Novaya Gazeta chiude in Russia: “Siamo stati uccisi da autorità di Mosca e servizi segreti”
“Siamo stati uccisi. Il 9 novembre spegneremo le luci del nostro edificio, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi segreti russi hanno costretto la redazione a cessare le attività”. Il sito di Novaya Gazeta, quotidiano classificato come agente straniero da Mosca, ha annunciato la cessazione delle attività in Russia. La testata, nota in Occidente soprattutto per essere il quotidiano sul quale Anna Politkovskaja – uccisa nel 2006 – pubblicava le sue inchieste, era già sottoposta a limitazioni dal 2022. Parte della redazione aveva già lasciato il Paese, continuando a lavorare al progetto Novaya Gazeta – Europe.
“Una trentina d’anni di vita insieme al Paese e ai suoi cittadini finiranno per noi per strada, senza mezzi di sussistenza, sotto la costante minaccia della repressione“, aggiunge Novaya Gazeta. Il giorno prima era stato reso noto che la redazione sarebbe stata sfrattata dalla propria sede in Potapovsky Lane, nel centro di Mosca, dove i giornalisti avevano lavorato per 29 anni, sottolinea Meduza, evidenziando che a seguito di ciò chiuderà anche il Museo di Anna Politkovskaya, che aveva sede nell’ex ufficio della giornalista. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 le autorità russe hanno bloccato i siti web del giornale e ne hanno revocato la registrazione, poi a settembre del 2026 Novaya Gazeta era stato dichiarato “agente straniero”. Secondo l’Economist, il 26 ottobre si è tenuta una riunione del board del giornale in cui è stato deciso di chiudere e oggi è giunto l’annuncio della testata.
Nel lungo testo dell’annuncio pubblicato sul suo sito, Novaya Gazeta ripercorre la sua storia, che si intreccia con quella della Russia. “I nostri anni sono stati felici: pieni di creatività e speranze, lettori, amici, testi, film. A volte, questi anni sono stati disperatamente amari. Amari, perché è stato proprio durante il regno di questo regime, e non negli anni ’90 della criminalità organizzata, che i nostri colleghi sono stati uccisi per motivi politici, per aver adempiuto al loro dovere professionale e civico: Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stas Markelov, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova. Contemporaneamente alla lettera di sfratto, hanno disattivato il sistema di donazioni che ci permetteva di ricevere contributi dai nostri lettori. In altre parole, ci hanno privato di qualsiasi fonte di finanziamento. Completamente”, denuncia il giornale. E ancora: “Si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione delle banche secondo cui agiscono in base a regole aziendali interne. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato statale repressivo, da funzionari dell’Fsb che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese come una loro proprietà“.
Poi, dopo avere ripercorso le restrizioni a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina e l’aggressione al caporedattore Dmitry Muratov, Nobel per la Pace nel 2021, Novaya Gazeta sottolinea che “questa non è solo la nostra storia personale. È la storia di un Paese e di una società che vengono annientati esattamente allo stesso modo”. “A compiere tutto questo sono l’Fsb, il ministero della Giustizia, la Procura e altri che hanno privatizzato lo Stato e usurpato il potere. Non si tratta di risentimento sovietico; sotto questa copertura è stata praticamente instaurata una dittatura militare“, denuncia il giornale. “I diritti umani e le libertà sono stati eliminati nel Paese, e la loro tutela è stata equiparata a un reato. Le elezioni e gli organi eletti sono stati di fatto eliminati. Le istituzioni pubbliche sono state smantellate. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La vita privata è stata stravolta da mani sporche. L’articolo 29 della Costituzione, secondo cui ‘la censura è vietata’, non suona forse oggi come una beffa? I tribunali sono stati distrutti, insieme alla legge e allo Stato di diritto. Avere le proprie convinzioni è ora considerato tradimento”, si legge ancora. Poi la conclusione: “Ma il tradimento è quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta svolgendo proprio ora sotto gli occhi del mondo intero. L’assassinio di Novaya Gazeta ne è un’ulteriore prova. In tutti questi anni abbiamo scritto proprio di questo. Finché abbiamo potuto. Ecco perché l’abbiamo chiusa. Grazie a tutti coloro che ci hanno ascoltato”.
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina gran parte dello staff del giornale si era spostata in Lettonia e aveva lanciato Novaya Gazeta Europe. La testata originaria è stata privata della licenza per operare in Russia già nel 2022, all’indomani dell’avvio delle ostilità contro Kiev. Da allora era rimasta operativa nel Paese solo per la raccolta di informazioni relative alle inchieste giornalistiche. Sul sito del giornale si legge: “Novaya Gazeta Europe è stata fondata nell’aprile 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina avvenuta sei settimane prima e alla conseguente introduzione della censura di guerra che ha costretto la maggior parte dei redattori e dei giornalisti di Novaya Gazeta a lasciare il Paese. Con sede a Riga, capitale della Lettonia, Novaya Gazeta Europe intende portare avanti l’eredità di Novaya Gazeta, che da oltre 30 anni è uno dei nomi più autorevoli del giornalismo indipendente russo”. Da giugno 2023 anche questa nuova entità – che ha sede a Riga e collaboratori nell’est Europa – è stata dichiarata “organizzazione indesiderata” e messa al bando in Russia.
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I giornali tradizionalmente di destra – e i loro direttori – non dovevano credere ai loro occhi quando Siher è stato portato in Questura a Milano e da lì al carcere di San Vittore. E infatti, col tipico garantismo a convenienza, si sono affrettati a condannarlo. E, intorno alla condanna, a costruire la propria narrazione. Partiamo da il Giornale diretto da Tommaso Cerno. L’apertura a caratteri cubitali del 25 è “L’ayatollah dei maranza”. Il sottotitolo: “Fermato il fondatore del gruppo 17 ottobre”. La doppia pagina, 2-3, è “Regia islamica” (dietro gli scontri, ovviamente). Tra i “deliri” e le “ossessioni ” di Siher – così li definiscono nella redazione milanese del quotidiano fondato da Indro Montanelli – aver appoggiato un’interrogazione di Nicola Fratoianni, essere un attivista pro Pal, parlare di genocidio e di libertà “dal fiume al mare”. Il giorno dopo, attenzione, ecco a tutta pagina “Tutti i legami di Youssef”, reo di aver partecipato a un convegno con l’ex Avs Aboubakar Soumahoro e di essere sceso in piazza con Mohammad Hannoun. Già che ci siamo, poiché nel calderone di questi giorni fa comodo, il 27 l’apertura è sull’intervista a Matteo Salvini. Titolata così: “Islam pericolo per l’Italia. Ecco la mia nuova Lega”. Accostamenti suggestionanti stabilirebbe una storica sentenza della Cassazione sui limiti del diritto di cronaca. Dopo le pagine 2-3 col leader del Carroccio che dice che le moschee vanno chiuse, a pagina 4 ecco Siher, definito “l’ideologo eversore”. Poi si parla di Fratelli musulmani, di Piantedosi che indica di “valutare legami con Hamas” e della presunta intenzione del giovane ricercatore – tutta da dimostrare – di volere “una primavera araba” a Milano.
Per Libero, il giornale diretto da Alessandro Sallusti, la prima pagina del 25 ottobre diventa il pretesto per una doppia operazione: screditare le rivendicazioni socio-economiche di chi protesta, incolpando l’Islam, e attaccare il Fatto Quotidiano (poiché Siher ha svolto uno stage nella redazione di Milano). Ecco l’apertura: “Non è disagio, è Islam”. Il sottotitolo: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. Per Sallusti è l’uomo perfetto: “Altro che emarginazione”. Nell’editoriale parla persino di un “progetto politico di matrice islamica per destabilizzare l’Italia”. Poi, con l’immancabile paternalismo, dà del “cretino” a Siher e a chi “gli ha dato spago e credibilità”. A pagina 2 un titolo che è già una sentenza: “La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. A pagina 3, visto che ci siamo, un attacco – così viene inteso dai lettori del quotidiano fondato da Vittorio Feltri – ai 5 stelle. Siher viene descritto, nella titolazione, come “l’intellettuale musulmano autore del ‘Fatto’ e amico del M5s“. Il giorno dopo, il 26, in prima pagina compare un titolo che dire allusivo è poco: “Tutte le donne del capo islamico“. Il pretesto è l’indagine a carico della moglie. L’apertura in prima pagina del 27 ottobre, invece, è dedicata al Partito democratico: “Il Pd arruola il capo islamico”. A Sallusti non devono essere piaciute le prese di posizione di chi ha espresso più di un dubbio sul fermo del 30enne e sulle relative accuse.
Anche per la Verità, il giornale fondato e diretto da Maurizio Belpietro, il fermo di Siher è l’assist perfetto per cancellare con un colpo di spugna il disagio sociale. L’occhiello dell’apertura, domenica 25 ottobre, recita: “Ma quale disagio economico: ecco chi muove le rivolte dei maranza”. Siher è già il responsabile. E infatti il titolo è “Preso il capo del branco”. Nell’editoriale Belpietro snocciola il curriculum del giovane, definendolo “l’ideatore del Movimento 17 ottobre, quello che minacciava di scatenare la rivolta in tutte le città d’Italia fino a che non fosse caduto il governo”. Povero governo, viene da dire: che scarsa stima da parte dei suoi sostenitori. Naturalmente per la Verità è importante sottolineare che Siher sia un italiano di “seconda generazione”, figlio di immigrati marocchini, e che sia istruito. Ecco l’apertura a pagina 2: “Altro che maranza. Il capo del 17 ottobre è un italomarocchino con laurea e master”. Il titolo dell’editoriale di Belpietro? È a pagina 3: “La storia di Siher è la dimostrazione che l’unico errore è stato integrare“. Insomma, il 30enne residente in provincia di Brescia è già ampiamente colpevole. Il giorno dopo, il 26, l’apertura del quotidiano dà per certo che i disordini siano stati favoriti da finanziamenti pubblici. Eccola: “C’è un giro di soldi pubblici dietro le menti della rivolta”. Anche qui il pretesto che spinge un titolo così roboante è poca cosa: la moglie di Siher lavora per un’associazione che ha ricevuto denaro dal Comune di Milano e da altri enti pubblici.