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Finlandia e Norvegia trattano con Putin: il fronte europeo mostra le prime crepe

 

Finlandia e Norvegia rompono il fronte europeo e contattano direttamente Vladimir Putin per discutere una possibile soluzione del conflitto ucraino. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo, concentrandosi sulle prospettive di pace e sui prossimi incontri negoziali ad Abu Dhabi. Stubb ha riconosciuto una realtà difficile da ignorare: porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto con Mosca. Per due Paesi confinanti con la Russia, il risultato del conflitto avrà conseguenze immediate sulla sicurezza nazionale ed europea.

Store ha insistito sulla necessità di una de-escalation. L’iniziativa, tuttavia, ha provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di procedere senza coordinamento, mentre il capo del governo svedese ha espresso scetticismo sulle reali intenzioni russe, arrivando a evocare il rischio di una resa ucraina. Dietro queste reazioni si nasconde una contraddizione sempre più evidente. Mentre Washington e Mosca intensificano i contatti, le capitali europee temono di essere escluse dalle trattative che potrebbero decidere il futuro dell’Ucraina.

Bruxelles vuole sedersi al tavolo, ma continua a sostenere una linea che rischia di restringere gli spazi per la diplomazia. Il problema è anche politico. Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel sostegno al regime di Kiev e aver legato la propria credibilità alla prospettiva di una sconfitta strategica russa, molti leader europei faticano a cambiare rotta. Friedrich Merz lo ha ammesso apertamente: una capitolazione ucraina equivarrebbe, nella sua visione, alla capitolazione dell’intera Europa. Ma proprio questa identificazione tra il destino dell’Ucraina e quello dell’Unione rischia di diventare una trappola.

Aprire un negoziato non significa necessariamente arrendersi, così come prolungare il conflitto non garantisce di ottenere gli obiettivi proclamati. La domanda, dunque, è se l’Europa voglia contribuire a una soluzione diplomatica oppure continuare a difendere una strategia che ne ha ridotto il peso negoziale e l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi tanto economica quanto politica.

 

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Cuba smentisce le accuse infondate dell'ambasciatore USA all'ONU

Per la 34ª volta, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è tornata a discutere e votare la risoluzione presentata da Cuba per chiedere la fine del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Durante la sessione, la delegazione cubana ha interrotto l’intervento del rappresentante statunitense Michael Waltz, presentando una mozione d’ordine ai sensi dell’articolo 71 del regolamento dell’Assemblea. Waltz aveva accusato il governo cubano di confiscare i beni dei lavoratori, mostrando immagini e dati relativi a presunti patrimoni, proprietà e beni di lusso attribuiti ai vertici del Paese.

Secondo la ricostruzione statunitense, le risorse destinate alla popolazione sarebbero state dirottate. La delegazione dell’Avana ha chiesto alla presidenza di richiamare all’ordine il funzionario americano, contestando le sue dichiarazioni come menzogne pronunciate con arroganza e lesive della dignità degli Stati membri, oltre che offensive nei confronti del popolo e del governo cubani. Ma al di là dello scontro diplomatico, resta la questione centrale: il bloqueo imposto da Washington, che da decenni colpisce l’economia cubana e limita l’accesso a risorse, beni e servizi essenziali. Una misura coercitiva unilaterale che, per la sua portata extraterritoriale e i suoi effetti sulla popolazione civile, solleva gravi questioni di diritto internazionale e viene condannata da anni dalla comunità internazionale.

Le ripetute risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU chiedono la fine dell’embargo, pur non avendo carattere giuridicamente vincolante. Dietro le accuse rivolte all’Avana, dunque, non può essere oscurata la responsabilità di una politica di pressione economica che punisce un intero popolo per piegarne le scelte politiche.

Un bloqueo criminale nei suoi effetti sociali, che nega a Cuba il diritto di svilupparsi senza coercizioni esterne.



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Ecuador: gli avvocati di Luisa González chiedono la scarcerazione

Il collegio difensivo dell'ex candidata alla presidenza dell'Ecuador, Luisa González, ha presentato un ricorso contro l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti nell'ambito di un'indagine su un presunto riciclaggio di denaro legato al finanziamento della campagna elettorale del 2023.

Il documento è stato presentato alla Procura dall'avvocato Diego Guarderas, il quale sostiene che la misura cautelare violi i diritti fondamentali della sua assistita. Il legale chiede che il procedimento giudiziario prosegua senza che González rimanga privata della libertà personale durante lo svolgimento delle indagini.

Secondo l'avvocato, non sussistono i presupposti per giustificare la detenzione della leader politica dell'opposizione. Inoltre, ha sottolineato che tale situazione ha ripercussioni dirette sulla sua famiglia, tra cui il figlio adolescente e l'anziano padre, affetto da una patologia renale.

Allanamientos, agentes encapuchados, traslados entre provincias y horas de audiencia con el objetivo de exhibir y amedrentar. ¿La respuesta de Luisa González? Templanza, firmeza y una dignidad inquebrantable, las imágenes hablan por sí solas: serenidad absoluta y una sonrisa que refleja la tranquilidad de tener las manos limpias y la conciencia en paz. La fuerza de un liderazgo no se define por el poder que ejerce, sino por la serenidad con la que resiste el poder que se impone sobre él. Luisa nos demuestra que la fuerza no está en quien utiliza el aparataje del poder para perseguir, sino en quien sostiene sus principios con valentía frente a la injusticia. Podrán vulnerar el debido proceso, pero la verdad no se encarcela. ???????? @bbcmundo @el_pais @agenciaefe @dw_espanol

— Luisa González (@LuisaGonzalezEc) October 24, 2026

Guarderas ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui González potrebbe lasciare il Paese una volta tornata in libertà. Parlando ai media, ha affermato che l'ex candidata alla presidenza rimarrà a disposizione delle autorità giudiziarie.

"Non andrà da nessuna parte, poiché ha solidi legami professionali, sociali e familiari nel Paese. Inoltre, è determinata a fare chiarezza su questa vicenda, così come ha fatto in occasione di ogni altra indagine che l'ha riguardata. Ha sempre affrontato queste questioni a viso aperto", ha dichiarato il legale, riferendosi al caso noto come "Laberinto" (Labirinto).

L'ex candidata si trova in stato di fermo dal 23 ottobre, in seguito all'esecuzione di un mandato di arresto emesso da un giudice su richiesta della Procura. Da allora, è rimasta in custodia cautelare mentre prosegue l'iter giudiziario.

González, figura di spicco dell'opposizione al regime neoliberista di Daniel Noboa, si è candidata alla presidenza sia nelle elezioni del 2023 che in quelle del 2025. In entrambe le occasioni, è stata sconfitta dall'attuale presidente.

L'indagine trae origine da accertamenti precedenti relativi al finanziamento della sua prima campagna presidenziale, un caso noto come "Caja Chica" (Piccola Cassa). Le autorità stanno esaminando presunti contributi irregolari e l'origine dei fondi che sarebbero stati utilizzati durante il processo elettorale del 2023. Inoltre, nell'ambito del caso "Laberinto", gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati per le attività di campagna elettorale fondi provenienti da una società legata al sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez.

In attesa che venga esaminato il ricorso presentato dal suo collegio difensivo, Luisa González rimarrà in carcere. Secondo Guarderas, la donna continua a dichiararsi innocente ed è fiduciosa che le indagini faranno luce sui fatti alla base delle accuse mosse contro di lei.

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Khamenei: Nessun compromesso su Hormuz

 

In una fase segnata da altissime tensioni geopolitiche e dalla prosecuzione delle ostilità nella regione, la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, ha ricevuto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il generale Mohsen Rezai. L'incontro è servito a delineare le direttive strategiche della Repubblica Islamica in materia politica, economica, culturale e di difesa.

Durante il colloquio, il Leader ha definito il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e il suo segretariato come il vero e proprio «crocevia decisionale» del Paese. Khamenei ha rimarcato l'urgenza di adottare risoluzioni solide e determinate, supportate da una tabella di marcia strutturata che prefiguri chiaramente l'intero sviluppo di ogni iniziativa, dalla fase embrionale fino al conseguimento degli obiettivi finali.

Coesione interna e architettura costituzionale

Al centro delle discussioni figurano la stabilità del Fronte Interno e l'esigenza di saldare il patto di fiducia tra la popolazione e le istituzioni statali. Per accelerare la risoluzione delle criticità economiche e sociali che gravano sull'esecutivo, il Leader ha raccomandato di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla Costituzione, orientando le prerogative dell'articolo 176 a supporto dell'azione del Presidente e degli organi di governo.

Sul piano del consenso interno, la Guida Suprema ha ribadito che la disperazione delle potenze avversarie rappresenta il diretto risultato della resistenza mostrata dalla nazione. In quest'ottica, ha sollecitato il ripristino di una comunicazione pubblica trasparente e tempestiva, ritenuta indispensabile per garantire il coinvolgimento attivo dei cittadini nella difesa del sistema politico e della sovranità nazionale.

Il nodo di Hormuz, i confini e la linea del Fronte di Resistenza

Dalla riunione sono emerse indicazioni perentorie in merito alla postura di sicurezza e alla geopolitica regionale. In primo luogo, il mantenimento della sicurezza nazionale ed extra-territoriale passa attraverso la gestione strategica dello Stretto di Hormuz, considerata una leva ineludibile per gli equilibri dell'intera area. In secondo luogo, è stata riconfermata la volontà di consolidare i rapporti bilaterali con i Paesi vicini, a patto che siano fondati sulla reciprocità e su interessi strategici duraturi. Infine, Khamenei ha riaffermato la necessità di tutelare con fermezza i diritti del popolo iraniano e dell'asse del Fronte di Resistenza, imponendo le condizioni di Teheran per superare la dannosa fase di "né guerra né pace" e giungere a una conclusione del conflitto alle proprie condizioni.

La relazione di Rezai: verso un ordine regionale endogeno

Da parte sua, il generale Mohsen Rezai ha illustrato un quadro dettagliato dello stato delle infrastrutture e delle iniziative di difesa intraprese dal Segretariato. Tra i dossier prioritari, Rezai ha evidenziato il costante monitoraggio della linea strategica volta a favorire la nascita di un "ordine regionale endogeno", un'architettura di sicurezza collettiva gestita dalle nazioni dell'area al di fuori di ogni ingerenza o tutela da parte delle potenze occidentali.

 

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L'Iran al fianco dell'Avana: "L'unico 'crimine' di Cuba è voler preservare la propria indipendenza"

 

L'asse di solidarietà tra le nazioni colpite dalle misure coercitive unilaterali di Washington si rafforza. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha condannato con fermezza la linea politica adottata dall'amministrazione statunitense contro Cuba e il Venezuela, qualificandola come un'ingerenza sistematica che mina i fondamenti dell'ordine giuridico internazionale.

Secondo Teheran, l'ostilità dimostrata nei confronti del governo cubano rientra in una più ampia strategia di pressione bellicista destinata a destabilizzare la pace e la sicurezza globale. Di fronte al progressivo sgretolamento dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite — in primis il rispetto rigoroso della sovranità e del diritto all'autodeterminazione dei popoli —, il portavoce iraniano ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché abbandoni qualsiasi posizione di passività. Il silenzio e l'indifferenza delle diplomazie mondiali, ha avvertito Baghaei, finiranno inevitabilmente per legittimare un precedente pericoloso che minaccia l'incolumità e l'autonomia politica di ciascuno Stato.

Sette decenni di blocco illegittimo

Il portavoce del ministero iraniano ha rimarcato la contraddizione di fondo che caratterizza le sanzioni imposte a L'Avana. A differenza di altri dossier internazionali al centro delle controversie diplomatiche, Cuba non dispone di alcun programma nucleare né porta avanti attività di arricchimento dell'uranio. Ciononostante, il Paese subisce da ormai sette decenni un embargo economico e finanziario stringente che ha generato enormi sofferenze materiali alla popolazione civile.

L'unica "colpa" attribuita all'isola e al suo popolo, ha sottolineato Baghaei, risiede nella ferma volontà di difendere la propria sovranità nazionale, scegliendo in totale autonomia il proprio modello di sviluppo economico e la propria forma di governo senza subire ingerenze o tutele esterne. È proprio questo rifiuto della subalternità che la leadership di Washington si ostina a non accettare, trasformando il sanzionamento economico in uno strumento punitivo permanente.

La condanna del neo-colonialismo di Washington

Esprimendo la piena solidarietà della Repubblica Islamica al popolo e al governo cubano, Baghaei ha concluso evidenziando come le recenti dichiarazioni dei funzionari americani tradiscano una pericolosa deriva verso forme di neocolonialismo dichiarato. La pretesa di sollecitare direttamente sovvertimenti interni o condizionare la politica di uno Stato sovrano rappresenta una palese violazione delle norme del diritto internazionale moderno, contro la quale Teheran ribadisce la propria ferma opposizione politica e diplomatica.

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Finland and Norway Hold Direct Talks with Putin Ahead of Ukraine Peace Negotiations, Exposing European Divisions

Finnish President Alexander Stubb and Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Støre have spoken directly with Vladimir Putin before briefing Volodymyr Zelenskyy. The initiative, undertaken in consultation with Ukraine, comes ahead of planned negotiations in Abu Dhabi but has drawn criticism from other Nordic leaders.

Finnish President Alexander Stubb and Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Støre held a telephone conversation with Russian President Vladimir Putin on Tuesday, 27 October, marking an unusual direct diplomatic engagement between Moscow and two European NATO members since Russia’s full-scale invasion of Ukraine in February 2022.

The conversation, initiated by the two Nordic leaders from Helsinki, was followed by a separate call with Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy. According to a joint statement released by the Norwegian government, the initiative had been prepared in consultation with Kyiv.

The objective was to communicate directly with Putin about efforts to end the war and the forthcoming negotiations involving Ukraine, Russia and the United States.

Stubb described the exchange as frank and substantive, arguing that Finland and Norway had particular reasons to participate in discussions concerning European security.

“We are neighbouring countries to Russia,” he said, adding that the war’s outcome would directly affect European security.

Both leaders reaffirmed their governments’ continuing support for Ukraine while calling for renewed negotiations. Støre emphasised the humanitarian and economic consequences of the conflict and the need for de-escalation.

Importantly, their statement specified that they were acting as national leaders rather than representatives of Europe collectively.

Zelenskyy briefed after discussions with Moscow

Following the conversation with Putin, Stubb and Støre spoke with Zelenskyy, who confirmed the exchange in a statement issued by his office.

The Ukrainian president thanked them for their detailed briefing and diplomatic engagement.

According to Zelenskyy, the two leaders had communicated Ukraine’s demand for concrete steps to reduce attacks against its energy facilities and other infrastructure.

The discussion also covered preparations for trilateral negotiations involving Ukrainian, American and Russian delegations, provisionally planned for November.

Kyiv’s confirmation that it had been consulted before the Putin conversation is significant. Ukraine has consistently maintained that decisions concerning its sovereignty, territory and security cannot be negotiated without its participation.

Oslo talks establish new diplomatic channel

Tuesday’s telephone diplomacy followed a meeting in Oslo on 20 October involving Zelenskyy, Stubb, Støre and representatives of US President Donald Trump.

American special envoy Steve Witkoff participated in person, while Jared Kushner joined remotely. European and NATO representatives also attended related discussions.

According to the Ukrainian presidency’s account, the consultations addressed possible steps towards ending the war and establishing security arrangements after a settlement.

Witkoff subsequently travelled to St Petersburg on 21 October for discussions with Putin.

The diplomatic contacts have produced plans for another round of talks in Abu Dhabi, expected after 4 November, although the precise date and representation remain subject to confirmation.

The European Commission has also sought involvement. During its 21 October press briefing, the Commission confirmed its participation in the Oslo consultations, which addressed territorial questions, security guarantees and post-war economic arrangements.

As EU Today previously reported, discussions about appointing a European representative to negotiations have exposed disagreements over who should speak for European governments and what authority such a representative would possess.

Moscow maintains its negotiating position

The Kremlin’s account of Tuesday’s conversation offered little indication of a change in Russia’s principal demands.

According to reports citing the Kremlin’s statement, Putin insisted that a lasting settlement would require what Moscow described as full recognition of Russia’s legitimate interests.

He also accused NATO and European Union countries of pursuing confrontational policies that prolonged the conflict.

These statements indicate that the reopening of direct communication has not, by itself, resolved the differences between the negotiating parties.

Russia continues to seek arrangements concerning Ukrainian territory and the European security order, while Kyiv maintains that its sovereignty and territorial integrity must be respected.

Denmark questions independent Nordic diplomacy

The initiative has also revealed differences among European governments over direct engagement with Moscow.

Danish Prime Minister Mette Frederiksen criticised the Finnish-Norwegian approach, saying it had not been coordinated with Denmark and warning against individual European countries pursuing separate diplomatic initiatives.

Swedish Prime Minister Ulf Kristersson also expressed reservations about contacts that might undermine a common European position.

Their objections highlight a distinction between consultation with Ukraine and agreement among European governments on the organisation of negotiations.

For Finland and Norway, both of which share borders with Russia, the outcome of the conflict carries direct implications for security in the Baltic Sea region and the High North.

The immediate question is whether their intervention can facilitate substantive negotiations without weakening coordination between Kyiv and its European partners.

With the next US-mediated talks expected in November, Tuesday’s contacts establish another channel of communication with Moscow. Whether that channel produces movement on territorial disputes, security guarantees or an eventual ceasefire remains unresolved.

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Ceasefire negotiated by Melania Trump holds in Russia-occupied Ukrainian city

A ceasefire that first lady Melania Trump helped negotiate in a front-line Ukrainian city that she described as being on the "brink of disaster" went into effect Tuesday.

The pause in fighting in Oleshky started around 3 a.m. local time as "part of a humanitarian mission being carried out with the mediation and coordination of U.S. first lady Melania Trump, in cooperation with Yana Lantratova, Russia’s commissioner for human rights," according to Dmytro Lubinets, the Ukrainian Parliament commissioner for human rights.

"The situation in Oleshky is dire. Oleshky is a front-line war city on the brink of disaster," Trump said in a statement last week. "Oleshky’s remaining population is comprised primarily of elderly residents who urgently need medical attention, medicine, food, and clean water.

"The people of Oleshky have limited electricity, live amid mined roads, and endure regular military attacks. It was abundantly clear that without my intervention, the possibility to bring humanitarian aid into the city and to evacuate the elderly would be impossible," she added.

MELANIA TRUMP'S ADVISOR REVEALS HOW SHE BRIDGED PUTIN, ZELENSKYY TO BROKER FRONTLINE UKRAINE TRUCE

The White House said both Ukraine and Russia "agreed to temporarily stop all military action in Oleshky to allow for humanitarian aid to enter and to prepare a civilian evacuation through a designated safe passageway."

"Non-military, civilian leaders from both countries will work together to visit Oleshky residents in their homes and determine the level of assistance they require. Residents who wish to evacuate will receive coordinated support and transportation to their preferred destination. I anticipate some will want to go to Russia, and some to Ukraine," Trump added.

Speaking on "Fox & Friends Weekend," senior advisor Marc Beckman said the agreement followed weeks of mediation involving Russian President Vladimir Putin and Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy.

RECOVERING FROM LUNG SURGERY, POPE LEO URGES PUTIN TO AGREE TO CEASEFIRE IN RUSSIAN-HELD UKRAINE CITY

On Tuesday, Russia's Defense Ministry wrote on Telegram, "In relation to the conduct of the humanitarian operation in the area of the settlement of Oleshky, Kherson region, the Armed Forces of the Russian Federation have ceased fire in the Kherson direction."

Russian troops have held control of Oleshky since the early days of the February 2022 invasion of Ukraine, according to Reuters.

The news agency added that the city had a population of around 24,000 prior to the war, but that has since dwindled to only a few thousand.

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Fresh strikes also hit a bridge and subway infrastructure in Ukraine's capital of Kyiv on Tuesday, Reuters reported.

Fox News Digital's Madison Colombo contributed to this report.

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Plenary round-up – June 2026

Written by Clare Fergurson and Katarzyna Sochacka.

The session further focused on Europe’s economic independence, digital sovereignty and resilience on artificial intelligence, as well as the EU’s role in promoting peace and stability in the Middle East. Members debated the electrification action plan, the resilience of the European transport sector amid ongoing geopolitical challenges ,and posed questions to the European Commission on its pledge to reduce the reporting burden, especially for small companies. Debates also addressed protecting child safety and mental health online and the importance of children’s right to play, and promoting culture through the Joint Declaration on ‘Culture for Europe, Europe for Culture’ .

Finally, Members attended two formal sittings, during which Jakov Milatović, President of Montenegro, and Andrzej Poczobut, 2025 Sakharov Prize laureate, recently released from prison in Belarus, addressed Parliament.

The annex shows the breakdown by political group on the final roll-call votes on the files decided by ordinary legislative procedure during the session.

Question time – European Commission pledge to reduce the reporting burden

Members posed questions to European Commissioner Valdis Dombrovskis regarding the state of play on the Commission’s pledge to reduce red tape for companies, in particular smaller businesses. To date, ten omnibus packages to simplify EU law have been published, with more scheduled, all currently at different stages of the legislative procedure.

Digital Omnibus on artificial intelligence

Parliament is committed to ensuring that there are robust legal frameworks to regulate artificial intelligence (AI) in the EU. Members debated and adopted a provisional text on the ‘Digital Omnibus on AI‘, a set of amendments to the AI Act. Parliament favoured fixed deadlines for applying high-risk AI rules, and proposes a ban on AI systems that generate non-consensual sexual content. The agreed text upholds Parliament’s position on the generation of non-consensual sexual content and prohibits AI practices generating child sexual abuse material. The vote postpones application of certain parts of the AI Act, without impacting its core provisions and risk-based approach.

Circularity requirements for vehicle design and end of life vehicles

Improper management of end-of-life vehicles can damage the environment and lose millions of tonnes of material that could be recycled to the benefit of the EU economy instead. Parliament debated and adopted a provisional agreement on circularity requirements for vehicle design and end-of-life vehicles. The agreement sets out requirements for passenger and light commercial vehicles. Vehicles must include recycled plastic, in line with progressively rising targets and minimum recycled content requirements. Manufacturers and producers will be obliged to clearly label refurbished parts and provide information regarding safe access to, removal, and replacement of parts.

Plants obtained by new genomic techniques

Members adopted at second reading a provisional agreement reached with the Council on the Commission’s proposal on plants obtained by new genomic techniques. This aims at aligning existing EU legislation on genetically modified organisms (GMOs) with new scientific developments. Parliament’s negotiators supported the simplification of rules for low-risk genetically modified plants (NGT1), provided they are similar to conventionally bred plants and do not have certain excluded traits. The agreement also includes provisions intended to address concerns related to market concentration and access to seeds for breeders and farmers.

Strengthening farmers’ position in the food supply chain

Despite playing an important role in the food-supply chain, farmers have faced mounting difficulties in recent years. Parliament adopted a provisional agreement on a regulation strengthening farmers’ position in the food-supply chain. Based on a Committee on Agriculture and Rural Development (AGRI) report, Parliament reached agreement with the Council in March 2026. The agreed text aims to ensure that food prices better reflect the production costs borne by farmers, and includes support for the dairy sector, such as the introduction of mandatory written contracts. It also reinforced producer organisations’ bargaining power and includes clarification on labelling to ensure consumer protection and fair competition.

EU-US trade deal

Parliament debated and adopted the trilogue agreement reached on the proposal for two regulations to implement the EU’s tariff commitments under the EU-US Joint Statement. The Committee on International Trade (INTA) adopted its reports in March 2026. The agreement empowers the Commission to suspend the application of the regulation if the US fails to meet its commitments and introduces additional safeguards, including stronger suspension mechanisms and protections against import surges that could harm domestic producers. A comprehensive review of the measures will be conducted in 2029, with the possibility of extension.

2025 Commission report on Türkiye

Despite applying for accession as far back as 1999, progress towards Türkiye’s EU membership bid has faced numerous delays since accession talks began in 2005. Parliament held a debate and adopted a Foreign Affairs Committee report on Türkiye, which reaffirms Parliament’s appreciation for the majority of Turkish people’s aspiration to EU accession and maintaining Türkiye’s candidate status. It also reiterates Türkiye’s relevance as a NATO ally and a country with which the EU has multi-layered relations. However, the AFET committee regrets that, despite the Turkish government’s repeated statements recommitting to the EU membership goal, serious concerns raised in previous AFET reports regarding shortcomings affecting the accession process remain unaddressed.

An EU future for the Western Balkans

The path to accession for new Member States was a key topic at this plenary session, with Members debating and adopting a set of own-initiative reports from the AFET committee on enlargement candidates in the Western Balkans on Tuesday. The AFET report on Montenegro welcomes the country’s progress and encourages sustained momentum on accession negotiations. The committee also commends Albania‘s dedication to EU integration, but expresses concern about the impact of corruption and calls for full implementation of anti-corruption reforms. The AFET report on Kosovo* reaffirms that the country’s future lies with the EU, and stresses inclusion in EU programmes and policies is vital for gradual integration. AFET’s report on Bosnia and Herzegovina expresses support for EU accession and urges political leaders to renew their commitment to EU membership. Similarly, the AFET report on North Macedonia reaffirms its support for the country’s EU membership aspirations, although it regrets the lack of progress since its 2025 report.

* This designation is without prejudice to positions on status, and is in line with UNSCR 1244/1999 and the ICJ Opinion on the Kosovo Declaration of Independence.

2025 Commission report on Georgia

Members also adopted an AFET committee report on Georgia’s EU accession status. The report deplores the continued democratic backsliding in the country and echoes Parliament’s non-recognition of the legitimacy of the Georgian parliament. It also reiterates calls for the EU to impose sanctions against key officials and regime enablers.

Promoting transnational governance on water in the interests of conflict prevention and peace

Water scarcity and water bankruptcy are serious global issues, and mitigating violations of the human right to water remains crucial for regional stability and sustainable development. Members adopted a recommendation to the Council, Commission and High Representative regarding transnational water governance. An AFET committee report notes the importance of transnational water governance for conflict prevention and peace, underscoring the growing political and security dimensions of water issues. The report calls on the EU to condemn the weaponisation of water in conflicts and urges an increase in funding for transboundary water management and for the EU to take the lead in advancing the UN Sustainable Development Goal on clean water.


Read this ‘at a glance note’ on ‘Plenary round-up – June 2026‘ in the Think Tank pages of the European Parliament.

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Addressing the gap between cyberbullying, cyberstalking and cyberharassment

Written by Silvia González Vidal and Colin Murphy.

Cyberbullying is a real issue for the current generation of young people who have grown up in the always connected digital world. While trends have indicated that both victims and perpetrators of cyberbullying are becoming younger, it can also affect adults, with women at greater risk of cyberviolence. Cyberbullying can take many forms and can cause anxiety and depression among its victims. People can experience shame and embarrassment and withdraw from studies, work, interests and their social circles. The impact of cyberviolence can be tangible with a significant economic cost to society.

The EU has placed significant importance on tackling the issue of cyberbullying. The Commission has adopted an action plan against cyberbullying in 2026, which focuses on a coordinated approach among Member States. It is designed to foster prevention and awareness, and encourages Member States to adopt comprehensive national strategies and promote a common understanding of cyberbullying to ensure a safer digital environment.

The EU has enacted a number of laws which address various elements of digitalisation to protect EU citizens and prevent providers of digital services and content from engaging in harmful practices. The EU also has a suite of policies and strategies to complement its legal framework in online child protection, coupled with support for parents and educators.

Risks from cyber-enabled violence continue to be a threat to European society, especially its young people. While advances in digital technology provide many opportunities, these are accompanied by a myriad of dangers. Cyberbullying is one such danger, with real-world consequences for individuals. While Member States across the EU have embarked on multi-faceted responses to the issue, there have been calls for an EU-wide legally binding definition of cyberbullying.


Read the complete briefing on ‘Addressing the gap between cyberbullying, cyberstalking and cyberharassment: Towards a legally binding definition of cyberbullying at EU level‘ in the Think Tank pages of the European Parliament.

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A common system for the return of third-country nationals staying illegally in the European Union [EU Legislation in Progress]

Written by Anja Radjenovic.

CONTEXT

According to Directive 2008/115/EC, third-country nationals staying illegally on the territory of a European Union (EU) Member State should, as a general rule, be issued a return decision obliging them to leave the EU. However, available data suggest that, among those who receive such a decision, only about a quarter actually leave the EU. The limited effectiveness of the return policy is due to several challenges that the EU and Member States face when carrying out return procedures, including difficulties related to implementation at national level. To increase the effectiveness of the EU return policy, the European Commission announced in its 2025 work programme that it would develop a new common approach to returns, including a new legislative proposal on the subject.

Legislative proposal

2025/0059(COD) – Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC – COM(2025) 101, 11.3.2025.

NEXT STEPS IN THE EUROPEAN PARLIAMENT

For the latest developments in this legislative procedure, see the Legislative Train Schedule: 2025/0059(COD)


Read the complete briefing on ‘A common system for the return of third-country nationals staying illegally in the European Union‘ in the Think Tank pages of the European Parliament.

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World Day Against Child Labour

Written by Silvia González Vidal.

The International Labour Organization (ILO) introduced the World Day Against Child Labour in 2002. The day is observed annually on 12 June. The 2026 World Day focuses on reinforcing and accelerating actions aimed at preventing and eliminating child labour, with a key message: ‘Red Card to Child Labour: Fair play for children, decent work for adults’.

Background

The United Nations (UN) defines child labour as work performed by children under the minimum legal age specified for that kind of work, or work that, because of its hazardous nature or detrimental conditions, is prohibited. Forms of work that are beneficial to a child’s personal and social development, that do not interfere with schooling, but rather provide useful experience and skills, may be encouraged. Child labour is driven by poverty, paired with a lack of access to decent work for adults and young people, weak social protection and a lack of free, high-quality public education.

Addressing root causes and advancing social justice were at the heart of the Sixth Global Conference on the Elimination of Child Labour, held in Morocco in February 2026, in the context of the failure to achieve the Sustainable Development Goal (SDG) Target 8.7 on ending child labour by 2025. The Conference adopted the Marrakech Global Framework for Action against Child Labour, a renewed roadmap aimed at eliminating child labour by 2030 through a human rights-based approach centred on social dialogue and multi-sectoral cooperation. The Marrakech commitments prioritise aligning national legal frameworks with international labour standards, ensuring universal access to quality education, and expanding social protection systems. They also highlight the unique challenges within the African region, the agricultural sector, one of the largest for child labour, and the emerging threat of online exploitation.

World Day Against Child Labour 2026

The 2026 World Day Against Child Labour comes after the Sixth Global Conference on the Elimination of Child Labour. Building on the Marrakech commitments, the 2026 campaign carries the message ‘Red Card to Child Labour: Fair play for children, decent work for adults‘, highlighting the link between child labour, poverty, and the lack of adequate work opportunities for adults. At the same time, it emphasises the shared responsibility of governments, employers, workers’ organisations, businesses and consumers, aiming to encourage governments and international partners to translate the Marrakech commitments into concrete national measures ahead of the 2030 deadline.

According to the International Labour Organization (ILO) and UNICEF, 138 million children worldwide are still affected by child labour, with nearly 54 million exposed to hazardous work. In response, the 2026 campaign advocates for stronger action to prevent child labour and support the withdrawal and rehabilitation of affected children through access to quality education, universal social protection, decent work and sustainable livelihoods for adults, strengthened legal frameworks and enforcement mechanisms, improved data collection and monitoring systems, as well as responsible practices across agriculture and global supply chains.

International legal framework

Freedom from child labour is a fundamental human right, enshrined in the ILO Declaration on Fundamental Principles and Rights at Work (1998), the ILO Conventions and the UN Convention on the Rights of the Child (1989). ILO Convention No 138 on the minimum age, adopted in 1973, has been ratified by 177 countries, including all EU Member States. This key document lays down standards for the minimum age for employment. ILO Convention No 182 on the worst forms of child labour, adopted in 1999, has been ratified by 187 countries, including all EU Member States. It calls on members to take measures to secure the prohibition and elimination of the worst forms of child labour as a matter of urgency. These include all forms of slavery or practices similar to slavery; commercial sexual exploitation or illicit activities; and work likely to harm children. The UN Convention on the Rights of the Child (CRC) has been ratified by 196 countries, including all EU Member States. The CRC confers upon children the right to protection from economic exploitation, and urges parties to set a minimum age for employment, regulate working hours and conditions, and provide for penalties. Despite international commitments made by nearly all United Nations member states, 41 countries still lack important legal protections against children doing work that could be harmful or interfere with their education.

EU action

The EU’s firm commitment to eliminating child labour is enshrined in Article 32 of the Charter of Fundamental Rights of the EU, which prohibits the employment of children and states that the minimum age of employment may not be lower than the minimum school-leaving age. Moreover, young people admitted to work must have working conditions appropriate to their age and be protected against economic exploitation and any work likely to harm their safety, health or physical, mental, moral or social development or to interfere with their education.

The main legal instrument prohibiting child labour in the EU is Council Directive 94/33/EC. It allows Member States to set a minimum age for employment below the minimum school-leaving age only exceptionally. The EU action plan on human rights and democracy (2020-2027) calls for stronger child protection systems and a zero-tolerance policy on child labour. Regulation (EU) 2024/3015 on prohibiting products made with forced labour on the Union market further contributes to this goal. In 2024, the European Commission also adopted a recommendation on developing and strengthening integrated child protection systems in the best interests of the child, as a commitment in the EU strategy on the rights of the child, prompting Member States to adopt an integrated approach in their external action, under the aim of eradicating child labour.

European Parliament

The European Parliament has repeatedly condemned child labour and its various forms, both within and outside the EU, through a number of resolutions. In its February 2020 resolution on child labour in mines in Madagascar, Parliament stressed that the EU’s long-term budget should reflect its commitment to eliminating the worst forms of child labour. In its March 2021 resolution on children’s rights in view of the EU strategy on the rights of the child, Parliament also urged the Commission and Member States to eradicate child labour and all forms of work harmful to children’s health, safety and development. Later that year, in its resolution on sustainable and responsible corporate behaviour, Parliament advocated banning imports of products linked to severe human rights violations, including child labour, and stressed that combating such practices should be systematically reflected in EU free trade agreements. In the same vein, Parliament further reinforced provisions aimed at preventing forced and child labour in global supply chains during negotiations on the directive on corporate sustainability due diligence, adopted in 2024. Finally, in its 2022 resolution on new EU rules on products made with forced labour, Parliament called for stronger cooperation with international partners committed to eradicating forced labour globally and banning goods produced under forced labour conditions. In addition, Parliament’s Coordinator on Children’s Rights, currently Vice-President Ewa Kopacz, acts as a central contact point to help ensure that children’s rights are systematically integrated into EU policies and legislation.

This is a further update of an ‘At a glance’ note, the previous edition of which was by Yanis Stefanou, in 2025.


Read this ‘at a glance’ note on ‘World Day Against Child Labour‘ in the Think Tank pages of the European Parliament.

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Entra in vigore una tregua temporanea per l'operazione umanitaria ad Alyoshki, assediata dai droni ucraini.

 

Dalle 4:00 di questa mattina (ora di Mosca) è entrato in vigore il cessate il fuoco nell'area di Alyoshki, la città sulla sponda sinistra del Dnepr nella provincia di Kherson, nell'ambito di un'operazione umanitaria internazionale d'emergenza. Isolata da mesi da ogni linea di rifornimento e bersagliata da bombardamenti quotidiani, la città si trova allo stremo a causa di quello che la garante per i diritti umani russa, Yana Lantratova, ha denunciato come un vero e proprio "blocco artificiale" creato dalle forze armate ucraine per soffocare la popolazione rimasta.

A confermare la gravità del disastro è stata anche la First Lady statunitense Melania Trump, intervenuta direttamente tra le diplomazie per favorire la tregua localizzata. Parlando dalla Casa Bianca, la Trump ha dipinto un quadro drammatico: una città di prima linea sull'orlo del collasso, abitata ormai quasi esclusivamente da anziani privi di cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua potabile.

Droni e mine: il blocco dei soccorsi civili

Le modalità del blocco sono state nel dettaglio dal Ministero della Difesa russo. Oltre all'artiglieria, che da più di due anni martella le infrastrutture viarie e ferroviarie, dal maggio 2026 l'esercito ucraino ha intensificato l'uso di droni per effettuare il minamento a distanza delle uniche vie d'accesso rimaste. L'obiettivo sistematico, denunciato da Mosca, è impedire sia l'evacuazione dei civili che l'ingresso dei convogli d'emergenza.

Neanche gli sforzi del volontariato si sono salvati dalla carneficina: secondo quanto riferito da Lantratova, persino una colonna di veicoli privati chiaramente contrassegnati dalla scritta "Popolo" è stata distrutta dal fuoco dei droni. Il capo del distretto municipale, Ruslan Khomenko, ha segnalato che le forze di Kiev arrivano a sganciare dall'alto tra le 7 e le 36 mine al giorno sul centro abitato, accusando l'altra parte del campo di voler "semplicemente annientare i civili".

La denuncia di Mosca sui "metodi terroristici"

Sulla vicenda è intervenuto duramente anche Rodion Miroshnik, ambasciatore russo per i crimini del regime di Kiev, che ha definito la situazione di Alyoshki «uno dei tanti progetti terroristici orchestrati da Kiev». Secondo l'ambasciatore, le forze ucraine stanno impiegando in modo massiccio il materiale bellico e i droni forniti dalle potenze occidentali non per obbiettivi militari, ma per cacciare e colpire indistintamente qualsiasi veicolo civile provi a rompere l'assedio.

La tregua scattata all'alba rappresenta un'esile finestra di soccorso in un teatro bellico dove la sopravvivenza dei non combattenti è diventata merce di scambio e bersaglio tattico. Resta da verificare se le garanzie sul campo consentiranno finalmente il passaggio dei beni di prima necessità o se il corridoio umanitario verrà travolto dall'ennesima ripresa delle ostilità.

 

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Cosa significa la vittoria di Lula per la Cina e per il mercato delle terre rare

 

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio presidenziale in Brasile segna un punto di svolta non soltanto per l'America Latina, ma per l'intera architettura geopolitica globale. Come sottolineato dall'analisi del South China Morning Post, l'inizio del suo quarto mandato non consecutivo all'inizio del 2027 blinda e rafforza il ruolo di Pechino quale primario partner strategico di Brasilia, piazzando il gigante sudamericano al centro della contesa egemonica tra Cina e Stati Uniti.

In questo scontro tra potenze, la posizione del Brasile non è secondaria né neutrale per caso, ma si fonda su un peso minerario d'importanza critica: il Paese possiede le seconde riserve di terre rare più grandi al mondo. Si tratta dei metalli indispensabili per le tecnologie avanzate, la transizione energetica e l'industria bellica, un settore in cui la Cina punta a consolidare la propria posizione di forza sulle catene di approvvigionamento globali.

Oltre la dottrina atlantica: la sovranità delle risorse

Sotto la guida di Lula, il Brasile ribadisce di non voler scivolare nel ruolo di satellite subalterno alle direttive di Washington. La riconferma della leadership del Partito dei Lavoratori garantisce a Pechino l'interlocutore ideale per dare continuità ai progetti del blocco BRICS e per sviluppare partnership industriali nel settore dell'estrazione e della raffinazione delle risorse strategiche.

La Casa Bianca osserva con crescente apprensione la penetrazione economica cinese nel cortile di casa sudamericano. L'accesso privilegiato della Cina ai giacimenti di terre rare brasiliane indebolisce gli tentativi americani di affrancarsi dalla dipendenza mineraria orientale, confermando la volontà di Brasilia di sfruttare la propria ricchezza di materie prime come leva di autonomia geopolitica e di sviluppo nazionale.

Il Brasile nel nuovo ordine multipolare

Il quarto mandato di Lula consolida la trasformazione del Brasile in un hub imprescindibile del nuovo ordine multipolare. Rifiutando l'allineamento dogmatico ai blocchi tradizionali, il governo serba l'iniziativa diplomatica nel Sud Globale, sfruttando la cooperazione con Pechino per accelerare gli investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Per la Cina, il successo di Lula rappresenta la garanzia di un alleato di peso nel continente americano, capace di resistere alle contromisure statunitensi. Per Washington, la presenza di un gigante industriale ricco di risorse chiave come il Brasile, sempre più integrato con il sistema economico cinese, rende la competizione geostrategica nel continente estremamente complessa e priva di soluzioni immediate.

 

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Allarme ONU in Cisgiordania: Turk evoca il rischio di pulizia etnica ad Al-Khalil

 

L'incursione delle forze di occupazione israeliane nella città di Al-Khalil (Hebron), nella Cisgiordania occupata, finisce sotto il tiro delle Nazioni Unite. L'Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha lanciato un monito perentorio, intimando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari e denunciando come il sistematico sfollamento forzato della popolazione araba delinei un reale rischio di pulizia etnica.

UN Human Rights Chief @volker_turk calls for an end to #Israel’s aggressive operation in the #WestBank city of #Hebron, which forcibly displaced nearly 2,000 Palestinians, demolished homes and commercial property, and deprived residents of the ability to move freely. "Collective punishment is a grave violation of international law. Threats to empty and erase entire neighbourhoods also raise serious concerns of ethnic cleansing," Türk says. https://t.co/EGRf5Iw9vZ

— UN Human Rights (@UNHumanRights) October 26, 2026

Secondo i dati diffusi da Ginevra, le operazioni avviate nel fine settimana hanno già sradicato dalle loro abitazioni oltre 2.000 palestinesi, radendo al suolo interi complessi residenziali e attività commerciali e imponendo una rigida limitazione alla libertà di movimento.

Punizioni collettive e terrore della popolazione

Il quadro delineato dall'Alto Commissariato è quello di una vera e propria punizione collettiva disposta ai vertici dell'esecutivo israeliano. Commentando l'uso sproporzionato e ingiustificato della forza militare, Türk ha sottolineato come le disposizioni impartite dal primo ministro Benjamin Netanyahu tradiscano l'intento di instillare il terrore e punire indiscriminatamente i civili dopo le recenti azioni di rappresaglia della resistenza palestinese.

Le punizioni collettive costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, mentre gli ordini di evacuazione e le demolizioni di interi rioni configurano un preciso piano di sradicamento demografico. Di fronte a questo scenario, l'ONU esige l'immediato rientro degli sfollati nelle proprie case e l'erogazione di risarcimenti per le distruzioni arbitrarie perpetrate dall'esercito.

La chiusura della Cisgiordania alla vigilia del voto

La stretta militare su Hebron si inserisce in un quadro di chiusura ermetica dell'intera Cisgiordania occupata disposto dalle forze di occupazione fino al 27 ottobre, in concomitanza con lo svolgimento delle elezioni legislative in Israele. Un blindaggio che si traduce in un ulteriore soffocamento economico ed esistenziale per i residenti palestinesi.

Il monito delle Nazioni Unite riaccende i riflettori sull'impunità delle politiche di occupazione territoriale, accusate di spingersi oltre ogni limite legale pur di creare fatti compiuti sul terreno a danno della popolazione autoctona.

 

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Egitto. Parlamento autorizza l'invio di forze "difensive" a sostegno dell'Arabia Saudita

 

Sotto la pressione delle continue rappresaglie yemenite che martellano il territorio saudita, il Cairo compie il passo formale per integrarsi nella coalizione a guida di Riyadh. Il 26 ottobre, il parlamento egiziano, riunito in una sessione a porte chiuse ai sensi dell'articolo 152 della Costituzione, ha approvato l'autorizzazione esecutiva per inviare supporto militare "difensivo" al regno saudita, ratificando la raccomandazione espressa dal Consiglio di Difesa Nazionale ed evadendo la richiesta avanzata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Il provvedimento fornisce il quadro giuridico formale per potenziare i sistemi di difesa aerea sauditi, schierare assetti militari sul campo e tutelare le infrastrutture strategiche del regno da ulteriori attacchi. Una decisione giunta dopo giorni di rinvii voluti per raggiungere un "consenso" unanimemente condiviso, e preceduta da un vertice al vertice svoltosi il 21 ottobre a Riyadh, dove il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell'intelligence Hassan Rashad hanno consegnato nelle mani del principe ereditario Mohammed bin Salman una lettera personale di Sisi in cui si perimetrava la natura esclusivamente "difensiva" dell'intervento.

L'escalation nel Golfo e l'avanzata delle forze yemenite

La svolta del Cairo si inserisce in una fase di drammatica recrudescenza del conflitto. Da quando, a luglio, Riyadh ha intensificato la sua campagna d'attacco decennale contro lo Yemen, le Forze Armate Yemenite (YAF) collegate ad Ansarallah hanno risposto con operazioni di rappresaglia su larga scala, colpendo a raggio sistematico basi militari, aeroporti e impianti energetici nel cuore dell'Arabia Saudita.

La reazione del regno non si è fatta attendere: lunedì le forze aeree saudite hanno scatenato pesanti incursioni bombardando la capitale Sana'a e la città portuale di Mokha. Tuttavia, l'ampiezza dell'offensiva yemenita ha evidenziato le vulnerabilità difensive di Riyadh, spingendo la monarchia a sollecitare l'attivazione delle garanzie di sicurezza dei propri alleati regionali ed extra-regionali.

La geometria del Patto della Mecca e l'ambiguità dell'Occidente

L'Egitto va così ad affiancarsi all'architettura di sicurezza del Patto della Mecca, l'alleanza di difesa congiunta siglata tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan basata sulla clausola di mutua assistenza in caso di attacco. Il Pakistan mantiene migliaia di uomini di stanza nel regno e, pur smentendo attacchi aerei diretti, assicura una copertura di terra. La Turchia garantisce personale, supporto logistico e fornitura di droni, mentre il Regno Unito fornisce un sostegno definito "puramente difensivo" che include il rifornimento in volo dei caccia sauditi impegnati nei raid sullo Yemen.

Derubricando le proprie operazioni sotto la formula retorica del "supporto difensivo", le potenze coinvolte cercano di difendere l'infrastruttura energetica e politica saudita senza assumersi formalmente la responsabilità del disastro umanitario provocato dai bombardamenti sullo Yemen. Con l'ingresso dell'Egitto, l'asse della coalizione si salda ulteriormente, trasformando lo scontro con lo Yemen in un contenzioso regionale a largo raggio.

 

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