❌

Reading view

Rivolte a Milano: com’è nata (e poi fallita) l’alleanza tra studenti, centri sociali e galassia social

Gli inquirenti indagano sulla possibile saldatura tra due anime delle contestazioni che hanno scosso Milano e l’Italia, con violente guerriglie urbane, tra il 17 e il 20 ottobre. Da una parte i movimenti anarchici e antagonisti. Dall’altra, i giovanissimi che si radunano nelle piazze virtuali, nella galassia digitale di chat e social network. Ilfattoquotidiano.it ha ricostruito una cronologia dettagliata dell’incontro tra i diversi gruppi delle contestazioni milanesi, attraverso colloqui con due fonti. Riscontri giungono anche da un’analisi preliminare sul ruolo delle piattaforme online nell’organizzazione delle proteste, firmata da Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma nazionale in cybersecurity presso la Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di uno studio in attesa di pubblicazione, ma i dettagli si possono già anticipare. Ai primi di ottobre, una community WhatsApp radunava mille iscritti desiderosi di scendere in piazza il 17 ottobre. Centri sociali e collettivi studenteschi milanesi hanno provato a guidarli in piazza. Ma l’alchimia è fallita e le strade si sono separate.

La chat WhatsApp: il terreno comune tra antagonisti e nuovi “capi” online

Una data e un luogo: 8 ottobre 2026, Giardini in transito di Milano. Quel giorno, in quella piazza, si è svolta un’assemblea tra esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi (universitari e delle scuole superiori) e leader meneghini della chat WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Nella ridda delle sigle digitali, facciamo chiarezza: la pagina Instagram Movimento 17 ottobre, tra i detonatori delle proteste, è nata ai primi di ottobre con due antecedenti. La pagina Instagram e la community WhatsApp battezzate con lo stesso nome: Italia in piazza 17 ottobre. Alle cronache era nota la pagina Instagram, molto meno la chat WhatsApp. La comunità virtuale desta lo stupore di una studentessa campana. Il 3 o 4 ottobre, la ragazza avvisa un’attivista lombardo aderente ad un’organizzazione universitaria: qualcosa di grosso bolle in pentola, la nuova community raduna folle di arrabbiati. Lo studente meneghino alza il sopracciglio, è la conferma di un sentore vago: su TikTok, già a settembre spuntavano profili social che esortavano a protestare il 17 ottobre.

Pochi giorni dopo la segnalazione giunta in Lombardia dalla Campania, ai Giardini in transito di Milano arrivano i “leader” milanesi della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Incontrano gli studenti e i centri sociali. I diversi gruppi condividono lo scopo: organizzare la piazza contro il carovita. Chi ha invitato all’appuntamento i “capi” milanesi della community? Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, esponenti dei centri sociali milanesi. Anche loro partecipavano alla “comunità” virtuale. In chat, su WhatsApp, hanno scovato i numeri di telefono e contattato personalmente i leader emersi durante le discussioni online. La community nazionale era divisa in gruppi locali distinti per città. Nella sezione milanese è nato l’incontro tra gli attivisti dei centri sociali e i nuovi leader della protesta digitale. Ecco la genesi dell’incontro tra le anime, molto differenti, delle proteste contro il carovita a Milano. Ma l’unione non è andata a buon fine.

La frattura sui neofascisti

Centri sociali e collettivi studenteschi volevano guidare la contestazione riempiendo le piazze con gli arrabbiati in chat e sui social network. Ma i dubbi sono emersi subito, all’assemblea dell’8 ottobre. Gli studenti temono “la possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo, la mancanza di una linea politica chiara, l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Ecco il punto di frizione: “Da una parte, chi ritiene fondamentale portare in piazza più persone possibile”, senza escludere l’estrema destra; “dall’altra, chi sostiene la necessità di stabilire dei paletti e definire meglio la linea politica”. Dunque, “il corteo del 17 si prospetta molto imprevedibile”. Così, studenti ed esponenti dei centri sociali scendono piazza come scelta individuale, senza i loghi delle organizzazioni. Temono atti violenti e vogliono prenderne le distanze.

La nuova chat Telegram Movimento 17 ottobre: “Via dal gruppo Italia in piazza”

Il 17 ottobre, nelle vie milanesi, esplode la paventata guerriglia. Il giorno dopo nasce la chat Telegram Movimento 17 ottobre. Il primo messaggio, alle 20,33 del 18 ottobre, dice: “Abbiamo creato questo gruppo come spazio per discutere e parlare insieme. Alcuni di noi erano nel gruppo di Italia in piazza, quelli che hanno chiamato ieri. Ma hanno un’impostazione liberale che tollera razzismo e fascismo e toglie spazio ai partecipanti per decidere insieme come organizzarci. Dobbiamo fare come in Francia. Li sono ben organizzati e, soprattutto, attivi”. Il secondo messaggio è una clip video in onore dello storico centro sociale milanese sgomberato. Inizia così: “È passato un anno dallo sciopero del Leoncavallo…”.

Il report illustrato da Lorenzo Alvisi arricchisce la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it. Partiamo dalle date. L’8 ottobre (lo stesso giorno dell’assemblea ai Giardini in transito) chiude i battenti la community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, stando al messaggio di un utente, perché il tetto ai mille iscritti soffoca la partecipazione. Ventiquattro ore prima erano spuntati 19 gruppi Telegram battezzati con lo stesso nome, Italia in piazza, con un vantaggio: nessun limite agli iscritti. Condividono la stessa immagine di profilo: un megafono nero.

L'articolo Rivolte a Milano: com’è nata (e poi fallita) l’alleanza tra studenti, centri sociali e galassia social proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma

“Sabato scorso è stato un antipasto“. Federico, 19 anni, si prepara a tornare in piazza a Milano dopo le tensioni e gli scontri dello scorso fine settimana. Tra i ragazzi che si mobilitano di nuovo c’è chi invita a evitare nuovi scontri e chi, invece, è convinto sia arrivato il momento di alzare la voce. A Roma come a Milano il carovita, la corsa al riarmo, le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse. “Il fatto che questa settimana si sia parlato solo male della nostra piazza ci ha fatto capire che non possiamo fermarci. Non so se finirà di nuovo nei casini, ma se la Polizia non ci farà manifestare noi non staremo lì a guardare. Siamo stanchi che alle nostre rivendicazioni contro una vita non più sostenibile l’unica risposta che troviamo sia quella della repressione“, dice Federico al Fattoquotidiano.it.

Malik, 20 anni, era in piazza anche sabato scorso, fino all’inizio degli scontri: condivide la necessità di tornare a manifestare, ma invita a evitare che la protesta degeneri nuovamente. “Scendere in piazza è un dovere morale. Ma al contempo credo che dobbiamo tutti stare più calmi e non cercare lo scontro. Noi dobbiamo solo far sentire le nostre motivazioni, ma non dobbiamo farla finire in scontri. E credo che dobbiamo essere i primi a fare in modo che non si ripetano le immagini che abbiamo visto la settimana scorsa. Siamo qua per combattere per il nostro futuro e per quello delle nostre famiglie”. Giovanni, 24 anni, è scettico sulla possibilità che sabato si ripetano le scene della settimana scorsa: “La nostra impressione è che non succederà niente. Nessuno di noi vuole cadere nella trappola che ci stanno facendo le istituzioni. Ho l’impressione che tutto verrà rimandato allo sciopero generale del 30 ottobre, sul quale sono già iniziate le prime discussioni”, sostiene.

Se a Milano il confronto è soprattutto su come evitare che la protesta finisca di nuovo in scontro, a Roma c’è anche chi guarda a quanto accaduto nel capoluogo lombardo come a un segnale da raccogliere. Le ragioni della mobilitazione si intrecciano con quelle contro il riarmo e con la richiesta di condizioni di vita più dignitose. Alessandro, 27 anni, parteciperà alla manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra”. Per lui, le proteste di queste settimane mostrano che qualcosa si sta muovendo tra i più giovani. “Guardati intorno: vedere tantissimi giovani protestare in queste settimane è la dimostrazione che una generazione si è svegliata e non ci sta più a subire in silenzio. Scendiamo in piazza per portare avanti un messaggio pacifista chiaro, per dire un no deciso a questa corsa folle al riarmo. Ma il punto è che il riarmo non è staccato dalla vita di tutti i giorni: mentre si sborsano miliardi per le armi, noi a fine mese non ci arriviamo più. Il costo della vita è schizzato alle stelle, le bollette e la spesa ci stanno strozzando, e le priorità di chi governa sembrano essere tutt’altre. Non si può parlare di pace se prima non si garantisce una vita dignitosa alle persone. Bisogna che tutte queste piazze si parlino e combattano insieme, trovando nel pacifismo il loro messaggio più forte”.

Angela, 24 anni, guarda invece proprio a Milano come a un modello da seguire. “A Roma dobbiamo fare esattamente quello che hanno fatto a Milano: dobbiamo alzare la testa. Lì la piazza ha fatto sentire la propria voce forte e chiara, e adesso tocca a noi dimostrare che anche qui non dormiamo. Ci ritroviamo con un governo che sta a guardare, non muove un dito per aiutare chi è in difficoltà e ci sta letteralmente facendo fare la fame. Le chiacchiere stanno a zero: serve farci sentire, perché la gente è stanca di sacrifici a vuoto e pretende risposte concrete subito. E se servirà ci scontreremo, perché non ci si può sempre dire di stare tranquilli”.

L'articolo “Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia

“Sono abbastanza costernata da questa situazione, capisco che le persone abbiano diritto di manifestare, ma la devastazione di negozi no”. A parlare è la campionessa di sci Sofia Goggia a Rtl 102.5, commentando il weekend di fuoco vissuto la settimana scorsa da Milano e in attesa di un altro che potrebbe essere altrettanto complicato. “Pensate che questi atti vandalici vengono compiuti da persone su auto, ad esempio, di altre persone che fanno fatica a pagare un leasing, un mutuo, magari con una famiglia a carico… questo non lo trovo giusto e sono preoccupata anche perché queste manifestazioni stanno avvenendo in tutta Europa”, ha continuato Goggia. “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità e protestano”, conclude. Intanto Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta.

E ora un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con anche una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate. Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. Sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora, verrà comunicato un altro luogo da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua). Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte

L'articolo “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Giovani in piazza: perché punire non basta, ma serve educazione

I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati ed educati, la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamentale. Serve una forte sinergia fra queste due agenzie educative che hanno perso terreno e carisma nella nostra società.

Personalmente non credo proprio sia la strada giusta ampliare le carceri anche per i minori. Credo che per i minori servano dei progetti educativi strutturati che facciano loro prendere coscienza dei danni che hanno creato durante le manifestazioni, ma che soprattutto gli insegnino a focalizzare la rabbia e ad esternare le emozioni. Credo che nelle città dovrebbero esserci più spazi creativi ed educativi per i giovani, dove si sentano liberi di esprimersi e manifestare anche le proprie fragilità. Senza essere giudicati o condannati.

Condanno con fermezza gli atti vandalici messi in atto durante la manifestazione dei giorni scorsi, ma ritengo che il diritto di manifestare debba restare un diritto sacrosanto e nessun governo debba utilizzare la repressione per cercare di controllare e di impedire il diritto a manifestare.

La scuola al suo interno dovrebbe avere maggiori spazi di ascolto e di confronto in modo che gli strumenti imparino ad ascoltarsi fra di loro e prendano coscienza anche delle difficoltà dei propri compagni; imparino ad accettare i propri limiti ed essere più collaborativi nell’aiutare chi gli sta accanto. In contemporanea, vanno insegnate le materie scolastiche.

La cosa fondamentale per educare dal mio punto di vista credo sia il segnale ad esplorare la propria interiorità, così che ogni studente possa trovare la propria dimensione e sentirsi più sicuro nell’affrontare il domani.

Chi ci governa non deve tagliare i fondi legati alla scuola, alla sanità e alla cultura, tutti questi ambiti vanno incrementati e non sacrificati per incrementare il potere e il profitto che si ottiene attraverso la vendita e l’acquisto delle armi.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo stimolare dei giovani le qualità positive e la pace. La pace non si ottiene di certo comprando le armi, né continuando ad alimentare i conflitti già esistenti e trovando ulteriori pretesti per innescarne di nuovi. Incoraggio con forza i giovani a continuare a manifestare, ma senza saccheggiare le città o distruggere ciò che vi circonda, voi avete tutto il diritto di far sentire la vostra voce e le vostre esigenze.

Lottate sempre con dignità e rispetto per i vostri ideali positivi e di chi vi sta accanto e potrebbe avere bisogno del vostro aiuto.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

L'articolo Giovani in piazza: perché punire non basta, ma serve educazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perché rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare

Il cosiddetto pacchetto Sicurezza approvato dal governo a seguito dei recenti scontri tra la polizia e i ragazzini nel centro di Milano segue ancora la linea dell’aumento delle pene, secondo una tradizionale, ma fallimentare, logica economica. Nel 1992 l’economista americano Gary Becker vinse il premio Nobel anche per la sua teoria razionale della criminalità. Per l’economista conservatore ogni atto criminale deriva da un calcolo dei costi e dei benefici. Quindi per sradicare ogni tentazione criminale sarebbe sufficiente aumentarne il costo, per esempio incrementando gli anni di pena.

Questa teoria molto semplicistica del crimine è stata abbondantemente smentita da ogni lato e abbandonata scientificamente, ma continua a circolare perché ha il pregio della semplicità e di una sua efficacia mediatica.

Se questa teoria è risultata insufficiente nei confronti degli adulti, diventa del tutto fallimentare se applicata agli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come previsto dal governo. Nasce un nuovo reato, quello di partecipazione violenta a una manifestazione, che può portare fino a cinque anni di galera, e anche di più con il volto mascherato o per chi la organizza. Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i dodicenni o tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il governo pensa di sì, risolvendo tutto con un decreto da dare in pasto all’opinione pubblica.

Ma anche seguendo la vecchia logica economica dei costi e dei benefici, il calcolo è sbagliato e il governo Meloni sta compiendo un grossolano errore, che avrà purtroppo conseguenze durature. Sul piano dei benefici per la comunità mettiamo pure un riacquistato senso di sicurezza per le persone che frequentano i centri urbani e il risparmio dei danni evitati con la deterrenza. E sul lato dei costi?

Supponiamo che il tredicenne esaltato sia individuato e condannato a scontare i suoi cinque anni di carcere. Possiamo dargli o darle il massimo della pena perché a capo della protesta. Credo che in questo modo venga procurato un danno umano, educativo e personale notevolissimo, visto che la persona che stiamo considerando è nella sua fase formativa. Per la società la repressione degli adolescenti sicuramente rappresenta un costo futuro molto salato che non può essere ignorato. I ragazzini e le ragazzine che usciranno dopo qualche anno dal carcere non credo saranno persone migliori di quando sono entrate. Anzi potrebbero, per comprensibili ragioni, rappresentare un nuovo e più grande pericolo per la società.

Però la punizione, non la repressione, anche per gli adolescenti che protestano violentemente, ci vuole in uno stato di diritto. Certamente. Ecco allora che si possono pensare delle punizioni alternative. Qui il catalogo è molto ampio, dai lavori socialmente utili a iniziative che facciano capire agli adolescenti la complessità del mondo in cui viviamo, complessità che non può essere risolta spaccando una vetrina e arraffando una felpa. Il governo, vista la giovane età dei devianti, avrebbe dovuto comportarsi da buon genitore e non da ottuso gendarme che non si pone il problema del perché. Punire per reprimere è un non senso da un punto di vista educativo e un fallimento per la società.

Ma chi sono questi ragazzetti che ci fanno paura e che il governo vuole mettere in galera? Forse i più sono come i ladruncoli che popolano i libri di Charles Dickens. Nei romanzi del grande scrittore, ambientati nella Londra opulenta di fine Ottocento, i giovani criminali vengono arrestati, processati e messi in carcere con pene severissime. La loro unica colpa era quella di cercare di campare con furtarelli o stratagemmi illegali in una società che li teneva ai margini. Insomma, la loro colpa era la miseria, una direzione che ci potrebbe aiutare anche oggi.

Speravo che a distanza di un secolo e mezzo le cose fossero cambiate e invece, con il governo Meloni, si torna veramente all’odioso antico. Il carcere per i quasi bambini è da considerare una vergogna e uno scandalo che tutti dovremmo condannare, anche perchè i ragazzini violenti, oggi più di ieri, sono figli della società intera che se ne deve fare carico. In un certo senso, tutti ne siamo responsabili.

Non so se il mondo sarà salvato dai ragazzini, quelli che protestano devastando o gli altri, come scriveva nel suo testo onirico, dallo stesso titolo, Elsa Morante nel 1968. So solo che ora stanno parlando al mondo degli adulti, anche se con un linguaggio rude e aspro che non ci piace. Ascoltarli è nostro dovere, punirli anche, metterli in carcere invece è la cosa peggiore che possiamo fare.

L'articolo Perché rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

L'articolo Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Da Milano a Roma, sabato città blindate | La mappa. E nelle chat si organizzano le piazze: “Mezz’ora prima vi diremo dove andare. Be water”

Un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate“. “Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. In pratica sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora (alle 15.30), verrà comunicato un altro luogo, una grande piazza, da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua).

Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte. Una “mobilitazione permanente contro il governo dei padroni”, viene definita. Da Nord a Sud sono tante le città coinvolte tra manifestazioni e cortei autorizzati o iniziative solamente convocate sui social. Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta. E mentre la Digos ha effettuato perquisizioni in 18 città italiane e a Bari la procura dei minori ha interrogato un gruppo di minori che “preparava saccheggi a negozi”, ecco quali sono le città coinvolte tra manifestazioni ufficiali e le piazze inizialmente annunciate sui social.

Milano

Sabato il capoluogo lombardo sarà blindato e presidiato dalla stazione fino al centro, anche dai 500 militari in più inviati dal governo. Il sindaco Giuseppe Sala da inizio settimana va ripetendo che “c’è preoccupazione“, anche se al momento non sono stati annunciati cortei e manifestazioni, che in ogni caso difficilmente sarebbero stati autorizzati in centro città, dopo le scene di guerriglia del weekend scorso. L’appuntamento noto, quello degli anarchici in Conciliazione, è stato annullato. Ciò però non significa che i gruppi, provenienti da Milano, ma anche da altre città del Nord Italia, non saranno in piazza. La scelta di annullare il corteo, infatti, “non è un passo indietro”, ma è stata al contrario motivata con l’obiettivo di “non frammentare le piazze“, data la concomitanza con il probabile raduno di giovani e giovanissimi a partire dalle 15. Sono invece due i presidi autorizzati dalla Questura. In piazza Cavour, la mattina ci sarà un sit-in dei sindacati di base contro il carovita. Un altro presidio autorizzato è quello Pro-Palestina che siterrà in piazza Leonardo Da Vinci, nei pressi del Politecnico, dove è prevista la partecipazione di circa 300 persone. In mattinata, in piazza XXV aprile, sarà monitorato un presidio di esponenti di studenti di estrema destra, questo non preannunciato alla Questura. La preoccupazione principale, però, riguarda quanto potrà accadere nel pomeriggio dopo l’appello lanciato dal “Movimento 17 ottobre”: inizialmente il luogo di raduno comunicato era stato piazza Duomo e dintorni, teatro di devastazioni lo scorso fine settimane. Adesso, però, i nuovi luoghi di raduno si conosceranno sabato. Intanto i controlli saranno tanti: un primo filtraggio ci sarà nelle stazioni ferroviarie di tutta la Lombardia. Sarà controllato dalle forze dell’ordine chi non ha un biglietto e sarà verificato se ha precedenti, oppure che non abbia oggetti impropri come petardi o coltellini. Chi sarà in queste condizioni non sarà fatto partire.

Roma

Anche nella Capitale l’allerta è alta. Sui social era stata annunciata una manifestazione al Circo Massimo. Nello stesso luogo, tra l’altro, è presente il Villaggio della Difesa per la festa dell’Esercito che inizierà il 30 ottobre. L’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata in particolare su piazza Venezia, piazza del Popolo e, appunto, il Circo Massimo. Sempre domani si svolgerà la manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra“, a cui sono attesi circa 10mila partecipanti, con appuntamento alle 14 in piazza della Repubblica. Alle 15 il corteo dell’Asse Imperialista si dirigerà ai Fori Imperiali. Le associazioni di destra, Azione Universitaria e Gioventù Nazionale, ha organizzato invece il corteo “Sblocchiamo tutto”, che partirà alle ore 10.30 da piazza della Libertà con arrivo in piazza Risorgimento. Manifestazioni ufficiale che si sommano a quelle annunciate sui social, ma non preavvisate, con appuntamento che verranno comunicati sui social domani.

Torino

A Torino diverse realtà – studenti, collettivi e movimento per il diritto alla casa – parteciperanno alla manifestazione organizzata dal coordinamento ‘Torino è contro il riarmo“, che vede gli autonomi del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, tra i principali promotori. L’appuntamento è alle 15 in piazza Castello. Stesso luogo e orario inizialmente annunciato dal “Movimento 17 ottobre”. Gli studenti delle scuole superiori si ritroveranno alle 14 in piazza Arbarello per raggiungere successivamente piazza Castello. Da Palazzo Nuovo partiranno invece gli universitari e i collettivi. A quanto si apprende, l’intenzione è quella di far convergere tutti i gruppi nella piazza, da dove dovrebbe partire il corteo, per poi tornare nello stesso luogo al termine della manifestazione.

Bologna

A Bologna l’appuntamento del “Movimento 17 ottobre” era in piazza Nettuno. “Insieme alla Questura e il prefetto stiamo lavorando affinché sabato il centro storico sia protetto e stiamo dialogando anche con i commercianti per organizzarci al meglio. Però occorre fare anche la parte che ritengo sia più importante: dialogare con i ragazzi, ascoltare le loro istanze”, ha dichiarato il sindaco Matteo Lepore.

Genova

Nel capoluogo ligure c’è massima attenzione, ma nessun allarme in vista della manifestazione annunciata per sabato. È quanto emerso dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica riunito in prefettura. All’incontro ha partecipato anche il presidente di Confcommercio Genova, Alessandro Cavo. “Ci è stato detto di stare aperti e vigili nel caso succedesse qualcosa. Ovviamente saremo pronti a chiudere nel caso la situazione dovesse degenerare, ma ci è stato assicurato che il dispositivo messo in piedi sarà adeguato a quello che potrebbe accadere”, ha riferito. Il primo appuntamento a Genova era stato dato in piazza De Ferrari.

Firenze

Cresce l’attenzione anche a Firenze dove erano state annunciate sui social due manifestazioni in piazza della Signoria e piazza Santa Maria Novella. Gli appelli, diffusi su Telegram e Instagram da gruppi “Movimento 17 ottobre” e “Noi il popolo”, anche in questo caso, non risultano preannunciati alla Questura.

Padova

Sono due le manifestazioni studentesche preavvisate a Padova sabato, una al mattino e una al pomeriggio, organizzata dalla sigla “Federazione Italiani Liberi”. Mentre sui social l’appuntamento era stato dato in piazza Mazzini. Perquisizioni della Digos e Daspo urbani sono stati effettuati e notificati dalla Questura nei confronti di 11 giovani, otto dei quali minorenni, che avrebbero pianificato via chat saccheggi in vista dei cortei. La Procura dei Minorenni di Venezia procede per istigazione alla disobbedienza alle leggi di ordine pubblico e all’odio tra le classi sociali. In particolare, gli agenti hanno intercettato su Instagram una chat in cui si programmavano danneggiamenti e razzie contro pubblici esercizi del centro storico.

Bari

Anche in Puglia ci sono state perquisizioni e interrogatori di giovanissimi. Secondo l’ipotesi investigativa “un folto gruppo di giovani e giovanissimi era pronto a colpire e saccheggiare, sull’onda di quanto accaduto lo scorso fine settimana a Milano, diversi negozi” del centro di Bari. Qui sono due le mobilitazioni lanciate sui social: quella convocata dal “Movimento 17 ottobre”, in un primo momento in piazza Umberto alle ore 15, e l’appuntamento lanciato su Tik Tok da “Noi siamo il popolo”, allo stesso orario ma in piazza del Ferrarese. “Cosa vogliamo? – scrivono gli organizzatori della mobilitazione nazionale -. Presente e un futuro migliore”.

L'articolo Da Milano a Roma, sabato città blindate | La mappa. E nelle chat si organizzano le piazze: “Mezz’ora prima vi diremo dove andare. Be water” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Più carceri minorili dopo le violenze? La studio: la detenzione può aggravare i problemi, compromette la salute mentale e aumenta il rischio di recidiva

Il governo vuole ampliare le carceri minorili per rispondere all’ondata di violenze che ha attraversato Milano e altre città italiane. Ma la detenzione degli adolescenti può aggravare i problemi che dovrebbe risolvere, compromettendone la salute mentale e aumentando il rischio di recidiva. È la tesi sostenuta da un gruppo internazionale di medici e ricercatori in un articolo pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health, che mette sotto accusa la svolta repressiva della giustizia minorile europea, con particolare attenzione all’Italia. Dove, tra il 2023 e il 2024, i detenuti negli istituti minorili sono aumentati dell’80% e il consumo di psicofarmaci nelle principali strutture è cresciuto mediamente del 41%. Dopo i disordini dei giorni scorsi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’intenzione di aumentare i posti disponibili negli istituti penali per minorenni. “Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti”, ha dichiarato il 22 ottobre a Sky Tg24. Il sistema penitenziario minorile, ha aggiunto, è “in sofferenza”. Per questo il ministero valuta di “ampliare la capienza delle carceri giovanili” e destinare ai minorenni alcuni settori degli istituti per adulti. Il Guardasigilli non esclude in linea teorica neppure di abbassare l’età dell’imputabilità sotto i 14 anni, precisando però che il governo non intende farlo nell’immediato.

Una prospettiva opposta a quella delineata nell’articolo The pathogenic illusion of youth incarceration: a call for abolition medicine in Europe, pubblicato il 10 settembre 2026 e firmato da Nicola Cocco, Emma Plugge, Edoardo Corsi Decenti, Fadi Meroueh, Lara Tavoschi, Michele Umbrello e altri ricercatori. Non si tratta di uno studio sperimentale, ma di un contributo scientifico che richiama dieci pubblicazioni e documenti per sostenere che gli ambienti carcerari sono “intrinsecamente patogeni e strutturalmente incompatibili con uno sviluppo neurologico positivo degli adolescenti”. Gli autori denunciano una tendenza europea a sostituire la protezione dei minori con misure punitive. Citano la Svezia, che ha previsto il trasferimento di quindicenni in strutture gestite dall’amministrazione penitenziaria per adulti, la Francia e l’Italia, dove il decreto Caivano del 2023 ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare. Tra il 2023 e il 2024, riferisce la pubblicazione, i detenuti negli istituti minorili sono aumentati dell’80% in Italia, del 50% in Germania e di quasi il 20% in Francia. Il problema, secondo i ricercatori, è che il carcere concentra adolescenti già vulnerabili, spesso con disturbi psichiatrici, dipendenze o precedenti esperienze traumatiche. Sovraffollamento, violenze, isolamento e contenzioni possono aggravare queste condizioni, aumentando il rischio di depressione grave, disturbo post-traumatico da stress e abuso di sostanze. Viene citato il caso dell’istituto minorile Cesare Beccaria di Milano, dove tredici agenti sono stati arrestati per presunti abusi sistematici.

Particolarmente significativo il dato sugli psicofarmaci: nei principali istituti penali minorili italiani, nel 2024, la loro somministrazione è aumentata mediamente del 41%, misurata in dosi giornaliere definite. Gli autori distinguono le terapie necessarie dall’impiego di sedativi per mantenere l’ordine, denunciando il rischio che la sofferenza prodotta dalla detenzione venga trattata farmacologicamente anziché affrontata nelle sue cause. Richiamano anche il suicidio del diciassettenne Danilo Rihai nel carcere minorile di Treviso. Un capitolo riguarda i minori stranieri non accompagnati, esposti in misura sproporzionata alla detenzione anche per la carenza di strutture di accoglienza. I ricercatori criticano inoltre gli accertamenti dell’età fondati su radiografie del polso e dati biometrici, considerati soggetti a elevati margini d’errore. La conclusione mette in discussione l’efficacia stessa della risposta carceraria. “Lungi dal fungere da deterrente”, scrivono gli autori, la detenzione favorisce il coinvolgimento nel sistema penale anche in età adulta, con tassi di recidiva superiori rispetto ai programmi alternativi territoriali. La proposta è quella dell’abolition medicine: trasferire le risorse destinate all’espansione delle carceri verso servizi di salute mentale, istruzione, assistenza sociale e percorsi educativi. Fino a chiedere la chiusura degli istituti penali minorili europei. Perché, concludono i ricercatori, “incarcerare i bambini non è un antidoto ai mali sociali, ma la loro manifestazione più estrema e patogena”.

L'articolo Più carceri minorili dopo le violenze? La studio: la detenzione può aggravare i problemi, compromette la salute mentale e aumenta il rischio di recidiva proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“C’è un incosciente con una Range Rover che sta guidando in modo spericolato, supera i semafori col rosso. Ho la sensazione che mi stia seguendo”: Fabrizio Corona stava seguendo Stefano De Martino? La ricostruzione di Oggi

All’ora di cena dello scorso 14 ottobre Fabrizio Corona ha inseguito per le strade di Milano Stefano De Martino. “C’è un incosciente con una Range Rover che sta guidando in modo spericolato e ad altissima velocità. Sta superando tutti i semafori con il rosso e ho la sensazione che mi stia inseguendo“, queste le testuali parole che il conduttore, a bordo della sua vespa, ha proferito a una pattuglia di carabinieri in servizio in zona Corso Sempione.

A ricostruire quanto accaduto è il settimanale “Oggi”: “Il guidatore del bolide fuori controllo è assai noto alle cronache rosa e anche a quelle giudiziarie: Fabrizio Corona. A seguito della segnalazione di De Martino, la pattuglia si è messa subito sulle tracce di Corona, fino a individuarlo all’angolo tra corso Sempione e via Moscati. I carabinieri del Nucleo radiomobile hanno cercato immediatamente di fermarlo per un controllo. Ma il conducente non ha ottemperato all’alt, anzi. A quel punto è scattato un rocambolesco inseguimento, durato poco più di 500 metri”, spiega il giornalista Alberto Dandolo.

L'articolo “C’è un incosciente con una Range Rover che sta guidando in modo spericolato, supera i semafori col rosso. Ho la sensazione che mi stia seguendo”: Fabrizio Corona stava seguendo Stefano De Martino? La ricostruzione di Oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Allerta a Milano, Roma e Torino per le proteste. Perquisizioni della Digos in 18 città: “A Bari folto gruppo di minori preparava saccheggi a negozi”

È una vigilia di tensione in Italia in vista delle manifestazioni annunciate per sabato. Allerta altissima a Milano, Torino e Roma dopo la guerriglia urbana nel capoluogo lombardo della scorsa settimana che ha visto protagonisti bande di giovani (tanti minori) incappucciati. La Digos ha effettuato perquisizioni in 18 città italiane a seguito delle manifestazioni del 17 e del 18 ottobre. Su delega dell’autorità giudiziaria e di iniziativa, la polizia ha eseguito una serie di perquisizioni domiciliari e personali a carico di circa 100 persone, di cui 51 minorenni, identificati nei gravi disordini. Le perquisizioni sono state eseguite ad Arezzo, Bari, Bergamo, Bologna, Bolzano, Como, Firenze, Genova, Lodi, Napoli, Pescara, Padova, Cremona, Verbania, Aosta, Monza, Varese, Verona.

Anche al Sud l’attenzione è molto alta. Perquisizioni e interrogatori sono in corso dalle prime ore dell’alba in tutta la provincia barese nell’ambito di una vasta operazione della Polizia, con il coordinamento della Dda e della Procura per i minori di Bari. Secondo l’ipotesi investigativa “un folto gruppo di giovani e giovanissimi era pronto a colpire e saccheggiare, sull’onda di quanto accaduto lo scorso fine settimana a Milano, diversi negozi” del centro di Bari.

Gli inquirenti ipotizzano reati di istigazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, con finalità di terrorismo e la detenzione di armi, munizioni ed esplosivi. La Digos di Bari – fa sapere la Questura in una nota – ha “costantemente monitorato i principali social attraverso i quali i giovanissimi stavano organizzandosi per colpire, a partire dal pomeriggio di oggi, i negozi dell’alta moda italiana ed internazionale, oltre a negozi sportivi e di elettronica ubicati nel centro città”, in particolare in via Sparano, via Melo, via Argiro e Corso Vittorio Emanuele, che sono le principali strade dello shopping barese. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, inoltre, i giovanissimi erano in procinto di procurarsi armi, materiale esplodente e arnesi da scasso, da utilizzare anche nei confronti delle forze dell’ordine.

Livello di vigilanza molto alto, pertanto, in tutta la penisola. A Milano i negozi del lusso di via Monte Napoleone si preparano al weekend, con il timore di nuovi scontri e atti di danneggiamento. In alcuni esercizi commerciali ci si sta preparando a installare pannelli di compensato sulle vetrine, con l’obiettivo di attutire eventuali colpi e limitare il rischio di rottura dei vetri.

Gli scontri di sabato e domenica scorsi hanno colto di sorpresa anche i veterani dei disordini di piazza, cioè le ali più dure di antagonisti, centri sociali e anarchici. E negli ultimi giorni si sta assistendo – rilevano fonti di sicurezza – ad iniziali tentativi di salire sul carro dei nuovi contestatori da parte degli storici protagonisti degli scontri urbani. E le manifestazioni annunciate per domani costituiranno un banco di prova per verificare eventuali saldature tra le diversi componenti della protesta violenta. Un’analisi di quello che si muove in questo ambito e dei possibili sviluppi è stata fatta dal direttore dell’Aisi, Bruno Valensise, ascoltato per oltre tre ore dal Copasir.

La saldatura dei diversi fronti viene considerata come possibile, anche se gran parte dei giovanissimi di sabato scorso si sono mossi non per ragioni ideologiche. Per questo è importante ciò che accadrà nelle prossime ore, quando sono convocate manifestazioni in tante città. Anche il Movimento 17 ottobre ha dato appuntamento per le 15 in luoghi simbolo di Bologna (piazza Nettuno), Milano (piazza Duomo), Torino (piazza Castello), Roma (Circo Massimo), Firenze (piaza Santa Maria Novella), Padova (piazza Mazzini), Bari (piazza Umberto I) e Genova (piazza De Ferrari), per una “mobilitazione permanente contro il governo dei padroni”. Allerta alta a Milano come anche nella Capitale, dove si svolgerà la manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra“, a cui sono attesi circa 10mila partecipanti, con appuntamento alle 14 in piazza della Repubblica. La mattina a Roma sfileranno anche gli studenti di destra con lo slogan ‘Sblocchiamo tutto’. Tra le mobilitazioni in programma, a Torino movimenti e studenti scenderanno in piazza al grido “Noi la guerra non la paghiamo” e sempre per la pace si manifesterà anche a Padova e Bari.

L'articolo Allerta a Milano, Roma e Torino per le proteste. Perquisizioni della Digos in 18 città: “A Bari folto gruppo di minori preparava saccheggi a negozi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Lo storico leghista a capo dei trasporti della Lombardia contro Salvini: “I costi su e i fondi già stanziati non arrivano”

A bussare alle porte del governo non ci sono solo gli autotrasportatori, prontamente liquidati da ministri vari tra accuse di criminalità e mancata rappresentatività. In questi giorni, battono cassa anche le aziende del trasporto pubblico regionale e locale, sia a capitale pubblico che privato. “Il settore è a forte rischio e le risorse non arrivano”, è stato il grido di allarme di Andrea Gibelli, a capo del Gruppo Ferrovie Nord Milano e presidente di Asstra, l’associazione che raccoglie 145 aziende e rappresenta il 70% del settore. Un attacco diretto ai ministri competenti, a iniziare da quello dei Trasporti, Matteo Salvini:” Chiediamo al governo di intervenire subito”.

A sorprendere, o forse no, è che l’intemerata sia stata sferrata da un leghista fatto e finito: Gibelli, infatti, è stato deputato del Carroccio e ha mantenuto buoni rapporti con la dirigenza lombarda, incluso il presidente della Regione Attilio Fontana che l’ha indicato, dopo una prima nomina ai tempi di Roberto Maroni, alla guida del gruppo che ha in pancia, tra le altre cose, il 50 per cento di Trenord e la Milano-Serravalle. Un leghista di lungo corso del “giro padano”, nella settimana del congresso, punta il mirino su Salvini e il modus operandi del governo sul tema più caldo del momento: “Le nostre aziende continuano a garantire i servizi con grande sensibilità verso i cittadini, facendosi carico di costi sempre più pesanti e anticipando di tasca propria risorse che spettano loro. Ma la situazione non è più sostenibile”, accusa Gibelli, che è stato anche vicepresidente della Regione Lombardia ai tempi di Roberto Formigoni.

Da febbraio ad agosto 2026, ricorda Asstra, il gasolio ha registrato un aumento del 52% che, considerando il credito d’imposta, scende ma resta comunque oltre il 20%. Il cahiers de doléances è lungo: Asstra lamenta anche il balzo dei prezzi delle altre forme di energia utilizzate dal trasporto pubblico locale: il metano è schizzato del 48% e l’elettricità del 40%, con un “concreto rischio” di “difficoltà negli approvvigionamenti”.

Problematiche aggravate da due aspetti riconducibili direttamente alle politiche del ministero di Salvini: “Abbiamo un Fondo nazionale che ha perso 800 milioni rispetto all’inflazione e 1,25 miliardi di euro già stanziati che non ci vengono liquidati”, continua Gibelli riferendosi al oneri di malattia, rinnovo contrattuale e saldo del Fondo. “Se non si inverte la rotta, i cittadini andranno incontro a seri disagi”, è l’avvertimento del presidente di Asstra paventando il blocco del trasporto pubblico locale “in un momento in cui rappresenta un sollievo concreto per le famiglie italiane”, alla luce del caro-carburanti.

L'articolo Lo storico leghista a capo dei trasporti della Lombardia contro Salvini: “I costi su e i fondi già stanziati non arrivano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Scontro tra Sommi e Friedman su La7. “Attento a dare del filoputiniano, poi le querele si pagano”. “Mi minacci, signor avvocatino cafone?”

Scintille in diretta a Omnibus, su La7, tra Luca Sommi, giornalista del Fatto Quotidiano e conduttore di Accordi & Disaccordi, e il giornalista economico Alan Friedman. Casus belli: le proteste giovanili di Milano e il ruolo delle presunte interferenze russe nell’alimentare le tensioni sociali in Europa.
Tutto comincia dall’analisi di Sommi sugli scontri di Milano. Il giornalista del Fatto respinge l’idea che dietro la rabbia dei ragazzi ci sia la regia di Mosca e richiama invece le disuguaglianze economiche, l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto delle famiglie. Sommi insiste soprattutto su un punto: attribuire il disagio giovanile alle infiltrazioni russe significa distogliere lo sguardo dalle condizioni materiali in cui vivono milioni di persone.
“Mi viene da sorridere al pensiero che il disagio giovanile in Italia e in Europa sia colpa delle infiltrazioni di Putin – osserva – Non riesco a rimanere serio su questa cosa, perché in realtà parliamo di un problema strutturale”.
Poi richiama la condizione sociale di tanti manifestanti, spesso figli di immigrati di seconda generazione o delle fasce più povere della popolazione italiana: “Qui ci sono dei ragazzi che non ce la fanno più. A 11 anni vai in piazza a manifestare. Questo è un termometro di una sperequazione sociale esasperata. Se tu togli 300 euro di reddito di cittadinanza magari al papà, che temporaneamente era in difficoltà, e non hai il coraggio di tassare le multinazionali e i super ricchi, allora accadono queste cose”.

A intervenire successivamente è Antonio Di Bella, ex direttore del Tg3, che introduce una distinzione tra le origini delle proteste e il loro sfruttamento politico da parte del Cremlino: “È chiaro che il fuoco degli scontri non viene acceso dalla Russia o da qualche misterioso manovratore. Ma apertamente gli esponenti del governo Putin usano le tensioni europee come prova della crisi dell’Occidente“.
Di Bella cita anche Aleksandr Dugin, ideologo nazionalista russo e rbadisce che non c’è nessuna “manina misteriosa” ma una strumentalizzazione alla luce del sole: “È evidente che chi manifesta e gli scontri non sono creati da fuori, ma sono alimentati e sfruttati da fuori”.
Dal collegamento Friedman applaude e mostra il gesto dell’ok con la mano. E commenta: “Antonio Di Bella ha detto perfettamente. Poi che qualche filoputiniano difenda Putin non è una sorpresa, che sia un giornalista per un giornale di propaganda del Cremlino, che sia un politico di destra…”.
Sommi interviene: “Friedman, attenzione a dare dei filoputiniani perché si beccano le querele e poi le si pagano”.
Il giornalista americano ribatte immediatamente: “Mi stai minacciando?”..
“No – replica Sommi – Ti invito alla cautela a usare certi termini perché li hanno già usati a lungo anche sul Corriere della Sera e poi hanno pagato copiosamente per aver dato dei filoputiniani a chi si interroga sulle questioni invece di chi liscia da una parte. Te lo dico così, per rinfrescarti le idee”.

Il riferimento è alla vicenda giudiziaria di Alessandro Orsini, sociologo e professore associato alla Luiss Guido Carli di Roma. Il 5 giugno 2022 il Corriere della Sera pubblicò un articolo firmato da Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini, intitolato “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia” e dedicato a una presunta rete di opinionisti e influencer che rilanciavano la propaganda del Cremlino, con riferimenti alle attività del Copasir e dei servizi di intelligence. Tra i nomi compariva quello di Orsini, accompagnato dalla sua fotografia. Il professore ha promosso una causa civile contro Rcs, il direttore Luciano Fontana e le due giornaliste. Il Tribunale di Milano, in primo grado, ha condannato i convenuti a risarcirlo con 27.500 euro per danni e circa 5mila euro per spese processuali.

Friedman sbotta: “Questo è talmente da cafone che neanche ti rispondo. Io non sono qui per litigare e non credo di aver nominato nessun giornale. Attenzione, signor avvocatino“.
Sommi non arretra e gli fa notare la sequenza degli interventi: “Hai parlato di “giornalisti filoputiniani” subito dopo che ho detto che un conto è esultare perché l’Europa va male, visto che c’è una guerra, un conto è avere l’intromissione di Putin nei social»”.
Friedman rivendica di non aver indicato alcuna testata né alcuna persona specifica: “Ho fatto il nome di qualche giornale? Mi querela per non aver fatto nessun nome e aver parlato genericamente? Ma va’! Io volo alto e non scendo a questi livelli bassi, ok?”.
Sommi ride e ribadisce: “Hai appena detto dei giornalisti filoputiniani”.
“Ho parlato genericamente dei putiniani in Italia senza nominare nessuno, signorino“, rilancia Friedman.
Greco, visibilmente spazientito, cerca di chiudere il battibecco: “No, no, non ha nominato nessuno, benissimo”.
Ma Friedman continua a interrompere, ripetendo “Signorino!” e poi “Piccolo signore!“, mentre Sommi reagisce divertito e il conduttore è costretto ad arrendersi con una battuta: “Siamo alla frutta, come dicono in Calabria“.

L'articolo Scontro tra Sommi e Friedman su La7. “Attento a dare del filoputiniano, poi le querele si pagano”. “Mi minacci, signor avvocatino cafone?” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌