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In Italia l’estrema destra non esiste: basta cambiarle il nome

Ho una notizia che vi permetterà di dormire sonni tranquilli: in Italia l’estrema destra non esiste. Esiste in Francia, in Germania, in Spagna. Persino in Europa, che pure dovrebbe essere casa nostra. Da noi, invece, niente. Dev’essere un fenomeno d’importazione, come il Black Friday: arriva da fuori, fa danni ovunque, ma noi siamo convinti di poterlo gestire.

In Francia c’è, eccome. Jordan Bardella viaggia, nei sondaggi sulle presidenziali del 2027, tra il 35 e il 37 per cento al primo turno. E i giornali lo chiamano senza troppi giri di parole: estrema destra. In Spagna c’è Vox, attorno al 20 per cento in un sondaggio. In Germania c’è l’AfD, che ha raggiunto il 30 per cento a livello nazionale secondo un sondaggio GMS, dopo aver conquistato il 44,5 per cento in Sassonia-Anhalt. Insomma, in mezza Europa l’estrema destra avanza. In Italia, invece, abbiamo trovato la cura: non chiamarla per nome.

Il bello è che i nostri partiti di “centrodestra” frequentano a Bruxelles compagnie che, altrove, nessuno si sognerebbe di presentare con tanta disinvoltura come semplici conservatori. La Lega siede nei Patrioti per l’Europa, il gruppo presieduto proprio da Bardella e definito di estrema destra da Eunews. Nello stesso gruppo c’è Vox, che ha lasciato l’ECR, la famiglia politica europea di Fratelli d’Italia, per unirsi ai Patrioti, salutando Giorgia Meloni con parole di calorosa amicizia.

Ricapitoliamo: Salvini con Bardella, Vox con Salvini, Vox amica di Meloni. Ma guai a confondere le etichette. In Francia è estrema destra, in Spagna è estrema destra, in Europa è estrema destra. In Italia, improvvisamente, diventa tutto un rassicurante “centrodestra”. Dev’esserci una dogana semantica al Brennero: le idee passano, le parole restano bloccate.

Poi arriva la Germania. L’AfD ottiene risultati da record e la politica italiana offre il consueto spettacolo di coerenza a geometria variabile. Matteo Salvini esulta con il suo “un’altra Europa è possibile”. Antonio Tajani prende le distanze. Giorgia Meloni, almeno nell’immediato, sceglie il silenzio. Tre reazioni diverse, un’unica maggioranza. Una specie di orchestra in cui ciascuno suona uno spartito diverso, ma alla fine il conto lo paga sempre l’elettore.

E a ricordarci quanto siano elastiche le categorie politiche ci pensa anche Roberto Vannacci, che meriterebbe un capitolo a parte nel manuale europeo delle incoerenze. Nel luglio 2024, quando fu indicato dalla Lega come vicepresidente dei Patrioti per l’Europa, il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella contestò la sua nomina. Le dichiarazioni del generale, in particolare quelle sull’omosessualità, furono definite problematiche. Bardella dichiarò di non condividerle e di condannarle. A settembre, le funzioni di vicepresidente di Vannacci furono sospese.

Insomma, persino nella famiglia politica di estrema destra di Bardella e Le Pen, dove certo non si organizzano convegni sulla moderazione progressista, Vannacci era troppo. In Italia, invece, il generale ha fondato Futuro Nazionale, rivendica una destra ancora più radicale di quella di Giorgia Meloni e accusa persino l’attuale centrodestra di non essere abbastanza di destra. Eppure, anziché essere considerato politicamente impresentabile, viene trattato come un possibile interlocutore per le prossime elezioni. Si vedano i vari Cirielli & co, esponenti di Fratelli d’Italia, che hanno aperto alla possibilità di un’intesa con il movimento di Vannacci.

Lo stesso generale ha definito Futuro Nazionale un interlocutore naturale del centrodestra e ha lasciato aperta la porta a un’alleanza in vista delle politiche del 2027.

Ma il paradosso resta magnifico: quello che in Francia creava imbarazzo persino tra gli alleati di Bardella, in Italia può diventare un prezioso interlocutore elettorale. A quanto pare, l’estrema destra è una questione di geografia: oltre le Alpi è un problema d’immagine, sotto le Alpi è una risorsa da mettere a bilancio.

A questo punto la domanda sorge spontanea: se persino il partito di Le Pen e Bardella ha ritenuto necessario prendere le distanze da Vannacci, quale sarà mai il criterio con cui in Italia decidiamo chi è di estrema destra? Il programma? Le dichiarazioni? Le alleanze? O il criterio è molto più semplice: se ci serve per vincere le elezioni, allora è soltanto un alleato da convincere?

La conclusione, allora, è semplice. Le idee possono somigliarsi, gli alleati possono coincidere, le convergenze politiche possono essere documentate. Eppure, in Francia è estrema destra, in Germania è estrema destra, in Spagna è estrema destra. In Italia, invece, è “il governo scelto dagli italiani”.

Come se il voto fosse una lavatrice capace di smacchiare qualsiasi ideologia. Come se la legittimazione democratica rendesse superfluo descrivere ciò che si ha davanti. Come se vincere le elezioni cancellasse la natura delle idee, anziché renderle semplicemente più influenti.

Perché il trucco è tutto qui: non negare necessariamente ciò che si vede, ma cambiare il nome a ciò che si vede. E se qualcuno osa pronunciare la parola sbagliata, ecco che diventa lui il problema: esagerato, fazioso, ideologico.

L’estrema destra, invece, può governare, allearsi, votare e conquistare consensi. Può persino litigare con i propri alleati europei per decidere chi sia troppo a destra, per poi ritrovarsi in Italia corteggiata in nome della convenienza elettorale. Basta non chiamarla così.

E in Italia, a quanto pare, è sufficiente cambiare etichetta per convincersi che sia cambiata anche la sostanza, e in questo i mezzi di informazione hanno avuto e continuano ad avere una grande responsabilità.

L'articolo In Italia l’estrema destra non esiste: basta cambiarle il nome proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Minoria discorda sobre voto distrital misto frente à ofensiva do centrão

Os partidos com menor participação parlamentar e maior intensidade ideológica discordam sobre a proposta de mudança do voto proporcional para o voto distrital misto. A alteração no modelo eleitoral para o Legislativo é um dos objetivos do presidente da Câmara dos Deputados, Hugo Motta (Republicanos-PB).

A CNN entrou em contato com as lideranças dos principais partidos com menor participação na Câmara, como PSOL, Missão, Novo, PRD, PDT e Avante. Há o receio por parte das siglas mais à esquerda de haver a diminuição da representação de figuras mais ideológicas e midiáticas, como o caso da deputada federal Érika Hilton (PSOL-SP).

Com o modelo mencionado por Motta após reunião com lideranças do centrão, figuras com perfil de massas e forte presença on-line serão os principais alvos, conhecidos como “puxadores de voto”. 

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Atualmente, deputados federais, estaduais, distritais e vereadores disputam eleições no modelo proporcional, diferentemente de governadores, senadores, prefeitos e presidente, que disputam eleições majoritárias. A diferença é que nas eleições proporcionais, votos dos candidatos de cada partido ou federação são somados aos votos de legenda, e o total define quantas cadeiras o grupo tem direito a ocupar. A votação individual define quais candidatos assumem essas vagas vencedoras.

Nesse sistema, os puxadores de voto são beneficiados, tendo em vista que inflam o número de cadeiras disponíveis para seus partidos, possibilitando com que candidatos de partidos menos expressivos fiquem de fora do Congresso mesmo recebendo mais votos do que candidatos de grandes partidos.

Um caso prático desse modelo é o deputado federal Nikolas Ferreira (PL-MG), que recebeu mais de 3 milhões de votos e levou o PL a conquistar 121 cadeiras na Câmara. No estado mineiro, Euclydes Pettersen (Republicanos-MG), por exemplo, recebeu 92 mil votos, mas não conseguiu se reeleger mesmo tendo mais votos do que o candidato do PL com menos votos, no caso, Sargento Mello-Casal, que teve 25 mil votos.

No modelo majoritário, o que recebe mais votos é eleito. No distrital misto debatido por Motta e siglas de centro, por enquanto, os conceitos se misturam. O eleitor vota duas vezes e o estado seria dividido em distritos, com os candidatos a deputado mais votados do distrito levariam 50% das cadeiras. A outra metade é preenchida por listas definidas pelos partidos e escolhidos pelo eleitor.

A ideia do presidente da Câmara é que haja uma transição do modelo para eliminar os puxadores de voto e favorecer o centrão. Em 2030, o chamado “distritão” seria implementado para não chocar o modelo atual, portanto, os candidatos seriam eleitos na seguinte modalidade: 50% para os mais votados e 50% para votados em lista.

A ideia é que o sistema brasileiro de votação para o Legislativo federal, estadual e municipal esteja em 2034 no modelo final de voto distrital misto, eliminando figuras com votações “extremas”.

Os detalhes sobre a proporcionalidade dessas votações e a delimitação dos futuros distritos ainda serão debatidos. A expectativa é pela instalação de um grupo de trabalho. Líderes já debatem detalhes da matéria e possíveis nome de integrantes para o grupo. O tema deve tramitar via PEC (Proposta de Emenda à Constituição).

Volta do “coronelismo”

Para lideranças de partidos menores, a mudança no sistema de votação favoreceria a compra de votos, de forma a sustentar a representação dos distritos em uma única candidatura. Tarcísio Motta (RJ), líder do PSOL na Câmara, disse à CNN que a bancada ainda não fechou posição sobre a mudança prevista, mas que, à princípio, o voto distrital pode “fortalecer o coronelismo e o esquema corrupto de compra de votos”.

“Vejo com bons olhos o voto em lista, desde que assegurando paridade entre homens e mulheres. […] O problema aqui é o ‘misto’. Se a maior parte dos parlamentares for eleita pelos distritos, é correto afirmar que os partidos mais ideológicos perderiam espaço, pois há uma personalização ainda maior da política. Isso é ruim”, disse.

Líderes avaliam que há falta de consenso sobre a representatividade dos distritos e que, atualmente, a proposta só passaria se 50% dos votos seguissem como proporcionais.

Jonas Donizette (PSB-SP) argumentou que no caso de seu estado, figuras como Lucas Pavanato (PL) – deputado eleito com mais de 3 milhões de votos principalmente da capital do estado – não teriam “a experiência e conhecimento de todos os cantos de São Paulo”, e com um planejamento para representação proporcional dos distritos, cada pedaço da Unidade da Federação seria melhor representado.

Kim Kataguiri, único deputado federal eleito pelo Missão por SP, disse que se a proposta final for baseada em 50% no formato de lista, passa a ser “razoável”. O presidente de seu partido, o ex-presidenciável Renan Santos, já chegou a criticar o voto distrital misto em 2025 caso aplicado no Brasil, justamente por favorecer lideranças antigas e locais nos estados. Chegou a citar que o próprio Kim, reeleito com 520 mil votos, poderia ficar de fora caso o modelo fosse implementado.

Nas redes sociais, o líder da oposição na Câmara, Cabo Gilberto Silva (PL-PB), definiu a posição contrária do grupo à mudança, mesmo reunindo a maior bancada da Casa. Pela lógica do distrital misto, o PL seria um dos mais afetados pela mudança e perderia parte do montante de parlamentares eleitos. Nas eleições de 2026, o partido elegeu 121 deputados federais, cerca de 22% das cadeiras do parlamento, também com maioria nas câmaras estaduais nas 27 UFs.

Sobrevivência do Centrão

A ideia de Motta conversa diretamente com a manutenção do grupo formado pelos partidos de centro. Em reunião com o PSD, o presidente da Câmara mencionou que trata-se de uma mudança para a “sobrevivência” do bloco frente à expansão irrefreável do bolsonarismo.

Partidos como o PSDB (7), União Brasil (6), PP (5) e PSD (5) foram os que mais perderam cadeiras após as eleições. Todas estas siglas se posicionaram simultaneamente em apoio à reeleição do deputado paraibano para a presidência da casa. Em 2025, o bloco articulou um apoio maciço, que resultou em 444 votos em uma coalizão de 17 partidos – entre eles, o PT e PL.

*Sob a supervisão de Emilly Behnke

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Agenda de Lula 4 esbarra em limites políticos e fiscais, diz especialista

A agenda do governo do presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) para o quarto mandato encontrará dois obstáculos centrais: as restrições políticas e as fiscais. A avaliação é de Mariana Castro Gill, sócia-diretora da Vector, em entrevista ao WW.

Para ela, o sucesso das propostas dependerá, em grande medida, das prioridades que o governo decidir adotar.

Segundo Gill, o governo chega com uma pauta extensa, que inclui políticas sociais, mudanças trabalhistas, segurança pública e regulação digital.

“Algumas dessas medidas já avançaram, mas outras dependem de novas decisões do Congresso”, afirmou a especialista, destacando que a aprovação legislativa representa um dos principais desafios da gestão.

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Orçamento comprometido limita margem de manobra

Além do desafio político, Gill ressaltou que a questão orçamentária representa uma segunda dificuldade significativa para o governo. “Boa parte dos recursos públicos já está comprometida com despesas obrigatórias”, explicou.

Dessa forma, mesmo que as propostas sejam populares, o governo pode enfrentar resistência dentro do Congresso Nacional para financiar a implementação dessas políticas.

“Lula vai precisar negociar tanto os votos quanto os recursos para conseguir implementar essas medidas”, disse Gill.

A especialista alertou que essas duas negociações “nem sempre caminham juntas e são tão simples”, sinalizando a complexidade do cenário que se apresenta ao governo.

Aproximação com o Centrão como estratégia de governabilidade

Diante desse quadro, Gill avaliou que a movimentação de aproximação com o Centrão e a divisão da esplanada entre partidos aliados têm sido um dos principais movimentos para garantir governabilidade.

Na visão da especialista, essa articulação visa não apenas assegurar votos no Congresso, mas também viabilizar a implementação de medidas relevantes para a construção de um legado político, com vistas, inclusive, a uma futura sucessão.

Os textos gerados por inteligência artificial na CNN Brasil são feitos com base nos cortes de vídeos dos jornais de sua programação. Todas as informações são apuradas e checadas por jornalistas. O texto final também passa pela revisão da equipe de jornalismo da CNN. Clique aqui para saber mais.
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Master: Fachin trava ao menos 6 pedidos de revisão de prisões preventivas

Após a remessa dos autos do caso Master ao presidente do STF (Supremo Tribunal Federal), ministro Edson Fachin, ao menos seis pedidos de revisão de prisões preventivas estão sem decisão na Corte há mais de um mês.

Os pedidos foram feitos pelas defesas de investigados com base na lei que obriga os juízes a reavaliarem, a cada 90 dias, a necessidade de manter as preventivas.

Entre investigados que pediram a revisão estão Daniel Vorcaro, ex-dono do Banco Master; Manoel Mendes Rodrigues, operador de jogo do bicho e parte do grupo de intimidação do banqueiro; Daniel Lopes Monteiro, operador financeiro do BRB (Banco de Brasília); além de Fabiano Zettel, Henrique Vorcaro e Felipe Vorcaro, respectivamente cunhado, pai e primo do banqueiro.

No início de setembro, Edson Fachin determinou que os autos dos casos Banco Master e INSS fossem remetidos à Presidência da Corte.

A decisão ocorreu em meio à crise no Supremo provocada por suspeitas de envolvimento de ministros com Daniel Vorcaro e de possíveis benefícios recebidos ou concedidos ao banqueiro.

O episódio também acirrou os atritos internos no tribunal, com ministros solicitando a abertura de investigações envolvendo colegas, como nos embates entre Alexandre de Moraes e André Mendonça.

Com a decisão de Fachin, a CNN apurou que, embora não tenha havido uma mudança formal de relatoria, o gabinete de Mendonça, relator das investigações, optou por não tomar novas decisões nos processos até que eles fossem devolvidos por Fachin.

A avaliação foi de que seria necessário evitar uma possível indisposição com o presidente da Corte ou decisões que pudessem ser contestadas.

A situação provocou reação das defesas. Os advogados de Vorcaro, por exemplo, encaminharam um ofício a Fachin no qual afirmam que os direitos dos investigados não podem permanecer em um “limbo” até que o Supremo resolva a questão sobre a condução dos processos.

Vorcaro está preso preventivamente desde 4 de março. São mais de sete meses sem que tenha havido revisão, período superior ao dobro do que prevê a lei.

No final de setembro, Fachin determinou que a PGR (Procuradoria-Geral da República) se manifestasse sobre os pedidos. Mais de 20 dias depois, a instituição defendeu a manutenção das prisões. No entanto, nem Fachin nem Mendonça deram uma decisão final sobre o tema.

Na quinta-feira (29), Fachin decidiu devolver a Mendonça os autos relacionados às investigações sobre fraudes no INSS. Na avaliação do presidente do STF, não há, até o momento, elementos concretos que justifiquem a manutenção desses procedimentos na Presidência.

A situação do Banco Master, porém, é diferente. Fachin decidiu manter por até 90 dias na Presidência os procedimentos relacionados à Operação Compliance Zero. A medida foi justificada pela necessidade de esclarecer referências a integrantes do Supremo e de submeter ao plenário a discussão sobre os limites de competência para a condução das investigações.

Até que haja uma definição, Fachin poderá analisar medidas consideradas urgentes. Os demais pedidos, entre eles os de revisão das prisões preventivas, seguem à espera de uma decisão.

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PL deve apoiar reeleição de Hugo na Câmara e insistirá em aliado no Senado

O PL deve apoiar a reeleição de Hugo Motta (Republicanos-PB) à presidência da Câmara dos Deputados, mas insistirá em ter um integrante para comandar o Senado e defenderá a indicação de Rogério Marinho (PL-RN). A estratégia busca evitar que o partido, mesmo com a maior bancada de deputados, fique isolado e perca espaço na divisão de comissões.

Como mostrou a CNN, o partido convocou uma reunião com os integrantes para a próxima terça-feira (3), às 18h, para definir a posição sobre a disputa pela presidência da Câmara e a distribuição de cargos no Legislativo.

Antes de caminhar para um acordo com Hugo Motta, o PL chegou a estudar o lançamento de uma candidatura própria à presidência da Câmara. Os nomes avaliados foram o do líder da bancada, Sóstenes Cavalcante (PL-RJ), e o do atual vice-presidente da Casa, Altineu Côrtes (PL-RJ).

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A ideia perdeu força diante da avaliação de que Hugo tem maioria confortável para se reeleger. O presidente da Câmara já reuniu o apoio de 15 partidos, incluindo o PT, que anunciou apoio oficial à reeleição.

A ala ligada ao presidente do PL, Valdemar Costa Neto, defende que, sem acordo com Motta, nada adiantará ter a maior bancada. O motivo está na forma como as comissões são distribuídas.

Na Câmara, a ordem de escolha das presidências das comissões segue a proporcionalidade dos blocos formados no dia da posse, e os maiores blocos têm direito a presidir mais comissões.

Na prática, quem está em um bloco grande escolhe primeiro e mais vezes. Um partido que fica fora, ainda que seja o maior individualmente, passa a ser contado sozinho e tende a escolher mais tarde, quando as comissões mais disputadas já foram tomadas. 

A CCJ (Comissão de Constituição e Justiça) é tradicionalmente a primeira a ser escolhida, por ser a porta de entrada de todas as propostas e por analisar sua constitucionalidade. É a comissão que o deputado Nikolas Ferreira (PL) almeja presidir. Se o PL ficar fora do bloco de Motta, a CCJ pode escapar das mãos do partido. 

Na outra ponta, a ala mais radical resiste a endossar Hugo Motta pela proximidade dele com o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT). O presidente da Câmara tem indicado a articuladores da esquerda que ouvirá as demandas do PL, mas que o PT teria prioridade, segundo deputados da bancada.

Os petistas, por sua vez, ameaçam deixar o bloco de Motta caso o presidente da Câmara feche apoio também com a sigla de Flávio Bolsonaro (PL).

PL conquista a maior bancada

O PL saiu das urnas de outubro com as maiores bancadas do Congresso. Na Câmara, o partido elegeu 121 deputados, contra 99 na legislatura anterior, um avanço de 22 cadeiras. O PT terá 70 deputados e a federação formada por PT, PC do B e PV terá 88, a segunda maior.

No Senado, o PL elegeu 19 senadores e, somados aos nove que têm mandato até 2031, terá 28 senadores a partir de 2027, também a maior bancada. O partido tinha 15 senadores na atual legislatura. A Casa tem 81 cadeiras.

Senado tem cenário mais complicado

Apesar do crescimento, o cenário no Senado é mais complexo para o partido, mas, segundo a CNN apurou, a possibilidade de a oposição não lançar candidato à presidência da Casa “é zero”.

O senador Flávio Bolsonaro já anunciou a intenção de indicar Rogério Marinho para a disputa. Atual líder da oposição, Marinho foi um dos coordenadores da campanha do PL à Presidência.

Há uma diferença em relação à Câmara. No Senado, os blocos partidários costumam ser definidos depois da eleição da Mesa Diretora, o que reduz a capacidade de pressionar o PL a se juntar a Alcolumbre antes da votação. 

PP e Republicanos já anunciaram apoio à reeleição do atual presidente. A votação para o comando do Senado – assim como da Câmara –, porém, é secreta, e o anúncio formal das legendas não garante os votos de todos os congressistas. Nomes como Guilherme Derrite (PP), Damares Alves (Republicanos-DF) e Tereza Cristina (PP-MS), por exemplo, devem apoiar o candidato da oposição.

Alcolumbre, por sua vez, tem dito a interlocutores que reúne ao menos 48 votos para continuar à frente da Casa, e avalia que a vitória de Lula ampliou as condições de enfrentar um candidato do PL.

Impeachment de ministros do STF

A resistência do PL ao atual presidente do Senado passa pelos pedidos de impeachment de ministros do STF (Supremo Tribunal Federal). Hoje, cabe ao presidente do Senado decidir sozinho se aceita ou arquiva o pedido para afastar os magistrados da Corte. Há dezenas de pedidos parados na Casa, muitos deles contra o ministro Alexandre de Moraes.

Em agosto, Alcolumbre chegou a sinalizar à oposição que poderia colocar o tema em pauta caso fosse reeleito. Depois, passou a dizer a interlocutores que não pretende pautar os pedidos, especialmente o de Moraes, de quem é próximo. 

Marinho, que é um dos nomes ventilados para disputar a presidência contra o amapaense, tem criticado o que chama de “poder desmedido” do presidente do Senado e afirmou que o “novo Senado” não será omisso diante de crimes de responsabilidade de ministros do STF.

A oposição também articula uma mudança no regimento para que o pedido avance automaticamente quando reunir 49 assinaturas. Aprovar o impeachment de um ministro, porém, é outra conta. A medida exige 54 votos, dois terços da Casa, número distante das 28 cadeiras do PL.

Apesar disso, a nova composição do Senado preocupa uma ala do STF. A estimativa dentro do tribunal é de que cerca de 50 senadores são declaradamente favoráveis ao impeachment de ministros da Corte.

Indicações de Lula

A disputa tem outro componente: o futuro do Judiciário. Reeleito, Lula poderá indicar ao menos quatro ministros ao STF e seis ao STJ (Superior Tribunal de Justiça) até o fim do mandato, em razão de aposentadorias compulsórias por idade, como mostrou a CNN.

No STF, já há uma vaga aberta desde a saída de Luís Roberto Barroso. Lula tentou indicar o advogado-geral da União, Jorge Messias, mas o nome foi rejeitado pelo Senado.

Nos próximos anos, devem deixar a Corte Luiz Fux (2028), Cármen Lúcia (2029) e Gilmar Mendes (2030). No STJ, a primeira cadeira já está vaga, e Og Fernandes completa 75 anos em novembro.

A Constituição determina que os ministros do STF sejam nomeados pelo presidente da República após aprovação por maioria absoluta do Senado, ou seja, ao menos 41 dos 81 senadores. Os indicados passam antes por sabatina na CCJ da Casa.

Com um Senado mais à direita e uma presidência da Casa nas mãos de um aliado do PL, Lula poderá enfrentar mais resistência, risco de novas rejeições e atrasos na tramitação dos nomes, já que o comando do Senado tem influência sobre a pauta do plenário.

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El escenario vasco se transforma: del auge de Bildu a la aparición de una izquierda antiinmigración

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El ciclo electoral en ciernes en el País Vasco, que se alargará durante un año y medio, puede desarrollarse en unas coordenadas políticas sustancialmente diferentes a las del anterior. La pugna entre el PNV y EH Bildu por la primacía en el escenario político vasco sigue siendo el elemento central, aunque el contexto en el que se dirimirá ese pulso presenta novedades significativas, tanto por la dinámica política estatal como por la irrupción de fenómenos que hasta ahora parecían ajenos a la realidad vasca.

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La palabra elecciones

Hay palabras así, estacionales, peregrinas. Palabras que copan nuestras lenguas una vez al año, o cada dos o tres: la situación mundial resuena siempre pero la palabra mundial se vuelve mundial cada cuatro años; turrón, cada invierno; bikini, cada verano. La palabra elecciones aparece cada tanto, pero cuando llega arrasa. Este mes estará todo el tiempo en todas partes, la diremos y oiremos y leeremos sin parar. ¿O no?

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© JAVIER SORIANO (AFP via Getty Images)

Un hombre ante una mesa electoral en Madrid antes de votar en las elecciones generales del 23 de julio de 2023.
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El mercado toma partido en las elecciones, y no nos sorprende 

‌Luiz Inácio Lula da Silva no es un personaje excéntrico que haya salido de la nada y dado un vuelco inesperado al poder en Brasil. Es un líder bien conocido a sus 81 años que, tras su victoria del domingo, inicia un cuarto mandato presidencial (no consecutivo: entre el segundo y el tercero estuvieron Dilma Rousseff, Michel Temer y Jair Bolsonaro). Sin embargo, su remontada en la segunda vuelta electoral, después de haber quedado en la primera detrás de Flávio Bolsonaro, fue respondida por la gente del dinero con un sonoro batacazo de los mercados. El real brasileño se depreció el lunes un 7,8% y el índice Bovespa de la Bolsa, que llegó a paralizar las negociaciones ante la ola de ventas, se hundió un 13,4%. Los inversores lo habían apostado todo por el segundo Bolsonaro, el hijo, un candidato nada ejemplar que pasó en pocas horas de prepararse para firmar el indulto para su padre desde el sillón presidencial a huir a Florida para no acabar encarcelado él mismo. Vaya, ¿acaso se les ha visto el plumero ideológico a los mercados? No respondamos todavía.

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© DIEGO HERCULANO (REUTERS)

Partidarios de Lula da Silva celebraban su victoria en Brasilia la noche del domingo.
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Los muertos y el ‘show’

Así que todo esto empezó con una mujer muerta. Se llamaba Maricarmen. La codicia privada y la indiferencia pública acabaron con su vida. Mucha gente se echó a la calle. Se llenaron las plazas. Todos se pusieron graves y convocaron elecciones. Entonces el motivo original comenzó a olvidarse. Y llegó Broncano, y las camisas vaqueras, y las risas, y los culos y los coños que comen unos y otras. Y luego el youtuber Jordi Wild anunció que todos los candidatos habían elegido su canal para venderse ante la ciudadanía. Iba a ser una campaña —después de una persona muerta por un problema que resquebraja a un país entero— de broncanos y YouTube. Para qué el periodismo. Para qué las cosas importantes.

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© RTVE (EFE)

El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, participa en el programa 'La Revuelta' junto a David Broncano, el 22 de octubre.
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El Supremo admite a 69 personas y tres asociaciones como afectados por la suspensión del voto a los nacionalizados por la ‘ley de nietos’

Personas hacen fila para realizar trámites en la Embajada de España en la Ciudad de México (México).

Tres asociaciones y casi 70 particulares figuran ya como afectados en el procedimiento del Tribunal Supremo que ha derivado en la suspensión del voto para los nacionalizados por la ley de nietos. La Sala de lo Contencioso-Administrativo emplazó a personarse el pasado 12 de octubre a los más de 163.000 nuevos españoles a los que ha retirado el derecho al sufragio, y, una vez terminado el plazo de cinco días abierto por el tribunal y examinadas todas las solicitudes, los jueces han aceptado la personación de 69 particulares y de la Asociación de Extranjeristas en Red, el Centro de Descendientes de Españoles Unidos (Cedeu) y la Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía, según la documentación a la que ha tenido acceso este periódico. Para todos ellos ha abierto un nuevo plazo de tres días para que presenten alegaciones sobre el procedimiento.

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¿Fallo humano? De verdad, tronco, de verdad

Escucho a los operarios del centro de control de Atocha en los audios que señalan el error humano de los trabajadores antes de que se diera la orden equivocada. No entiendo todo lo que dicen, hay mucho código, palabras técnicas que no comprendo, hay también ruido, consultas, confusión. Escucho otra vez sin atender al mensaje, solo al tono, a esa otra cualidad del lenguaje que traslada no solo información sino también experiencia y trastienda personal (y laboral). Escucho entonces voces humanas, voces superadas y acostumbradas a su desbordamiento. “De verdad, tronco, de verdad”, protesta el operario del centro de control nada más dictar la instrucción errónea. ¿De qué se queja? Vuelvo a escuchar todos los audios. No escucho ya el error humano, más bien el fallo imperdonable de un sistema negligente.

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© J.J.Guillen ( EFE )

El ministro de Transportes, Óscar Puente, durante una rueda de prensa celebrada este viernes en Madrid para informar sobre el accidente ferroviario de Urda (Toledo), en el que han fallecido 69 personas.
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“Lo que yo no quiero es verlo”: la impotencia de las víctimas de los 56 pederastas a los que el Gobierno de Kast rebajó las condenas

Una de las víctimas de los 56 condenados por delitos sexuales que fueron favorecidos con las rebajas de sus penas mediante decretos firmados, en su mayoría, por Fernando Rabat, ministro de Justicia del Gobierno de José Antonio Kast, se enteró este jueves, a través de Televisión Nacional (TVN), que su agresor había quedado en libertad. “Yo no creía que lo habían soltado”, ha dicho la mujer, identificada como Lisette. Tras conocer la decisión, ha expresado su preocupación y dolor, y ha señalado que lo mínimo que espera ahora es conseguir una orden de alejamiento: “Lo que yo no quiero es verlo”.

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© CRISTÓBAL BASAURE (EFE)

Fernando Rabat a su llegada a la Cámara de Diputados, en Valparaíso, Chile, el 28 de octubre.
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Vídeo: Casamento chega ao fim após mulher votar em Lula e relato viraliza

Uma mulher identificada como Dina ganhou repercussão nas redes sociais após revelar que o casamento terminou por causa de divergências políticas. Em um vídeo publicado no TikTok, ela contou que a vitória de Luiz Inácio Lula da Silva (PT) nas urnas marcou o fim da relação.

Dina resumiu a situação com uma declaração que chamou a atenção dos internautas: “Meu casamento acabou porque o Lula ganhou. E nem é meme”. Após o término, ela passou a trabalhar como motorista de aplicativo e afirmou que terá de assumir sozinha as despesas.

Apesar da repercussão do caso, a mulher afirmou que não pretende revelar a identidade do ex-companheiro nem expô-lo publicamente. O relato repercutiu nas redes sociais ao associar o fim de um casamento às diferenças de posicionamento político.

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Vídeo: Empresário eleva aluguel de garagem em oito vezes após identificar adesivo do PT em carro

O empresário Tacimar Hoendel divulgou um vídeo nas redes sociais no qual relatou a decisão de elevar de R$ 250 para R$ 2 mil o aluguel de uma vaga de garagem utilizada por uma mulher no prédio de sua mãe, em Niterói, no Rio de Janeiro. Segundo ele, a medida ocorreu após a identificação de um adesivo do PT no veículo da moradora e uma conversa sobre política.

De acordo com o relato, Tacimar abordou a mulher após notar o adesivo e informou o novo preço pelo uso do espaço. A moradora teria manifestado interesse em manter o aluguel, mas se surpreendeu com o reajuste de oito vezes. No vídeo, o empresário ironizou a situação ao afirmar: “Está todo mundo com muito dinheiro, o país está muito bom. Se não for 2 mil, eu prefiro deixar vazio”.

Ao final do registro, o empresário dirigiu ofensas à mulher e sugeriu que ela deixasse o carro estacionado na rua. A gravação repercutiu nas redes sociais por expor a relação entre a decisão de aumentar o preço da vaga e a posição política atribuída à moradora.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Cateno De Luca protestava in mutande contro il Palazzo e ora può salvare Meloni

È quello che un giorno si presentò in segno di protesta seminudo all’Ars, il Parlamento regionale dei siciliani. In mutande, con la bandiera della Sicilia avvolta in vita e una coppola in testa. Era il 2007. Aveva appena fondato Sicilia Vera. A completare il quadro, nella sala stampa di Palazzo dei Normanni, una Bibbia e una statuetta di Pinocchio: già allora riusciva a convocare Dio e Carlo Collodi per una controversia sulla commissione Bilancio.

È quello che è partito da sindaco del suo paesello, Fiumedinisi, un torrente e poco più di milleduecento anime. Terzo figlio di madre contadina e padre muratore, come tiene a ricordare nella sua biografia. Poi Santa Teresa di Riva, quindi Messina, conquistata nel 2018 con il 65,28 per cento al ballottaggio e nessun consigliere eletto nelle sue liste. Un sindaco con quasi due terzi dei voti e neppure un consigliere proprio: la maggioranza assoluta di sé stesso.

È quello che alle ultime comunali di Messina, per sostenere il suo candidato Federico Basile, ha messo in campo quindici liste per il Consiglio comunale e 1.010 candidati, dai diciotto ai novantadue anni. Con un’offerta così, l’astensionismo comincia a sembrare un problema di mancata candidatura. Adesso amministra la griffatissima Taormina e guida Sud chiama Nord, che alle regionali del 2022 prese il 13,58 per cento, mentre lui sfiorò il ventiquattro come candidato presidente. Ha portato al Senato Dafne Musolino, passata un anno dopo con Matteo Renzi, tra le sue furie. L’autonomia degli altri è la parte più difficile dell’autonomismo.

È Cateno De Luca, per tutti Scateno, uno degli oggetti politici più imprevedibili partoriti da quel laboratorio permanente che è la Sicilia. E l’ultima metamorfosi potrebbe riguardare tutti: con il suo uno virgola nazionale, l’uomo della coppola può aiutare Giorgia Meloni a tenersi l’Italia.

L’ultima magia l’ha fatta da pifferaio. Ha raccolto sindaci e amministratori nel nome della libertà dei territori, ha federato il suo movimento con un’altra sua creatura, «Sindaci d’Italia», e li ha accompagnati nell’alleanza con Meloni. Il piffero lo suona lui; alla fine della passeggiata si trova Ignazio La Russa. Un modo piuttosto originale di affrancarsi dai partiti: scegliersi quelli ai quali portare i voti.

Alla convention romana chiusa il 29 ottobre, Meloni ha mandato un videomessaggio e celebrato i sindaci come «eroi». La Russa aveva già provveduto all’accoglienza: «Cateno, tu fai parte di questa squadra». La rivolta dei territori ha trovato il suo posto nel programma del centrodestra. Quanto alla libertà, De Luca ha una richiesta concreta: abolire il limite dei mandati per i sindaci. Una rivoluzione che comincia assicurandosi di poter durare.

La risata, però, rischia di distrarre dall’organizzatore. De Luca ha cominciato a quattordici anni attaccando manifesti per la Democrazia cristiana. A diciotto apriva un ufficio di patronato. Conosce la politica che passa dallo sportello, dalla pratica, dalla telefonata, dal nome ricordato quando gli altri hanno già smontato il palco. Il repertorio è quello del guastatore; l’apprendistato è quello del democristiano. Scateno è cresciuto dove si imparava che i voti si contano uno per uno, possibilmente sapendo anche come si chiamano gli elettori.

I mille candidati spiegano il metodo meglio di mille dirette. Ciascuno ha una famiglia, amici, colleghi, un quartiere nel quale farsi riconoscere. Moltiplicare le candidature significa moltiplicare le occasioni di chiedere un voto. È una macchina costruita sulle relazioni personali, alla quale il capo fornisce il marchio e la colonna sonora. È facile capire il richiamo: qualcuno risponderà, qualcuno si farà sentire, qualcuno verrà a litigare al posto tuo. Che poi litighi anche con te fa parte del servizio.

Durante la pandemia, lui, sindaco di Messina, inviava droni per la città per redarguire chi usciva di casa con la propria voce registrata: «Dove cazzo vai? Torna a casa». Aveva trovato il modo di essere presente anche in assenza del corpo, inconveniente che fino a quel momento aveva limitato le sue possibilità. Pretese una registrazione preventiva per chi entrava in Sicilia attraverso il porto di Messina: l’ordinanza fu annullata su deliberazione del Consiglio dei ministri. Per fermare un provvedimento comunale si era dovuto muovere il governo nazionale. Il messaggio politico era comunque arrivato: a Messina c’era un sindaco che si considerava un’autorità di frontiera.

La notorietà nazionale, finora, ha superato il consenso. Alle politiche del 2022 Sud chiama Nord raccolse lo 0,76 per cento alla Camera e lo 0,99 al Senato. Alle europee del 2024 la lista Libertà, costruita intorno a lui, si fermò all’1,22. Un risultato abbastanza piccolo da finire in fondo ai grafici, abbastanza grande da meritare una telefonata quando i conti della maggioranza diventano stretti.

La nuova legge elettorale, lo Stabilicum entrato in vigore il 24 ottobre, ha reso quella telefonata ancora più interessante. Il premio va alla lista o alla coalizione che arriva prima in entrambe le Camere e in ciascuna raggiunge almeno il quarantadue per cento. Al totale della coalizione concorrono anche i voti delle liste che rimangono sotto lo sbarramento. Ecco perché l’uno virgola di Scateno potrebbe pesare molto più di quanto suggerisca la sua dimensione nazionale. Se quei voti servissero a far scattare il premio, Meloni avrebbe ottime ragioni per ricordarsi di Fiumedinisi.

De Luca punta a superare il tre per cento, ma il valore politico dell’operazione comincia prima. Un amministratore capace di mobilitare qualche migliaio di elettori può diventare più utile di una settimana di dichiarazioni televisive. Una rete di amministratori può contribuire a decidere il governo. Nel Paese che discute da anni di bipolarismo, la stabilità potrebbe dipendere dall’umore di Scateno.

Naturalmente la coerenza del progetto va letta con una cartina in mano. A Roma De Luca sostiene il centrodestra; in Sicilia continua a combattere Renato Schifani e rivendica le mani libere. Il traghetto, a quanto pare, trasporta anche una diversa idea delle alleanze. Si può aiutare Meloni a vincere le politiche e chiedere agli stessi elettori di mandare a casa il centrodestra alle regionali. Basta ricordarsi su quale scheda si sta scrivendo la rivoluzione.

Il suo obiettivo dichiarato resta la presidenza della Regione. Il 29 ottobre ha escluso di essere candidato a un ministero. Prendiamolo alla parola: vuole Palazzo d’Orléans. L’accordo nazionale gli permette intanto di sedersi al tavolo della coalizione che, sull’Isola, vorrebbe sconfiggere. La Russa ha spiegato che della questione siciliana si parlerà più avanti. Traduzione politica: per adesso mettiamo insieme i voti; poi discuteremo di chi dovrà mandar via chi. Anche perché per le politiche si vota a maggio, per le regionali a novembre.

Resta un dettaglio che nessuna convention può risolvere: gli elettori. Chi lo ha votato per contestare il centrodestra potrebbe non apprezzare il nuovo servizio offerto a Meloni. I voti raccolti contro un sistema di potere non si trasferiscono automaticamente a sostegno dello stesso sistema, neppure quando a impartire le istruzioni è una voce molto riconoscibile. La scommessa sta qui: verificare quanti seguano De Luca per quello che dice e quanti perché è De Luca. La rete dei sindaci può allargare il consenso; può anche perdere per strada una parte del voto di protesta.

Intanto lui ha già trovato un modo per prendere alla lettera il nome del partito. Alla convention ha annunciato di aver offerto una candidatura al Parlamento a Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi. In platea c’era anche Mario Borghezio. Sud chiama Nord, risponde il Trota. La riconciliazione nazionale, a volte, assume forme che nemmeno la satira avrebbe il coraggio di proporre. Si era spogliato per protestare contro il Palazzo. Adesso potrebbe essere quello che impedisce a Meloni di restare in mutande.

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