❌

Reading view

Vídeo: Casamento chega ao fim após mulher votar em Lula e relato viraliza

Uma mulher identificada como Dina ganhou repercussão nas redes sociais após revelar que o casamento terminou por causa de divergências políticas. Em um vídeo publicado no TikTok, ela contou que a vitória de Luiz Inácio Lula da Silva (PT) nas urnas marcou o fim da relação.

Dina resumiu a situação com uma declaração que chamou a atenção dos internautas: “Meu casamento acabou porque o Lula ganhou. E nem é meme”. Após o término, ela passou a trabalhar como motorista de aplicativo e afirmou que terá de assumir sozinha as despesas.

Apesar da repercussão do caso, a mulher afirmou que não pretende revelar a identidade do ex-companheiro nem expô-lo publicamente. O relato repercutiu nas redes sociais ao associar o fim de um casamento às diferenças de posicionamento político.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

The post Vídeo: Casamento chega ao fim após mulher votar em Lula e relato viraliza appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

  •  

Vídeo: Empresário eleva aluguel de garagem em oito vezes após identificar adesivo do PT em carro

O empresário Tacimar Hoendel divulgou um vídeo nas redes sociais no qual relatou a decisão de elevar de R$ 250 para R$ 2 mil o aluguel de uma vaga de garagem utilizada por uma mulher no prédio de sua mãe, em Niterói, no Rio de Janeiro. Segundo ele, a medida ocorreu após a identificação de um adesivo do PT no veículo da moradora e uma conversa sobre política.

De acordo com o relato, Tacimar abordou a mulher após notar o adesivo e informou o novo preço pelo uso do espaço. A moradora teria manifestado interesse em manter o aluguel, mas se surpreendeu com o reajuste de oito vezes. No vídeo, o empresário ironizou a situação ao afirmar: “Está todo mundo com muito dinheiro, o país está muito bom. Se não for 2 mil, eu prefiro deixar vazio”.

Ao final do registro, o empresário dirigiu ofensas à mulher e sugeriu que ela deixasse o carro estacionado na rua. A gravação repercutiu nas redes sociais por expor a relação entre a decisão de aumentar o preço da vaga e a posição política atribuída à moradora.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

The post Vídeo: Empresário eleva aluguel de garagem em oito vezes após identificar adesivo do PT em carro appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

  •  

Cateno De Luca protestava in mutande contro il Palazzo e ora può salvare Meloni

È quello che un giorno si presentò in segno di protesta seminudo all’Ars, il Parlamento regionale dei siciliani. In mutande, con la bandiera della Sicilia avvolta in vita e una coppola in testa. Era il 2007. Aveva appena fondato Sicilia Vera. A completare il quadro, nella sala stampa di Palazzo dei Normanni, una Bibbia e una statuetta di Pinocchio: già allora riusciva a convocare Dio e Carlo Collodi per una controversia sulla commissione Bilancio.

È quello che è partito da sindaco del suo paesello, Fiumedinisi, un torrente e poco più di milleduecento anime. Terzo figlio di madre contadina e padre muratore, come tiene a ricordare nella sua biografia. Poi Santa Teresa di Riva, quindi Messina, conquistata nel 2018 con il 65,28 per cento al ballottaggio e nessun consigliere eletto nelle sue liste. Un sindaco con quasi due terzi dei voti e neppure un consigliere proprio: la maggioranza assoluta di sé stesso.

È quello che alle ultime comunali di Messina, per sostenere il suo candidato Federico Basile, ha messo in campo quindici liste per il Consiglio comunale e 1.010 candidati, dai diciotto ai novantadue anni. Con un’offerta così, l’astensionismo comincia a sembrare un problema di mancata candidatura. Adesso amministra la griffatissima Taormina e guida Sud chiama Nord, che alle regionali del 2022 prese il 13,58 per cento, mentre lui sfiorò il ventiquattro come candidato presidente. Ha portato al Senato Dafne Musolino, passata un anno dopo con Matteo Renzi, tra le sue furie. L’autonomia degli altri è la parte più difficile dell’autonomismo.

È Cateno De Luca, per tutti Scateno, uno degli oggetti politici più imprevedibili partoriti da quel laboratorio permanente che è la Sicilia. E l’ultima metamorfosi potrebbe riguardare tutti: con il suo uno virgola nazionale, l’uomo della coppola può aiutare Giorgia Meloni a tenersi l’Italia.

L’ultima magia l’ha fatta da pifferaio. Ha raccolto sindaci e amministratori nel nome della libertà dei territori, ha federato il suo movimento con un’altra sua creatura, «Sindaci d’Italia», e li ha accompagnati nell’alleanza con Meloni. Il piffero lo suona lui; alla fine della passeggiata si trova Ignazio La Russa. Un modo piuttosto originale di affrancarsi dai partiti: scegliersi quelli ai quali portare i voti.

Alla convention romana chiusa il 29 ottobre, Meloni ha mandato un videomessaggio e celebrato i sindaci come «eroi». La Russa aveva già provveduto all’accoglienza: «Cateno, tu fai parte di questa squadra». La rivolta dei territori ha trovato il suo posto nel programma del centrodestra. Quanto alla libertà, De Luca ha una richiesta concreta: abolire il limite dei mandati per i sindaci. Una rivoluzione che comincia assicurandosi di poter durare.

La risata, però, rischia di distrarre dall’organizzatore. De Luca ha cominciato a quattordici anni attaccando manifesti per la Democrazia cristiana. A diciotto apriva un ufficio di patronato. Conosce la politica che passa dallo sportello, dalla pratica, dalla telefonata, dal nome ricordato quando gli altri hanno già smontato il palco. Il repertorio è quello del guastatore; l’apprendistato è quello del democristiano. Scateno è cresciuto dove si imparava che i voti si contano uno per uno, possibilmente sapendo anche come si chiamano gli elettori.

I mille candidati spiegano il metodo meglio di mille dirette. Ciascuno ha una famiglia, amici, colleghi, un quartiere nel quale farsi riconoscere. Moltiplicare le candidature significa moltiplicare le occasioni di chiedere un voto. È una macchina costruita sulle relazioni personali, alla quale il capo fornisce il marchio e la colonna sonora. È facile capire il richiamo: qualcuno risponderà, qualcuno si farà sentire, qualcuno verrà a litigare al posto tuo. Che poi litighi anche con te fa parte del servizio.

Durante la pandemia, lui, sindaco di Messina, inviava droni per la città per redarguire chi usciva di casa con la propria voce registrata: «Dove cazzo vai? Torna a casa». Aveva trovato il modo di essere presente anche in assenza del corpo, inconveniente che fino a quel momento aveva limitato le sue possibilità. Pretese una registrazione preventiva per chi entrava in Sicilia attraverso il porto di Messina: l’ordinanza fu annullata su deliberazione del Consiglio dei ministri. Per fermare un provvedimento comunale si era dovuto muovere il governo nazionale. Il messaggio politico era comunque arrivato: a Messina c’era un sindaco che si considerava un’autorità di frontiera.

La notorietà nazionale, finora, ha superato il consenso. Alle politiche del 2022 Sud chiama Nord raccolse lo 0,76 per cento alla Camera e lo 0,99 al Senato. Alle europee del 2024 la lista Libertà, costruita intorno a lui, si fermò all’1,22. Un risultato abbastanza piccolo da finire in fondo ai grafici, abbastanza grande da meritare una telefonata quando i conti della maggioranza diventano stretti.

La nuova legge elettorale, lo Stabilicum entrato in vigore il 24 ottobre, ha reso quella telefonata ancora più interessante. Il premio va alla lista o alla coalizione che arriva prima in entrambe le Camere e in ciascuna raggiunge almeno il quarantadue per cento. Al totale della coalizione concorrono anche i voti delle liste che rimangono sotto lo sbarramento. Ecco perché l’uno virgola di Scateno potrebbe pesare molto più di quanto suggerisca la sua dimensione nazionale. Se quei voti servissero a far scattare il premio, Meloni avrebbe ottime ragioni per ricordarsi di Fiumedinisi.

De Luca punta a superare il tre per cento, ma il valore politico dell’operazione comincia prima. Un amministratore capace di mobilitare qualche migliaio di elettori può diventare più utile di una settimana di dichiarazioni televisive. Una rete di amministratori può contribuire a decidere il governo. Nel Paese che discute da anni di bipolarismo, la stabilità potrebbe dipendere dall’umore di Scateno.

Naturalmente la coerenza del progetto va letta con una cartina in mano. A Roma De Luca sostiene il centrodestra; in Sicilia continua a combattere Renato Schifani e rivendica le mani libere. Il traghetto, a quanto pare, trasporta anche una diversa idea delle alleanze. Si può aiutare Meloni a vincere le politiche e chiedere agli stessi elettori di mandare a casa il centrodestra alle regionali. Basta ricordarsi su quale scheda si sta scrivendo la rivoluzione.

Il suo obiettivo dichiarato resta la presidenza della Regione. Il 29 ottobre ha escluso di essere candidato a un ministero. Prendiamolo alla parola: vuole Palazzo d’Orléans. L’accordo nazionale gli permette intanto di sedersi al tavolo della coalizione che, sull’Isola, vorrebbe sconfiggere. La Russa ha spiegato che della questione siciliana si parlerà più avanti. Traduzione politica: per adesso mettiamo insieme i voti; poi discuteremo di chi dovrà mandar via chi. Anche perché per le politiche si vota a maggio, per le regionali a novembre.

Resta un dettaglio che nessuna convention può risolvere: gli elettori. Chi lo ha votato per contestare il centrodestra potrebbe non apprezzare il nuovo servizio offerto a Meloni. I voti raccolti contro un sistema di potere non si trasferiscono automaticamente a sostegno dello stesso sistema, neppure quando a impartire le istruzioni è una voce molto riconoscibile. La scommessa sta qui: verificare quanti seguano De Luca per quello che dice e quanti perché è De Luca. La rete dei sindaci può allargare il consenso; può anche perdere per strada una parte del voto di protesta.

Intanto lui ha già trovato un modo per prendere alla lettera il nome del partito. Alla convention ha annunciato di aver offerto una candidatura al Parlamento a Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi. In platea c’era anche Mario Borghezio. Sud chiama Nord, risponde il Trota. La riconciliazione nazionale, a volte, assume forme che nemmeno la satira avrebbe il coraggio di proporre. Si era spogliato per protestare contro il Palazzo. Adesso potrebbe essere quello che impedisce a Meloni di restare in mutande.

L'articolo Cateno De Luca protestava in mutande contro il Palazzo e ora può salvare Meloni proviene da Linkiesta.it.

  •  

Quando Togliatti disse a D’Alema bambino di occupare una sede del Pci con un piede di porco

Monteverde Vecchio era un quartiere in cui vivevano diversi dirigenti comunisti – tra gli altri ricordo Giancarlo e Giuliano Pajetta, Alfredo Reichlin, Pietro Grifone e Aldo Lampredi, intorno al quale aleggiava la leggenda – confermata anni dopo come vera – che avesse giustiziato Benito Mussolini. C’era nel quartiere un consistente gruppo di ragazzini “pionieri”. L’Associazione pionieri era un’organizzazione voluta dal Pci alla fine degli anni quaranta, guidata da Carlo Pagliarini, con il compito di organizzare una sorta di scoutismo per i bambini, ispirato ai valori della sinistra. Era, se così possiamo dire, la versione comunista dell’attività che in quegli stessi anni si svolgeva nelle parrocchie, dove l’educazione cattolica si univa alle attività di gioco. Oltre allo sport e alle gite, c’era chi si occupava di teatro o di imparare a disegnare, ma anche chi – fu la mia prima responsabilità – doveva organizzare i rapporti con il quartiere e con il territorio. Avevamo anche i nostri campeggi estivi, nell’Appennino bolognese.

C’erano naturalmente educatori che ci seguivano e guidavano le nostre attività. Ricordo, tra gli altri, Carlo Mungo, nipote di Carmela Mungo, una importante pedagogista che era stata allieva e collaboratrice di Giuseppe Lombardo Radice e aveva fondato in quegli stessi anni una scuola innovativa a Due Ponti, una zona periferica sulla via Cassia. Era un’associazione di un certo rilievo che arrivò ad avere anche più di centomila iscritti in tutta Italia. Avrò avuto sei o sette anni quando mi iscrissi e diventai pioniere. All’inizio il nostro circolo era in via Napoli, una traversa di via Nazionale. Lì conobbi Gaspara Pajetta, la figlia di Giancarlo, e Chiara Ingrao, che era una bellissima bambina della quale mi innamorai subito.

Poi quando il circolo si trasferì a Monteverde Vecchio persi di vista Chiara e incontrai Elvira Pajetta, la figlia di Giuliano, che oltre a essere una bambina molto carina e intelligente aveva una irresistibile collezione di distintivi dei paesi socialisti – frutto delle esperienze internazionali di suo padre – con tutta la spettacolare iconografia del comunismo reale (Lenin, falce e martello, stelle rosse ecc). Gaspara era la presidente del circolo e io dopo un po’ diventai il segretario. Avevamo il nostro giornalino. Si chiamava “Il pioniere”, una specie di contraltare del “Corriere dei piccoli”, che era diretto da Gianni Rodari e Dina Rinaldi i quali, tra racconti, rubriche e fumetti – ricordo, per esempio, le divertenti avventure di Cipollino –, vi trasfondevano tutta la loro cultura e la loro ironia.

A Monteverde Vecchio eravamo tanti giovani pionieri, più di un centinaio, e tuttavia non avevamo una sede nostra. Il partito aveva a disposizione un appartamento al piano terra in via Sprovieri che era vuoto, ma si voleva destinare all’apertura di un circolo dell’Arci. Ci battemmo come leoni per ottenere quello spazio, ma non ci fu verso di convincere i compagni della sezione che ci trattarono come bambini petulanti. Così Gaspara e io decidemmo di seguire un’altra strada; chiedemmo, approfittando sfacciatamente del fatto che i nostri padri lavoravano a Botteghe oscure, direttamente un incontro a Palmiro Togliatti. Con nostra sorpresa, ce lo concesse. Andammo nella sua stanza al secondo piano e gli dicemmo: “Compagno Togliatti, non ci vogliono dare lo spazio per aprire la nostra sede dei pionieri”. Lui ci guardò incuriosito, ci chiese quanti iscritti avessimo, quali attività svolgessimo, insomma volle sapere tutto di noi. Alla fine ci disse: “Occupate la sede. Radunate tutti gli iscritti e una domenica mattina forzate la saracinesca con un piede di porco”. Non sapevamo che cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. Togliatti ci incitò: “Quando vengono i compagni della sezione a protestare voi dite che ve l’ha detto Togliatti”. Così facemmo. Occupammo l’appartamento e, siccome ce l’aveva detto il compagno Togliatti, quello diventò la sede del circolo dei pionieri di Monteverde.

Devo ammettere che proprio come pioniere raggiunsi forse il punto più alto della mia carriera politica. A undici anni, nel 1960, fui infatti incaricato di portare il saluto dell’Associazione al IX Congresso del Pci che si svolse al Palazzo dei congressi dell’Eur. Preparai da solo il mio intervento, rifiutando l’aiuto di mio padre e di mia madre. Emozionatissimo, salii alla tribuna indossando una camicia bianca e il fazzoletto rosso al collo e parlai sotto lo sguardo attento di Togliatti, di Longo e di Michail Andreevič Suslov, inviato del Pcus al congresso. Fu il primo uditorio importante della mia vita. La leggenda dice che quando finii il discorso Togliatti commentasse: “Questo farà strada…”. Un’altra versione più maligna dice che invece avesse sibilato: “Ma è un bambino o un nano?”. Esiste anche una foto che immortalò quel momento; purtroppo non la possiedo. La pubblicò nel 1998 “Sette”, il settimanale del “Corriere della Sera”, in occasione della mia nomina a presidente del Consiglio.

La didascalia recita: “D’Alema undicenne porta il saluto dei pionieri al 9° congresso del Pci (alla sua sinistra Palmiro Togliatti)”. Ricordo ancora l’emozione della camminata verso il palco. Il brivido nel vedere la platea che mi guardava e nel sentire la mia voce. La paura e l’eccitazione della prima volta non si scordano mai.

Tratto da “Eravamo comunisti” di Massimo D’Alema, Feltrinelli, 256 pagine, 19,00 €

 

L'articolo Quando Togliatti disse a D’Alema bambino di occupare una sede del Pci con un piede di porco proviene da Linkiesta.it.

  •  

Gli incidenti alla Linke e alla Fiom, e le relazioni pericolose tra sinistra radicale e islamismo politico

I due incidenti in cui sono incorsi in questi giorni la candidata a sindaca di Berlino della Linke, Elif Eralp, e il neoeletto segretario generale della Fiom-Cgil, Samuele Lodi, sono diversi, ma uniti da un filo comune: nascono entrambi dalle relazioni pericolose tra la sinistra radicale e l’islamismo politico.

Eralp, in un’intervista allo Spiegel, aveva di malavoglia ammesso la compromissione con Hamas di Ibrahim Ibrahim, riconosciuto ufficiale di collegamento tra il movimento filopalestinese e la Linke, che aveva pianto la morte dell’«eroe martire» Yahya Sinwar dopo la sua uccisione da parte delle Forze di difesa israeliane. Durante la revisione dell’intervista, lo staff di Eralp ha però chiesto a Der Spiegel di eliminare il riferimento a Ibrahim, lasciando per errore nel documento inviato al settimanale alcune annotazioni riservate, in cui Eralp giustificava la richiesta con il timore di ritorsioni contro sé stessa e la propria famiglia. Der Spiegel ha rifiutato la richiesta e ha pubblicato anche le annotazioni trasmesse per errore dallo staff della leader della Linke berlinese.

Il caso di Samuele Lodi, eletto giovedì scorso segretario della Fiom, riguarda la kefiah che indossava al momento della proclamazione e che recava, in arabo, la scritta «Diluvio di Al-Aqsa», nome attribuito da Hamas all’operazione terroristica del 7 ottobre 2023 contro Israele. Quando è emersa la notizia, la Fiom ha reagito con un comunicato, precisando che nessuno era consapevole del significato della scritta.

A prima vista sembrerebbe che i due incidenti siano legati a una colpevole imperizia degli staff di Eralp e Lodi, senza la quale non sarebbero avvenuti. In realtà questi spiacevoli inciampi nascono dall’idea, consolidata nella sinistra radicale tedesca e italiana non meno che in quella francese e di molti altri Paesi europei, che non tanto la causa palestinese in generale, quanto la sua declinazione combattentistica e islamista, rappresenti il vero e proprio archetipo transnazionale dell’antagonismo politico alle destre.

Nel cortocircuito logico che ha spento la razionalità della sinistra radicale, precipitandola nel buco nero dell’odio fanatico, Israele è considerato un prodotto del colonialismo occidentale e ha finito per coincidere con esso: così coincidono anche la lotta contro le destre e quella contro la cosiddetta «Israele globale», secondo la definizione di Ilan Pappé. L’alternativa è dunque una «Palestina globale», che riunifica sotto la kefiah palestinese tutte le forme reali o percepite di oppressione, da quelle sessuali a quelle economiche. Insomma, Israele è la sineddoche del male, la Palestina è il paradigma della giustizia intersezionale.

Questo porta alla distopia dei Queer for Gaza nei Gay Pride, olimpicamente incuranti del destino dei queer a Gaza, e alle bandiere palestinesi e agli slogan antisionisti nelle manifestazioni sindacali contro il carovita. Questo porta a giudicare una provocazione i cartelli «Free Gaza From Hamas» nelle piazze della sinistra e a considerare alleati naturali i rappresentanti del celodurismo palestinista, che sono come minimo personaggi equivoci, sempre in bilico tra la dissociazione formale dal terrorismo e la giustificazione morale delle sue ragioni, e molto spesso militanti islamisti dichiarati, che neppure dissimulano l’orgoglio antisemita e il disprezzo per le regole della società aperta.

Una delle conseguenze di questa immaginaria unità di destino tra i diseredati della Palestina e quelli dell’Occidente oppressore – chissà a quale destino appartengono i diseredati negletti ad altre latitudini, la cui disgrazia non sia imputabile all’Israele globale – è che l’alleanza con gli islamisti che rappresentano la causa palestinese (anche perché hanno più mezzi e risorse per farlo) è così scontata da inibire anche i più banali scrupoli morali o professionali. 

Ci si può accompagnare o far accompagnare, come nel caso di Elif Eralp, da notori apologeti del 7 ottobre e fare, finché è possibile, finta di niente. O si può indossare la prima kefiah passata da un compagno palestinese, come nel caso di Samuele Lodi, senza neppure preoccuparsi di capire, per fiducia implicita, cosa ci sia scritto sopra.

L’ufficio sinistri della sinistra europea dovrà occuparsi di sempre più spiacevoli incidenti se non uscirà dall’incantesimo palestinista e non confesserà a sé stessa che questi alleati sono i peggiori nemici non solo di Israele, ma degli stessi palestinesi che non vogliono una vita sacrificata alla morte degli ebrei.

L'articolo Gli incidenti alla Linke e alla Fiom, e le relazioni pericolose tra sinistra radicale e islamismo politico proviene da Linkiesta.it.

  •  

Papa Leão XIV vota por correspondência nas eleições intercalares dos EUA e a Casa Branca mantém silêncio

AF! O Papa Leão XIV votou por correspondência nas eleições intercalares dos Estados Unidos, confirmou esta sexta-feira o Vaticano. O anúncio faz do pontífice o primeiro líder da Igreja Católica de que há registo a participar numa eleição democrática secular. A informação foi divulgada pela Sala de Imprensa da Santa Sé, que explicou que o […]
  •  

Veja os nomes cotados para ocupar ministérios no novo governo Lula

A composição do próximo governo de Luiz Inácio Lula da Silva (PT) já movimenta as articulações políticas em Brasília. Com o encerramento do processo eleitoral, o Palácio do Planalto passou a discutir a reorganização dos ministérios, em meio à necessidade de definir prioridades econômicas, fortalecer a relação com o Congresso Nacional e contemplar aliados que participaram da campanha.As mudanças ainda não foram oficialmente anunciadas, mas integrantes do atual governo e nomes de diferentes setores políticos aparecem nas discussões sobre o futuro primeiro escalão. Entre as possibilidades estão alterações em áreas estratégicas, como Fazenda, Casa Civil, Comunicação Social e Segurança Pública.Um dos nomes presentes nas articulações é o do vice-presidente Geraldo Alckmin (PSB), que pode permanecer em uma função estratégica ou assumir o Ministério da Fazenda. Seu perfil moderado e a relação com o setor empresarial e o mercado financeiro são apontados como fatores que pesam na discussão sobre sua eventual atuação na área econômica.Outra possibilidade para a Fazenda é o governador do Piauí, Rafael Fonteles. Matemático e ex-secretário estadual da Fazenda, ele ganhou espaço no debate interno do PT por sua trajetória na administração das contas públicas e pela combinação entre gestão fiscal e políticas sociais.A continuidade de Dario Durigan à frente do Ministério da Fazenda também está entre os cenários considerados. O atual ministro aparece nas discussões sobre a formação da equipe econômica, especialmente diante das negociações para o próximo mandato e das cobranças relacionadas ao controle dos gastos públicos.Casa Civil e articulação política também entram na disputaNa reorganização do núcleo político do governo, Camilo Santana aparece entre os nomes cotados para assumir a Casa Civil ou eventualmente ocupar uma função na área de Segurança Pública. Ex-ministro da Educação e senador pelo Ceará, ele participou da coordenação de campo da campanha governista e passou a ser considerado para uma posição de maior responsabilidade na articulação de projetos e no acompanhamento das metas da gestão. Leia Também: POLÍTICA Jerônimo inicia agenda no interior por cidade que deu 88,8% dos votos a Lula POLÍTICA PEC da Segurança e redução da maioridade penal serão votadas na terça (3) REVITALIZAÇÃO Governo do Estado contrata serviço para obras no Forte São Marcelo Fernando Haddad também está no radar das mudanças. Integrante do grupo de confiança de Lula, o ministro pode ser deslocado para a Casa Civil ou permanecer em uma função de liderança política dentro do Palácio do Planalto. Sua eventual movimentação é tratada como parte das possibilidades de reorganização do núcleo mais próximo do presidente.A comunicação governamental é outra área que pode passar por mudanças. André Janones, que atuou na mobilização digital durante a campanha, é cotado para a Secretaria de Comunicação Social (Secom) ou para a Secretaria-Geral da Presidência. A possibilidade de sua chegada à comunicação do governo está relacionada à atuação nas redes sociais e ao enfrentamento da disputa de narrativas no ambiente digital.Já na área de Segurança Pública, o nome mencionado é o do promotor de Justiça paulista Lincoln Gakiya. Conhecido pela atuação contra o crime organizado, ele aparece como possibilidade para comandar um eventual Ministério da Segurança Pública, caso a estrutura seja separada do Ministério da Justiça.Equilíbrio fiscal será um dos principais desafiosAlém da escolha dos ministros, a próxima gestão terá de lidar com a pressão para conciliar os compromissos assumidos durante a campanha com as limitações orçamentárias. Entre as iniciativas previstas estão a ampliação do Pé-de-Meia para estudantes do ensino superior, o reajuste do Bolsa Família e a criação da tarifa zero no transporte público aos fins de semana.A execução dessas medidas dependerá da capacidade do governo de reorganizar as despesas e encontrar espaço no Orçamento federal. A estimativa apresentada é de que seja necessário remanejar pelo menos R$ 20 bilhões para viabilizar as iniciativas.O cenário também envolve projeções de instituições fiscais independentes, que apontam para um possível rombo próximo de R$ 300 bilhões. O cálculo considera renúncias fiscais, despesas já contratadas e operações de crédito.Diante desse quadro, a definição da equipe econômica e a distribuição dos cargos estratégicos terão papel central na condução do quarto mandato de Lula, especialmente na tentativa de conciliar as promessas feitas à população com o cumprimento das regras fiscais.

  •  

Jorginho Mello se distancia de Flávio e diz respeitar resultado das urnas

O governador reeleito de Santa Catarina, Jorginho Mello (PL), se distanciou do discurso adotado por Flávio Bolsonaro (PL), após a derrota do senador na disputa presidencial.

Aliado da família Bolsonaro e apoiador da candidatura de Flávio, Jorginho defendeu o respeito ao resultado das urnas e a pacificação do País em manifestação publicada nas redes sociais na quarta-feira (28), horas após o ex-candidato divulgar uma carta em que questiona, sem apresentar provas, a legitimidade da eleição e se autoproclama líder do Brasil.

“Às instituições brasileiras, cabe promover a pacificação que o momento exige. Não é hora de aprofundar feridas, mas sim curá-las. Da minha parte, continuarei cumprindo a missão da qual jamais abri mão, defendendo os interesses de Santa Catarina acima de tudo, com firmeza e responsabilidade, respeitando as instituições e o resultado final das urnas”, afirmou o governador.

A manifestação foi a primeira de Jorginho após o segundo turno, realizado no domingo, 25, e ocorreu três dias depois da reeleição do presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT). O posicionamento contrasta com o de Flávio, que deixou o Brasil rumo aos Estados Unidos, após a derrota, e divulgou uma carta na qual alegou fraude eleitoral, sem apresentar provas.

Na primeira versão do documento, divulgada por aliados, Flávio chegou a se apresentar como o “verdadeiro presidente eleito do Brasil“. Posteriormente, o senador alterou o texto e passou a se declarar “líder do Brasil”, mantendo as acusações contra o processo eleitoral e as instituições brasileiras. Flávio afirmou ainda que pretende liderar a oposição ao governo Lula a partir dos Estados Unidos.

Apesar do distanciamento em relação às declarações do aliado, Jorginho destacou a votação expressiva de Flávio em Santa Catarina, Estado onde o senador obteve seu melhor desempenho no segundo turno. O candidato do PL recebeu 3.220.071 votos, o equivalente a 69,42% dos válidos, contra 1.418.314 votos (30,58%) de Lula.

Presidente estadual do PL, Jorginho foi um dos principais aliados de Flávio na campanha presidencial e foi reeleito governador de Santa Catarina no primeiro turno. Embora tenha defendido o reconhecimento do resultado eleitoral, o governador não fez críticas diretas à fuga do senador nem às acusações de fraude apresentadas pelo correligionário.

O posicionamento de Jorginho se soma ao de outras lideranças da direita que se afastaram das alegações de Flávio. O governador de São Paulo, Tarcísio de Freitas (Republicanos), também defendeu o respeito ao resultado das urnas, enquanto o senador Rogério Marinho (PL-RN), coordenador da campanha presidencial de Flávio, afirmou que não há provas que sustentem acusações de fraude no pleito.

  •  

Flávio diz que indicará Rogério Marinho para presidência do Senado

O senador Flávio Bolsonaro (PL) disse, nesta sexta-feira (30), que indicará o líder da oposição no Senado, Rogério Marinho (PL-RN), à presidência da Casa Legislativa. Em pronunciamento durante transmissão ao vivo após deixar o Brasil, o candidato derrotado à Presidência da República defendeu que o Congresso seja o principal espaço de oposição ao novo mandato de Luiz Inácio Lula da Silva (PT).

Marinho foi coordenador da campanha presidencial de Flávio e é um dos nomes da direita interessados no comando do Senado. Ele enfrenta a articulação do atual presidente da Casa, Davi Alcolumbre (União-AP), que busca a reeleição, além da possibilidade de uma candidatura da senadora Tereza Cristina (PP-MS).

Como mostrou a CNN Brasil, Alcolumbre tem discutido a possibilidade de anistia ou indulto a Jair Bolsonaro (PL) em um movimento para atrair apoio de parlamentares da direita. O senador apresenta a proposta como parte de uma agenda de pacificação.

Alcolumbre também conta com o apoio do governo à sua recondução. Lula assegurou o respaldo da base governista à reeleição dos presidentes do Senado e da Câmara, Hugo Motta (Republicanos-PB), em reunião na segunda-feira (26), no Palácio da Alvorada.

Flávio diz que Congresso será “trincheira” da oposição contra Lula

Flávio afirmou que a eleição de Marinho seria uma forma de resistir às medidas do governo. Ao criticar as propostas econômicas de Lula, previu um agravamento da situação do país e disse que pretende continuar atuando politicamente no exterior.

“Eu dei um passo atrás para dar dois para frente. Então, fiquem firmes. Nossa trincheira será o Congresso, especialmente o Senado, e a pessoa que eu vou indicar seria Rogério Marinho para a Presidência”, declarou. O senador classificou como “nojentas” as tentativas de negociação que, segundo ele, utilizam a liberdade de seu pai como instrumento político.

Flávio deixou o Brasil após perder o segundo turno para Lula e chegou aos Estados Unidos com a família. Antes da viagem, havia sido intimado a entregar seus passaportes à Polícia Federal por determinação do ministro Alexandre de Moraes, do STF (Supremo Tribunal Federal), em investigação sobre suspeitas de lavagem de dinheiro e evasão de divisas. O senador nega irregularidades.

  •  

Puente admite que puso su cargo a disposición de Sánchez, que consideró “injusto” su cese

<![CDATA[

El ministro de Transportes, Óscar Puente, reconoció ayer que puso su cargo a disposición de Pedro Sánchez ante el siniestro de Urda, que ya suma 69 víctimas mortales, después de la tragedia que hace nueve meses se produjo en Adamuz y se cobró la vida de 46 personas. Pero el presidente del Gobierno le aseguró que sería “injusto” cesarle.

Seguir leyendo...

  •  

La cara de Óscar Puente

<![CDATA[

Óscar Puente es hoy un ministro mermado en sus funciones políticas. El papel de sargento de trinchera que le habían adjudicado en el guion de la campaña electoral del PSOE, y que tan bien le venía a Pedro Sánchez, ha quedado demediado por la nueva tragedia ferroviaria en Urda. La comparecencia del martes ante la diputación permanente del Congreso le asegura una frágil continuidad, pero la incidencia en el error humano en el centro de control y la fatalidad no esconde los problemas estructurales de la red ferroviaria. Lo que deja el accidente de Urda son vidas truncadas y un sistema con la reputación maltrecha y que no ofrece confianza ni a los expertos. Francisco Badea, ingeniero y experto en seguridad ferroviaria, no titubeó al admitir que “tendría dudas en subirme a un tren” en España. Y el ministro entiende las “dudas”.

Seguir leyendo...

  •  

Governo apela a deputados que aprovem diplomas rapidamente

Gonçalo Matias pediu aos deputados aprovação célere das leis de interoperabilidade e de justiça administrativa, que pode retirar "milhares" de processos dos tribunais.

© MANUEL DE ALMEIDA/LUSA

Tratam-se de "duas leis que estão aqui e que eu hoje, nesta discussão que tivemos aqui, não senti sinceramente resistências de ninguém, pelo contrário, senti urgência, senti vontade", sublinhou o ministro Adjunto e da Reforma do Estado
  •  
❌