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Ansar Allah de Yemen acusa a EE.UU. e Israel de usar consignas para justificar crímenes

El líder de Ansar Allah, Abdul-Malik Al-Houthi, afirmó que Estados Unidos e Israel emplean consignas de liberación y derechos humanos para justificar la opresión, la agresión y el bloqueo impuesto al pueblo de Yemen.
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Anularam-lhe dois, ele marcou três: a grande noite de CR985

Após uma primeira parte em que o Al Kholood deu luta, Ronaldo "vingou" dois golos anulados com o primeiro hat-trick da época na goleada do Al Nassr. João Félix foi o MVP com quatro assistências (5-3).

© FAYEZ NURELDINE

Ronaldo fez o primeiro hat-trick da temporada em apenas 15 minutos num encontro em que João Félix terminou com quatro assistências
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Cristiano Ronaldo dá show e marca hat-trick em vitória do Al-Nassr; veja

O astro português Cristiano Ronaldo deu show, marcou três gols e foi decisivo na vitória do Al-Nassr por 5 a 3 sobre o Al-Kholood nesta quinta-feira (29), pela 12ª rodada da Liga Saudita. VEJA OS GOLS:

Apesar do favoritismo dos mandantes, o Al-Kholood abriu o placar e saiu na frente mesmo jogando fora de casa. Julien Domingues marcou o primeiro gol da partida.

Depois disso, o Al-Nassr assumiu o controle do jogo, contando com a participação decisiva de João Félix, que distribuiu quatro assistências. A parceria com Cristiano Ronaldo funcionou, com dois gols do português após passes do compatriota.

Ainda no primeiro tempo, Ângelo e Sadio Mané marcaram e garantiram o empate do Al-Nassr.

Na etapa final, Cristiano Ronaldo protagonizou o grande momento da partida, com três gols em apenas 15 minutos, virando para o clube amarelo.

Vale lembrar que o craque ainda teve dois gols anulados.

Cristiano Ronaldo segue na busca pelo milésimo gol. Até aqui, CR7 já soma 985 gols na carreira. Ou seja, faltam 15 gols para o astro português fazer história no futebol mundial.

Com a vitória, o Al-Nassr segue na perseguição ao Al-Qadsiah na briga pela liderança do Campeonato Saudita.

Ten Hag detona falta de dedicação de Cristiano Ronaldo: “Não corria”

 

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Fortaleza de Sagres promove visita para assinalar os 271 anos do Terramoto de 1755

A Fortaleza de Sagres foi um dos espaços fortemente afetados pelo Terramoto de 1755, responsável por um elevado grau de destruição na antiga vila localizada no seu interior. e também nas demais fortificações existentes em redor, desde o cabo de São Vicente a Lagos, conforme documentam os relatos da época.

Em resultado do cataclismo, foi desenvolvido o processo de construção da fortaleza abaluartada hoje existente, representada na cartografia produzida por Sande de Vasconcelos no último quartel do século XVIII. Sobre este assunto, venha descobrir mais pormenores.

Com esta visita, a Fortaleza de Sagres, integrada na Museus e Monumentos de Portugal, associa-se à terceira edição do Movimento ‘Recordar 1755’, que desenvolve um conjunto de iniciativas por todo o país alusivo ao Terramoto de 1755, lembrando a catástrofe e sensibilizando para a necessidade de prevenção.

A participação na visita é gratuita, sendo necessária inscrição através do e-mail: geral@fortalezadesagres.pt .

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Ex Ilva, la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo di Taranto: a rischio 10.000 posti

La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, confermando in via definitiva la sentenza della Corte d’Appello di Milano: l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto chiude per ragioni di tutela ambientale e sanitaria. Trattandosi dell’ultimo grado di giudizio, la pronuncia chiude i contenziosi pendenti e certifica lo stop alle attività.

Il verdetto giunge a 48 ore dal vertice di Palazzo Chigi tra Esecutivo e sindacati, togliendo una delle incertezze che, secondo il Sottosegretario Alfredo Mantovano, impedivano un cronoprogramma definito.

Cosa comporta lo spegnimento di Taranto

La decisione della Corte, che ha confermato il verdetto in appello, interessa l’area a caldo del sito pugliese, la sezione dell’impianto in cui le materie prime vengono fuse all’interno degli altoforni per la produzione dell’acciaio primario. Delle quattro strutture presenti a Taranto, solo un altoforno risultava ancora operativo, o comunque mantenuto in assetto di preriscaldo. Con la sentenza definitiva, l’impianto dovrà fermarsi entro la fine del mese.

Le conseguenze operative si riflettono sull’intera catena industriale, gruppo che conta circa 10.000 dipendenti. L’interruzione della produzione a Taranto blocca l’approvvigionamento dei semilavorati destinati alle lavorazioni a freddo negli altri siti del gruppo:

  • Genova Cornigliano;
  • Novi Ligure;
  • Racconigi.

Gli effetti sulla gara di vendita e sulla decarbonizzazione

La pronuncia giudiziaria azzera l’assetto produttivo basato sul ciclo integrale a carbone a pochi giorni da una scadenza decisiva. Il prossimo 8 novembre scade infatti il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto dei complessi aziendali del Gruppo Ilva e di Acciaierie d’Italia.

In assenza della continuità garantita dall’area a caldo tradizionale, i potenziali acquirenti dovranno strutturare i propri piani industriali sulla transizione verso i forni elettrici e l’impiego del preridotto per la decarbonizzazione del sito. Una conversione tecnologica che, per quanto annunciata da tempo, richiede tempi di realizzazione e risorse finanziarie che probabilmente ora non sono disponibili.

Ammortizzatori sociali e prospettive occupazionali

Con la conferma della Cassazione dello spegnimento dell’altoforno per motivi ambientali e di tutele sanitarie per lavoratori e popolazione residente, torna al centro del dibattito la gestione della tenuta occupazionale. Potrebbero trovare conferma le misure preannunciate dal Governo per la prossima Manovra di bilancio, legate a incentivi all’esodo, prepensionamenti e all’estensione della cassa integrazione straordinaria a rotazione.

Assume sempre più rilevanza il percorso di confronto avviato dall’Esecutivo con alcuni grandi gruppi a partecipazione pubblica come Fincantieri, Rheinmetall, Leonardo e Ferrovie dello Stato. I commissari straordinari trasmetteranno a queste aziende i profili del personale dipendente dell’ex Ilva per valutare riassorbimenti e progetti industriali alternativi sul territorio.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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Irão. "A mudança de regime foi completamente posta de lado"

Bruno Cardoso Reis aponta a aproximação dos EUA à ala dura do Irão no Estreito de Ormuz. O historiador destaca ainda o peso dos partidos árabes em Israel e a defesa da Ucrânia.

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Nature Prescription, perché allenarsi nel verde fa bene alla salute

Mettete gli scarpini, indossate la tuta e via. Corsa, stretching, percorsi con esercizi fisici diventano un vero e proprio viatico per il benessere, sfruttando il verde delle città. Perché i parchi urbani possono diventare uno strumento di salute pubblica. E la scienza dice che sono in grado di aiutare nella prevenzione cardiovascolare e cardiometabolica.

A dirlo sono gli esperti presenti nei giorni scorsi per la Prima Conferenza Nazionale sui Presìdi Sanitari Naturali, promossa dall’IRCCS MultiMedica e Parco Nord Milano e tenutasi allo Spazio Oxy.gen di Bresso, vicino a Milano, con l’obiettivo di aprire un confronto tra comunità scientifica, istituzioni territoriali, mondo della sanità e studiosi di green policy. E dagli esperti riuniti è emersa una proposta condivisa: implementare anche in Italia in modo strutturato la prescrivibilità dell’esercizio fisico nei parchi urbani e nelle oasi naturali, come già avviene in diversi Paesi nel mondo, dove la “nature prescription” è già una pratica consolidata e normata.

Quanto vale muoversi nel verde

Numerosi studi di popolazione e metanalisi internazionali evidenziano il valore aggiunto dell’attività fisica svolta nella natura, anche rispetto allo stesso esercizio praticato in ambienti indoor. Frequentare con regolarità gli spazi verdi riduce del 40% lo stress psicofisico rispetto agli ambienti urbani, del 25% l’incidenza di depressione e ansia e del 28% il rischio di diabete tipo 2. 150 minuti a settimana di esercizio nella natura abbattono del 30% il rischio cardiovascolare mentre almeno 2,5 ore a settimana di camminata nel verde riducono del 35-45% il rischio di demenza. I motivi sono molteplici: migliorano sensibilità insulinica, profilo glicemico e lipidico, diminuisce l’infiammazione cronica, la risposta immunitaria anti-tumorale risulta potenziata, così come la memoria e la neuroplasticità.

“Le più recenti evidenze scientifiche confermano che la natura costituisce un determinante fondamentale della salute, in grado di contribuire in modo significativo alla prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, oltre che al benessere psicologico”

è il commento di Paola Muti, Direttrice Scientifica dell’IRCCS MultiMedica.

Ciò che conta, in ogni caso, è ricordare che il movimento nel verde è una vera e propria terapia: non basta raccomandare di andare al parco, una prescrizione strutturata rende la prevenzione più concreta. Va detto infine che i vantaggi ci sono anche per i bambini: fuori casa c’è tutto lo spazio per correre e saltare, quindi meno rischio di sovrappeso e un allenamento naturale per il fisico. Non solo: stare all’aperto li aiuta a conoscere altri bambini, fare amicizia e imparare a giocare insieme e come se non bastasse l’aria fresca allena le difese naturali, che si attivano per adattarsi alle temperature più basse.

Cosa migliora con lo sport nel verde

Un umore migliore. Un’azione più efficace sullo stress e sul controllo della frequenza cardiaca. Chi fa sport regolarmente sa quanto e come questa semplice misura a costo zero sia utile sulla salute. Ma qualche tempo fa una ricerca ha detto anche di più. Gli aspetti positivi sarebbero più significativi se ci si muove in un parco o comunque nel verde, piuttosto che correre a lato delle strade di città o allenarsi al chiuso. Lo studio è stato condotto da esperti dell’Università di Copenaghen e dell’Università di Verona ed è apparso su Psychology of Sport and Exercise.

L’analisi ha considerato venticinque giovani. Tutti hanno dovuto camminare alla medesima andatura ma in tre ambienti diversi: un’area naturale, un percorso urbano e un ambiente fitness al chiuso. Dopo ogni passeggiata, sono stati misurati il loro umore, i livelli di stress e lo sforzo fisico. E si è visto che i partecipanti si sono sentiti significativamente più rilassati ed hanno mostrato livelli più bassi di cortisolo, l’ormone dello stress, dopo aver camminato nella natura. Allo stesso tempo, hanno riportato maggiore gioia e meno affaticamento.

Lo studio dimostra quindi quanto e come l’esercizio fisico in un ambiente naturale offra benefici mentali molto maggiori rispetto agli ambienti urbani e interni. I partecipanti hanno valutato la natura come maggiormente rigenerante ed hanno anche provato, in termini generali, un impatto sulle emozioni più significativo dopo la passeggiata nel verde. In generale sono aumentati gioia, soddisfazione e ottimismo, rispetto agli ambienti urbani e interni, mentre si sono rivelate inferiori emozioni negative come ansia, irritazione e noia.

Sia chiaro. Lo studio non si è limitato a valutare parametri psicologici, ma si è basato anche su rilevazioni della fisiologia dei partecipanti. In questo senso, le rilevazioni confermano appieno il valore dell’attività fisica nel verde. Ad esempio, considerando un indice indiretto di stress come l’innalzamento del numero dei battiti del cuore, la frequenza cardiaca dei partecipanti si è abbassata più rapidamente dopo una passeggiata nella natura. Non solo. Anche la variabilità della frequenza cardiaca, che indica quanto bene il corpo attiva il sistema nervoso parasimpatico che promuove la calma e il recupero, è risultata del 20-30% superiore rispetto alla stessa camminata in ambiente chiuso, che pure ha il valore di mettere a contatto con gli altri e favorisce l’interazione umana.

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Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli: “400 euro al mese per assistere i nostri figli? È lavoro nero di Stato. No elemosina, vogliamo dignità”

“Da soli non ce la facciamo più”, “chiediamo dignità”, “per le armi trovano i soldi, per la disabilità le risorse restano sempre ampiamente insufficienti”, “caregiver uguale lavoro nero”, “per lo Stato siamo invisibili”, “nessun aiuto per chi aiuta”, “disabilitati a vivere”. Sono solo alcuni degli slogan usati dai manifestanti che mercoledì mattina a Roma hanno protestato contro il ddl caregiver familiari voluto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli (Lega) e tuttora in discussione in parlamento dopo la prima approvazione alla Camera con i soli voti della maggioranza. Si sono riuniti mercoledì 28 ottobre in Piazza Santi Apostoli, stanchi e indignati, i genitori assistenti personali h24 con figli con grave disabilità. A indire la protesta pubblica è la Rete Caregiver e Disabilità Italia per il “riconoscimento e la tutela della figura dei caregiver familiari, insieme per i diritti contro la pietà”. Le associazioni in piazza, prevalentemente costituite da madri e padri assistenti personali conviventi, chiedono a gran voce “una legge giusta, dignitosa e senza paletti”, che veda finalmente riconosciuti i caregiver familiari come lavoratori, con tutele giuridiche, contributi previdenziali, sostegni economici adeguati, oltre a supporti psicologici, momenti di sollievo e servizi di assistenza domiciliare idonei rispetto al bisogno di coloro di cui si prendono cura. Tutti aspetti non garantiti dall’attuale ddl Caregiver.

“Uniti siamo più forti” urlano i manifestanti. La mobilitazione, alla quale hanno partecipato secondo gli organizzatori circa 500 persone provenienti da tutta la Penisola in particolare dall’Abruzzo, Campania, Puglia e Lazio, contesta la legge proposta sia nel merito che nel metodo, in particolare ma non solo nella parte che quantifica il sostegno economico da dare ai caregiver familiari, che potrebbe arrivare al massimo alla misera somma di 400 euro mensili peraltro erogati trimestralmente. Cifra che corrisponde a meno di 2 euro l’ora, ma solo nei casi più complessi e documentati con almeno 91 ore di assistenza settimanali e “in base alle risorse disponibili”, viene precisato nel ddl.

Contattato da ilfattoquotidiano.it Toni Nocchetti, uno dei promotori e presente alla protesta, presidente di Tutti a scuola e blogger del Fatto.it esperto di disabilità, racconta: “stamattina ci siamo svegliati all’alba per raggiungere Roma, eravamo circa 500 donne e uomini, ci siamo incontrati prima in Piazza Santi Apostoli e poi abbiamo raggiunto in corteo piazza Montecitorio dove abbiamo fatto sentire la nostra voce di contestazione contro l’attuale ddl Caregiver voluto dalla ministra Locatelli”. In piazza i caregiver familiari conviventi hanno raccontato le loro esistenze complesse, le gravi condizioni di vita dei propri parenti assistiti praticamente 365 giorni l’anno, alternandosi al microfono degli organizzatori di fronte alla Camera. “La critica al ddl Locatelli è stata assoluta”, aggiunge Nocchetti, “legge ritenuta indegna per le famiglie nella forma e nella sostanza per le ridicole risorse destinate. Ai politici del Movimento 5 Stelle e del Pd presenti in piazza abbiamo chiesto di esprimere una proposta unitaria chiara individuando risorse economiche certe e adeguate”. Storie di drammatico disagio e di estrema solitudine hanno fatto da sfondo ad una manifestazione con striscioni eloquenti che chiedono alla politica di fare una inversione di direzione chiara verso l’attenzione concreta alle persone più fragili.

La Rete Caregiver e Disabilità Italia nasce dall’esperienza diretta di familiari caregiver impegnati nella difesa dei diritti delle persone con disabilità e di chi se ne prende cura. Hanno creato anche un gruppo pubblico su Facebook che conta circa 44mila membri. Tra i suoi fondatori e referenti ci sono ad esempio caregiver familiari come Anna Combatti e Davide Amati. La Rete si propone di dare voce alle famiglie, unire le realtà associative e promuovere un confronto concreto con le istituzioni, superando divisioni territoriali e appartenenze politiche. “Scendiamo in piazza”, commenta Combatti, “per dire no al ddl Locatelli che non risponde ai bisogni reali dei caregiver familiari e delle persone con disabilità grave e gravissima. Non possiamo accettare che, dopo anni di attese, commissioni parlamentari, proposte di legge, sacrifici e battaglie, si continui a parlare di riconoscimento senza garantire diritti certi, tutele adeguate e risposte concrete”.

Manuela Udito è presidentessa dell’associazione C’era una volta un Principe di nome Samuele e fa parte della Rete in quanto sostenitrice. “Sono qui come mamma di Samuele, come caregiver H24”, spiega al ilfattoquotidiano.it. “Da soli non ce la facciamo più. Sono stanca di tutte le ore che non vedete. Delle notti insonni, delle terapie all’alba, dei giorni senza mangiare. Il ddl Locatelli ci offre 400 euro per questo lavoro di cura e solo se siamo persone povere (con reddito annuale da lavoro inferiore ai 3mila euro lordi, ndr). Questa non è assistenza, è lavoro nero riconosciuto dallo Stato, senza contratto, senza pensione. Noi non chiediamo elemosina. Chiediamo dignità. Chiediamo che la nostra stanchezza venga riconosciuta in diritto. Ci dicono che non ci sono soldi per noi, ma per le armi i miliardi in parlamento li trovano sempre. I nostri figli valgono più delle vostre armi. Noi esistiamo e non siamo un mondo a parte ma parte di questo mondo”.

La Rete Caregiver sostiene inoltre che “nessuna famiglia debba essere costretta a scegliere tra assistere il proprio caro e conservare la propria dignità, salute e autonomia di vita. Leggendo la legge”, aggiungono gli organizzatori, “c’è da chiedersi se realmente si sia considerato quanto sia impattante per una famiglia la presenza di un componente con disabilità, al punto di dover sacrificare la vita di un caregiver familiare convivente (in stragrande maggioranza donne over 40 anni, ndr) con conseguenti rinunce alla propria vita sociale ed economica”.

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Lagarde si dimette dalla BCE, lascia in anticipo la presidenza dal 7 febbraio 2027

Christine Lagarde lascia la presidenza della Banca Centrale Europea. Lo ha comunicato in una nota diffusa giovedì 29 ottobre nella quale informa il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa che lascerà l’incarico nel 2027, precisamente il 7 febbraio.

L’addio arriva in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata al 31 ottobre 2027. La notizia arriva a poche ore dalla decisione sui tassi di politica monetaria e in un momento nel quale l’UE deve fare i conti con un’inflazione che viaggia su percentuali elevate.

Lagarde si dimette in anticipo dalla BCE

In un comunicato arrivato a Francoforte nella mattinata di giovedì 29 ottobre 2026, Christine Lagarde ha annunciato le dimissioni dalla presidenza della Banca Centrale Europea.

Lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Infatti Lagarde si era insediata il 1° novembre 2019 e avrebbe dovuto chiudere i suoi otto anni di mandato, non rinnovabile, il 31 ottobre 2027.

Come e quando si sceglierà il successore di Lagarde

Per la nomina del successore di Christine Lagarde bisognerà attendere gli svariati passaggi burocratici della macchina europea. La nomina finale, come indicato dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, spetta comunque al Consiglio europeo.

Il percorso però ha diversi passaggi. In breve:

  • il Consiglio dell’Unione europea formula una raccomandazione;
  • vengono consultati il Parlamento europeo e il Consiglio direttivo della Bce;
  • vengono consultati i leader dei Paesi che hanno l’euro.

Il parere dell’Eurocamera non è vincolante e alla fine la scelta avviene a “maggioranza qualificata”.

La Bce ha già spiegato in una nota che “il successore della presidente Lagarde sarà nominato dal Consiglio europeo secondo la procedura di nomina prevista dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”.

Cosa cambia per tassi, mutui e risparmi dopo le dimissioni di Lagarde

Fino a febbraio 2027, non dovrebbero esserci cambiamenti nella linea della BCE dettata dalla presidente dimissionaria. In genere un cambio al vertice potrebbe portare una temporanea volatilità sui mercati, soprattutto per comprendere al meglio quale potrebbe essere la linea futura del successore di Christine Lagarde.

Per mutui e risparmi, non ci sono effetti dovuti alle dimissioni della presidente della BCE. Si tratta di fattori che vengono stabiliti in base all’andamento Euribor per i tassi variabili e IRS per i tassi fissi e ovviamente anche a seconda delle decisioni prese dal Consiglio direttivo.

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CCDR Algarve reforça prioridades estratégicas de cooperação transfronteiriça

Ponte Alcoutim–Sanlúcar, ligação ferroviária Faro–Huelva–Sevilha até 2040 e valorização dos recursos hídricos do Guadiana estiveram no centro das posições defendidas pelo Algarve, na reunião Luso-Espanhola em Tordesilhas.

Dois vice-Presidentes da Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional (CCDR) do Algarve, Cristiano Cabrita e Jorge Botelho, participaram na reunião da XVII Comissão Luso-Espanhola de Cooperação Transfronteiriça, realizada em Tordesilhas, Espanha.

No âmbito dos trabalhos e da preparação das conclusões finais, Cristiano Cabrita defendeu três prioridades estratégicas para o Algarve, dando continuidade às posições que a região tem vindo a afirmar junto das autoridades nacionais e espanholas, em particular da Comunidade Autónoma da Andaluzia.

Primeira: Construção da ponte internacional Alcoutim–Sanlúcar de Guadiana

A CCDR Algarve reiterou a importância da concretização da ligação rodoviária entre
Alcoutim e Sanlúcar de Guadiana, uma infraestrutura fundamental para reforçar a
mobilidade transfronteiriça, aproximar as comunidades dos dois lados da fronteira e
promover novas oportunidades de desenvolvimento económico, social e territorial.

Segunda: Ligação ferroviária Faro–Huelva–Sevilha, com horizonte de 2040

Foi igualmente reafirmada a importância estratégica da ligação ferroviária transfronteiriça Faro – Huelva – Sevilha, no quadro das redes transeuropeias de transportes, defendendo 2040 como horizonte de referência para a concretização desta ligação.

De acordo com o comunicado da CCDR, esta infraestrutura constitui uma prioridade para melhorar a conectividade internacional do Algarve, promover a mobilidade sustentável, reforçar a competitividade económica e aproximar os territórios do sul da Península Ibérica.

A necessidade de prosseguir a articulação entre as autoridades portuguesas e espanholas, com vista ao desenvolvimento dos estudos técnicos e das condições necessárias à concretização deste objetivo, foi defendida pela CCDR Algarve.

Terceira: Valorização dos recursos hídricos e cooperação em torno do Guadiana

A terceira prioridade incidiu sobre o aprofundamento da cooperação na gestão sustentável e valorização dos recursos hídricos partilhados, com especial destaque para o rio Guadiana, no respeito pelo quadro de cooperação estabelecido pela Convenção de Albufeira.

Sob o princípio de que a água deve ser um fator de união e desenvolvimento dos dois territórios, foi defendida uma abordagem integrada que articule a gestão dos recursos hídricos, a agricultura, a sustentabilidade ambiental, a proteção civil, a prevenção de riscos e a resiliência às alterações climáticas.

A cooperação em torno do Guadiana deverá constituir uma oportunidade para desenvolver projetos conjuntos que contribuam para a segurança hídrica, a valorização ambiental e a coesão territorial.

A CCDR Algarve reafirma o compromisso de continuar a trabalhar com o Governo português, as autoridades espanholas e a Junta da Andaluzia para transformar estas prioridades em projetos concretos, com impacto direto na qualidade de vida das populações e na competitividade dos territórios.

“O Algarve e a Andaluzia partilham desafios, oportunidades e uma visão de futuro. A nossa prioridade é transformar a cooperação transfronteiriça em resultados concretos, com melhores acessibilidades, maior integração territorial e uma gestão sustentável dos recursos que partilhamos. A ligação ferroviária até 2040, a ponte Alcoutim-Sanlúcar e a valorização do Guadiana são três compromissos estratégicos que continuaremos a defender”, sublinhou Cristiano Cabrita, vice-Presidente da CCDR Algarve.

Por sua vez, Jorge Botelho, igualmente vice-Presidente da CCDR Algarve, destacou os resultados alcançados e a importância dos compromissos assumidos para o desenvolvimento dos territórios transfronteiriços.

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Botelho salientou: “O resultado desta reunião traduz o forte empenho do Algarve e da Andaluzia em
transformar as necessidades sentidas pelas populações em concretizações no terreno, em benefício das pessoas, da economia e do desenvolvimento regional. O compromisso reafirmado de construir a ponte Alcoutim–Sanlúcar de Guadiana o mais rapidamente possível, o objetivo de assegurar a ligação ferroviária entre Faro e Huelva até 2040 e a necessidade de reforçar os investimentos nos recursos hídricos constituem passos importantes para o Algarve e para o futuro das nossas regiões
”, salientou o vice-Presidente da CCDR Algarve.

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    Bomba alla crema come arma del delitto, l’indagine per omicidio a Reggio Emilia: il cugino della vittima agli arresti domiciliari

    Un bombolone alla crema come arma del delitto, per uccidere il cugino disabile e incassare l’eredità. È l’ipotesi al centro di un’indagine dei carabinieri di Reggio Emilia, con un 76enne agli arresti domiciliari dalla tarda serata di ieri. Secondo l’accusa l’uomo avrebbe ucciso con premeditazione, offrendo dolci al parente 74enne, di cui era tutore legale, pur sapendo che soffriva di una grave disfagia e poteva alimentarsi solo con cibi liquidi.

    La vittima è morta il 27 giugno per soffocamento nella struttura sociosanitaria residenziale in cui era ospitata. L’ordinanza della misura cautelare, con gli arresti domiciliari, è stata chiesta dalla Procura e disposta dal giudice per le indagini preliminari. L’uomo è accusato di omicidio premeditato.

    L'articolo Bomba alla crema come arma del delitto, l’indagine per omicidio a Reggio Emilia: il cugino della vittima agli arresti domiciliari proviene da Il Fatto Quotidiano.

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