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L’accordo tra Carabinieri e Agenzia delle Entrate fa arrabbiare la Finanza. Interviene Giorgetti: rescisso in 24 ore

Un protocollo d’intesa tra i Carabinieri e l’Agenzia delle Entrate ha minato per qualche ora i rapporti istituzionali tra i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Al punto che alla fine l’accordo è stato rescisso dall’Ente di riscossione stesso dopo meno di 24 ore. E secondo quanto risulta a Il Fatto anche in virtù di un intervento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

A creare l’incidente istituzionale un accordo quinquennale sottoscritto il 28 ottobre, che aveva l’intento di “affinare le capacità operative” in ambito economico finanziario dei militari dell’Arma. E che avrebbe messo “a disposizione il proprio patrimonio di esperienze e i propri istituti di istruzione per consolidare le competenze del personale dell’agenzia in materia di tecniche info-investigative”. L’intesa però ha avuto come conseguenza una reazione di alcuni della Guardia di Finanza, che lamentavano una invasione di campo, portando al dietrofront. Le competenze su cui i carabinieri chiedevano di essere formati – analisi delle dinamiche di mercato, dell’esercizio d’impresa, del monitoraggio immobiliare e dei sistemi di controllo e verifica tributaria ed erariale – sono infatti quelle tipiche delle Fiamme Gialle, il corpo militare che dipende direttamente dal ministero dell’Economia e Finanze e che collabora direttamente con l’Agenzia. L’annuncio del protocollo aveva sin da subito dunque generato parecchi malumori, come dimostra una lettera inviata sempre nella giornata di ieri alla premier Giorgia Meloni e al ministro Giorgetti, firmata da Usif, Silf e Siaf, i principali sindacati della Gdf.

Per capire meglio le ragioni delle lamentele della finanza, basta leggere proprio la missiva. Qui le sigle sostengono vi fosse “il rischio che i sessantamila finanzieri si sentano messi da parte” e “fare finta di nulla o far passare questa scelta come una semplice collaborazione formale potrebbe significare non voler vedere che, probabilmente, ci siano iniziative che potrebbero mirare ad indebolire la forza e la centralità dell’Istituzione GdF”. I sindacati, infatti, ricordano anche che “siamo il Corpo di Polizia più antico d’Italia, con un’identità chiarissima che, pur facendo parte del comparto di Difesa e Sicurezza, vede il proprio lavoro – in tempo di pace – interamente dedicato alla tutela economico-finanziaria dello Stato e dell’Unione Europea, sotto la linea d’indirizzo del Ministero dell’Economia e delle Finanze”. E sostengono, con risalto, che “la Guardia di Finanza è e resta l’unico presidio di Polizia economico-finanziaria a competenza generale nel nostro Paese”. I malumori sono arrivati fin nelle stanze del ministro Giorgetti. E alla fine il protocollo è stato rescisso.

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Sorrento, campagna per screditare il cronista del Fatto: quattro indagati per associazione a delinquere e diffamazione

La Procura di Torre Annunziata lo scrive senza mezzi termini: la campagna diffamatoria contro un collega del Fatto non era un passatempo, ma un’organizzazione volta a screditarlo e silenziarlo. Il pm Marta Agostini ha chiuso le indagini su quattro persone, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione e agli atti persecutori ai danni di Vincenzo Iurillo, giornalista di questo giornale e persona offesa, e di altri soggetti “operanti nella vita istituzionale, amministrativa, professionale e imprenditoriale della penisola sorrentina“. L’avviso è del 7 ottobre.

Il capo, secondo l’atto, è Michelangelo Scannapieco. Coordinava le campagne, sceglieva i bersagli e distribuiva il materiale agli altri: post, reel, fotomontaggi, striscioni. Accanto a lui c’è Gaetano Milone, che la Procura descrive come direttore o comunque responsabile dei contenuti del sito “Lo Strillo della Penisola” e del settimanale “Sireon7/Sireneo”. Scannapieco e Luigi Vizioli sono, secondo l’atto, referenti territoriali dell’associazione “Mani Pulite”, il cui fondatore e presidente è Andrea Cretella.

L’associazione avrebbe prestato il proprio nome per accreditare il gruppo come impegnato nella legalità. Secondo l’atto, Scannapieco azionava le campagne diffamatorie “in coincidenza con controlli amministrativi, inchieste giornalistiche, denunce o iniziative giudiziarie delle persone offese, in particolare nei confronti dei soggetti che si occupavano delle sue vicende processuali o dei suoi abusi edilizi o ne contrastavano le sue iniziative”.

La parte più concreta riguarda i giornali. Il sito de “Lo Strillo”, scrive la Procura, usciva ogni giorno con firme, rubriche e fotografie, senza essere mai registrato al tribunale competente: un giornale vero nell’aspetto e finto nella sostanza. Poi c’è il settimanale Sireon 7. Dopo la diffida a non procedere, notificata il 16 luglio 2025, e la revoca dell’incarico di direttore, comunicata il 21 luglio, la testata avrebbe cambiato nome in “Sireneo” e dal primo agosto sarebbe uscita come “in attesa di registrazione”, al prezzo di un euro.

Poi vengono i post, e il linguaggio è quello che l’atto riporta. Il 3 maggio 2025 Milone, sul sito, definisce il giornalista “calunnioso e vigliacco” e “millantatore”. Vizioli lo chiama “cialtrone”, “psicopatico”, “menzognero”, e lo accusa di aver venduto il lavoro “in cambio di una pizza”. Il 28 aprile 2025 Scannapieco pubblica un reel sulla struttura “Gocce di Capri”, con la scritta “Gocce di Capri abusive” e un messaggio al “caro direttore”, prospettando di segnalare Iurillo ai vertici del giornale.

Il 7 luglio 2025 scrive una PEC alla presidente e amministratrice delegata della Società editoriale Il Fatto (Seif), Cinzia Monteverdi, e al direttore Marco Travaglio, accusando Iurillo di “stillicidio mediatico”. Da giugno al 20 luglio 2026, secondo l’atto, Scannapieco ha pubblicato almeno quattordici post contro di lui: “fallito di successo”, “rifiuto speciale”, “speculatore seriale”, con l’accusa di vivere con i soldi della camorra. Parole degli indagati, non fatti.

Il contesto è quello del “Sistema Sorrento”. L’ex sindaco Massimo Coppola è stato arrestato nel maggio 2025. La commissione d’accesso, insediata nel marzo 2026, ha proposto lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche; il governo ha deciso per prescrizioni. Il 18 agosto 2025 il Fatto ha raccontato un rapporto della segretaria generale Candida Morgera: minacce web a lei e all’avvocato comunale Donatangelo Cancelmo, impegnati nei controlli anticorruzione e antibusivismo.

Il 30 giugno 2026 Iurillo firmava un articolo sui verbali del “Sistema Sorrento”: testimonianze rese ad aprile da Candida Morgera e Donatangelo Cancelmo, secondo cui l’ex sindaco e alcuni consiglieri avevano rapporti con un pregiudicato indicato con le iniziali “M.S.”, che l’articolo indicava come una delle concause della richiesta di scioglimento.. Sono dichiarazioni, non accertamenti.

Il bersaglio era anche la fonte. Secondo l’atto, dopo l’intervista di Iurillo a Sant’Agnello al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il 3 luglio 2026, il gruppo pubblicava il messaggio “Gratteri ‘o sape”: “Gratteri, Conte e Travaglio verranno informati di tutta la verità”. Secondo la Procura serviva a dire che il giornalista non era credibile.

Poi c’è la scena di Amalfi. Il 7 luglio 2025, durante un evento della rassegna letteraria organizzata da Iurillo, Cretella dichiara di avere ricevuto le denunce di Iurillo “nella buca delle lettere”, e gli rivolge l’espressione “ti devo togliere la casa“. Secondo l’atto, era rivolto a Iurillo.

Le accuse toccavano anche i soldi. Scannapieco sosteneva che Iurillo chiedesse gratis sale e servizi a ristoranti, pizzerie e locali, e una sala e 8.000 euro alla Fondazione Sorrento per la presentazione di un libro. Diceva che un appartenente alle forze dell’ordine gli avesse riferito che Iurillo aveva promesso di “fargliela pagare” per l’esposto sul Gocce. L’atto invece non attribuisce a Iurillo alcun illecito: le accuse contro di lui restano affermazioni degli indagati.

Il metodo, secondo la Procura, era la ripetizione: le stesse accuse tornavano da più profili e passavano da una testata all’altra. La campagna prospettava anche l’esistenza di dossier sulla persona offesa, e pubblicava articoli che la presentavano come “figlio di un camorrista”. Secondo l’atto stesso, Iurillo ha dovuto modificare le proprie abitudini di vita: ridurre la vita sociale e le occasioni conviviali, tenere riservati i luoghi frequentati e le relazioni personali, per il timore di ritorsioni.ha colpito anche il lavoro del cronista.

Il giornalista ha rassegnato le dimissioni dall’incarico di direttore artistico del Festival internazionale del giornalismo e del libro d’inchiesta, l’8 agosto 2026, e che la sede del festival non è più individuata a Massa Lubrense. Le prime tre edizioni, dal 2021 al 2023, si tennero sulla terrazza del Gocce di Capri, a Massa Lubrense, la struttura presa di mira dalla campagna. Dal 2024 in poi, la rassegna si trasferì nelle piazze pubbliche della costiera, fino al 2025 anche a Massa Lubrense. Nel 2026 gli eventi “itineranti” sono stati undici. Tra gli ospiti: Ranucci, Gratteri, De Magistris, Orsini, Di Battista e Francesca Albanese. Iurillo teme che la rassegna chiuderà, proprio per le minacce subite.

Il 3 e il 4 ottobre 2026, alla vigilia dell’udienza del 9 ottobre del processo in cui Vizioli è già imputato di stalking contro Iurillo, Scannapieco pubblicava nuovi post con “false e tendenziose allusioni” alla persona offesa. A fine settembre 2026 Scannapieco scriveva che il giornalista “sarebbe cresciuto” con i soldi della malavita, e lo invitava a tacere.

Un altro processo è già arrivato a sentenza. Il 16 luglio 2026 il giudice di Torre Annunziata ha condannato a due anni e otto mesi Salvatore Langellotto, imprenditore con precedenti per camorra, per atti persecutori ai danni dello stesso Iurillo.

Che cosa dicono gli indagati? Al momento non risulta una replica pubblica dei quattro. Questi hanno venti giorni dalla notifica per presentare memorie, chiedere atti o farsi interrogare. Poi il pubblico ministero deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.

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Sciopero 30 ottobre, dopo la precettazione dei trasporti Trenitalia e Trenord annunciano che la circolazione sarà regolare

Doveva essere un venerdì nero per i trasporti, ma la situazione sembra rientrata. Per quanto riguarda le mobilitazioni di domani 30 ottobre, è stata disposta la precettazione nel settore dei trasporti che ha portato al differimento dell’astensione dal lavoro nel settore. Trenitalia e Trenord confermano la regolare programmazione dell’attività ferroviaria dalle dalle ore 21 di giovedì 29, alle ore 21 di venerdì 30 ottobre, orari di inizio e fine dello sciopero indetto da Usb. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Anche se il sindacato ha annunciato l’intenzione di disobbedire alla precettazione, per cui non possono essere escluse adesioni individuali.

Il gruppo Fs ha annunciato regolare circolazione ferroviaria il 29 e 30 ottobre. A seguito dell’ordinanza del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (n. 204 T del 27 ottobre 2026), il Gruppo Fs conferma quindi la regolare programmazione dei collegamenti ferroviari dalle ore 21 di giovedì 29 ottobre alle ore 21 di venerdì 30 ottobre. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Comunque i viaggiatori sono invitati a consultare l’app Trenitalia, la sezione Infomobilità di trenitalia.com e i canali di informazione e assistenza nelle stazioni per eventuali aggiornamenti sulla circolazione.

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Verso lo sciopero del 30 ottobre, le voci: “Siamo stanchi di scappare dall’Italia perché non ci danno risposte”. “Quando neanche con doppi turni e straordinari arrivi a fine mese non puoi stare a guardare”

“Non arriviamo più alla fine del mese“. È da qui che parte la mobilitazione del 30 ottobre, quando le piazze di diverse città italiane saranno animate dallo sciopero generale promosso dall’Usb. A scendere in strada saranno persone con storie ed età diverse, unite dalla difficoltà ad affrontare il costo della vita, dalla precarietà del lavoro e dalla sensazione di non avere davanti prospettive migliori. C’è chi ha già manifestato nei weekend scorsi e tornerà a farlo, chi non era mai sceso in piazza e chi, dopo una vita in fabbrica, si è ritrovato senza lavoro.

Marco, 24 anni, di Bologna, è tra quelli che torneranno a manifestare dopo aver partecipato alle mobilitazioni dei fine settimana scorsi. La sua è la rabbia di una generazione che studia, affronta tirocini pagati poche centinaia di euro e poi fatica a trovare un impiego stabile. “Siamo stanchi di studiare e arrivare a fare stage con un rimborso di 500 euro e, finiti questi, non essere assunti. Poi ci dicono che non vogliamo lavorare”. A pesare sono anche i sacrifici delle famiglie, che spesso non bastano a garantire ai figli una vita autonoma. “Sono stanco di vedere i miei genitori privarsi di ogni cosa per mantenerci e farci studiare, per poi scoprire che neanche grazie a quei sacrifici riusciamo ad avere una vita sostenibile”. Per questo domani sarà di nuovo in piazza: “Siamo stanchi di dover scappare dal nostro Paese, perché ha deciso di non darci nessuna risposta. Noi vogliamo un presente e un futuro, mentre qua ci dicono solo di non protestare”.

Anche Karim, 22 anni, di Milano, ha partecipato alle piazze dei weekend scorsi e domani tornerà a manifestare. Racconta che la presenza delle forze dell’ordine era tale da far sembrare che i manifestanti volessero conquistare le strade. “Sembrava che dovessimo conquistare la città, sembrava di essere in qualche Paese sotto dittatura. Invece abbiamo protestato in modo spontaneo, con un corteo di gente che chiedeva il minimo: una vita migliore“. Ma il punto, per lui, è che il racconto delle proteste finisce spesso per mettere in secondo piano le ragioni di chi scende in strada. “Non ne possiamo più che ogni cosa venga usata per distrarre dai problemi reali: dalle vetrine rotte ai maranza, tutto è buono per parlare. Per settimane si è parlato soltanto delle violenze, mentre il Paese si fermava, il costo di tutto aumentava e intere categorie si mobilitavano. Il governo pensava a reprimere la protesta, spendendo soldi per militarizzare le strade, e continua a lanciare allarmi sulle piazze del 30 ottobre”. Eppure, insiste, ci sarebbe altro di cui discutere: “Perché non si parla delle famiglie che sono il motore di questo Paese, che muovono la logistica, raccolgono frutta e verdura, guidano gli autobus? E nonostante questo non ci interessa che non arrivano a fine mese, che decidono se devono curarsi o mangiare. Continuare a manifestare è obbligatorio davanti a questa situazione”.

Per Francesca, 27 anni, commessa in un negozio a Roma, la manifestazione di domani sarà invece la prima. “Prima di oggi non avevo mai manifestato, né credevo che l’avrei fatto. Ma quando neanche con i doppi turni e gli straordinari riesci ad arrivare a fine mese, capisci che non puoi stare a guardare e che bisogna fare qualcosa”. Francesca non sa se protestare basterà a cambiare le cose, ma vuole che almeno si torni a parlare di come si vive nel Paese. “Se scendere in piazza potrà alzare l’attenzione su come ormai si vive in questo Paese, vorrà dire che sarò felice di essermi sbagliata, che manifestare non funziona”. C’è anche un’altra ragione per esserci: “Sarò nella piazza pure per non sentire che sono l’unica con l’acqua alla gola e che un’uscita comune può esserci”.

A Torino ci sarà Alessia, 26 anni, che ha studiato, preso master e un dottorato, ma oggi deve fare due lavori. “In questo Paese puoi avere tutti i titoli che vuoi, ma un futuro non c’è”. A pesare, dice, sono anche le misure economiche annunciate dal governo. “Sentiamo una presidente che dice che aiuterà i giovani, ma 2.500 euro, se vorrà il proprio capo, in un anno come ci dovrebbero aiutare? Manca proprio la realtà. Scendere in piazza è il nostro chiedere un disperato aiuto verso una politica che non ci considera”.

A Brescia manifesterà anche Michele, 55 anni, che ha lavorato per tutta la vita in fabbrica. Due mesi fa l’azienda per cui lavorava ha annunciato la chiusura. “Ci dicevano che ormai la gente non spendeva e quindi non aveva senso produrre”. Da un giorno all’altro si è ritrovato senza stipendio, con la cassa integrazione e una famiglia da mantenere. “Già prima facevamo difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Ma ora tra benzina, costo del cibo e dell’elettricità non so come arrivare a fine mese”. Michele contesta le scelte di un governo che, a suo giudizio, continua a premiare i più ricchi. “Ma come possiamo farcela? Come fanno a dirci che non dobbiamo scendere in piazza e protestare?”. La sua preoccupazione va oltre la situazione personale: “Questa non può essere la nostra vita né può essere quello che stiamo lasciando ai figli. Non ci meritiamo questo”.

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Milano e le manifestazioni del 30 ottobre, allerta massima: diverse piazze di studenti e centri sociali. Impegnati centinaia di agenti

L’obiettivo è quello già visto: mettere in atto più concentramenti e più piazze di partenza per poi riunire i vari cortei. Venerdì è sciopero generale e se in altre città c’è più tranquillità rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, a Milano l’allerta è massima. Se non altro per i fatti avvenuti nei giorni scorsi. A partire dai saccheggi e dalle devastazioni del 17 e 18 ottobre. Uno scenario che non è escluso possa ripetersi, anche se gli analisti tendono a escludere presenza di casseur del tipo di quelli visti in piazza Duomo. Resta invece forte il rischio di scontri con le forze dell’ordine vista la possibile presenza di gruppi sciolti di marca anarcoide. Uno degli obiettivi non detti potrebbe essere quello di occupare le tangenziali come già avvenuto in passato e durante la manifestazione dei 100mila contro il genocidio in Palestina. Al momento sono due i concentramenti resi ufficiali. Uno di questi sarà in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico, meta raggiunta lo scorso 24 ottobre dal corteo spontaneo che ha contato oltre diecimila persone. Qui per le 9,30 sono attesi una parte dei centri sociali e dell’area antagonista, in parte rappresentata dal centro sociale Lambretta. In piazzale Loreto è previsto poco prima un pre concentramento di alcuni collettivi studenteschi (altri partiranno da Piazza Leonardo da Vinci) che si sposteranno poi in piazza Duca D’Aosta per il concentramento principale e si riuniranno con i lavoratori assieme all’unità sindacale di base (Usb).

Per come è stato comunicato il corteo che parte dietro l’Usb in Stazione Centrale dovrebbe proseguire su via Vitruvio svoltare a destra su Corso Buenos Aires, arrivare in piazzale Loreto e proseguire lungo via Padova verso il parco Martiri della libertà iracheni nella zona della Martesana. Di contro da piazza Leonardo da Vinci si rimonterà viale Gran Sasso, viale Abruzzi per ricongiungersi poi in piazzale Loreto con il primo corteo. Naturalmente la logistica prevede un cerchio rosso, quando il primo corteo imboccherà Corso Buenos Aires, unico strada verso il centro, comunque vietato, arrivando poi in piazzale Loreto. Qui potrebbe crearsi forti criticità. Non vengono poi nemmeno sottovalutati i proclami online che per tutta la giornata si sono rincorsi per portare i manifestanti, attesi in oltre diecimila, a occupare le tangenziali.

In campo, dopo la riunione con il questore Bruno Megale, l’ordinanza siglata prevede un dispiegamento massiccio di centinaia di agenti, affiancati, ma senza compiti di ordine pubblico, dai cinquecento militari della Folgore.

Se è molto improbabile assistere alle scene del 17 e 18 ottobre, di certo lo sciopero generale contro il carovita e in generale contro il governo Meloni, è molto sentito soprattutto dagli studenti e dai relativi collettivi. Un appuntamento fondamentale, come era già stato definito durante un’assemblea pubblica del 20 ottobre alla quale hanno partecipato buona parte dei collettivi di Milano e dell’hinterland. Resta, come sempre, un grosso punto di domanda la miccia anarchica e quella antagonista. Di certo sui profili Telegram di area anarchica, la mobilitazione per il 30 ottobre è rilanciata da giorni, ad esempio sul profilo Tutto Squat Milano che già aveva anticipato il corteo anarchico per il 24 ottobre, poi annullato. Una saldatura tra mondo anarchico e realtà antagonista può essere rappresentato dal Centro occupato e autogestito T28 in via dei Transiti, il quale, sui suoi profili social non sembra avere mezze misure, tanto da annunciare la scelta di piazza per il 30 ottobre con questa frase: “Senza tregua, senza contrattare, blocchiamo tutto insieme”.

La foto d’archivio

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Bus precipitato a Mestre nel 2023, patteggiano sette dirigenti del Comune: pene sospese e lavori di pubblica utilità

Tre anni dopo il tremendo incidente stradale avvenuto a Marghera che il 3 ottobre 2023 causò 22 morti, sette dirigenti del Comune di Venezia hanno patteggiato pene inferiori ai 22 mesi di reclusione. Il giudice Benedetta Vitolo ha accolto le richieste di patteggiamento avanzate dai difensori e condivise dai pubblici ministeri Laura Cameli e Giorgio Gava, che hanno riguardato l’ipotesi di concorso in omicidio stradale da parte degli esponenti dell’amministrazione comunale. Un autobus turistico, che era partito da Piazzale Roma ed era diretto verso un campeggio alla periferia di Mestre, a causa della rottura dello sterzo era diventato ingovernabile. Aveva strisciato sul guardrail per una cinquantina di metri, ma un varco di circa due metri e mezzo nella barriera metallica aveva fatto da leva, così che il pesante mezzo era stato catapultato di sotto.

L’anomalia tecnica era stata accertata da una perizia, portando all’imputazione anche del responsabile della società La Linea, la cui posizione risulta però stralciata, dopo che la società ha dimostrato di aver acquistato da poco il nuovo veicolo. Erano però state sollevate contestazioni alla tenuta della strada e della barriera di protezione sul lato destro della carreggiata, che hanno determinato l’esito dell’incidente, anche se innescato dalla rottura dello sterzo, considerata quale “causa prevalente”. I dirigenti hanno portato prove sugli interventi di manutenzione del guardrail effettuati nell’arco di molti anni. Le giustificazioni non hanno potuto negare che la presenza di un varco tra due tronconi abbia determinato il salto nel vuoto dell’autobus ormai privo di controllo.

Un anno e dieci mesi (convertiti in lavori di pubblica utilità) è la pena maggiore, inflitta al direttore dell’area Lavori pubblici e mobilità del Comune di Venezia, Simone Agrondi. Per il responsabile del Servizio manutenzione della viabilità di terraferma Alberto Cesaro e per il dirigente del settore Mobilità di terraferma Roberto Di Bussolo si è scesi a un anno e nove mesi, ugualmente convertiti in un periodo di lavori di pubblica utilità. Si sono limitati al patteggiamento di un anno e nove mesi con sospensione condizionale Guido Andriolo Stagno, responsabile del servizio Ponti e viadotti e RUP del progetto di adeguamento normativo del cavalcavia, e Franco Fiorin, già dirigente della Mobilità di terraferma fino al 2019. Un anno e 8 mesi è, invece, la pena concordata per Diego Costantini, progettista e responsabile unico e direttore lavori di cantieri di terraferma, e per Fabio Pascon, responsabile del servizio Manutenzione viabilità della terraferma fino al 2019. A bordo dell’autobus, oltre all’autista italiano che è deceduto, c’erano 35 passeggeri, tutti turisti stranieri. I morti furono 22, quattordici i feriti estratti dalle lamiere.

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Terrorismo, 17enne indagata a Ragusa per auto-addestramento e apologia

Un’ordinanza di collocamento in comunità è stata disposta dal Tribunale per i Minorenni di Catania nei confronti di una 17enne di Ragusa con origini albanesi. È accusata di auto-addestramento e apologia con finalità di terrorismo, anche internazionale. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sui social ha pubblicato contenuti di matrice jihadista: video di propaganda con esecuzioni sommarie, materiale apologetico dello Stato islamico e manuali di auto-addestramento e fabbricazione di esplosivi fatti in casa. Si indaga anche sui contatti della giovane: è accusata di aver avuto contatti con sedicenti membri dello Stato Islamico e con altre persone che su internet promuovevano azioni terroristiche.

I contenuti di matrice jihadista sono stati notati dall’Aisi, che ha così allertato la Polizia di Stato di Ragusa: gli approfondimenti della Digos ragusana, poi, hanno rilevato come anche in ambiente scolastico la ragazza avesse mutato le proprie abitudini, frequentando solo le compagne di classe di religione islamica. Per gli investigatori, dopo il sequestrato e l’analisi del dispositivo della giovane, il processo di radicalizzazione è emerso definitivamente: oltre al materiale di propaganda, sono stati rinvenuti richiami alla simbologia di estrema destra e scambi di materiale inerente a radicalismo violento e antisemitismo. La ragazza aveva condiviso anche il video dell’aggressione violenta dello scorso marzo avvenuta ai danni di una professoressa di francese e compiuta da uno studente 13enne in provincia di Bergamo.

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“Progettava attentati contro sinagoga e moschea in provincia di Milano”, arrestato 22enne: si rifaceva allo stragista Breivik

Era “intenzionato ad eseguire un attentato in una sinagoga e in un luogo di preghiera islamica dell’hinterland milanese, dopo aver pianificato nei minimi dettagli le modalità di confezionamento di ordigni esplosivi e la modifica di armi da sparo” e per questo un ragazzo di 22 anni è stato arrestato dai carabinieri su ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Milano. Nei suoi device sono stati trovati “contenuti suprematisti, accelerazionisti, negazionisti della shoah e xenofobi”.

Secondo quanto reso noto dai militari, dall’analisi dei dispositivi emerge “l’attività dell’indagato nel costante autoaddestramento con finalità terroristiche, nel reperimento di sostanze chimiche atte a confezionare ordigni, nonché nella divulgazione e condivisione di materiale di propaganda e istigazione a delinquere (proclami ideologici con denominazione di “testamento”, scritti e pensieri di Anders Breivik, terrorista autore delle stragi in Oslo e Utoya (Nor) nel 2011) con contenuti suprematisti, accelerazionisti, negazionisti della shoah e xenofobi”. Per questo è indagato per il reato ex art. 270-quinquies del codice penale che punisce l’addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale.

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Crans-Montana, Jessica Moretti esclusa dall’interrogatorio con il marito Jacques: “Fragile e provata dall’aggressione del coniuge”

Jessica Moretti non sarà presente lunedì prossimo a Sion, per un interrogatorio-confronto con il marito Jacques sulla strage di Crans Montana. L’incontro tra i coniugi era previsto da tempo: il primo dopo il ricovero della moglie e la detenzione del marito, a metà agosto, con un’indagine aperta sulle violenze. E’ la ricostruzione del Corriere della sera nella cornice delle indagini sull’incendio esploso la notte di capodanno, nel locale Constellation , con 41 morti, in gran parte adolescenti. 115 sopravvissuti, molti con le cicatrici delle ustioni.

Jacques Moretti, proprietario del locale insieme a Jessica, risponderà da solo alle domande dei magistrati. L’inchiesta ha finora coinvolto 17 persone, con accuse di omicidio, incendio e lesioni colpose. Marito e moglie erano già comparsi assieme in tribunale all’inizio di giugno. Il 2 novembre era la nuova data per per proseguire il confronto. Un altro incontro è stato fissato il 2 dicembre. Ma l’accusa di aggressione ha intaccato il programma. Nella notte tra l’11 e il 12 agosto sono giunti i soccorsi allertati dai vicini di casa, che hanno raccontato di aver udito urla di Jessica e minacce di Jacques. La moglie è rimasta qualche giorno in ospedale. Il marito portato in carcere dalla Polizia, ancora detenuto. Per l’incendio del Constellation, era rimasto in cella dal 9 al 232 gennaio, ma il pagamento della cauzione lo aveva rimesso in libertà.

Alla viglia del confronto tra i due, i magistrati della procura vallese hanno invece preferito escludere Jessica Moretti dall’interrogatorio. I legali della donna – Yaël Hayat e Nicola Meier – avevano presentato una relazione firmata da una psicologa il 26 ottobre. Secondo il Corriere, il documento attesta “lo stato di fragilità psicologica particolarmente grave”. L’esigenza, per gli avvocati, era poter disporre “pause per tutto il tempo necessario”, durante l’audizione.

Stralci della relazione sono stati pubblicati dall’agenzia LaPresse. Eccone alcuni: “La recente aggressione ha aggravato la sua preesistente vulnerabilità, portando a un significativo peggioramento dei suoi sintomi post-traumatici”. Quindi “in questo contesto, la prospettiva di trovarsi in presenza del suo compagno durante un’udienza congiunta, dato che la signora Moretti non lo vede dall’aggressione, costituirebbe un’esperienza particolarmente destabilizzante”. E ancora: “dal punto di vista clinico, un confronto diretto di questo tipo appare attualmente controindicato, in quanto comporta un rischio concreto di scompenso psicologico acuto”.

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Direzione investigativa antimafia, il 35esimo anniversario: la cerimonia in diretta con Piantedosi, Melillo e Pisani

A partire dalle 10, oggi giovedì 29 ottobre, è prevista la cerimonia celebrativa del 35° anniversario dell’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia. Nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, sono attesi: la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e il Capo della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani.

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Bomba alla crema come arma del delitto, l’indagine per omicidio a Reggio Emilia: il cugino della vittima agli arresti domiciliari

Un bombolone alla crema come arma del delitto, per uccidere il cugino disabile e incassare l’eredità. È l’ipotesi al centro di un’indagine dei carabinieri di Reggio Emilia, con un 76enne agli arresti domiciliari dalla tarda serata di ieri. Secondo l’accusa l’uomo avrebbe ucciso con premeditazione, offrendo dolci al parente 74enne, di cui era tutore legale, pur sapendo che soffriva di una grave disfagia e poteva alimentarsi solo con cibi liquidi.

La vittima è morta il 27 giugno per soffocamento nella struttura sociosanitaria residenziale in cui era ospitata. L’ordinanza della misura cautelare, con gli arresti domiciliari, è stata chiesta dalla Procura e disposta dal giudice per le indagini preliminari. L’uomo è accusato di omicidio premeditato.

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