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Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale

Elon Musk vuole acquistare una città in Mississippi: si chiama Southaven, ospita una centrale elettrica fondamentale per alimentare i data center della sua intelligenza artificiale, e da alcuni media americani è stata già ribattezzata “Elonville“. Il piano del miliardario prevede l’acquisto di 418 case a un prezzo di mercato di 180.000 dollari; come parte della compravendita è previsto anche un accordo con i proprietari in cui rinunciano a partecipare a una causa legale contro l’azienda. Diciotto proprietari avrebbero già accettato.

La proposta indecente di Musk agli abitanti di questo piccolo centro è: vendetemi le vostre case e trasferitevi altrove. E non è neanche una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Pare, infatti, che il miliardario non voglia andare oltre il prezzo di mercato, 180.000 dollari. Secondo quanto riferito dal sindaco della città, le case serviranno ad accogliere il personale di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk confluita in SpaceX a febbraio che sta vivendo una fase di espansione rapidissima nell’area.

Negli ultimi due anni, infatti, l’azienda ha realizzato tre data center tra Southaven e la vicina Memphis, in Tennessee. Ed è lì che Musk trascorre almeno tre notti a settimana, dormendo in un caravan, nemmeno di super lusso, per supervisionare direttamente il progetto. D’altra parte Musk ha investito circa mezzo miliardo di dollari per sostenere l’elezione di candidati repubblicani negli ultimi due cicli elettorali e il suo fervore per i data center è condiviso da Donald Trump e dalla sua amministrazione.

Non si può invece dire che i residenti di Southaven siano entusiasti. Per quanto alcuni abitanti siano propensi ad accettare l’offerta dell’uomo più ricco del mondo e lasciare la città, altri intendono dare battaglia. A giugno tre residenti della zona, esasperati dal frastuono causato dai lavori di espansione dell’impianto di xAI, hanno intentato una causa, lamentando “rumori costanti, vibrazioni e altri disagi” a causa delle turbine a gas necessarie per l’alimentazione.

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La truffa con la falsa voce di Vannacci: “Versa 250 euro, ne guadagnerai 10 mila. Garantiscono Meloni e Mattarella”

Una truffa con la falsa e suadente voce di Roberto Vannacci, clonata con l’intelligenza artificiale, come amo per pescare a strascico nell’oceano sterminato di Youtube. Migliaia di vittime ignare possono abboccare all’esca, mentre guardano un video sulla piattaforma di Google e spunta la frode travestita da pubblicità. “Tutto è trasparente, me ne faccio personalmente garante”, esordisce il falso Vannacci. “Il link è sotto il video, seguendolo, puoi iniziare a guadagnare già oggi. Basta un versamento minimo di 250 euro”. Cliccando, si approda all’indirizzo della truffa: proxiacoadvir.pro.

Il precedente contro Fideuram con la voce clonata di Messina

Anche Paolo Molesini, ex presidente di banca Fideuram, è caduto nella trappola della voce clonata dall’IA. È costata 39 milioni di euro, ma senza gli investigatori il bottino poteva arrivare a 95 milioni. Il timbro replicato era di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa. In quel caso i criminali hanno mirato ad una vittima di altissimo profilo. Stavolta, nel setaccio dei delinquenti possono restare impigliati migliaia di persone comuni. Ilfattoquotidiano.it può documentare la clip con la voce di Vannacci, ma i vip emulati possono essere molti di più, negli annunci pubblicitari su Youtube. Cambia forma anche la pagina linkata all’inserzione fraudolenta. Oggi, 28 ottobre, ecco la “bufala” nel titolo d’apertura: “Le società Fininvest, Microsoft e alcuni miliardari italiani stanno lanciando una piattaforma che garantisce un reddito mensile fino a 30.000 euro”.

La frode con finte pagine giornalistiche, l’endorsement dei Berlusconi, Vacchi e Ferrero

Ieri, 27 ottobre, campeggiava un falso sito di Rai News, con un quadretto bizzarro in cima: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, Piersilvio e Marina Berlusconi, l’influencer Gianluca Vacchi, l’imprenditore Giovanni Ferrero. Insieme sotto un titolo cubitale: “Oggi, 27 ottobre 2026, è l’ultimo giorno di iscrizione al progetto di guadagno automatizzato QuantumAI sostenuto dal governo. A ogni investitore è garantito un reddito di 10.000 euro al mese dopo l’attivazione”. Una falsa notizia camuffata neppure a regola d’arte.

Ecco la proposta per l’utente, annunciata in una clip incastonata dentro un finto articolo giornalistico, tra endorsement del presidente del capo dello Stato, garanzie di palazzo Chigi e il timbro dei miliardari sul nuovo sistema di guadagno: “Versa 250 euro – esorta la voce neutra e professionale – e l’algoritmo automatizzato di Intelligenza artificiale compra da solo gli asset ai prezzi migliori, e li vende non appena il prezzo sale un po’. Non è necessario capire il trading, il programma fa tutto al posto vostro. Poi scelgo l’importo da prelevare, indico la banca e premo ‘prelevo denaro’. E rimarrete scioccati”. C’è da crederci. “All’inizio pensavo fosse un’altra truffa – prosegue la clip – ma non era il mio primo prelievo sul conto bancario”. Grazie all’app Quantum AI, suggerisce la voce, “nella prima settimana ho guadagnato 2 mila 500 euro. Potete ottenere lo stesso risultato, ma prima bisogna registrarsi. Inserite anche voi il vostro nome completo, l’email e il numero di telefono”. Poco dopo chiamerà l’azienda, avvisa la voce, basta confermare l’identità e il gioco è fatto.

“Il consiglio della premier: registra i tuoi dati, ti contatterà un consulente personale”

Tra il video e lo spazio per la registrazione, la pagina ospita un falsa dichiarazione, virgolettata, attribuita a Giorgia Meloni: “La piattaforma rappresenta un passo significativo verso il benessere finanziario di ogni cittadino italiano. Oggi più di 500.000 dipendenti pubblici, pensionati, titolari di imprese, lavoratori e casalinghe in tutta Italia stanno già prelevando fondi da QuantumAI direttamente sui propri conti presso Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM e Poste Italiane”. All’esortazione della premier segue il “Pannello di monitoraggio” con le “statistiche in tempo reale: negli ultimi minuti, 2076 utenti si sono registrati e 726 hanno effettuato il primo deposito di almeno 250 euro”. A titolo di esempio, nomi inventati come Francesca Colombo, Valentina Bruno, Marco Rossi, Chiara Marino, tutti dalla città di Ivrea, con la somma esatta del prelievo o del deposito.

Scendendo ancora, arriva un altro video. Il logo di Rai News è in alto a destra, un uomo con gli occhiali scimmiotta un collegamento televisivo: “Ho provato io stesso, senza dubbi ogni italiano può iniziare, in un mese ho raggiunto un reddito superiore a 10 mila euro. E’ stata lanciata con la partecipazione dei principali esponenti politici del paese, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella”. Recita il sottopancia con grafica da all news: “Ultim’ora, 98% operazioni riuscite”. Un’occasione talmente ghiotta che “il numero di posti disponibili è limitato”, bluffa il testo in pagina sotto il video, per “evitare il sovraccarico del sistema: al momento restano 8 posti”. Infine, il riepilogo delle istruzioni: compilare il “sottostante” modulo di registrazione con i dati di contatto, attendere la chiamata del “consulente personale”, investire almeno 250 euro, configurare la piattaforma col supporto del predetto consulente, passare all’incasso. “I pagamenti arriveranno sul vostro conto bancario ogni giorno alle 10:00”, la rassicurazione conclusiva.

Il gesto di Meloni contro la clonazione

Contro la clonazione della voce ad opera dell’Intelligenza artificiale, giova ricordare anche il gesto della premier Giorgia Meloni, ad inizio ottobre: per difendersi dai deepfake ha registrato il marchio, con tanto di copyright. L’effetto? “Una modesta, modestissima quasi nulla utilità”, ha commento sulla Stampa il 9 ottobre Guido Scorza, esperto di privacy digitale. Neppure il copyright mette al riparo dalla clonazione della voce.

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Gli editori norvegesi portano Meta in tribunale: il problema è epocale

L’allarme lo ha lanciato, per prima, la Nieman Lab Foundation di Harward lo scorso 15 ottobre: “A partire dal 30 ottobre, gli account aziendali che continueranno a utilizzare Facebook, Instagram o WhatsApp acconsentiranno automaticamente alla raccolta di dati da parte di Meta sui propri siti web”.
Destinatari dell’allarme, innanzitutto, gli editori. Secondo la Fondazione Nieman, infatti, per effetto di un aggiornamento delle proprie condizioni generali di contratto business, Meta si sarebbe garantita il diritto di sfruttare i contenuti dei giornali per addestrare modelli e algoritmi alla base dei propri prodotti.

In poche ore, in tutto il mondo, gli editori si son messi sul piede di guerra. Tanto è bastato a suggerire a Meta di fare marcia indietro o, almeno, tirare il freno.

Il gigante di Menlo Park, infatti, ha rivisto e corretto l’aggiornamento delle condizioni generali di servizio all’origine della protesta degli editori, chiarito che non aveva mai avuto intenzione di garantirsi alcun diritto in più rispetto a quelli che già aveva e tanto meno di farlo contro la volontà degli editori e specificato che i contenuti degli editori, a valle della modifica in questione, avrebbero potuto essere utilizzati esclusivamente per migliorare i propri prodotti pubblicitari e commerciali, quelli, cioè, forniti proprio agli editori. E ha aggiunto che gli editori avrebbero, comunque, continuato a disporre del diritto di sottrarre qualsiasi contenuto al proprio scraping, semplicemente utilizzando l’apposito comando – il famoso robot.txt – da sempre a loro disposizione.

Meglio ma non bene secondo la stessa Fondazione Nieman che in un articolo del 17 ottobre è tornata sull’argomento, chiarendo, attraverso la vivavoce di una serie di esperti, che la modifica dell’aggiornamento alle condizioni generali di servizio proposta da Meta non sarebbe valsa a superare il problema, che la società sarebbe rimasta libera di utilizzare i contenuti degli editori per addestrare gli algoritmi alla base di una non meglio definita ampia gamma di “prodotti commerciali” e che, nonostante le rassicurazioni, niente nelle condizioni generali di servizio avrebbe, effettivamente, garantito agli editori di sottrarre, attraverso il comando robot.txt i propri contenuti alla bulimica voracità degli algoritmi di Menlo Park.

Nessun cessato allarme insomma. E, anche da questa parte dell’oceano, in tanti, tra gli editori, la pensano allo stesso modo.

Tra questi sicuramente gli editori norvegesi che, infatti, hanno appena trascinato Meta in Tribunale chiedendo al Giudice di ordinarle di sospendere l’aggiornamento dei propri termini d’uso, di ordinarle di inserirvi un esplicito riferimento alla circostanza che con il comando robot.txt sarebbe possibile sottrarre i propri contenuti all’addestramento di qualsivoglia prodotto e di imporre che qualsiasi questione relativa allo sfruttamento di contenuti editoriali sia disciplinata con un contratto completamente autonomo rispetto a quelli relativi ai servizi generalmente utilizzati per la diffusione e promozione dei contenuti editoriali, così da sottrarli al rischio di rimanere esposti a eventuali abusi di posizione dominante da parte della società di Menlo Park.

Ancora una volta la risposta di Meta non si è fatta attendere: aggiornamento dei termini d’uso posticipato dal 30 ottobre al 20 novembre per aver modo di spiegarne meglio agli editori il significato e di tranquillizzarli.
Ancora una volta, meglio ma non bene.

Il problema resta ed è epocale anche se, per la verità, non riguarda solo Meta ma tutte le grandi fabbriche globali di algoritmi: non è, infatti, tollerabile oltre l’idea che, specie soggetti che, in un modo o nell’altro, si sono ormai conquistati un ruolo ineliminabile nella catena di distribuzione dei contenuti informativi, provino a appropriarsi di questi contenuti, trasformandoli in asset tecno-commerciali attraverso i quali andare, addirittura, a fare concorrenza agli stessi editori dei contenuti in questione.

E non è solo una questione di soldi e di sopravvivenza delle imprese editoriali. È, anche, una questione di democrazia perché se pochi grandi giganti dell’intelligenza artificiale, divorando i contenuti dei giornali, si pongono in condizione di diventare – come, in parte, sta già accedendo – nuovi oligopolisti globali dell’informazione, la dieta mediatica dell’intera umanità finisce con il cadere nelle loro mani con ogni conseguenza facilmente immaginabile in termini di pluralismo informativo, manipolazione dell’opinione pubblica globale e, appunto, democrazia.

Ma c’è di più. Non solo, infatti, le grandi fabbriche di algoritmi non hanno alcun diritto di appropriarsi dei contenuti degli editori per addestrare i propri algoritmi senza neppure chiedere permesso ma – ed è bene dirlo subito e senza nessuna ambiguità – gli stessi editori non possono vendere ai giganti dell’intelligenza artificiale in questione i loro contenuti perché li usino per l’addestramento degli algoritmi.

La ragione è semplice: i contenuti in questione, infatti, non sono solo oggetto di diritti di proprietà intellettuale degli editori dei quali questi ultimi possono certamente disporre ma contengono anche milioni di dati personali di milioni di persone – i protagonisti dei fatti raccontati – sui quali, al contrario, gli stessi editori, non hanno alcuna forma di proprietà e dei quali non possono in alcun modo disporre.

Questi dati personali, infatti, sono presenti nei contenuti degli editori in forza di un’eccezione – quella che ne consente il trattamento in vista del soddisfacimento del diritto di cronaca – e non di un diritto disponibile degli editori e quell’eccezione, evidentemente, mentre consente la pubblicazione del contenuto, non consente all’editore, pure titolare dei diritti di proprietà intellettuale dei quali vorrebbe appropriarsi Meta e le sue concorrenti, di autorizzare chicchessia al loro sfruttamento al fine di addestrare, non importa quale algoritmo o modello, non importa in quale contesto.

Se vendessero alle grandi fabbriche di algoritmi i loro contenuti perché li usino per trasformarli in asset tecnologico-commerciale, gli editori farebbero esattamente ciò che, a ragione, stanno contestando ai giganti dell’intelligenza artificiale di fare: esproprierebbero milioni di persone di un loro diritto fondamentale e trasformerebbero, a loro volta, i dati personali di milioni di persone in un proprio asset commerciale, senza neppure chiedere permesso.

Quindi bene e, anzi, benissimo che gli editori, anche se in ritardo, si preoccupino di difendere la loro proprietà intellettuale, ma guai a dimenticarsi, che c’è un diritto, altrettanto prezioso, che va difeso con eguale energia: quello che milioni di persone, protagoniste, nei contesti più diversi, dei contenuti pubblicati dagli editori, hanno sui loro dati personali, dati legittimamente – fino a prova contraria e a condizione che esistesse un interesse pubblico – pubblicati sulle pagine dei giornali ma, non solo per questo, legittimamente cedibili alle fabbriche di algoritmi o da queste acquistabili per contratto.

E, ancora una volta, se accadesse sarebbe gravissimo perché, quei dati, i nostri dati personali, una volta finiti nei ventri molli e profondi delle fabbriche di algoritmi, sarebbero sottratti per sempre al nostro controllo e, con loro, lo sarebbero frammenti di inestimabile valore della nostra identità personale.

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L’IA si è mangiata 120mila lavoratori negli Usa. E ora nel mirino ci sono anche i manager

L’intelligenza artificiale continua a fare progressi e a farne le spese sono sempre di più i lavoratori in carne e ossa. I numeri relativi agli ultimi nove mesi sono impressionanti. Negli Stati Uniti l’IA si è divorata qualcosa come 120mila posti di lavoro, incarichi in cui l’uomo è stato sostituito dalla macchina. Trentamila annunciati solo da Amazon. Ora, Microsoft offre incentivi all’esodo a una platea potenziale di 60 mila dipendenti, mentre nei Paesi Bassi persino il governo vuole eliminare 25 mila posti pubblici in dieci anni. Secondo Challenger, Gray & Christmas, da gennaio l’intelligenza artificiale è stata indicata come la causa di 120.136 tagli del personale in Usa, il 21% dei 573 mila complessivi. Quasi uno su cinque.

Nel 2025 – riporta Il Corriere della Sera – i tagli annunciati e attribuiti all’AI erano stati circa 55 mila. Ora sono più del doppio. Ridurre il personale può servire a migliorare i margini e a liberare risorse. Microsoft investirà quest’anno 175 miliardi di dollari, sopratutto in infrastrutture e AI; Amazon 220; Meta fino a 145, mentre ha annunciato una raccolta da 95 miliardi, alla quale Nvidia, il colosso dei chip, parteciperà con 3 miliardi. Ma la mossa che più spaventa per l’entità dei tagli è quella che sta per compiere l’Olanda. L’obiettivo del governo è quello di ridurre di un quinto il personale statale per risparmiare 3,5 miliardi. Nel 2027 il piano diventerà operativo e verrà spiegato nel dettaglio in quali specifici settore la macchina sostituirà completamente l’essere umano.

Block, la società di pagamenti fondata da Jack Dorsey, ha annunciato oltre 4 mila tagli, quasi metà dell’organico, sostenendo che l’AI consente ormai di fare di più con meno persone. Anche Atlassian ha collegato chiaramente i 1.600 esuberi all’autofinanziamento dell’AI; HP ne ha stabiliti fino a 6 mila. E ora si aggiunge anche Microsoft che, dopo i 4.800 tagli annunciati a luglio, propone uscite volontarie in Usa, Canada, Uk e India. La trasformazione – conclude Il Corriere – non risparmia neppure chi occupa i gradini più alti. Secondo l’Ocse, tra le professioni maggiormente esposte all’AI figurano manager e specialisti della finanza, chiamati a confrontarsi con algoritmi capaci di svolgere una parte crescente delle loro attività.

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Intelligenza artificiale, la sfida per gli agenti assicurativi: a Roma il confronto tra esperti e operatori del settore

Il 5 novembre a Villa Miani il convegno promosso da GAAT Service con UNI Agenti e AGI. Tra i relatori Aranzulla, Camisani Calzolari, Frontoni e Veltroni. Peter Gomez modererà la tavola rotonda sul futuro dell’intermediazione.

L’intelligenza artificiale è già entrata nei processi di molte imprese e sta cambiando il modo in cui vengono analizzati i dati, organizzate le attività e costruite le relazioni con i clienti. Per il mondo assicurativo, il tema non riguarda soltanto l’adozione di nuovi strumenti: chiama in causa il ruolo degli intermediari, la loro autonomia professionale e la capacità di accompagnare persone e aziende in decisioni sempre più complesse.

A queste domande è dedicato il convegno nazionale “Intelligenza artificiale & Agenti di assicurazione”, in programma giovedì 5 novembre 2026 a Villa Miani, a Roma. L’iniziativa è organizzata da GAAT Service, in collaborazione con UNI Agenti e AGI Agenti Generali Italia, e riunirà divulgatori, studiosi e rappresentanti del comparto per discutere opportunità e criticità della trasformazione digitale.

Il confronto parte da una questione concreta: l’IA potrà aiutare gli agenti a interpretare meglio i bisogni della clientela e a rendere più efficiente il lavoro quotidiano, ma solleva anche interrogativi sulla gestione dei dati e sul rapporto diretto tra compagnie e consumatori. È proprio su questo equilibrio che gli organizzatori intendono aprire una riflessione.

“I cambiamenti non si subiscono, si governano”, osserva Roberto Salvi, presidente di GAAT Service e UNI Agenti. Secondo Salvi, “il settore non può limitarsi a osservare l’evoluzione tecnologica: deve comprenderne le conseguenze”. E sugli spazi di autonomia degli intermediari, Salvi è molto chiaro: “L’intelligenza artificiale può rappresentare una grande opportunità proprio per rafforzare quella autonomia se gli intermediari sapranno affrontare questa trasformazione insieme, mettendo in comune competenze, esperienze, risorse e capacità di investimento. La forza di molti può consentire di accedere a strumenti e soluzioni che il singolo, da solo, avrebbe più difficoltà a sviluppare o governare. L’obiettivo del convegno – spiega – è finalizzato ad affrontare il tema senza semplificazioni e con competenze differenti”.

Il programma prevede l’avvio delle attività alle 11 con la registrazione dei partecipanti e un light lunch. Alle 13 l’introduzione di Peter Gomez e il saluto istituzionale di Roberto Salvi apriranno gli interventi. Sul palco si alterneranno Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico conosciuto per le sue guide pratiche all’uso della tecnologia; Marco Camisani Calzolari, esperto di digitale, sicurezza e rischi della rete; Emanuele Frontoni, professore ordinario all’Università di Macerata e studioso di intelligenza artificiale e visione artificiale; e Walter Veltroni.

VIDEO | Il videomessaggio di Salvatore Aranzulla

VIDEO | Il videomessaggio di Emanuele Frontoni

VIDEO | Il videomessaggio di Marco Camisani Calzolari

Alle 15.40 è prevista una tavola rotonda moderata da Peter Gomez, dedicata al punto di vista degli operatori del mercato. Interverranno Pietro Franchini (IVASS), Denis Girola (Xoldy), Pisana Liberati (UNI

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Emanuele Frontoni

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Marco Camisani Calzolari

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Peter Gomez

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Roberto Salvi

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Salvatore Aranzulla

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Walter Veltroni

Agenti), Gianni Mezzalira (AGI), Alfredo Penna (UCA Assicurazioni), Osvaldo Rosa (Assigeco) e Orazio Rossi (Chubb). Un confronto tra realtà e ruoli diversi, chiamati a misurarsi con le ricadute dell’innovazione sul lavoro degli agenti e sui rapporti con gli assicurati.

Il filo conduttore della giornata è la necessità di affiancare alla conoscenza tecnica una riflessione sulle persone e sulle professioni. Perché la capacità di ascolto, la fiducia e l’interpretazione dei bisogni restano centrali nel rapporto con il cliente, anche quando cambiano gli strumenti con cui questo rapporto si costruisce.

La partecipazione al convegno è gratuita, con prenotazione obbligatoria. Per informazioni: segreteriaorganizzativa@eventoai.it; tel. 377 5501110.

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La Siae cerca di sopravvivere al progresso tecnologico: la battaglia mi sembra già persa

Gli eredi di Elvis Presley contro Anthropic: “Ha usato 274 canzoni per addestrare IA” (Ansa, 26.10)

Un amico compositore mi informa, piuttosto incazzato, che la Siae adesso accetta il deposito di brani musicali realizzati con l’IA tramite un prompt: “Purché vi sia un contributo creativo umano riconoscibile. La Siae, però, non verifica questo requisito al momento del deposito: si affida alla dichiarazione dell’autore”. Gli dico che sono contro l’anacronismo del diritto d’autore e del copyright, leggi che la deriva iper-proprietaria ha reso assurde e il progresso tecnologico superate (l’IA viene addestrata su milioni di opere protette da copyright, spesso senza il consenso degli autori; per le aziende di IA trattasi di fair use, cioè di uso legittimo: la battaglia è in corso).

Premessa: mentre negli Usa prevale una concezione patrimoniale del copyright, che consente di vendere i diritti di sfruttamento commerciale di un’opera, il nostro diritto d’autore è informato dal criterio filosofico della personalità dell’autore (puoi cedere i diritti economici, ma quelli morali, come il riconoscimento della paternità dell’opera, restano tuoi). Queste leggi hanno vizi d’origine che da sempre legittimano la manomorta assurda di eredi e corporation, privando la comunità artistica della possibilità di rielaborare liberamente l’arte del passato, esplorare direzioni nuove e creare nuovi mercati finché quelle opere sono ancora culturalmente rilevanti.

La filosofia del nostro diritto d’autore deve molto all’estetica romantica: il Genio creatore assoluto, ispirato dalle Muse. Ma adesso sappiamo che ogni artista è figlio della propria epoca, così come la sua arte. E che l’arte è anche una questione di ricezione. Questo riguarda la sua produzione (il cubismo influenza seguaci e contestatori), il suo significato, che cambia nel tempo (lo dimostra Borges nel Pierre Menard, 1939) e persino la storia letteraria, perché ogni scrittore crea i propri precursori (ancora Borges, in Kafka e i suoi precursori, 1951).

L’artista eredita un patrimonio culturale collettivo, lo trasforma e lo restituisce alla collettività: Shakespeare e Mozart attingevano a piene mani anche dalle opere dei loro contemporanei, con una libertà che il copyright e il diritto d’autore gli avrebbero impedito. Reputo dunque anacronistici e controproducenti copyright e diritto d’autore, e ritengo che andrebbero radicalmente riformati (per tanti motivi che ho esaminato qui: t.ly/42GSI).

Il mio amico, che invece crede ancora nella bontà di quelle leggi, usa questo argomento contro la concorrenza di chi produce musica con l’IA: “Se uno stesso prompt genera musiche diverse, significa che chi lo scrive non determina le caratteristiche espressive del risultato. Chi chiede all’IA di comporre un brano jazz malinconico non decide la melodia, l’armonia, il ritmo o l’orchestrazione. Il legame autoriale fra il prompt e il prodotto musicale è talmente generico da essere irrilevante. Non più rilevante del girare un caleidoscopio per ottenere le sue meravigliose immagini colorate.

L’IA musicale è un caleidoscopio moderno. Contiene miliardi di vetrini colorati, ricavati dalla creatività musicale del passato e del presente che è stata utilizzata per addestrare le macchine. Chi gira il caleidoscopio sceglie quali immagini guardare, magari ne scarta cento prima di trovarne una che gli piace. Basta a farne l’autore?” Sì: anche la sola scelta può costituire un atto autoriale, vedi Duchamp. Perché scegliere un orinatoio può essere un atto autoriale e scegliere una composizione generata dall’IA non dovrebbe esserlo? Forse la Siae ha un problema più serio di questo.

L’IA renderà sempre meno indispensabile l’intermediazione delle società di gestione dei diritti, perché permette di produrre a costi irrisori quantità illimitate di musica, riducendo potenzialmente la domanda di opere del repertorio protetto. Vedo dunque nell’apertura della Siae alle opere generate con l’IA un tentativo di adattarsi a una trasformazione che minaccia la sua stessa ragion d’essere: la tecnologia sta erodendo le condizioni economiche che giustificavano storicamente il copyright e il diritto d’autore.

Nel 2024 la Siae ha esercitato l’opt-out per il proprio repertorio, opponendosi all’utilizzazione delle opere tutelate per l’addestramento dell’IA. Interessante: la Siae da una parte cerca di controllare l’impiego delle opere nell’addestramento, dall’altra ammette il deposito di opere realizzate con l’ausilio dell’IA. Le due posizioni sono giuridicamente compatibili, ma rivelano una tensione fra difesa del repertorio esistente e integrazione delle nuove tecnologie: la Siae cerca di sopravvivere al progresso tecnologico incorporandolo nel sistema proprietario che quel progresso sta mettendo in crisi. La battaglia mi sembra già persa. Un’IA capace di generare nuove opere a costo irrisorio renderà superflui il copyright e il diritto d’autore, anche se continueranno a esistere formalmente. Andrà impedito, a quel punto, che il monopolio sulle opere sia sostituito da quello delle aziende che controllano le tecnologie per produrle.

L’altro giorno Art Spiegelman (Maus) ha confessato di aver utilizzato l’IA per uno sticker da applicare sulla nuova copertina di un suo vecchio fumetto. Voleva ottenere l’effetto di un’incisione antica, ma “non avevo voglia di disegnarla”. Ed ecco definitivamente sdoganata (d’autorità: bel paradosso) la pratica immonda.

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I deepfake stanno invadendo le campagne elettorali

Ossoff Deepfake

Un uomo prende una Bibbia e comincia a imbrattarla con un pastello a cera. Inizia a leggere e recita versi apocrifi: «In principio Dio era non binario e non era cristiano», «Dio ha mandato sulla Terra il suo unico figlio, che era un femminista radicale». Poi guarda in camera e si definisce «un cristiano che odia la cristianità». È James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas. Ma la scena non è mai avvenuta. È stata costruita con l’intelligenza artificiale e utilizzata in uno spot elettorale del repubblicano Ken Paxton, che attribuisce al suo avversario parole inventate a partire da dichiarazioni reali. Una caricatura della posizione politica di Talarico trasformata in un video iperrealistico, pronto per circolare sui social e suscitare indignazione nell’elettorato.

Con le elezioni di metà mandato in arrivo la prossima settimana, i team di comunicazione dei candidati hanno aperto la cassetta degli attrezzi e ha tirato fuori tutti gli strumenti possibili, compresi quelli che fino a poco tempo fa nemmeno esistevano. Come i video deepfake, come quello diffuso da Paxton su Talarico: stanno cambiando la comunicazione politica, mescolando il reale con il falso.

In Georgia, alcuni annunci finanziati da un Super Pac vicino ai repubblicani raffigurano il senatore democratico Jon Ossoff mentre si sottopone a trattamenti estetici vistosi, prendendo di mira le spese della sua campagna per parrucchieri e truccatori. In Michigan, un altro gruppo ha usato l’intelligenza artificiale per inserire il candidato democratico Abdul El-Sayed in una fotografia di famiglia mai esistita, insieme al podcaster Hasan Piker e a quattro donne con il niqab. In Pennsylvania, uno spot della repubblicana Stacy Garrity fa pronunciare al governatore democratico Josh Shapiro dichiarazioni sui finanziamenti ricevuti e sulle autorizzazioni concesse ai data center. Sono tutti esempi di una stessa forma di manipolazione: i candidati – e i loro staff – usano la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini credibili per rendere più aggressiva la comunicazione elettorale. Non sempre si tratta di inventare tutto da zero. A volte si prendono dichiarazioni autentiche, si modificano o si ricompongono fuori contesto; altre volte si costruiscono scene inesistenti, affidando al candidato una battuta che non ha mai pronunciato. Secondo il Wesleyan Media Project all’11 ottobre erano stati spesi centotrentasette milioni di dollari per duecentoventi annunci elettorali realizzati in tutto o in parte con l’intelligenza artificiale. Quasi tutti sono riconducibili ai repubblicani. Non tutti sono catalogati come deepfake ingannevoli in senso stretto, ma la cifra dà la misura della rapidità con cui le nuove tecnologie si stanno mangiando la propaganda elettorale.

Le regole, per il momento, tengono il passo a fatica. Secondo una ricognizione di Axios, quattro Stati americani vietano determinati impieghi dei deepfake politici, mentre altri ventisette richiedono qualche forma di dichiarazione sull’uso dell’intelligenza artificiale. Una normativa federale specifica, invece, non esiste. Il risultato è un mosaico di disposizioni diverse, nel quale la comunicazione viene sottoposta a obblighi differenti a seconda del luogo in cui viene diffusa.

Il danno, infatti, non coincide con la possibilità che un elettore scambi un falso per vero. Anche chi riconosce la manipolazione può conservare un’impressione negativa del candidato che ha appena visto imbrattare una Bibbia o pronunciare una frase offensiva. La psicologa e studiosa diepistemologia Cailin O’Connor ha detto ad Axios che l’impatto emotivo di un contenuto può persistere anche quando sappiamo che è falso. E c’è un secondo rischio, forse ancora più difficile da contrastare, che si verifica quando i video artificiali diventano onnipresenti, e lì diventa più semplice liquidare come un prodotto dell’IA anche un contenuto autentico. È il cosiddetto liar’s dividend: quando i deepfake si moltiplicano, anche un video autentico può essere scambiato per falso.

La storia dei deepfake in politica non comincia certo con le midterm americane. In Slovacchia, già a settembre 2023, due giorni prima delle elezioni, aveva iniziato a circolare un audio falso che sembrava mostrare il leader dell’opposizione Michal Šimečka mentre tramava per manipolare il voto. In India, durante le elezioni del 2024, dei video generati con l’intelligenza artificiale hanno mostrato due star di Bollywood mentre criticavano Narendra Modi e invitavano a votare per l’opposizione. In entrambi i casi, il falso è arrivato agli elettori in un momento in cui smentirlo era difficile, o sfruttando la popolarità di personaggi famosi per ottenere visibilità.

Anche in Italia i deepfake stanno entrando nella comunicazione politica. A luglio Roberto Vannacci ha rilanciato un video generato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, in cui veste i panni di un imperatore romano al Colosseo, accanto a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena, alcuni avversari politici, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, sono prigionieri destinati a essere sbranati dai leoni. Una fantasia di potere e punizione, più che un tentativo di documentare un fatto reale: un esempio di quella che viene chiamata slopaganda, la propaganda costruita con contenuti sintetici pensati per suscitare reazioni e circolare sui social.

Facta ha ricostruito la storia di quel video e ha scoperto che era stato realizzato da una sostenitrice di Vannacci residente nel Regno Unito, non dallo staff ufficiale del partito. La donna lo aveva pubblicato sulla pagina Instagram Robertus Vannaccius; Ugo Rossi, consigliere comunale di Futuro Nazionale a Trieste, aveva raccontato di averlo visionato in anticipo e di aver suggerito un elemento del finale. Vannacci lo aveva poi condiviso sul proprio profilo. E da mesi ormai circolano video artefatti di Vannacci in uniforme militare e con il logo di Futuro Nazionale che schiaffeggia donne, strappa passaporti e aggredisce persone per le loro scelte personali. In una clip colpisce una ragazza diretta a Ibiza; in un’altra aggredisce una donna intenzionata ad abortire. Il leader ha negato qualsiasi legame con i filmati, e un’analisi di Open ha ricondotto tutto all’account Terra Cava 2. La strategia era pubblicarli fingendosi indignati per quelle scene e poi assumere toni di sostegno a Vannacci, prendendo in giro chi aveva creduto alla loro autenticità. Indignazione, approvazione e condivisioni finivano così per alimentare la circolazione degli stessi contenuti.

È un problema che riguarda anche la responsabilità dei partiti. A dicembre dell’anno scorso Pagella Politica e Facta hanno chiesto alle forze parlamentari di impegnarsi a non creare né diffondere deepfake degli avversari, a correggere pubblicamente eventuali condivisioni ingannevoli e a sensibilizzare i propri sostenitori. La Lega è stata l’unica a non firmare, sostenendo di preferire «i fatti e non gli appelli», pur dichiarando inaccettabili questi strumenti. A settembre 2026 Pagella Politica ha riferito di non aver ricevuto risposta da Futuro Nazionale alla successiva richiesta di adesione. Non tutte le forze politiche hanno accettato di assumersi un impegno pubblico contro la falsificazione della realtà a fini propagandistici.

Rifiutare un impegno così elementare di correttezza democratica è una scelta di campo chiara. Sottrarsi a un principio minimo di trasparenza non è contro la legge, ma rivela come ci si vuole muovere nella comunicazione. Perché la propaganda ha sempre cercato di piegare i fatti ai propri obiettivi, e oggi può farlo con immagini molto credibili prodotte senza girare un solo fotogramma reale.

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