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Município de Tavira abre concurso para exploração de sete lojas nos Mercados de Tavira, Cabanas e Luz

O Município de Tavira abriu concurso público para a exploração de sete espaços comerciais nos mercados municipais de Tavira, Cabanas de Tavira e Luz de Tavira, criando novas oportunidades para empreendedores e investidores desenvolverem projetos nas áreas do comércio, serviços e restauração.

O concurso contempla três lojas no Mercado Municipal de Tavira, uma loja no Mercado da Freguesia de Cabanas de Tavira e três lojas no Mercado da Freguesia da Luz de Tavira, espaços que se destacam pela sua localização estratégica e pelo potencial para dinamizar a atividade económica local.

As concessões poderão vigorar por um período máximo de 10 anos, incluindo renovações, permitindo aos futuros concessionários assegurar estabilidade e consolidar a sua atividade em equipamentos municipais que recebem diariamente residentes e visitantes.

O valor mínimo global da taxa de compensação por loja é seguinte:

  • Lote 1 – Loja n.º 4 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 2 – Loja n.º 5 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 3 – Loja n.º 13 do Mercado Municipal de Tavira: 5.000 €
  • Lote 4 – Loja “Padaria” do Mercado de Cabanas de Tavira: 1.000 €
  • Lote 5 – Loja “Verde” do Mercado da Luz de Tavira: 500 €
  • Lote 6 – Loja “Vermelha” do Mercado da Luz de Tavira: 250 €
  • Lote 7 – Loja “Azul” do Mercado da Luz de Tavira: 250 €

Os interessados podem apresentar propostas até às 17h00 do dia 19 de novembro.

Com esta iniciativa, o Município pretende reforçar a atratividade dos mercados municipais, incentivar a criação de novos negócios e contribuir para a dinamização económica das freguesias, valorizando estes espaços como polos de proximidade, convivência e desenvolvimento local.

As peças do procedimento e demais informações encontram-se disponíveis nos serviços municipais e no site do Município de Tavira.

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Sete lojas nos mercados de Tavira estão a concurso com concessões até dez anos

O concurso abrange espaços em Tavira, Cabanas e Luz de Tavira. As propostas podem ser apresentadas até às 17h00 de 19 de novembro, com valores mínimos entre 250 e 5000 euros por loja.

O conteúdo Sete lojas nos mercados de Tavira estão a concurso com concessões até dez anos aparece primeiro em Barlavento.

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Cuba pierde población y envejece: casi uno de cada tres habitantes supera los 60 años

Cuba cerró 2025 con 9,4 millones de habitantes y casi el 27% de su población es mayor de 60 años, según un informe oficial. La isla perdió alrededor de 1,4 millones de habitantes desde 2016, en medio de una migración masiva y una baja natalidad. En La Habana, el envejecimiento demográfico coincide con los apagones y la falta de oportunidades laborales que afectan especialmente a los jóvenes.

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Roche congela gli investimenti: la cura dei conti può frenare quella dei pazienti?

Un investimento farmaceutico può sembrare una questione lontana dalla vita quotidiana fino a quando non ci si chiede dove verranno costruiti i laboratori, dove saranno prodotti i medicinali o in quale Paese si svolgeranno gli studi clinici che porteranno una nuova terapia ai pazienti. È da questa prospettiva che va letta la decisione di Roche: il gruppo svizzero ha messo in pausa le decisioni sui nuovi investimenti in Germania, contestando le politiche di contenimento dei costi sanitari.

La notizia non significa che Roche stia lasciando il Paese, che abbia fermato i cantieri in corso o che i pazienti tedeschi rischino oggi di non trovare i propri farmaci. Significa che, almeno per il momento, l’azienda vuole capire se le regole tedesche offriranno condizioni sufficientemente stabili per impegnare nuovo capitale. È una scelta aziendale, ma anche un segnale in un confronto che riguarda tutta l’Europa: come tenere insieme sostenibilità dei sistemi sanitari e capacità di attrarre ricerca e produzione?

Che cosa ha deciso davvero Roche

“Abbiamo messo in pausa tutte le decisioni sui futuri investimenti in Germania”, ha dichiarato Daniel Steiners, responsabile di Roche nel Paese, in un’intervista al quotidiano Welt. Il manager ha criticato le misure adottate per contenere i costi della sanità pubblica tedesca, sostenendo che abbiano ridotto la fiducia dell’industria nelle istituzioni.

La formulazione è importante: Roche ha sospeso le decisioni future, non ha annunciato l’annullamento degli investimenti già approvati. Tra questi c’è il progetto di Penzberg, in Baviera, dove l’azienda sta costruendo un nuovo centro produttivo per la diagnostica.

Le prossime decisioni, come dove ampliare la produzione, aprire un laboratorio o collocare un progetto di ricerca, potrebbero essere rinviate finché l’azienda non avrà maggiore chiarezza sulle regole.

La notizia Che cosa sappiamo
Decisioni future Roche le ha messe in pausa in Germania
Progetti già avviati Il centro produttivo di Penzberg, oltre 600 milioni di euro, non è coinvolto
Effetti sui pazienti Non è stato annunciato alcun taglio immediato alle cure o ai farmaci
Ragione del confronto Roche contesta le misure di risparmio e chiede condizioni più prevedibili

Perché Berlino vuole contenere la spesa sanitaria

La decisione arriva dopo l’approvazione della riforma delle assicurazioni sanitarie pubbliche tedesche, il sistema GKV. Come molti sistemi europei, anche quello tedesco deve affrontare una pressione crescente sui conti: la spesa sanitaria aumenta, mentre il governo cerca di evitare che il disavanzo si traduca in contributi più alti per cittadini e imprese.

Le stime del Ministero della Salute tedesco indicano un disavanzo potenziale di circa 19 miliardi di euro nel 2027, che potrebbe salire a 44 miliardi nel 2030 in assenza di interventi. La legge approvata dal Bundestag il 10 luglio punta a frenare la crescita delle spese in diversi ambiti del sistema. Il governo la presenta come una misura necessaria per stabilizzare i contributi e garantire la tenuta finanziaria della sanità pubblica.

È un’esigenza concreta, non un dettaglio contabile. Per le famiglie, infatti, il costo della sanità può arrivare attraverso contributi e tasse, ma anche con le spese sostenute direttamente quando i servizi pubblici non riescono a rispondere in tempi adeguati. Per questo la discussione non può ridursi a una contrapposizione semplice tra imprese e cittadini: il sistema deve riuscire a pagare le cure oggi senza compromettere le risorse necessarie per quelle di domani.

Roche, dal canto suo, sostiene che concentrarsi sui risparmi di breve periodo non risolva i problemi strutturali delle assicurazioni sanitarie. È la posizione dell’azienda, che ha un interesse diretto a difendere le condizioni economiche del settore. Il governo tedesco sostiene, invece, che limitare la crescita della spesa sia indispensabile per evitare aumenti dei contributi e mantenere sostenibile il sistema. Il punto di frizione sta nel modo in cui si distribuisce il costo della riforma e nell’effetto che le nuove regole possono avere sulle scelte industriali.

La posta in gioco: capitali, competenze e ricerca

La mossa di Roche arriva, inoltre, dopo che Eli Lilly, a giugno, aveva annunciato di voler dimezzare gli investimenti previsti in Germania, inizialmente pari a 2,3 miliardi di euro. Anche in quel caso, il confronto con le politiche sanitarie tedesche era al centro della vicenda. Due decisioni non bastano per parlare di un esodo dell’industria farmaceutica, ma sono sufficienti per riaccendere l’attenzione sulle condizioni che le imprese considerano quando scelgono dove investire.

La Germania, peraltro, resta un polo importante per Roche. A Penzberg l’azienda ha inaugurato nel febbraio 2026 un centro per l’innovazione diagnostica da circa 300 milioni di euro. A questo si aggiunge il nuovo centro produttivo da oltre 600 milioni. Sono progetti diversi e in fasi diverse, ma mostrano perché la sospensione delle nuove decisioni vada letta come un avvertimento sulle scelte future, non come la cancellazione di quanto è già stato realizzato o avviato.

L’Europa è già al centro di una competizione globale

Il caso tedesco si inserisce in una discussione più ampia. A settembre, i vertici di nove aziende farmaceutiche europee, tra cui Roche, hanno chiesto a Unione europea e governi nazionali di investire di più nel settore, accelerare gli studi clinici e rafforzare la protezione della proprietà intellettuale.

La quota europea nella ricerca e sviluppo farmaceutica globale è scesa dal 43% del 1990 al 31%; quella negli studi clinici commerciali si è dimezzata nell’ultimo decennio, arrivando al 9%. Le imprese indicano la concorrenza di Stati Uniti e Cina come una delle ragioni per cui l’Europa dovrebbe rendere più attrattivo il proprio ecosistema. Sono dati e valutazioni presentati dall’industria: riflettono il punto di vista delle aziende, ma aiutano a comprendere perché la decisione di Roche venga osservata anche oltre i confini tedeschi.

La competitività farmaceutica, infatti, non dipende da un solo fattore. Conta il costo dei farmaci, ma anche quanto tempo occorre per avviare uno studio, ottenere autorizzazioni, negoziare il rimborso e portare una terapia ai pazienti. Una ricerca che nasce in Europa, ma viene sviluppata o commercializzata altrove può creare valore in altri Paesi: occupazione qualificata, know-how e attività produttive comprese.

Per chi si cura, l’effetto di queste dinamiche non è immediato né automatico. La pausa di Roche non prova che una terapia sarà ritardata o che l’accesso ai farmaci peggiorerà. Il rischio, se mai, si misura nel tempo: un territorio che perde attrattività può essere meno spesso scelto per le nuove attività e questo può incidere sulla rete di ricerca e produzione da cui dipende la disponibilità futura dell’innovazione.

Perché la vicenda riguarda anche l’Italia

L’Italia osserva questa partita da una posizione particolare: è un Paese con una filiera farmaceutica e produttiva rilevante, ma deve continuare ad attirare capitali e lavorazioni ad alto valore aggiunto. QuiFinanza ha raccontato il peso del comparto dei farmaci conto terzi: secondo l’analisi pubblicata sul tema, il settore italiano vale 4,3 miliardi di euro e rappresenta circa il 24% del mercato europeo.

Anche per il nostro Paese, dunque, la questione non è soltanto quanto si spende per la sanità. È capire come rendere compatibili la tutela dei conti pubblici e un ambiente in cui imprese e centri di ricerca abbiano ragioni concrete per investire. La spesa sanitaria italiana è in aumento e questo non sempre si traduce in servizi più accessibili o in un rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale.

Tenere sotto controllo i bilanci è necessario. Atrettanto necessario è evitare che il risparmio immediato indebolisca le capacità che servono a produrre innovazione, attrarre competenze e garantire cure nel tempo. Non esiste una soluzione semplice, né la scelta di un’azienda può dettare da sola le politiche sanitarie, ma quando un gruppo come Roche mette in pausa le decisioni future, il messaggio riguarda anche la qualità delle regole e la fiducia che un sistema riesce a offrire.

Per i pazienti non c’è, oggi, una conseguenza diretta annunciata. Per i governi e per l’industria, invece, la sfida è già aperta: trovare un equilibrio in cui la sostenibilità della sanità non si misuri soltanto con i risparmi ottenuti nell’anno successivo, ma anche con la capacità di continuare a innovare e produrre in Europa.

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Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

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Senza la Cina l’auto europea può tornare a volare sui mercati. Parola di Citi

Sono tanti, forse inaspettati, gli effetti benefici dell’accordo tra Cina ed Europa sulle importazioni di auto ibride. Primo tassello, per non dire pietra angolare, della strategia messa a punto dalla Commissione europea per tentare di pareggiare il conto con Pechino sul versante commerciale. Dopo aver costretto i costruttori cinesi a deviare il loro percorso verso il Golfo, reazione naturale al fatto che in Europa i costruttori del Dragone potranno vendere la metà delle auto fin qui piazzate, adesso saranno i mercati a sorridere alla case europee. Parola di Citi, una delle più grandi banche d’affari del mondo. La quale in un report mette nero su bianco i nuovi vantaggi dell’intesa sottoscritta dieci giorni fa.

Ebbene, le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026. Il meccanismo, della durata di quattro anni, consentirebbe un aumento del limite del 6% annuo.

Secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. Secondo gli analisti, in sintesi, l’intesa potrebbe offrire ai costruttori europei una tregua sul fronte commerciale, pur nella consapevolezza che il recupero di attrattività dei titoli resta legato all’attuazione delle restrizioni e alla capacità dei gruppi di migliorare margini e competitività. Le misure non eliminerebbero infatti il divario tecnologico e di costo con i concorrenti cinesi, che stanno già accelerando gli investimenti produttivi all’interno dell’Unione europea.

Si diceva del Golfo. La verità, oltre al fatto che i costruttori europei potrebbero presto riguadagnare il terreno perduto, è che tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita.

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Reunião de monitorização e acompanhamento da execução do Programa Regional ALGARVE 2030 

A concretização dos investimentos financiados pelo Programa Regional ALGARVE 2030 e o cumprimento dos compromissos financeiros assumidos para 2026 estiveram

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El petróleo sube su precio mientras Trump apunta a India para refinar crudo venezolano

El barril del crudo Brent, de referencia internacional, rozó los 112 dólares este 20 de octubre. El valor más alto desde el pasado mayo. Por otro lado, Estados Unidos sigue buscando alternativas para ampliar la oferta dentro del mercado energético y consulta sobre la capacidad de India para refinar el petróleo venezolano.

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Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

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Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

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Mais de uma centena de participantes no jantar-debate com o Ministro da Economia

A AHETA realizou na quinta-feira, dia 15 de outubro, no Castelo Suites Hotel, em Albufeira, mais um jantar-debate que juntou mais de uma centena de empresários, autarcas e líderes regionais. 

O encontro, subordinado ao tema ‘Análise da situação económica e perspetivas para 2027’, contou com a participação do Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, e promoveu uma reflexão sobre a realidade do turismo e os rumos da economia regional. 

Coube ao presidente da direção da AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve, Hélder Martins, a abertura dos trabalhos tendo o dirigente aproveitado boa parte do tempo do seu discurso para expor as distorções nos dados oficiais do setor. 

Hélder Martins, presidente da AHETA

O dirigente denunciou que a amostragem do INE peca por deixar de fora a esmagadora maioria do Alojamento Local com menos de nove camas, um cenário que oculta o verdadeiro volume do turismo regional e faz com que, na prática, “falte contar milhões de dormidas” em relação aos registos europeus do Eurostat. 

Martins criticou também o facto de o Algarve continuar a ser preterido na resolução deste problema, lamentando a forma como a região fica “sempre em último” no arranque de projetos-piloto de medição estatística.

Ao aprofundar os estrangulamentos estruturais da região, Hélder Martins dirigiu-se ao Governo para reclamar investimentos urgentes nas vias de comunicação, nomeadamente na requalificação da A22 e da EN125 no troço Olhão-Tavira, bem como na modernização da frota da CP e no avanço das ligações ferroviárias ao Aeroporto Internacional de Faro e a Huelva. 

Apontou igualmente a perda de expressão da TAP na região, que é a oitava companhia em oferta no aeroporto algarvio.

Hélder Martins não perdeu a oportunidade de pedir a colaboração dos autarcas para defender a qualidade paisagística, com o alerta de que a proliferação de construções clandestinas e sinalética ilegal, que desvaloriza a imagem do destino. 

Se no capítulo ambiental reconheceu os progressos do Governo na resposta à crise da água, o presidente da AHETA colocou no topo das prioridades a urgência de erguer “habitação social para os nossos quadros“, indispensável para captar e fixar trabalhadores na região.

Na sua resposta, o Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, começou por elogiar a trajetória de sucesso do Algarve. O governante lembrou que a região passou de uma imagem negativa do passado para se afirmar hoje como o destino turístico dominante no país e uma referência internacional consolidada, mérito que atribuiu ao profissionalismo do setor privado e ao impulso dos órgãos locais. 

Para o titular da pasta da Economia, a riqueza do país gera-se no seio das empresas, pelo que, deve o Estado apoiar a iniciativa privada em vez de a condicionar, nomeadamente através da redução progressiva da carga fiscal sobre os trabalhadores e o tecido empresarial. 

Num dos momentos centrais da sua intervenção, Castro Almeida anunciou uma verdadeira “guerra à burocracia“, materializada no futuro Código do Licenciamento. Esta reforma irá codificar e revogar 37 diplomas legalmente dispersos, com a regra essencial de dispensa do licenciamento prévio, o que permite às empresas de hotelaria e restauração comunicar a abertura e iniciar a atividade sem o travão das vistorias anteriores.

O ministro da Economia, ao analisar os indicadores do turismo, salientou que o setor cresce de forma saudável e acentuada em valor. Apontou que a subida de 6,8% nas receitas turísticas, muito acima do aumento residual de 0,2% nas dormidas, mostra que os visitantes “valorizam mais o Algarve e deixam mais dinheiro“, o que permite remunerar melhor o investimento e valorizar os salários. 

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O governante congratulou, ainda, a região pela redução progressiva da sazonalidade, com destaque para o facto de 60% da faturação se realizar fora dos meses de verão, e confirmou a aposta no reforço de grandes eventos mundiais como o MotoGP e o regresso da Fórmula 1 para colocar Portugal no “Top 10 dos destinos mais competitivos do mundo“.

Refira-se por fim, que após as intervenções, teve lugar um debate entre os participantes e os oradores. Em cima da mesa, estiveram matérias críticas para a competitividade do Algarve, tais como o acesso a financiamentos, a escassez de habitação para os trabalhadores do setor, a diversificação de produtos complementares e a evolução do perfil do turista.

A AHETA, na nota enviado ao nossos jornal, afirma que vai dar continuidade a estas iniciativas, tendo já agendado o próximo fórum para o dia 20 de novembro, que terá como convidado o Ministro da Administração Interna, Luís Neves.

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AHETA saúda galardoados nos World Travel Awards 2026 e World Luxury Travel Awards

A AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve congratula publicamente todas as entidades e empreendimentos da região distinguidos nos prestigiados World Travel Awards (WTA) 2026 e nos World Luxury Travel Awards (WLTA).

Estas distinções de nível internacional, segundo menciona a AHETA num comunicado enviado à imprensa, vêm consolidar o posicionamento do Algarve como um dos destinos turísticos de referência em Portugal e na Europa. Mais, a conquista destes prémios espelha o empenho, o profissionalismo e a dedicação dos empresários e trabalhadores do setor, num esforço contínuo para posicionar a região no patamar mais elevado da oferta turística global.

Praia da Marinha, most famous beautiful Marinha beach in Algarve, Atlantic coast, Portugal.

Também merece Especial Destaque a eleição do Algarve como Europe’s Leading Beach Destination, um galardão de grande relevância que distingue e premeia a região como um todo.

Para a AHETA, a procura da excelência é um caminho que não se esgota. Se, por um lado, estes reconhecimentos consagram a qualidade do serviço, do património natural e das infraestruturas algarvias, por outro, devem servir de estímulo e motivação para continuar a fazer mais e melhor.

O grande objetivo de toda a região Algarve deve assentar na elevação dos padrões de sustentabilidade, inovação e hospitalidade, de modo a consolidar o papel decisivo da região algarvia na projeção contínua de Portugal no mundo. 

Aerial drone view of Algarve costline, Portugal

Importa referir que a AHETA saúda publicamente e de forma individual, cada um dos seguintes premiados:

World Luxury Travel Awards

Amendoeira Golf Resort – Distinguido, pelo segundo ano consecutivo, como “Melhor Campo de Golfe do Sul da Europa” e “Destino de Golfe Mais Sustentável do Sul da Europa”.

World Travel Awards 2026 – Vencedores da Europa

Europe’s Leading Beach Destination: O Algarve, Portugal

Europe’s Leading Hotel Residences: Pine Cliffs Residence, a Luxury Collection Resort

Europe’s Leading Lifestyle Hotel: Hyatt Regency Vilamoura Algarve

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Europe’s Leading Resort Villas: Dunas Douradas Beach Club

Europe’s Leading Sports Resort: Cascade Wellness Resort

Europe’s Leading Water Park: Aquashow Water Park

World Travel Awards 2026 – Vencedores de Portugal

Portugal’s Leading All-Inclusive Resort: AP Adriana Beach Resort

Portugal’s Leading Beach Resort: Hotel Quinta do Lago

Portugal’s Leading Family & Wellness Resort: Cascade Wellness Resort

Portugal’s Leading Family Resort: Hilton Vilamoura As Cascatas Golf Resort & Spa

Portugal’s Leading Luxury Resort: Domes Lake Algarve, Autograph Collection

Portugal’s Leading Resort: Quinta do Lago

Portugal’s Leading Villa Resort: Dunas Douradas Beach Club

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

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AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

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Não há duas sem três: Algarve vai ter mais uma abertura da Mercadona

A Mercadona vai abrir um terceiro supermercado no Algarve, expandindo a sua presença na região após a recente inauguração da loja de Portimão, no passado dia 15 de outubro, e da abertura já agendada em Faro para 12 de novembro.

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