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Da Machado a Pillay: il Nobel che manda su tutte le furie Trump e Netanyahu

Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay segna una brusca discontinuità rispetto al premio assegnato l’anno precedente a María Corina Machado. La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu rivela quanto il nodo del diritto internazionale sia divenuto terreno di scontro geopolitico.

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A distanza di appena un anno, il Premio Nobel per la pace sembra aver cambiato completamente direzione. Nell’ottobre 2025, il Comitato norvegese aveva scelto María Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, premiandola «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per ottenere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Lo scorso 9 ottobre, lo stesso riconoscimento è invece andato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Dietro la somiglianza delle formule ufficiali, tuttavia, si nascondono due messaggi politici quasi opposti.

Il Nobel a Machado si inseriva infatti in maniera pressoché naturale nel quadro della pressione esercitata da Washington contro il governo venezuelano. L’oppositrice di Nicolás Maduro era da tempo sostenuta apertamente dagli Stati Uniti e da governi latinoamericani allineati con Washington. La scelta del Comitato norvegese rafforzava quindi, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dai suoi membri, una delle parti di un conflitto politico interno sul quale gli Stati Uniti esercitano da anni una forte pressione attraverso sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi e tentativi di isolamento internazionale del governo bolivariano.

Il rapporto personale fra Machado e Trump rese ancora più evidente questa convergenza. Il giorno stesso dell’assegnazione del premio, nell’ottobre 2025, Trump riferì che la dirigente venezuelana gli aveva telefonato affermando di accettare il Nobel anche in suo onore. Nel gennaio successivo, Machado arrivò poi a consegnare al presidente statunitense la propria medaglia del Nobel, nel tentativo di consolidare il sostegno di Washington alla propria strategia politica in Venezuela. Lo stesso Trump, pochi giorni prima dell’annuncio del premio 2026, ricordava pubblicamente quell’episodio come una sorta di riconoscimento indiretto della propria presunta attività di pacificatore.

Il Nobel 2026 ha prodotto invece un effetto praticamente opposto. Navi Pillay, infatti, non rappresenta un movimento politico sostenuto dagli Stati Uniti contro un governo avversario, ma una tradizione giuridica che rivendica almeno formalmente la possibilità di sottoporre anche le grandi potenze e i loro alleati alle norme del diritto internazionale.

La biografia della nuova vincitrice contribuisce a spiegare la portata della scelta. Sudafricana di origine tamil, Pillay iniziò la propria attività professionale durante l’apartheid, difendendo oppositori politici e battendosi per i diritti di Nelson Mandela e degli altri detenuti del regime segregazionista. Dopo la fine dell’apartheid divenne la prima donna non bianca a sedere nell’Alta Corte sudafricana. In seguito, fu giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi opera inoltre come giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.

Ma è soprattutto il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato impunemente dal regime nazisionista israeliano, ad aver trasformato il Nobel a Pillay in un caso politico internazionale.

Pillay, infatti, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele. La Commissione ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso atti costitutivi di genocidio nella Striscia di Gaza, facendo riferimento, tra gli altri elementi, alle enormi perdite civili, alle restrizioni agli aiuti umanitari, alla distruzione sistematica delle strutture sanitarie, all’impatto delle operazioni sui bambini e alle dichiarazioni rese da esponenti politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, l’assegnazione del Nobel non poteva che provocare una reazione particolarmente violenta a Tel Aviv. Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel avrebbe «perso la propria bussola morale», definendo Pillay una persona intollerante che avrebbe costruito la propria carriera diffondendo quelle che il premier israeliano ha definito «calunnie di sangue» contro Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha adottato toni ancora più estremi, arrivando a evocare Joseph Goebbels e sostenendo che il propagandista nazista starebbe «applaudendo dall’inferno» alla decisione del Comitato (mentre, a nostro avviso, applaudirebbe piuttosto gli odiosi crimini commessi dal regime nazisionista).

La risposta israeliana, inoltre, non si limita a contestare le conclusioni della Commissione o l’interpretazione giuridica adottata da Pillay, ma tende a delegittimare l’intero meccanismo internazionale chiamato a giudicare l’operato del regime nazisionista. È una dinamica già emersa nei rapporti con la Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e con la Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati nell’ambito del suo parere consultivo del 2024.

La reazione di Donald Trump è stata diversa nella forma ma altrettanto rivelatrice. Il presidente statunitense, che da tempo conduce una vera e propria campagna personale per ottenere il Nobel, ha definito Pillay una «persona misteriosa» della quale non aveva mai sentito parlare. Ha poi bollato la mancata assegnazione del premio a sé stesso come una decisione «vergognosa e imbarazzante», destinata a lasciare una «macchia indelebile» sulla Norvegia. Secondo Trump, il Nobel sarebbe stato «screditato per sempre» da un gruppo di «ideologi radicali», da lui definiti perfino «nemici della civiltà».

Nelle stesse ore dell’annuncio del Nobel, Washington ha inoltre imposto nuove e molto più ampie sanzioni contro la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha annunciato restrizioni destinate a tagliare alla Corte l’accesso a servizi finanziari, tecnologici e commerciali statunitensi, presentando apertamente la misura come parte di un tentativo di indebolirne la capacità operativa. Il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che gli Stati Uniti non permetteranno alla CPI di perseguire cittadini statunitensi, definendo la Corte un organismo illegittimo. Dal canto suo, la CPI ha replicato denunciando un attacco allo Stato di diritto e al principio secondo cui nessuno dovrebbe essere posto al di sopra della legge.

Naturalmente, la decisione di assegnare il premio a Navi Pillay non dimostra che il Comitato norvegese sia improvvisamente diventato un organismo estraneo alle logiche politiche occidentali; inoltre, l’assegnazione di un premio non può certo cancellare la lunga storia di selettività che caratterizza l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, questa volta, il principio riaffermato dal Nobel entra direttamente in collisione con la pretesa delle potenze dominanti di sottrarsi alle stesse regole che esse invocano nei confronti dei propri avversari.

La distanza fra i due premi presi in considerazione mostra dunque anche le contraddizioni interne allo stesso sistema occidentale. Il Nobel a Machado poteva essere perfettamente integrato nella strategia statunitense di pressione sul Venezuela, uno Stato collocato fuori dall’orbita di Washington e legato politicamente ed economicamente a Cina, Russia e ad altri attori del mondo multipolare. Il Nobel a Pillay valorizza invece istituzioni e principi che, quando vengono applicati a Israele o agli stessi Stati Uniti, diventano improvvisamente oggetto di sanzioni, minacce e campagne di delegittimazione.

Le reazioni scomposte di Trump e Netanyahu finiscono così per rafforzare involontariamente il significato politico dell’assegnazione. Entrambi contestano non soltanto la persona di Pillay, ma soprattutto il principio che la sua carriera rappresenta: che la responsabilità per crimini internazionali non dovrebbe dipendere dall’appartenenza a un determinato blocco geopolitico, dalla forza militare di uno Stato o dalla protezione garantita da Washington.

Nel frattempo, la credibilità del diritto internazionale continuerà naturalmente a dipendere dalla capacità di applicare questo principio senza doppi standard. Resta il fatto che, per decenni, le istituzioni occidentali hanno richiamato il diritto internazionale soprattutto nei confronti degli avversari geopolitici, mentre molto più debole è stata la loro capacità di farlo valere quando erano coinvolte le potenze occidentali o i loro alleati. Il caso di Gaza e dei crimini commessi dal regime nazisionista israeliano ha reso questa asimmetria sempre più difficile da occultare.

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Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

L'articolo Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Sergio Castellitto immagina un futuro senza sigarette nel corto “Non Oggi”

Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.

La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.

Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».

Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.

Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.

L'articolo Sergio Castellitto immagina un futuro senza sigarette nel corto “Non Oggi” proviene da Linkiesta.it.

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La guerra, le cancellerie europee e l’uso politico della sfiducia

Gli Stati Uniti negoziano con Mosca, mentre l’Europa si limita a commentare. La frase di Zakharova «non sono affari suoi» dice tutto.

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Una seduta al Senato

Il 14 ottobre 2026, nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto una cosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per un governo italiano di destra: ha preso pubblicamente le distanze dal presidente degli Stati Uniti per difendere una linea più intransigente della sua. L’oggetto era l’intesa sul gasolio annunciata da Donald Trump dopo una telefonata con Vladimir Putin, accompagnata da una licenza temporanea del Tesoro americano che riapre al combustibile russo il mercato mondiale. Per la premier si tratta di una scelta «molto rischiosa»: legittima Mosca mentre le bombe cadono sulle città ucraine, le procura nuove entrate e indebolisce la leva delle sanzioni. Nella stessa seduta Meloni ha sostenuto che Putin starebbe cercando un nuovo nemico, e che quel nemico potrebbe essere l’Europa; e che un’Ucraina che smettesse di difendersi non otterrebbe la pace, ma l’occupazione.

Fin qui la cronaca. Il resto lo hanno fatto l’aula e i giornali. All’applauso della maggioranza si è unito quello di una parte dell’opposizione: Azione, Italia Viva, l’area riformista del Partito democratico. La Stampa ha trasformato il sostegno a Kiev in una questione di valori e di confini, quei confini che «lì si difendono».

C’è poi un dettaglio che vale più di molte analisi. Interpellata dall’ANSA, la portavoce del ministero degli Esteri russo Marija Zacharova ha liquidato le parole della premier con una formula sbrigativa: non sono affari suoi. Nelle stesse ore Volodymyr Zelenskij era a Londra, accolto dal primo ministro Andy Burnham, e denunciava la limitazione dei servizi satellitari militari forniti all’esercito ucraino. Elon Musk, dal canto suo, chiariva che la rete Starshield appartiene al governo americano e che ogni restrizione dipende dalle forze armate statunitensi e, in ultima istanza, dal presidente. Washington tratta con Mosca, Mosca risponde a Washington. Roma applaude se stessa. Patetico, no?

Non un caso esclusivamente italiano

Sarebbe un errore leggere la seduta del 14 ottobre come un episodio di politica interna. La postura italiana è la declinazione nazionale di una grammatica che oggi accomuna quasi tutte le cancellerie europee, e che ha tre regole. La prima: il conflitto ucraino viene presentato come uno scontro esistenziale tra civiltà politiche, in cui ogni compromesso equivale a una resa. La seconda: la minaccia russa viene proiettata oltre l’Ucraina, sul territorio dell’Unione, in modo da rendere il riarmo una necessità che non si discute. La terza, la più insidiosa: il dissenso interno viene ricondotto all’influenza del nemico.

La Germania offre l’esempio più nitido. Il ministro della Difesa Boris Pistorius, che già nel 2023 aveva chiesto che il Paese tornasse kriegstüchtig, capace di fare la guerra, e che da allora indica un orizzonte di pochi anni entro cui la Russia potrebbe attaccare un membro dell’Alleanza, ha sostenuto in questi giorni che la paura della guerra diffusa nella società tedesca sarebbe alimentata deliberatamente da Putin e dall’AfD. Il ragionamento merita attenzione. In un Paese che ha perso milioni di vite nelle due guerre mondiali, il timore di un nuovo conflitto non avrebbe bisogno di agenti esterni per spiegarsi. Attribuirlo a Mosca e al principale partito di opposizione significa trasformare un sentimento politico legittimo in un problema di sicurezza nazionale.

Il quadro si ripete altrove con accenti diversi. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski rivendica i risultati degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture russe; il suo omologo tedesco Johann Wadephul sostiene che non sia il momento di allentare le sanzioni, ma di inasprirle. Francia, Germania e Regno Unito si muovono come direttorio negoziale, tanto che la stessa Meloni ha chiesto che lo facciano almeno con un mandato formale di tutti i partner. Alle parole corrispondono numeri: il piano ReArm Europe presentato dalla Commissione nel marzo 2025, l’impegno assunto al vertice NATO dell’Aia a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, il prestito da 90 miliardi a Kiev deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025. La retorica non è un’eccentricità di qualche ministro, è letteralmente la lingua ufficiale dell’Unione – e purtroppo ci siamo abituati ad essa.

Una postura folle e controproducente

Definire folle questa linea non è un’iperbole polemica, se per follia si intende l’ostinazione nel ripetere un comportamento che produce effetti opposti a quelli dichiarati. Lo si vede su tre piani.

Il primo è strategico. La teoria della deterrenza insegna da decenni che una minaccia vale quanto la credibilità di chi la pronuncia, e che la credibilità dipende dalla capacità di dare seguito alle parole. L’Europa di oggi alza il tono senza disporre degli strumenti per sostenerlo. La vicenda Starlink lo ha mostrato con una chiarezza quasi didattica: l’esercito ucraino, che gli europei finanziano e incoraggiano, dipende per comunicazioni e guida dei droni da un’infrastruttura che appartiene a un’impresa americana ed è controllata dal Pentagono. Basta una decisione a Washington perché una parte delle operazioni si fermi. Promettere la vittoria in una guerra di cui non si controllano i satelliti è una forma di ipocrisia strategica, e gli avversari la leggono per quello che è.

Il secondo piano è economico, ovviamente. Già nel 2024 il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea indicava nel differenziale dei prezzi dell’energia rispetto agli Stati Uniti uno dei fattori del ritardo industriale del continente. Da allora la rinuncia agli idrocarburi russi è diventata dogma, la guerra in Iran ha fatto salire ulteriormente i prezzi dei carburanti e l’impegno al 5% del PIL per la difesa promette di assorbire risorse che i bilanci pubblici non hanno, se non a spese di sanità, pensioni e investimenti civili. Il paradosso è evidente: proprio mentre Washington, per ragioni del tutto interne legate alle elezioni di metà mandato, cerca gasolio a buon mercato anche da Mosca, i governi europei rivendicano come principio morale il fatto di pagare l’energia più cara dei loro concorrenti.

Il terzo piano è diplomatico, e forse è quello decisivo. Una politica estera che esclude per principio il negoziato si condanna a non sedere al tavolo quando il negoziato arriva. Ed è esattamente ciò che sta accadendo: Stati Uniti e Russia definiscono intese energetiche, ritmi della guerra e condizioni di un’eventuale tregua, mentre l’Europa commenta. La risposta di Zacharova alla premier italiana non è soltanto sgarbo diplomatico. È la misura esatta del peso che Mosca attribuisce oggi alle capitali europee. Si può discutere se sia giusto; è più difficile sostenere che sia sbagliato come descrizione.

Il prezzo della credibilità

Il danno più profondo, tuttavia, non si misura sul fronte e nemmeno sui mercati. Si misura nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Quando la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che accade diventa visibile a occhio nudo, la parola pubblica perde valore. Da quattro anni i cittadini europei si sentono ripetere che la sconfitta della Russia è vicina, che le sanzioni la stanno piegando, che ogni nuovo pacchetto di aiuti sarà quello risolutivo. Ora vedono il principale alleato trattare con Mosca, l’Ucraina dipendere da decisioni prese a Washington e i propri governi aumentare la spesa militare mentre i servizi peggiorano. Non serve un’opera di disinformazione straniera per produrre sfiducia. Basta il confronto tra i discorsi e i risultati.

Questa sfiducia si innesta su una crisi di rappresentanza che ha radici più lunghe. Peter Mair una decina di anni fa, nel suo libro Ruling the Void, aveva descritto con largo anticipo il ritiro dei partiti dalla società verso lo Stato, e la progressiva separazione tra governo responsabile, cioè fedele ai vincoli esterni, e governo rappresentativo, cioè sensibile alla domanda degli elettori. Insieme a Richard Katz aveva coniato la nozione di partito-cartello, per indicare formazioni che competono nell’arena elettorale ma condividono la gestione delle risorse e delle scelte di fondo. L’applauso trasversale del 14 ottobre è un’illustrazione quasi perfetta di quel modello. Su un tema che riguarda la vita e la morte, il costo dell’energia, il destino dell’industria, l’elettore che dissente non trova in Parlamento un’offerta politica che lo rappresenti.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. In Francia i governi cadono uno dopo l’altro senza che emerga una maggioranza stabile. In Germania la coalizione al potere governa con l’opposizione più forte del dopoguerra alle spalle. In Italia l’astensione è diventata il primo partito. Le procedure restano intatte, le elezioni si tengono regolarmente, ma le decisioni rilevanti si prendono altrove, e il voto finisce per confermare scelte già compiute.

Governare attraverso la sfiducia

A questo punto si impone una domanda meno ovvia. Se la sfiducia danneggia le istituzioni, perché le classi dirigenti europee continuano a percorrere una strada che la alimenta? La risposta più semplice sarebbe l’incompetenza. Ma esiste un’ipotesi più robusta, che spiega meglio i fatti: la sfiducia, entro certi limiti, è una risorsa di governo.

Il meccanismo funziona così. Un elettorato sfiduciato si frammenta, si astiene, si disperde tra partiti nuovi e instabili. La frammentazione produce ingovernabilità; l’ingovernabilità, a sua volta, rende indispensabili le grandi coalizioni «responsabili», i governi tecnici, gli accordi trasversali che tengono fuori dal potere le forze considerate inaffidabili. Più il sistema è instabile, più diventa necessario il centro che promette stabilità. La crisi della rappresentanza, invece di indebolire chi governa, ne consolida la posizione, perché lo rende l’unico argine contro il caos che la crisi stessa ha prodotto.

La guerra perfeziona questo dispositivo in due modi. In primo luogo, consente di trattare il dissenso come una questione di sicurezza. Quando la paura del conflitto viene attribuita a Putin e all’opposizione, chi chiede di negoziare smette di essere un avversario politico e diventa un veicolo dell’influenza nemica. Carl Schmitt aveva indicato nello stato d’eccezione il luogo in cui si rivela la sovranità; Giorgio Agamben ha mostrato come l’eccezione tenda a diventare tecnica ordinaria di governo. L’emergenza permanente, che sia sanitaria, finanziaria o bellica, sottrae le decisioni al conflitto democratico e le affida a chi si presenta come garante della sopravvivenza collettiva. In secondo luogo, la guerra giustifica lo spostamento delle scelte verso sedi sottratte al controllo elettorale: la Commissione, il Consiglio europeo, la NATO, i formati ristretti come l’E3.

Occorre essere precisi su un punto, per non scivolare nella caricatura. Questa lettura non presuppone un piano concordato in qualche stanza segreta. Non serve. Basta che gli interessi convergano: le industrie della difesa che vedono crescere gli ordini, le burocrazie europee che acquisiscono competenze nuove, i partiti di governo che trovano nell’emergenza una ragione di esistere, i grandi gruppi editoriali che vendono la mobilitazione morale. Ciascuno agisce secondo la propria convenienza, e la somma di queste convenienze produce un sistema che si autoalimenta. Siamo a tutti gli effetti nella gramsciana crisi organica, la fase in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in cui proliferano fenomeni morbosi. La gestione della sfiducia è uno di questi: un modo di sopravvivere alla crisi senza risolverla.

Vincere a qualunque prezzo

Resta l’ultima questione, la più grave. Che cosa sono disposte a sacrificare queste élite per uscire vincitrici dalla fase attuale? La risposta, guardando agli ultimi anni, è che una parte del sacrificio è già stata compiuta. La politica è stata sacrificata quando le scelte fondamentali sono state trasferite fuori dai parlamenti e la distinzione tra maggioranza e opposizione è diventata ornamentale. L’economia è stata sacrificata quando la competitività industriale del continente è stata subordinata a obiettivi geopolitici fissati altrove, accettando prezzi energetici insostenibili e il rischio concreto di deindustrializzazione. Chi ha già rinunciato a questi due pilastri ha poco da perdere sul terzo, che è il costo umano.

Quel costo, per ora, lo pagano soprattutto gli ucraini. Persino deputate della Verchovna Rada che hanno sostenuto con zelo la linea della guerra a oltranza, come Mar’jana Bezuhla, o che se ne sono distaccate, come Anna Skorochod, descrivono un Paese con le infrastrutture distrutte, una mobilitazione forzata segnata da abusi e una popolazione allo stremo, e ammettono che il conflitto è diventato per alcuni un affare; ma il costo comincia a ricadere anche sulle società europee: nei bilanci pubblici, nei salari erosi dall’inflazione energetica, nell’idea, ormai pronunciata senza imbarazzo da ministri in carica, che bisogna abituarsi alla prospettiva di combattere.

Qui la retorica bellica rivela la sua funzione più profonda, poiché non serve a vincere la guerra contro la Russia, che nessuna cancelleria europea ha i mezzi per vincere da sola. Serve a vincere la partita interna, a conservare il controllo di sistemi politici che non riescono più a produrre consenso e che hanno bisogno di un nemico esterno per giustificare la propria permanenza. In questo senso il prezzo umano non è un effetto collaterale del calcolo. Ne è una variabile, regolata secondo la convenienza del momento, nella perpetua danza macabra dell’utilitarismo politico.

Esiste un’alternativa, e non coincide con la resa: consiste nel riportare la diplomazia al centro della politica estera europea, nel riconoscere che un ordine internazionale ormai multipolare non si governa con le crociate morali, nel restituire ai parlamenti e agli elettori il potere di decidere sulla guerra e sulla pace. Gli indicatori per capire se qualcosa si muove sono concreti: il mandato che il prossimo Consiglio europeo affiderà, o non affiderà, ai negoziatori; il destino del regime sanzionatorio dopo la licenza americana sul gasolio; la tenuta dei bilanci nazionali davanti all’obiettivo del 5%.

Finché la risposta resterà quella applaudita il 14 ottobre, l’Europa continuerà a pagare un prezzo crescente per una guerra che non decide, mentre chi la governa troverà nella sua stessa instabilità la ragione per restare dov’è.

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I BRICS e i limiti dell’azione collettiva in Medio Oriente

Senza assumere un carattere ufficiale, il ruolo dei BRICS nella risoluzione dei conflitti rimane limitato.

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Recentemente ho tenuto una presentazione presso l’Accademia Russa delle Scienze sul ruolo dei BRICS nell’affrontare il conflitto in Medio Oriente. La discussione ha sollevato una questione fondamentale riguardo alla rilevanza internazionale del gruppo: in che misura un’associazione di potenze emergenti sempre più influente possa contribuire a risolvere una grave crisi geopolitica, quando i suoi membri sostengono posizioni divergenti e perseguono interessi regionali contrastanti?

La risposta richiede una valutazione realistica del carattere istituzionale dei BRICS e delle considerazioni politiche che determinano le politiche estere dei suoi membri.

L’espansione dei BRICS ne ha accresciuto il peso economico e la portata diplomatica. Ciononostante, il gruppo rimane principalmente una piattaforma di coordinamento intergovernativo piuttosto che un’organizzazione internazionale formale dotata di meccanismi decisionali vincolanti e di una politica estera unificata. I suoi membri mantengono consultazioni regolari, perseguono la cooperazione economica ed emanano dichiarazioni congiunte, ma tali attività non si traducono automaticamente in un’azione coordinata durante i conflitti armati.

Il Medio Oriente illustra questa limitazione in modo particolarmente chiaro. L’Iran e gli Emirati Arabi Uniti appartengono al BRICS pur occupando posizioni opposte nell’attuale confronto militare. Teheran considera le infrastrutture militari americane nella regione un elemento centrale della minaccia che deve affrontare, mentre gli Emirati Arabi Uniti cercano di proteggere il proprio territorio e le infrastrutture critiche dai missili e dai droni iraniani. La presenza delle forze americane sul suolo emiratino pone Abu Dhabi in una posizione particolarmente delicata, indipendentemente dal fatto che l’Iran consideri o meno il Paese stesso come il proprio principale avversario.

Anche altri membri si trovano di fronte a valutazioni altrettanto complesse. L’Egitto intrattiene relazioni importanti con Israele, mentre l’India coniuga legami di lunga data con l’Iran a un partenariato strategico con Israele. Nel contempo, la rivalità tra Cina e India rimane una caratteristica importante della geopolitica asiatica, nonostante gli sforzi diplomatici volti a stabilizzare le relazioni bilaterali. Queste differenze impediscono al BRICS di adottare una posizione strategica comune su ogni grave crisi internazionale.

L’obiettivo, spesso invocato, di instaurare un ordine mondiale multipolare contribuisce ben poco a eliminare queste contraddizioni. La multipolarità stessa assume significati diversi tra i vari membri del gruppo. Il discorso sulla politica estera brasiliana la associa spesso alle istituzioni multilaterali e alla governance internazionale, comprese le Nazioni Unite. Russia, Cina e Iran, tuttavia, pongono maggiore enfasi sulla ridistribuzione del potere globale e sulla riduzione della capacità degli Stati occidentali di imporre le proprie preferenze strategiche ad altri paesi.

Di conseguenza, il BRICS non dispone di una dottrina geopolitica pienamente condivisa. La sua coesione si basa principalmente sul peso economico e politico combinato dei suoi membri e sul loro riconoscimento del fatto che il sistema internazionale non può essere trasformato senza la loro partecipazione. Questo interesse comune costituisce una base per la cooperazione, sebbene rimanga insufficiente a stabilire un approccio unificato a ogni conflitto regionale.

Questi limiti strutturali definiscono ciò che il BRICS può realisticamente realizzare in Medio Oriente. Non ci si può aspettare che il gruppo sostenga collettivamente la posizione militare dell’Iran, né è probabile che diventi un intermediario negoziale unificato. Gli interessi dei suoi membri arabi, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, rendono politicamente improbabile un simile accordo. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi del BRICS non sostiene l’eliminazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, permangono significative opportunità per un’azione diplomatica coordinata. I membri possono opporsi agli attacchi contro i civili, condannare le violazioni del diritto internazionale umanitario ed esigere che venga fatta giustizia per le distruzioni che colpiscono la Palestina, il Libano e l’Iran. Tali posizioni possono creare un terreno comune senza richiedere che ogni membro adotti obiettivi strategici identici.

Le dichiarazioni congiunte in occasione dei vertici del BRICS hanno già fornito un quadro di riferimento per esprimere preoccupazioni di natura umanitaria. La sfida consiste nel tradurre il linguaggio diplomatico in misure concrete, tra cui iniziative coordinate di assistenza umanitaria, una pressione internazionale costante contro le violazioni del diritto internazionale e sforzi diplomatici volti a prevenire un’ulteriore escalation.

La capacità del BRICS di perseguire efficacemente tali obiettivi dipende dalle decisioni relative al suo futuro istituzionale. Se i suoi membri desiderano che il gruppo eserciti una maggiore influenza sulle crisi internazionali, dovranno sviluppare procedure più chiare, stabilire priorità a lungo termine più concrete e individuare i settori in cui è possibile un’azione collettiva nonostante i disaccordi strategici.

Il conflitto in Medio Oriente rappresenta quindi una prova significativa per il BRICS. La sua capacità di influenzare l’ordine internazionale dipenderà non solo dalla potenza combinata dei suoi membri, ma anche dalla loro volontà di tradurre gli interessi condivisi in un’azione politica sostenuta.

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