Sophia Bush opens up on midterms, her new book — and why she won’t say Trump’s name



Ogni volta che leggo qualcuno spiegare, con una certa sicumera, che le elezioni di metà mandato, quelle che si svolgeranno tra una settimana negli Stati Uniti d’America, saranno un trionfo per i Democratici, perché gli elettori hanno capito, perché Trump è finito epperciò terrorizzato sta tentando di andare contro la volontà popolare, perché alla fine arrivano i nostri come quando esisteva il cinema, ogni volta io penso che martedì prossimo mancheranno ancora nove giorni al decennale della mia analisi politica di riferimento.
La mia analisi politica di riferimento andò in onda il 12 novembre del 2016, sulla Nbc, all’interno del “Saturday Night Live”, il programma comico del sabato notte. La mia analisi politica di riferimento è uno sketch di meno di sei minuti intitolato “Election night”. C’è una parte del cast fisso del programma, c’è Dave Chappelle, che conduceva quella puntata, e c’è Chris Rock, che arriva a sorpresa.
La scenetta è ambientata in un salotto qualunque di una casa di americani di sinistra cinque sere prima, la sera dello spoglio elettorale. Le ragazze dibattono di quanti punti vincerà Hillary – lo so che vi sembrano passati trecento anni, ma quelle del 2016 sono le elezioni in cui Hillary Clinton è candidata contro Donald Trump: devo ricordarvi come va a finire? – e continuano a ripetere che è una serata storica, avranno la prima presidente donna. «Certo, lei vincerà il collegio elettorale, ma c’è uno scenario da incubo in cui il voto popolare lo vince lui». Dave Chappelle fa una faccia alla Dave Chappelle: ah, è quello lo scenario da incubo?
Potrebbe, giura uno di quelli pieni di sicumera, non esserci mai più un presidente repubblicano in questo paese: la demografia sta cambiando. Chappelle continua a fare facce: ma tu hai mai dato un’occhiata a questo paese? (Quelli con la sicumera sono tutti bianchi, e man mano che lo spoglio procede dicono che evidentemente è un paese razzista, e Rock e Chappelle ridono fortissimo).
Quest’estate, quando l’algoritmo ripescava qualunque intervista di Matt Damon perché “L’Odissea” era il gusto del momento, ne ho vista una del 2008: Damon si diceva terrorizzato dalla possibile vittoria di McCain e di Sarah Palin, candidata come vicepresidente nelle elezioni che poi vinse Barack Obama.
Non ho mai più smesso di pensarci, perché io le interviste di diciott’anni fa non me le ricordo, ma mi ricordo quelle del 2016, mi ricordo che nel 2016 era davvero come in “Election night”: erano tutti convinti che avrebbe vinto Hillary, così come due anni fa erano convinti che avrebbe vinto Kamala. Che secondo alcune brillanti analiste politiche hanno poi perso perché io le chiamo senza cognome delegittimandole, ma ora non divaghiamo e restiamo a: com’è possibile che la capiscano sempre al contrario? È perché quando hai un candidato evidentemente forte – Barack Obama – diventi scaramantico?
È perché quando hai una candidata evidentemente debole devi tirarti su convincendoti che ce la farai di sicuro?
E l’altra domanda che mi faccio è: è stato Obama un caso irripetibile non di vittoria di uno di sinistra, non di vittoria di un nero, ma di vittoria di un figo? Nel weekend Obama ha fatto alcuni comizi di sostegno a candidati delle elezioni di metà mandato, e sappiamo tutti che è un oratore formidabile, ma leggendo le reazioni a quel suo discorso mi si è consolidato un sospetto: la forza di Trump sta nella sua orrendezza. Obama sarebbe stato un’ambizione, un secolo fa: quando i ricchi si prendevano degli istitutori per imparare ciò che non sapevano e non fare figuracce in pubblico. Adesso che i ricchi si instagrammano con voluttà con cinquantamila euro di vestiti addosso e quindici errori di ortografia a didascalia, Obama è una rottura di coglioni: l’insopportabile promemoria che c’è qualcuno fotogenico e anche con la parlantina.
A un certo punto del discorso di Obama c’era una battuta sulla quale vale la pena soffermarsi. Partiva dallo stesso rimprovero che fanno tutti a Trump: pensa più alla ristrutturazione della Casa Bianca che al paese. E poi diceva una cosa che pensiamo tutti da sempre, io la pensai entrando per la prima volta nella Trump Tower nel 1988: ma cos’è tutto quell’oro?
L’oro è una fissa di Trump, avrete visto le foto di prima della presidenza, quando si faceva scattare nell’appartamento appunto della Trump Tower, oro ovunque e soffitti tragicamente bassi. Non ha esattamente un gusto minimalista, che è un altro modo in cui piace alle masse. Se fossero ricche, anche le masse di elettori si farebbero fare un cesso d’oro, anche loro si farebbero portare cartocci di McDonald’s dal maggiordomo in livrea: cosa credevate avrebbe fatto il cittadino medio con gli eventuali profitti di un gratta e vinci, comprato il catalogo Adelphi?
Se dite – e lo state dicendo tutti, parlo a voi che scrivete sui giornali – che è normale che i ragazzi sfascino le boutique perché il desiderio della cosa costosa è bruciante e cogente e tale e quale a quello del tizio della “Locomotiva”, se dite che appropriarsi della cintura Vuitton senza pagarla è la versione 2026 di «pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori», beh, poi non potete meravigliarvi se all’elettorato piace il cesso d’oro del Donald più di quanto gli piaccia l’elenco di romanzi fighetti che il Barack condivide ogni anno.
Barack Obama prende l’osservazione sull’oro e la completa così: «Ma cos’è tutto quell’oro, sembra che Saddam Hussein abbia ristrutturato una Cheesecake Factory». Cheesecake Factory è una catena di ristoranti per famiglie assai popolare negli Stati Uniti, ci vanno quelli che se invece vogliono mangiare italiano vanno da Olive Garden (altra catena popolare), non esattamente gente sofisticata come d’altra parte non lo è la massa da nessuna parte, figuriamoci in America.
Mentre scrivo sono quarantott’ore da quando Obama ha fatto questa battuta, che non ci vuole Chris Rock per capire sia una battuta imperniata su «Saddam Hussein», non su «Cheesecake Factory», e sono quarantott’ore che leggo dibattiti lunari sul classismo di Barack Obama che secondo questi giganti del pensiero non capisce che all’americano medio la Cheesecake Factory piace.
Ho letto migliaia di commenti, e a stravolgermi non sono tanto quelli che dicono che Obama è elitario, che il suo disprezzo per il popolo è evidente, che tu a me la Cheesecake Factory non me la tocchi capitoooo, che è proprio alienandosi l’elettore medio che va alla Cheesecake Factory che i Democratici sono diventati irrilevanti. Quella potrebbe essere propaganda. Quelli potrebbero essere commentatori che travisano apposta, per poter criticare Obama. A stravolgermi sono quelli che lo difendono.
Quelli secondo i quali l’esempio era giusto, perché se vi piace la Cheesecake Factory e avete più di cinque anni avete un problema. Secondo i quali l’esempio era giusto, perché lo sappiamo tutti che la Cheesecake Factory è famosa per gli arredi kitsch, e un vero patriota americano mai vorrebbe che la Casa Bianca le somigliasse. Amici, compagni, concittadini, io non sono qui a seppellire le vostre licenze medie, ma non ci vuole un dottorato in costruzione delle battute per capire che, in quella similitudine lì, la Casa Bianca è già la Cheesecake Factory (cioè: un’istituzione americana che tutti conoscono e che a tutti va bene resti com’è), e Trump è il dittatore iracheno che la ristruttura stravolgendola, mettendoci troppo oro, facendola troppo pacchiana. Non c’è niente di più triste che spiegare le battute, e infatti in genere non si fa.
In genere, se sei un politico con una certa qual abilità oratoria, sai fare battute che non hanno bisogno di didascalie, che possono essere travisate solo per malafede e non perché si è estinto il pubblico non completamente stupido.
Un paio di settimane fa ho sentito un dibattito tra il sindaco di Torino e il presidente della regione Piemonte. Non so neanche chi dei due fosse quale, e chi dei due fosse quello di destra e chi dei due quello di sinistra, ma ne sono uscita stravolta da quanto fosse scarsa l’oratoria di entrambi. Forse è quello che vogliamo.
Forse lo stesso pubblico che vuole solo romanzi scarsi perché così non si complessa pensando che non li avrebbe saputi scrivere, e film scarsi perché così anche se si distrae gli ripetono venti volte qual è la legge di Zeus e all’uscita non deve chiedere a ChatGpt di spiegargli la trama, forse quel pubblico, che è pubblico ma anche elettorato, vuole anche politici scarsi. Non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene. Chissà chi c’è tra due sabati al “Saturday Night Live”. Chissà se torna Chris Rock a dire ma tu pensa, chi l’avrebbe mai detto che finiva così.
L'articolo Non date Trump per spacciato, all’americano medio piace la sua orrendezza proviene da Linkiesta.it.
Trump’s relentless campaign schedule in the home stretch before the midterm elections is something the White House says gives Republicans their best shot at emerging victorious.
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© Nick Hagen for The New York Times

Si infiamma la battaglia politica per il seggio del Michigan, una delle sfide decisive per il controllo del Senato americano alle elezioni di midterm del 3 novembre. Ieri il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed ha avuto l’endorsement più importante, quello di Barack Obama. L’ex presidente degli Stati Uniti è salito sul palco di Detroit e ha abbracciato il 42enne, prima di dare il via a un comizio-show in cui ha più volte accostato la propria storia a quella del medico che potrebbe diventare il primo senatore musulmano degli Stati Uniti.
“Si respira aria di cambiamento” ha esordito Obama. Parlando dei quasi vent’anni trascorsi in politica, l’ex presidente ha scherzato dicendo di essere impegnato in campagne elettorali da troppo tempo. Poi ha aggiunto che proprio grazie a questa esperienza “riesco a capire quando arriva un’elezione che dà una sensazione un pò diversa“, in cui “le persone sono così pronte a qualcosa di nuovo, così desiderose di qualcosa di meglio, così stanche e sfinite da non poterne più, al punto che ovunque si vada si ha la sensazione che nell’aria ci sia un cambiamento. E in Michigan, è proprio questo che percepisco in questo momento”, ha affermato Obama. Che poi si è rivolto a El-Sayed, ricordando la sua esperienza. “Useranno il tuo nome o la tua fede per suggerire che sei in qualche modo pericoloso, meno affidabile o patriottico. Che sei meno americano. È un film che abbiamo già visto, ma questa roba- ha concluso – non ha funzionato con me e non funzionerà con te“. Davanti a migliaia di sostenitori Obama ha difeso il programma progressista del candidato democratico, che punta sulla lotta alla povertà e il sostegno alla sanità pubblica, presentandolo come il volto di un cambiamento autentico e respingendo gli attacchi alla sua identità musulmana. “Abdul si batte per il cambiamento, un cambiamento vero“, ha detto l’ex presidente, evocando lo spirito della campagna che nel 2008 lo portò alla Casa Bianca.
Dopo il comizio, Trump è tornato ad attaccare l’ex presidente, definendolo “gravemente incompetente“. “Ora sta facendo campagna per un jihadista dei Fratelli Musulmani che odia gli ebrei, i neri, gli americani e Trump, e perderà”, ha scritto nelle scorse ore su Truth. Oggi l’inquilino della Casa bianca è atteso a Port Huron, in Michigan, per sostenere il candidato repubblicano Mike Rogers. Il comizio è in programma alle 15 ora locale, le 20 in Italia, al McMorran Place Sports and; Entertainment Center. Sempre oggi Bernie Sanders parteciperà a un comizio con El Sayed a Grand Rapids.
L'articolo Obama, comizio-show in Michigan per tirare la volata al candidato dem Abdul el-Sayed: “Usano la tua fede per attaccarti, ma non funzionerà” proviene da Il Fatto Quotidiano.



© Victor J. Blue for The New York Times


© Lauren Petracca for The New York Times

© CAROLINE BREHMAN/EPA
There is still over an hour before the protagonist appears, but the line already wraps around the block. Dozens of people wait patiently for their turn to see the man who has become the great hope of the Democratic left wing. When he begins to speak, pandemonium breaks out: “My name is Abdul El‑Sayed and I am going to be your next senator in Washington.” Over the next hour, the hundreds gathered in this venue will applaud, laugh, and cheer every word from the mouth of the new star of American politics, who has already made a fitted black T‑shirt and jeans his trademark look. We are in Lansing, Michigan’s capital, where one of the most gripping battles of the midterm elections — just over two weeks away — is being fought.

© Paul Sancya (AP Photo/Paul Sancya)




