❌

Reading view

L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump

Il governo italiano ha aderito a una dichiarazione congiunta siglata da otto Paesi (tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone) per ribadire il proprio sostegno alla Corte Penale Internazionale e contestare le misure restrittive decise da Washington a ottobre, quando l’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni alla Cpi nelle stesse ore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana già giudice della medesima Corte e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma Giorgia Meloni in prima persona ha evitato di condannare fermamente la scelta. Tanto è vero che adesso che si tratta di votare in Parlamento, il centrodestra si muove tra l’ambiguità e il rinvio.

Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra, sottoscritta dal campo larghissimo (Pd-M5S-Avs-Italia viva e più Europa) ma non se n’è fatto nulla. Il testo si riferiva sia alle sanzioni dello scorso ottobre, sia al fatto che il 6 febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti emanava l’ordine esecutivo n. 14203, sulla base del quale sono state emesse sanzioni, tra gli altri, contro il procuratore capo, i due viceprocuratori e altri otto magistrati della Corte. In particolare, Washington accusava la Corte di aver “intrapreso azioni illegittime e prive di basi prendendo di mira l’America e il suo stretto alleato Israele”, riferendosi al mandato di cattura spiccato nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della difesa, Yoav Gallant, per i crimini commessi ai danni della popolazione di Gaza, e volutamente ignorando che la Corte, contestualmente, spiccava analoghi mandati nei confronti di tre figure apicali di Hamas.

La proposta di legge del centrosinistra impegna il governo a criticare duramente questa iniziativa. In particolare “a esercitare una forte pressione in tutti i consessi europei e internazionali, oltre che nei rapporti bilaterali, affinché gli Stati Uniti rimuovano tutte le sanzioni contro la Corte penale internazionale emesse dall’Amministrazione Trump, sia quelle con l’ordine esecutivo n. 14203, sia quelle annunciate il 9 ottobre 2026”. E anche “ad adoperarsi affinché la Commissione europea proceda senza indugio all’adozione degli atti necessari a rendere applicabile alle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale lo ‘Statuto di blocco’ dell’Unione europea”.

Su questi punti il centrosinistra aveva cercato una convergenza con il centrodestra. Nulla di fatto. Non solo. Martedì, a urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” (ma il testo era stato presentato ad agosto) e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale. Esisteva una proposta di legge alternativa del centrodestra, ma la Lega non era intenzionata a votare neanche la generica condanna di Netanyahu. Ma l’opposizione insiste: la prossima settimana in Aula si vota l’urgenza; da vedere – a elezioni passate in Israele – cosa farà il centrodestra.

L'articolo L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale

Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.

A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.

Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.

Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.

Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.

X: @GianniRosini

L'articolo Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie)

Elezioni in Israele, Netanyahu resiste ma è stallo: nessuno ha i numeri per governare

L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.

Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.

Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.

La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.

Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.

La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.

Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.

La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.

Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie) proviene da Affaritaliani.it.

  •  

La scommessa vinta dei partiti arabi: i palestinesi israeliani li hanno votati in massa. E ora hanno la chance di contare

Sono forse gli unici a poter rivendicare un ottimo risultato alle elezioni del 27 ottobre, avendo moltiplicato voti e seggi. Hanno vinto la scommessa di portare la comunità dei palestinesi cittadini di Israele con diritto di voto alle urne in massa, superando un’affluenza dell’80% e rompendo con la tradizione di sfiducia e astensionismo propria di questa comunità, che sente tutto il peso della discriminazione da parte delle autorità “ebraiche” dello Stato. Le due “liste arabe” Joint List e Ra’am saranno nelle prossime settimane i protagonisti delle trattative per la formazione di un governo a Gerusalemme, dopo il risultato complesso emerso dalle elezioni politiche israeliane. Il loro popolo di riferimento gli ha dato un mandato chiaro, ma non carta bianca. Finora l’astensionismo era motivato anche dalla scarsa fiducia nel fatto che i partiti rappresentativi della comunità araba potessero davvero incidere nelle istituzioni israeliane e sulla politica del Paese, dopo decenni di discriminazioni e condizioni di vita peggiorate. E stavolta, dovranno provare ai palestinesi che sono in grado di realizzare un vero cambiamento.

Joint List (Lista comune). È un’alleanza elettorale tra Hadash, fronte della sinistra comunista ebraico-araba, Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento di Ahmad Tibi, e Balad, formazione nazionalista palestinese e laica. L’unione è nata nel 2015, e all’inizio comprendeva anche Ra’am, poi si è sciolta e si è ricostituita per le elezioni del 27 ottobre non senza fatica e senza la partecipazione di Ra’am. Il capolista attuale della lista è Yousef Jabareen, docente universitario ed esperto di diritti umani; gli altri principali riferimenti sono Tibi, figura storica della rappresentanza parlamentare araba, e Sami Abu Shehadeh, presidente di Balad, che rimasto alla guida del partito anche se si è ritirato dalle liste elettorali a inizio ottobre, dopo che la destra ha presentato una petizione per la sua esclusione, motivandola con le tesi sostenute in un articolo in cui parlava del 7 ottobre e suggeriva di vederlo nel contesto dell’oppressione dei palestinesi di Gaza da parte dello Stato di Israele. Uno degli esponenti più visibili all’estero di Hadash è il deputato ebreo Ofer Cassif, di cui pure la destra ha chiesto l’esclusione dalla Knesset varie volte, per aver definito in discorsi pubblici la guerra a Gaza “un genocidio”.

La Joint List è forte soprattutto nell’antica Galilea, nel triangolo dei villaggi palestinesi, musulmani e cristiani, del centro-nord di Israele. Ma l’alleanza cerca anche il voto degli ebrei contrari all’occupazione in West Bank e alla discriminazione dei palestinesi. Più attivo in questo senso è soprattutto il corno di Hadash, che insiste su giustizia sociale, diritti dei lavoratori e cooperazione ebraico-araba. Ta’al coniuga rivendicazioni nazionali palestinesi e ha legami con la sinistra palestinese storica anche in West Bank. Balad ha una piattaforma di massima che chiede uno “Stato di tutti i suoi cittadini”, contestando il primato costituzionale dell’identità ebraica di Isrele. Il terreno comune comprende uguaglianza civile, autodeterminazione palestinese, opposizione all’occupazione e alla guerra a Gaza. La Joint List non vuole separare il miglioramento delle condizioni degli arabi israeliani dalla questione palestinese. Per questo l’ingresso in un governo guidato dai partiti sionisti resta molto difficile. È invece possibile un sostegno parlamentare esterno a una coalizione anti-Netanyahu. Jabareen ha dichiarato di essere disponibile a offrire una “rete di sicurezza”, cioè un appoggio esterno, a un governo alternativo imperniato sul blocco di Gadi Eisenkot, ma subordinandola a impegni politici concreti che nono sono stati ancora negoziati.

Ra’am, o Lista araba unita. Si tratta invece una formazione di matrice islamista, socialmente conservatrice, storicamente nata come braccio politico del ramo meridionale del Movimento islamico israeliano legato ai Fratelli musulmani. Questo è stato un elemento centrale nella campagna della destra, che accusa Abbas di sostenere in fondo Hamas. In realtà, il leader di Ra’am Mansour Abbas, un ex dentista e imam di 52 anni, ha portato il partito alla svolta che nel 2021 lo portò a uscire dalla Joint List e dentro la maggioranza “sioniosta” guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ra’am è stato finora il primo e unico partito arabo indipendente a partecipare a una coalizione di governo israeliana. Abbas ha posizione pragmatiche e moderate, conservatrici sul piano dei diritti civili. A dispetto della accuse di Netanyahu e soci, non nega l’autodeterminazione degli ebrei nello Stato di Israele e, a differenza della Joint List, non ha un progetto di “fusione” della Cisgiordania e di Israele in unico Stato federale. Il radicamento di Ra’am è soprattutto nelle comunità musulmane, in particolare nella provincia desertica del Negev, tra i beduini. Lì il movimento ha costruito reti religiose, assistenziali e di rappresentanza locale. Sono quindi centrali il riconoscimento dei villaggi beduini, la casa, le infrastrutture, i servizi e i finanziamenti ai comuni arabi, insieme alla lotta alla criminalità organizzata. Rispetto alla Joint List, Abbas privilegia la contrattazione per ottenere risultati immediati: Ra’am sostiene lo Stato palestinese e la fine dell’occupazione, ma non ne fa la condizione preliminare di ogni collaborazione con i partiti ebraici. Alle ultime elezioni del 2026 l’apertura si è tradotta nell’inserimento in lista di Yoav Segalovitz, ebreo, ex esponente di Yesh Atid ed ex alto funzionario di polizia, valorizzato per il suo lavoro contro la criminalità nelle comunità arabe. Ra’am è quindi disponibile a entrare direttamente in una coalizione con partiti di centro, sinistra o destra moderata, e infatti Mansour Abbas ha dichiarato di essere stato “contattato” da Gadi Eisenkot e da altri leader. In campagna elettorale Abbas escludeva di fare un governo con Netanyahu, nonostante diversi analisti considerano possibile un accordo, sempre all’insegna del pragmatismo e solo nel caso di un governo di “unità nazionale” che tenga fuori i partiti della destra estremista e anti-islamica. La disponibilità di Ra’am si scontra però con le resistenze di diversi esponenti dei partiti ebraici anti-Netanyahu, che continuano a respingere una coalizione formalmente dipendente dai partiti arabi.

L'articolo La scommessa vinta dei partiti arabi: i palestinesi israeliani li hanno votati in massa. E ora hanno la chance di contare proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi

Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.

Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.

Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.

La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.

Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza. Di solito le verifiche durano due settimane. Poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, dopo di che la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.

L'articolo Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”

Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.

L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.

Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.

L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.

L'articolo Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Netanyahu, l’eterno ritorno di Bibi. E ora speriamo in bene

Il commento

Come al solito, non abbiamo capito niente. O forse, più semplicemente, abbiamo scambiato i nostri desideri per la realtà. Ci siamo raccontati che Benjamin Netanyahu fosse arrivato al capolinea. Che gli israeliani fossero stanchi di Bibi, della sua arroganza, delle sue guerre, della sua capacità quasi soprannaturale di sopravvivere a qualsiasi crisi. Abbiamo pensato che il dolore, la rabbia, le piazze piene, le famiglie distrutte avrebbero finalmente prodotto una svolta. Che ci fosse un limite a tutto. Anche a Netanyahu.

E invece no. O almeno, forse no. Perché l’ennesima possibile affermazione del premier israeliano ci mette davanti a una verità terribile: la stanchezza che vedevamo noi non è necessariamente quella che sente Israele. E soprattutto non basta essere esausti per desiderare un cambiamento. A volte succede il contrario. Più una società ha paura, più si aggrappa a chi quella paura ha imparato a governarla. Anche quando ha contribuito ad alimentarla. È questo il paradosso di Netanyahu. Un uomo che sembra politicamente immortale, capace di trasformare ogni sconfitta in una ragione per restare, ogni emergenza in una necessità, ogni critica in una minaccia. Non importa quante volte venga dato per finito: Bibi torna. Sempre. Come se il destino di un intero Paese fosse ormai inseparabile da quello di un solo uomo.

E fa male dirlo. Perché avremmo voluto credere che dopo tutto quello che è successo, dopo il 7 ottobre, dopo una quantità di sofferenza umana che nessuna statistica riuscirà mai a raccontare davvero, potesse aprirsi una stagione diversa. Una stagione nella quale la sicurezza di Israele non fosse contrapposta alla pace in Medioriente. Nella quale la forza non fosse l’unico linguaggio della politica. Nella quale il futuro contasse finalmente più della vendetta e della sopravvivenza personale.

Non significa che gli israeliani siano tutti Netanyahu. Sarebbe un’ingiustizia verso chi lo combatte, verso chi manifesta, verso chi chiede pace, responsabilità e democrazia. Ma significa che abbiamo sottovalutato quanto sia profonda la frattura, quanto sia radicata la paura e quanto sia difficile costruire un’alternativa credibile quando un Paese vive da anni con la sensazione di essere perennemente sotto assedio. E allora viene da chiedersi se Netanyahu sia ancora soltanto un leader politico o se sia diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande e inquietante: l’incapacità di immaginare un futuro diverso dal presente.

C’è poi un elemento che rende tutto ancora più angosciante. Il voto del 27 ottobre non ha consegnato, almeno nei primi risultati, una maggioranza chiara. Il Likud è davanti, ma nessuno dei due schieramenti sembra avere i 61 seggi necessari per governare. Netanyahu non ha ancora vinto la partita. Eppure è ancora lì, al centro di tutto, pronto a giocarsela fino all’ultimo voto, fino all’ultimo alleato, fino all’ultima trattativa. Forse è proprio questa la sua vittoria più grande. Aver convinto un pezzo consistente di Israele che, dopo di lui, possa esserci soltanto il vuoto. Aver trasformato la propria permanenza al potere in una questione di sopravvivenza nazionale.

Ma un Paese non può vivere eternamente in guerra. Non può continuare a chiedere ai propri figli di crescere nell’odio e nella paura. Non può considerare inevitabile che ogni generazione erediti da quella precedente un nuovo conflitto, un nuovo lutto, una nuova ragione per non fidarsi del vicino. E questo vale per gli israeliani come per i palestinesi. Perché dietro le strategie militari, le mappe e i proclami ci sono esseri umani. Bambini che vorrebbero soltanto diventare grandi. Madri che vorrebbero soltanto rivedere i propri figli.

Il punto, alla fine, non è neppure Netanyahu. È quello che la sua possibile ennesima sopravvivenza politica racconta di noi, della nostra epoca, di un mondo nel quale la paura continua a battere la speranza e la promessa di sicurezza sembra valere più di qualsiasi progetto di pace. Avevamo sperato che gli israeliani voltassero pagina. Che dicessero basta. Che scegliessero qualcuno capace di immaginare un domani meno sanguinoso. Forse siamo stati ingenui. Forse abbiamo guardato Israele con gli occhi di chi vive a migliaia di chilometri di distanza e può permettersi il lusso di credere che la pace sia una scelta semplice.

Ma non voglio rassegnarmi all’idea che sia impossibile. Perché se Netanyahu dovesse davvero tornare a governare, il problema non sarebbe soltanto la sua ennesima vittoria. Sarebbe la sconfitta di un’idea: che perfino dopo il peggiore degli incubi sia possibile svegliarsi e ricominciare. E allora, mentre si contano i voti e si preparano le trattative, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Quella di un’occasione che rischia di sfuggire ancora una volta. Di una storia che continua a ripetersi, sempre più dolorosa, sempre più crudele. Di un Medio Oriente che non riesce a liberarsi dei propri fantasmi.

Vorrei sbagliarmi. Vorrei che questa volta la politica riuscisse a sorprenderci. Che qualcuno trovasse il coraggio di interrompere la catena della paura, della violenza, delle promesse tradite. Ma guardando quello che sta succedendo, faccio fatica a essere ottimista. Dio ce la mandi buona. Perché gli uomini, finora, non sembrano esserci riusciti.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Netanyahu, l’eterno ritorno di Bibi. E ora speriamo in bene proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza

Le elezioni israeliane non consegnano ancora una maggioranza a Benjamin Netanyahu, ma i primi risultati dello scrutinio ridimensionano le speranze dell’opposizione. A scrutinio delle urne ultimato, sono 53 i seggi al blocco del premier e 48 a quello anti Netanyahu. Per governare servono 61 seggi nella Knesset, il parlamento israeliano. Il quadro resta provvisorio: devono ancora essere conteggiati, tra gli altri, i voti in doppia busta, compresi quelli dei militari, che potrebbero modificare gli equilibri.

La notte elettorale ha visto entrambi i principali contendenti rivendicare la possibilità di guidare il prossimo governo. Il premier uscente, alla guida del Likud, ha aspettato oltre cinque ore dalla chiusura dei seggi prima di parlare ai sostenitori a Gerusalemme. «Stiamo ancora aspettando i risultati veri», ha detto, rivendicando però che il suo partito è il più grande del Paese. Netanyahu ha sostenuto che la destra dispone di una maggioranza «chiara e decisiva» tra gli elettori ebrei e sionisti, chiedendo la formazione di un governo «di destra, nazionalista e forte».

Il nodo è il possibile ruolo dei partiti arabi. Netanyahu ha definito una vergogna che altri schieramenti siano disposti a collaborare con loro, accusandoli di attaccare i soldati israeliani. Le formazioni arabe hanno ottenuto risultati significativi e potrebbero risultare decisive nella costruzione di una maggioranza, ma diversi leader dell’opposizione hanno escluso accordi con loro. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida di Yashar, ha promesso una «nuova era» e sostenuto che gli israeliani abbiano votato per il cambiamento. Anche l’ex premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu ha perso, annunciando l’avvio delle trattative per formare un governo sionista.

A rivendicare un ruolo nella rimonta del premier è stato Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth Social che la sua endorsement avrebbe cambiato l’andamento della corsa, trasformando una possibile sconfitta in una situazione di stallo o persino in una vittoria. Ai giornalisti aveva già detto di ritenere che il suo sostegno avesse aiutato Netanyahu, precisando di non averlo ancora sentito dopo il voto.

Netanyahu ha legato la partita politica alla guerra con l’Iran, definendo quella attuale un’occasione storica da cogliere insieme a Trump per eliminare definitivamente la minaccia iraniana. Ma lo stallo può anche aprire spazi di compromesso. Secondo Thomas Warrick dell’Atlantic Council, la necessità di costruire una coalizione potrebbe rendere possibili interlocuzioni finora politicamente impraticabili e favorire progressi su questioni come la violenza dei coloni in Cisgiordania e la ricostruzione di Gaza.

La formazione del governo richiederà probabilmente settimane. Resta da capire se la trattativa produrrà un’apertura politica o se le esclusioni reciproche impediranno a entrambi i blocchi di raggiungere la maggioranza.

L'articolo Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza proviene da Linkiesta.it.

  •  

Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

L'articolo Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh

“Stavolta sarà diverso, vedrete”. Sami Abu Shehadeh non si è perso un evento e ha passato le giornate a battere le città della comunità araba israeliana, soprattutto nel centro nord del Paese, insieme alla coalizione della sinistra che va sotto il nome di Joint List. Anche se non è più il numero due della lista. L’ex deputato e leader del partito nazionalista palestinese, e anti sionista, Balad, si è ritirato dalla corsa elettorale quando è stato chiaro che la Corte suprema di Gerusalemme non avrebbe ribaltato la decisione della Commissione elettorale israeliana di escluderlo a causa di un articolo scritto a caldo sul 7 ottobre. “Incontro persone ogni giorno, la gente vuole andare a votare stavolta e pare che avremo l’affluenza più alta di sempre, e forse la Joint List avrà 10 seggi”. Ma quando gli si chiede se il partito è pronto a sostenere Gadi Eisenkot per formare una maggioranza anti Netanyahu, Shehadeh risponde con un sospiro e uno sguardo di disapprovazione bonaria. “Perché vi ostinate a trattare Israele come uno Stato normale?”

Se non è normale cos’è allora?

Uno Stato razzista, una società che ha commesso un genocidio nel sostanziale consenso generale. Tutti i leader ebrei sionisti dicono chiaramente che non vogliono arabi nel loro governo: rivendicano apertamente il loro razzismo. È un fenomeno che fa male sempre, non solo quando è antisemitismo. La maggior parte dei leader politici ebrei incitano all’odio contro i nostri medici, i nostri insegnanti, i nostri studenti nelle università. Ci impediscono di parlare arabo. È una società folle e violenta. Tutti vengono attaccati. E la gente è terrorizzata e vuole fermare questo spargimento di sangue.

Quindi quale ruolo si immagina per la Joint List nella prossima Knesset? Non c’è neanche un partito dei 37 candidati con cui un dialogo è possibile?

Il nostro ruolo è fermare l’emorragia nella nostra comunità. Lasci stare i 37 partiti, le liste che supereranno la soglia di sbarramento sono 10, e 8 di queste sono di destra o estrema destra. Entrambi gli schieramenti dicono che non ci vedono come attori legittimi nel sistema politico. Sia Eisenkot sia Netanyahu fanno a gara a chi odia di più gli arabi, a chi vuole più guerre, più violenza. La situazione è molto complicata, e pure i Democratici di Yair Golan non sono meno razzisti. Infatti hanno partecipato la mia squalifica dalle elezioni.

Esclusione che di fatto lei ha accettato, e ha ritrattato in parte quello che ha scritto sul 7 ottobre. Oggi lo rifarebbe?

Il punto è questo: sono il leader di un partito politico e sono stato bandito dalle elezioni perché ho idee politiche diverse dalla maggioranza. Sono un attivista per i diritti umani in una società che ritiene legittima l’occupazione, il genocidio, il terrore contro una parte della sua popolazione. Questo è legittimo, invece chi parla di pace, libertà, giustizia e uguaglianza non lo è. A chiedere la mia esclusione sono stati due terroristi suprematisti ebrei: uno è Itamar Ben-Gvir, che conoscete bene, l’altro è Be’ev Wolf, che oggi è avvocato ma nel 1992 piazzava le bombe nelle auto dei palestinesi ed è stato condannato per l’uccisione di un palestinese. Questi due fascisti sono considerati legittimi candidati, io no.

Cosa la rende sicuro che la comunità palestinese-israeliana, che storicamente è poco propensa a votare, stavolta andrà alle urne?

Per effetto del razzismo che ho descritto prima. Stavolta prevediamo che quasi il 70% degli arabi andrà a votare, rispetto al solito 50%.

Una parte voterà per il vostro concorrente Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Neanche lui è un possibile alleato?

Non condivido il metodo e l’agenda politica di Mansour. È un leader religioso, un imam, il suo è un movimento religioso islamico. Ma i suoi elettori e il popolo che lo sostiene sono la nostra gente: abbiamo idee diverse, ma cerchiamo entrambi di fare del bene alla nostra comunità.

Di cosa ha bisogno questa comunità, i giovani in particolare, anche per sfuggire alla radicalizzazione?

Di due cose molto chiare. Primo, la sicurezza: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché a causa delle politiche razziste Israele è diventata la società molto pericolosa per le minoranza araba e siamo diventati la quarta comunità al mondo per tasso di mortalità rispetto al numero della popolazione. La seconda richiesta sono le case. Rappresentiamo il 20% della popolazione, 2 milioni di persone e 1,2 milioni di elettori, ma viviamo solo sul 3% del territorio. Senza terra non si può sviluppare una comunità umana, servono terre dove costruire una casa, una scuola, un asilo o una fabbrica. Serve un piano di riforma dell’abitare

L'articolo “Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Elezioni Israele, testa a testa Netanyahu-Eisenkot: chi corre, come si vota e quando si saprà chi governa

Elezioni Israele 2026, la guida ai partiti, ai sondaggi e ai tempi del risultato

Israele va alle urne oggi, martedì 27 ottobre, per eleggere la ventiseiesima Knesset. Sono le prime politiche dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalle guerre che ne sono seguite, prima a Gaza e poi contro l’Iran. Il voto è letto come un referendum sul premier Benjamin Netanyahu, al governo per circa diciannove anni complessivi in tre fasi (1996-1999, 2009-2021 e dal dicembre 2022), e sulla sua gestione della sicurezza. Gli aventi diritto sono circa 7,3 milioni.

Perché si vota ora

La Knesset si è sciolta a luglio con un voto unanime, compreso quello di Netanyahu, ed è arrivata alla fine naturale del mandato quadriennale. Resta comunque la sesta chiamata alle urne in sette anni, segno di una lunga instabilità, con coalizioni cadute prima del tempo. Il giorno del voto è festivo, ma trasporti e servizi funzionano.

Il blocco del premier

Al centro c’è il Likud, il partito di Netanyahu, che nel 2022 ottenne 32 seggi. Nel 2025 è rientrato nel partito anche Nuova Speranza di Gideon Sa’ar. Con il Likud corrono gli ultraortodossi di Shas, guidato da Aryeh Deri, e di Giudaismo unito della Torah, entrambi irritati con il premier per la mancata legge che esentasse i giovani haredi dal servizio militare. Poi c’è l’ultradestra: il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che si è unito a Zehut e fatica a superare la soglia, e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Una lista nuova, quella dell’ex generale Ofer Winter, ha cercato di intercettare i delusi di destra, ma negli ultimi sondaggi resta sotto il 3,25%, con una media intorno al 2,9%.

L’opposizione

Il candidato premier più probabile è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, alla guida di Yashar!, nuovo partito di centro che insiste su costo della vita, scuola e commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Suo figlio è morto combattendo a Gaza. In campo c’è anche Beyachad (“Insieme”), la lista unica nata ad aprile tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, guidata da Bennett. Poi i Democratici di Yair Golan, risultato dell’unione tra laburisti e Meretz, che aprono a un’intesa con i partiti arabi, e Yisrael Beyteinu di Avigdor Liberman, destra laica, che ha escluso di governare con Netanyahu. Benny Gantz ha ritirato Blu e Bianco il 19 ottobre perché i sondaggi lo davano sotto soglia: il simbolo resta sulla scheda, ma quei voti andranno persi.

Gli arabi e le liste sul filo

I cittadini arabi di Israele sono circa il 20% della popolazione, ma votano meno della media: nel 2022 l’affluenza araba è stata del 53,2%, contro il 70,6% nazionale. Corrono Ra’am di Mansour Abbas, il più moderato, e la Lista comune di Hadash, Ta’al e Balad. Nessun blocco li vuole ufficialmente in coalizione, ma in caso di risultato serrato potrebbero diventare decisivi. Sul filo della soglia c’è anche il Partito dei Riservisti-Economico di Yoaz Hendel, che propone un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot senza ultraortodossi né partiti arabi: la media dei sondaggi lo dà al 3,10%.

Cosa dicono i sondaggi

Gli ultimi, pubblicati prima del divieto di diffonderne di nuovi, descrivono un quadro in bilico. Secondo la media dei canali tv raccolta da Haaretz, il blocco di Netanyahu avrebbe circa 50 seggi e quello di Eisenkot circa 54. L’ultimo sondaggio di Maariv dà a Yashar! 21 seggi contro i 19 del Likud, con Bennett a 15 e 14 ai partiti arabi. In nessun caso gli schieramenti arrivano da soli a 61.

Come funziona il voto

Il sistema è tra i più proporzionali al mondo. Il Paese è un’unica circoscrizione, gli elettori scelgono una lista e non un candidato, e i seggi vanno ai nomi nell’ordine deciso dal partito. Per entrare in Parlamento serve il 3,25% dei voti validi, pari a circa quattro seggi: i voti alle liste sotto soglia vanno persi. Due liste possono firmare un accordo sui voti in eccesso, per cui un eventuale seggio in più va a quella con il resto maggiore. Per questo nessun partito ha mai avuto da solo la maggioranza assoluta, e ogni governo israeliano è stato una coalizione. Si vota su carta, dalle 7 alle 22 locali (le 6 e le 21 in Italia). Non c’è voto per corrispondenza dall’estero: possono votare fuori dal Paese solo diplomatici, militari in servizio e rappresentanti delle istituzioni.

Quando si saprà chi ha vinto

Gli exit poll delle tv arrivano alla chiusura dei seggi. Lo spoglio è manuale e procede nella notte, con risultati quasi definitivi in genere entro la mattina dopo. I voti in doppia busta, cioè quelli di soldati, ospedali, carceri e sedi diplomatiche, si contano per ultimi e possono far spostare un seggio o far entrare o uscire una lista vicina alla soglia. La Commissione elettorale dovrebbe certificare il risultato il 4 novembre, con ricorsi possibili fino al 18.

Vince chi riesce a mettere insieme 61 deputati su 120, non necessariamente chi arriva primo. Il presidente Isaac Herzog consulterà i leader dei partiti eletti e affiderà l’incarico a chi ha più probabilità di riuscirci. L’incaricato ha 28 giorni, prorogabili di 14, per formare la coalizione, e il governo entra in carica con la fiducia della Knesset. Se nessuno ce la fa, si torna a votare. Per questo la notte elettorale racconta solo una parte della storia: le trattative possono durare settimane e possono decidere i piccoli partiti, gli arabi e le nuove liste di destra.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI

L'articolo Elezioni Israele, testa a testa Netanyahu-Eisenkot: chi corre, come si vota e quando si saprà chi governa proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu

Gli israeliani hanno iniziato a votare per le prime elezioni legislative dopo l’attacco del 7 ottobre, una tornata elettorale convocata per la formazione della 26ma Knesset ma vista come un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 17 anni di governo quasi ininterrotto. I seggi hanno aperto alle 7 locali (le 6 in Italia): circa 7,3 milioni di israeliani sono chiamati alle urne fino alle 22 (le 21 in Italia) per una consultazione che si preannuncia molto combattuta tra la coalizione di destra ed estrema destra di Netanyahu (leader del Likud e premier più longevo della storia del Paese) e il principale blocco di opposizione, guidato dall’ex capo dell’esercito, il centrista Gadi Eisenkot., leader del partito Yashar! (Onesto).

In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Il conteggio delle “buste doppie” – ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate – richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati emersi dagli exit poll iniziali.

In un sistema proporzionale puro a collegio unico, determinante per la distribuzione dei 120 seggi della Knesset è l’affluenza al voto che quest’anno, nelle prime elezioni dopo tre anni di guerra, è prevista essere particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74% della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare. Alle ultime elezioni del 2022 l’affluenza fu del 70%.

Secondo i dati dell’Israel central bureau of statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele sono ebrei. Gli arabi israeliani sono il 18%, un altro 5% è classificato come “altro”. Tra questo “altro” ci sarebbero anche i drusi del Golan: per anni hanno boicottato le elezioni, ma dopo gli attacchi in Siria dell’Idf per proteggere i drusi di Sweida, questa volta voteranno. Anche per Netanyahu.

I cittadini arabi di Israele hanno pieno diritto di voto. I palestinesi che vivono in Cisgiordania invece non possono, a meno che non possiedano la cittadinanza israeliana, ma è raro. A Gerusalemme Est, solo i residenti che hanno acquisito la cittadinanza (circa il 5% nel 2022) ne hanno diritto. Una fatwa emessa dalle autorità religiose palestinesi nel 2019, ma esistente dal 1967, non consente di prendere la cittadinanza israeliana e votare poiché verrebbe inteso come un riconoscimento dello Stato di Israele.

Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita (coalizione di tre partiti arabi, Balad, Tàal e Hadash). L’altro partito arabo è Ràam, guidato dal medico e imam Mansour Abbas, con numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, già alto commissario di polizia. Secondo le ultime rilevazioni, concluse venerdì, Lista Unita ha 9 seggi, mentre Ràam ne ha 5. A urne chiuse, potrebbero dare sostegno esterno a Eisenkot.

Il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso (che rappresenta i coloni più oltranzisti) si è alleato con la piccola fazione di destra estrema ‘Zehut Yehudit’: i sondaggi lo danno a 6 seggi . Shas, degli ultraortodossi sefarditi del rabbino Arieh Deri, alleato di ferro di Netanyahu, otterrebbe 8 seggi. Mentre l’altro partito religioso, Yahadut Hatorà (‘Ebraismo della Torà), degli ashkenaziti, mantiene i suoi 7 seggi e la futura alleanza è tutta da vedere. Otzmà Yehudit di Itamar Ben Gvir, nei sondaggi prende 8 seggi. Ma le sue plateali provocazioni gli hanno inimicato gli americani. E ora Netanyahu sembra volerlo tenere a distanza.

L'articolo Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Gli israeliani tornati a casa per votare: “Le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese, importante dare un segno”

Yuval e Noa non potevano perdere l’occasione. Sono rientrati dai Paesi Bassi apposta per votare, alle elezioni di martedì 27 ottobre in Israele, che potrebbero portare alla fine della lunga traiettoria di potere di Benjamin Netanyahu. “Sono andato via da Israele l’anno scorso per cercare un posto più sicuro di questo, ho capito che le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese: presto non avremo più un posto dove tornare”.

Come Yuval, sono almeno 67mila gli israeliani residenti all’estero che hanno coraggio e un volo per Israele per infilare nell’urna la loro preferenza. In almeno 67mila sono stati aiutati da Fly&Vote, un programma dell’ong americana Aid Coalition per sensibilizzare gli israeliani all’estero ad andare a votare. Netanyahu li teme, perché sa che molti di loro porteranno voti ai suoi oppositori, per questo ha cercato, senza successo, di far chiudere l’ong. Ma per Yuval, Noa e gli israeliani come loro, questo sarà l’ultimo atto prima di venire battuto alle elezioni.

L'articolo Gli israeliani tornati a casa per votare: “Le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese, importante dare un segno” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Gli israeliani arrivati dall’estero contro Netanyahu: “Se resta Bibi, non avremo più un Paese dove tornare” – Il reportage

A cena a casa di Yael Goldberg si parlano quattro lingue, da un paio di giorni. “Sono arrivati ​​in sette per votare, ci siamo arrangiati”. Eithan è partito dal Portogallo con un volo low cost, lasciando a casa moglie e figli, “spostarci in quattro sarebbe costato troppo, almeno uno di noi due doveva partecipare”. Rachel ha deciso solo sei mesi fa di lasciarsi alle spalle tutto, a Tel Aviv, e trasferirsi vicino Roma “e quasi dimenticare di essere israeliana, evito di stare neanche con la comunità degli espatriati”, ma è dovuta tornare prima del previsto, per votare e per cercare di affittare il suo appartamento almeno per un anno. Noa alle elezioni non ha mai votato, in Israele non ci ha neanche mai vissuto, tolti alcuni anni da piccola, ma ad Amsterdam ha conosciuto Yuval e si è legata a lui, che viene da una famiglia progressista di Tel Aviv e l’anno scorso ha fatto la scelta di lasciare il Paese “per andare in un posto dove non si parla soltanto di guerra e sopravvivenza”. Non ce l’ha fatta ad arrivare il figlio di Lizzie Doron, autrice israeliana nota anche in Italia per il suo romanzo Cinecittà in cui confronta la sua esperienza di figlia di sopravvissuti all’Olocausto con quella di un palestinese di Silwan vissuto sotto occupazione. “Ha deciso due giorni fa, e i voli da Berlino erano già tutti pieni”.

È un fenomeno non inedito, su circa 7,3 milioni di israeliani con diritto di voto circa 810 mila risiedono ufficialmente all’estero, il voto per corrispondenza non esiste e possono votare da fuori i confini solo diplomatici e militari. Ma stavolta ha preso misure inedite, e preoccupa Benjamin Netanyahu perché tanti, non lo nascondono, sono rientrati per qualche giorno solo per mandarlo a casa. Un indizio di questa tendenza lo fornisce i numeri degli iscritti all’American–Israel Democracy (Aid) Coalition, che nel 2023, durante i mesi turbolenti delle proteste contro la riforma della giustizia tentata dal governo Netanyahu e prima del 7 ottobre, ha creato l’iniziativa Fly&Vote per incoraggiare i cittadini israeliani all’estero a prendere parte alle scelte politiche israeliane. Secondo Aid, 67mila israeliani hanno preso un aereo per rientrare in Israele e votare oggi. La metà dagli Usa, un altro 37% da Europa Uk inclusa, tre quarti di loro non lo aveva fatto nel 2022. “Quando abbiamo creato Fly&Vote avevamo l’impressione che ci sarebbero state elezioni imminenti e che sarebbe stato importante aumentare la consapevolezza degli israeliani all’estero rispetto alla possibilità di votare”, racconta Ora Peled-Nakash di Aid. Da allora sono passati più di tre anni.

A Netanyahu l’organizzazione non è mai andata giù. Nonostante in passato abbia provato a far passare una leggere per correggere quest’altra unicità di Israele nel panorama delle democrazie occidentali e consentire ai residenti all’estero un voto per corrispondenza, quest’anno si è schierato contro l’idea. Il motivo sta nei sondaggi: si stima che gli espatriati non siano più radicali di destra amici el Likud, come negli anni 90, ma per lo più progressisti. Il Likud ha provato a denunciare Fly&Vote in tribunale accusandolo di corrompere gli israeliani offrendo loro biglietti aerei in cambio di un voto anti–governativo. “Non paghiamo i voli a nessuno, facciamo solo informazione”, dice Ora. Le cause sono state ritirate prima ancora di arrivare sul tavolo dei procuratori perché considerati incoerenti. Un charter, Fly&Vote lo ha anche pagato: per rimpiazzare un volo Tap dal Portogallo che avrebbe lasciato a piedi centinaia di israeliani.

I politologi invitano alla cautela: tra i votanti esteri vanno calcolati anche molti haredi, ultraortodossi, che arrivano da Brooklin e dagli States. Ma è un dato di fatto che dal 2023 il saldo migratorio israeliano è negativo nonostante l’alyiah, come non è mai stato. Il Paese di arrivi e partenze per eccellenza, dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza ha perso 20 mila cittadini l’anno, almeno. Shlomit, di Haifa, per esempio è partita con il marito a Manchester a settembre 2023. Motivo: il “costo della vita. Con due figli e pur avendo buoni lavori nel settore del Tech, non arrivavamo a fine mese”. Poi c’è stato il 7 ottobre e il seguito. Ora è la prima occasione per interrompere questa corsa su un piano inclinato”.

“Ho detto a mio marito: stavolta ci vado anche a nuoto, se necessario!”. Assicura che come lei tanti israeliani dal Regno Unito hanno preso voli in cerca di un “cambiamento, una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, un governo che lavori per noi e si prenda le sue responsabilità”. Sembrano le parole di Gadi Eisenkot o di un altro dei leader del campo “anti–Netanyahu”. Musicista uscito dal 1997 per gli Usa, anche Shai ha sentito la stessa urgenza: “I miei figli vanno a scuola a New York e subiscono l’effetto delle decisioni di Netanyahu. Tutta la comunità ebraica li subisce: se è aumentato l’antisemitismo il motivo è a Gerusalemme, non altrove”.

Finora era rientrato per votare solo nel 2015. “Sono sconvolto e mi vergogno di quello che è successo dal 7 ottobre in poi. Compreso il modo in cui Israele ha condotto la a Gaza. Non ho mai visto un premier che resta in carica dopo una cosa del genere. Dobbiamo sbarazzare di questo regime e cercare una nuova rotta, verso la pace. Spero che gli israeliani capiscano che non c’è alternativa a collaborare con i partiti arabi: rappresentano il 20% della popolazione“. È lo stesso pensiero che formula Yuval, che ce l’ha con Netanyahu perché ha rovinato la vita agli ebrei in giro per l’Europa: “Io protesto dal 2015, Israele deve parlare di pace, non continuamente di guerra e sopravvivenza. Sento che se Netanyahu vince di nuovo in poco tempo non avremo più un Paese dove tornare”.

L'articolo Gli israeliani arrivati dall’estero contro Netanyahu: “Se resta Bibi, non avremo più un Paese dove tornare” – Il reportage proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Le elezioni che possono cambiare il volto di Israele

A digital billboard featuring U.S. President Donald Trump and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu displays a message in Hebrew that reads, "President Trump: Vote Netanyahu. Only with him will we complete the mission," in Tel Aviv, Israel, Wednesday, Oct. 21, 2026. (AP Photo/Oded Balilty)

Israele vota oggi in una delle elezioni più importanti della sua storia. È il primo voto nazionale dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e arriva dopo due anni di guerre, crisi interne e crescente isolamento internazionale. La sfida è tra il premier Benjamin Netanyahu e un blocco di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot. Ma il risultato potrebbe non consegnare una maggioranza a nessuno dei due schieramenti. Secondo i sondaggi citati dal Financial Times, le forze di Eisenkot sono attese intorno a cinquantaquattro seggi, quelle di Netanyahu a cinquanta, su un totale di centoventi. Per governare ne servono sessantuno.

La posta in gioco va oltre la permanenza al potere di Netanyahu, che ha guidato il Paese per complessivi diciannove anni. «Non si tratta di un singolo insediamento, di una politica economica o di una questione specifica», ha detto al Financial Times l’analista Shmuel Rosner. «È in gioco l’identità stessa di questo luogo». La coalizione di Netanyahu, la più a destra nella storia israeliana, comprende forze che propongono di espellere i palestinesi da Gaza, annettere la Cisgiordania occupata e rilanciare la controversa riforma della giustizia che nel 2023 aveva portato centinaia di migliaia di persone in piazza.

L’opposizione promette invece di cancellare le parti della riforma già approvate, istituire una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità per il fallimento della sicurezza il 7 ottobre e porre fine all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Netanyahu e i suoi alleati hanno finora resistito alla richiesta di un’inchiesta statale e rinviato più volte la legge sulla leva degli ultraortodossi, un tema sempre più divisivo in una società in cui molti riservisti sono chiamati a prestare servizio per lunghi periodi.

In un reportage del New York Times, Roger Cohen racconta questa frattura attraverso due figure agli antipodi. Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa e uno dei principali promotori della riforma giudiziaria. Vive in un insediamento in Cisgiordania e rivendica il controllo israeliano sulla terra: «No a uno Stato palestinese, mai». Dall’altra c’è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, che ha scelto di candidarsi nella lista del partito arabo Raam. Il suo obiettivo è costruire un’alleanza tra cittadini ebrei e arabi e difendere l’idea di Israele come Stato democratico e pluralista.

Il contrasto non riguarda soltanto il futuro dei territori occupati. Segalovitz teme che la visione della destra finisca per creare uno Stato che governa un altro popolo senza riconoscergli pari diritti. «Israele è molto più forte di qualsiasi leader», sostiene, in opposizione a un sistema politico sempre più identificato con Netanyahu. Cohen osserva che la campagna elettorale si concentra soprattutto sulla permanenza o sulla rimozione del premier, mentre la condotta della guerra a Gaza, che secondo le autorità sanitarie locali ha causato oltre 74mila morti palestinesi, è rimasta ai margini del dibattito.

Netanyahu ha puntato sulla sicurezza. Negli ultimi giorni di campagna ha rilanciato la minaccia iraniana e promesso di riprendere la guerra contro Teheran. I suoi avversari lo accusano invece di usare i pericoli esterni per evitare di rispondere del disastro del 7 ottobre. «La sicurezza di Israele non è una merce di scambio politico», ha scritto Eisenkot, ricordando che il governo era in carica quando Hamas ha att

L'articolo Le elezioni che possono cambiare il volto di Israele proviene da Linkiesta.it.

  •  

Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

L'articolo Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌