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“Tanti dei miei specializzandi sono partiti e rimasti all’estero. La sanità pubblica muore per scelte precise, non per fatalità”

C’è una domanda che Federico Lombardi, per anni direttore della Scuola di specializzazione in Malattie cardiovascolari dell’Università Statale di Milano, si è sentito rivolgere più volte dai suoi giovani medici: “Professore, che cosa mi offre la sanità italiana?”. Una domanda difficile non tanto per la risposta economica, quanto per tutto ciò che veniva dopo. Perché dietro quei 6 anni di Medicina e i 4 di specializzazione c’erano 10 anni di studio, sacrifici, turni, ricerca e formazione pratica. E il rischio, una volta arrivati al traguardo, era di scoprire che il lavoro proposto non coincideva affatto con quello per cui ci si erano preparati.

Il professor Lombardi ha lasciato il Policlinico di Milano alla fine del 2019 e ha diretto la scuola di specialità dal 2012 al 2018. Da quella posizione ha visto partire molti dei suoi ex allievi verso Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Regno Unito. “La grande maggioranza è rimasta dove è andata”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non perché i ragazzi non amino l’Italia, ma perché fuori hanno trovato qualcosa che qui spesso mancava: la possibilità di fare davvero il medico.

Il punto, secondo il professore, non è soltanto lo stipendio. È l’organizzazione. Un giovane cardiologo che esce dalla specializzazione con competenze specifiche dovrebbe poterle utilizzare. Se è un emodinamista, per esempio, dovrebbe trascorrere “almeno il 50% del proprio tempo lavorativo” in sala di emodinamica. Se sceglie l’elettrofisiologia e impara a impiantare pacemaker e defibrillatori, dovrebbe poter esercitare concretamente quelle competenze. “All’estero retribuiscono una persona perché svolga esattamente il lavoro per cui è pagato”, osserva.

In Italia, invece, il giovane arrivato per ultimo finisce spesso a coprire turni ambulatori e ore di guardia. Attività necessarie, certo, ma che rischiano di trasformare anni di formazione altamente specialistica in una professione molto più generica. “Questo svilisce la persona, il suo percorso formativo e ciò che vorrebbe fare”. E così si crea un paradosso: lo Stato investe 10 anni nella formazione di un cardiologo, con scuole che il professore definisce “di ottimo livello tra attività pratica, ricerca e preparazione clinica”. Poi, quel medico prende un aereo e porta quelle competenze altrove. “Regaliamo ad altri paesi persone che hanno avuto un’ottima formazione”, sostiene Lombardi.

Le destinazioni raccontano anche un’altra parte della storia. Non soltanto stipendi migliori, ma città in cui i percorsi professionali possono diventare carriere: Barcellona, Parigi, Lugano, Amsterdam, Londra. Chi parte, molto spesso, non torna. “Il numero di chi vuole rientrare è veramente modesto”, spiega il professore. E quando qualcuno prova a farlo, incontra comunque ostacoli salariali e burocratici. “I pochissimi che rientrano lo fanno per motivi familiari. Oppure sono persone in età molto avanzata che hanno un grosso nome magari all’estero e che, nella parte finale della loro carriera, prendono la decisione di tornare in Italia”.

Lombardi solleva poi un’altra questione, quella inerente il riconoscimento dei percorsi maturati all’estero: “Se uno rientra dopo un periodo abbastanza prolungato, che posizione riesce a ottenere nel Servizio Sanitario Nazionale? Difficile dirlo. Il periodo all’estero adesso viene riconosciuto, ma non c’è equiparazione di titolo. Per cui dipende dalla struttura e dalle opportunità che ci sono. Spesso, se viene a mancare una figura con particolari caratteristiche, la persona che prima era all’estero può provare a rientrare, ma ovviamente c’è una barriera non indifferente che è quella del salario”.

Per il professore, la fuga dei giovani specialisti è dunque anche il sintomo di una sanità che spreca tempo e competenze. Il medico italiano è costretto a occuparsi di una quantità di incombenze amministrative che in altri sistemi vengono affidate a personale dedicato. Persino un piano terapeutico può trasformarsi in una lunga pratica al computer invece di lasciare il professionista accanto al paziente. E il problema si manifesta anche quando arriva l’innovazione. L’intelligenza artificiale sta entrando nella diagnostica per immagini, nella refertazione e persino nella lettura dell’elettrocardiogramma. “Ma gli ospedali devono essere organizzati per utilizzarla: servono matematici, ingegneri, tecnici che lavorino accanto a medici e infermieri. Non quello che ripara l’ecografo che si è rotto. È una figura che deve diventare parte integrante del reparto” sostiene Lombardi. Intanto rimangono i turni aggiuntivi, la carenza di personale e la vecchia regola per cui chi ha finito il proprio turno non può andarsene finché non arriva il sostituto. “È così che anche il burnout diventa una conseguenza dell’organizzazione”.

La soluzione, per il professore, passa da due parole all’apparenza molto semplici: dignità e specializzazione. Aumentare gli stipendi e permettere ai giovani cardiologi di fare davvero ciò per cui sono stati formati. “Sette o otto anni fa – ricorda il professore – un giovane cardiologo poteva guadagnare 1.800-2.000 euro netti in Italia, contro i 3.800-4.000 di Zurigo o Barcellona. Oggi la differenza si è ridotta, ma resta significativa”. E invece chi sono gli studenti che, alla fine, decidono di restare? “Per molti di questi c’è un problema familiare sicuramente alla base. Per alcuni, c’è forse anche la possibilità di essersi costruiti, ma è un numero molto limitato, un futuro nelle strutture dove si sono formati. Per altri, sempre in un numero molto limitato, l’aspetto economico non è così importante perché hanno un backup familiare tale da tollerare dei periodi difficili”.

E mentre i ragazzi continuano a partire, il professor Lombardi guarda con preoccupazione a un sistema nel quale le attività più complesse rischiano di essere sacrificate per coprire le emergenze quotidiane. “La sanità pubblica si sta sciogliendo non per una fatalità, ma per scelte precise”. E il rischio è che a sciogliersi, insieme alle strutture, siano anche le competenze di una generazione intera.

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Serbia al voto, tra voglia (studentesca) di Ue e potere di Vucic

Domenica la Serbia andrà al voto anticipato: può finire l’era targata Vucic (e quindi le preoccupazioni europee sul feeling con Mosca e Pechino) oppure la piazza degli studenti può influire sul nuovo corso, prendendo il potere. Ma attenzione alle infiltrazioni in entrambi gli schieramenti, dal momento che i collettivi studenteschi non sono immuni da episodi di guerra ibrida, sulla falsariga dei maranza: convocati e indottrinati sui social. Quasi sei milioni e mezzo gli elettori chiamati alle urne in ottomila seggi, compresi quelli per gli elettori residenti in Kosovo e in Bosnia Erzegovina, tutt’altro

Al voto

Il presidente uscente, Aleksandar Vucic, guida la lista Serbia unita, seguita dalla lista del Partito socialista serbo (Sps) di Ivica Dacic e da quella studentesca Gli studenti vincono. Gli ultimi sondaggi condotti dall’agenzia Ipsos danno Vucic al 47,4% dei consensi, contro il 40 della Lista studentesca, prevedendo con un’affluenza del 64,7%.

La Lista Studentesca nasce dopo l’incidente di Novi Sad, che ha innescato un movimento di protesta contro il regime di Vucic, accusandolo di corruzione. Ieri decine di persone hanno affollato l’ultimo comizio nel Palazzetto dello Sport a chiusura di una campagna elettorale che essenzialmente è bipolare. L’ex presidente si dipinge come l’uomo della continuità, che è il passaggio maggiormente contestato dagli studenti, pront invece a chiedere totale discontinuità.

A sfidare Vucic ci sarà il professore di medicina Ilija Srdanovic che dal novembre 2024, data dell’incidente ferroviario in cui persero la vita 16 persone, ha impostato un certo tipo di impegno politico. Da quel giorno ha costruito un movimento che si è trasformato in partito. È stato anche accusato di far parte di un disegno esterno per destabilizzare il Paese e sostituire Vucic, ma sul punto si è registrata la presa di distanza dell’ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic che ha escluso tale scenario e ha contrastato con veemenza le voci di una suo appoggio alla Lista studentesca.

La geopolitica, oltre le liste

Ma non c’è solo l’urna elettorale in quanto tale al centro della disputa di domenica, bensì anche l’aspetto geopolitico: il Paese balcanico è in bilico tra l’ingresso in Ue da un lato e le pressioni di Cina e Russia dall’altro, passando per le sanzioni americane che, ad esempio, hanno spinto la Serbia a cercare un nuovo proprietario per la sua compagnia petrolifera controllata da Gazprom. Nell’ultimo periodo Belgrado ha stretto ancora maggiori relazioni con Pechino. Il partenariato tra Vucic e Xi è considerato “di ferro”, caratterizzato da legami politici, economici e militari che, in concomitanza con l’ascesa di Vucic, si sono ulteriormente cementati. Durante l’incontro dello scorso maggio, i due leader hanno deciso di promuovere congiuntamente quattro iniziative globali, otre ad aver concluso una serie di accordi di cooperazione pluriennale.

Anche la russa Rosatom potrebbe fare i conti con l’ostracismo serbo e sganciarsi dal paese balcanico, dal momento che il suo progetto di costruire una centrale nucleare su larga scala sarebbe in contrasto con il processo di adesione all’Ue. Nel paese intanto montano le preoccupazioni di tipo occupazionale, dopo che la fabbrica tessile turca Kaizen di Smederevo ha avviato la liquidazione, con il rischio che 350 lavoratori restino a casa. Un altro elemento che potrebbe influire sugli umori elettorali, accentuando il voto di protesta.

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Farmacêuticas terão de manter tratamento gratuito

A portaria que regula as condições refere que essa disponibilização deve manter-se até à introdução dos medicamentos no mercado respetivo acesso no Serviço Nacional de Saúde.

© DIOGO VENTURA/OBSERVADOR

Se o pedido for rejeitado, as farmacêuticas terão de assegurar o fornecimento gratuito aos doentes
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Dopo la morte del marito in Vespa a Trieste era risalita in sella per fare il giro del mondo da sola: Sandra Carozzi muore a 63 anni in Cina, nel giorno in cui avrebbe festeggiato 10 anni di nozze con Mario

Prima il marito, poi lei. Entrambi in sella a una Vespa, entrambi lungo la strada di un sogno rimasto a metà. Sandra Carozzi, 63 anni, triestina, è morta il 15 ottobre in Cina, nella provincia del Sichuan, mentre portava avanti da sola il giro del mondo che aveva immaginato con Mario Pecorari, scomparso nel 2024 a 70 anni. Lo riporta Il Corriere della Sera.

Carozzi era partita da Trieste l’8 giugno, con la sua Vespa PX150 e un diario di viaggio con scritto “Mario e Sandra in viaggio“. Secondo le prime ricostruzioni, il giorno dell’incidente il suo scooter si sarebbe scontrato con una bicicletta che viaggiava nella stessa direzione. Sandra ha perso il controllo ed è finita fuori strada. Portata in ospedale, non ce l’ha fatta. La dinamica è ancora da chiarire e la notizia è arrivata a Trieste solo quattro giorni dopo.

Cinque giorni prima, a Xi’an, era davanti all’esercito di terracotta. Il 10 ottobre ricorreva il decimo anniversario di nozze e lei aveva dedicato a Mario foto e parole: “Ti sarebbe piaciuto sai amore! Volevo brindare con te! Abbracciarti e dirti ti amo! Ma non ci sei! Un giorno ci incontreremo di nuovo e non ci lasceremo mai più!”.

Mario era morto il 26 maggio 2024 in piazza dei Volontari Giuliani, a Trieste: aveva perso il controllo della Vespa schiantandosi contro un cassonetto. Sandra, che lo seguiva, aveva assistito alla scena senza poter intervenire. Eppure era risalita in sella.

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Lagoa | II Oficina e Exposição de Bonsai com espécies Mediterrânicas

O Parque Municipal do Sítio das Fontes – Centro de Interpretação da Natureza recebe, no dia 8 de novembro, pelas 10h00, a II Oficina e Exposição de Bonsai com espécies Mediterrânicas. Esta oficina será dinamizada pelo Município de Lagoa em parceria com o Clube Bonsai do Algarve (CBA) e as inscrições são gratuitas. Oficina sobre […]

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Universidade descobre proteína que ajuda a controlar cancro

Chamada Delta246p53, a variante limita a proliferação de células tumorais e controla o envelhecimento celular. Investigadores anteveem impacto na esperança de vida.

© TOMÁS SILVA/OBSERVADOR

Esta nova descoberta possibilita "um possível prolongamento da esperança de vida, mantendo ou reforçando em simultâneo a defesa contra o cancro"
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Putin dice di voler trattare con l’Ucraina, ma continua a bombardarla

Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.

Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.

A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.

Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.

La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.

Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.

Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.

Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.

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Una fusione, tanti dubbi. Vantaggi e ostacoli del matrimonio Tesla-SpaceX

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Docentes demitem-se da direção do curso de medicina e deixam críticas à UTAD

VTM

Carla Amaral e Raquel Chaves, docentes da direção do curso de Medicina da Universidade de Trás-os-Montes e Alto Douro (UTAD) renunciaram aos cargos, denunciando bloqueios administrativos e divergências sobre a gestão.

Segundo o Jornal de Notícias, num email enviado ao Conselho Pedagógico da instituição, Carla Amaral, vice-diretora do curso, e Raquel Chaves, vogal da Direção, alegam que a gestão institucional travou tarefas necessárias ao funcionamento do curso e pôs em causa condições exigidas pela Agência de Avaliação e Acreditação do Ensino Superior (A3ES).

A VTM tentou falar com as duas docentes para perceber quais os motivos que alegaram para abandonarem os cargos, mas até ao fecho desta edição não foi possível.

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Pessoas com deficiência. Entidade aponta falha no OE

A entidade independente criada pelo Parlamento para acompanhar, promover e proteger os direitos das pessoas com deficiência elaborou uma recomendação com 15 áreas de intervenção prioritária.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

"Em causa está a falta de recursos devidamente identificáveis para a concretização dos direitos das pessoas com deficiência, o financiamento insuficiente e a ausência de indicadores para avaliar os resultados", disse a entidade indepedente
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Novo laboratório na FMUP vai detetar cancro e Alzheimer

Robô que classifica tumores em tempo real e análise de Alzheimer por amostra de sangue são destaques do novo Laboratório de Biomarcadores, financiado pelo PRR.

© TOMÁS SILVA/OBSERVADOR

A inauguração está marcada para quarta-feira-feira às 11h00 no Centro de Investigação Médica da FMUP
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Corpo encontrado em reservatório da Saneago em Goiânia é identificado

A Polícia Científica identificou o corpo do homem encontrado na tarde desta sexta-feira (16/10) em um reservatório da Saneago, no Setor São Domingos, em Goiânia. Trata-se de Diogo Gomes de Brito, de 37 anos.

Segundo o Corpo de Bombeiros, Diogo mergulhou no local e não voltou à superfície. As equipes chegaram ao reservatório e encontraram o homem submerso em uma área a cerca de três metros de profundidade. A equipe náutica fez as buscas e localizou o corpo sem vida.

O corpo foi recolhido pela Polícia Científica e passou por necropsia ainda na sexta-feira (16/10). O exame confirmou a identificação.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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Baixa a 100% seria 1,4% da despesa com subsídios de doença

Estudo analisa o impacto financeiro de medida defendida como prioritária para proteger os rendimentos dos doentes oncológicos. Despesas com o cancro em Portugal são inferiores à média europeia.

© ANTÓNIO COTRIM/LUSA

Portugal apresenta níveis de despesa com o cancro inferiores à média europeia, representando cerca de 4% da despesa total em saúde, face a 5,5% na União Europeia
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