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Musk o Trump? Chi decide su Starlink all’Ucraina

Il 24 ottobre, l’Ucraina ha annunciato che i suoi sistemi Starlink e Starshield erano di nuovo pienamente operativi dopo oltre una settimana di restrizioni. Nello specifico, il Ministero della Difesa ucraino ha rilevato che la connessione è tornata stabilmente a velocità superiori a 400 km/h, a fronte dei 160 km/h a cui era precipitata giorni prima.
La limitazione, hanno spiegato diversi funzionari ucraini, aveva compromesso la capacità ucraina di intercettare i droni russi in fase di attacco, costringendo le forze armate di Kiev ad annullare alcune operazioni già pianificate.

Segue nostro Telegram.

Tuttavia, a brevissima distanza dal ripristino della piena operatività dei sistemi Starlink a disposizione di Kiev, Elon Musk, amministratore delegato di Space-X, ha accusato l’esercito ucraino di aver violato i termini di servizio.

In un post sul suo profilo X, il magnate di origini sudafricane ha affermato che: «l’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield è un sistema diverso ed è controllato dal governo degli Stati Uniti. Ciò che decidono di fare spetta a loro».

L’esercito ucraino «ha violato i termini di servizio di Starlink e lo ha utilizzato per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone. Quella falla è stata chiusa la settimana scorsa».

Starlink «rimane cruciale per la difesa dell’Ucraina, poiché è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse spento, il fronte ucraino collasserebbe immediatamente. Questa non è una minaccia, è semplicemente un dato di fatto.

Il sistema si è rivelato cruciale per «impedire alla Russia di sopraffare l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia».

Space-X «ha fatto molto di più per difendere l’Ucraina di qualsiasi altra azienda privata sulla Terra. Detto questo, non provo che disprezzo assoluto per i guerrafondai che fanno la morale e spingono per un massacro senza fine, senza offrire alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possano bruciare all’inferno. Fine della storia».

Starlink è un sistema internet satellitare gestito da Space-X, mentre Starshield è una versione che si avvale della tecnologia Starlink per scopi militari gestita dal governo degli Stati Uniti.

Questa integrazione rende quantomeno ambigua la posizione di Starlink, mettendo in seria discussione la natura privata della casa madre Space-X.

Quella del connubio pubblico-privato negli Stati Uniti è una storia vecchissima, ma che trova negli anni Cinquanta uno dei suoi momenti decisivi.

All’epoca, in piena Guerra Fredda, lo spauracchio sovietico, agitato con cieca ossessività specialmente in seguito allo shock generato dal lancio dello Sputnik (1957) e all’entrata in servizio del bombardiere strategico Tupolev-95, si rivelò determinante a costruire un robusto consenso politico attorno alla decisione dell’amministrazione Eisenhower di destinare una quota crescente di risorse al rafforzamento della marina e al potenziamento dei settori di ricerca e sviluppo.

L’onere di gestire le risorse e coordinare gli sforzi in questo senso ricadde sulla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), un organismo facente capo al Pentagono fondato, al pari della National Aeronautics and Space Administration (Nasa), nel 1958 in conformità all’esigenza di colmare il divario tecnico-scientifico con l’Unione Sovietica.

Mentre il governo moltiplicava le misure di stimolo alle imprese (assegnazione di commesse pubbliche agli atenei, concessione di agevolazioni fiscali, ecc.), la Darpa elaborava una rete di ricerca e condivisione a maglie strettissime, in grado di interconnettere decine di università, start-up e laboratori di ricerca e portare gli Stati Uniti all’avanguardia nel campo cruciale della scienza. Il lancio dei programmi Gemini e Apollo, lo sviluppo dei missili balistici a medio e lungo raggio, la realizzazione dei sottomarini e delle portaerei a propulsione nucleare si devono al contributo determinante apportato dalla Darpa.

Nel 1982, il Congresso approvò il programma di sostegno alle start-up Small Business Innovation Research (Sbir), affidandone la gestione alla Small Business Administration, predisponendo parallelamente la trasformazione della Darpa nel fondamentale canale di collegamento tra imprese e dipartimenti universitari, in grado di assolvere ai compiti di mediazione tecnologica e imprenditoriale necessari alla commercializzazione delle innovazioni che venivano realizzate nei settori di punta (informatica, telecomunicazioni, biotecnologia, semiconduttori, ecc.) dalle società hi-tech a cui il complesso militar-industriale aveva subappaltato parte delle mansioni legate ai comparti di ricerca e sviluppo, nell’ambito della celeberrima Strategic Defense Initiative (Sdi).

Il progetto, concepito dall’amministrazione Reagan e annunciato urbi et orbi nel marzo 1983, puntava alla creazione di un sistema di difesa aerea multistratificato basato su intercettori spaziali in grado di colpire i missili balistici nemici prima che colpissero il suolo statunitense, “superando” così il principio della mutua distruzione assicurata su cui si era imperniata la Guerra Fredda fino a quel momento.

La Sdi, recita un documento del dipartimento di Stato, «si basava su tecnologie avveniristiche, inclusi sistemi laser spaziali non ancora realizzati», il cui sviluppo assorbì enormi risorse pubbliche in larga parte ridistribuite a beneficio delle aziende private sotto il coordinamento della Darpa.

Una volta convertite all’uso civile, le nuove tecnologie ad elevata intensità di capitale messe a punto contestualmente alla Sdi assunsero rapidamente un grado di pervasività – inteso come capacità di trovare applicazione in un numero sbalorditivo di campi sconvolgendone il funzionamento e i rendimenti – tale da scompaginare il vecchio sistema di produzione fordista ad elevata intensità di manodopera riducendo drasticamente la presenza umana sia nella manifattura che nel settore di servizi.

«Non si tralasciò occasione – osserva Giuseppe Guarino – che si prestasse per la stimolazione e la promozione della Information Technology per finalità militari. Ognuna delle sue fasi essenziali, con successiva trasformazione e utilizzazione dei prodotti a fini commerciali, è stata in pratica resa possibile dal sostegno del Dipartimento della Difesa, dalla Nasa e degli altri dipartimenti militari, compresa la Cia […]. Il merito dell’intervento pubblico non è di aver assorbito l’intera produzione della Information Technology, ma di aver contribuito in maniera determinante con i propri acquisti iniziali a far scendere i prezzi a livelli che avrebbero consentito la diffusione civile e commerciale delle innovazioni, nonché con quelli successivi che hanno favorito l’utilizzazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione pubblica, anche civile, e la diffusione delle stesse» (1).

La progressiva affermazione del nuovo modello in tutti i comparti dell’economia ha accelerato il processo di “terziarizzazione” dell’economia statunitense, e palesato il ruolo cruciale giocato dallo Stato rispetto al finanziamento dello sviluppo tecnologico realizzato da aziende private.

Negli anni ’90, sotto la direzione del direttore George Tenet, la Cia iniziò a finanziare generosamente le piccole aziende intente a sviluppare tecnologie applicabili a fini di intelligence aggirando le lungaggini che caratterizzano la mastodontica macchina burocratica statunitense. A questo scopo, la Casa Bianca e il Congresso approvarono la creazione di In-Q-Tel, oscura società di venture capital senza scopo di lucro incaricata di finanziare la messa a punto di tecnologie d’avanguardia per conto – o quasi – della Cia. Come riporta il «Wall Street Journal»:  «i vertici In-Q-Tel considerano l’azienda come indipendente, nonostante i legami molto stretti con la Cia e il fatto che quasi tutte le decisioni di investimento sono gestite dall’agenzia di spionaggio […].La presenza di intricati legami è endemica nel venture capital, in cui la conoscenza intima del settore è essenziale per il successo. Le altre società, tuttavia, giocano con il proprio denaro, o quello di privati».

In-Q-Tel «utilizza denaro pubblico, soggetto a severe norme sul conflitto di interessi e, secondo fonti vicine, si tratta di almeno 120 milioni di dollari all’anno. A volte impegna questo capitale secondo modalità che, anche se non intenzionalmente, avvantaggiano gli stessi amministratori dell’azienda in virtù di altre cariche nel settore hi-tech».

Quasi sempre, le scelte di In-Q-Tel «attraggono altri finanziamenti. Ogni dollaro investito in una piccola impresa in genere è accompagnato da 15 dollari provenienti da altre fonti. Questo aumenta le probabilità di successo del piccolo business in questione e rende le sue stock option più preziose».

Nel 2000, In-Q-Tel ha investito somme piuttosto rilevanti in alcune imprese che producevano satelliti e che si occupavano di raccogliere, classificare e analizzare dati sensibili. In breve tempo, la società ha accumulato quote azionarie di maggioranza di decine compagnie hi-tech, così da dettarne gli indirizzi e allinearle alle esigenze di Washington. Opportunamente orientata dai fondi di In-Q-Tel, una compagnia specializzata nell’elaborazione di soluzioni chimiche adatte alla fabbricazione di tappeti sviluppò in breve tempo una specie di sonda in grado di rilevare la presenza di veleni ed altre sostanze chimiche letali in ambienti chiusi, poi sistematicamente impiegata nei teatri di guerra afghano e iracheno.

Parallelamente, In-Q-Tel investì in un’azienda operante nel settore delle antenne satellitari, ricavando sistemi di localizzazione portatili di cui le truppe e le forze speciali Usa si sono servite per segnalare la propria posizione ai centri di comando.

Più recentemente, i capitali di In-Q-Tel hanno finanziato aziende cruciali come Anduril e, soprattutto, Palantir, saldamente integrata nelle macchine militari statunitense, israeliana e ucraina oltre che nella pubblica amministrazione britannica e in molti altri comparti critici.

L’altissimo livello di “collaborazione pubblico-privato” raggiunto negli Stati Uniti grazie a entità come In-Q-Tel è emblematizzato dal cosiddetto “scandalo Datagate”, scoperchiato nel 2013 grazie alle rivelazioni dello “spifferatore” Edward Snowden. In qualità di tecnico impiegato per una società appaltatrice della National Security Agency, Snowden ha documentato con dovizia di particolari l’esistenza di una rete di sorveglianza capillare e massiccia sui miliardi di comunicazioni sia interne che esterne agli Stati Uniti gestita dalla Nsa stessa attraverso Prism. Vale a dire un sistema in grado di assicurare all’intelligence nazionale la possibilità di accedere in maniera diretta ai server di cui si servivano le aziende operanti nel settore dell’alta tecnologia per ottenere qualsiasi tipo di informazione (messaggi, fotografie, e-mail, ecc.).

Entrato in vigore nel 2007 e beneficiando nel corso degli anni della collaborazione di colossi del calibro di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Skype, AoL, YouTube e Apple, Prism ha posto la Nsc e anche il Gchq britannico nelle condizioni di acquisire i metadati in transito attraverso i cavi in fibra ottica collegati ai server centrali di Yahoo e Google.

Space-X non ha beneficiato dei fondi di In-Q-Tel, ma del subappalto sistematico ad opera di agenzie statali come la Nasa o dello stesso Pentagono, che come contropartita gode di libero e completo accesso alla tecnologia  Starlink. Al punto da garantirlo a Paesi alleati come l’Ucraina.

La decisione di ridurre prima e ripristinare poi il servizio Starlink a Kiev non fa quindi capo a Elon Musk, ma sui vertici del potere pubblico statunitense a cui Space-X – così come le altre grandi aziende hi-tech statunitensi – rispondono più o meno indirettamente.

NOTE

1) Guarino, Giuseppe, I soldi della guerra. Gli Stati Uniti: spesa militare, innovazione, economia globale, Mondadori, Milano 2003, pp. 67-80.

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Why I’m protesting against the Palantir contract: a mother’s perspective on  raising her son in Poland

I moved to Poland from London with my Polish husband, and we are raising our two-year-old  son here. My son will grow up and live his entire life within the digital infrastructure that the government is building today. The fact that I was not born in Poland does not mean I don’t care about its future, as a mother, I have an obligation to fight for my son’s rights as a Polish  citizen. 

Recently, I saw that the Polish Ministry of National Defence has signed a  Letter of Intent with the American analytics company Palantir Technologies.

Having lived  through what happened in the United Kingdom when our government signed similar agreements, I believe that Polish people deserve to know what happens when public systems are handed over to a foreign defence contractor.

Among the company’s founding investors was In-Q-Tel, the CIA’s venture capital arm. 

In London, I was part of a campaign group fighting against Palantir’s contract with our National Health Service (NHS).

Under that agreement, the US defence contractor gained deep access to NHS data systems, including mental health records, reproductive health data, and medication history.

Olivia Law-Zygadlo: ‘I have seen what happens when people in the United Kingdom did not ask questions until it was too late, and I cannot stay silent and watch exactly the same thing happen in Poland’ (Pic: Author)

Heavily redacted contracts

Over 100 pages of the contract remain heavily redacted and hidden from the public. Because Palantir is an American corporation, citizens cannot easily hold them to account or use basic data access requests in the way they could with an EU-based company.

In the UK, two parliamentary committees and the British Medical Association are calling on the government to exit the contract before the break clause in  2027. 

Poland is not the first European country Palantir has approached, but other allied nations  have already drawn the line.

In Switzerland, the Swiss armed forces rejected Palantir’s offers nine times. The military’s conclusion was that it was technically impossible to guarantee that  sensitive national data would not reach American intelligence services.

When a Swiss  investigative outlet reported on this, Palantir sued them and lost on 22 of 23 counts. In Germany, the Bundeswehr explicitly excluded Palantir from a military cloud procurement on  grounds of data sovereignty, with senior military officials stating that granting external  industry employees’ access to the national database was completely unacceptable. 

Poland is now preparing to deepen its cooperation with a company that the Swiss and German militaries both rejected on security and sovereignty grounds.

It is our children who  will have to face the long-term consequences of today’s decisions. I have seen what happens when people in the United Kingdom did not ask questions until it was too late, and I cannot stay silent and watch exactly the same thing happen in Poland.

If you care about data sovereignty, public transparency, and protecting the next generation,  join us at the public protest against Palantir’s contracts in Poland, organised by Nasze Dane, on 8 November at Plac Konstytucji in Warsaw at 3pm.

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Onde se esconde, afinal, o poder?

“People have the power”, canta Patti Smith e parecem acreditar os manifestantes que tumultuam as cidades europeias reclamando um futuro. Mas será mesmo assim nos dias de hoje? A democracia, na clássica definição de Abraham Lincoln, é “o governo do povo, pelo povo e para o povo.” Acontece que, na verdade, a democracia é o governo da maioria. Como elucida Alexis de Tocqueville na obra “Democracia na América”, “em todos os países onde o povo é soberano, é a maioria que governa em nome do povo.” O busílis está no facto de essa maioria ser a maioria dos que votam, o que pode levar a que muitos cidadãos não se sintam verdadeiramente representados pelas instituições democráticas.

Talvez seja esse o caso dos jovens que se manifestam nas cidades europeias, causando aquilo que António Guerreiro apelida de “guerra civil planetária”. O mal-estar social que faz emergir movimentos inorgânicos e leva a contestação às ruas expõe os limites da democracia liberal, num tempo em que o poder é cada vez mais difuso e fragmentado. A hiperpolítica, conceito popularizado pelo historiador Anton Jäger no livro homónimo, invadiu o espaço público entendido quer como conceito urbanístico, quer como conceito filosófico de lugar de debate e formação de opiniões.

A politização exacerbada e contínua do espaço público no seu duplo sentido não trará, muito provavelmente, reformas estruturais ou soluções concretas para problemas coletivos. Quando a maré descer, só ficarão na restinga os despojos da degradação das democracias liberais, bem patente na incapacidade dos governos de exercerem a sua autoridade e de conterem a fúria dos manifestantes dentro dos limites da civilidade democrática. Enquadrar a natureza inorgânica e muitas vezes violenta dos movimentos de rua na organização institucional das democracias é, hoje, um dos principais desafios do poder político nos países ocidentais.

Novas geografias do poder

Historicamente, o poder esteve sempre associado a lugares e símbolos identificáveis: o trono, o palácio, o parlamento, o quartel, a fábrica… O poder tinha um rosto, uma hierarquia e um território. Mesmo quando se encontrava disperso por diferentes instituições, era possível reconhecer os seus centros de gravidade e os limites da sua ação. Hoje, a geografia do poder tornou-se mais complexa. Embora o poder continue a habitar os lugares tradicionais, também circula, e cada vez mais, por redes financeiras, infraestruturas tecnológicas, sistemas de informação, plataformas digitais e mecanismos algorítmicos cuja influência nem sempre é visível.

É atribuída a William Shakespeare a frase “o horror visível tem menos poder sobre a alma do que o horror imaginado.” O problema contemporâneo com o poder é, justamente, a sua invisibilidade aos olhos da maioria dos cidadãos. A questão decisiva do nosso tempo já não consiste, por isso, em saber apenas quem governa. Consiste em perceber quem define as condições em que se governa, quem controla os instrumentos que permitem decidir e quem tem capacidade para impor limites aos decisores.

O poder formal nem sempre coincide com a capacidade real de influenciar os acontecimentos. Um governo empoderado pela legitimidade eleitoral pode, ainda assim, estar condicionado por múltiplos poderes difusos. A distância entre a titularidade formal do poder e a capacidade efetiva de intervenção constitui uma das questões centrais das democracias contemporâneas, como se vê pela inépcia dos governos europeus em encontrar respostas para quem protesta nas ruas.

Tradicionalmente, o poder é distribuído por diferentes esferas que se cruzam e ora cooperam, ora entram em conflito. Grosso modo, o Estado conserva os três monopólios legítimos: legislar, tributar e punir. O poder económico condiciona o investimento, o emprego, os salários e a distribuição da riqueza. O poder tecnológico controla infraestruturas essenciais à comunicação, ao acesso à informação e à gestão de dados. O poder mediático participa na definição dos assuntos que merecem atenção coletiva e influencia a formação da opinião pública. E o poder cultural contribui para estabelecer os valores, as aspirações e as representações através das quais uma sociedade questiona a sua própria condição.

Atualmente, estes poderes continuam a existir e a influenciar o modo de vida nas sociedades democráticas. Mas, entretanto, verificou-se a concentração num número restrito de pessoas, grupos ou instituições de poderes com menor visibilidade e, por isso, menos escrutináveis. O poder contemporâneo já não é piramidal, mas sim uma imbricada rede de relações e dependências. Neste sentido, o exercício do poder depende da posição ocupada nessa rede, dos recursos disponíveis e da capacidade de transformar esses recursos em influência.

Longa manus da tecnologia

Nas novas geografias do poder, o capital, a informação e a tecnologia estão, seguramente, entre os fatores que mais condicionam e influenciam quem decide. No caso da tecnologia, a inteligência artificial veio, aliás, acentuar o carácter concêntrico, etéreo, manipulador e inescrutável dos novos instrumentos de poder. De repente, os centros tradicionais de poder ficaram expostos a mecanismos de influência cuja lógica desconhecemos e muito menos controlamos. A inteligência artificial permite ampliar a vigilância, dificultar a identificação de manipulações e concentrar poder nas organizações que controlam os dados, os modelos e a infraestrutura digital.

O pequeno grupo de oligarcas tecnológicos acumula um poder económico, político e social sem precedentes, através do controlo dos sistemas digitais globais. Dispõe de uma extraordinária capacidade de moldar a opinião pública a partir das redes sociais, de avançar sem regras no desenvolvimento da superinteligência, de investir na reversão do envelhecimento celular, de esboroar as regras da privacidade ou de acelerar a crise ambiental. Tudo isto tem efeitos profundos no funcionamento das democracias liberais e até no equilíbrio geopolítico.

Há poucos dias, as forças militares ucranianas deram conta de que os terminais Starshield começaram, sem aviso prévio, a perder conectividade acima de 160 km/h, dificultando a ação dos drones intercetores usados contra os drones russos impulsionados a jato. As limitações à velocidade da rede de internet via satélite desenvolvida pela SpaceX, de Elon Musk, estão a servir para forçar a Ucrânia a ceder a um acordo de paz (ou de capitulação, na verdade) com a Rússia, como deseja a administração Trump.

Um tech oligarch é, portanto, capaz de influenciar decisivamente o desfecho de uma guerra que está a massacrar um povo e que tem implicações profundas na segurança da Europa. É um sinal dos tempos e representa a tendência para impor o poder pela superioridade tecnológica, através de parcerias entre governos e setor privado. Assim será cada vez mais no futuro, considerando a velocidade de desenvolvimento de tecnologias complexas com fins simultaneamente civis e militares.

É claro que a superioridade económica, tecnológica, energética ou militar sempre ditou as regras no mundo, ao longo da História. A diferença é que o poder hoje é cada vez mais difuso e fragmentado, o que torna difícil o seu controlo, limitação e escrutínio democráticos. Das ruas de Paris aos escritórios de Silicon Valley, das corretoras de Wall Street ao estreito de Ormuz, da linha da frente da Ucrânia às redes de bots, dos campos de morte de Gaza ao luxo de Mar-a-Lago, da opacidade dos offshores à sede da ONU, onde se esconde, afinal, o poder?

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MPT vai à Justiça para que Meta apague postagens de assédio eleitoral

Logo Agência Brasil

O Ministério Público do Trabalho (MPT) acionou a Justiça, nesta quinta-feira (29), para obrigar a Meta a retirar do ar, em até 24 horas, todas as publicações que estimulem empresários a vigiar, expor, deixar de contratar e demitir funcionários por preferências políticas ou voto. O pedido inclui as plataformas Instagram, Facebook e Threads, que pertencem à big tech americana.

O MPT aponta a responsabilidade da Meta pelo conteúdo publicado em suas plataformas e pede que o Tribunal Regional do Trabalho (TRT) da 2ª Região arbitre indenização de R$ 50 milhões por danos morais coletivos.

Notícias relacionadas:

Embora os sete procuradores que assinam a ação tenham apontado a urgência da remoção das publicações que caracterizem assédio eleitoral, a primeira audiência foi agendada para o dia 29 de março de 2027, na 77ª Vara do Trabalho de São Paulo.

>> Descubra se você está sofrendo assédio eleitoral e saiba como denunciar

Perseguição política

Conforme a Agência Brasil noticiou, as denúncias de assédio eleitoral aumentaram mais de 75% desde a última segunda-feira (26), dia seguinte ao segundo turno das eleições gerais, totalizando 1.459 casos em todo o país.

O maior número de denúncias é proveniente de São Paulo (620), seguido de Minas Gerais (351), Paraná (338), Rio de Janeiro (252), Rio Grande do Sul (223) e Santa Catarina (165).

Os dados coincidem com a multiplicação de relatos sobre incentivos a boicotes e a demissões de funcionários que tenham votado em candidato contrário à orientação política do patrão.

De acordo com o MPT, passado o pleito em que o presidente Luiz Inácio Lula da Silva se reelegeu, perfis nas plataformas digitais passaram a incentivar e orientar empregadores a vasculharem as redes sociais de seus funcionários ou colaboradores com o objetivo de descobrir em quem estes votaram e, no caso de a opção ser diferente da patronal, demiti-los.

“Outras publicações expõem pessoas à ridicularização, com nome e imagem, ou comemoram demissões”, sustenta o MPT, assegurando que só quatro das publicações analisadas em um único perfil, que totaliza 3,8 milhões de seguidores, somaram mais de 2 milhões de curtidas.

De acordo com o MPT, além de permitir conteúdos ilegais durante dias, os próprios sistemas de recomendação da Meta, como a aba ‘Explorar’ e os ‘Reels’ sugeridos, ampliam o alcance do que gera mais engajamento.

Consultada pela reportagem, a Meta informou que não comentaria o assunto.

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What is ‘coordinated inauthentic behaviour’ – and how is it distorting Europe’s online democracy?

If you have come across messages such as “what Europe needs is a peaceful continent” on Facebook or X, you may have encountered coordinated inauthentic behaviour (CIB).

CIB is a manipulative communication tactic that uses a combination of authentic, fake and duplicated social media accounts to operate as an adversarial network across platforms such as X, Facebook or Bluesky.

By coordinating their activity, these accounts can amplify particular messages and create an online impression that may not reflect the reality of public opinion.

The tactic spread massively during Covid.

In a paper entitled ‘Coordinated inauthentic behavior: An innovative manipulation tactic to amplify Covid-19 anti-vaccine communication outreach via social media’, Monica Murero wrote that such operations could be “one of the greatest threats to freedom of expression and democracy in our society”.

But this distortion becomes particularly visible during elections.

Indeed, with political momentum, spreading messages and content online can influence how voters perceive the strength of an incumbent government and the prospects of its opposition.

Manufacturing political dominance

The latest example is Serbia.

Ahead of parliamentary elections in Serbia, the Balkan Free Media Initiative (BFMI), in collaboration with Clemson University’s Media Forensics Hub, investigated how coordinated networks promoted former Serbian PM and president Aleksandar Vučić while undermining independent media.

“CIB corrupts the public signal that democracies rely on to understand themselves,” head of research at BFMI Vanesa Valcheva told EUobserver.

The findings point to a broader problem for democratic debate: online visibility can be manipulated to sustain an image of political dominance, even when the picture on the ground appears different.

“Incumbents often try to look unbeatable to discourage opposition voters, reassure their supporters, and show outside partners that things are unlikely to change,” Valcheva said.

Before the rise of these coordinated online operations, the digital space offered dissent more room to breathe.

But nowadays, CIB networks can undermine the online space by repeatedly circulating messages that support a particular political interest and make it appear more widely shared than it is.

And indeed, Vučić dominated the space on X and Facebook while the streets suggested otherwise.

This article continues, but the full version is available only to EUobserver.com subscribers. Visit account.euobserver.com/membership

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Resultados das tecnológicas testam temperatura dos investidores pela IA

As grandes tecnológicas mundiais já começaram a reportaram os resultados referentes ao terceiro trimestre. Apesar da expansão dos seus negócios o mercado teve reações distintas. No caso da Meta caiu mais de 6% entre a divulgação dos resultados e o fecho do dia seguinte, a Alphabet (que detém a Google) está a cair nesta altura mais de 11% no dia seguinte aos resultados enquanto que a Microsoft sobe mais de 2%.

Com os resultados surgem também interrogações. Como estão os investidores a encarar os avultados investimentos que as grandes tecnológicas estão a fazer na inteligência artificial (IA)? Existirá uma ‘bolha’? E que efeito sobre as cotadas europeias?

Analistas consultados pelo Jornal Económico (JE) consideram que os resultados permitem perceber que continuam os avultados investimentos na IA e que existe pressão para que esse capital investido se transforme em receita e lucro. E quanto à Europa? As respostas vão desde possíveis pressões nas avaliações das cotadas europeias caso existem dúvida sobre a lucratividade da IA até penalizações ligadas a questões de sentimento e avaliação de risco.

Quanto aos resultados a Meta reportou um crescimento de 26% nas suas receitas e de 264% no seu lucro líquido, para os 64,6 mil milhões de dólares (58 mil milhões de euros) e para os 9,8 mil milhões de dólares (8,8 mil milhões de euros), respetivamente, no terceiro trimestre, face ao período homólogo.

A Alphabet reportou um crescimento de 25% nas suas receitas para os 127,5 mil milhões de dólares (114,6 mil milhões de euros) e o lucro líquido caiu 25,2% para os 26,1 mil milhões de dólares (23,4 mil milhões de euros), no terceiro trimestre, face ao ano anterior.

Já a Microsoft aumentou as suas receitas em 19% para os 92,3 mil milhões de dólares (82,9 mil milhões de euros) e o lucro subiu 32% para os 36,6 mil milhões de dólares (32,9 mil milhões de euros), no primeiro trimestre do ano fiscal (corresponde ao terceiro trimestre do ano civil), face ao período homólogo.

Para o analista da ActivTrades Europe, Henrique Valente, os resultados já conhecidos da Meta, Alphabet e Microsoft “não permitem concluir” se existe uma bolha na inteligência artificial ou se “estamos próximos” de uma eventual correção acentuada [termo que se refere a queda superiores a 10% face a um pico]. “Confirmam a continuidade de um investimento massivo no setor, com pressões cada vez mais visíveis sobre a geração de caixa, mas também mostram que esse investimento está a traduzir-se em receitas”, assinala.

O head of trading do Banco Carregosa, João Queiroz, diz que a principal conclusão é que a discussão “já não passa por saber” se existe procura para a IA, que será “real e crescente”. O verdadeiro desafio está agora sobre a velocidade a que os enormes investimentos em centros de dados (ou data centers), semicondutores e capacidade computacional “se transformarão” em lucros recorrentes.

“O crescimento da cloud (ou nuvem) da Microsoft e a expansão do negócio publicitário da Meta beneficiaram da IA, segundo as respetivas empresas, demonstrando que esta tecnologia já contribui para o aumento das receitas”, adianta. No caso da Alphabet evidencia alguns dos desafios desta transição: “A maior utilização do modo de IA na pesquisa, cuja monetização publicitária ainda está em desenvolvimento, contribuiu para um desempenho dos anúncios abaixo das expectativas, apesar do forte crescimento da cloud”, explica Henrique Valente.

João Queiroz diz que os resultados da Meta “mostram simultaneamente” robustez operacional e uma “crescente exigência” do mercado quanto ao retorno do capital investido. “As receitas cresceram 26% para 64,6 mil milhões de dólares (58 mil milhões de euros), superando as estimativas, e a publicidade continua a beneficiar das melhorias introduzidas pelos modelos de IA“, adianta. “No entanto, os gastos em infraestruturas e centros de dados atingiram níveis máximos, conduzindo a um fluxo de caixa livre negativo no trimestre, algo raro na história recente da empresa”, acrescenta.

“O investimento destas empresas constitui receita para outras, mas a sustentabilidade deste ciclo vai depender da capacidade de gerar retornos que justifiquem os montantes aplicados”, salienta o analista da ActivTrades.

Se os resultados aumentarem as dúvidas sobre a rentabilidade da IA, os investidores “poderão reduzir” a exposição ao setor tecnológico à escala global, o que “pressionaria” também as avaliações das empresas europeias, acrescenta. “Uma deterioração mais acentuada da confiança poderá alargar este efeito de contágio a outros setores, através de uma redução generalizada da exposição ao risco”, alerta.

Pode existir efeito de contágio sobre a Europa?

“Para a Europa, o efeito de contágio, e de alguma forma sistémico, dependerá sobretudo da interpretação que os investidores fizerem da relação entre crescimento e investimento”, assinala o head of trading do Banco Carregosa.

“Num cenário construtivo, estes resultados funcionam como uma validação da procura estrutural por IA, beneficiando empresas europeias relacionadas com a cadeia de valor tecnológica, incluindo fabricantes de equipamento elétrico, operadores de centros de dados, fornecedores industriais e empresas de semicondutores. Nesse contexto, os índices europeus poderiam continuar a acompanhar parcialmente o dinamismo observado nos Estados Unidos”, explica.

Mas se o mercado concluir que os hyperscalers (ou hiperescaladoras) estão a investir a ritmo “demasiado acelerado” face ao retorno obtido, poderá surgir “pressão adicional” sobre os segmentos mais expostos ao tema. “Essa preocupação já se refletiu recentemente em várias empresas associadas ao ciclo de investimento em IA, cujas valorizações corrigiram significativamente apesar de os fundamentos operacionais permanecerem sólidos: enquanto Meta, Microsoft e Alphabet continuam entre as empresas mais valiosas do mundo em capitalização bolsista, os múltiplos permanecem elevados e deixam pouca ou nenhuma margem para desapontamentos”, refere.

“Para as bolsas europeias, o impacto será provavelmente mais uma questão de sentimento e avaliação do risco do que de deterioração fundamental da procura por tecnologia e inteligência artificial. A narrativa passou de “crescer a qualquer custo” para “crescer com rentabilidade”, uma evolução que tende a tornar o mercado mais seletivo, mas não necessariamente mais pessimista e muito dependente do que podem ser os resultados das operações de IPO [ou entradas em bolsa] da Anthropic e eventualmente da OpenAI num futuro próximo”, acrescenta.

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Big Tech Lobbying Raises Questions Over Europe’s Retreat from Digital Regulation

A new investigation into the activities of Google, Meta and other technology companies has intensified scrutiny of EU plans to revise data-protection legislation, placing Ireland and Germany at the centre of a dispute over corporate influence and European digital sovereignty.

European technology policy has become the focus of a dispute over corporate lobbying after researchers documented extensive contacts between major technology companies and political decision-makers during negotiations to revise EU data-protection rules.

An investigation published on 28 October by Corporate Europe Observatory and the German transparency organisation LobbyControl alleges that leading technology companies mounted a coordinated campaign to influence European governments and legislators.

The findings come one week after EU member states agreed a negotiating position on the Digital Omnibus, a legislative package intended to simplify aspects of European data-protection, privacy and cybersecurity regulation.

The campaigners argue that the proposed changes risk weakening existing safeguards in order to accommodate the commercial requirements of artificial intelligence developers.

Ireland, which holds the rotating presidency of the Council of the European Union, has rejected suggestions that its handling of the legislation was improperly influenced by technology companies.

The dispute exposes a fundamental disagreement over the balance between commercial innovation and the protection of personal information.

The scale of the lobbying campaign

According to LobbyControl’s investigation, non-European technology companies recorded 103 meetings with representatives of Germany’s federal government between May 2025 and September 2026.

Google accounted for 28 meetings, Microsoft 18, Amazon 16 and OpenAI 11.

Germany’s Digital Minister, Karsten Wildberger, participated in 18 meetings with representatives of major technology companies, the researchers reported.

In Ireland, the organisations identified extensive engagement involving Meta, Google and politicians ahead of the country’s assumption of the EU Council presidency in July.

Their findings indicate that Meta engaged with 41 Irish parliamentarians over the Digital Omnibus, while Google recorded 30 meetings.

The researchers also identified 655 lobbying meetings concerning the legislation involving members of the European Parliament.

According to their analysis, approximately 83 per cent represented business interests, compared with 11 per cent involving civil society organisations or trade unions.

These figures demonstrate the intensity of corporate engagement, although the existence of lobbying meetings does not, by itself, establish that particular legislative provisions were adopted because of that activity.

Why the Digital Omnibus matters

The legislative package forms part of a broader European Commission initiative to reduce administrative burdens and improve competitiveness.

Its provisions address several areas of digital regulation, including the General Data Protection Regulation, commonly known as GDPR.

The proposals seek to simplify compliance obligations, clarify the treatment of personal information and revise rules governing certain forms of data processing.

One particularly contentious issue concerns the use of personal data in developing and operating artificial intelligence systems.

AI developers require large quantities of information to train and improve their models. However, the collection and processing of personal information remain subject to European legal safeguards.

Technology companies have argued that regulatory complexity can discourage investment and make it more difficult for European businesses to compete internationally.

Privacy campaigners maintain that simplifying regulatory procedures must not become a mechanism for reducing substantive protections.

The disagreement concerns not merely administrative paperwork but the legal circumstances under which companies may process information relating to identifiable individuals.

Ireland rejects allegations of improper influence

Ireland occupies a particularly sensitive position in the debate.

The country hosts major European operations of several American technology companies, including Google and Meta, and has substantial economic interests in the digital sector.

At the same time, its presidency of the EU Council requires it to coordinate negotiations between member states.

According to RTÉ’s reporting on the investigation, the Irish government strongly rejected the allegation that it had weakened data safeguards in response to corporate pressure.

A presidency spokesperson emphasised that Ireland’s responsibility was to facilitate agreement between member states and that the negotiating mandate approved on 21 October enjoyed broad support.

The Council has presented the proposed changes as a means of reducing compliance costs while preserving established privacy protections.

In its official statement, the Council said its mandate retains the existing definition of personal data and introduces additional provisions governing pseudonymisation.

It also includes safeguards relating to sensitive information used for biometric verification and AI systems.

These details are significant because they demonstrate that the negotiating text contains protections alongside proposed simplifications.

Germany’s role in the negotiations

Germany has also emerged as an important participant in the controversy.

The investigation points to close contact between the German government and international technology companies during discussions about the future of European digital regulation.

Berlin has supported reducing administrative restrictions that it considers obstacles to innovation and the development of competitive AI technologies.

For Germany, the issue is connected to wider concerns about industrial competitiveness, investment and Europe’s dependence on foreign technology suppliers.

Yet an unresolved question remains.

Measures designed to assist European innovators may also benefit established American companies whose extensive computing infrastructure and data resources give them advantages over smaller competitors.

Consequently, easing restrictions does not necessarily guarantee a stronger European technology industry.

The European Parliament holds the next decision

The Council’s negotiating position does not make the Digital Omnibus law.

The European Parliament must establish its own position before negotiations between the institutions can determine the final legislation.

Parliamentarians will therefore have an opportunity to examine the treatment of personal data, the safeguards attached to AI development and the relationship between regulatory simplification and individual rights.

The lobbying investigation is likely to become part of that debate.

Its central political significance lies in the competing interpretations of European technological sovereignty.

For governments seeking investment, regulatory flexibility may provide an instrument for improving Europe’s international competitiveness.

For privacy organisations, the same flexibility could increase the influence of companies already dominant in global digital markets.

The outcome will help determine whether Europe’s future digital framework preserves the existing balance between commercial data use and individual protections, or establishes a different relationship between the two.

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Digital panopticon: ‘When you work faster, you have to work even faster’ Amazon workers tell MEPs on AI work surveillance

The European Parliament’s employment committee has highlighted the need for regulating automated control of workers after visiting Amazon warehouses in Germany and Poland this week.

Seven of the committee MEPs visited Amazon warehouses employing some 5,000 workers on Monday and Tuesday (26-27 October) ahead of the Commission’s Quality Jobs Act proposal expected in December.

The trip follows the committee’s hearing on working conditions in Amazon in January, where workers raised concerns about efficiency goals, safety, and surveillance using AI tools, which may be regulated more rigorously as a part of the upcoming act.

According to a 2023 survey by UNI Europa, a labour union federation, about a half of Amazon’s employees said their work had a negative impact on their mental and physical health.

Workers’ progress throughout the day is usually watched through security cameras, but also the work badges scanned in check points in various locations in the warehouse, and scanning devices used to identify products. 

In the city of Sosnowiec, home to one of Amazon’s Polish warehouses, employees are overworked by “constant pressure of being judged, which is very hard to cope with mentally,” Agata Wypiór, recently-named vice secretary of Amazon’s European Works Council and Solidarność union leader told EUobserver.

Leaving worker management and performance monitoring to algorithms means “these processes become almost invisible,” Li Andersson, head of the delegation, told EUobserver.

“The way the workers describe it, it sounds like a digital panopticon: when you work faster you have to work even faster.“ 

Workers themselves often do not know what data is collected on them and how it is being used to set productivity targets, Anderssen highlighted. 

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Korea fines Apple, Google for app policies

Apple and Google were hit with a combined KRW63.7 billion ($47.6 million) in fines for banned activities related to their respective app marketplaces and told to revise their business practices by South Korea’s communications regulator.

The Korea Media and Communications Commission (KMCC) issued a penalty of KRW42.9 billion to Google and KRW20.8 billion to Apple, and informed the companies they must revise external payment policies and resolve other issues.

It stated the companies “engaged in prohibited acts” under rules in its Telecommunications Business Act.

The regulator has been undertaking investigations into various elements of the pair’s app distribution procedures since 2022.

It looked into whether specific payment methods were being imposed, claims of unfair delay on app reviews and, in Apple’s case, “impairing users’ interests”, which is about commission charges.

The KMCC accused both companies of imposing “unreasonable conditions” on developers seeking to use third-party payment methods, which it asserted effectively forced the use of the brands’ in-app systems.

It also argued the companies “unfairly delayed app reviews” despite “predictable review timelines” being “critical” to developer’s businesses.

The KMCC stated app companies were not given “specific reasons when reviews were delayed” and the companies did not clearly respond to individual inquiries for explanations or requests for expected timelines.

It also accused Apple of imposing “discriminatory commissions” on app developers between 2015 and 2023.

The regulator ordered Google and Apple to amend their business procedures by removing restrictions on alternative payment options or app review procedures “and to prevent the recurrence of discrimination between domestic and overseas app developers”.

KMCC chair Kim Jong-cheol said he hopes the “sanctions will serve as a turning point toward substantive changes in market structure that app developers and end users can feel”.

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Revealed: New data shows Big Tech lobbying pushing EU towards sweeping data-protection rollback

New research by Corporate Europe Observatory (CEO) and LobbyControl shows that Big Tech lobbying is pushing the EU towards sweeping deregulation of data protection rules.

The new publication finds signs of an intensive lobbying campaign between Big Tech and Germany and Ireland which are helping to gut fundamental European data protection safeguards.

“The Big Tech campaign to kill data protection in Europe” documents how MEPs are meeting with Big Tech lobbyists under the guise of boosting AI tech innovation.

The report documents extensive contacts between Big Tech companies and European policymakers over the EU Commission’s proposed Digital Omnibus.

The aim is to change and influence how personal data are used to develop and operate AI systems, warns CEO.

“It is a really drastic change,” Bram Vraken researcher and campaigner at CEO told EUobserver.

Introduced by the commission last November, the Digital Omnibus forms part of the EU executive’s wider drive to simplify regulation and strengthen European competitiveness.

The commission has presented the proposal as a way to make Europe “simpler and faster” and to “adapt” its regulatory framework to a “more volatile world”.

The Digital Omnibus “provides a simple, innovation-friendly environment for our European AI ecosystem to grow,” said commission’s president Ursula von der Leyen.

But the proposed changes potentially create broad exemptions from existing data protection rules for AI companies.

“What we see is a creation [of] this huge backdoor, which in many cases will make the GDPR (General Data Protection Regulation) meaningless,” Vraken said.

If adopted by the European Parliament, the changes would allow companies to collect people’s personal data to train and operate AI systems without consent.

Google and Meta

Under the parliament’s rules, all MEPs and their assistants must publicly declare scheduled meetings with lobbyists and third-country representatives and access to these information is public.

From November 2025, CEO and LobbyControl identified 655 meetings with lobbyists in the parliament, the report says. This comes as Big Tech lobby budgets hit record levels.

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Microsoft eyes staff cuts under voluntary exit programme

Microsoft is offering employees across several parts of its global operations the opportunity to take a voluntary exit deal, as it seeks to contain costs while ramping up investment in AI.

The offer being made is time-limited and includes financial support and career planning resources. Reuters reported the programme is targeting around 60,000 employees.

Microsoft’s FY26 annual report showed it had 223,000 full-time employees worldwide as of 30 June, putting the potential pool of eligible staff at more than a quarter of its global workforce.

In a statement, Microsoft chief people officer Amy Coleman explained the programme is available to eligible employees in Canada, India, the UK and the US at level 70 and below of its employee hierarchy.

Participation is limited to selected business units with eligibility varying according to “each business’s priorities, customer commitments and workforce needs”.

A source told Reuters the offer covers teams including Copilot, AI experiences, finance, human resources, Xbox and Windows + Devices. Marketing, commercial business and security are apparently excluded.

“This offer gives eligible employees who may be considering a future outside the company a new choice to make that transition now with support,” Coleman said, adding “these are a few of the ways we’re trying to meet different business needs” and that “we’ll learn from it”.

Microsoft offered voluntary buyouts to around 9,000 US employees earlier this year and announced 4,800 job cuts in July, as it restructured its Xbox gaming business and planned to divest four studios.

The latest initiative comes as Microsoft commits substantial sums to AI infrastructure, including data centres and chips. The company forecast capital expenditure of $175 billion for calendar year 2026, drawing scrutiny over whether returns will justify the scale of spending.

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El dominio del miedo y la pandemia de estulticia

Por Juan José SALINAS

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Vulgo pelotudez. Vengo de tomar un café con Osvaldo, un amigo entrañable con el que compartimos el temor de estar volviéndonos cada vez menos inteligentes, entre otros motivos porque cada vez delegamos más nuestra memoria a los dispositivos electrónicos, compus, smartphones y nubes.

El llevaba consigo un ejemplar de Moisés y la religión monoteísta y yo un libro mio escrito hace más de dos décadas que le regalé diciéndole que a veces me creo incapaz de volver a escribir algo de esa calidad (sea la que fuere). Antes, él había recordado un comentario mio sobre la película Ideocracy de hace, también, dos décadas atrás. Por que hace tiempo habíamos recordado esta premonitoria pelicula y cavilado sobre la estulticia creciente que venimos detectando. En un momento él se fue al baño y yo abrí su libro en la parte en que Freud conjetura que Moisés era un noble egipcio ¡Que calidad la de su escritura! Recordé la prosa eximia de Trotsky y cuando mi amigo regresó nos preguntamos si las redes sociales y la IA están aplanando notoriamente las mentes, como parece probarlo la existencia de presidentes de las cataduras de Milei y Trump.

De vuelta a casa, me pongo a leer esta nota de otro gran amigo que, justo, qué casualidad, aborda este mismo tema, por suerte con mucha mayor profundidad. Me digo que todo tiene que ver con todo. Y recuerdo a mi amado Luis Alberto Spinetta cuando zahería a los necios del público que no se cansaban de pedirle a gritos que cantara Muchacha ojos de papel: «Tengan cuidado que en un ratito pasa el bobero».

La estupidez contemporánea

El sistema que controla la realidad política y social necesita al estúpido, así como el mercado necesita que la libertad individual se confunda con el acto del consumo. La estupidez que rige el capitalismo destruye fuerzas productivas, atacando capacidad industrial en decenas de países, en función de juegos especulativos. En el escenario de la crisis de 1929, solo el 3% de los estadounidenses estaba vinculado con la especulación bursátil. Ahora es superior al 60%. Y la crisis “in progress” ya no es solamente financiera, sino también energética, alimentaria, psicológica, ambiental.

POR ÁNGEL BECCASINO / LE MONDE DIPLOMATIQUE

En la Convención Republicana de Dallas (8-9-26), Trump anuncia que comprará votos. Promete 5.000 dólares a cada adulto estadounidense si sus votos permiten a los republicanos retener el control del Congreso en las elecciones de noviembre. ¿Seducirá la oferta a un país que suma millones de familias viviendo en la pobreza, y en el que la inflación está desbocada desde que el gobierno decidió atacar a Irán? Como un adelanto de posible respuesta, los asistentes a la Convención chillan y aplauden gritando “U.S.A!, U.S.A!”, y lanzan ovaciones cuando Trump les promete seguir bombardeando Irán.

Toda elección nos pone delante una foto de la sociedad, una radiografía política-ideológica de un momento dado. En la radiografía actual, el éxito de personajes como Trump, Bolsonaro, Milei, Kast, muestra una sociedad liderada por una identidad política que tiene como denominador común la exclusión violenta de todo aquel que piense diferente. Y también tiene en común algo que Umberto Eco desarrolló en una entrevista que publicó el diario turinés La Stampa, en junio de 2015, que “Las redes sociales le dan el derecho de hablar a legiones de idiotas que antes hablaban sólo en el bar después de un vaso de vino, sin dañar a la comunidad. Ellos eran silenciados rápidamente, pero ahora tienen el mismo derecho a hablar que un premio Nobel. Es la invasión de los idiotas”. Lo redondeó alguna vez el escritor de ciencia ficción Harlan Ellison: “Los dos elementos más comunes en el universo son el hidrógeno y la estupidez.”

“El cibercapitalismo aumenta su control gracias a la guerra neocortical, cuya capacidad para anular la conciencia y la reflexión eleva el grado de sumisión y acrecienta el socialconformismo”, comenta Marcos Roitman Rosenmann, en La democracia, una práctica política venida a menos. Y Arturo Pérez Reverte, sintonizado con aquello que observó el historiador económico Carlo Mario Cipolla, de que la estupidez no se corrige ni con la experiencia, ni con estudios, ni tampoco desaparece con el tiempo, por lo cual “la persona estúpida es el tipo de persona más peligrosa que existe”, aporta: “Yo pensaba cuando era jovencito que lo peor eran los malvados. No. Con el tiempo, la edad, la comprensión de causa-efecto, te das cuenta que lo peor son los tontos. El mayor mal del mundo son los idiotas, que son fácil presa para los malvados. Tú juntas un malvado con cien tontos y tienes 101 malvados. Dando un click en “salvar a las focas” sientes que ya no estás solo, formas parte de un conjunto, de un territorio moral en el cual te sientes arropado y te sientes importante. Es que es muy fácil para un tonto sentirse importante. Las redes sociales te lo facilitan.”

Encerrado en una celda de la Alemania nazi, poco tiempo antes de ser ejecutado por ese régimen el 9 de abril de 1945, el teólogo luterano Dietrich Bonhoeffer reflexionó sobre la imbecilidad de la sociedad de su tiempo, una característica que identificó como más peligrosa que la maldad. Porque la persona estúpida se siente tan segura de sí misma, que con ella no tienen ningún efecto ni los argumentos lógicos ni los hechos objetivos. Heredero de aquella observación, al igual que Pérez Reverte, Cipolla exploró el controvertido tema de la estupidez en un ensayo breve de 1988, titulado Allegro ma non troppo, observando a los estúpidos como un peligro mayor que la mafia o el complejo industrial-militar. Sus conclusiones aplican a la perfección y en múltiples sentidos a un momento en que, como parte de la normalidad, algunos gobernantes conjugan mafia, negocios militares y estupidez, seguros de que la historia los acariciará por haber arrojado toneladas de bombas sobre niños, al tiempo que un ministro israelí celebrado en su patria, aboga por asesinar cada noche 30 o 40 habitantes de Gaza. Y, en la vida cotidiana social, como muestra del poder adquisitivo, en una subasta alguien paga 3,35 millones de dólares por un balón que, como valor añadido, carga el haber sido aquel del gol hecho con la “mano de Dios” encarnada en Maradona, o alguna cifra más o menos similar por los calzones que usó una cantante, mientras miles se arrastran por una limosna en las calles y el hambre grita en el cuerpo de cientos de millones.

La gama de la estupidez contemporánea supera la de todos los tiempos, incluidos en ellos personajes como Calígula o los ideólogos nazis que creyeron ser parte de una raza superior, como la creen hoy los sionistas que llevan adelante el genocidio de palestinos. Estúpido es quien no aprende de lo que ha sufrido, como lo es quien repite errores porque es incapaz de autocrítica, y entonces siempre cree estar en lo correcto. Estúpido es el gobernante que, ante una devastadora tragedia, impide ayuda humanitaria por consideraciones ideológicas. Estúpido es quien no evalúa el efecto de sus decisiones más allá, o no, de lo inmediato. Estúpido es el que en una pandemia difunde consejos falsos, o llama a tener conductas perjudiciales para la salud, como Donald Trump. Estúpidos son quienes promueven discursos negacionistas sobre evidencias históricas, verdades objetivas y consensuadas, el caso de la negación de la tortura y el asesinato de miles de personas en Argentina y Chile por sus actuales gobernantes, aunque su estupidez opere desde el cinismo oportunista que implicaría una funcionalidad.

Estúpidos son quienes se llenaron de temores cuando en mayo del año anterior en el manga japonés El futuro que vi, un vidente, maestro de feng shui, predijo una catástrofe: el 5 de julio se abrirá una grieta bajo el lecho marino entre Japón y Filipinas, cuya consecuencia serán olas tres veces más altas que las que siguieron al terremoto de Tohoku en 2001. Y acto seguido se disparó esa versión de la estupidez que es la superstición, produciendo una crisis en la industria japonesa del turismo: los visitantes desde Hong Kong, Korea y otros países asiáticos se redujeron a la mitad. Porque el algoritmo refleja, y multiplica la reproducción de aquello de lo que más gente está hablando, construyendo certezas por repetición de una versión. En otras palabras, operando una vez más esa ley de la comunicación con intención persuasiva que dice que la clave para el logro del objetivo no es otra que el mensaje más su frecuencia de exposición. Lo cual tiene como segunda versión aquello de que la mentira repetida muchas veces termina siendo percibida como incuestionable verdad. Que es lo que ocurre con las versiones generadas por sectas paranoicas como la norteamericana Qanon que veían pederastas y niños en el sótano de una pizzería, o con aquellos que movidos por sus cámaras de eco, como una jauría de estúpidos tomaron el capitolio de Washington reclamando por unas elecciones que perdió Trump, como los brasileros que intentaron tomarse Planalto en Brasilia cuando ganó Lula. Estúpidos que se hacían selfies destrozando lo que encontraba a su paso, como turistas encandilados con lo que están haciendo, y colgaban las imágenes en tiempo real para que todos sepan que han sido ellos.

 

El gran problema es que cuando se intenta convencer al estúpido de su error, este se atrinchera en su estupidez como si fuera su mayor valor. Así como ocurre cuando se le ridiculiza detonando su resentimiento. Ni la razón, ni la exposición de los hechos, ninguna evidencia sirve para convencer a quien vive en la repetición del relato afín a sus creencias.

El algoritmo depredador de la singularidad

—“Así como un cordón umbilical satisface las necesidades de un feto antes de que pueda comunicarlas, las plataformas tecnológicas se esmeran para asociar nuestros deseos antes de que los hayamos expresado”. Mark Andrejevic, Automated Media.

Así como Google y Wikipedia hicieron desaparecer las enciclopedias, cuando se masificó el uso de smartphones o teléfonos móviles “inteligentes, la posibilidad práctica que ofrecían condujo a la delegación de una amplia gama de funciones cerebrales. Y llegó el confortable sometimiento al algoritmo decidiendo qué deseamos, qué nos interesa, cómo movernos por la ciudad, adónde ir a comprar algo, cuál restaurante elegir para comer, qué modelo de cualquier cosa escoger. Una suerte de vida en piloto automático, siguiendo Google maps.

Si el humano evolucionó por siglos poco a poco, y la sociedad otro tanto a través de la cultura y sus lentos ritmos, con la evolución de la tecnología y sus usos todo se aceleró, y la vida se fue “algoritmizando” velozmente. Respondiendo a las órdenes del algoritmo, y no a la realidad “natural” del mundo, se eliminaron diferencias unificándose mercados, generándose tendencias que estandarizan conductas, y se avanzó en la intervención sobre la biología eliminando particularidades para optimizar la explotación de seres vivos como fuentes de proteína. De orientarnos por nuestro sentido de ubicación y conocimiento del territorio, estando atentos a lo que ocurría a nuestro alrededor, pasamos a movernos obedeciendo al GPS y dejando atrás nuestro vínculo cerebral con la calle. Al igual que los niños delegando la función de sumar 2+2 en una calculadora o una tablet, nos entregamos a la facilidad que proporciona una máquina, y eso mismo ocurrió con nuestra forma de conectar con la información como búsqueda de conocimiento. Información cuyo flujo enorme pasó a ser una parte más del entretenimiento, y por tanto dejó de producir el efecto de atención, reflexión, conciencia que en otros tiempos producía.

No más que dos o tres décadas antes del presente, hablar de “algoritmo” era hablar de matemáticas. Hoy es hablar de tendencias, de conductas, de reacciones sobre lo que nos ocurre, sobre lo que nos interesa. El algoritmo se ha convertido en quien orienta nuestras vidas, ofreciéndonos la convergencia entre lo que buscamos y lo más popular en las búsquedas como guía. Es decir, el algoritmo nos integra a las corrientes dominantes de cada momento, haciéndonos sentir integrados, “parte” de ellas. El algoritmo nos hace sentir pertenencia, identidad. Y lo hace porque conoce de nosotros lo que nos interesa, los lugares donde estamos y donde planeamos estar, lo que hemos venido comprando, los que repetimos en nuestra escogencia  (N. del E.:  Acción y efecto de escoger) y a partir de eso nos hace sentirnos parte, encajar en el mundo. Entonces nos pone delante ofertas en función de nuestras preferencias y nivel económico. Y juega con nuestra ansiedad, diciéndonos que hay otros mirando lo que nos están ofreciendo, amenazándonos con perder las oportunidades. Pero, además, nos gestiona dentro de contextos comerciales, porque no solamente cruza oferta con demanda, sino que evalúa disponibilidad de lo que se busca, la ansiedad que tenemos por llegar a tenerlo, la insistencia en la búsqueda, y en función de eso decide la relación, el precio. Por eso a dos personas de igual característica que preguntan en busca de un resultado, la respuesta les sorprende con dos precios diferentes para alcanzarlo.

Hoy que ya nadie lee la letra pequeña y se universaliza el “acepto término y condiciones”, así como el “acepto cookies” para poder acceder a casi cualquier página, se ha logrado instalar la idea de que la política es una idea pasada de moda y que todos los políticos son la misma cosa, sean de derecha o de izquierda, y que, finalmente, lo único que puede salvarnos somos nosotros mismos, cada uno por su cuenta. Y ahí juega el libre mercado, mostrándonos que ya no se trata de la lucha colectiva por el acceso a mayores niveles de igualdad y distribución de la riqueza, sino que todo depende de cada uno, y para muestra, la exhibición de algunos cuantos que, seg{un nos dicen, se han vuelto millonarios con solo proponérselo y ser constantes en lo que se han propuesto.

Refiriéndose a las plataformas digitales que “controlan todos los flujos de información, lo que en una sociedad digitalizada comprende una buena parte de las relaciones sociales”, en su texto La Sociedad Serializada, Edwin Cruz Rodríguez escribió en Desde Abajo, 19 de julio de 2024 que “dado que se trata de información cuantitativa en grandes cantidades y que circula a gran velocidad, las personas quedan sin posibilidad de dotarla de significado para convertirla en conocimiento, como hacían con los mensajes televisivos o radiales. Solo las grandes empresas tecnológicas disponen de los medios para convertir los datos en conocimiento y solo ellas se benefician de ese enorme poder.” El algoritmo cuenta con toda nuestra data, nuestros movimientos físicos por la ciudad, nuestros movimientos de tarjetas de crédito, nuestras repeticiones de compras, la comida que pedimos al domicilio, los espectáculos por los que nos interesamos, lo que miramos en las páginas, la música que escuchamos… Y así como se controla el consumo, se construyen tendencias en momentos electorales, guiando las decisiones del votante, y en general se gestionan las tendencias de opinión, tanto como de emoción política, en dirección al objetivo de proyectos que cuentan con los apoyos que se requieren para hacerlo.

La situación de los humanos (entre otros avances civilizatorios de la estupidez)

Desde hace décadas la estupidez es una política pública, comenzando por la educación, que forma a los niños priorizando la memorización sobre el pensamiento crítico, reflexivo. Es la biopolítica de la ignorancia, de que hablaba Michel Foucault. Es el trabajo del sistema para neutralizar cualquier rebeldía, cualquier motivación en dirección a cuestionar el sistema, de imaginar otra posibilidad. Y es el resultado de la manipulación sistemática de ese miedo que, como sensación, acompaña a la humanidad quizás desde siempre. Porque ese miedo que para Aristóteles era el resultado del diálogo entre las pasiones y las creencias, y que hacía a John Locke decir que es “la emoción más fuerte que la mente pueda sentir”, y por eso nos mueve más que el deseo, es hoy la máxima herramienta de cohesión social, rigiendo las relaciones de desequilibrio entre quienes tienen y quienes necesitan.

Haciendo equilibrio entre el miedo de Hobbes y esa ansiedad masiva ante la pérdida de control, a la que Montesquieu define como el terror, en medio de la desorientación que produce la rapidez con que cambian las cosas en la escena pública, Alexis de Tocqueville centra su mirada en el miedo político, que observa como algo que afecta a la masa produciendo un estado psíquico colectivo al que el individuo se somete. Entonces escribe que “vivimos en una época y en una sociedad democrática en que los individuos, incluso los más grandes, son muy poca cosa”. Y por eso necesitan de la autoridad para superar la angustia del sentimiento de estar solos. Tocqueville, que cree que cuanto más sentido del yo tiene una persona menos propensa es a sufrir ansiedad, ve en la masa el mal, y afirma en Democracy que un pueblo sumido en la desagradable ansiedad y pretendiendo estabilidad y orden con respecto a las cosas, temeroso del posible irrespeto por la propiedad, en suma, se convierte en un pueblo que aplaude la esclavitud, que deja que le quiten su libertad, y que “incluso con frecuencia la entrega él mismo”.

Hay un elemento nuevo en el territorio del miedo, y es la irrupción de un posible apocalipsis tecnológico como consecuencia del desarrollo de la Inteligencia Artificial y la robótica. En los primeros días de septiembre 2026, Evan Hubinger, jefe de seguridad de Anthropic, una de las empresas líderes en el desarrollo de la Inteligencia Artificial, escribe en X: “Creemos sinceramente que la IA podría acabar con la humanidad”. Días después Darío Amodei, CEO de la misma Anthropic, se manifiesta en el sentido de que es necesario frenar el desarrollo de la IA con el fin de evaluar mejor los riesgos derivados de sus crecientes capacidades que le permitirían “controlar toda internet”, esto es, superar la capacidad humana para controlarla. De inmediato recibe el apoyo de Sam Altman, cabeza de su competidora Open AI, y de Elon Musk, al tiempo que el rechazo de Donald Trump y otros de su círculo, entre ellos el presidente de la Cámara de Representantes, Mike Johnson, que argumenta a CNN que si el congreso intenta regular la IA “perderemos la carrera de la Inteligencia Artificial con China”, y eso no se debe permitir que suceda.

En otras palabras y hablando claro, no importa si la IA toma independencia y decide cualquier desastre sobre el mundo, porque la estupidez indica que lo único importante es la carrera de negocios sobre los usos militares de la IA y el potencial para desarrollar mayor poder destructor.

IA a un lado, Craig Gent, en su libro Cyberboss: TheRise of Algorithmic Management and the New Struggle for Control at Work (Cyberjefes: El auge de la gestión algorítmica y la nueva lucha por el control en el trabajo), observa que el problema para los trabajadores, además de la sustitución por robots, fáciles de ser afectados por el polvo y caros de mantener, y por tanto no tan funcionales en la mayoría de trabajos, es ser dirigidos por ellos mediante la gestión algorítmica. Esto es, el reemplazo del gestor humano como autoridad del sistema informático en la supervisión de la productividad de los trabajadores, tal como funciona en las cadenas de comida rápida o en el servicio de taxis. En los centros de trabajo logístico, tipo Amazon, los algoritmos gestionan a los trabajadores tanto como controlan los procesos de transporte de mercaderías: el trabajador interactúa con una pantalla, que organiza los pedidos, así como en la economía colaborativa interactúa con una aplicación. Las computadoras dirigen a los trabajadores optimizando su rentabilidad, al tiempo que los sustituyen. La tecnología reconfigura el trabajo, lo “optimiza” reorganizando procesos, controlando los tiempos del trabajador. Las computadoras no son humanas, por tanto, el trabajador no podrá exigir por su dignidad, pidiendo que sea respetado y, obviamente, esto conduce a implicancias de inhumanidad.

Por otra parte, de igual modo al que opera para intensificar el trabajo, esto es rentabilizarlo al máximo cuantificando la productividad sobre el tiempo, la gestión algorítmica opera también para incrementar el consumo, al tiempo que trabaja a otros niveles. El objetivo es que las mayorías acumulen cosas, en su mayor parte rápidamente desechables, para que unas mínimas minorías acumulen capital. Y hay cuestiones más de fondo, como lo que también ocurre en aquella “superestructura” de la que hablaba Gramsci, cuando en los Estados Unidos de la eugenesia o el supremacismo blanco anglosajón, se viralizan en las redes sociales mensajes publicitarios como el de American Eagle protagonizado por Sydney Sweeney y el slogan “Good Jeans” jugando con la homofonía entre “jeans” y “genes”, ya que la pronunciación de ambas palabras en inglés es muy similar.

La rubia de cuerpo deseable es portadora de buenos genes, decodifica el consumidor. Y así la marca de los “buenos jeans” marca la cultura aspiracional desde la hegemonía de los “buenos genes”. Y esto mientras millones utilizan diversos robots de asistencia sexual y “conversan” con la IA sobre sus vidas, sus deseos, sus traumas, sus fantasías, y en una nueva versión de la transferencia del psicoanálisis, le consultan qué decisiones les conviene tomar para resolver conflictos afectivos, o cómo resolver sus angustias, su depresión.

La economía de la estupidez

En su trabajo sobre el capitalismo y la contracción del sueño reparador en las personas, Jonathan Crary afirma que el tiempo medio dedicado al sueño en el último siglo ha disminuido dos horas: de ocho horas y media a seis y media. Y se pregunta sobre el efecto que el bombardeo de impulsos electrónicos, independiente del contenido, tiene en la mente humana y su capacidad de discriminar lo verdadero y lo falso, lo conveniente y lo inconveniente. Indiferente ante esto, y desde el pragmatismo que requieren sus intereses, el director general de Netflix, Reed Hastings, declara en una entrevista que el principal competidor de su negocio es el sueño. Si la persona duerme, no ve su oferta de entretenimiento. Como parte del deseo de colonizar horas de sueño por parte de las plataformas de streaming y del comercio en general, ante la fragilidad de la atención y la contracción constante del tiempo disponible para dejarse capturar por un estímulo, se observa la priorización de temas como los asesinos en serie, así como del impacto visual y la simplificación en la oferta de contenidos tanto como en la publicidad. Esto es, nuevos ingredientes para la profundización de la estupidez.

En su escrito sobre el Brutalismo Suprematista Libertario, Franco Berardi recuerda a Mc Luhan, que en 1964 escribió aquello de que cuando la comunicación interhumana pasa de la dimensión lenta de la técnica alfabética a la dimensión rápida de la técnica electrónica, el pensamiento se vuelve inadecuado para la crítica y el pensamiento mitológico se restablece. Ahí observa Berardi que, en la mirada libertaria, la empatía “no es compatible con la economía de la supervivencia; de hecho, es autolesiva.” Y escribe que “Mientras que la justicia social se condena como una intrusión aberrante del socialismo de Estado en la libertad de los individuos, la ferocidad competitiva se naturaliza: en la lucha por la vida, aquellos que no están a la altura de la ferocidad merecen morir.”

Entre el pesimismo de la inteligencia y el optimismo de la voluntad, que mencionaba Gramsci, se ha vuelto normal aceptar que esta será una generación que vivirá peor que la anterior. Lo contrario a lo que venía sucediendo. Un reciente estudio liderado por el Nobel de Economía Joseph Stiglitz, y encargado por la presidencia del G-20, que el mundo está atravesando una “emergencia de desigualdad” derivado de la alta concentración de la riqueza por parte de los más privilegiados. La definición de alta desigualdad que hace el Banco Mundial, aplica al 83% de los países, que representan al 90% de la población mundial, mientras que la riqueza de los multimillonarios equivale ya al 16% del PIB global, alcanzando el nivel más alto de la historia. En términos cotidianos, la situación es que, en el año 2025, 2.300 millones de personas se vieron obligadas frecuentemente a no ingerir alimentos, lo que representa 335 millones más que el registro correspondiente al año anterior a la pandemia Covid19.

«Medir la prosperidad en puntos de PIB es tan absurdo como pretender medir la felicidad en metros cuadrados.»

La prosperidad de los países se sigue midiendo a través de un indicador, el Producto Interno Bruto, que cuando sube se considera que la economía ha crecido, que las cosas están funcionando, que todo va de maravillas, en tanto cuando baja se encienden las alarmas. No entran en estas consideraciones los daños ambientales que genera en muchos países el crecimiento de ese PIB, lo que sugiere que medir la prosperidad en puntos de PIB es tan absurdo como pretender medir la felicidad en metros cuadrados. Entonces aparecen voces críticas que piden políticas de decrecimiento, reducir la producción y el consumo, acabar con la obsolescencia programada, deconstruir la lógica comercial-consumista, para con esto solucionar la crisis climática y otros problemas ambientales. Y se propone optar por una economía que contemple límites, aceptando el vivir bien con lo que tenemos, lo que se traduce en el concepto de simplicidad voluntaria, o de sobriedad feliz, de hedonismo alternativo, como alternativa a la búsqueda individual de más ingresos para así poder comprar más cosas.

El éxito del capitalismo que nos muestran los medios de comunicación a través de «alfombras rojas», vestidos largos, yates y mansiones, concursos de belleza y laureles de artistas, deportistas y monarquías, representa a una muy ínfima parte de la humanidad, menos del uno por ciento. Y nos tratan de convencer de que algún día podremos vivir como ese 1% que posee la mayor parte de la riqueza, y por tanto tiene acceso a las posibilidades de multiplicar esa fortuna de tal forma que algunos cuantos de ellos ganan cada día más de mil millones de dólares mientras, gracias a su poder de influencia, o distintas formas de lobby, casi no pagan impuestos. En tanto un trabajador de un país pobre entrega más de un 30, o un 40% de sus ingresos en impuestos directos o indirectos, los grandes millonarios no pagan más de un 3 o un 5%.

La voracidad capitalista que “optimizando costos” ha ido exterminando derechos laborales adquiridos tras largas luchas, que luego ha pasado a atacar al sistema pensional, que le quita a cada país sus recursos naturales, sus “commodities”, su patrimonio público, después de haberle robado los derechos a su pueblo, se ha enseñado como la lógica que debe regir el mundo. La lógica de la voracidad del deseo de lucro, que en su aprobación del egoísmo regente solo habla de crecimiento y progreso en términos de incremento de ese lucro, jamás de inclusión, de incorporar multitudes humanas a la posibilidad de vivir con lo que necesitan, como el camino para que industria y comercio se expandan.

La lógica de economías en que el Estado se sostiene endeudado y reendeudándose, y a su déficit constante debe sumar el creciente pago de intereses en los que se va la calidad de vida de sus ciudadanos. Un modelo evidentemente insostenible, pero que mientras siga implantado nos seguirá convirtiendo, generación tras generación, en aquellos “hombres degradados” a los que Hegel atribuía impotencia física y espiritual.

Publicado originalmente por  Pájaro rojo

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Calls mount for UN World Food Programme, which feeds over a million people in Gaza, to quit contract with Palantir

The UN food agency helping Palestinians and others in need across the world has come under scrutiny for its contract with Palantir –  the controversial US tech and AI company used by various international border police and militaries to sort data and better identify targets.

The UN’s food agency, the World Food Programme (WFP), prolonged its contract with Palantir in July, prompting civil organisations to urge the end of these agreements in a letter published on Friday (23 October).

Some 3,000 European citizens have written to the WFP’s leadership, calling for the agency to end its Palantir partnership.

The WFP holds one of the biggest biometric databases in the world, with millions of its records containing information about vulnerable populations.

WFP is effectively supporting a company that undermines its own operations in Palestine by helping kill civilians for another client, which is “a very strong contradiction,”  Giulio Carini, head of campaigns at an NGO WeMove Europe told EUobserver.

“On one hand, you’re feeding people of Gaza, but then, but on the other, you’re using software from a company whose technology is allegedly also being used to kill them” he added.

As many as 1.1 million people are reached by the WFP in Gaza each month, out of the 1.4 million facing acute food insecurity. The organisation is complaining that it had to scale down its food assistance in Gaza and the West Bank due to a lack of funding.

The WFP has argued that its use of Palantir’s software to compile its datasets and make better decisions has saved them $50m [€45m] that would otherwise be spent on inefficient management of its resources.

This article continues, but the full version is available only to EUobserver.com subscribers. Visit account.euobserver.com/membership

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Big Tech has become the ‘ubiquitous villain’ of US 2026 midterms

American voters’ antipathy toward Big Tech companies has become a central theme of campaigns in the 2026 midterm elections, according to an analysis published by The Guardian on Thursday. The Guardian noted that hundreds of midterm campaign ads attacking data centers have aired over the past two months, with both Republicans and Democrats accusing one […]

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Could AI really kill us all?

By Katie FORSTER

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STARK warnings from artificial intelligence researchers that advanced forms of the technology could wipe out humanity have raised questions over whether governments are moving fast enough to regulate it.

What are the potential dangers of “superintelligent” computer systems, and should we be worried?

AI experts have long described the threat as critical.

In 2023, hundreds of AI scientists and industry figures, including the heads of top US labs, signed a “statement on AI extinction risk” calling for the issue to be treated as seriously as pandemics or nuclear war.

If an out-of-control future AI deems that humans are obstructing its goals, it could use robots to “synthesise and spread novel pathogens”, said Stuart Russell, computer science professor at the University of California, Berkeley.

Or it could “convince people to initiate nuclear war, including by hacking into early warning systems”, Russell, a prominent voice on AI safety, said.

Such existential fears do not concern current AI systems, he said. But as the technology improves, it could take lethal action beyond our understanding, such as by removing oxygen from the atmosphere.

“We are less intelligent than superintelligent AI. If you ask chimpanzees how humans could wipe them out, they probably wouldn’t be able to give you all the right answers.”

In the meantime, “in the next year or two, I think the risk is higher from human misuse”, Russell added, such as an AI-enabled terror attack.

“The stakes are well-understood,” Jacob Coxon, a 27-year-old researcher, wrote on X last week, announcing his resignation from US AI startup Anthropic.

“But they are locked in a race to get there first,” he added, saying that Anthropic “believes no one else will act responsibly, so they must do it themselves”.

Anthropic this year removed a pledge from its safety charter to halt development of its models if it failed to control their risks.

It argued that if it unilaterally paused its work, its less cautious rivals would dominate the industry, making it less safe overall.

“The people building AI earnestly believe that it could kill us all by the end of the decade,” said Coxon, who previously worked at ChatGPT maker Open-AI.

He accused both companies of “gambling with our lives” as they strive to develop AI models capable of self-improvement.

Fears are heightened over rogue AI after OpenAI technology operating outside human supervision hacked into Hugging Face, a repository of AI models.

“We really do earnestly believe AI could kill all humans!” Anthropic safety executive Evan Hubinger chimed in on X, estimating the risk at more than 10 per cent over the next decade.

It’s important to remember that doom-laden percentage predictions are “absolutely unscientific”, said Hussein Abbass, a computing professor at UNSW Canberra.

“The situation is still controllable, and it can be managed,” Abbass said.

But governments should not sit on their hands when it comes to regulating AI, he added, urging an “agile” approach as AI development accelerates.

Both Anthropic and OpenAI are expected to go public soon, and some sceptics say scary warnings make AI appear powerful and worthy of large investments.

Others argue that focusing on the risk of extinction distracts from more pressing problems caused by AI, from job losses to machines discriminating against minorities.

In July, more than 1,000 tech employees, including Anthropic’s CEO, called on Washington to support a coordinated slowdown in the development of the most advanced AI systems.

OpenAI halted training of its latest models for two weeks in August before resuming it under tighter controls.

The United States has been firmly against global regulation of the sector that could stifle innovation.

But the hacking capabilities of the most cutting-edge models have given Washington pause, with recent Anthropic and OpenAI releases delayed over national security concerns.

Even then, “we don’t want to restrict them where all of a sudden we come in second to China”, President Donald Trump has said.

“Maybe it will take a massive, Chernobyl-scale disaster to get governments to act,” Russell said, urging them to establish a licensing regime for AI, as exists with aviation, medicine or water supply.

“Perhaps at some point governments will remember that their voters prefer not to be dead.”

Original article:  www.nst.com.my

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Apple, Nvidia, Ergen each give $25M for Trump project

Apple, Nvidia and EchoStar chair Charlie Ergen reportedly committed $25 million each for the construction of US President Donald Trump’s White House ballroom project, which has raised $333 million to date in private donations.

The Washington Post reported “the vast majority of the funds raised came from companies and wealthy individuals with interests before the federal government” after obtaining an internal spreadsheet used to track contributions for the fundraising effort.

The Post noted more than three-quarters of the funding was pledged in amounts of at least $5 million, with Amazon, Comcast, Microsoft, and T-Mobile US among the largest corporate donors.

It stated Nvidia and Ergen, among others, requested their donations be kept anonymous

The news site noted companies or executives of firms that have had contracts with the federal government during Trump’s second term accounted for about half of the total funds raised for the project which also includes office space and an underground military facility.

According to internal contractor documents obtained by the Post, the total cost of the project is now $600 million after Trump initially stated he and wealthy donors would pay the estimated $400 million project, although Reuters reported he later unsuccessfully asked Congress for $1 billion. The Post noted Trump’s name did not appear on the list of 67 donors who contributed $10,000 or more to the project.

The funds for the project are administered through a complex, multi-step pipeline involving a private nonprofit, federal agencies and direct oversight by the Trump administration.

The news agency reported Nvidia became “a top contributor to the ballroom in October 2025, nearly three months after it struck a groundbreaking pact with Trump to sell advanced microchips to China despite national security concerns”.

“As an American company, our support for the United States is paramount, and independent of any business interests,” a representative for Nvidia told Mobile World Live. “We were proud to be able to make a donation to a nonpartisan trust that serves all Americans and have said so publicly since the donation was made.” 

Apple and EchoStar did not reply to requests for comment on their contributions.

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