. Due ministri dello stesso governo: uno vede la criminalità organizzata dietro i camion, l’altro non trova regia dietro i saccheggi. Ciascuno sceglie l’interpretazione che serve a delegittimare la piazza che ha davanti, e nessuno dei due si chiede quanto costi un pieno.

La seconda riguarda il palleggio delle responsabilità. Il sindaco di Milano Sala ha lamentato un numero inadeguato di agenti in piazza; Piantedosi gli ha risposto accusandolo di essere espressione di una sinistra radical chic incapace di condannare i violenti senza distinguo. Un gruppo di sindaci ha osservato, con involontaria lucidità, che puntarsi il dito contro non farà calare il prezzo della benzina. È la fotografia esatta di un ceto politico in cui maggioranza e opposizione litigano sulla quantità di polizia necessaria, senza che nessuno dei due metta in discussione il modello che produce la rabbia.

La terza riguarda il linguaggio. Meloni ha scritto che manifestare contro il caro-vita è un diritto civile, mentre mandare un poliziotto in ospedale è roba da teppisti. Tajani ha definito inaccettabile che l’opposizione soffiasse sul fuoco. Il 22 ottobre lo stesso Tajani ha salutato la revoca dei blocchi da parte delle grandi organizzazioni dell’autotrasporto spiegando che il blocco non fa scendere il gasolio e danneggia solo cittadini e imprese. Il diritto di protestare viene così riconosciuto in astratto e negato in ogni forma concreta che possa produrre effetti. Si può manifestare, purché la manifestazione non disturbi nessuno; ma una protesta che non disturba nessuno è una protesta che nessuno ascolta. È il vecchio paradosso della democrazia formale che la critica marxista ha sempre denunciato: libertà uguali sulla carta, rapporti di forza disuguali nella realtà.

La quarta contraddizione è la più grave. Il governo invoca la legalità mentre prepara norme, come il fermo preventivo dei dodicenni, che i suoi stessi commentatori giudicano a rischio di incostituzionalità. Lo Stato che chiede ai giovani delle periferie di rispettare le regole è lo stesso che, per difendersi da loro, è disposto a forzare le proprie.

La crisi è organica

Gramsci, nei Quaderni, ha lasciato la definizione più citata della crisi: il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (chi vuole legga Quaderni, Q. 3, 34). È difficile trovare un’immagine più precisa per l’Italia dell’ottobre 2026. Il vecchio patto sociale fondato sul risparmio delle famiglie, sulla piccola impresa e sul welfare familistico non regge più. Un nuovo blocco storico non c’è. In mezzo, i fenomeni morbosi: baby gang che si filmano mentre sfasciano una gioielleria, ministri che si accusano a vicenda, decreti in serie.

Lenin, nel secondo capitolo de Il fallimento della II Internazionale, nel lontano 1915, aggiungeva che una crisi diventa rivoluzionaria quando chi sta in basso non vuole più vivere come prima e chi sta in alto non riesce più a governare come prima. La prima condizione, in Italia, comincia a manifestarsi. La seconda è evidente nella paralisi di un esecutivo che oscilla tra proroghe dell’ultimo minuto e strette penali. Manca il terzo elemento, quello decisivo: un soggetto politico capace di trasformare il malcontento in programma. I partiti di massa sono ridotti a cartelli d’opinione e partiti personali; la sinistra parlamentare chiede più agenti a Milano; i sindacati confederali hanno proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre, cinque settimane dopo gli scontri e tendono ad assecondare pronamente i diktat governativi pur di mantenere intatti i loro privilegi ormai stratisficati. Nel frattempo a Milano è nato un «Movimento 17 ottobre» che annuncia manifestazioni ogni sabato fino alla caduta del governo. Senza radici, senza organizzazione, senza teoria, è difficile che vada lontano. Ma la sua stessa nascita dice quanto sia largo lo spazio lasciato vuoto.

Qui sta il nodo. Ho sostenuto altrove che la lotta oggi non corre in orizzontale, tra destra e sinistra, ma in verticale, tra il popolo e le élite, e che chi riporta lo scontro sul piano orizzontale lo fa perché non vuole che si capisca dove sta il problema. Le giornate di ottobre lo confermano. Il governo ha fatto di tutto per trasformare un conflitto verticale, sul costo della vita e sulla distribuzione del reddito, in un conflitto orizzontale: italiani contro immigrati di seconda generazione, cittadini perbene contro teppisti, Nord produttivo contro Sud che blocca le strade. Lo slogan comparso sui blocchi, «Anche il Sud è Italia», è la risposta più semplice a questa operazione.

Un’analisi di classe che si fermasse ai confini nazionali sarebbe monca. Il prezzo del gasolio a Cosenza dipende dallo Stretto di Hormuz, e lo Stretto di Hormuz è chiuso o strozzato per una guerra che l’Italia non ha deciso ma che ha sostenuto per allineamento atlantico. Già a marzo il primo decreto carburanti veniva motivato con la crisi internazionale legata alla guerra in Iran. Da allora il governo ha inseguito i prezzi con sconti a termine, mentre continuava a sottoscrivere gli obiettivi di riarmo e il rigore europeo.

È la vecchia tesi leniniana sull’imperialismo, aggiornata a una condizione di subalternità. Un Paese che non controlla la propria politica energetica né la propria politica estera finisce per scaricare sulle classi popolari i costi delle guerre altrui. Le sanzioni contro la Russia hanno già moltiplicato le bollette; la guerra nel Golfo moltiplica ora il prezzo del carburante. Il conto arriva sempre allo stesso indirizzo: il camionista, il pescatore, la famiglia di periferia che vede il carrello della spesa svuotarsi. Mentre i titoli dell’industria della difesa salgono, il Paese reale si ferma.

Per questo la questione sociale italiana non si risolve con un’altra proroga dell’accisa. Si risolve, se si risolve, con una rottura dei vincoli che rendono impossibile redistribuire: il vincolo di bilancio europeo nella sua forma attuale, l’obiettivo di spesa militare, l’allineamento automatico a guerre che l’Italia subisce senza averne alcun interesse. Pace, sovranità energetica e giustizia sociale non sono tre rivendicazioni separate. Sono la stessa rivendicazione vista da tre lati.

Chi chiede pietà e a chi

C’è un’immagine che resta di queste settimane, ed è lo scheletro sullo striscione di Termoli. Non è un’immagine di rivolta. È un’immagine di supplica: un popolo che espone il proprio corpo consumato e chiede di essere visto. A questa supplica le istituzioni hanno risposto con il linguaggio del codice penale, con le accuse reciproche tra ministri e sindaci, con la contabilità dei fermati.

Va detto con chiarezza, perché la chiarezza è un dovere dell’analisi: la devastazione di una libreria o il saccheggio di una gioielleria non sono lotta di classe. Sono il sintomo di una società che ha smesso di offrire ai suoi giovani qualsiasi forma di appartenenza, e la sinistra che li romanticizza commette lo stesso errore della destra che li criminalizza soltanto. Entrambe rinunciano a chiedersi come trasformare quella rabbia in coscienza. Ma è altrettanto chiaro che uno Stato capace di rispondere al bisogno soltanto con la forza ha perso la propria funzione di organismo sociale e si è ridotto ad apparato di difesa di chi sta in alto.

La storia italiana conosce bene questi passaggi. Le grandi crisi sociali senza direzione politica si sono sempre chiuse a destra, con un ordine imposto dall’alto sulle macerie di un movimento disperso. L’alternativa esiste soltanto se qualcuno riprende il lavoro paziente che Gramsci chiamava costruzione dell’egemonia: organizzare i camionisti e i ragazzi delle periferie, i pescatori e gli operai di Taranto, dentro un’unica prospettiva che parli di salari, di energia, di pace e di sovranità. Non è un compito per i talk show né per i decreti.

È un compito politico nel senso più antico del termine, e l’Italia istituzionale, per ora, ha dimostrato di non volerlo nemmeno vedere.

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La sinistra brasiliana non ha ancora compreso il fenomeno evangelico

Ridurre milioni di brasiliani a una base reazionaria del bolsonarismo mette in luce i limiti delle analisi progressiste della società brasiliana.

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Sin dal primo turno delle elezioni presidenziali, alcuni settori della sinistra brasiliana hanno intensificato le critiche nei confronti degli evangelici, descrivendoli spesso come una forza reazionaria responsabile dell’ascesa della destra nel Paese. Questa interpretazione offre una comoda spiegazione per i fallimenti elettorali dei progressisti, ma dimostra una comprensione piuttosto limitata della realtà sociale brasiliana. Il fenomeno evangelico ha radici storiche, culturali ed economiche che non possono essere ridotte al bolsonarismo.

Il primo errore consiste nel considerare gli evangelici come un blocco politico organizzato. Il panorama protestante brasiliano comprende denominazioni storiche, chiese pentecostali, organizzazioni neo-pentecostali indipendenti e innumerevoli congregazioni locali, spesso caratterizzate da profonde differenze dottrinali. Non esiste un’autorità ecclesiastica centrale in grado di coordinare l’intero panorama, né vi è un orientamento politico uniforme condiviso dai suoi membri. Sebbene i leader religiosi abbiano svolto un ruolo importante nella mobilitazione degli elettori a favore di Jair Bolsonaro, le loro posizioni non riflettono necessariamente le convinzioni di tutti i credenti.

Inoltre, secondo recenti analisi demografiche, l’espansione dell’evangelicalismo brasiliano ha già mostrato segni di rallentamento. Ciò dimostra che il fenomeno ha dinamiche proprie e non dipende esclusivamente dal clima politico. Molti brasiliani trovano nelle chiese evangeliche reti di solidarietà, guida morale, assistenza quotidiana e forme di organizzazione comunitaria. Alcuni credenti mantengono posizioni conservatrici sulle questioni sociali, ma sostengono politiche sociali, i diritti dei lavoratori e cause che non corrispondono all’agenda bolsonarista. Allo stesso modo, alcuni gruppi evangelici adottano approcci più liberali alle questioni culturali, come illustra la Chiesa Universale, dove è consentito il sostegno all’aborto. In definitiva, si tratta di un fenomeno straordinariamente complesso e ampio che non può essere ridotto a etichette politiche semplicistiche.

Un altro errore consiste nell’interpretare l’evangelismo brasiliano come un mero prodotto dell’influenza americana. Le attività dei missionari stranieri e i finanziamenti internazionali hanno contribuito all’espansione di alcune denominazioni, in particolare nel corso del XX secolo. Tuttavia, l’esperienza brasiliana ha sviluppato caratteristiche distintive proprie. Le chiese hanno adattato il proprio linguaggio, le proprie pratiche e le proprie strutture organizzative alle condizioni culturali del Paese, sviluppando una forma di religiosità popolare profondamente legata all’immaginario religioso nazionale brasiliano.

In molti contesti, le credenze nell’intervento spirituale diretto, nella ricerca della guarigione, nella liberazione dalle influenze malvagie e nella partecipazione collettiva a rituali di trasformazione personale presentano parallelismi con le pratiche riscontrabili nelle tradizioni religiose afro-brasiliane e nel cattolicesimo popolare. Ciò non significa che queste religioni siano equivalenti. Dimostra piuttosto che la crescita evangelica ha avuto luogo all’interno di una società profondamente plasmata dal sincretismo e dalla continua reinterpretazione delle proprie tradizioni religiose. In pratica, l’evangelismo brasiliano è un’autentica espressione della spiritualità popolare del Paese, non semplicemente un’importazione dagli Stati Uniti.

Occorre inoltre considerare la dimensione urbana di questo processo. Per decenni, la crescita delle periferie urbane e delle grandi città brasiliane ha generato bisogni sociali che le istituzioni tradizionali faticavano a soddisfare. Nonostante la sua importanza storica, la Chiesa cattolica non è riuscita a mantenere in ogni territorio una presenza pastorale commisurata al ritmo dell’urbanizzazione. Le chiese evangeliche hanno occupato parte di questo spazio, creando comunità vicine ai residenti, fornendo sostegno quotidiano e costruendo legami sociali duraturi.

Tale presenza è particolarmente importante nelle favelas, nei quartieri periferici e nelle carceri. Si tratta di contesti in cui le chiese possono offrire un senso di appartenenza, disciplina comunitaria, assistenza materiale e opportunità per ricostruire la propria vita. Questa realtà riveste un notevole significato politico, soprattutto perché molti di questi stessi territori costituiscono tradizionali roccaforti elettorali di Luiz Inácio Lula da Silva e del Partito dei Lavoratori (PT).Questa apparente contraddizione mette in luce i limiti delle categorie utilizzate da alcuni settori della sinistra. Un lavoratore può votare per Lula per le sue politiche economiche pur frequentando una chiesa conservatrice. Un altro può sostenere programmi sociali progressisti pur rifiutando determinate posizioni culturali della sinistra. Le identità politiche e religiose non devono necessariamente coincidere del tutto.

Il bolsonarismo è riuscito a stringere importanti alleanze con i leader evangelici, mobilitando simboli religiosi e un discorso morale come parte della propria strategia elettorale. Ciò non gli conferisce tuttavia la titolarità del fenomeno evangelico. Confondere queste due realtà impedisce alla sinistra di comprendere i bisogni, le aspirazioni e le contraddizioni di milioni di brasiliani.

Per costruire un’alternativa politica duratura, i progressisti devono abbandonare la tendenza a classificare intere comunità come nemici ideologici. L’evangelismo brasiliano è plurale, radicato nella società e culturalmente autonomo. Ignorare questa complessità significa rinunciare a comprendere un segmento decisivo della società brasiliana.

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Ronaldinho Gaúcho gera corrida por ingressos para estreia em clube italiano

Ronaldinho Gaúcho ainda nem estreou pelo Ravenna, mas já provoca mudanças na rotina e nos negócios do clube italiano. A expectativa pelo retorno do brasileiro aos gramados, marcado para 15 de novembro, contra o Forlì, mobiliza torcedores e desperta o interesse de pessoas de diferentes regiões da Itália.

Aos 46 anos, o ex-camisa 10 se prepara para disputar sua primeira partida oficial desde 2015, quando atuou pelo Fluminense. Enquanto a data não chega, o Ravenna aproveita a repercussão em torno do jogador para ampliar a procura por ingressos, estimular a venda de uniformes e promover produtos personalizados.

Ravenna tem procura por ingressos antes da estreia

A expectativa para o clássico contra o Forlì já se reflete na demanda por entradas. De acordo com a imprensa italiana, o clube recebeu solicitações de ingressos e credenciamentos de diferentes partes do país, antes mesmo do início das vendas ao público.

O cenário é de oferta limitada. Aproximadamente 2.800 sócios do Ravenna têm prioridade na aquisição dos bilhetes, enquanto a previsão é de que somente 1.500 entradas sejam disponibilizadas para a venda geral.

A capacidade atual do estádio Bruno Benelli é de 4.943 espectadores. O local passa por reformas, o que limita o número de torcedores que poderão acompanhar presencialmente a partida que marcará o retorno de Ronaldinho ao futebol oficial.

Campanha em Milão impulsiona venda de camisas

A estratégia comercial do Ravenna começou antes da confirmação da estreia. Em julho, o clube espalhou outdoors de grandes dimensões com a imagem de Ronaldinho por diferentes pontos de Milão, incluindo as regiões de San Babila e Brera.

A campanha, divulgada pelo jornal Gazzetta dello Sport, tinha como objetivo promover a camisa do brasileiro. Os anúncios traziam códigos QR que levavam diretamente à página de compra do uniforme, conectando a publicidade de rua às vendas pela internet.

Segundo o veículo italiano, a chegada do ex-jogador já havia provocado um crescimento expressivo na procura pelas camisas. A iniciativa também ajudou a levar o nome do Ravenna para além de sua região de origem, aproveitando a popularidade internacional do brasileiro.

Clube lança cards especiais e produtos exclusivos

Em outubro, o Ravenna anunciou uma parceria com a Panini para comercializar cards especiais de Ronaldinho vestindo a camisa da equipe. Cada pacote custa 10 euros, aproximadamente R$ 60, e oferece a possibilidade de conquistar diferentes prêmios.

Entre as recompensas estão bonés, camisas autografadas e até um encontro com o ex-jogador, acompanhado de ingresso para a partida. A iniciativa combina a tradição da marca de colecionáveis com o interesse despertado pela chegada do brasileiro.

O clube também ampliou sua presença comercial com a abertura de uma loja oficial no Mercato Coperto, no centro histórico de Ravenna, em 17 de outubro. O espaço vende uniformes, produtos licenciados e uma coleção dedicada ao ex-meia.

Ronaldinho também é acionista do Ravenna

Anunciado pelo clube em junho, Ronaldinho não chega apenas como atração esportiva. O brasileiro também se tornou acionista do Ravenna e participa do projeto de expansão internacional da marca, que busca aproveitar sua imagem para alcançar novos públicos.

A volta aos gramados está prevista para 15 de novembro, diante do Forlì, pela terceira divisão do futebol italiano. Caso entre em campo, Ronaldinho disputará sua primeira partida oficial em mais de uma década, desde sua última passagem como jogador profissional pelo Fluminense.

Ex-Lazio acusado de ter 42 anos aos 17 desabafa sobre boatos

 

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L’ennesima iniziativa di pace finanziarizzata dalla scuderia Witkoff-Kushner

Anziché dare priorità ai profitti delle parti interessate, la coppia Witkoff-Europa dovrebbe concentrarsi sull’architettura di sicurezza eurasiatica e sui confini tra NATO, Russia e Cina per guadagnare terreno a Mosca.

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Già nel dicembre 2025, il commentatore statunitense Sundance, scrivendo sul Conservative Treehouse, aveva parlato della nuova soluzione di “diplomazia finanziaria” proposta da Steve Witkoff e Jared Kushner per l’Ucraina, che “richiedeva [l’istituzione di] un sistema in cui l’opportunità occidentale di trarre benefici finanziari potesse continuare”.

Da questa prospettiva, i negoziatori statunitensi «proporrebbero un piano a lungo termine per garantire benefici finanziari continui».Dal loro attuale linguaggio sembra che Witkoff e Kushner siano ancora fiduciosi di poter costruire un sistema di ricompense finanziarie per le banche occidentali, gli investitori, i politici e i funzionari ucraini che consenta di mantenere i benefici della guerra senza l’ingrediente accessorio dello spargimento di sangue.Come ha osservato Sundance —«Se la delegazione statunitense riuscirà a portare a termine questa impresa, allora la Russia potrà ottenere il territorio che desidera, i funzionari ucraini corrotti potranno continuare a sottrarre fondi dagli investimenti, l’UE potrà mantenere il potere di cui dispone per esigere pagamenti finanziari, i politici americani potranno utilizzare i “progetti di ricostruzione a lungo termine” per il riciclaggio di denaro e le banche d’investimento di natura mista pubblico-privata potranno trarre vantaggio dallo sfruttamento delle risorse ucraine».

Da questa evidente visione del mondo del settore immobiliare newyorkese, tutte le altre questioni — i confini territoriali, la sicurezza e l’ingerenza della NATO nell’architettura di sicurezza dell’Asia centrale — non sono che «dettagli secondari» «rispetto a ciò che conta davvero, il denaro».

La diplomazia monetaria, tuttavia, non ha portato una soluzione per l’Ucraina (né, del resto, per Gaza neppure). Ciononostante, Witkoff ha un nuovo piano che David Ignatius ha delineato nella sua rubrica sul Washington Post.

Ignatius sottolinea che, nonostante il recente «trambusto» in Ucraina riguardo ai suoi attacchi alle raffinerie russe, «gli Stati Uniti e l’Europa si stanno orientando verso una proposta di pace congiunta che garantirebbe benefici finanziari e di sicurezza sia all’Ucraina che alla Russia come base per una soluzione territoriale che non soddisfi pienamente gli obiettivi bellici di entrambe le parti». In altre parole, un «incentivo» offerto per persuadere le parti a smettere di bombardare le raffinerie avversarie e ad aprire la strada a questa «nuova» iniziativa.

Se Zelensky acconsentisse a sospendere gli attacchi alle raffinerie, «torneremo in gioco e ci recheremo a Mosca», ha dichiarato un funzionario americano a Ignatius.

In sintesi, il piano in quattro punti prevede un generoso quadro di ricostruzione per soddisfare «le innumerevoli esigenze finanziarie di Zelensky»; garanzie di sicurezza per l’Ucraina equivalenti all’articolo 5 della NATO; l’integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico — «Questo potrebbe consistere in un oleodotto che trasporti petrolio e gas russi verso l’Europa, con Ucraina e Russia che si dividono i profitti. Un oleodotto di questo tipo potrebbe ridurre drasticamente i costi energetici europei», ha affermato un funzionario statunitense. Oltre a garantire alla Russia «un accesso a lungo termine al mercato energetico europeo», un accordo di pace specificherebbe come e quando verrebbero revocate le attuali sanzioni economiche contro la Russia.

L’ultimo punto – udite udite – sarebbe un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, ovvero la «linea di controllo».

Sembra incredibile: gli Stati Uniti e gli europei negoziano tra loro, apparentemente ignari delle dichiarazioni esplicite rilasciate dalla parte russa.

Petrolio e gas verrebbero forniti dalla Russia agli europei bisognosi che hanno volontariamente rinunciato alle precedenti forniture russe a basso costo, che sono intrappolati dalle loro stesse decisioni e che denigrano la Russia in ogni occasione. E con i profitti da «dividere» con l’Ucraina? La Russia non accetterà mai una proposta così unilaterale.

Il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che non ci sarà alcun cessate il fuoco in nessuna forma. Ciò significa che eventuali negoziati dovrebbero svolgersi sotto il fuoco nemico, e Putin ha suggerito che, anche in tal caso, «ci penserebbe due volte» prima di avviare qualsiasi trattativa (sotto il fuoco nemico o meno).

Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha confermato proprio la scorsa settimana che «soluzioni e accordi frammentari» impedirebbero il raggiungimento di una soluzione globale; nemmeno un «congelamento» del conflitto sarebbe d’aiuto —

«[L’Ucraina] è una questione estremamente complessa e la soluzione deve essere globale… Abbiamo bisogno di una soluzione per le generazioni future — una soluzione garantita e protetta da eventuali battute d’arresto».

Sembra che gli europei non abbiano compreso che una cessazione delle ostilità in stile coreano (come sostenuto dal generale Kellogg) lungo un fronte in cui due eserciti si fronteggiano sia la ricetta per non giungere a nessuna soluzione. Sono trascorsi 73 anni da quando la guerra di Corea è stata congelata dall’armistizio. Nulla è cambiato.

Il ripetuto ricorso a questo mantra di un cessate il fuoco lungo la linea di contatto, anziché «prima la soluzione, poi il cessate il fuoco», grida ai russi che l’Occidente vuole tenere l’Ucraina in serbo per il momento in cui sarà necessario creare una piattaforma da cui esercitare (nuovamente) pressione sulla Russia in futuro.

Il difetto fatale di questa iniziativa è la sua sordità culturale. Per Witkoff e Kushner può anche trattarsi «di ciò che conta davvero: il denaro» — ma non è così per la Russia.

Se la coppia Witkoff-Europa ricordasse la storia russa, capirebbe perché, per la Russia, la sicurezza, la sicurezza, la sicurezza viene prima di tutto.

Walter Munchau ha messo in guardia proprio questa settimana che «la guerra in Ucraina rischia di intensificarsi» —

«Non dovremmo farci illusioni riguardo a una guerra con la Russia. Non siamo assolutamente in grado di vincere. Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi esaurirà per primo i missili intercettori? … Sotto ogni [aspetto] — militare, energetico, finanziario — l’Europa è in svantaggio. E non è tutto. Esiste uno scenario relativamente plausibile in cui l’Ucraina e l’Iran si fondano in un’unica guerra nell’Eurasia occidentale — e diventino il conflitto per procura definitivo tra Stati Uniti e Cina».

Se, invece di dare la priorità alla continua «truffa degli stakeholder», con il suo meccanismo volto a garantire «che l’opportunità occidentale di trarre benefici finanziari continui», la coppia Witkoff-Europa scegliesse piuttosto di affrontare gli aspetti fondamentali del conflitto — la questione più profonda di un’architettura di sicurezza eurasiatica; la definizione di dove si trovi esattamente, dal punto di vista fisico, la frontiera che separa gli interessi di sicurezza della NATO da quelli sino-russi — potrebbe trovare un pubblico più ricettivo nel suo prossimo viaggio a Mosca.

Purtroppo, circoscrivere l’estensione della NATO non è possibile — allo stato attuale delle cose.

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I binari della nuova Asia: la rivoluzione ferroviaria della Nuova Via della Seta nel Sud-Est asiatico

Dalla linea ad alta velocità Whoosh in Indonesia all’asse Cina-Laos e ai cantieri in Thailandia e Malaysia, la Nuova Via della Seta sta ridisegnando mobilità, commercio e geografia economica del Sud-Est asiatico, trasformando collegamenti nazionali in una rete regionale.

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Nel Sud-Est asiatico, la Nuova Via della Seta sta assumendo una forma sempre più concreta: viadotti, gallerie, stazioni, terminali logistici e linee elettrificate capaci di ridurre drasticamente distanze che per decenni hanno frenato l’integrazione regionale. Oltre alla possibilità di spostare più rapidamente passeggeri e merci, la posta in gioco è la riorganizzazione della geografia economica di una delle aree più dinamiche del mondo, dove oltre 680 milioni di persone convivono con reti ferroviarie ancora frammentate e spesso desuete, scartamenti differenti e collegamenti transfrontalieri insufficienti.

La Belt and Road Initiative (BRI), nota in italiano come Nuova Via della Seta, sta permettendo oggi di realizzare alcuni ambiziosi progetti in questo senso, come l’obiettivo di collegare Kunming a Singapore, che appartiene da tempo alla pianificazione dell’ASEAN. L’iniziativa cinese ha fornito capacità ingegneristiche, finanziamenti, materiale rotabile, formazione e volontà politica per trasformare una parte di quel disegno in infrastrutture operative. È questa convergenza tra priorità nazionali, integrazione dell’ASEAN e cooperazione con la Cina a spiegare la nuova stagione ferroviaria della regione.

Whoosh, la prova che l’alta velocità può funzionare ai tropici

Il caso più avanzato è quello indonesiano. Entrata in servizio commerciale il 17 ottobre 2023, la Whoosh collega l’area metropolitana di Giacarta con Bandung lungo 142,3 chilometri. I convogli raggiungono i 350 chilometri orari e hanno ridotto il viaggio tra i due principali centri urbani dell’isola di Giava a circa 45 minuti. È stata la prima linea ad alta velocità dell’Indonesia e dell’intero Sud-Est asiatico, ma soprattutto ha dimostrato che tecnologie sviluppate in un contesto continentale possono essere adattate a un territorio tropicale caratterizzato da elevata attività sismica, forti precipitazioni e una complessa densità urbana.

I dati di esercizio mostrano che la ferrovia non è rimasta una vetrina tecnologica. Nel luglio 2026, aveva superato 16,58 milioni di viaggiatori complessivi; i servizi giornalieri erano saliti dai 14 iniziali a 62 e la puntualità si manteneva oltre il 95 per cento. Parallelamente, tecnici e macchinisti indonesiani sono stati formati per assumere funzioni operative, di manutenzione e di sicurezza. Il trasferimento di competenze è essenziale: un’infrastruttura strategica, infatti, produce sviluppo duraturo soltanto quando il Paese che la ospita acquisisce la capacità di gestirla, adattarla ed estenderla. Oggi, infatti, si parla anche di un eventuale prolungamento verso Surabaya, che permetterebbe alla linea di attraversare tutta l’isola di Giava.

La ferrovia Cina-Laos e la trasformazione di un Paese senza sbocco al mare

Se la Whoosh rappresenta la punta tecnologica, la ferrovia Cina-Laos costituisce il caso più significativo dal punto di vista geopolitico e logistico. Il collegamento di 1.035 chilometri fra Kunming e Vientiane è operativo dal dicembre 2021. Sul territorio laotiano attraversa montagne e valli mediante una successione di ponti e gallerie, con treni passeggeri che raggiungono i 160 chilometri orari e servizi merci integrati.

Per il Laos, unico Paese del Sud-Est asiatico privo di accesso al mare, la linea ha cambiato la relazione fra geografia e sviluppo. L’obiettivo dichiarato di passare da Paese landlocked a Paese land-linked non è più soltanto uno slogan: entro marzo 2026 la ferrovia aveva registrato più di 70 milioni di viaggi passeggeri sull’intero asse; nell’agosto successivo aveva movimentato oltre 90 milioni di tonnellate di merci, delle quali più di 21 milioni in traffico transfrontaliero. Nei primi sei mesi del 2026 il valore delle importazioni e delle esportazioni trasportate aveva raggiunto 17,17 miliardi di yuan, con un aumento del 33,8 per cento rispetto all’anno precedente.

Il dato più rilevante non è però il volume assoluto, bensì la diversificazione: dalle poche categorie merceologiche dei primi mesi si è passati a migliaia di prodotti, fra elettronica, pannelli fotovoltaici, fertilizzanti, gomma, macchinari e frutta trasportata nella catena del freddo. La rete merci raggiunge ormai numerosi mercati asiatici, collegando il Laos non soltanto alla Cina ma anche a Thailandia, Vietnam, Malaysia, Singapore e ad altri Paesi. In questa prospettiva, la ferrovia non è un semplice corridoio bilaterale: è la spina dorsale potenziale di un sistema logistico continentale che si innesta sulle reti dell’ASEAN.

La Thailandia costruisce l’anello centrale

Il segmento thailandese sarà determinante per capire se i nuovi collegamenti diventeranno una vera rete nord-sud. La prima fase della ferrovia ad alta velocità sino-thailandese, fra Bangkok e Nakhon Ratchasima, si estende per 250,77 chilometri, prevede sei stazioni e una velocità massima di 250 chilometri orari. Il tempo di percorrenza previsto è di circa un’ora e mezza.

Nel luglio 2026, l’avanzamento complessivo delle opere civili aveva raggiunto il 55,27 per cento: due contratti risultavano completati, dieci erano in costruzione e gli ultimi due in fase di affidamento. Il progetto ha accumulato ritardi e il nuovo obiettivo indicato dalle autorità thailandesi è completare la prima fase entro il 2030. Proprio questa lentezza dimostra che la Nuova Via della Seta non è un meccanismo nel quale Pechino decide e gli altri eseguono. Espropri, appalti, bilanci, autorizzazioni e priorità politiche restano in larga misura nazionali; la cooperazione cinese fornisce tecnologia ferroviaria, progettazione dei sistemi, materiale rotabile e formazione, mentre Bangkok conserva un ruolo centrale nella realizzazione e nel finanziamento delle opere civili.

La seconda fase, approvata dal governo thailandese e ancora in preparazione, dovrebbe proseguire per circa 356 chilometri da Nakhon Ratchasima a Nong Khai, sul fiume Mekong. È questo il tratto che attribuirà al progetto il suo pieno valore regionale. Una volta completati la connessione transfrontaliera e i relativi impianti logistici, Bangkok potrà essere collegata a Vientiane e, attraverso la ferrovia Cina-Laos, a Kunming. La Thailandia diventerebbe così il principale nodo intermedio di un asse destinato, nel lungo periodo, a estendersi verso la Malaysia e Singapore.

La Malaysia e il ponte terrestre fra due mari

In Malaysia, la East Coast Rail Link offre un modello differente. Il progetto complessivo copre 665 chilometri fra Kota Bharu, sulla costa orientale, e Port Klang, sullo Stretto di Malacca. I treni passeggeri sono progettati per raggiungere i 160 chilometri orari, quelli merci per gli 80. Non è quindi alta velocità in senso stretto, ma una grande ferrovia elettrificata a traffico misto e uno dei principali progetti della cooperazione tra Cina e Malaysia nell’ambito della BRI.

Alla fine del 2025, i lavori avevano superato il 90 per cento; il completamento della tratta fino al terminale integrato di Gombak era previsto entro dicembre 2026, con l’avvio commerciale indicato a partire dal gennaio 2027. La Malaysia Rail Link rimane proprietaria del progetto e dell’infrastruttura, mentre la China Communications Construction Company è il principale appaltatore. Per la futura gestione è stata costituita una società con partecipazione paritaria malese e cinese: una struttura che distribuisce responsabilità e incentivi ben oltre la sola fase di costruzione.

Il valore strategico dell’ECRL deriva dalla sua funzione di ponte terrestre. Collegando il porto di Kuantan, rivolto verso il Mar Cinese Meridionale, con il sistema portuale di Port Klang sullo Stretto di Malacca, la ferrovia può offrire ad alcune categorie di merci un’alternativa intermodale al periplo della penisola. Non sostituirà il traffico marittimo, né renderà marginale Singapore, ma può accrescere la resilienza logistica della Malaysia, favorire lo sviluppo delle regioni orientali e distribuire investimenti oggi concentrati nell’area di Kuala Lumpur e sulla costa occidentale.

Il Vietnam prepara il collegamento fra frontiera, capitale e porto

Anche il Vietnam sta entrando in questa geografia ferroviaria, pur con tempi e modalità differenti. Il progetto Lào Cai-Hà Nội-Hải Phòng è stato riorganizzato nel 2026 e prevede circa 363 chilometri di linea principale e 63 chilometri di diramazioni, con scartamento standard di 1.435 millimetri. Il traffico sarà misto: la velocità di progetto raggiungerà 160 chilometri orari sul tratto principale, scendendo nelle aree urbane e sui collegamenti secondari. Parallelamente, esiste anche un programma nazionale distinto per la futura alta velocità nord-sud vietnamita da 350 chilometri orari, in grado di collegare la capitale politica Hà Nội a quella economica Hồ Chí Minh City.

Tornando al primo progetto, esso costituisce un corridoio industriale e logistico destinato a collegare il confine cinese di Lào Cai con Hà Nội e il porto di Hải Phòng. Nel 2025 sono partite attività preliminari e progetti di reinsediamento; nell’autunno 2026 il governo stava completando lo studio di fattibilità e indicava l’inizio dei lavori sulla linea principale per i primi mesi del 2027. La Cina ha fornito assistenza tecnica alla progettazione e i due Paesi hanno inserito la cooperazione ferroviaria nel raccordo fra la strategia vietnamita dei «Due corridoi, una cintura» e la Nuova Via della Seta.

Per Hà Nội il punto essenziale è evitare che il nuovo asse diventi soltanto una via d’ingresso per prodotti cinesi. Collegare le aree manifatturiere del Vietnam settentrionale sia al mercato cinese sia al porto di Hải Phòng può invece rafforzare le esportazioni vietnamite, ridurre i tempi della logistica e integrare le catene del valore elettroniche, meccaniche e agroalimentari. Il progetto mostra inoltre che la cooperazione con Pechino non impedisce al Vietnam di mantenere una politica estera autonoma e rapporti economici diversificati con Giappone, Corea del Sud, Unione Europea e Stati Uniti.

Una nuova geografia per un mondo multipolare

La rappresentazione occidentale della BRI oscilla spesso fra due caricature: da un lato un piano onnipotente con cui la Cina imporrebbe la propria volontà; dall’altro una serie di «cattedrali nel deserto» destinate inevitabilmente al fallimento. La realtà del Sud-Est asiatico è più complessa. I progetti sono stati negoziati, modificati, sospesi, ridimensionati e rilanciati dai governi locali. La Malaysia ha rinegoziato costi e tracciato dell’ECRL; la Thailandia ha scandito gli appalti secondo procedure nazionali; l’Indonesia ha costruito la Whoosh attraverso una società congiunta; il Vietnam definisce autonomamente priorità e calendario; il Laos ha scelto la ferrovia come strumento per superare un vincolo geografico strutturale.

Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale. Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale.

La Nuova Via della Seta ferroviaria nel Sud-Est asiatico è dunque ancora incompleta, ma ha già superato la fase delle promesse. Il prossimo passaggio sarà trasformare una costellazione di opere in un sistema realmente connesso e vantaggioso per tutti i Paesi coinvolti.

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“Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo nel 2024 è diventato papà per la seconda volta, all’età di 56 anni. Una paternità che è arrivata tardivamente nel caso della sua seconda figlia, mentre Giulia, la sua primogenita, lo aveva fatto diventare padre per la prima volta a 31 anni, nel 1997. Di tempo tra le nascite di Giulia e di Artemisia ne è passato, se si considera che sono intercorsi esattamente 27 anni.

Questa seconda paternità arrivata così avanti nell’età porta con sé qualche preoccupazione per l’attore, che è consapevole che non riuscirà a godersi diversi momenti della vita della secondogenita. Intervistato da Vanity Fair, Gallo spiega infatti che cosa teme: “Il mio rammarico è non sapere se riuscirò a vederla crescere, o a portarla all’altare, anche se mi auguro di sì. Tutto quello che riuscirò a prendermi è già tanto: anche solo quello che sto vivendo con lei adesso, che ha due anni e otto mesi, è un regalo bellissimo”.

Se in passato l’attore ha dichiarato di essere riuscito a condividere pochi momenti con la propria primogenita Giulia, almeno ora può rivendicare con orgoglio il tempo che riesce a trascorrere insieme alla piccola Artemisia: “Mi rendo conto di aver fatto una cosa che, egoisticamente, non è proprio il massimo per una bambina: avere un padre che, quando lei avrà vent’anni, ne avrà settanta. È chiaro che non è l’ideale, ma egoisticamente mi sto godendo mia figlia e sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più“.

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Il Sud Globale è pronto a riformare l’ONU?

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico

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In prima fila davanti alle crisi, in ultima fila quando si decide

Il 22 settembre 2026, a margine dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale, Subrahmanyam Jaishankar ha riunito a New York i ministri di quello che la diplomazia indiana chiama il gruppo dei Paesi del Sud Globale «di orientamento affine e amici». Il tema scelto aveva il tono di un programma: Navigating Together Towards a Brighter Future – the Compelling Case for an Empowered Global South. Nel discorso d’apertura il ministro ha consegnato l’immagine che resterà di questa sessione. Il Sud Globale siede in prima fila davanti alle crisi del mondo e nelle ultime file quando si tratta di decidere come affrontarle, perché le istituzioni costruite per un’altra epoca continuano a riflettere i rapporti di forza di quell’epoca.

Dieci giorni prima, a Nuova Delhi, Narendra Modi aveva aperto il diciottesimo vertice BRICS con una formula più dura. La governance globale, nella sua descrizione, ha la forma di una «piramide del privilegio», e la riforma del Consiglio di Sicurezza non può più essere rinviata, servono scadenze fisse e risultati verificabili. Interpellato sul punto, il portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric ha ammesso che la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle sedi in cui si scrivono le regole globali è insufficiente, e che quelle sedi, dal Consiglio alle istituzioni finanziarie, dovrebbero riflettere il 2026 e non più il 1945.

Tre momenti in meno di due settimane non spostano di un millimetro l’architettura della Carta. Bastano però a formulare la tesi di queste pagine. La riforma delle Nazioni Unite è diventata una questione di legittimità prima che di efficienza, e la legittimità di un’organizzazione fondata sull’«eguaglianza sovrana di tutti i suoi Membri» (art. 2, par. 1 della Carta) dipende ormai dalla maggioranza che quell’organizzazione la abita. Il protagonismo del Sud Globale è necessario in senso stretto: senza di esso la riforma non ha un soggetto che la porti né un criterio che la giustifichi. Con esso, come si vedrà, non ha ancora uno strumento che la imponga.

L’aritmetica del 1945

Nel 1945 i membri fondatori erano 51; oggi sono 193. Il Consiglio di Sicurezza è stato allargato una sola volta, con la risoluzione 1991 A (XVIII) del 1963, entrata in vigore nel 1965, che portò i seggi da undici a quindici aggiungendo soltanto membri eletti. I cinque seggi permanenti, e con essi il potere di veto previsto dall’art. 27, par. 3, sono rimasti quelli delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il risultato non richiede interpretazione. L’Africa, con 54 Stati membri e una parte cospicua delle operazioni di pace sul proprio territorio, non dispone di alcun seggio permanente. L’America Latina e i Caraibi nemmeno. L’Asia, che ospita più della metà dell’umanità, vi è rappresentata dalla sola Cina.

Il meccanismo di revisione è costruito per proteggere questa fotografia. L’art. 108 richiede il voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea e la ratifica dei due terzi dei membri, «compresi tutti i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza»: a ciascuno dei cinque spetta dunque, oltre al veto politico, un veto costituzionale. Dal 2009 la discussione è incanalata nei Negoziati intergovernativi (IGN) avviati con la decisione 62/557 dell’Assemblea, che da allora si chiudono ogni anno con una decisione di rinnovo. Il presidente keniano William Ruto lo ha ricordato dal podio dell’Assemblea pochi giorni fa, con una constatazione che vale più di molte analisi: diciassette anni dopo, si sta ancora negoziando.

Quando l’ONU si è riformata davvero, lo ha fatto lasciando intatta la distribuzione del potere. Il pacchetto lanciato da António Guterres nel 2017, esaminato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo, si articolava su sviluppo, gestione, pace e sicurezza, e rispondeva alle critiche di scarsa responsabilità, trasparenza ed efficacia; il briefing annotava anche che il termine stesso di «riforma» si era rivelato problematico per gli Stati membri, proprio per l’assenza di un’intesa sul suo significato. Nulla, in quel disegno, toccava la composizione degli organi decisionali. L’iniziativa UN80, avviata nel marzo 2025, ha seguito la stessa grammatica in condizioni peggiori: tagli al bilancio della Segreteria, revisione dei mandati, fusioni di uffici, dentro una crisi di liquidità generata dai contributi non versati. La riforma amministrativa si fa perché non redistribuisce nulla. Quella politica resta bloccata per la ragione opposta.

Genealogia di una rivendicazione

Il Sud Globale non scopre oggi le Nazioni Unite come terreno di lotta. Dena Freeman ha mostrato che i Paesi del Sud si sono pensati come soggetto collocato globalmente fin dagli anni Sessanta, molto prima che la categoria entrasse nel lessico accademico, e che il Gruppo dei 77 ha costantemente ricondotto i propri problemi all’ingiustizia dell’ordine internazionale, cercando di correggerla con il diritto internazionale e i processi politici multilaterali. La Conferenza di Bandung del 1955, la nascita del G77 nel 1964 e la Dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale del 1974 (ris. 3201 S-VI) tracciano una linea continua. La Dichiarazione di Nuova Delhi la rivendica in modo esplicito: il richiamo a Bandung colloca i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione tra grandi potenze.

Che cosa è cambiato, allora, rispetto agli anni del NIEO? Due cose, e nessuna delle due appartiene alla retorica. La prima è il peso materiale. Secondo l’Institute of South Asian Studies di Singapore, il formato allargato dei BRICS rappresenta circa il 37 per cento del prodotto mondiale e il 54 per cento della popolazione. Il G77 degli anni Settanta aveva i numeri in Assemblea e poco altro; il Sud del 2026 dispone anche di capacità industriale, riserve e tecnologie a basso costo. La seconda novità discende dalla prima: l’esistenza di alternative istituzionali, dalla Nuova Banca di Sviluppo ai circuiti di pagamento in valute nazionali ai fori regionali. Il NIEO chiedeva al Nord di cambiare le regole. Il Sud di oggi può anche scriverne altre, e questa possibilità cambia il valore della sua domanda di riforma. Chi può uscire negozia in modo diverso da chi non ha scelta.

Uno studio diffuso all’inizio del 2026 sul rapporto tra ascesa del Sud e riforma dell’ONU offre un controllo utile. I casi di adattamento multilaterale riusciti, come l’Accordo di Parigi, condividevano un problema che richiedeva partecipazione universale, una conduzione procedurale inclusiva, la mobilitazione della società civile a Nord come a Sud e una base scientifica comune. Nessuna di queste condizioni si ritrova nel dossier del Consiglio di Sicurezza, dove il problema è la distribuzione di un bene scarso, il potere di decidere sulla guerra e sulla pace, e dove ogni guadagno di un attore è una perdita per un altro. È per questo che lì il protagonismo del Sud deve assumere una forma diversa dalla semplice partecipazione.

Nuova Delhi: che cosa dice la Dichiarazione, e che cosa tace

Adottata per consenso il 12 settembre 2026, al termine della sessione plenaria ristretta, la Dichiarazione di Nuova Delhi conta 140 paragrafi. Sulla riforma delle Nazioni Unite compie tre operazioni. Riafferma l’impegno per una riforma complessiva dell’organizzazione, compreso l’allargamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nel Consiglio di Sicurezza. Riconosce le aspirazioni africane espresse nel Consenso di Ezulwini e nella Dichiarazione di Sirte. Registra, infine, il sostegno di Cina e Russia a un ruolo maggiore di Brasile e India nel sistema ONU, «incluso il Consiglio di Sicurezza». Letti insieme, i paragrafi dedicati alla governance compongono una strategia coerente: restare dentro il sistema multilaterale e riscriverne la gerarchia interna.

Il lessico va però letto con la lente, perché è lì che si misura la distanza tra dichiarazione e impegno. Un «ruolo maggiore» non è un seggio permanente. La formula riprende quella delle dichiarazioni precedenti, e il fatto che un vertice presieduto dall’India non sia andato oltre dice molto sul limite del consenso interno: Pechino sostiene l’aspirazione indiana a contare di più, non quella di sedere accanto a sé con gli stessi poteri. Il Consenso di Ezulwini, dal canto suo, chiede per l’Africa almeno due seggi permanenti con tutte le prerogative dei membri attuali, veto compreso, e cinque seggi non permanenti. Nessuno dei due membri permanenti del club BRICS ha mai sottoscritto questa posizione nei suoi termini; la Dichiarazione ne «riconosce» le aspirazioni, che è cosa diversa.

Conta anche ciò che il testo non nomina. La Dichiarazione evita di indicare Paesi anche sui dossier più sensibili e non menziona mai gli Stati Uniti, pur in un anno segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla politica tariffaria di Washington. È una scelta di metodo imposta dalla composizione del blocco, che tiene insieme Iran, Arabia Saudita ed Emirati: la riunione dei ministri degli esteri di maggio si era chiusa senza dichiarazione congiunta proprio per le divergenze sull’Asia occidentale. La riforma delle istituzioni diventa così, per sottrazione, il terreno su cui il consenso regge. Ne fa un collante e al tempo stesso ne limita l’ambizione, perché su ciò che unisce in quanto rimane vago non si costruisce una proposta negoziabile.

Da qui il peso della proposta procedurale avanzata da Modi: che i membri elaborino dieci proposte comuni su rappresentanza, reattività e produzione delle regole, da consolidare in una «Roadmap BRICS per la riforma» entro il prossimo vertice. Se realizzata, sarebbe la prima volta che il blocco passa dalla formula alla bozza. È l’indicatore più concreto uscito da Nuova Delhi, ed è anche quello che più facilmente potrebbe essere lasciato cadere.

New York, settembre 2026: il Sud come coalizione

Il comunicato del Ministero degli esteri indiano sulla riunione del 22 settembre elenca le preoccupazioni condivise dai partecipanti: conflitti che colpiscono la sicurezza alimentare ed energetica, volatilità dei flussi commerciali e d’investimento, la condizione dei marittimi nelle aree di guerra, eventi climatici estremi, ritardi sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. I ministri vi constatano l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e chiedono riforme complessive, anzitutto delle Nazioni Unite, perché le crisi in corso colpiscono il Sud in modo sproporzionato. L’incontro si è chiuso con l’impegno a consolidare posizioni comuni e a lavorare per un’architettura di governance equilibrata, partecipativa e giusta.

Tre dettagli della stessa settimana dicono più del comunicato. Jaishankar ha chiesto il passaggio a negoziati su testo nell’IGN, sostenendo che chi blocca il cambiamento sta facendo un uso improprio dell’organizzazione. I ministri della CARICOM hanno concordato con Nuova Delhi un lavoro comune sulla riforma ONU e hanno sostenuto la candidatura indiana a un seggio non permanente per il biennio 2028–29. Ruto, infine, ha legato la rappresentanza nel Consiglio alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale: nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto 102.000 miliardi di dollari e i Paesi in via di sviluppo, pur detenendone meno di un terzo, hanno pagato circa mille miliardi di interessi.

Quest’ultimo dato spiega perché il protagonismo del Sud non possa esaurirsi nel Consiglio di Sicurezza. Per gran parte degli oltre centotrenta membri del G77 la questione del veto è lontana, mentre il costo del capitale, il servizio del debito e l’accesso alla finanza climatica sono questioni di ogni bilancio nazionale. Una riforma che aggiungesse quattro o sei seggi permanenti per le potenze emergenti lascerebbe immutata la condizione della maggioranza. Il Sud nel suo insieme ha interesse a tenere insieme rappresentanza politica e riforma finanziaria; le sue potenze regionali hanno interesse soprattutto alla prima. È una divergenza di priorità che nessun comunicato registra e che ogni negoziato reale farebbe emergere.

Tre nodi

Il primo nodo è la rappresentanza del Sud al proprio interno. Il Sud Globale è una maggioranza, non un soggetto unitario. Sul Consiglio si confrontano almeno tre schieramenti. Il G4 (Brasile, Germania, India, Giappone) chiede nuovi seggi permanenti. Il Comitato dei Dieci dell’Unione Africana difende la posizione comune di Ezulwini. Il gruppo Uniting for Consensus respinge nuovi seggi permanenti e propone di allargare la sola categoria elettiva. Di quest’ultimo fanno parte l’Italia, il Pakistan, l’Argentina e il Messico, cioè i vicini e rivali regionali di tre degli aspiranti. Ogni candidatura del Sud genera un’opposizione del Sud. Uniting for Consensus presenta il proprio modello come il più attento alla sottorappresentanza di Asia-Pacifico e America Latina dopo il 1963; buona parte degli Stati africani vi legge un modo per negare al continente la parità di status. Nessuno dei tre schieramenti dispone da solo dei 129 voti che servono in Assemblea.

Il secondo nodo è il veto. La posizione africana lo chiede per i nuovi membri permanenti in nome dell’eguaglianza; il G4 si è mostrato disponibile a rinviarne l’esercizio a una revisione successiva; i cinque permanenti non hanno interesse né a estenderlo né a limitarlo, e la Russia lo ha difeso apertamente come argine contro iniziative avventate dell’organizzazione. Qui l’interesse dei membri BRICS diverge in modo strutturale. Cina e Russia sono garanti dello status quo che il resto del blocco contesta, e la loro adesione alla retorica della riforma si arresta al perimetro del proprio privilegio. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione, come ho scritto altrove, equivale a chiedere a un monopolista di legiferare sulla propria concorrenza.

Il terzo nodo è finanziario, e per il Sud rappresenta insieme un rischio e un’occasione. Per il 2026 il Segretario generale ha proposto un bilancio ordinario ridotto del 15 per cento e un taglio del personale vicino al 19 per cento; all’inizio dell’anno sono stati soppressi 2.900 posti. Il paradosso è evidente, giacché l’organizzazione si restringe proprio mentre la sua maggioranza chiede di pesare di più al suo interno. Ma chi finanzia un’istituzione acquista titolo a ridisegnarla. Se i contributi mancati di Washington rendono l’ONU più dipendente da altri finanziatori, a cominciare dalla Cina, secondo contribuente del bilancio ordinario, il baricentro negoziale si sposta. Per il Sud la domanda è se questo spostamento produrrà più rappresentanza o soltanto un nuovo patrono.

Tre vie: dentro, sopra, di lato

La prima via è quella negoziale, dentro l’IGN. Il Patto per il Futuro adottato il 22 settembre 2024 ha fissato alcuni principi: riparare come priorità l’ingiustizia storica nei confronti dell’Africa, trattandola come caso speciale; migliorare la rappresentanza di Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi; intensificare gli sforzi sulla questione delle categorie di membri; lavorare verso un modello consolidato. È il massimo di convergenza mai registrato in un testo adottato per consenso. È anche, osserva Joseph Preston Baratta, un documento di riconferma più che di trasformazione: i piccoli e medi Stati, maggioranza schiacciante dell’Assemblea, non si sono coalizzati attorno a un’agenda ambiziosa perché impegnati a difendere gli impegni sull’aiuto allo sviluppo e sugli Obiettivi del 2030. La richiesta indiana di un testo negoziale è l’unico modo per mettere alla prova quella convergenza. Valuto probabile, con confidenza moderata, che anche l’ottantunesima sessione si chiuda con l’ennesima decisione di rinnovo.

La seconda via passa sopra il negoziato ordinario. L’art. 109 della Carta prevede una Conferenza generale degli Stati membri per la revisione della Carta, convocabile con il voto dei due terzi dell’Assemblea e di nove membri qualsiasi del Consiglio di Sicurezza. Per la convocazione, dunque, il veto non opera. Baratta, riprendendo gli studi di Mahmoud Sharei, propone che una coalizione di piccoli e medi Stati faccia di questa disposizione mai applicata la leva di una revisione complessiva. Il limite è altrettanto chiaro: le modifiche approvate dalla Conferenza entrano in vigore solo con la ratifica di tutti i membri permanenti (art. 109, par. 2). L’art. 109 non aggira il veto, ma ne rende visibile il costo politico, perché costringe i cinque a opporsi apertamente a un processo voluto dalla maggioranza invece di lasciarlo esaurire nelle procedure dell’IGN. Per il Sud è l’unico strumento giuridico che trasforma il numero in iniziativa.

La terza via corre di lato. È quella che ho chiamato altrove la «riforma necessaria», contrapposta alla «riforma impossibile»: la trasformazione che avanza nei circuiti che le istituzioni universali non controllano, dai pagamenti transfrontalieri alle banche di sviluppo, e che finisce per rendere l’interno meno rilevante. Questa via non chiede il permesso a nessuno. Ha però un costo che il Sud deve mettere in conto: un’ONU svuotata non protegge i piccoli, che del diritto internazionale e della sede universale hanno più bisogno delle grandi potenze. Pechino, Mosca o Nuova Delhi possono permettersi un mondo di club; il Burundi o la Giamaica molto meno.

Le tre vie non si escludono. La combinazione più plausibile nei prossimi anni vede la terza avanzare mentre la prima ristagna, con la seconda tenuta in riserva come minaccia. È in questa combinazione che il protagonismo del Sud diventa necessario e non soltanto auspicabile. Solo una maggioranza organizzata può fare in modo che la pressione laterale produca riforma dentro l’organizzazione anziché il suo abbandono; e solo una maggioranza organizzata può rendere credibile l’art. 109 come alternativa allo stallo.

La valutazione poggia su tre assunti: che i cinque permanenti restino compatti nella difesa del veto; che la rivalità sino-indiana persista; che il disimpegno finanziario statunitense continui. Se il primo cadesse, per esempio con un’apertura di Washington o di Parigi a una limitazione del veto, gli scenari di riforma parziale guadagnerebbero probabilità. Se la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi si attenuasse in modo stabile, il nodo del seggio indiano smetterebbe di essere il principale ostacolo interno al blocco.

Un ulteriore banco di prova è ormai imminente. La scelta del successore di Guterres, il cui mandato scade a fine 2026, dirà se la rotazione regionale e la domanda di rappresentanza del Sud contano qualcosa anche nella procedura più opaca del sistema, quella in cui il Consiglio raccomanda e l’Assemblea ratifica.

Una maggioranza che deve diventare soggetto

La Carta si apre con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite». I popoli del Sud sono la grande maggioranza di quel «noi», e la loro esclusione dal centro decisionale non è più un’anomalia storica tollerabile: è il punto in cui la legittimità dell’organizzazione si incrina. Per questo il protagonismo del Sud Globale è necessario. Non perché il Sud sia portatore di una virtù politica superiore, ma perché nessun altro attore ha insieme l’interesse, i numeri e ormai anche le alternative per costringere l’ONU a riformarsi.

Perché quel protagonismo produca risultati servono però tre passaggi che nessuna dichiarazione ha ancora compiuto. Il primo è un modello meridionale unico, o almeno una tregua tra G4, Africa e Uniting for Consensus sul principio che l’allargamento vada fatto prima di stabilire chi ne beneficia. Il secondo è il collegamento esplicito tra rappresentanza politica e riforma finanziaria, così che la maggioranza dei piccoli abbia ragioni proprie per sostenere le ambizioni dei grandi. Il terzo è l’uso delle istituzioni alternative come leva negoziale e non come uscita di sicurezza.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico. Le Nazioni Unite sono nate per impedire il ritorno del 1939; il Sud chiede che smettano di somigliare al 1945. Tra le due richieste non c’è contraddizione. C’è soltanto chi, dentro il Consiglio, ha interesse a far credere che ci sia.

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“Non sono felicissimo, non ho mai fatto un bel viaggio, non sono mai stato all’estero. Tante cose non le ho fatte, ma poi in fondo mi dico: ma che mi frega? Mica è necessario farle”: lo sfogo di Lino Banfi

“Il nonno d’Italia” rimpiange di non aver viaggiato. Lino Banfi è tornato in tv e in una lunga intervista rilasciata durante l’ultima puntata di Verissimo ha spiegato di avere un grosso rimpianto sulla sua vita passata. “Non sono felicissimo, non ho mai fatto un bel viaggio, non sono mai stato all’estero. Non ho mai fatto una crociera con mia moglie Lucia o con i miei figli”, ha ricordato il 90enne interprete di memorabili capolavori come Vieni avanti cretino e Spaghetti a mezzanotte. il motivo di questa mancanza di viaggi riguarda il ritmo di lavoro sui set cinematografici che Banfi ha avuto tra gli anni 70 e 80. “Spesso interpretavo quattro film contemporaneamente. mi cambiavo d’abito addirittura nelle macchine”, ha aggiunto Banfi. Insomma, niente viaggi ma anche grandi soddisfazioni perché tutti lo volevano e Lino generoso non si è mai tirato indietro.

“Tante cose non le ho fatte, ma poi in fondo mi dico: ma che mi frega? Mica è necessario farle. Non è obbligatorio per forza saper nuotare, non ho avuto il tempo di imparare, non è che io ero scemo. Come gli altri hanno fatto avrei fatto anche io. Ci sono state delle volte che ho girato anche quattro film contemporaneamente, mi cambiavo nelle auto perché tutti volevano la mia partecipazione e il mio linguaggio. Papa Francesco aveva ragione quando mi diceva: un giorno parleranno tutti come te e si divertiranno a usare il tuo vocabolario banfiota”, conclude.

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Sotto il vulcano (persiano)

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni che li stanno portando alla rovina, sono davvero più allineati che mai e coordinano ogni cosa su un fronte comune.

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Washington, sul fronte ucraino, potrebbe passare alla modalità “salvare la faccia” a tutti i costi. Dopotutto, la portata della sconfitta strategica subita dall’Impero e dall’Occidente allo sbando nel Paese 404 è sbalorditiva. A ciò si aggiunga la sconfitta strategica in Iran, oltre allo Yemen che martella senza tregua la Casa dei Saud. Il Gran Maestro Lavrov l’ha definita così: «L’Occidente non sarà mai più l’attore principale, a dettare le condizioni».La tentazione potrebbe essere forte di individuare un percorso più diretto verso un ordine mondiale multinodale e policentrico – sulla scia di tutte quelle concessioni sfrenate e senza precedenti di Trump a Mosca. Ma poi le vere nuvole nere continuano ad addensarsi.Il culto della morte nell’Asia occidentale e il «Sindacato di Epstein» nel suo complesso sono riusciti a sopraffare l’intera massa dei neoconservatori russofobi sparsi in tutto il MICIMATT (complesso militare/industriale/congressuale/di intelligence/mediatico/accademico/dei think tank, secondo la memorabile definizione di Ray McGovern) e a ricostituire l’Iran come l’indiscutibile e unica emergenza di sicurezza nazionale.Il piano in 7 punti o nienteIl viaggio affrettato e organizzato all’ultimo minuto del feldmaresciallo Asim Munir da Islamabad a Teheran all’inizio di questa settimana, alla fine, non ha potuto mediare nulla.Munir ha incontrato tutte le figure di rilievo. Ha chiesto senza mezzi termini al presidente del Parlamento Ghalibaf: cosa occorre per trovare una soluzione all’impasse tra Iran e Stati Uniti? Ghalibaf è stato schietto – e lo ha ribadito almeno otto volte nel corso del loro incontro: Washington deve attuare le condizioni in sette punti dell’Iran, che costituiscono essenzialmente una sintesi del memorandum d’intesa (MoU) ripetutamente fallito, che Trump aveva firmato per poi distruggerlo.I sette punti erano stati proposti per la prima volta a Tweedledum e Tweedledee – Witkoff e Kushner – tramite i qatarioti in un precedente ciclo di negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti.Il presidente Pezeshkian e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) Mohsen Rezaee, nei loro incontri, hanno sottolineato esattamente la stessa cosa. Questo è il messaggio che Munir dovrebbe trasmettere al «sociopatico in capo».Le fonti ufficiali iraniane non lo confermeranno; solo la versione americana, pesantemente manipolata. Ma Munir potrebbe aver portato un ultimatum finale degli Stati Uniti a Rezaee, Pezeshkian e Ghalibaf: abbandonate il vostro programma nucleare, oppure andrete incontro a massicci attacchi, mirati principalmente a Pickaxe Mountain.Oltre ai 7 punti, Mohsen Rezaee ha infatti comunicato nuovamente a Munir – e quindi alla Casa Bianca – che nemmeno un granello di polvere nucleare lascerà l’Iran. Si torna così all’unica possibilità di un ritorno ai negoziati: Washington deve accettare i 7 punti.Il ministro degli Esteri Araghchi continua a ribadire l’essenziale: «Gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere nessuno dei loro obiettivi di guerra». La catena di nessi è quindi ineludibile: nessuna vittoria militare (e nessun cambio di regime); costi economici insostenibili; situazione politica insostenibile; pertanto l’unica via d’uscita sono i 7 punti.E, come se non bastasse, Teheran fa scorrere il tempo.Parallelamente, nel contesto dell’operazione «Yemeni Storm», anche Sana’a tiene il tempo.Con Aramco, linfa vitale degli Stati Uniti, di Israele e dei sicari salafiti-jihadisti sul modello dell’ISIS, nonché fonte privilegiata di finanziamento per le «guerre infinite», ora nella linea di fuoco diretta di Ansarallah, l’obiettivo yemenita è quello di adoperarsi «per prosciugare le fonti del terrorismo».

Riad, tuttavia, sta raddoppiando la posta in gioco, minacciando di bombardare ogni raduno delle tribù yemenite. Se ciò dovesse accadere, oltre un milione di yemeniti in più si uniranno alle Forze Armate yemenite e marceranno verso il confine yemenito-saudita.

Dopotutto, le tribù, ben addestrate e dotate di armamenti all’avanguardia, stanno solo aspettando un ordine dal leader di Ansarallah, Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, per riversarsi nell’Arabia «saudita» meridionale e recuperare le tre province – Najran, Jizan e Asir – che sono terre ancestrali yemenite sottratte dagli inglesi nel 1934.

Un prezzo che non potete permettervi di pagare

Potrebbe scatenarsi il finimondo: ora; a breve; o al più tardi entro la fine di novembre. Se dovesse accadere prima, prima delle elezioni israeliane, è certo che a guidare il tutto sarà il culto della morte. Il sociopatico in capo privilegia un attacco dopo le elezioni di medio termine.

Il «culto della morte» sta preparando un attacco su vasta scala contro centrali elettriche, infrastrutture petrolifere, obiettivi militari e impianti nucleari iraniani. Teheran ha ripetutamente avvertito che qualsiasi attacco, congiunto o separato, da parte degli Stati Uniti e di Israele, sarà considerato una «Totalen Krieg», una guerra totale, e la risposta supererà ogni limite o moderazione.

I servizi segreti interni iraniani sono interamente concentrati su uno scenario di bombardamenti su larga scala che si verificherà prima di martedì prossimo, giorno delle elezioni nel «culto della morte».

Qualunque cosa accada, la risposta di Teheran garantirà che il prezzo da pagare sia ben oltre ogni limite. Per quanto riguarda Israele, l’Iran sferrerà un contrattacco contro entrambe le raffinerie israeliane; i porti di Haifa e Ashdod; tutte le basi aeree; e Dimona sarà aggiunta solo se i siti nucleari iraniani dovessero essere colpiti.

In caso di attacco da parte degli Stati Uniti, qualsiasi monarchia petrolifera del Golfo che ospiti un punto di lancio diventerà immediatamente un bersaglio legittimo, comprese le reti elettriche, gli impianti di desalinizzazione, le raffinerie, i porti, i centri dati, i quartier generali e le installazioni delle aziende americane.

Lo Stretto di Hormuz verrebbe completamente chiuso. Il prezzo del barile di petrolio schizzerà alle stelle. L’economia globale entrerà in una Grande Depressione. Da un punto di vista imperiale, ciò sarebbe altrettanto desolante quanto il fatto che Washington lasci all’Iran la gestione dello Stretto di Ormuz e la riscossione dei diritti di transito: in realtà, la fine umiliante della talassocrazia unilaterale – con la Quinta Flotta degli Stati Uniti costretta a chiedere il permesso per entrare o uscire dalla propria base fatiscente in Bahrein.

Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei, ha sottolineato che «se gli Stati Uniti e Israele colpiranno le nostre infrastrutture petrolchimiche o le nostre centrali elettriche, l’Iran colpirà nove paesi».

Inoltre, l’agenzia di stampa Fars, molto vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), è venuta a conoscenza di una serie di nuove direttive: qualora gli attacchi comportassero l’assassinio di funzionari iraniani e l’uccisione di civili, la risposta iraniana includerà obiettivi politici associati agli Stati Uniti e a tutte le nazioni partecipanti alla guerra, oltre alle loro infrastrutture.

Lavrov e Araghchi rilanciano il RIC

In mezzo a tanto orrore, cerchiamo di sottolineare almeno una tendenza positiva. Durante la recente visita di Lavrov a Teheran, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi è andato dritto al sodo:

«Mai nella nostra storia la Russia e l’Iran hanno collaborato così strettamente come ora».

Il concetto chiave è «mai nella nostra storia». Lavrov e Araghchi hanno discusso di «tutto, dall’Europa all’Asia occidentale». Ma in particolare di questi quattro temi: Libano, Palestina, Ucraina e Yemen. Per non parlare di tutto ciò che riguarda l’ampliamento della cooperazione economica e «nucleare».

Per cooperazione economica si intende in particolare l’INSTC – il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre partner dei BRICS e della SCO: Russia, Iran e India.

Si veda il mio documentario sull’INSTC girato in Iran lo scorso anno.

L’Impero del Caos fa affidamento su sanzioni, minacce e bombardamenti. L’integrazione eurasiatica si basa sulla costruzione di infrastrutture, sull’incremento degli scambi commerciali e sulla cooperazione sovrana. Pertanto, Lavrov e Araghchi hanno dovuto ancora una volta rilanciare il RIC: l’originario collegamento Russia/India/Cina, inizialmente concepito come «Triangolo di Primakov», ma ora con l’Iran al posto dell’India.

Lavrov ha proposto che il nuovo RIC istituisca una «struttura di sicurezza comune» nel Golfo Persico attraverso un vertice trilaterale. Ciò equivale a definire, nell’ambito del RIC, un quadro unificato per lo Stretto di Hormuz.

La risposta dell’Impero sarà un’ulteriore disorientazione. Poiché, ancora una volta, si tratta dell’«indivisibilità della sicurezza» – come quando la Russia l’ha proposta agli Stati Uniti e alla NATO nel dicembre 2021. Allora ciò fu accolto con una risposta che equivaleva a una mancata risposta.

Per quanto riguarda il Libano, la Palestina, l’Ucraina e lo Yemen, Lavrov e Araghchi erano in prima linea. Da un lato abbiamo l’Impero del Caos e i suoi alleati/vassalli, dall’altro la Russia e gli alleati dell’Iran.

È tutto interconnesso, naturalmente. Un arco imperiale di pressione militare si estende dall’Ucraina allo Yemen. La risposta ruota attorno a come coordinare la resistenza (corsivo mio) a tale pressione.

Per quanto riguarda la cooperazione economica, sia l’Iran che la Russia sono sottoposti a un vero e proprio tsunami di sanzioni. Le loro banche sono state espulse dal sistema SWIFT e le esportazioni di petrolio sono severamente limitate. Pertanto, il commercio tra i due Paesi deve aggirare il dollaro statunitense, l’intero sistema finanziario occidentale e la talassocrazia imposta dalla Marina degli Stati Uniti.

Il know-how necessario per aggirare le sanzioni è qualcosa che l’Iran e la Russia potrebbero condividere con l’intero Sud del mondo, attraverso pagamenti in valute locali, il baratto, i corridoi terrestri, l’INSTC e il commercio attraverso il Mar Caspio.

E questo ci riporta ancora una volta allo Stretto di Ormuz – che l’Iran controlla. Le petro-monarchie del Golfo stanno andando completamente nel panico. La Russia mantiene solidi canali di comunicazione sia con l’Iran che con il Golfo. Lavrov è in perfetta sintonia con tutti loro. Ha portato le preoccupazioni del Golfo a Teheran e, a sua volta, ha trasmesso le condizioni di Teheran al Golfo.

Lavrov ha sottolineato che il Memorandum d’intesa di Islamabad, più volte dichiarato «morto», è l’unica via da seguire. Esattamente ciò che Xi ha detto a Trump nello Studio Ovale. Esattamente ciò che la leadership iraniana ha detto ad Asim Munir a Teheran.

Ha inoltre sottolineato che le petro-monarchie del Golfo Persico devono darsi una regolata e avviare un serio dialogo sulla sicurezza con l’Iran e le nazioni arabe, compresi i paesi confinanti come l’Iraq e la Giordania, coinvolgendo la Lega Araba, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ancora una volta: l’indivisibilità della sicurezza.

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni fino all’oblio, sono infatti in sintonia come mai prima d’ora, coordinando ogni cosa su un fronte comune – mentre il disperato «Sindacato di Epstein» rimane intrappolato nel proprio incubo di una «guerra eterna» da lui stesso architettato.

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Le prime stelle: le dive del cinema muto rivivono nei dipinti di Toccafondo

George Sadoul scriveva che il cinema italiano dal 1912 al 1918 fu certamente il cinema più bello del mondo. Ecco. Possiamo partire da qui per presentare la mostra di Gianluigi Toccafondo Le Prime Stelle – Le dive italiane che sedussero il cinema al Mic, Museo interattivo del cinema a Milano, inaugurata il 15 ottobre scorso e che proseguirà fino al 7 marzo 2027. Tutto nasce da una preziosa raccolta fotografica in bianco e nero regalata alla Cineteca di Milano da Vico D’Incerti, tra l’altro collezionista e filologo del cinema.

Toccafondo ha magistralmente reinterpretato questo materiale attraverso la sua pittura, mettendo a confronto due forme d’arte e facendo rivivere la bellezza del cinema muto italiano nei suoi primi anni di divismo. Cinquanta fotografie d’epoca che ritraggono altrettante dive protagoniste della settima arte. I loro volti sono quasi sempre altezzosi, gli sguardi si rivolgono all’obiettivo fotografico con alterigia e seduzione. Lyda Borelli, Pina Menichelli, Vera Vergani, Isa Bluette, giusto per citarne alcune tra le più note. Per molte altre si conosce pochissimo, a volte nulla.

Il lavoro artistico di Toccafondo restituisce a quelle immagini una nuova vita che sembrava persa. I colori dei suoi dipinti mettono in movimento i corpi, li animano, cercando di svelare con divertita allegria storie misteriose di una stagione breve e irripetibile del cinema italiano. Nell’incontro con la stampa che ha introdotto la mostra, lo stesso Toccafondo ha spiegato la sua scelta di intervenire nei ritratti. “Tanti elementi mi attraggono nella foto, sicuramente l’espressione della diva, ma anche vestiti e ornamenti e lo spazio attorno; poi luce, controluce e ombre, sono fondamentali per trovare una relazione con la pittura.”

Oltre alle opere di Toccafondo, all’interno della mostra sarà possibile anche osservare manifesti tipografici della programmazione quotidiana del cinema, brochure, materiali pubblicitari e numerose riviste di cinema di quegli anni. Ad accompagnare la mostra ci sarà la rassegna “Doppio Sogno”, che comprenderà film ispiratori del lavoro di Toccafondo, insieme ad una selezione di titoli scelti dalla Cineteca.

Il talento di Gianluigi Toccafondo ha lasciato il segno nel corso degli anni in svariate forme d’arte. Cinema, teatro, pitture, illustrazioni, pubblicità. Non perdetevi questo suo racconto visivo, questo viaggio emozionale che fa sopravvivere un’epoca di cinema ormai dimenticata.

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Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

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“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

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L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

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Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

Segue nostro Telegram.

La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

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