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Periodistas de países BRICS+ proponen proyectos mediáticos sobre recursos naturales

Periodistas de Brasil, Chile, Argentina, México y Bolivia propusieron elaborar conjuntamente reportajes sobre los recursos naturales, el desarrollo industrial y el cambio climático en América Latina. Las iniciativas se presentaron durante un encuentro virtual organizado por TV BRICS, en el que participaron estudiantes del curso de Periodismo Internacional de la Facultad de Ciencias de la […]
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Cuba Joins BRICS Parliamentary Forum in New Delhi as Partner Country

Cuba is participating as a partner country in the 12th BRICS Parliamentary Forum in New Delhi, focused on strengthening parliaments for people-centered development.


Ana María Mari Machado, vice president of the National Assembly of People’s Power, held bilateral meetings prior to the start of the general sessions, representing the Caribbean island.

In dialogue with Om Birla, speaker of India’s Lok Sabha (lower house), both parties assessed the deepening of legislative exchange, capacity building and cooperation in sectors such as healthcare and the pharmaceutical industry.

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The leader of the Indian legislature highlighted the relevance of parliamentary dialogue for strengthening ties of friendship between both nations.

On 26–27 October 2026, New Delhi will host the 12th BRICS Parliamentary Forum, bringing together parliamentary delegations for meaningful deliberations on democratic governance, institutional innovation and development that places people at its centre.#BRICS2026… pic.twitter.com/3cRn08jdPR

— Ministry of Information and Broadcasting (@MIB_India) October 26, 2026

During the meetings, the Cuban delegation set out the impact of the economic, commercial and financial blockade imposed by the United States, with special emphasis on the energy siege that directly affects the well-being of the population and the national economy.

The delegation also reiterated its interest in moving from partner country status to full member state of BRICS, reaffirming its commitment to work closely with the group for the benefit of the peoples of the Global South.

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Per Lula elezione record, ma la sfida è appena iniziata: Bolsonaro punta al sabotaggio e gli Usa sono sempre più lontani

In venti giorni, Luiz Inácio ‘Lula’ Da Silva – rieletto presidente al ballottaggio del 25 ottobre – ha guadagnato 10,3 milioni di voti in più rispetto al primo turno. E alla fine ha staccato di 4,4 milioni di voti l’avversario Flávio Bolsonaro, che pure partiva in vantaggio (2,2 milioni di voti). Ed è la prima volta, dal 1989 – anno in cui il Brasile è tornato alle urne dopo vent’anni di dittatura e altri quattro di transizione – che chi perde al primo turno vince al ballottaggio. “Non era mai successo”, scrive su ‘O Globo’ l’analista Bernardo Franco Mello, elencando altri elementi inediti dell’elezione: “Non era mai stato eletto un presidente all’età di 80 anni. Nessuno era mai stato eletto quattro volte per governare il Brasile“. Lula ha anche invertito il risultato pro-Bolsonaro che al primo turno era stato registrato in 211 municipi che prima avevano votato il figlio di Jair: la maggior parte di loro (76) si concentra a Minas Gerais, lo stato che ha deciso l’elezione seguito da São Paulo, Paraná, Rio do Grande Soul e altri. Al ballottaggio è anche diminuita l’astensione rispetto al primo turno, dal 21,08% al 19,21%, la più bassa dal 2006, sommando circa 3 milioni di voti all’elezione. Inoltre, i voti bianchi/nulli sono diminuiti di 1,53% (1,8 milioni circa).

I social: ponte con le classi subalterne – Lula ha anche saputo mobilitare il voto delle donne (58,9%) e dei giovani tra 16 e 24 anni (49,8%). Forte del voto delle classi popolari, dove si registrano 30 milioni di persone che hanno superato la povertà grazie ai programmi di welfare, Lula ha ottenuto anche il voto moderato, fuggito in massa dall’hate speech di Bolsonaro. La chiave, spiegano gli attivisti del Partito dei lavoratori a Ilfattoquotidiano.it, è stata il cosiddetto “Exército do Lula”, una rete di attivisti digitali nata per innovare il discorso del candidato 80enne e aggirare la censura di Meta. “Abbiamo parlato con il linguaggio dei Social – spiega il deputato André Janones, stratega di campagna di Lula – e abbiamo trasformato un canale WhatsApp in una macchina elettorale capace di connettere direttamente con il popolo”. Campagna rafforzata dalla Par condicio algoritmica imposta dal Tribunale supremo elettorale a Meta, i cui Social – previo intervento umano – si erano indebitamente sbilanciati a favore di Bolsonaro. “Lula ha saputo articolare la dimensione virtuale con quella territoriale”, ha commentato l’analista Beatriz Stolowicz, dello storico Istituto messicano della Radio.

La sfida: unire il Paese, nonostante Bolsonaro – La comunicazione politica sarà chiave anche dopo il voto là dove il Lula IV affronta già le insidie di Bolsonaro, che – svelano alte fonti a Ilfatto.it – userà la sua maggioranza relativa del Partito liberale al Congresso (121 deputati) e al Senato (28) come megafono per contestare la validità del risultato, tenere alta la tensione e ostruire l’attuazione del programma elettorale progressista. Bolsonaro – a cui è stato sequestrato il passaporto su provvedimento del magistrato della Corte suprema Alexandre Moraes, causa indagini per riciclaggio – punta a far fronte comune con altre formazioni di opposizione (tra cui socialdemocratici e repubblicani) per porre il veto su eventuali emendamenti costituzionali in materia tributaria e bloccare l’approvazione della Legge di bilancio, nell’intento di tagliare fondi in materia ambientale, di diritti o pari opportunità.

I “patti di governabilità” con il centro – Ma anche Lula gioca già le sue carte: il leader 80enne cerca già “patti di governabilità” con le formazioni di centro, che risulta comunque frammentato, attraverso la rielezione di figure moderate alla guida della Camera (Hugo Motta) e del Senato (Davi Aicolumbre). Il tentativo è quello di pacificare un Paese lacerato da divisioni politiche e sociali, promettendo – come affermato nella notte del 25 ottobre – di “governare per 215 milioni di brasiliani”. In gioco c’è anche un programma elettorale basato su pilastri come Istruzione, attraverso l’espansione del sussidio Pé-de-Meia a contrasto dell’abbandono scolastico, mobilità urbana (garantendo trasporto pubblico alle periferie) e altre politiche di Welfare come il programma Bolsa Familia e Minha Casa, Minha vida, alleanza tra pubblico e privato che punta a raggiungere 10 milioni di brasiliani entro fine mandato. Altrettanto importante risulta il condono a 3,6 milioni di microimprenditori, molti di loro provenienti dai ceti più umili del Paese, come ambulanti – venditori di cibo, piccoli banchi di frutta nei mercati rionali -, idraulici, elettricisti, sarti e altre figure alla base del tessuto economico brasiliano e che insieme rappresentano il 30% del Pil locale.
Commercio estero: rotte alternative – Altra sfida importante riguarda il commercio estero, che equivale al 32% del Pil, là dove Donald Trump parla ancora di «elezione truccata», nonostante le presunte simpatie per Lula, e mantiene la propria linea di fermezza in materia di dazi. Il presidente brasiliano cerca così nuovi mercati di export con i Brics, in particolar modo Cina e India, e con l’Europa mediante l’accelerazione dell’accordo Ue-Mercosur. È anche scontro con i mercati finanziari, che puntavano tutto sul cavallo sbagliato: l’Ibovespa è crollato del 16,6% (una delle peggiori cadute dal 1998), Petrobras a -30% e il dollaro ha staccato il real di +12%.

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Cuba refuerza lazos parlamentarios en Foro Brics en India

Nueva Delhi, 26 oct (Prensa Latina) La delegación de Cuba, encabezada por la vicepresidenta de la Asamblea Nacional del Poder Popular (ANPP), Ana María Mari Machado, protagonizó hoy aquí una ajetreada agenda, enfocada en acciones concretas para vigorizar sus lazos parlamentarios.

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Il Sud Globale è pronto a riformare l’ONU?

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico

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In prima fila davanti alle crisi, in ultima fila quando si decide

Il 22 settembre 2026, a margine dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale, Subrahmanyam Jaishankar ha riunito a New York i ministri di quello che la diplomazia indiana chiama il gruppo dei Paesi del Sud Globale «di orientamento affine e amici». Il tema scelto aveva il tono di un programma: Navigating Together Towards a Brighter Future – the Compelling Case for an Empowered Global South. Nel discorso d’apertura il ministro ha consegnato l’immagine che resterà di questa sessione. Il Sud Globale siede in prima fila davanti alle crisi del mondo e nelle ultime file quando si tratta di decidere come affrontarle, perché le istituzioni costruite per un’altra epoca continuano a riflettere i rapporti di forza di quell’epoca.

Dieci giorni prima, a Nuova Delhi, Narendra Modi aveva aperto il diciottesimo vertice BRICS con una formula più dura. La governance globale, nella sua descrizione, ha la forma di una «piramide del privilegio», e la riforma del Consiglio di Sicurezza non può più essere rinviata, servono scadenze fisse e risultati verificabili. Interpellato sul punto, il portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric ha ammesso che la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle sedi in cui si scrivono le regole globali è insufficiente, e che quelle sedi, dal Consiglio alle istituzioni finanziarie, dovrebbero riflettere il 2026 e non più il 1945.

Tre momenti in meno di due settimane non spostano di un millimetro l’architettura della Carta. Bastano però a formulare la tesi di queste pagine. La riforma delle Nazioni Unite è diventata una questione di legittimità prima che di efficienza, e la legittimità di un’organizzazione fondata sull’«eguaglianza sovrana di tutti i suoi Membri» (art. 2, par. 1 della Carta) dipende ormai dalla maggioranza che quell’organizzazione la abita. Il protagonismo del Sud Globale è necessario in senso stretto: senza di esso la riforma non ha un soggetto che la porti né un criterio che la giustifichi. Con esso, come si vedrà, non ha ancora uno strumento che la imponga.

L’aritmetica del 1945

Nel 1945 i membri fondatori erano 51; oggi sono 193. Il Consiglio di Sicurezza è stato allargato una sola volta, con la risoluzione 1991 A (XVIII) del 1963, entrata in vigore nel 1965, che portò i seggi da undici a quindici aggiungendo soltanto membri eletti. I cinque seggi permanenti, e con essi il potere di veto previsto dall’art. 27, par. 3, sono rimasti quelli delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il risultato non richiede interpretazione. L’Africa, con 54 Stati membri e una parte cospicua delle operazioni di pace sul proprio territorio, non dispone di alcun seggio permanente. L’America Latina e i Caraibi nemmeno. L’Asia, che ospita più della metà dell’umanità, vi è rappresentata dalla sola Cina.

Il meccanismo di revisione è costruito per proteggere questa fotografia. L’art. 108 richiede il voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea e la ratifica dei due terzi dei membri, «compresi tutti i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza»: a ciascuno dei cinque spetta dunque, oltre al veto politico, un veto costituzionale. Dal 2009 la discussione è incanalata nei Negoziati intergovernativi (IGN) avviati con la decisione 62/557 dell’Assemblea, che da allora si chiudono ogni anno con una decisione di rinnovo. Il presidente keniano William Ruto lo ha ricordato dal podio dell’Assemblea pochi giorni fa, con una constatazione che vale più di molte analisi: diciassette anni dopo, si sta ancora negoziando.

Quando l’ONU si è riformata davvero, lo ha fatto lasciando intatta la distribuzione del potere. Il pacchetto lanciato da António Guterres nel 2017, esaminato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo, si articolava su sviluppo, gestione, pace e sicurezza, e rispondeva alle critiche di scarsa responsabilità, trasparenza ed efficacia; il briefing annotava anche che il termine stesso di «riforma» si era rivelato problematico per gli Stati membri, proprio per l’assenza di un’intesa sul suo significato. Nulla, in quel disegno, toccava la composizione degli organi decisionali. L’iniziativa UN80, avviata nel marzo 2025, ha seguito la stessa grammatica in condizioni peggiori: tagli al bilancio della Segreteria, revisione dei mandati, fusioni di uffici, dentro una crisi di liquidità generata dai contributi non versati. La riforma amministrativa si fa perché non redistribuisce nulla. Quella politica resta bloccata per la ragione opposta.

Genealogia di una rivendicazione

Il Sud Globale non scopre oggi le Nazioni Unite come terreno di lotta. Dena Freeman ha mostrato che i Paesi del Sud si sono pensati come soggetto collocato globalmente fin dagli anni Sessanta, molto prima che la categoria entrasse nel lessico accademico, e che il Gruppo dei 77 ha costantemente ricondotto i propri problemi all’ingiustizia dell’ordine internazionale, cercando di correggerla con il diritto internazionale e i processi politici multilaterali. La Conferenza di Bandung del 1955, la nascita del G77 nel 1964 e la Dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale del 1974 (ris. 3201 S-VI) tracciano una linea continua. La Dichiarazione di Nuova Delhi la rivendica in modo esplicito: il richiamo a Bandung colloca i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione tra grandi potenze.

Che cosa è cambiato, allora, rispetto agli anni del NIEO? Due cose, e nessuna delle due appartiene alla retorica. La prima è il peso materiale. Secondo l’Institute of South Asian Studies di Singapore, il formato allargato dei BRICS rappresenta circa il 37 per cento del prodotto mondiale e il 54 per cento della popolazione. Il G77 degli anni Settanta aveva i numeri in Assemblea e poco altro; il Sud del 2026 dispone anche di capacità industriale, riserve e tecnologie a basso costo. La seconda novità discende dalla prima: l’esistenza di alternative istituzionali, dalla Nuova Banca di Sviluppo ai circuiti di pagamento in valute nazionali ai fori regionali. Il NIEO chiedeva al Nord di cambiare le regole. Il Sud di oggi può anche scriverne altre, e questa possibilità cambia il valore della sua domanda di riforma. Chi può uscire negozia in modo diverso da chi non ha scelta.

Uno studio diffuso all’inizio del 2026 sul rapporto tra ascesa del Sud e riforma dell’ONU offre un controllo utile. I casi di adattamento multilaterale riusciti, come l’Accordo di Parigi, condividevano un problema che richiedeva partecipazione universale, una conduzione procedurale inclusiva, la mobilitazione della società civile a Nord come a Sud e una base scientifica comune. Nessuna di queste condizioni si ritrova nel dossier del Consiglio di Sicurezza, dove il problema è la distribuzione di un bene scarso, il potere di decidere sulla guerra e sulla pace, e dove ogni guadagno di un attore è una perdita per un altro. È per questo che lì il protagonismo del Sud deve assumere una forma diversa dalla semplice partecipazione.

Nuova Delhi: che cosa dice la Dichiarazione, e che cosa tace

Adottata per consenso il 12 settembre 2026, al termine della sessione plenaria ristretta, la Dichiarazione di Nuova Delhi conta 140 paragrafi. Sulla riforma delle Nazioni Unite compie tre operazioni. Riafferma l’impegno per una riforma complessiva dell’organizzazione, compreso l’allargamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nel Consiglio di Sicurezza. Riconosce le aspirazioni africane espresse nel Consenso di Ezulwini e nella Dichiarazione di Sirte. Registra, infine, il sostegno di Cina e Russia a un ruolo maggiore di Brasile e India nel sistema ONU, «incluso il Consiglio di Sicurezza». Letti insieme, i paragrafi dedicati alla governance compongono una strategia coerente: restare dentro il sistema multilaterale e riscriverne la gerarchia interna.

Il lessico va però letto con la lente, perché è lì che si misura la distanza tra dichiarazione e impegno. Un «ruolo maggiore» non è un seggio permanente. La formula riprende quella delle dichiarazioni precedenti, e il fatto che un vertice presieduto dall’India non sia andato oltre dice molto sul limite del consenso interno: Pechino sostiene l’aspirazione indiana a contare di più, non quella di sedere accanto a sé con gli stessi poteri. Il Consenso di Ezulwini, dal canto suo, chiede per l’Africa almeno due seggi permanenti con tutte le prerogative dei membri attuali, veto compreso, e cinque seggi non permanenti. Nessuno dei due membri permanenti del club BRICS ha mai sottoscritto questa posizione nei suoi termini; la Dichiarazione ne «riconosce» le aspirazioni, che è cosa diversa.

Conta anche ciò che il testo non nomina. La Dichiarazione evita di indicare Paesi anche sui dossier più sensibili e non menziona mai gli Stati Uniti, pur in un anno segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla politica tariffaria di Washington. È una scelta di metodo imposta dalla composizione del blocco, che tiene insieme Iran, Arabia Saudita ed Emirati: la riunione dei ministri degli esteri di maggio si era chiusa senza dichiarazione congiunta proprio per le divergenze sull’Asia occidentale. La riforma delle istituzioni diventa così, per sottrazione, il terreno su cui il consenso regge. Ne fa un collante e al tempo stesso ne limita l’ambizione, perché su ciò che unisce in quanto rimane vago non si costruisce una proposta negoziabile.

Da qui il peso della proposta procedurale avanzata da Modi: che i membri elaborino dieci proposte comuni su rappresentanza, reattività e produzione delle regole, da consolidare in una «Roadmap BRICS per la riforma» entro il prossimo vertice. Se realizzata, sarebbe la prima volta che il blocco passa dalla formula alla bozza. È l’indicatore più concreto uscito da Nuova Delhi, ed è anche quello che più facilmente potrebbe essere lasciato cadere.

New York, settembre 2026: il Sud come coalizione

Il comunicato del Ministero degli esteri indiano sulla riunione del 22 settembre elenca le preoccupazioni condivise dai partecipanti: conflitti che colpiscono la sicurezza alimentare ed energetica, volatilità dei flussi commerciali e d’investimento, la condizione dei marittimi nelle aree di guerra, eventi climatici estremi, ritardi sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. I ministri vi constatano l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e chiedono riforme complessive, anzitutto delle Nazioni Unite, perché le crisi in corso colpiscono il Sud in modo sproporzionato. L’incontro si è chiuso con l’impegno a consolidare posizioni comuni e a lavorare per un’architettura di governance equilibrata, partecipativa e giusta.

Tre dettagli della stessa settimana dicono più del comunicato. Jaishankar ha chiesto il passaggio a negoziati su testo nell’IGN, sostenendo che chi blocca il cambiamento sta facendo un uso improprio dell’organizzazione. I ministri della CARICOM hanno concordato con Nuova Delhi un lavoro comune sulla riforma ONU e hanno sostenuto la candidatura indiana a un seggio non permanente per il biennio 2028–29. Ruto, infine, ha legato la rappresentanza nel Consiglio alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale: nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto 102.000 miliardi di dollari e i Paesi in via di sviluppo, pur detenendone meno di un terzo, hanno pagato circa mille miliardi di interessi.

Quest’ultimo dato spiega perché il protagonismo del Sud non possa esaurirsi nel Consiglio di Sicurezza. Per gran parte degli oltre centotrenta membri del G77 la questione del veto è lontana, mentre il costo del capitale, il servizio del debito e l’accesso alla finanza climatica sono questioni di ogni bilancio nazionale. Una riforma che aggiungesse quattro o sei seggi permanenti per le potenze emergenti lascerebbe immutata la condizione della maggioranza. Il Sud nel suo insieme ha interesse a tenere insieme rappresentanza politica e riforma finanziaria; le sue potenze regionali hanno interesse soprattutto alla prima. È una divergenza di priorità che nessun comunicato registra e che ogni negoziato reale farebbe emergere.

Tre nodi

Il primo nodo è la rappresentanza del Sud al proprio interno. Il Sud Globale è una maggioranza, non un soggetto unitario. Sul Consiglio si confrontano almeno tre schieramenti. Il G4 (Brasile, Germania, India, Giappone) chiede nuovi seggi permanenti. Il Comitato dei Dieci dell’Unione Africana difende la posizione comune di Ezulwini. Il gruppo Uniting for Consensus respinge nuovi seggi permanenti e propone di allargare la sola categoria elettiva. Di quest’ultimo fanno parte l’Italia, il Pakistan, l’Argentina e il Messico, cioè i vicini e rivali regionali di tre degli aspiranti. Ogni candidatura del Sud genera un’opposizione del Sud. Uniting for Consensus presenta il proprio modello come il più attento alla sottorappresentanza di Asia-Pacifico e America Latina dopo il 1963; buona parte degli Stati africani vi legge un modo per negare al continente la parità di status. Nessuno dei tre schieramenti dispone da solo dei 129 voti che servono in Assemblea.

Il secondo nodo è il veto. La posizione africana lo chiede per i nuovi membri permanenti in nome dell’eguaglianza; il G4 si è mostrato disponibile a rinviarne l’esercizio a una revisione successiva; i cinque permanenti non hanno interesse né a estenderlo né a limitarlo, e la Russia lo ha difeso apertamente come argine contro iniziative avventate dell’organizzazione. Qui l’interesse dei membri BRICS diverge in modo strutturale. Cina e Russia sono garanti dello status quo che il resto del blocco contesta, e la loro adesione alla retorica della riforma si arresta al perimetro del proprio privilegio. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione, come ho scritto altrove, equivale a chiedere a un monopolista di legiferare sulla propria concorrenza.

Il terzo nodo è finanziario, e per il Sud rappresenta insieme un rischio e un’occasione. Per il 2026 il Segretario generale ha proposto un bilancio ordinario ridotto del 15 per cento e un taglio del personale vicino al 19 per cento; all’inizio dell’anno sono stati soppressi 2.900 posti. Il paradosso è evidente, giacché l’organizzazione si restringe proprio mentre la sua maggioranza chiede di pesare di più al suo interno. Ma chi finanzia un’istituzione acquista titolo a ridisegnarla. Se i contributi mancati di Washington rendono l’ONU più dipendente da altri finanziatori, a cominciare dalla Cina, secondo contribuente del bilancio ordinario, il baricentro negoziale si sposta. Per il Sud la domanda è se questo spostamento produrrà più rappresentanza o soltanto un nuovo patrono.

Tre vie: dentro, sopra, di lato

La prima via è quella negoziale, dentro l’IGN. Il Patto per il Futuro adottato il 22 settembre 2024 ha fissato alcuni principi: riparare come priorità l’ingiustizia storica nei confronti dell’Africa, trattandola come caso speciale; migliorare la rappresentanza di Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi; intensificare gli sforzi sulla questione delle categorie di membri; lavorare verso un modello consolidato. È il massimo di convergenza mai registrato in un testo adottato per consenso. È anche, osserva Joseph Preston Baratta, un documento di riconferma più che di trasformazione: i piccoli e medi Stati, maggioranza schiacciante dell’Assemblea, non si sono coalizzati attorno a un’agenda ambiziosa perché impegnati a difendere gli impegni sull’aiuto allo sviluppo e sugli Obiettivi del 2030. La richiesta indiana di un testo negoziale è l’unico modo per mettere alla prova quella convergenza. Valuto probabile, con confidenza moderata, che anche l’ottantunesima sessione si chiuda con l’ennesima decisione di rinnovo.

La seconda via passa sopra il negoziato ordinario. L’art. 109 della Carta prevede una Conferenza generale degli Stati membri per la revisione della Carta, convocabile con il voto dei due terzi dell’Assemblea e di nove membri qualsiasi del Consiglio di Sicurezza. Per la convocazione, dunque, il veto non opera. Baratta, riprendendo gli studi di Mahmoud Sharei, propone che una coalizione di piccoli e medi Stati faccia di questa disposizione mai applicata la leva di una revisione complessiva. Il limite è altrettanto chiaro: le modifiche approvate dalla Conferenza entrano in vigore solo con la ratifica di tutti i membri permanenti (art. 109, par. 2). L’art. 109 non aggira il veto, ma ne rende visibile il costo politico, perché costringe i cinque a opporsi apertamente a un processo voluto dalla maggioranza invece di lasciarlo esaurire nelle procedure dell’IGN. Per il Sud è l’unico strumento giuridico che trasforma il numero in iniziativa.

La terza via corre di lato. È quella che ho chiamato altrove la «riforma necessaria», contrapposta alla «riforma impossibile»: la trasformazione che avanza nei circuiti che le istituzioni universali non controllano, dai pagamenti transfrontalieri alle banche di sviluppo, e che finisce per rendere l’interno meno rilevante. Questa via non chiede il permesso a nessuno. Ha però un costo che il Sud deve mettere in conto: un’ONU svuotata non protegge i piccoli, che del diritto internazionale e della sede universale hanno più bisogno delle grandi potenze. Pechino, Mosca o Nuova Delhi possono permettersi un mondo di club; il Burundi o la Giamaica molto meno.

Le tre vie non si escludono. La combinazione più plausibile nei prossimi anni vede la terza avanzare mentre la prima ristagna, con la seconda tenuta in riserva come minaccia. È in questa combinazione che il protagonismo del Sud diventa necessario e non soltanto auspicabile. Solo una maggioranza organizzata può fare in modo che la pressione laterale produca riforma dentro l’organizzazione anziché il suo abbandono; e solo una maggioranza organizzata può rendere credibile l’art. 109 come alternativa allo stallo.

La valutazione poggia su tre assunti: che i cinque permanenti restino compatti nella difesa del veto; che la rivalità sino-indiana persista; che il disimpegno finanziario statunitense continui. Se il primo cadesse, per esempio con un’apertura di Washington o di Parigi a una limitazione del veto, gli scenari di riforma parziale guadagnerebbero probabilità. Se la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi si attenuasse in modo stabile, il nodo del seggio indiano smetterebbe di essere il principale ostacolo interno al blocco.

Un ulteriore banco di prova è ormai imminente. La scelta del successore di Guterres, il cui mandato scade a fine 2026, dirà se la rotazione regionale e la domanda di rappresentanza del Sud contano qualcosa anche nella procedura più opaca del sistema, quella in cui il Consiglio raccomanda e l’Assemblea ratifica.

Una maggioranza che deve diventare soggetto

La Carta si apre con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite». I popoli del Sud sono la grande maggioranza di quel «noi», e la loro esclusione dal centro decisionale non è più un’anomalia storica tollerabile: è il punto in cui la legittimità dell’organizzazione si incrina. Per questo il protagonismo del Sud Globale è necessario. Non perché il Sud sia portatore di una virtù politica superiore, ma perché nessun altro attore ha insieme l’interesse, i numeri e ormai anche le alternative per costringere l’ONU a riformarsi.

Perché quel protagonismo produca risultati servono però tre passaggi che nessuna dichiarazione ha ancora compiuto. Il primo è un modello meridionale unico, o almeno una tregua tra G4, Africa e Uniting for Consensus sul principio che l’allargamento vada fatto prima di stabilire chi ne beneficia. Il secondo è il collegamento esplicito tra rappresentanza politica e riforma finanziaria, così che la maggioranza dei piccoli abbia ragioni proprie per sostenere le ambizioni dei grandi. Il terzo è l’uso delle istituzioni alternative come leva negoziale e non come uscita di sicurezza.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico. Le Nazioni Unite sono nate per impedire il ritorno del 1939; il Sud chiede che smettano di somigliare al 1945. Tra le due richieste non c’è contraddizione. C’è soltanto chi, dentro il Consiglio, ha interesse a far credere che ci sia.

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"O Brasil não é o quintal de ninguém"

Miguel Baumgartner considera que a vitória de Lula aproxima o Brasil dos BRICS e afasta-se dos EUA. Alerta também para discurso de medo de Netanyahu sobre perigo nuclear e manobra russa sobre Ucrânia.

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I BRICS e i limiti dell’azione collettiva in Medio Oriente

Senza assumere un carattere ufficiale, il ruolo dei BRICS nella risoluzione dei conflitti rimane limitato.

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Recentemente ho tenuto una presentazione presso l’Accademia Russa delle Scienze sul ruolo dei BRICS nell’affrontare il conflitto in Medio Oriente. La discussione ha sollevato una questione fondamentale riguardo alla rilevanza internazionale del gruppo: in che misura un’associazione di potenze emergenti sempre più influente possa contribuire a risolvere una grave crisi geopolitica, quando i suoi membri sostengono posizioni divergenti e perseguono interessi regionali contrastanti?

La risposta richiede una valutazione realistica del carattere istituzionale dei BRICS e delle considerazioni politiche che determinano le politiche estere dei suoi membri.

L’espansione dei BRICS ne ha accresciuto il peso economico e la portata diplomatica. Ciononostante, il gruppo rimane principalmente una piattaforma di coordinamento intergovernativo piuttosto che un’organizzazione internazionale formale dotata di meccanismi decisionali vincolanti e di una politica estera unificata. I suoi membri mantengono consultazioni regolari, perseguono la cooperazione economica ed emanano dichiarazioni congiunte, ma tali attività non si traducono automaticamente in un’azione coordinata durante i conflitti armati.

Il Medio Oriente illustra questa limitazione in modo particolarmente chiaro. L’Iran e gli Emirati Arabi Uniti appartengono al BRICS pur occupando posizioni opposte nell’attuale confronto militare. Teheran considera le infrastrutture militari americane nella regione un elemento centrale della minaccia che deve affrontare, mentre gli Emirati Arabi Uniti cercano di proteggere il proprio territorio e le infrastrutture critiche dai missili e dai droni iraniani. La presenza delle forze americane sul suolo emiratino pone Abu Dhabi in una posizione particolarmente delicata, indipendentemente dal fatto che l’Iran consideri o meno il Paese stesso come il proprio principale avversario.

Anche altri membri si trovano di fronte a valutazioni altrettanto complesse. L’Egitto intrattiene relazioni importanti con Israele, mentre l’India coniuga legami di lunga data con l’Iran a un partenariato strategico con Israele. Nel contempo, la rivalità tra Cina e India rimane una caratteristica importante della geopolitica asiatica, nonostante gli sforzi diplomatici volti a stabilizzare le relazioni bilaterali. Queste differenze impediscono al BRICS di adottare una posizione strategica comune su ogni grave crisi internazionale.

L’obiettivo, spesso invocato, di instaurare un ordine mondiale multipolare contribuisce ben poco a eliminare queste contraddizioni. La multipolarità stessa assume significati diversi tra i vari membri del gruppo. Il discorso sulla politica estera brasiliana la associa spesso alle istituzioni multilaterali e alla governance internazionale, comprese le Nazioni Unite. Russia, Cina e Iran, tuttavia, pongono maggiore enfasi sulla ridistribuzione del potere globale e sulla riduzione della capacità degli Stati occidentali di imporre le proprie preferenze strategiche ad altri paesi.

Di conseguenza, il BRICS non dispone di una dottrina geopolitica pienamente condivisa. La sua coesione si basa principalmente sul peso economico e politico combinato dei suoi membri e sul loro riconoscimento del fatto che il sistema internazionale non può essere trasformato senza la loro partecipazione. Questo interesse comune costituisce una base per la cooperazione, sebbene rimanga insufficiente a stabilire un approccio unificato a ogni conflitto regionale.

Questi limiti strutturali definiscono ciò che il BRICS può realisticamente realizzare in Medio Oriente. Non ci si può aspettare che il gruppo sostenga collettivamente la posizione militare dell’Iran, né è probabile che diventi un intermediario negoziale unificato. Gli interessi dei suoi membri arabi, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, rendono politicamente improbabile un simile accordo. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi del BRICS non sostiene l’eliminazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, permangono significative opportunità per un’azione diplomatica coordinata. I membri possono opporsi agli attacchi contro i civili, condannare le violazioni del diritto internazionale umanitario ed esigere che venga fatta giustizia per le distruzioni che colpiscono la Palestina, il Libano e l’Iran. Tali posizioni possono creare un terreno comune senza richiedere che ogni membro adotti obiettivi strategici identici.

Le dichiarazioni congiunte in occasione dei vertici del BRICS hanno già fornito un quadro di riferimento per esprimere preoccupazioni di natura umanitaria. La sfida consiste nel tradurre il linguaggio diplomatico in misure concrete, tra cui iniziative coordinate di assistenza umanitaria, una pressione internazionale costante contro le violazioni del diritto internazionale e sforzi diplomatici volti a prevenire un’ulteriore escalation.

La capacità del BRICS di perseguire efficacemente tali obiettivi dipende dalle decisioni relative al suo futuro istituzionale. Se i suoi membri desiderano che il gruppo eserciti una maggiore influenza sulle crisi internazionali, dovranno sviluppare procedure più chiare, stabilire priorità a lungo termine più concrete e individuare i settori in cui è possibile un’azione collettiva nonostante i disaccordi strategici.

Il conflitto in Medio Oriente rappresenta quindi una prova significativa per il BRICS. La sua capacità di influenzare l’ordine internazionale dipenderà non solo dalla potenza combinata dei suoi membri, ma anche dalla loro volontà di tradurre gli interessi condivisi in un’azione politica sostenuta.

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BRICS e os limites da ação coletiva no Oriente Médio

Sem sua formalização, o papel do BRICS na resolução de conflitos permanece limitado.

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Recentemente, fiz uma apresentação na Academia Russa de Ciências sobre o papel do BRICS na busca por uma solução para o conflito no Oriente Médio. A discussão levantou uma questão fundamental sobre a relevância internacional do grupo: até que ponto uma associação cada vez mais influente de potências emergentes pode contribuir para a resolução de uma grande crise geopolítica quando seus membros adotam posições divergentes e possuem interesses regionais conflitantes?

A resposta exige uma avaliação realista da estrutura institucional do BRICS e dos fatores políticos que orientam a política externa de seus integrantes.

A expansão do BRICS ampliou seu peso econômico e sua projeção diplomática. Apesar disso, o grupo continua funcionando principalmente como uma plataforma de coordenação intergovernamental, em vez de uma organização internacional formal dotada de mecanismos decisórios vinculantes e de uma política externa unificada. Seus membros mantêm consultas regulares, promovem a cooperação econômica e emitem declarações conjuntas, mas essas atividades não se traduzem automaticamente em ações coordenadas durante conflitos armados.

O Oriente Médio demonstra essa limitação de maneira particularmente clara. Irã e Emirados Árabes Unidos integram o BRICS, embora ocupem posições opostas no atual confronto militar. Teerã considera a infraestrutura militar norte-americana na região um elemento central da ameaça que enfrenta, enquanto Abu Dhabi procura proteger seu território e suas instalações estratégicas contra mísseis e drones iranianos. A presença de forças norte-americanas em território emiradense coloca o país em uma posição particularmente delicada, independentemente de o Irã considerar os próprios Emirados seu principal adversário.

Outros integrantes enfrentam dilemas semelhantes. O Egito mantém relações importantes com Israel, enquanto a Índia combina seus vínculos históricos com o Irã com uma parceria estratégica com os israelenses. Ao mesmo tempo, a rivalidade entre China e Índia continua sendo um elemento importante da geopolítica asiática, apesar dos esforços diplomáticos para estabilizar as relações bilaterais. Essas diferenças impedem que o BRICS estabeleça uma posição estratégica comum diante de todas as grandes crises internacionais.

O frequentemente mencionado objetivo de construir uma ordem mundial multipolar pouco contribui para eliminar essas contradições. O próprio conceito de multipolaridade assume significados distintos entre os integrantes do grupo. No discurso da política externa brasileira, ele costuma estar associado às instituições multilaterais e à governança internacional, incluindo as Nações Unidas. Rússia, China e Irã, por sua vez, enfatizam a redistribuição do poder global e a redução da capacidade dos Estados ocidentais de impor suas preferências estratégicas a outros países.

Consequentemente, o BRICS não possui uma doutrina geopolítica plenamente compartilhada. Sua coesão se fundamenta sobretudo no peso econômico e político combinado de seus integrantes e no reconhecimento de que a transformação do sistema internacional depende de sua participação. Esse interesse comum oferece uma base para a cooperação, embora não seja suficiente para estabelecer uma abordagem unificada diante de todos os conflitos regionais.

Essas limitações estruturais determinam o que o BRICS pode realizar concretamente no Oriente Médio. Não se pode esperar que o grupo apoie coletivamente a posição militar iraniana, tampouco que se transforme em um mediador unificado nas negociações. Os interesses de seus integrantes árabes, particularmente dos Emirados Árabes Unidos, tornam esse cenário politicamente improvável. Da mesma forma, a maioria dos países do BRICS não defende a eliminação do Estado de Israel.

Ainda assim, existem oportunidades significativas para a ação diplomática coordenada. Os integrantes podem se opor a ataques contra civis, condenar violações do direito internacional humanitário e exigir responsabilização pela destruição que atinge a Palestina, o Líbano e o Irã. Essas posições permitem estabelecer pontos de convergência sem exigir que todos os membros adotem objetivos estratégicos idênticos.

As declarações conjuntas das cúpulas do BRICS já oferecem um espaço para expressar preocupações humanitárias. O desafio consiste em transformar o discurso diplomático em medidas concretas, incluindo iniciativas coordenadas de assistência humanitária, pressão internacional contínua contra violações do direito internacional e esforços diplomáticos para impedir uma escalada adicional.

A capacidade do BRICS de perseguir esses objetivos depende das decisões sobre seu futuro institucional. Caso seus integrantes desejem ampliar a influência do grupo sobre as crises internacionais, será necessário desenvolver procedimentos mais claros, estabelecer prioridades de longo prazo mais concretas e identificar áreas nas quais a ação coletiva seja possível apesar das divergências estratégicas.

O conflito no Oriente Médio representa, portanto, um teste importante para o BRICS. Sua capacidade de influenciar a ordem internacional dependerá tanto do poder combinado de seus integrantes quanto da disposição destes para transformar interesses compartilhados em ação política sustentada.

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Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

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24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa

Manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra” – Roma, sabato 24 ottobre 2026
COMUNICATO STAMPA

Il Comitato promotore della manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”, in
programma a Roma sabato 24 ottobre, ribadisce con forza il carattere pacifico e
nonviolento dell’iniziativa.
Scendiamo in piazza per chiedere pace, il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della
Costituzione, la fine del coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti armati, la solidarietà
con i popoli che resistono all’imperialismo e al sionismo. Chi aderisce alla manifestazione lo
fa condividendone pienamente lo spirito: volti scoperti, mani libere, parole chiare.
Il Comitato respinge in modo netto ogni tentativo di strumentalizzazione violenta da parte
di elementi estranei alla manifestazione, ai suoi contenuti, alle realtà che l’hanno
promossa ed a quelle che hanno aderito. Chiunque intenda servirsi del corteo per
compiere atti di violenza, danneggiamenti o scontri si pone fuori dalla manifestazione e
contro di essa.
Di questo tutti devono essere consapevoli, dai manifestanti agli organi di informazione.
Nessuno provi a screditare il movimento per la pace e a spostare l’attenzione dalle ragioni
della protesta.
Invitiamo tutti i partecipanti a seguire le indicazioni del servizio d’ordine, a non raccogliere
alcuna provocazione, a isolare immediatamente eventuali comportamenti violenti e a
segnalarli agli organizzatori.
Il 24 ottobre Roma vedrà una piazza ampia, plurale, determinata e pacifica. Perché la pace
si costruisce con la pace.
Il Comitato promotore della manifestazione “Fuori l’Italia dalla guerra”

20 ottobre 2026
www.fuorilitaliadallaguerra.org

L'articolo 24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa proviene da Casa del Sole TV.

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Mutual Support on International Platforms: Russia and Iran on the Path to a Multipolar World

Russian-Iranian relations long ago moved beyond the framework of ordinary good-neighborliness. Today this is a strategic partnership, cemented by the Treaty on Comprehensive Strategic Partnership signed in January 2025. The preamble of this document directly records the parties’ desire to “promote the objective process of forming a new just and sustainable multipolar world order based […]
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BRICS and the limits of collective action in the Middle East

Without becoming official, BRICS’ role in resolving conflicts remains reduced.

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Recently, I delivered a presentation at the Russian Academy of Sciences on the role of BRICS in addressing the conflict in the Middle East. The discussion raised a fundamental question about the group’s international relevance: to what extent can an increasingly influential association of emerging powers contribute to resolving a major geopolitical crisis when its members hold divergent positions and maintain competing regional interests?

The answer requires a realistic assessment of BRICS’ institutional character and the political considerations shaping its members’ foreign policies.

The expansion of BRICS has increased its economic weight and diplomatic reach. Nevertheless, the group remains primarily a platform for intergovernmental coordination rather than a formal international organization equipped with binding decision-making mechanisms and a unified foreign policy. Its members maintain regular consultations, pursue economic cooperation, and issue joint declarations, but these activities do not automatically translate into coordinated action during armed conflicts.

The Middle East illustrates this limitation particularly clearly. Iran and the United Arab Emirates belong to BRICS while occupying opposing positions in the current military confrontation. Tehran considers American military infrastructure in the region a central element of the threat it faces, while the UAE seeks to protect its territory and critical infrastructure from Iranian missiles and drones. The presence of American forces on Emirati soil places Abu Dhabi in a particularly sensitive position, regardless of whether Iran considers the country itself its principal adversary.

Other members face similarly complex calculations. Egypt maintains important relations with Israel, while India combines longstanding ties with Iran with a strategic partnership with Israel. Meanwhile, China’s rivalry with India remains an important feature of Asian geopolitics, despite diplomatic efforts to stabilize bilateral relations. These differences prevent BRICS from adopting a common strategic position on every major international crisis.

The frequently invoked objective of establishing a multipolar world order does little to eliminate these contradictions. Multipolarity itself carries different meanings across the group’s membership. Brazilian foreign policy discourse often associates it with multilateral institutions and international governance, including the United Nations. Russia, China, and Iran, however, place greater emphasis on redistributing global power and reducing the capacity of Western states to impose their strategic preferences on other countries.

Consequently, BRICS lacks a fully shared geopolitical doctrine. Its cohesion rests primarily on the combined economic and political weight of its members and their recognition that the international system cannot be transformed without their participation. This common interest provides a foundation for cooperation, although it remains insufficient to establish a unified approach to every regional conflict.

These structural limitations define what BRICS can realistically accomplish in the Middle East. The group cannot be expected to endorse Iran’s military position collectively, nor is it likely to become a unified negotiating intermediary. The interests of its Arab members, particularly the UAE, make such an arrangement politically implausible. Likewise, most BRICS countries do not support eliminating the State of Israel.

However, significant opportunities for coordinated diplomatic action remain. Members can oppose attacks against civilians, condemn violations of international humanitarian law, and demand accountability for the destruction affecting Palestine, Lebanon, and Iran. Such positions can establish common ground without requiring every member to adopt identical strategic objectives.

Joint declarations at BRICS summits have already provided a framework for expressing humanitarian concerns. The challenge is to translate diplomatic language into practical measures, including coordinated initiatives for humanitarian assistance, sustained international pressure against violations of international law, and diplomatic efforts to prevent further escalation.

Whether BRICS can pursue these objectives effectively depends on decisions about its institutional future. If its members want the group to exercise greater influence over international crises, they will need to develop clearer procedures, establish more concrete long-term priorities, and identify areas where collective action is possible despite strategic disagreements.

The Middle East conflict therefore presents BRICS with a significant test. Its capacity to influence the international order will depend not only on the combined power of its members, but also on their willingness to convert shared interests into sustained political action.

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China, BRICS & Brazil: what Lula vs. Bolsonaro means for the Global South

As Brazil heads into the October 25 runoff election between President Luiz Inácio Lula da Silva and Flávio Bolsonaro, the country stands as a crucial battleground in Washington’s strategy to contain China, as well as global geopolitics.

What does this election mean for the future of China-Brazil ties, the BRICS alliance, and independent technological sovereignty across the Global South?

Tings Chak – researcher, writer, and art director for the Tricontinental: Institute for Social Research – joins Amanda Yee to break down the two competing paths for Brazil represented by Lula and Bolsonaro.

Read Chak’s article: “How Brazil’s election could reshape relations with China”

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BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

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Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

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How Brazil’s election could reshape relations with China

On October 25, Brazilians will return to the polls to choose between President Luiz Inácio Lula da Silva and Flávio Bolsonaro, son of former president Jair Bolsonaro, who was sentenced to 27 years in prison for his role in an attempted coup. The first round gave Flávio 47% of valid votes against Lula’s 45%, revealing the enduring strength of the far right four years after its electoral defeat. The runoff takes place as Donald Trump seeks to restore US domination over Latin America, with Brazil emerging as a consequential battleground in Washington’s campaign to contain China’s growing relations with the region.

Read more: Why did Brazil’s far right win the first round?

Over the past two decades, Brazil and China have built a political partnership that has expanded the space for independent action among countries of the Global South. Under Lula and Xi Jinping, this relationship has deepened through cooperation in industrial development, infrastructure, science, and technology. The election will determine whether this project advances or Brazil’s international orientation is subordinated to Washington’s renewed Monroe Doctrine as part of the continent’s rightward shift.

Read more: Brazil’s angry tide and the struggles ahead

Since Lula’s return to the presidency in 2023, the two governments have connected Chinese cooperation with Brazil’s development programs, including Nova Indústria Brasil, the Growth Acceleration Program (PAC), and the Ecological Transformation Plan. Lula’s May 2025 visit to Beijing produced 36 agreements covering infrastructure, finance, artificial intelligence, public health, and industrial cooperation. Behind these agreements is a long-standing challenge: overcoming Brazil’s dependent position in the international division of labor, where commodity exports continue to outweigh advanced industrial and technological development.

This cooperation has also reached Brazilian popular movements. Through the International Association for Popular Cooperation (Baobab), Brazil’s Landless Rural Workers’ Movement (MST) and other organizations have worked with Chinese institutions on agricultural mechanization, bioinputs, and digital technologies for family farming. These initiatives include the Digital Family Farming and Agroecology Laboratory and IARAA, an artificial intelligence project for agroecology and agrarian reform developed by Brazilian popular movements using Chinese open-source models. In a countryside marked by extreme concentrations of land, machinery, and capital, such cooperation offers new tools to peasant organizations fighting for agrarian reform and the production of healthy food.

Brazil’s relationship with China also reveals the different class interests at work in the country, with contradictions particularly visible in the countryside. Massive exports of soybeans, meat, and minerals have continued under both Bolsonaro and Lula, but their governments have pursued very different political relationships with Beijing. While Jair Bolsonaro attacked China and aligned himself with Washington, Lula has sought to deepen strategic cooperation, including in industrial development, technology, and agrarian reform. Flávio Bolsonaro now promises an “economically pragmatic” relationship with China while cultivating close ties with Trump. For sectors of Brazil’s ruling classes that profit from commodity exports, continuing to sell to China while embracing Washington’s political agenda presents little contradiction. For Brazil’s efforts to rebuild its industry and develop technological sovereignty, the consequences are far greater.

The return of the Monroe Doctrine

Washington’s ambitions were made explicit in its November 2025 National Security Strategy, which announced a “Trump Corollary” to the Monroe Doctrine, seeking to restore US pre-eminence in the Western Hemisphere and deny outside powers control over strategic resources and infrastructure. Five days later, China published its third Latin America policy paper, reaffirming sovereignty, non-interference, regional integration, technological cooperation, and support for the region as a Zone of Peace. The two documents reveal fundamentally different approaches to the political future of the continent.

Brazil’s position is decisive. As Latin America’s largest economy, a founding BRICS member, and a leading participant in Mercosur, it possesses industrial, scientific, and political capacities that could strengthen independent development across Latin America and beyond.

The emergence of a new technological era makes this struggle particularly consequential. Brazil is among the few countries of the Global South capable of pursuing digital and technological sovereignty that could benefit its neighbors and parts of Africa. Its roughly 23% share of global rare earth reserves is an important starting point, but control over minerals alone is insufficient. The greater challenge is developing the capacity to process them, manufacture advanced components, and build the digital infrastructure, artificial intelligence systems, and technologies that will shape future production.

Flávio has made his orientation clear. Speaking at the Conservative Political Action Conference (CPAC) in the United States in March 2026, he offered Brazil as the “solution” to Washington’s dependence on China for critical minerals, explicitly linking rare earths to artificial intelligence and US military superiority. Chinese economic reporting has also described proposals from his team to exclude China from rare-earth supply chains. Rather than using Brazil’s resources to develop its own industrial and technological capacities, this agenda would place them at the service of US technological and military power.

The same political orientation extends to digital sovereignty. In July 2026, Flávio’s campaign submitted proposals to US trade authorities that included preventing Brazil’s Pix payment system from connecting to non-Western international payment networks and loosening commitments within Mercosur. These proposals converge with a wider US campaign involving tariffs, digital regulation, strategic minerals, and attempts to influence Brazil’s electoral process. Meanwhile, Washington’s January 2026 bombing on Venezuela and kidnapping of Nicolás Maduro and Cilia Flores demonstrated how far it is prepared to go to impose its will on the continent.

BRICS and the struggle for an independent foreign policy

Brazil, particularly under Lula, has helped build institutions through which countries of the Global South can reduce their dependence on Western-dominated structures. At the July 2025 BRICS summit in Rio de Janeiro, the group advanced cooperation on development finance, local-currency transactions, and international institutional reform. The New Development Bank, headed by former Brazilian president Dilma Rousseff, is an important expression of this effort.

The BRICS cannot automatically overcome economic dependency or guarantee sovereignty for working people. Yet its expansion offers greater room for independent development, provided that participating governments have the political commitment to use these possibilities.

Brazil’s history reveals how difficult that independence has been to defend. In 1961, vice-president João Goulart became the first high-ranking representative of a Latin American government to visit the People’s Republic of China, meeting Mao Zedong when revolutionary China remained diplomatically isolated and subjected to US sanctions. Three years later, Goulart was overthrown in a US-backed civil-military coup that inaugurated a 21-year dictatorship. The early history of China–Brazil friendship was inseparable from struggles over national sovereignty, agrarian reform, and the forces determined to suppress them.

The international material conditions for South–South cooperation are considerably more favorable today, but political direction remains decisive. Jair Bolsonaro hosted the 2019 BRICS summit in Brasília while pursuing close alignment with Washington. A government can weaken institutions from within by abandoning the commitments that give them political substance.

The far right’s resurgence also reflects the enduring power of Brazil’s own ruling classes. Bolsonarismo has a domestic base among sections of agribusiness, finance, the security apparatus, militias, conservative religious networks, and major media. These forces, whose electoral and institutional advances have continued, were strengthened by the 2016 parliamentary coup against Dilma Rousseff and the judicial persecution of Lula. They possess their own organizations, material interests, and sources of power, which do not disappear when an election is lost. Their economic dependence on Chinese markets has not prevented their support for Washington’s political agenda.

Beyond the election

Beijing has followed the Brazilian election closely, reflecting the importance of the political relationship built between Lula and Xi over years of cooperation. In July, Xi reaffirmed China’s support for Brazil against external interference during a conversation with Lula, which also covered cooperation in artificial intelligence, satellites, mineral processing, and relations between China and Mercosur. In September, Foreign Minister Wang Yi received Lula’s adviser and former foreign minister Celso Amorim in Beijing, reaffirming the bilateral strategic partnership.

China’s principle of non-interference means that the choice of Brazil’s government belongs to the Brazilian people, but Beijing’s diplomatic restraint should not be confused with an absence of political interests or an assumption that all governments would pursue the same relationship. Chinese analysts have described the possible outlook under Flávio as one of “cold politics, hot economics”: commodity trade would likely continue, but the political relationship and cooperation in strategic sectors could deteriorate. The experience of Jair Bolsonaro’s presidency has already shown the limits of commercial interests in sustaining a broader political partnership.

For the Brazilian people, the consequences extend well beyond foreign policy. The election will also shape the struggles over labor rights, public services, agrarian reform, and the defence of democratic space. Brazil’s renewed role in South–South cooperation under Lula has opened possibilities for a development project that responds to the needs of its working people, but realizing those possibilities depends on the political and social forces capable of carrying it forward.

The Brazilian people have fought through dictatorship, neoliberal restructuring, parliamentary coups, and the rise of the far right to defend their political and social gains. This election is another moment in that longer struggle, now unfolding amid renewed US imperial intervention and a transformation of the world’s technological foundations. The future of China–Brazil cooperation will depend on the capacity of organized popular forces to build a sovereign national project and turn international cooperation into lasting changes in people’s lives.

Tings Chak 翟庭君 is the Asia Co-Coordinator of Tricontinental: Institute for Social Researchand an editor of the international edition of Wenhua Zongheng: A Journal of Contemporary Chinese Thought.

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Practical Directions for BRICS Development in the Medium Term

The actual handover of the BRICS chairmanship from New Delhi to Beijing will take place in three months, but the contours of the group’s near-term agenda can already be identified with reasonable clarity. As BRICS expands and diversifies, the focus of discussions is shifting from symbolic gestures to issues of practical economic integration. Experts identify […]
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