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Presentan elbloqueo.it, web de denuncia de amigos de Cuba en Italia

Roma, 26 oct (Prensa Latina) Elbloqueo.it, nuevo sitio en Internet en contra de la política de cerco económico, comercial y financiero de Estados Unidos hacia Cuba, fue presentado hoy en la sede de la Embajada de Cuba en esta capital.

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Convocan concentraciones en Italia en contra del bloqueo EEUU a Cuba

Roma, 26 oct (Prensa Latina) Organizaciones políticas y de la sociedad civil italiana convocaron manifestaciones para mañana en Turín, Roma, Milán, Sassari, Catania, Florencia, Génova y Cassino, para exigir al Gobierno su voto en ONU contra el bloqueo estadounidense a Cuba.

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Commissione Ue, spiraglio per l’Italia su difesa ed energia: ma stop ai sussidi fossili

La Commissione europea ha risposto all’Italia sull’utilizzo della clausola nazionale di salvaguardia per le spese legate alla difesa e all’energia. Bruxelles è pronta a collaborare con Roma per sfruttare i margini di flessibilità fiscale, ma esclude gli aiuti collegati all’uso dei combustibili fossili.

Le misure dovranno essere comunicate dopo l’adozione: flessibilità entro il Patto di stabilità

Bruxelles è pronta ad aiutare l’Italia a sfruttare la flessibilità fiscale europea per difesa ed energia, ma pone un limite preciso sui sussidi ai combustibili fossili. La Commissione Ue ha risposto al governo italiano sull’utilizzo della clausola nazionale di salvaguardia (Nec), il meccanismo che consente, a determinate condizioni, di discostarsi temporaneamente dai vincoli di spesa previsti dalle regole europee.

Secondo quanto appreso dall’Ansa a Bruxelles, l’intenzione dell’esecutivo comunitario è quella di permettere all’Italia di trarre il massimo vantaggio possibile dalla clausola, nel rispetto delle condizioni previste. Il confronto tra Roma e Bruxelles sarebbe già entrato nel dettaglio delle singole misure, anche se spetterà al governo italiano comunicare alla Commissione gli interventi esatti una volta adottati.

Restano esclusi i sussidi collegati all’utilizzo dei combustibili fossili, che non potranno beneficiare della flessibilità prevista dal meccanismo. La Commissione ha inoltre chiarito che gli eventuali margini di spesa aggiuntivi dovranno rimanere nell’ambito delle regole esistenti del Patto di stabilità.

La risposta di Bruxelles non equivale quindi a un’autorizzazione definitiva delle singole misure. Il governo dovrà prima adottarle e successivamente comunicarne il contenuto alla Commissione europea.

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Ex Ilva, chiesti i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli: nel mirino emissioni e quote CO2

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento prodotto dalle emissioni dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024 e sulle presunte irregolarità nella gestione delle quote di anidride carbonica. La richiesta riguarda anche Alessandro Labile, dirigente dello stabilimento, e Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra.

Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre gli interrogatori preventivi dei tre indagati, prima di decidere sull’eventuale applicazione delle misure cautelari. Al centro dell’indagine ci sono le emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto e la gestione delle quote Ets, il sistema europeo che regola lo scambio dei diritti di emissione di CO2.

Ex Ilva, dai picchi di benzene alla presunta truffa sulle quote CO2

L’inchiesta affonda le radici nelle verifiche sulle emissioni dell’acciaieria. Già nel marzo 2024 Morselli aveva ricevuto un avviso di proroga delle indagini avviate dopo un esposto relativo ai picchi di benzene registrati nello stabilimento. Nel luglio dello stesso anno erano poi scattati perquisizioni e sequestri nell’ambito degli accertamenti su una presunta truffa ai danni dello Stato legata alle quote di CO2. Successivamente erano arrivati gli avvisi di garanzia per l’ex amministratrice delegata e altri dirigenti, consulenti e dipendenti.

Tra le ipotesi di reato contestate figurano associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento, disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Secondo la ricostruzione della Procura, una manutenzione carente degli impianti avrebbe contribuito a provocare emissioni potenzialmente dannose per la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Morselli, anche Milano indaga sull’ex amministratrice delegata

Per Lucia Morselli il procedimento tarantino non è l’unico fronte giudiziario aperto. L’ex amministratrice delegata è coinvolta anche in un’inchiesta per bancarotta fraudolenta della Procura di Milano, avviata dopo una relazione presentata dai commissari straordinari dell’ex Ilva. Le due indagini riguardano profili differenti della gestione di Acciaierie d’Italia: da una parte le presunte responsabilità ambientali e le irregolarità sulle quote di emissione, dall’altra gli aspetti economico-finanziari oggetto degli accertamenti milanesi.

La prossima tappa dell’inchiesta di Taranto è dunque fissata per il 3 novembre, quando Morselli, Labile e Astorri saranno ascoltati dal gip. Solo successivamente il giudice si pronuncerà sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura. Per tutti gli indagati resta ferma la presunzione di innocenza.

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Redditi in aumento, ma più famiglie non arrivano a fine mese: 5,4 milioni in povertà assoluta

In Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione residente. Il dato, riferito al 2025, rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma evidenzia un peggioramento nel lungo periodo. Secondo il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, nel 2014 la povertà assoluta interessava il 6,9% dei residenti. Nell’arco di undici anni l’incidenza è quindi aumentata di 2,4 punti percentuali.

Povertà assoluta in Italia, 5,4 milioni di persone nel 2025

I dati Istat mostrano che nel 2025 l’8% delle famiglie residenti si trova in povertà assoluta, una quota stabile rispetto al 2024. Considerando le singole persone, il fenomeno interessa il 9,3% della popolazione, per un totale superiore a 5,4 milioni di individui.

La povertà assoluta viene misurata sulla base della capacità di una famiglia di sostenere le spese necessarie per acquistare beni e servizi essenziali e mantenere condizioni di vita considerate adeguate.

Il confronto storico evidenzia un aumento significativo. Nel 2014 la povertà assoluta colpiva il 6,9% della popolazione, contro il 9,3% del 2025. Secondo l’Istat, nel periodo considerato il fenomeno ha registrato una diminuzione soltanto nel 2019, mentre gli aumenti più rilevanti si sono verificati nel 2020 e nel 2022.

Nel primo caso hanno inciso le conseguenze della pandemia, mentre nel secondo l’accelerazione dell’inflazione ha pesato soprattutto sulle famiglie con minori disponibilità economiche.

Povertà assoluta più alta al Sud, il confronto con Nord e Centro

Le condizioni economiche cambiano sensibilmente tra le diverse aree del Paese. Nel 2025 il Mezzogiorno presenta l’incidenza più elevata di povertà assoluta, pari all’11,5%, sebbene il dato sia diminuito rispetto al 12,5% registrato nel 2024.

Al Nord la percentuale si attesta all’8,5%, in lieve calo rispetto all’8,8% dell’anno precedente. La situazione più favorevole si osserva nel Centro, dove la quota di persone in povertà assoluta è del 7,4%, contro il 7,6% del 2024.

Un altro indicatore utilizzato dall’Istat è il rischio di povertà, che misura la quota di persone con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% del valore mediano nazionale.

Questo parametro è diverso dalla povertà assoluta, perché considera il reddito familiare rispetto alla distribuzione dei redditi della popolazione. Nel 2025 il rischio di povertà interessa il 32,1% dei residenti nel Mezzogiorno, una percentuale più di tre volte superiore al 10,4% registrato al Nord.

Nel Centro il valore è del 15,1%, mentre la media nazionale si attesta al 18,6%, sostanzialmente stabile rispetto al 18,9% del 2024. Le differenze sono particolarmente evidenti anche a livello regionale.

In Sicilia il rischio di povertà raggiunge il 38,4%, in Campania il 35,6% e in Calabria il 32,8%. Le tre regioni superano quindi il 30% e presentano valori nettamente superiori alla media italiana.

Rischio di povertà, Italia al 21° posto nell’Ue

Il confronto internazionale mostra una situazione italiana meno favorevole rispetto alla media europea. Secondo i dati Eurostat riportati nel Bes 2026, il 22,6% della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale, contro una media del 20,9% nell’Unione europea. L’Italia occupa il 21° posto tra i 27 Stati membri, considerando l’ordinamento dal valore più basso a quello più elevato dell’indicatore.

Il parametro europeo comprende tre dimensioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e sociale e bassa intensità lavorativa delle famiglie. Nel confronto con gli altri Paesi, l’Italia presenta una percentuale superiore a quelle di Germania e Francia, entrambe vicine alla media europea, ma inferiore alla Spagna, dove il valore raggiunge il 25,7%. La Repubblica Ceca registra il dato più basso, pari all’11,5%, mentre la Bulgaria presenta quello più elevato, con il 29%.

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Diesel a 1,16 euro senza le accise, in Italia le tasse sono tra le più alte d’Europa

Il prezzo di diesel e benzina continua a rimanere sopra la media, con la benzina che tocca anche i 2,042 euro al litro e il diesel a 2,302 euro al litro in autostrada. Da mesi il prezzo riusciva a mantenersi sotto la soglia dei due euro o a superarla leggermente grazie agli interventi del governo Meloni, prima con il taglio delle accise, poi con il tetto ai prezzi.

Da febbraio, da quando è scoppiata la crisi di Hormuz, il prezzo del petrolio è aumentato di circa due terzi (66% circa) e, sebbene il valore del greggio non corrisponda esattamente a quello di benzina e diesel, ne influenza il prezzo. Parte del costo è condizionata da altri fattori, come le tasse. Quanto ci costerebbe il carburante senza di esse?

Le tasse sul gasolio più alte d’Europa

Secondo gli ultimi dati della Commissione Europea, in Italia si pagano tasse sul gasolio più alte che in tutto il resto d’Europa. La somma di accise e IVA fa spendere circa 1,08 euro al litro solo di imposte, ovvero il 48% del prezzo.

Guardando al prezzo medio del diesel in Italia, ovvero 2,261 euro al litro sulla rete nazionale, risulta essere il settimo prezzo più alto in assoluto.

Il prezzo italiano viene superato da quello (in ordine crescente) di:

  • Germania;
  • Francia;
  • Belgio;
  • Paesi Bassi;
  • Danimarca;
  • Finlandia.

Come sarebbero i prezzi senza tasse?

Il risultato però cambia se si guarda ai prezzi senza le tasse. In questa ipotesi, anche se la testa della classifica rimane simile, il fondo cambia molto. In Italia il diesel costerebbe appena 1,166 euro al litro. Il prezzo più basso resterebbe solo a Malta, dove c’è un regime speciale di prezzi e il gasolio senza imposte costerebbe quindi appena 0,55 euro al litro.

Ricordiamo infatti che l’importo delle tasse sul diesel in Italia pesa per 1,077 euro per ogni litro. La media della zona euro è di 85,6 centesimi al litro di tasse. La media europea è quindi di circa 0,22 euro in meno rispetto all’Italia.

Dove ci sono le tasse più basse?

Secondo quanto registrato nell’Unione Europea, il livello più alto di tasse si registra in:

  • Italia con 1,077 euro al litro;
  • Danimarca con 1,070 euro al litro;
  • Finlandia con 1,024 euro al litro;
  • Belgio con 1,008 euro al litro;
  • Francia con 0,998 euro al litro.

Tasse più basse si riscontrano invece in:

  • Polonia con 45,6 centesimi al litro;
  • Spagna con 50,7 centesimi al litro.

Al momento, per fare un confronto, in Spagna il diesel si paga 1,888 euro, mentre in Italia il prezzo medio oscilla in queste settimane sui 2,244 euro. In Spagna senza le tasse il gasolio costerebbe 1,382 euro al litro, mentre in Italia 1,166 euro al litro.

In Italia le tasse sul diesel valgono il 48% del prezzo finale, il secondo dato più alto in Europa (la media è del 39,1%).

Quali tasse si pagano su benzina e diesel?

In Italia esistono due tipi di tasse: le accise, ovvero l’imposta fissa, e l’IVA, ovvero l’imposta sul valore aggiunto.

Il prezzo esposto al distributore è formato però da tre componenti principali:

  • il prezzo industriale, che si suddivide in costo del prodotto (valore di mercato che risente della quotazione del greggio e del cambio euro-dollaro), costo della logistica e della distribuzione e margine di guadagno;
  • l’accisa, l’imposta fissa per l’idrocarburo stabilita per legge;
  • l’IVA, aliquota del 22% calcolata sull’intero importo.

Si parla spesso delle 19 accise storiche, una serie di tasse su eventi come la guerra d’Etiopia, l’alluvione di Firenze e il terremoto dell’Irpinia. In realtà alcune sono state revocate già da quasi 100 anni, mentre altre sono state accorpate con il Testo Unico delle Accise.

È vero, però, che alcuni eventi hanno portato all’aumento dell’aliquota complessiva, che ad oggi non rappresenta più voci separate; tra questi risultano la ricostruzione post disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il terremoto del Belice, ma anche la missione di pace in Libano, il decreto Salva Italia e l‘emergenza terremoti in Emilia-Romagna del 2012.

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Milano, dopo le violenze Mazzali (FI) rilancia sui giovani: “Il futuro non si governa con gli slogan, serve una legge”

Le violenze nelle piazze vanno condannate senza ambiguità, ma la risposta della politica non può fermarsi all’ordine pubblico. È questa la posizione di Barbara Mazzali, consigliera regionale della Lombardia di Forza Italia, che interviene dopo i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano e le nuove mobilitazioni dello scorso fine settimana. Al centro della sua proposta c’è il progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), già avviato all’esame della Commissione regionale, con l’obiettivo di misurare le conseguenze delle decisioni politiche sul futuro dei giovani. “Il futuro non si governa con gli slogan”, sostiene Mazzali, che punta a introdurre uno strumento concreto per valutare gli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni, dall’occupazione all’accesso alla casa, fino alla formazione e alla sostenibilità economica.

Mazzali: “Le violenze sono inaccettabili, ma fermarsi all’ordine pubblico sarebbe un errore”

La consigliera azzurra parte dagli episodi che hanno segnato le ultime settimane a Milano e in altre città italiane. Devastazioni, aggressioni alle forze dell’ordine e violenze non possono trovare giustificazione nel disagio sociale, ribadisce, sottolineando la necessità di rispettare le regole della convivenza civile. Ma limitarsi alla condanna, secondo Mazzali, significherebbe ignorare una questione più profonda. “Sarebbe un errore fermare tutta la nostra analisi alla sola questione dell’ordine pubblico”, osserva. Al di là di chi sceglie deliberatamente la violenza, infatti, esiste un disagio generazionale che le istituzioni hanno il dovere di affrontare.

Lavoro precario, stipendi insufficienti, difficoltà nell’accesso alla casa e impossibilità di raggiungere una reale autonomia economica sono alcuni dei problemi che, secondo la consigliera, alimentano l’incertezza delle nuove generazioni. Questioni che richiedono risposte strutturali e non soltanto interventi legati alle emergenze.

Milano rappresenta un paradosso: capitale economica, ma inaccessibile ai giovani

È proprio Milano, secondo Mazzali, a rappresentare uno dei paradossi più evidenti. Una città capace di attrarre investimenti internazionali, grandi imprese, università e capitali, ma nella quale anche un giovane lavoratore può trovarsi nell’impossibilità di sostenere il costo di un’abitazione. “Che valore ha una crescita economica se una parte delle nuove generazioni rischia di restarne esclusa?”, si domanda la consigliera regionale.

Il problema, sottolinea, non riguarda soltanto le condizioni sociali dei giovani, ma anche la competitività economica della Lombardia. Ritardare l’indipendenza economica, l’acquisto di una casa e la formazione di una famiglia significa incidere sui consumi, sulla natalità e sulla capacità del territorio di trattenere i talenti. Per questo, secondo Mazzali, le politiche regionali devono essere valutate non soltanto per i risultati immediati, ma anche per le conseguenze che produrranno nei prossimi dieci o vent’anni.

La proposta di Mazzali: un Osservatorio per misurare il futuro dei giovani

La risposta della consigliera di Forza Italia passa dal progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale, con cui la Lombardia punta a diventare la prima Regione italiana a istituire un Osservatorio dedicato agli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni. Il provvedimento prevede indicatori oggettivi, una Scheda VIG per valutare preventivamente l’impatto delle principali decisioni regionali e un sistema di monitoraggio per verificarne successivamente i risultati.

Le analisi riguarderebbero diversi ambiti: occupazione, accesso all’abitazione, natalità, mobilità sociale, formazione, servizi e sostenibilità economica e ambientale. L’obiettivo è comprendere in anticipo come una scelta urbanistica, un investimento infrastrutturale o una politica industriale possano influenzare le opportunità delle generazioni future. Previsto anche il coinvolgimento di università, associazioni giovanili, enti territoriali e mondo produttivo, chiamati a contribuire alla costruzione delle politiche rivolte ai giovani. “Non un nuovo apparato burocratico”, precisa Mazzali, ma uno strumento per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, utilizzando competenze e risorse già disponibili.

Mazzali chiede tempi rapidi: “La questione generazionale non diventi uno scontro ideologico”

La consigliera auspica ora un’accelerazione dell’iter legislativo e un confronto tra le diverse forze politiche. La questione generazionale, sostiene, non dovrebbe diventare terreno di contrapposizione ideologica, perché riguarda direttamente la tenuta economica e sociale della Lombardia. Mazzali riconosce che una legge non potrà risolvere da sola le difficoltà di un’intera generazione, ma ritiene che possa modificare il modo in cui le istituzioni valutano e assumono la responsabilità delle proprie scelte.

“La sicurezza è un dovere dello Stato. Creare le condizioni perché i giovani possano costruirsi un futuro è una responsabilità della politica”, sottolinea, ribadendo la necessità di affiancare alla tutela dell’ordine pubblico interventi capaci di offrire prospettive concrete. Il punto, conclude la consigliera, è non giudicare le decisioni politiche soltanto per i risultati ottenuti durante una legislatura, ma soprattutto per le opportunità che lasceranno alle generazioni successive. “Non possiamo continuare a chiedere ai giovani di avere fiducia nel futuro senza preoccuparci di misurare quale futuro stiamo effettivamente costruendo per loro”.

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Salvini, il day after della riconferma parte male: Matone lascia la Lega e va in Forza Italia

Simonetta Matone lascia la Lega e approda in Forza Italia. La deputata romana, ex magistrato di Cassazione, non si è presentata al congresso federale di Milano che ieri ha riconfermato Matteo Salvini alla guida del partito e decide di entrare nel partito azzurro dopo settimane di malessere per la gestione del ministro delle Infrastrutture.

Il passaggio arriva in un momento delicato per il Carroccio. Al congresso Salvini è stato rieletto segretario per la quarta volta con 465 voti, circa il 76%, contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia, e resterà in carica fino al 2030. Nella stessa assise il partito ha cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando la stagione della “Lega Salvini premier”, e ha rilanciato una linea dura sullo stop agli aiuti a Kiev. Salvini è stato messo in discussione per aver rincorso Vannacci a destra.

Nata a Roma nel 1953, Matone ha alle spalle una lunga carriera in magistratura: per diciassette anni pubblico ministero al Tribunale per i minorenni, poi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e presidente di sezione della Cassazione. È stata inoltre capo di gabinetto al ministero per le Pari Opportunità guidato da Mara Carfagna. Il suo ingresso in politica risale alle comunali di Roma del 2021, quando diventò capogruppo della Lega in Campidoglio.

Eletta alla Camera nel 2022, siede in Commissione Giustizia ed è stata tra i volti più presenti del partito nei talk show, oltre che tra le sostenitrici del sì al referendum sulla riforma della magistratura. Matone è uno dei volti liberali del partito. Per la Lega si tratta di un’uscita che pesa sul fronte romano. Per Forza Italia, di un rafforzamento sui temi della giustizia.

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Tumori, in Italia e in Europa si muore di meno: cure innovative e prevenzione fanno la differenza

Ogni anno, in Europa, sono 2,7 milioni i nuovi casi di cancro, pari a 5 ogni minuto. Dall’altro lato, grazie alle campagne di prevenzione e a cure sempre più efficaci, dal 1988 a oggi sono stati evitati circa 7,3 milioni di decessi oncologici nell’Unione Europea. Nel 2026 sono stimate circa 1.230.000 morti per tumore, con una diminuzione del 7,8% per gli uomini e del 5,9% per le donne rispetto al periodo 2020-2022.
Lo ricordano gli esperti dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), segnalando come la strada da fare sia ancora lunga.

Si stima che in Europa il 5% della popolazione abbia affrontato una diagnosi di tumore, per un totale di 23,7 milioni di persone. In Italia vivono 4 milioni di cittadini dopo la diagnosi di cancro. Nel 2025, nel nostro Paese, sono stati stimati circa 390.000 nuovi casi. In numerose neoplasie i tassi di sopravvivenza e guarigione sono in aumento. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito. Per migliorare ulteriormente questi risultati, è fondamentale investire nella ricerca e nei programmi di prevenzione.

I numeri che fanno sperare e riflettere

Il carcinoma polmonare nei maschi fa registrare la diminuzione più consistente (-22,5%). L’innovazione non si traduce solo in vite salvate, ma anche nella possibilità di reinserire nel tessuto sociale e produttivo le persone che hanno vissuto l’esperienza del cancro. In Europa infatti, i costi indiretti, legati soprattutto alla perdita di produttività determinata dalla malattia, sono diminuiti del 16% in circa 30 anni, da 97 miliardi di euro nel 1995 a 82 miliardi nel 2023. Per quanto riguarda il calo dei decessi per cause oncologiche nella popolazione maschile, il merito va soprattutto alla diminuzione dell’abitudine tabagica negli uomini.

Viste le buone notizie, con margini di miglioramento ancora da esplorare, restano però criticità nell’accesso alle terapie innovative. Nel Vecchio Continente, in media, viene reso disponibile solo il 51% dei nuovi farmaci approvati dall’ente regolatorio europeo (EMA) e servono 655 giorni per accedervi (nel 2025).

Il nostro Paese presenta dati migliori, anche se i tempi sono ancora troppo lunghi. L’Italia, infatti, garantisce l’accesso all’89% dei farmaci anticancro approvati da EMA e, in questa classifica, è seconda in Europa dopo la Germania (91%) (Austria 86%; Spagna 73%; Francia 68%). Nel nostro Paese, però, devono trascorrere 470 giorni, cioè circa 15 mesi, per la disponibilità delle nuove cure.
Come segnala Massimo Di Maio, Presidente AIOM,

“le terapie innovative non migliorano solo la sopravvivenza, ma favoriscono anche il ritorno al lavoro e alla vita sociale. La riduzione dei costi indiretti del cancro è un risultato molto importante, determinato da cure sempre più efficaci, che devono essere disponibili per tutti i pazienti, perché si possa parlare di equità nell’innovazione. In un anno si sono allungati di oltre 2 mesi in Europa e di circa un mese in Italia i tempi per disporre dei nuovi farmaci anticancro. Nel 2024 in Europa servivano in media 586 giorni, nel nostro Paese 441. In Italia restano ancora criticità legate alle procedure burocratiche e amministrative perché, dopo l’approvazione della rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, in alcune Regioni è necessario attendere l’inserimento nei Prontuari Terapeutici Regionali. E ulteriori ritardi possono essere causati dalle gare regionali e dalla necessità di inclusione anche nei Prontuari Terapeutici Ospedalieri”.

L’impatto della politica

In 10 anni (2014 – 2023), in Europa, la spesa per i farmaci anticancro è aumentata da 24,9 miliardi di euro a 64,3 miliardi. Questa crescita è stata trainata da una combinazione di effetti legati ai prezzi e all’incremento del numero di casi di tumore. L’Italia sostiene il 14% della spesa europea per i farmaci oncologici e si colloca al terzo posto dopo Germania (19%) e Francia (19%). Ma per il futuro potrebbero esserci impatti anche dalle scelte di macroeconomia e di politica che potrebbero giocare un ruolo importante.

I tempi per accedere alle nuove cure potrebbero essere ulteriormente dilazionati a causa della clausola della “nazione più favorita” (MFN, Most Favored Nation), stabilita dall’amministrazione statunitense, che prevede di ridurre i prezzi dei farmaci americani allineandoli a quelli più bassi di altri Paesi, compresa l’Italia. Il provvedimento rischia di dilatare ulteriormente i tempi e di generare pesanti ripercussioni sull’assistenza oncologica nel nostro Paese. Le aziende farmaceutiche, infatti, potrebbero decidere di ritardare il lancio di nuove terapie oncologiche innovative in Europa e in Italia o di non renderle del tutto disponibili, per evitare che un prezzo basso locale condizioni o abbassi i ricavi sul più redditizio mercato statunitense.

Meno chemioterapia

Ma come siamo messi sul fronte delle cure? I progressi si vedono, eccome.

“In Europa, la quota della chemioterapia sulla spesa totale di farmaci oncologici è diminuita dal 22% nel 2014 al 6% nel 2023, superata dalle terapie mirate e dalle immunoterapie. Le sole immunoterapie rappresentano oggi il 29% delle uscite. Questi cambiamenti riflettono il crescente impatto dell’oncologia di precisione, che permette di selezionare la cura adatta per il singolo paziente. Il numero di approvazioni da parte di EMA è aumentato significativamente, passando da una media di un nuovo farmaco all’anno nel periodo 1995-2000 a circa 14 all’anno nel 2021-2024. I Paesi dell’Europa occidentale tendono a rimborsare un maggior numero di terapie e a farlo più rapidamente rispetto all’Europa centrale e orientale. Ad esempio, la Germania ha reso disponibile il 91% dei farmaci oncologici approvati dall’EMA nel periodo 2021-2024 entro poco più di 100 giorni, mentre Romania, Estonia, Malta, Slovacchia e Lettonia si fermano a percentuali pari o inferiori al 20% e il tempo di rimborso si attesta intorno ai 1.000 giorni in Lituania, Romania ed Estonia, determinando forti disuguaglianze, che devono essere superate quanto prima”

ricorda Giuseppe Curigliano, Presidente eletto ESMO.

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Una mujer de hace 30.000 años en los Pirineos tenía ancestros de Europa central: el ADN desmonta la Europa dividida de la Edad de Hielo

Hace entre 34.000 y 25.000 años, buena parte de Europa compartía una forma de vivir que los arqueólogos llaman Gravetiense. Se reconoce por sus herramientas de piedra y de hueso, por la manera de enterrar a los muertos y por las figuritas que se tallaban, las llamadas venus, que aparecen desde el oeste hasta la […]

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Spese sanitarie, anziani card da 300 a 500 euro per gli over 75. La proposta

Una card sanitaria da 300 a 500 euro per gli anziani over 75, destinata a coprire alcune spese mediche non sostenute dal Servizio sanitario nazionale. È una delle ipotesi allo studio del Governo per la Legge di Bilancio 2027. La proposta, sostenuta in particolare da Forza Italia e discussa durante l’ultimo vertice dei leader di maggioranza, potrebbe richiedere risorse comprese tra 2,5 e 2,8 miliardi di euro. L’importo del beneficio, i requisiti economici e il numero dei destinatari non sono ancora definiti. La misura dovrà essere valutata in relazione alle risorse disponibili per la Manovra e agli altri interventi previsti dal Governo.

Anziani card 2027, come funzionerebbe il bonus fino a 500 euro

L’ipotesi prevede l’introduzione di un contributo economico destinato agli anziani che devono sostenere spese sanitarie non coperte dal sistema pubblico. Il beneficio potrebbe essere riconosciuto sotto forma di card sanitaria con un importo compreso tra 300 e 500 euro, da utilizzare per determinate prestazioni mediche e acquisti legati alla salute.

La proposta rappresenta una possibile alternativa al sistema del cashback sanitario, che prevederebbe la restituzione di una quota delle somme già pagate per le cure. La card potrebbe risultare accessibile anche agli anziani con redditi bassi che non riescono a beneficiare pienamente delle detrazioni fiscali per mancanza di capienza Irpef.

Non sono ancora state comunicate le modalità operative, né è stato chiarito se il contributo sarà accreditato automaticamente oppure richiederà una domanda.

Chi potrebbe ricevere il bonus sanità 2027: le soglie di reddito

La platea dei possibili beneficiari comprenderebbe gli anziani con almeno 75 anni, individuati sulla base di specifici requisiti economici. Il Governo sta valutando diverse soglie di reddito, dalle quali dipenderanno il numero dei destinatari e l’importo riconosciuto a ciascuno.

Il valore definitivo del contributo dipenderà dal finanziamento complessivo della misura e dai criteri di accesso che saranno stabiliti nella Legge di Bilancio.

Quali spese mediche si potranno pagare con card per gli anziani

Il nuovo contributo dovrebbe essere destinato principalmente alle prestazioni sanitarie che comportano un esborso diretto per gli anziani. Maurizio Casasco, responsabile economico di Forza Italia, ha indicato alcune delle spese che potrebbero essere finanziate attraverso la card. Tra queste figurano “visite odontoiatriche, protesi, sostegno domiciliare, farmaci e ticket sanitari”.

La proposta punta a destinare le risorse “direttamente a sostegno di anziani e fragili”, come spiegato da Casasco. L’elenco delle prestazioni ammesse dovrà essere definito nel dettaglio. Resta quindi da chiarire se saranno previsti limiti per singole categorie di spesa o specifiche condizioni per ottenere il rimborso.

Perché la nuova card potrebbe sostituire il cashback sanitario

La proposta nasce anche dalla necessità di rendere più immediato il sostegno economico alle persone anziane. Attualmente, molte spese sanitarie possono beneficiare di una detrazione Irpef del 19%, generalmente sulla parte che supera la franchigia di 129,11 euro, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa.

Il recupero avviene però attraverso la dichiarazione dei redditi e dipende anche dall’imposta effettivamente dovuta dal contribuente. Chi ha un reddito particolarmente basso potrebbe non riuscire a utilizzare interamente la detrazione. Un contributo diretto consentirebbe invece di sostenere alcune spese senza dover attendere la dichiarazione dei redditi dell’anno successivo.

La possibilità di introdurre questo meccanismo resta comunque subordinata all’approvazione della misura e alla definizione delle modalità di utilizzo. Per finanziare il nuovo sostegno agli anziani, le simulazioni prevedono un impegno economico fino a 2,8 miliardi di euro.

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Perché i saccheggi di Milano hanno attirato più attenzione delle proteste dei camionisti

Qual è la notizia? Sabato 17 e domenica 18 ottobre gruppi di giovani, molti minorenni, hanno devastato diverse zone del centro di Milano. Hanno saccheggiato negozi di abbigliamento e telefonia, fra cui Foot Locker, Decathlon e Vodafone, e il supermercato Carrefour di via Torino, distrutto vetrine e arredi, incendiato cassonetti e aggredito le forze dell’ordine. Confcommercio ha stimato perdite per circa un milione di euro, fra danni alle attività e mancati incassi. Le violenze sono cominciate sabato, poco dopo la partenza del corteo contro il carovita promosso da “Italia in piazza”, una rete nata sui social che ha convocato manifestazioni in diverse città. Nel tardo pomeriggio, poco prima delle 18, gli scontri si sono concentrati in piazza Duomo. I gruppi riunivano ragazzi di origini diverse, arrivati anche dall’hinterland e da altre province lombarde. Gli inviti a ritrovarsi in centro erano circolati su TikTok, Instagram e Telegram. Domenica nuovi appelli hanno richiamato gruppi di giovanissimi in centro, dove sono ricominciati gli assalti ai negozi. Il 21 ottobre il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha riferito alla Camera il bilancio delle due giornate: 343 persone accompagnate in questura, 48 arrestate e 50 denunciate.

Il 23 ottobre è entrato in vigore il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo Meloni. Introduce il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, presume la capacità di intendere e di volere dei ragazzi fra 14 e 17 anni, salvo prova contraria, e autorizza l’invio di altri 500 militari a Milano fino al 31 dicembre. Sempre il  23 ottobre, la Digos, gli uffici della Polizia di Stato che indagano anche sui reati contro l’ordine pubblico, hanno eseguito perquisizioni in 18 città, fra cui Como, Genova e Bari, nell’ambito delle indagini sui disordini del fine settimana. 

Il 24 ottobre migliaia di persone sono tornate a manifestare. A Milano, secondo la Questura, circa quindicimila persone hanno partecipato a un corteo e non si sono ripetuti i saccheggi del fine settimana precedente. I controlli in città hanno portato a cinque arresti, 44 denunce e all’identificazione di 2.921 persone. A Bologna e Torino, invece, ci sono stati scontri. A Bologna il 118 ha portato 19 persone in pronto soccorso e la Questura ha comunicato 24 feriti tra le forze dell’ordine. A Torino almeno due manifestanti sono rimasti feriti e sono stati medicati sul posto. Nella serata del 24 ottobre la procura di Milano ha disposto il fermo di Youssef Siher, ricercatore e giornalista freelance di trent’anni, ritenuto uno degli amministratori dei canali del Movimento 17 ottobre, il gruppo che sui social ha rilanciato le proteste dopo i saccheggi di Milano. Il rapporto fra quei canali e le violenze è al centro delle indagini.

In questi giorni gli autotrasportatori e gli agricoltori hanno protestato in diverse regioni del Sud contro il caro gasolio, le tariffe dei trasporti insufficienti a coprire i costi e i ritardi negli aiuti alle imprese. Il 12 ottobre erano già in corso blocchi sulla statale 16, nel Brindisino, e sulla Bradanica, vicino a Melfi. Il 16 è cominciato il fermo dell’autotrasporto in Sicilia e Calabria, mentre in Campania camion e trattori hanno presidiato i caselli di Caianello, Caserta Sud e Nola. I blocchi hanno impedito le consegne ai supermercati e l’uscita delle autocisterne dai depositi di carburante di Napoli Est. A Napoli e Avellino sono mancati prodotti freschi, latte, pasta e acqua; la carenza di benzina e gasolio ha creato difficoltà anche ad ambulanze, trasporti pubblici e raccolta dei rifiuti. Il 20 ottobre il pastificio Rummo ha comunicato di aver sospeso la produzione per mancanza di materie prime. Il 22 ottobre il governo ha approvato un decreto con circa 175 milioni di nuovi aiuti: 105,2 milioni all’autotrasporto, 60 all’agricoltura e 10 alla pesca. Dopo la sospensione delle agitazioni in Sicilia e Calabria, nella notte fra il 22 e il 23 sono stati rimossi anche i blocchi sulla rete autostradale campana e il presidio al varco Bausan del porto di Napoli.

LaPresse

Prima di iniziare devo capire cosa vuol dire «maranza».
È una parola del gergo giovanile che indica il coatto o il tamarro di periferia. Oggi si usa per definire ragazzi che indossano tute e accessori di marca, spesso contraffatti, e ostentano atteggiamenti da strada. L’origine è incerta. Il deputato della Lega Igor Iezzi ha ripreso l’ipotesi che sia un incrocio fra «marocchino» e «zanza», che nel gergo milanese indica un ladruncolo o un imbroglione. Secondo un’ipotesi dei linguisti Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri, riportata dall’Accademia della Crusca, potrebbe derivare dal meridionale maranza, «melanzana», e aver subìto l’influenza di «marocco» e «marakesch», usati nel gergo giovanile come appellativi dispregiativi per i meridionali. La parola circola comunque dagli anni Ottanta. Jovanotti l’ha usata nella canzone “Il capo della banda” del 1989: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/ Fissati con le moto e coi vestiti americani/ Facciamo tutto ora o al massimo domani/ Picchiamo sul volume e ci spacchiamo le orecchie/ Magari le cambiamo se diventano vecchie».

Come ha fatto una protesta pacifica a diventare un assalto ai negozi?
In una nota riportata da Adnkronos, la Questura di Milano ha descritto gruppi a volto coperto intenzionati a creare disordini fin dall’inizio del corteo. Sabato 17 ottobre, in via Broletto, all’angolo con via San Tomaso, alcuni giovani hanno lanciato sassi, bottiglie e bombe carta contro gli agenti. La polizia ha risposto con le cariche e il corteo si è spezzato. Gli scontri si sono spostati verso Cordusio e piazza Duomo, dove alcuni gruppi hanno attaccato lo schieramento della polizia. In via Torino e corso Italia hanno costruito barricate con transenne, cestini e fioriere. Vicino a San Babila hanno sfondato le vetrine di Foot Locker e portato via la merce. Domenica 18 gli assalti sono ripresi con attacchi rapidi in strade diverse: i gruppi danneggiavano negozi e arredi, si disperdevano all’arrivo degli agenti e si ritrovavano altrove. Le segnalazioni arrivavano da via Torino, corso Magenta e corso Garibaldi, costringendo la polizia a spostare continuamente i reparti.

Chi è questo Siher? È stato lui a organizzare le proteste?

Ha 30 anni ed è nato a Gavardo, in provincia di Brescia. Si è diplomato al liceo scientifico Enrico Fermi di Salò, poi ha studiato Comunicazione e Scienze politiche all’Università Statale di Milano, dove è stato anche componente del Senato accademico. Nel 2024 ha svolto uno stage all’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che ha precisato di non aver più collaborato con lui da allora. Ha scritto per il sito del “Fatto Quotidiano”, occupandosi di Tunisia, Sudan e Mar Rosso, e ha firmato un articolo sul Pakistan per “Il Foglio” nel 2022. Il 24 ottobre la polizia lo ha portato in questura. In serata la procura ne ha disposto il fermo e Siher è stato trasferito al carcere di San Vittore. Le contestazioni riportate dalle fonti giudiziarie sono istigazione a delinquere aggravata, associazione con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Anche la moglie, Sagia Hammoud, mediatrice interculturale di 32 anni, è indagata a piede libero per istigazione a delinquere. Secondo gli investigatori, i due amministravano il canale Telegram e il profilo Instagram del “Movimento 17 ottobre”, dai quali sono state promosse nuove mobilitazioni dopo i saccheggi. Il loro eventuale ruolo nell’organizzazione delle violenze del 17 e 18 ottobre resta da accertare: gestire quei canali e aver diretto i saccheggi sono due responsabilità diverse, che gli investigatori devono ricostruire.

Ho letto da qualche parte che c’entra la Russia. È vero?
Il 20 ottobre, intervenendo a Roma al Defense Procurement Forum, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri il risultato di una «guerra ibrida». Ha parlato di «qualcuno» che la conduce nei paesi occidentali attraverso «strumenti non convenzionali», citando TikTok, YouTube e gli altri social, senza indicare esplicitamente un paese. Il giorno dopo, il 21 ottobre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che gli investigatori non avevano ancora prove materiali certe di una regia esterna. Il Corriere della Sera, citando le indagini del comando interforze Intel, ha riferito dell’ipotesi di un coordinamento fra il Movimento 17 ottobre e gruppi di hacker filorussi, in particolare Noname057(16), per affiancare alle proteste del 24 ottobre attacchi informatici contro siti istituzionali. Secondo la stessa ricostruzione, il 23 ottobre Noname e Dark Storm Team avrebbero pubblicato messaggi di sostegno alle manifestazioni in Italia e in Francia.

Chi sono i ragazzi fermati a Milano?
Soprattutto adolescenti e giovanissimi. Alcuni vivono nei quartieri popolari di Milano, molti arrivano dall’hinterland e da altre province lombarde, fra cui Bergamo, Como, Lecco e Monza e Brianza. Ci sono ragazzi di seconda generazione, nati o cresciuti qui in famiglie originarie di Marocco, Pakistan e Albania, e giovani con genitori italiani di nascita. Tra le 271 persone portate in questura domenica 18 ottobre, 211 avevano cittadinanza italiana e 60 straniera. Ma il dato che colpisce di più è l’età: 220 erano minorenni. Prevalentemente di quindici e sedici anni, anche se nei giorni successivi i carabinieri di Milano hanno identificato addirittura un bambino di undici anni. 

Che cosa rischiano?
Un adulto che sfonda una vetrina per rubare la merce rischia da due a sei anni di carcere per furto aggravato. Se usa violenza o minacce contro una persona per rubare, tenersi la merce o fuggire immediatamente dopo, commette una rapina, punita da cinque a dieci anni. La pena sale da sei a vent’anni se agisce insieme ad altre persone, a volto coperto o con armi. L’accusa più grave contestata ad alcuni degli arrestati a Milano è devastazione e saccheggio: prevede da otto a quindici anni, con un aumento quando il reato avviene durante una manifestazione in luogo pubblico. Riguarda distruzioni e razzie che, per ampiezza e modalità, mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità collettiva. Fra le contestazioni ci sono anche resistenza aggravata a pubblico ufficiale, da sei mesi a quindici anni, e lesioni, da due a cinque anni. Quando più reati fanno parte di un unico piano, il giudice parte dalla pena per quello più grave e la aumenta per gli altri. I filmati potranno aiutare a ricostruire gli episodi. Nei processi l’accusa dovrà dimostrare che cosa ha fatto ciascuno e quale contributo consapevole abbia dato alle violenze. 

E i minorenni?
Per i minorenni fra quattordici e diciassette anni la legge prevede una riduzione della pena, dopo averne accertato la capacità di intendere e di volere. Chi ha meno di quattordici anni non può ricevere una condanna penale. Il tribunale può però disporre un percorso educativo seguito dai servizi sociali, con attività di volontariato e sostegno ai genitori (controllare che frequenti la scuola, stabilire regole in famiglia e verificare che le rispetti). Se questi interventi risultano insufficienti, può disporre il trasferimento temporaneo in una comunità educativa, dove il ragazzo vive sotto la supervisione degli educatori.

Che cosa cambia, concretamente, con il nuovo decreto sicurezza?
Il governo ha introdotto un nuovo reato nel codice penale: «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». Punisce con due-cinque anni di carcere e una multa da 10 mila a 20 mila euro chi, durante una manifestazione, partecipa a un gruppo organizzato di almeno cinque persone e usa mazze, bastoni o altri strumenti offensivi, oppure lancia oggetti o materiale pirotecnico, creando un pericolo concreto per le persone e provocando danni alle cose. Le pene aumentano se si agisce a volto coperto. Per chi organizza o promuove il gruppo, oppure istiga quelle violenze anche online, sono previsti quattro-dodici anni. La norma si applica se il fatto non costituisce un reato più grave. Il decreto introduce anche nuove aggravanti: per esempio, aumenta da un terzo alla metà la pena per il danneggiamento commesso da un gruppo organizzato di almeno cinque persone.

Solo questo?
No. Il decreto estende l’arresto in flagranza differita ad altri reati, fra cui devastazione e saccheggio, e ai minorenni. Se immagini o documenti mostrano inequivocabilmente il reato e il suo autore, la polizia può arrestarlo appena lo identifica, comunque entro 48 ore dal fatto. Il decreto amplia anche il trattenimento preventivo: durante specifiche operazioni in luoghi affollati, anche fuori dalle manifestazioni, la polizia può portare nei propri uffici chi, sulla base di elementi concreti, potrebbe mettere in pericolo la sicurezza. Può trattenerlo per il tempo necessario agli accertamenti, fino a dodici ore. Deve avvisare subito il pubblico ministero, che ordina il rilascio se mancano i presupposti. Infine il decreto introduce il divieto di ritrovarsi con determinate persone in determinati luoghi, ma solo in caso di requisiti specifici.

Cioè non posso andare a cena con i miei amici?
Puoi. A meno che il tuo gruppo di amici, composto da almeno cinque persone, abbia tenuto comportamenti violenti, intimidatori o gravemente molesti in un luogo pubblico o aperto al pubblico e il questore ti abbia imposto il divieto. Per farlo, il questore deve verificare anche che tu abbia ricevuto, nei cinque anni precedenti, uno dei provvedimenti di prevenzione indicati dalla legge oppure una condanna, anche non definitiva, per reati contro la persona o il patrimonio commessi in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Il questore deve specificare con chi non puoi ritrovarti e dove, eventualmente indicando anche le fasce orarie. Il divieto dura al massimo un anno e può riguardare anche ragazzi dai quattordici anni.

Quindi useranno queste nuove pene contro chi ha saccheggiato Milano?
Non per i fatti del 17 e 18 ottobre. Il decreto è entrato in vigore il 23 ottobre: i nuovi reati e gli aumenti di pena non possono essere applicati a comportamenti precedenti. È il principio di irretroattività della legge penale sfavorevole. Per quegli episodi valgono i reati e le pene già previsti quando sono avvenuti.

Ma allora perché il governo ha approvato il decreto, se i saccheggi erano già punibili?
Per punire più severamente alcuni comportamenti futuri e ampliare gli strumenti di prevenzione. L’associazione Antigone critica questa scelta: il governo risponde spesso ai fatti di cronaca con nuovi reati e pene più alte, anche per condotte già punibili. Secondo il rapporto pubblicato il 19 maggio, a quella data erano stati introdotti dall’inizio della legislatura oltre 55 nuovi reati e oltre 65 aumenti di pena.

Dimmene tre.
Dopo il rave di Modena del 29-31 ottobre 2022, il governo ha introdotto pene da tre a sei anni per chi organizza o promuove l’invasione di terreni o edifici altrui per raduni musicali, quando le violazioni delle norme su droghe, sicurezza o igiene creano un concreto pericolo per le persone. Dopo il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, il governo ha introdotto un nuovo reato per chi favorisce l’immigrazione irregolare attraverso trasporti pericolosi o trattamenti inumani o degradanti: la pena di base va da venti a trent’anni se ne deriva la morte di più persone. Nel settembre successivo, dopo gli stupri di gruppo a Caivano, ha sostituito con il carcere l’ammenda per l’inosservanza dell’obbligo scolastico: fino a due anni per la mancata iscrizione e fino a uno per le assenze ingiustificate che eludono l’obbligo. Ne risponde chi deve garantire l’istruzione del minore e, senza giustificazioni, non provvede neppure dopo l’ammonimento del sindaco.

Chi ripaga i negozianti?
I negozianti possono chiedere il risarcimento a chi ha causato i danni e, se è minorenne, anche ai genitori. Lo prevedeva già il codice civile. I genitori possono evitare di risponderne se dimostrano di non aver potuto impedire il fatto, pur avendo educato adeguatamente il figlio e vigilato su di lui. Il nuovo decreto aggiunge una sanzione amministrativa ai genitori per determinati reati dei figli: da 500 a mille euro, da mille a duemila se il figlio ripete la condotta. Il genitore può evitarla dimostrando di non aver potuto impedire il fatto. La sanzione va allo Stato e si aggiunge all’eventuale risarcimento dovuto al danneggiato. Il decreto facilita inoltre la richiesta di risarcimento. Il negoziante può usare il provvedimento con cui il prefetto sanziona il genitore, i relativi atti e una valutazione tecnica dei danni per chiedere al giudice un decreto ingiuntivo: un ordine di pagamento provvisoriamente esecutivo, che permette di avviare il recupero dei soldi senza aspettare la conclusione di una causa ordinaria. Per i danni ai beni pubblici, il prefetto può ordinare direttamente ai genitori il risarcimento. Ottenere un ordine di pagamento non significa necessariamente recuperare i soldi: chi deve pagare deve avere denaro o beni su cui il danneggiato possa rivalersi. E ripeto: le nuove sanzioni amministrative non si applicano ai fatti precedenti al 23 ottobre

L’ordine pubblico a Milano dipende dal sindaco Beppe Sala o dal governo?
Dalle autorità statali. Il ministro dell’Interno dirige e coordina la sicurezza pubblica a livello nazionale; nella provincia il prefetto coordina le forze disponibili e il questore dirige le operazioni, compresi i servizi durante i cortei. Il sindaco partecipa al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e collabora attraverso la polizia locale, ma non comanda i reparti di polizia e carabinieri.

I cinquecento militari inviati a Milano possono arrestare persone?
In alcuni casi sì, con i poteri che hanno già. Come qualsiasi cittadino, possono arrestare una persona colta in flagranza di un reato perseguibile d’ufficio per cui la polizia ha l’obbligo di arresto. Devono poi consegnarla subito agli agenti. Il decreto non attribuisce invece ai soldati le funzioni di polizia giudiziaria, necessarie per svolgere indagini e compiere gli arresti riservati a chi esercita quelle funzioni. Secondo un retroscena del Corriere della Sera, Crosetto aveva proposto di ampliare i loro poteri, ma il Quirinale, Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani si sarebbero opposti, anche per le perplessità sulla formazione dei soldati in materia. I cinquecento militari aggiuntivi già operativi dal 24 ottobre opereranno fino al 31 dicembre 2026 nell’ambito di Strade sicure, l’operazione avviata il 4 agosto 2008. Sorvegliano luoghi sensibili e pattugliano il territorio, permettendo di destinare più agenti ad altri servizi, compreso l’ordine pubblico. Possono chiedere i documenti, identificare le persone e, nei casi consentiti dalla legge, perquisire sul posto persone e veicoli. Possono anche accompagnare qualcuno negli uffici di polizia per completare gli accertamenti. Il decreto non assegna loro il compito di gestire i cortei come reparti antisommossa.

Non ho capito: chi sono gli autotrasportatori e perché hanno protestato proprio adesso?
Sono le imprese e i lavoratori che trasportano merci su strada per conto dei clienti. La categoria comprende grandi aziende, piccole ditte e lavoratori autonomi che possiedono e guidano il proprio camion. Hanno protestato soprattutto per il prezzo del gasolio, aumentato con la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran. Se il compenso per un viaggio resta uguale ma il carburante costa di più, l’impresa guadagna meno o lavora in perdita. Chiedono quindi aiuti e tariffe che seguano l’aumento dei costi.

Non potrebbero semplicemente aumentare il prezzo dei trasporti?
Dipende dal contratto e dalla possibilità di far rispettare gli adeguamenti. Un piccolo trasportatore che lavora per un grande committente non può sempre imporre una tariffa più alta senza rischiare di perdere il lavoro.

Perché protestano ora? La guerra in Iran è scoppiata otto mesi fa.
In realtà si erano già mobilitati. Unatras, che riunisce diverse associazioni nazionali degli autotrasportatori, aveva proclamato un fermo dal 25 al 29 maggio, poi lo aveva sospeso dopo un accordo con il governo. A ottobre i trasportatori hanno denunciato ritardi negli aiuti promessi e nell’attuazione di quegli impegni. Intanto la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran ha fatto aumentare il prezzo del gasolio. I trasportatori pagano il carburante subito: se i clienti continuano a pagare la stessa tariffa per un viaggio, il rincaro riduce o cancella il guadagno. Confindustria Catania ha stimato un aumento di circa 35 centesimi al litro rispetto a febbraio: per mille litri, un’impresa spende 350 euro in più.

Come si passa dai camion fermi ai supermercati vuoti?
I supermercati ricevono consegne continue, soprattutto per i prodotti freschi. Se i camion non arrivano, le scorte si esauriscono; se restano bloccate anche le autocisterne, si fermano i distributori. Le difficoltà raggiungono poi i servizi che usano carburante, dai trasporti pubblici alla raccolta dei rifiuti. Il blocco colpisce anche la produzione: il 20 ottobre Rummo ha comunicato di aver sospeso l’attività per mancanza di materie prime e La Molisana ha riferito di lavorare grazie alle scorte. Le conseguenze, quindi, non riguardano soltanto i supermercati rimasti senza merce.

Perché hanno protestato solo nel Sud Italia?
Non soltanto al Sud: il 21 ottobre camionisti e agricoltori hanno manifestato anche a Ravenna. I blocchi più estesi si sono però concentrati nelle regioni meridionali. Hanno pesato sia l’organizzazione della protesta sia le caratteristiche delle imprese. I fermi sono partiti da coordinamenti regionali e gruppi autonomi, mentre le principali associazioni nazionali non hanno proclamato un fermo comune. Nel Mezzogiorno sono inoltre più presenti piccole imprese e camionisti autonomi: hanno meno risorse per sostenere i rincari e meno forza contrattuale per ottenere tariffe migliori dai clienti. In Sicilia si aggiungono i costi dei traghetti per raggiungere la penisola. Il gasolio rincara per tutti, ma non tutte le imprese riescono ad assorbire gli aumenti allo stesso modo.

Che cosa ha fatto il governo per riaprire le strade?
Il ministero dell’Interno ha disposto interventi per liberare i presidi e scorte di polizia ai trasportatori che volevano consegnare. Nel bilancio del 21 ottobre risultavano 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Il 22 ottobre la Commissione di garanzia sugli scioperi ha chiesto la precettazione per ripristinare le consegne essenziali, segnalando un pericolo grave per salute, sicurezza e libertà di circolazione. La precettazione può imporre determinate prestazioni o limitare la durata del fermo. Richiede però un’ordinanza del governo o del prefetto competente.

Bloccando le strade gli autotrasportatori hanno commesso reati?
Impedire la circolazione con camion o altri ostacoli può costituire blocco stradale: la pena va da uno a sei anni e raddoppia se agiscono più persone, anche non riunite, oppure se usano violenza o minacce. Per chi blocca la strada con il proprio corpo, la legge prevede fino a un mese di carcere o una multa fino a 300 euro; se partecipano più persone riunite, da sei mesi a due anni. Durante i fermi, diversi camionisti hanno denunciato anche intimidazioni per costringerli a non lavorare: pressioni, minacce da persone a volto coperto e pneumatici tagliati. Questi comportamenti possono costituire ulteriori reati, sui quali gli investigatori devono accertare le responsabilità.

Ma è vero che dietro c’è la mafia?
Non è stato ancora accertato. Il 21 ottobre il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida hanno parlato di possibili infiltrazioni criminali. Lollobrigida ha richiamato i precedenti penali di alcuni protagonisti della protesta; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto a prefetti e questori di verificare il rischio. Il 22 ottobre, dopo le segnalazioni dei camionisti, la Procura di Napoli ha disposto accertamenti preliminari. Le verifiche servono a capire chi abbia compiuto le intimidazioni e se esistano collegamenti con la criminalità organizzata. Le denunce, da sole, non dimostrano una regia mafiosa della protesta.

Che cosa ha concesso il governo per fermare la protesta?
Il decreto approvato il 22 ottobre aggiunge 105,2 milioni di euro agli aiuti sul gasolio per gli autotrasportatori: 45,2 milioni per gli acquisti da marzo ad agosto e 60 milioni per quelli dal 1° settembre al 5 ottobre. Le imprese riceveranno un credito d’imposta, cioè una somma da usare per ridurre tasse e contributi da versare. Sono risorse aggiuntive rispetto a quelle già stanziate. Per gli agricoltori il testo prevede 60 milioni di euro, con un contributo pari al 20 per cento della spesa per il carburante, fino a un massimo di 45 centesimi al litro. Per le imprese della pesca stanzia 10 milioni, con un contributo pari al 10 per cento della spesa. In entrambi i casi gli aiuti riguardano gli acquisti dal 1° giugno al 15 ottobre e non devono essere restituiti. Le imprese di autotrasporto iscritte all’Albo potranno inoltre rinviare al 31 marzo 2027 le rate del leasing in scadenza dal 1° novembre a quella data. Il leasing permette di utilizzare un camion pagando rate alla società proprietaria del mezzo. La sospensione lascia più soldi a disposizione dell’impresa nell’immediato: le rate andranno pagate più avanti, il contratto si allungherà e gli interessi resteranno dovuti.

E basta?
Il decreto interviene sui compensi dei viaggi con quello che il governo chiama “metodo spagnolo”. Il ministero dei Trasporti stabilirà parametri per calcolare quanto pesa il carburante sulla tariffa. Nei contratti non scritti, gli autotrasportatori dovranno usare i valori minimi ministeriali e indicare separatamente in fattura la quota legata al gasolio. L’obiettivo è adeguare il compenso ai rincari, facendone sostenere una parte anche al cliente che commissiona il trasporto. 

Questi soldi sono già arrivati?
Bisogna distinguere lo stanziamento, il riconoscimento del credito e la possibilità di usarlo. Una parte della protesta riguarda fondi promessi nei mesi precedenti che le imprese aspettavano ancora di poter utilizzare. Il 22 ottobre Rixi ha annunciato che i primi crediti sarebbero stati disponibili a partire da questa settimana. Le imprese potranno chiedere gli aiuti per il gasolio acquistato fra il 1° settembre e il 5 ottobre dai primi di novembre. Una volta ottenuto, potranno utilizzare il credito d’imposta fino al 31 dicembre 2027. Per il gasolio acquistato da marzo ad agosto, invece, il credito va utilizzato entro il 31 dicembre di quest’anno.

Perché l’accordo non ha fermato subito tutti i blocchi?
Perché le associazioni che hanno trattato con il governo non controllano tutti i presidi. Le undici sigle nazionali dell’Albo hanno accolto positivamente il decreto e avevano chiesto di liberare le strade. Altri trasportatori giudicavano insufficienti gli interventi e chiedevano una riduzione più diretta del prezzo del carburante. La divisione si era già vista in Sicilia: alla revoca del fermo annunciata dal Comitato Trasportatori Siciliani, altri gruppi avevano risposto decidendo di continuare. Un’intesa con i rappresentanti nazionali può sbloccare gli aiuti, ma non spegne automaticamente ogni protesta locale.

Adesso la protesta è finita?
I principali blocchi sono rientrati, ma la vertenza resta aperta. Nella notte fra il 22 e il 23 ottobre sono stati rimossi i presidi sulla rete autostradale campana, nel Casertano e nel Salernitano, e quello al varco Bausan di Napoli. Restano i problemi di rifornimento: liberare una strada non fa arrivare contemporaneamente tutte le autocisterne e tutti i camion nei punti vendita. Le associazioni aspettano il tavolo con il ministero dei Trasporti del 27 ottobre per verificare impegni e applicazione delle misure. Alcune hanno già avvertito che, senza risposte adeguate, potrebbero riprendere la mobilitazione.

LaPresse

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.

Perché ne stanno parlando tutti?

Punto primo
Perché è successo a Milano, la città che sa raccontarsi meglio d’Italia: quella che si presenta come la più europea, dove si trovano più opportunità e bisogna andare per diventare qualcuno. I saccheggi hanno squarciato il velo di Maya proprio nel luogo che rappresenta quell’immagine nel mondo: piazza Duomo, dove di solito turisti asiatici e nordamericani si fanno i selfie. Conosciamo quella piazza anche senza aver mai vissuto a Milano. È il salotto buono della città: portarci la guerriglia fa l’effetto di un bambino che fa la pipì mentre ci sono gli ospiti. Salta l’immagine impeccabile che si voleva mostrare. È questo divario tra il racconto di Milano e le scene dei saccheggi ad aver attirato l’attenzione di tutti: chi celebra quel modello si è trovato davanti alle sue contraddizioni; chi lo critica ci ha trovato una conferma che non va tutto bene.

Poi c’è il confronto con la Francia. Le proteste partite dai licei per chiedere insegnanti e condizioni di studio migliori si sono intrecciate al carovita e alle contestazioni contro il governo. In diverse città, da Parigi a Lille e Marsiglia, ci sono stati scontri, incendi e saccheggi. Le immagini italiane sembrano il seguito di quelle francesi, con pochi giorni di ritardo. La tentazione di cercare un precedente storico è irresistibile. Tornano il Maggio francese, il Sessantotto, il Settantasette. Qui però conviene rimettere in ordine il calendario: la contestazione italiana era già cominciata nel 1968 e gli scontri di Valle Giulia, a Roma, sono avvenuti il primo marzo, prima del Maggio francese. Ma iil movimento del 1977 è arrivato quasi dieci anni dopo, in un contesto politico diverso.

Nella testa di molti lettori il collegamento è con la cronaca, più che la storia: stiamo diventando come la Francia dove i ragazzi delle banlieue saccheggiano i negozi e bruciano le automobili per sfogare la rabbia sociale? Sono immagini già viste, alle quali ora si aggiungono quelle di Milano. La scorciatoia mentale è considerare i ragazzi ripresi mentre spaccano una vetrina come i rappresentanti dei giovani di origine maghrebina, oppure delle seconde generazioni, o dei giovani in generale. Oppure invitare un coetaneo che si comporta in modo opposto, per dimostrare che non tutti sono uguali. Il gruppo cambia a seconda di chi commenta. 

Il sociologo Stanley Cohen aveva studiato un meccanismo simile in “Folk Devils and Moral Panics”, pubblicato nel 1972. Partiva dagli scontri scoppiati nelle località balneari inglesi tra mods e rockers, due gruppi giovanili degli anni Sessanta: i primi appassionati di abiti eleganti e scooter, i secondi di giacche di pelle, motociclette e rock and roll. Cohen mostrava come i giornali avessero esagerato il numero dei ragazzi coinvolti nelle violenze e la gravità dei danni, trasformando quegli episodi in un allarme sull’intera gioventù britannica. Le azioni di pochi diventavano il ritratto di una generazione. Oggi il ragazzo che sfonda una vetrina lo vediamo decine di volte. Quelli che hanno passato il pomeriggio a studiare o lavorare non hanno prodotto un video altrettanto interessante.

Punto secondo
Perché torna uno dei generi preferiti del giornalismo: il predicozzo sui giovani e sui tempi che stiamo vivendo. Gli editorialisti si sgranchiscono le nocche e si preparano a prendere un episodio particolare per ricavarne una spiegazione generale. I genitori hanno sbagliato tutto, la scuola non educa, la società non offre prospettive. Il materiale basta per diversi giorni. Certo, c’è un «malessere». È una parola abbastanza larga da contenere moltitudini, ma le difficoltà economiche esistono. I figli degli immigrati crescono nello stesso paese dei loro coetanei, con salari che crescono poco e carriere difficili da immaginare. A fare la differenza possono essere anche una casa di famiglia e i risparmi dei nonni. Chi li ha può permettersi di aspettare, cambiare lavoro, sbagliare. Chi deve pagare tutto con quello che guadagna ha molto meno margine. Luca Ricolfi, nel saggio “La società signorile di massa”, uscito nel 2019, ha indicato proprio nella ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti uno dei sostegni del benessere italiano. Quel patrimonio permette a molte famiglie di aiutare i figli anche quando il lavoro rende poco.

Questo «malessere» è diventato a sua volta un genere giornalistico. Abbondano le interviste a filosofi e psicologi chiamati a spiegare la fine dei tempi. Massimo Cacciari, che in queste conversazioni si trova piuttosto a suo agio, su La Stampa ha parlato di giovani senza speranza, che si sentono traditi dalle generazioni precedenti. I giornali continuano a intervistare e commentare anche perché i lettori continuano a cercare risposte. Soprattutto quelli con figli: anche mio figlio è così? E i suoi amici? E il ragazzo di origine maghrebina che vedo sotto casa? Il filone si riaccende ogni volta che una violenza offre un nuovo motivo per preoccuparsi.

Nel dibattito finiscono così episodi diversissimi: Salim El Koudri, che aveva trentun anni quando ha travolto i passanti a Modena; gli insegnanti aggrediti; i due minorenni accusati delle aggressioni dalla minicar a Roma. Fra le loro vittime c’è Davide Iacopini, l’attore della serie tv “Maschi veri”, colpito con un calcio da un passeggero mentre viaggiava in monopattino. I ragazzi hanno confessato, spiegando, secondo la ricostruzione degli interrogatori, di averlo fatto per divertirsi.

Non è facile parlarne senza finire nella melensa retorica degli adulti che cercano di compiacere i giovani, attribuendo ogni loro gesto alla società sporca, brutta e cattiva che hanno ereditato. In questi giorni è tornato anche “L’odio”, il capolavoro del 1995 di Mathieu Kassovitz. Racconta tre amici di una banlieue francese, Vinz, Saïd e Hubert, dopo una notte di scontri con la polizia che ha lasciato un loro amico in coma. 

Qualcuno dovrebbe però ricordare che il cinema racconta da parecchio tempo anche la noia, il nichilismo e la violenza dei giovani. “Gioventù bruciata” è del 1955 e il titolo originale è già esplicativo: “Rebel without a cause”. In “Arancia meccanica”, del 1971, Alex e i suoi compagni picchiano e terrorizzano le persone per il gusto di farlo. Si può continuare con esempi più recenti come “Funny Games”, del 1997, in cui Michael Haneke mette due giovani apparentemente educati a torturare una famiglia borghese come se stessero giocando. I genitori potevano spaventarsi anche prima di TikTok. Oppure, senza scomodare il cinema, ci si può ricordare di Mattia Sangermano, il ragazzo intervistato dopo gli scontri contro Expo a Milano, il primo maggio 2015. Al giornalista che gli chiedeva che senso avesse dare fuoco a una banca ha risposto: «Minchia, ma la banca è l’emblema della ricchezza, cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione». Anche allora abbiamo passato giorni a discutere della violenza giovanile e a condividere lo stesso video. 

In un saccheggio possono esserci anche l’adrenalina, il gruppo che incoraggia, la sensazione di poterla fare franca e la voglia di portarsi a casa qualcosa. Cercare per forza un progetto politico dentro ogni vetrina rotta può diventare un’altra forma di compiacimento degli adulti. È una lettura più vicina alla sensibilità di Linkiesta. Assia Neumann Dayan ha criticato proprio gli adulti che cercano un messaggio profondo nei saccheggi e fanno a gara per conquistarsi il consenso degli adolescenti.

Il fermo di Siher ha offerto al dibattito un altro personaggio. Crosetto ha insistito sul suo percorso di studi e sulle collaborazioni professionali per contestare la spiegazione del disagio sociale. Ma il profilo di un indagato non spiega, per proprietà transitiva, quello dei ragazzi che hanno saccheggiato. Tanto più che il rapporto fra la gestione dei canali e le violenze del primo fine settimana deve ancora essere ricostruito.

Punto terzo
Perché questo caos ha prodotto anche un sottogenere di video che circolano su X e Instagram: gli scazzi con la polizia. Sono uno spettacolo di arte varia del nostro rapporto con l’autorità. C’è la signora che chiede buone maniere durante il controllo dei documenti. Poi c’è il ragazzo che protesta in dialetto siciliano per una presa al collo mentre filma. E quello che prende in giro i manifestanti perché, secondo lui, non hanno il physique du rôle per affrontare una battaglia del genere. Alcuni di questi scazzi diventano notizie acchiappaclic, altri entrano negli editoriali. In generale soddisfano il nostro voyeurismo: ci piace guardare la realtà mentre accade, ascoltare una risposta storta, vedere chi perde la pazienza. Possiamo immaginarci al posto di chi viene fermato o di chi sta cercando di lavorare in mezzo al caos. Poi decidiamo con chi stare. 

Il confine tra spontaneità e recita è sottile. Chi viene ripreso sa spesso di avere un pubblico e può cercare la battuta, insistere, allungare la scena. Non per fare i pasoliniani nel 2026, ma a un poliziotto che si comporta correttamente tocca anche gestire chi cerca il proprio momento di gloria davanti a uno smartphone. Meriterebbe un aumento. La destra accusa la sinistra di giustificare i violenti. La sinistra prova, con qualche impaccio, a distinguere chi manifesta da chi saccheggia. Una distinzione necessaria, ma difficile da far valere nella gara a dimostrare che gli avversari stanno dalla parte dei delinquenti. L’imbarazzo dovrebbe riguardare però chi governa da quattro anni e ha fatto della sicurezza una delle proprie promesse principali. 

Dopo due giorni di saccheggi, il governo deve spiegare che cosa non ha funzionato nella prevenzione. Ai media spetta chiederglielo con la stessa insistenza con cui riportano gli annunci di nuove pene. In altre occasioni la gestione dell’ordine pubblico è stata al centro del racconto: a Pisa e Firenze, nel febbraio 2024, con le polemiche sulla proporzionalità delle cariche contro gli studenti; a Bologna, nel novembre 2025, quando gli scontri durante la protesta contro la partita Virtus-Maccabi aprirono una polemica sulle scelte del Viminale. 

In pochi hanno chiesto al governo perché le violenze si siano ripetute anche domenica, dopo quelle di sabato. Pochi hanno chiesto anche quali risultati abbiano prodotto i provvedimenti, dal decreto sicurezza del 2025 in giù, hanno introdotto nuovi reati e limitato alcune forme di protesta. Il loro bilancio deve riguardare la sicurezza ottenuta, insieme alle libertà ristrette. In parte per le ragioni spiegate finora, i media invece hanno parlato soprattutto delle violenze, rilanciando la richiesta di nuove strette, rafforzando paradossalmente proprio chi dovrebbe rispondere della prevenzione. La destra può presentarsi come la parte che ha capito meglio il problema, mentre il centrosinistra fatica a rendere riconoscibile una propria proposta sulla sicurezza. E la discussione si sposta dall’efficacia delle leggi già approvate alla necessità di approvarne un’altra.

Punto quarto
Di solito in questa newsletter proviamo a spiegare perché i giornali parlano tanto di una notizia. Questa volta bisogna spiegare una sensazione opposta: perché molti lettori hanno avuto l’impressione che nessuno raccontasse le proteste nel Sud Italia? La copertura c’è stata, ma almeno tre fattori hanno contribuito a renderla meno visibile. Il primo è la concomitanza con i fatti di Milano. I saccheggi hanno prodotto moltissimi video e aperto altrettanti filoni di discussione di cui abbiamo parlato ampiamente. I blocchi degli autotrasportatori sono stati segnalati fin dall’inizio, ma raccontare un fatto non significa dedicargli anche editoriali, interviste e approfondimenti da ogni possibile angolazione. Milano offriva alle redazioni più immagini e più argomenti con cui alimentare il dibattito.

Il secondo fattore è geografico. Molti presidi occupavano svincoli autostradali, accessi ai porti e aree industriali: luoghi fondamentali per il funzionamento del paese, ma meno riconoscibili del centro di Milano. La protesta era distribuita fra più regioni, senza un unico epicentro visibile. Questo può aver favorito una lettura iniziale come somma di proteste locali, ritardando la comprensione delle conseguenze nazionali.

Il terzo fattore è legato in parte al secondo: la sensazione di aver già visto quelle immagini. Le mobilitazioni di camionisti, agricoltori e pescatori possono aver attivato un vecchio riflesso delle redazioni: un’altra protesta di categoria, un’altra stagione di blocchi. Il ricordo delle proteste dei Forconi in Sicilia, nel 2012, è ancora vicino. Chi ha qualche anno in più ricorderà anche gli allevatori contro le quote latte negli anni Novanta, con il latte versato nelle piazze. Più recentemente abbiamo visto i trattori bloccare Bruxelles durante le proteste del 2024 contro le politiche europee.

Bloccare la circolazione è da decenni uno strumento di pressione per portare governi e istituzioni al tavolo delle trattative. Ma la familiarità delle immagini può far sembrare meno nuova una notizia. È il solito, abusato esempio del cane che morde l’uomo e dell’uomo che morde il cane. Questo può spiegare una sottovalutazione iniziale, senza giustificarla: riconoscere una forma di protesta non significa averne già capito la portata.

Poi è intervenuto Fiorello, l’unico vero showman della televisione italiana, dotato da sempre di un grande senso della notizia e della capacità di capire cosa passa nella testa degli italiani. Il 18 ottobre, collegato al Tg1 per presentare lo speciale Tg1 edizione più che straordinaria, ha chiesto attenzione per i manifestanti: «La luce deve essere accesa anche al Sud». Un richiamo garbato, ma abbastanza pungente da diventare a sua volta una notizia, ripresa da diversi giornali.

Si è creato così un piccolo circuito metagiornalistico: raccontando la polemica sulla scarsa copertura, i media sono tornati a raccontare anche le proteste. Potremmo battezzarlo il “Loop Fiorello”: la sensazione che si parli troppo poco di una notizia diventa essa stessa una notizia, offrendo ai giornali un motivo in più per parlarne.

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

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Carburanti, Italia prima in Europa per le tasse sul gasolio: oltre 1 euro allo Stato per ogni litro. Ecco quanto si paga negli altri Paesi europei

Fare il pieno di gasolio in Italia significa pagare una quota particolarmente elevata di tasse. Il nostro Paese è infatti al primo posto in Europa per il peso di Iva e accise sul prezzo finale del diesel: il 48%, contro una media europea del 37,9%. In termini concreti, su ogni litro acquistato, circa 1,08 euro finiscono allo Stato. I dati emergono dalle elaborazioni dell’Adusbef sui dati Eurostat aggiornati al 19 ottobre 2026, dopo la scadenza, lo scorso 5 ottobre, del provvedimento che aveva previsto un taglio temporaneo delle accise. Secondo l’associazione, gli automobilisti italiani pagano 29 centesimi di tasse in più per ogni litro di gasolio rispetto alla media europea.

Gasolio, Italia prima per le tasse ma non per il prezzo

Il primato fiscale non coincide con quello del prezzo più alto alla pompa. Nella classifica dei listini medi del diesel, l’Italia si colloca infatti al settimo posto, con 2,244 euro al litro. In cima alla graduatoria ci sono la Finlandia, con 2,531 euro al litro, la Danimarca, con 2,501 euro, e i Paesi Bassi, con 2,456 euro. Tra i Paesi con i prezzi più bassi figurano invece la Polonia, con 1,79 euro al litro, e Bulgaria e Spagna, entrambe intorno a 1,88 euro.

Per quanto riguarda l’incidenza delle imposte, dopo l’Italia si collocano, tra gli altri, Belgio, Danimarca, Francia e Lituania, con percentuali comprese tra il 42% e il 43%. La tassazione più bassa si registra in Polonia, al 25,5%, e in Spagna e Svezia, intorno al 27%. Il confronto esclude Malta, dove è in vigore un particolare regime di prezzi amministrati.

Benzina, tasse al 51,4% del prezzo

La situazione è pesante anche per chi utilizza la benzina. In questo caso l’Italia è al terzo posto in Europa per incidenza fiscale, con imposte pari al 51,4% del prezzo finale, dietro ai Paesi Bassi, al 52,8%, e alla Grecia, al 52%. Su un litro di verde acquistato in Italia, secondo i calcoli dell’Adusbef, 1,036 euro vanno allo Stato sotto forma di Iva e accise. La media europea è di 87,8 centesimi: la differenza è quindi di 15,8 centesimi al litro, che secondo l’associazione si traduce in circa 8 euro in più per un pieno.

Anche in questo caso, però, il prezzo finale non è il più alto d’Europa: l’Italia è all’ottavo posto per il costo medio della benzina. La Danimarca guida la classifica con 2,604 euro al litro, seguita dai Paesi Bassi con 2,390 euro e dalla Finlandia con 2,327 euro.

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Scioperi della settimana dal 26 ottobre al 1° novembre, Italia bloccata dalle proteste

L’ultima settimana di ottobre, quella che andrà dal 26 al 1° novembre, sarà caratterizzata da un grande sciopero, quello generale nazionale del 30 ottobre. Una mobilitazione dei sindacati di base che, in teoria, non potrebbe toccare i trasporti, ma che rischia di bloccare comunque treni, autobus, metro e tram.

Nei giorni precedenti ci saranno comunque altri scioperi più piccioli, che si svolgeranno a livello locale ma che potrebbero comunque causare problemi e disagi.

Gli scioperi tra il 27 e il 29 ottobre

Prima del grande sciopero del 30 ottobre ci saranno alcune mobilitazioni locali, come:

  • lo sciopero dei lavoratori della società Gsa addetti al pronto intervento antincendio e primo soccorso impiegato nella tratta Incisa/Sasso Marconi (autostrada A1), il 27 ottobre;
  • lo sciopero dei dipendenti della Ecoce di Ottaviano il 28 ottobre;
  • lo sciopero dei dipendenti di Air Campania azienda che collega tramite autobus l’aeroporto di Napoli con le principali stazioni della Campania, tra le 8 e le 16 del 28 ottobre;
  • lo sciopero dei dipendenti Trenitalia in Emilia Romagna, per la Divisione Costumer Operations di Bologna, Reggio Emilia e Rimini.

Tutti gli scioperi del 30 ottobre

La giornata più complessa dal punto di vista degli scioperi sarà però quella del 30 ottobre, venerdì. Si terrà un grande sciopero generale dei sindacati di base, unito ad altre mobilitazioni locali, che sarà però articolato in diverse proteste.

Lo sciopero generale dei Cobas

Ci sono due mobilitazioni organizzate da diverse sigle legate ai Cobas, sindacati autonomi di base, che saranno generali e nazionali, ma escluderanno il settore dei trasporti. Questo è quello che hanno in comune, ma ogni sciopero ha caratteristiche leggermente diverse.

Il primo, organizzato da Adl Cobas, Clap, Conferedazione Cobas e Sial Cobas, esclude oltre ai trasporti anche la polizia locale, i servizi funerari e alcune aziende specifiche. Polizia locale e servizi funerari sono esclusi dallo sciopero per la stessa ragione per cui sono esclusi i trasporti: la legge non permette a queste categorie di scioperare nei giorni attorno alla festività di Ognissanti.

Il secondo, organizzato da Cib Unicobas, specifica soltanto che, oltre ai trasporti, soltanto i vigili del fuoco sciopereranno in maniera differente: dalle 9 alle 13 invece che per tutta la giornata.

Lo sciopero generale di Usb, che include i trasporti

Poi c’è lo sciopero generale organizzato da Usb, altro sindacato di base, a cui aderiscono Cobas Pt Usb, Sindacato Sociale Di Base, Sudd Cobas, Fi-si. Questo sciopero include anche il settore dei trasporti, con specifici orari:

  • per le ferrovie dalle 21 del 29 ottobre alle 20:59 del 30 ottobre;
  • per le autostrade dalle 22 del 29 ottobre per 24 ore.

Questo nonostante la Commissione Garanzia Sciopero abbia diffuso una circolare in cui sottolineava che, dal 30 ottobre al 5 novembre, i trasporti non possono scioperare per via della festività di Ognissanti.

Lo sciopero dei portuali, della scuola e della sanità

Il 30 ottobre ci saranno altri due scioperi, nazionali ma non generali. Il primo lo organizza Usb Lavoro Privato e coinvolgerà i lavoratori portuali per tutta la giornata.

L’altro invece è stato proclamato da Usi Cit e vi hanno aderito Cub Scuola Università e Ricerca, Cub Sanità, Fisi e Flm Uniti Cub. Come si può intuire dai nomi dei sindacati, si tratta di una mobilitazione della scuola e della sanità, pubblica e privata. Durerà tutta la giornata.

Gli altri scioperi del 30 ottobre

Infine, il 30 ottobre ci saranno anche alcuni scioperi locali:

  • Usb Lavoro Privato organizza uno sciopero dei dipendenti delle società che gestiscono gli aeroporti di Firenze e Pisa per tutta la giornata;
  • Cobas Scuola organizza uno sciopero della scuola in Sardegna e in Emilia-Romagna per tutta la giornata;
  • scioperano i dipendenti della società Italy Ecology System.

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Asili nido, posti in aumento del 3% ma è merito della denatalità

L’offerta di asili nido e servizi per la prima infanzia mostra segnali di espansione numerica. I posti disponibili nei nidi, pubblici e privati, sono saliti a 378.500 nell’anno educativo 2023/2024, con un incremento del 3,4% rispetto all’anno precedente: l’Italia si trova così a solo un punto percentuale dall’obiettivo storico del 33% recepito con il decreto legislativo 65/2017.

Se si considerano, però, i parametri europei fissati in sede Ue per il 2030, il lavoro da fare resta immenso: la copertura richiesta per soddisfare la domanda della prima infanzia dovrà raggiungere almeno il 45%. Inoltre, il dato di miglioramento va letto all’interno della cornice dell’inverno demografico, che mostra come pura distorsione ottica l’avanzamento dell’indicatore nazionale.

La denatalità

A spingere al rialzo la percentuale di copertura non è soltanto l’aumento dei servizi attivati sul territorio, che pure c’è stato, ma il costante calo demografico. I dati Istat evidenziano come il numero di residenti nella fascia 0-2 anni sia in contrazione da diversi anni: dai 400.000 nati del 2021 si è scesi ai 379.890 del 2023, fino ai circa 370.000 rilevati nel 2024. Un dato drammaticamente distante dagli oltre 576.000 nati del 2008.

A fronte di circa 12.000 posti fisici in più creati nell’ultimo anno, la contrazione della platea dei piccoli beneficiari contribuisce in modo determinante al miglioramento formale dell’indicatore. La forbice delle disuguaglianze, in sostanza, appare meno ampia soltanto perché ci sono meno bambini.

Due Paesi, due servizi

L’andamento dell’offerta è segnato da profonde spaccature geografiche. Come analizzato da Openpolis con Con i Bambini, sono 13 le Regioni che hanno superato la soglia del 33%:

  • Umbria (48,4%);
  • Emilia-Romagna (44,2%);
  • Valle d’Aosta (43,8%);
  • Toscana (42,1%);
  • Friuli-Venezia Giulia (40,8%);
  • Lazio (39,8%);
  • Sardegna (39,5%);
  • Lombardia (38,9%);
  • Trentino-Alto Adige (38,2%);
  • Liguria (36,5%);
  • Piemonte (35,4%);
  • Veneto (34,8%);
  • Marche (33,6%).

Il Mezzogiorno rimane in forte ritardo: la Campania registra un tasso del 15,4%, la Sicilia del 15,5% e la Calabria il 17,2%.

Accanto alla cronica differenza tra Nord e Sud emerge una seconda frattura strutturale, che separa i grandi centri urbani dalle aree interne e di montagna:

  • nei comuni polo la disponibilità raggiunge mediamente il 38,7%, con punte superiori al 60% in capoluoghi come Nuoro, Sassari, Siena e Ferrara;
  • nei comuni di cintura (gli hinterland dei grandi agglomerati) l’offerta scende al 29%, a fronte di un aumento della popolazione residente;
  • nelle aree interne la media crolla al 24,5%, riducendosi fino al 20,4% nei comuni ultraperiferici (distanti oltre un’ora dai servizi essenziali).

In particolare nei territori montani, che costituiscono oltre il 35% della superficie nazionale e dove i redditi medi sono inferiori alla media regionale, la scarsità di infrastrutture educative rappresenta uno dei principali fattori di spopolamento per le giovani famiglie, motivo per cui si è contestata la revisione dei criteri per accedere ai fondi per le comunità montane.

Le periferie delle grandi città

Un ragionamento a parte riguarda le grandi metropoli che, pur raggiungendo o sfiorando a livello aggregato i target europei, nascondono profonde distorsioni interne tra centro e periferie. I dati regionali del Lazio e della Lombardia mostrano ottime medie complessive, ma la reale collocazione dei posti crea cortocircuiti di accesso per i lavoratori.

A Roma, ad esempio, i nidi del centro storico presentano spesso posti vuoti a causa dello spopolamento e della turistificazione del tessuto abitativo, mentre la domanda delle famiglie si è concentrata in modo esponenziale nei quartieri periferici e lungo il Grande Raccordo Anulare. A questo si aggiunge la rigidità dei criteri di residenza, che esclude gran parte dei lavoratori pendolari

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Ferrovie dello Stato assume diplomati senza esperienza in 10 Regioni: 33.000 euro di stipendio

Trenitalia, società operativa del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane incaricata del trasporto passeggeri, apre una campagna d’ingaggio per giovani diplomati, anche senza esperienza, per il ruolo di macchinista. La ricerca coinvolge ben 10 Regioni italiane.

I selezionati, al termine di un corso professionalizzante di 3 anni, avranno la responsabilità di condurre i convogli e gestire la strumentazione tecnologica di bordo.

Stipendio e contratto

I candidati idonei sottoscrivono da subito un contratto di apprendistato professionalizzante di 36 mesi, con applicazione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro della Mobilità del comparto denominato Area Attività Ferroviarie. Il pacchetto retributivo è scandito secondo due tappe principali:

  • per i primi 24 mesi l’inquadramento è fissato al livello C1, con una Retribuzione Annua Lorda pari a 33.611,92 euro;
  • dal 25° al 36° mese si registra il passaggio al livello B3, con una retribuzione che sale a 34.298,06 euro lordi all’anno.

L’importo corrisponde a uno stipendio stimato tra i 1.850 e i 1.900 euro netti al mese ripartiti su 14 mensilità. L’offerta aziendale include inoltre buoni pasto, assicurazione sanitaria integrativa, iniziative di benessere aziendale e la carta per la libera circolazione sulla rete ferroviaria.

Requisiti di partecipazione alle selezioni

L’accesso alle selezioni richiede il possesso di precisi requisiti anagrafici e di titolo di studio:

  • età compresa tra i 18 e i 29 anni, ossia non aver compiuto il trentesimo anno d’età prima della sottoscrizione del contratto d’apprendistato;
  • diploma di scuola secondaria di secondo grado quinquennale ad indirizzo tecnico o scientifico;
  • idoneità fisica specifica alla mansione, che verrà accertata mediante visita medica ufficiale prima della presa in servizio;
  • residenza anagrafica nella regione d’interesse per i posti in Lazio e Toscana, che costituisce titolo preferenziale per le aree Nord Ovest e Nord Est.

Aree geografiche e sedi d’assegnazione

Le ricerche di personale sono suddivise su quattro direzioni territoriali che accorpano le 10 regioni coinvolte:

Area territoriale Regioni comprese Modalità di assegnazione della sede
Nord Ovest Piemonte, Lombardia, Liguria, Valle d’Aosta Assegnazione della sede al momento della conferma secondo necessità aziendali
Nord Est Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Provincia Autonoma di Trento Assegnazione della sede al momento della conferma secondo necessità aziendali
Lazio Lazio Assegnazione negli impianti e nelle strutture della Regione
Toscana Toscana Assegnazione negli impianti e nelle strutture della Regione

Come presentare la candidatura online

Gli aspiranti macchinisti possono sottoporre la propria candidatura accedendo alla pagina delle posizioni aperte sul portale Ferrovie dello Stato. Una volta selezionato l’annuncio corrispondente alla propria area geografica di riferimento, occorrerà completare la registrazione e trasmettere il Curriculum Vitae compilando i campi su votazione e indirizzo di diploma.

Il termine ultimo per l’invio delle domande è fissato al 26 ottobre 2026. L’iter selettivo comprende test attitudinali online, colloqui valutativi e accertamenti sanitari.

Altri annunci per diplomati nel comparto dei trasporti

Le assunzioni promosse da Trenitalia si affiancano ad altre ricerche di personale nel panorama della gestione delle infrastrutture e dei servizi. Si segnalano in particolare le offerte operative firmate da Fincantieri per addetti alla cantieristica e le selezioni promosse dal Gruppo Mondadori e Mango nel settore del commercio al dettaglio e delle vendite.

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