❌

Normal view

Received — 26 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

Harry Kane vince il pallone d’oro 2026: l’attaccante “noioso” e poco appariscente sempre in prima linea contro le discriminazioni

26 October 2026 at 22:54

Bomber e gentiluomo. Il Pallone d’Oro assegnato al centravanti inglese Harry Kane premia non solo uno degli uomini gol più prolifici dell’ultimo decennio, ma anche un campione che sfugge agli stereotipi del football moderno. Nella patria dei tabloid e di una certa informazione scandalistica, Kane non ha mai regalato titoli a effetto. Al contrario: se c’è una critica nei suoi confronti, è quella di essere un po’ noioso, poco appariscente. Non si ubriaca. Non si tatua. Non fa scappatelle. Non coltiva hobby particolari, tranne il golf, che, come scrisse una volta Oscar Wilde “è il sistema migliore per rovinare una passeggiata sui prati”.

Le ragioni del trionfo nel Pallone d’Oro di Kane, quinto giocatore del football inglese a riceverlo – l’ultimo, nel 2001, era stato Michael Owen – sono però di natura calcistica. La stagione 2025-2026 è stata la migliore di questo attaccante nato il 28 luglio 1993 a Walthamstow – area a Est di Londra -, entrato a sei anni nella scuola calcio dei Ridgeway Rovers e a otto trasferito all’accademia dell’Arsenal, dove fu presto rilasciato perché “un po’ paffuto”: Harry ha firmato 61 gol con la maglia del Bayern Monaco e 12 con la nazionale. Kane è ripartito in quella attuale a passo di carica: 10 reti in 12 gare, per un totale di 156 in 159 presenze con i bavaresi. L’uragano Harry è a quota 543 in carriera: 452 con i club (280 con il Tottenham, 16 nei prestiti con Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester, 156 con il Bayern) e 91 con l’Inghilterra, di cui è il King di tutti i tempi. Ma Kane non è solo uno spietato killer dell’area: ha la visione di un trequartista e la capacità di mandare a segno i suoi compagni. Un attaccante moderno, versatile, abile con i piedi e bravissimo in acrobazia.

Cresciuto con il mito di David Beckham, Kane nel 2009 fu arruolato dal Tottenham. Dopo una serie di prestiti (Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester), nel 2013 avvenne finalmente il decollo in prima squadra. La data storica del gol numero uno in Premier (il totale è di 213) è il 2 novembre 2014, avversario l’Aston Villa. Kane non consuma alcol, segue una dieta curata da uno chef privato, è il primo ad arrivare al centro tecnico e l’ultimo a uscire. “Desidero chiudere la carriera senza rimpianti. Non vorrei mai guardarmi indietro e pensare che avrei dovuto rispettare le regole per fare meglio”.

La gestione di Kane è un affare di famiglia. Il fratello Charlie è l’agente. Il padre Patrick si occupa della parte finanziaria. Il profilo basso e il senso della misura sono riconducibili alle origini e all’educazione ricevuta. I genitori di Kane sono nati a Galway, città della costa occidentale irlandese. Il fratello maggiore Charlie è stato a lungo il supereroe di Harry e affidare a lui la gestione degli affari è stato un fatto naturale. In un articolo per “Players’ Tribune”, Harry ha ricordato di andare spesso in un parco dietro casa per giocare a calcio con suo padre e il fratello. “Niente porte. Niente campo da gioco vero e proprio – il racconto -. Bastava un po’ d’erba, due alberi ed eravamo felici. Devo ringraziare mio fratello Charlie per avermi sfidato uno contro uno per migliaia di ore e di avermi permesso di essere qualche volta Teddy Sheringham, uno dei miei idoli. Mio padre mi aiutò dopo la bocciatura dell’Arsenal. Era piccolo, avevo solo otto anni e mi disse le parole giuste ‘Non preoccuparti, Harry. Lavoreremo di più e troveremo un’altra squadra, va bene? E così è stato”.

Una famiglia “open mind”, di mentalità aperta. Non c’è quindi da sorprendersi che abbia prodotto un campione attento alle questioni sociali. Kane è da sempre in prima linea nella battaglia contro le discriminazioni e uno dei portavoce nel calcio della comunità LGBTQ+. È un figlio dell’Inghilterra blairiana, di una nazione che, alla fine degli anni Novanta, si aprì al mondo, salvo poi fare marcia indietro con la Brexit. È stato uno dei sostenitori del Black Live Matter (traduzione: le vite nere contano), il gesto dell’inginocchiamento rispettato a lungo in Premier League per ricordare la morte di George Floyd, ucciso dalla polizia americana a Minneapolis il 25 maggio 2020.

“Non esageriamo, non sono un asceta – le parole di Kane al magazine del Times nel 2019 -. In estate qualche mojito me lo concedo. E se stiamo in vacanza, la sera qualche volta si fa tardi. Durante l’annata calcistica però non sgarro mai. Ho una routine che rispetto con scrupolo. Sarò noioso, ma lo sport non è solo divertimento”. Meglio, durante la stagione, una tazza di tè. Una volta, dopo una tripletta, Kane telefonò alla moglie per esprimere la sua felicità e Kate, conosciuta ai tempi della scuola e sposata nel 2018, rispose: “Well done, you can make a cup of tea when you get home”. Una tazza di tè quando torni a casa, dove ti aspettano la compagna della vita e quattro figli (Ivy, Vivienne, Louis e Henry): c’è tutta la sottile ironia britannica in questa frase.

Dal 2023, Kane vive a Monaco di Baviera. I tre anni con il Bayern hanno colmato una lacuna importante della carriera. Nelle stagioni inglesi, nessun titolo. Neppure lo straccio di un trofeo da sollevare, a parte quelli individuali. In Germania, due campionati, due supercoppe e una coppa nazionale: i sogni, legittimi, sono la Champions e l’europeo 2028 con l’Inghilterra. Kane si è inserito senza problemi nello stile di vita tedesco, partecipando anche all’Oktoberfest, vestito alla bavarese. “È diverso da Londra – le sue parole -, ma le persone a Monaco di Baviera sono state davvero accoglienti. C’è molto spazio per vivere all’aria aperta ed è fantastico per la mia famiglia. È stata una scelta positiva. Siamo davvero felici qui”. A casa, ora, c’è un nuovo trofeo da accarezzare con orgoglio: il Pallone d’Oro. Meritatissimo.

L'articolo Harry Kane vince il pallone d’oro 2026: l’attaccante “noioso” e poco appariscente sempre in prima linea contro le discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Molti ragazzi hanno assunto droghe prima delle devastazioni del 17 e 18 ottobre”: le parole del sottosegretario Mantovano

26 October 2026 at 18:04

La causa dei saccheggi e delle devastazioni del 17 e 18 ottobre è anche la droga. A dirlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio (con delega alla lotta della droga) Alfredo Mantovano. “Molti dei ragazzi protagonisti dei disordini del 17 e del 18 ottobre hanno assunto droga prima delle devastazioni“, ha dichiarato via streaming al Festival delle Regioni in corso a Firenze. “Spesso i media sono infestati da messaggi molto suggestivi e suadenti verso l’avvicinamento sostanze stupefacenti, tanto più se si frequentano anche alcuni social. Questi messaggi passano, e in persone il cui sviluppo e la cui maturità è ancora in corso di formazione purtroppo certi messaggi vengono raccolti”, ha ribadito poi Mantovano, mettendo l’accento sulle sostanze stupefacenti “protagoniste” nei disordini del weekend del 17 e del 18 ottobre.

Il riferimento è appunto a quanto accaduto ormai più di una settimana fa, quando tantissimi giovani – molti minorenni – avevano devastato e saccheggiato diversi negozi del centro di Milano, rompendo vetrine e portando via prodotti di ogni genere: scarpe, vestiti, cibo. Solo sabato 17 ottobre sono state 271 le persone accompagnate in questura a Milano per i disordini avvenuti, di cui 60 stranieri e 220 minori. In totale sono stati 32 gli arrestati, di cui 23 minori, e 28 i denunciati di cui 23 minori.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi proseguito: “La vicinanza agli stupefacenti purtroppo attraversa ogni forma di devianza che oggi è presente a livello adolescenziale. Nei disordini del 17 e 18 ottobre, e anche in quelli molto più contenuti e circoscritti dell’ultimo fine settimana, non trascuriamo un aspetto che purtroppo non ha avuto evidenza come gli altri, e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia perché non voglio generalizzare, prima di darsi alle devastazioni, ai saccheggi, hanno assunto sostanze stupefacenti – ha dichiarato Mantovano -. Ed è ovvio che se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere“. Mantovano ha poi concluso sul tema: “Purtroppo l’assunzione delle sostanze equivale al taglio dei freni nei comportamenti, anche in quelli che possono partire da una volontà di libera manifestazione e poi degenera in ciò che abbiamo visto”.

Parole di Mantovano che hanno alimentato le prime reazioni, tra cui quella del capogruppo M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi: “Le parole del sottosegretario Mantovano verso milioni di ragazze e ragazzi del nostro Paese sono vergognose e mirano a delegittimare ogni protesta sociale. Sono anni che questa Destra si rivolge ai giovani accusandoli di essere dei nullafacenti e degli sfaticati. Ora si aggiunge anche l’accusa di essere dei drogati. Fanno praticamente di tutto per distogliere l’attenzione dai problemi quotidiani che milioni di ragazze e ragazzi vivono ogni giorno, a partire dalla casa e dai salari. Mantovano è parte di una vera e propria crociata verso le generazioni del futuro e dovrebbe vergognarsene”.

Anche il segretario di +Europa, Riccardo Magi, non è d’accordo con le parole di Mantovano: “La colpa dei disordini del 17 e del 18 ottobre? La droga! Non la mancanza di prevenzione, il flop nella gestione delle piazze, le forze dell’ordine sotto organico, la sottovalutazione della situazione. È la realtà distopica che il sottosegretario Mantovano racconta a se stesso e agli altri pur di non ammettere la responsabilità del governo nell’aver mal preparato e mal gestito le manifestazioni che sono poi sfociate nelle violenze. Abbiamo tutti condannato i disordini ed espresso solidarietà agli agenti feriti: questo però non esenta il governo dall’ammissione delle proprie colpe di fronte alle devastazioni che rappresentano il totale fallimento di 8 decreti sicurezza sfornati tra Palazzo Chigi e il Viminale. Altro che buttarla in caciara con gli stupefacenti: Mantovano faccia mea culpa e dichiari il fallimento del governo anche sulla gestione dell’ordine pubblico”, ha concluso il segretario di +Europa.

L'articolo “Molti ragazzi hanno assunto droghe prima delle devastazioni del 17 e 18 ottobre”: le parole del sottosegretario Mantovano proviene da Il Fatto Quotidiano.

Stop armi all’Ucraina? L’annuncio di Salvini subito sconfessato dagli alleati di governo. Tajani: “Pronto il nuovo pacchetto”. Crosetto: “Il nostro impegno non cambia”

26 October 2026 at 17:54

“Alzi la mano chi ritiene che io abbia questo mandato per portare questa nostra posizione”. A parlare, al Congresso che lo ha riconfermato segretario della Lega per altri quattro anni, è Matteo Salvini. La posizione l’ha esplicitata appena prima: “Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina“. Il leader del Carroccio, dunque, ha promesso ieri di portare in Consiglio di ministri lo stop all’invio di armamenti a Kiev. Ma a distanza di un giorno, gli alleati sgonfiano le sue velleità. Prima l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, poi il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

La linea dell’Italia “non può cambiare” dice oggi Crosetto al termine della riunione a Parigi coi suoi omologhi. “È un impegno che ci siamo presi al livello internazionale, europeo e Nato. Consideriamo quello che sta accadendo in Ucraina molto pericoloso per la sicurezza dell’Europa e quindi sappiamo che l’aiuto all’Ucraina non è un aiuto ad una terza nazione, ma un aiuto al nostro futuro, alla nostra sicurezza, e continueremo a farlo nel limite delle nostre possibilità”.

Stamattina il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri ha risposto direttamente a Salvini: “La mia posizione è nota, siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima a Kiev”. E da destra, a fare opposizione al leader della Lega, è il suo ex sodale Roberto Vannacci: “Sarà il solito bluff che va in onda negli ultimi tre anni? Salvini si vannaccizza e dice basta ad armi e soldi all’Ucraina. Allora siamo pronti a una crisi di governo tra qualche settimana, visto che il pacchetto armi è già pronto. Noi di Futuro nazionale voteremo convintamente No”. Con Edoardo Ziello, capogruppo di FnV alla Camera, che provoca il ministro dei Trasporti: “Ponga la questione dell’interruzione di forniture di armi e finanziamenti a favore di Zelensky nel vertice di maggioranza altrimenti risulterebbe un chiacchierone. Aveva promesso che se eletto segretario avrebbe portato la linea Vannacci su Kiev al prossimo Consiglio dei ministri che a quanto si apprende si terrà tra domani o dopodomani e sarà preceduto da un vertice di maggioranza che si terrà nella giornata odierna. È il momento perfetto per dimostrare di passare dalle parole del congresso ai fatti del governo. Se non lo dovesse fare risulterebbe un chiacchierone che prende in giro gli italiani”.

Intanto proprio oggi il Consiglio Ue ha adottato oggi una serie di otto decisioni che consentono l’utilizzo di fondi a favore dell’Ucraina nell’ambito dello Strumento europeo per la pace (Epf). Tali decisioni permettono il rimborso parziale, tramite l’Epf, di aiuti militari già forniti dagli Stati membri, per un importo complessivo di 4,7 miliardi di euro. Prevedono inoltre un finanziamento supplementare per la missione di assistenza militare dell’Ue a sostegno dell’Ucraina (Eumam Ukraine), pari a 230 milioni di euro.

Queste decisioni – ricorda il Consiglio in una nota – rappresentano un passo importante verso l’attuazione dell’accordo politico raggiunto dagli Stati membri dell’Ue il 25 settembre 2026, volto a mobilitare 6,6 miliardi di euro a favore dell’Ucraina attraverso l’Epf. L’accordo includeva lo stanziamento di un miliardo di euro in nuovi aiuti militari all’Ucraina e un ulteriore rafforzamento della missione Eumam Ukraine nel 2027. Con le decisioni di oggi, il sostegno complessivo dell’UE all’Ucraina nell’ambito dell’Epf sale a 10,8 miliardi di euro, di cui 9,9 miliardi destinati al rimborso degli aiuti militari forniti dagli Stati membri e 950 milioni all’addestramento militare nell’ambito della missione Eumam.

L'articolo Stop armi all’Ucraina? L’annuncio di Salvini subito sconfessato dagli alleati di governo. Tajani: “Pronto il nuovo pacchetto”. Crosetto: “Il nostro impegno non cambia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione

26 October 2026 at 17:43

Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.

Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.

Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).

Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).

E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).

Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.

L'articolo Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione proviene da Il Fatto Quotidiano.

Festa del Cinema e Alice nella Città: 5 film imperdibili di cui si è parlato poco

26 October 2026 at 17:31

Chissà se i pesci negli acquari sono a disagio. Sembra chiederselo spesso con il suo sguardo Kamei, adolescente di Okinawa che galleggia tra le sue giornate estive prima di scegliere il suo futuro. The Color of the Sun è l’opera prima di Xavier Tera. Ci apre lo sguardo su un litorale asiatico dove basi militari e angherie post-coloniali Usa limitano i rintocchi della vita fin dai rombi dei caccia, che tuonano dal cielo neanche fossero campanili. Kamei si destreggia tra le prime esperienze sessuali con una ragazza, suo primo amore, e le prove di coraggio con la nuova amicizia simbiotica di un ragazzo americano legato alle basi.

Mentre sullo sfondo Okinawa manifesta, ambisce all’indipendenza e sviluppa forte diffidenza verso l’arroganza stelle e strisce. Con un rapporto di silenzi tra il protagonista e una madre in affanno, l’istantanea realista su questa piccola frazione di mondo così lontana presenta virtù e fragilità di tante opere prime veraci e giovanilistiche. Da una parte vivida e vibrante anche nei respiri lunghi, e con un finale aperto a varie letture. Ha esordito alla Mostra del Cinema Venezia, Orizzonti, mentre ad Alice nella Città era in sezione Sintonie.

Il primo film in lingua inglese di Kantemir Balagov è anche ambientato a Newark, Usa. Butterfly Jam racconta di un giovane padre, Barry Keoghan, alle prese con un figlio adolescente con un talento incredibile e un futuro probabile nella lotta libera. “Io posso fare marmellata con qualsiasi cosa”, dice il personaggio di Keoghan quando cucina a dei tipi loschi interessati al suo ristorante in difficoltà. Il titolo del film è proprio “marmellata di farfalle”.

La famiglia che andiamo a conoscere fa parte della comunità circassa, etnia russo-caucasica, e in un sol colpo, questo regista tra i promettenti in circolazione cuce intorno a quel fenomeno di Keoghan una messa in scena palpitante che si sposta tra la crescita accellerata del ragazzo, l’ottimo Talha Akdogan, e il passo rischioso del giovane padre che metterà a rischio ogni cosa.

Il rapporto padre/figlio, la lotta alla sopravvivenza, il discorso sull’identità culturale dell’immigrato e la genialità attoriale di Keoghan – uno che anche stavolta inventa nuove espressioni e movenze per il suo ragazzo padre – sono i punti di forza di questo film dal ritmo pizzicato su musiche folk caucasiche. Il film ha aperto quest’anno la Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes, è stato in concorso ad Alice nella Città e sarà nelle nostre sale dal 26 novembre. Da mettere in lista se amate registi come Arnolds e Baker.




Torniamo in Italia, anzi a Roma, dov’è ambientata questa liaison tra un ragazzo e una ragazza che negli anni ottanta si fiutano, si desiderano, ma si trovano troppo tardi. Poi diversi anni dopo, il nuovo incontro in età adulta li porterà su un terreno molto più complesso e imprudente.

Michela Cescon con Desiderio firma un’opera seconda ricca di dettagli precisi per la narrazione quanto preziosi per il transfer dello spettatore, e sceglie Enrico Borello e Romana Maggiora Vergano come protagonisti. Sfiorandosi l’anima come fossero piume, i due costruiscono piccoli momenti da Nouvelle Vague. Dal mood crepuscolare che solo certe storie d’amore incompiute regalano, per i nostalgici di Rohmer e Demy sarà un raggio di luce. Proiettato in sezione Grand Public alla Festa del Cinema di Roma, uscirà in sala nel marzo 2027 con Fandango.

Programmato invece come Special Screening, Il gioco del silenzio è tra i documentari italiani più coraggiosi degli ultimi anni. Ha sempre vissuto in un’hinterland del Nord Italia Vincenzo De Caro, circondato dalla sua numerosa famiglia siciliana che ha ricreato negli anni una micro-comunità del Sud senza mai tornare a casa. Nel suo film decide di scavare nelle sue origini, dove il fratello della sua amata nonna è Gaspare Mutolo, ex-autista di Totò Riina che testimoniò al Maxi Processo voluto da Falcone e Borsellino. Con candore e dignità il regista percorre sterrati difficilissimi da rivangare per i suoi cari, in primis per suo padre, che era un ragazzo emigrante negli anni ottanta, e per sua nonna, donna tutta d’un pezzo da giovane, poi vecchina coccolata da figli e nipoti negli anni recenti.

Documentario in prima persona che gioca a tutto campo tra migrazione interna, collaboratori di giustizia, memoria e cancellazione, verità e silenzio dei famigliari, fughe e ritorni (d)alla terra d’origine, con un suo stile pop e molta scorrevolezza anche visiva di tramonti pittorici e archivi di videocassette, tocca con delicatezza non scontata il contrasto tra la dignità e la vergogna.

Concludiamo con Brianza, opera prima di Simone Catania, in concorso Progressive Cinema. A nord di Milano e a sud della Svizzera si intreccia la vicenda sporca di un ricco negoziante d’armi prossimo al fallimento dal carattere ingenuo e serioso, Fausto Russo Alesi, e di un imprenditore in carburanti traffichino e narcisista, Paolo Pierobon. Tra loro la mogliettina viziata Marina Rocco e lo spezzapollici istrionico Giovanni Calcagno. L’incontro e il gioco per arraffare denaro farà scintille e continui capovolgimenti di fronte dall’inizio alla fine.

In questa provincia tra pistole e Caravaggio la morale ha sempre molti zeri, così il regista ci mostra con stile notturno tra western e crime una danza scomposta tra business di armi e benzina, presepi in cosmogonie quasi blasfeme e una corsa disperata alla salvezza economica da debiti contrapposta alla vergogna per la povertà, tutto condito da forze dell’ordine pure un po’ corrotte. Succulento meccanismo drammaturgico e personaggi per un bel Guy Ritchie all’italiana.

Con il suo luciferino faccendiere brianzolo Pierobon ha vinto come Migliore attore, ex aequo con Anthony Boyle per I See Buildings Fall Like Lightning. Il film però non ha ancora un distributore, speriamo arrivi presto, insieme a una data d’uscita. Lo dico per il film, ma pure per gli amanti di un cinema graffiante e pieno di ritmo. #PEACE




L'articolo Festa del Cinema e Alice nella Città: 5 film imperdibili di cui si è parlato poco proviene da Il Fatto Quotidiano.

Duplice femminicidio Villa Pamphilj, la Procura chiede l’ergastolo per Francis Kaufmann: “Manipolatore narcisista”

26 October 2026 at 17:13

Chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per tre anni per Francis Kaufmann, presunto autore di un duplice femminicidio nel giugno 2025 a Villa Pamphilj. La Procura di Roma contesta al 47enne il duplice omicidio aggravato della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda di appena 14 mesi: secondo l’accusa, l’uomo ha soffocato la prima e strangolato la seconda. I corpi delle donne furono trovati nel parco romano a distanza di pochi metri l’uno dall’altro. Nella requisitoria il pm Antonio Verdi ha sostenuto che l’imputato è un “persona lucida, un narcisista patologico con capacità manipolatorie, un impostore”, e ha puntato il dito contro gli agenti della polizia che non hanno agito come avrebbero dovuto: Kaufmann era stato fermato in strada dalle forze dell’ordine due giorni prima del ritrovamento dei corpi, quando la compagna era già morta, visibilmente ubriaco e in compagnia della piccola Andromeda.

Nel processo, la difesa ha chiesto e ottenuto una perizia psichiatrica: la salute mentale di Kaufmann, che in aula si era presentato con il nome di Rexal Ford, non sarebbe stata compromessa al punto da rinvenire limitazioni alla capacità di intendere e di volere del soggetto; tuttavia, lo scorso maggio il giudice aveva deciso di sospendere il processo e di trasferire l’uomo in una struttura del servizio psichiatrico. Sono inoltre stati sentiti quattro testimoni che sostengono di aver visto l’imputato con in braccio una bambina aggirarsi nei dintorni di villa Pamphili poche ore prima del ritrovamento dei due cadaveri.

L'articolo Duplice femminicidio Villa Pamphilj, la Procura chiede l’ergastolo per Francis Kaufmann: “Manipolatore narcisista” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Perché al festival della Scienza di Genova 2026 c’è così poco su ecologia e mare?

26 October 2026 at 17:09

Lo scorso anno ho tenuto una lectio magistralis al Festival della Scienza di Genova. Quest’anno non potevo essere invitato, per la politica di turnazione degli ospiti. Lo preciso subito: trovo giusto che si eviti che parlino sempre gli stessi. Vorrei invece riflettere su quali scienze trovino spazio in una manifestazione che si propone di raccontare il mondo attraverso la scienza.

Ho esaminato con attenzione titoli e relatori del programma 2026. Fisica, chimica, matematica, tecnologia, biologia strutturale, intelligenza artificiale e medicina sono ben rappresentate. Ho trovato poco nel campo dell’ecologia e delle scienze del mare. Qualcosa compare in mostre, laboratori e iniziative collaterali, ma nelle conferenze non compaiono il funzionamento degli ecosistemi e l’Oceano.
Eppure Genova deve tutto al mare. E le giovani generazioni hanno molto a cuore la crisi ambientale e le prospettive verso cui stiamo andando. Se l’interesse non manca, forse manca la capacità di trasformarlo in curiosità scientifica, di passare dalla denuncia alla comprensione.

L’ecologia non è una sensibilità ambientalista né un’ideologia. È la scienza che studia le interazioni tra gli organismi che costituiscono la biodiversità, i loro rapporti con l’ambiente e il loro contributo al funzionamento degli ecosistemi. L’Oceano copre il 71% della superficie terrestre, il suo volume contiene la maggior parte dello spazio abitabile dalla vita, regola il clima e alimenta il ciclo dell’acqua, senza il quale le terre emerse sarebbero deserte. Come si può raccontare il pianeta lasciando ai margini ciò che lo fa funzionare?

Forse i motivi sono culturali. L’ecologia ha una rappresentanza minima nel consiglio scientifico del Festival., e questo orienta le domande poste dai bandi e la scelta delle proposte di chi ad essi risponde.
Nel 2019, quando il Festival era dedicato agli “Elementi”, il bando proponeva una visione della scienza fondata sul riduzionismo: per comprendere un sistema complesso bisogna ricondurlo alle leggi che governano i suoi componenti elementari. Arrivava a parlare di “tesi anti-scientifiche” fondate su “idee olistiche obsolete”, che la scienza moderna avrebbe dimostrato sbagliate. Un’affermazione sorprendente.

Uno dei principi fondamentali dell’ecologia è proprio che “il tutto è più della somma delle sue parti”: conoscere gli elementi non significa necessariamente comprendere le loro interazioni e le proprietà che ne derivano. La storia della vita non si ricava dalle leggi della fisica e della chimica. La biologia non è una fisica incompleta. Risposi a quella call sfidando questa concezione della scienza, ma la sfida non fu raccolta. Peccato, mi sarei divertito molto.

A parte quell’edizione, ho comunque partecipato molte volte al Festival, sempre con soddisfazione. Non ho quindi motivi di lamentela personale. Non intendo contrapporre le discipline: fisica, matematica e tecnologia sono indispensabili. Ma non è corretto che il loro modo di interrogare il mondo occupi quasi tutta la scena.

Magari per l’ecologia non sono arrivate proposte valide, magari noi ecologi e studiosi del mare non siamo bravi a rendere visibili le nostre discipline. La nostra reputazione è ciò che gli altri dicono di noi. Ma se non ci conoscono, che cosa possono dire? Non è colpa dei fisici e dei tecnologi se i loro approcci sono ben rappresentati e attirano il pubblico. Forse siamo noi a non saper bucare il muro dell’indifferenza, a non presentare proposte abbastanza convincenti, a non far emergere personalità capaci di parlare oltre i confini degli specialisti. Ma non sempre basta farsi avanti: bisogna anche trovare interlocutori disposti a confrontarsi con visioni differenti della scienza.

Troppo spesso chi si occupa di natura si limita a celebrarne la bellezza o lascia ad altri il compito di raccontare le scoperte, talvolta rivestendo di apparente profondità concetti che per la biologia sono acquisizioni consolidate: la sublimazione dell’ovvio.

Eppure le domande non mancano. Perché la biodiversità è importante? Che cosa tiene in funzione un ecosistema? Come reagisce il mare al riscaldamento? Non sono interrogativi meno affascinanti di quelli sulle particelle elementari o sull’intelligenza artificiale: sono domande dalle quali dipende il nostro futuro.
Non chiedo meno fisica, ma più ecologia e più mare. Non per rivendicare quote disciplinari, ma per offrire al pubblico un’immagine meno parziale della scienza. La sensibilità ambientale dei giovani è una grande occasione, ma la preoccupazione non basta. Deve diventare conoscenza. E chi studia la natura ha il dovere di renderla accessibile, senza banalizzarla.

Il Festival è cresciuto e continuerà a crescere. Tocca anche a noi farci avanti, con idee, contenuti e capacità di comunicare. Non possiamo lamentarci che altri non raccontino il nostro mondo, se non siamo noi per primi a saperlo raccontare. Vedremo l’anno prossimo.

L'articolo Perché al festival della Scienza di Genova 2026 c’è così poco su ecologia e mare? proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gaza, la mostra Be My Voice e la voce del fotoreporter Alhassan Selmi

26 October 2026 at 17:08
1 / 3

1000470101

2 / 3

be my voice 2

3 / 3

Be-my-voice-Brancaforte-800x450-1

La Casa della Solidarietà “Alexander Dubček”, sede di varie associazioni di volontariato, si trova nell’edificio che ospitava l’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (BO). Il 6 dicembre 1990, un aereo militare si schiantò contro l’edificio, causando la morte di dodici studenti e il ferimento di ottantotto persone tra studenti e personale scolastico. È qui che si tiene la mostra Be my voice, dedicata al genocidio della popolazione palestinese di Gaza.

Il fotoreporter e videomaker di Gaza Alhassan Selmi e l’illustratrice Marcella Brancaforte sono gli autori di un’opera unica nel suo genere, che rappresenta la tragedia di Gaza attraverso versi e disegni. L’opera, che sta girando l’Italia soprattutto nelle periferie, è il risultato di un dialogo continuo tra Alhassan e Marcella cominciato nel giugno 2024. Il giovane giornalista, che ha collaborato con diverse testate e reti televisive in Italia e in Europa, ha raccontato lo stillicidio quotidiano a cui è sottoposta da tre anni una popolazione, colpevole solo di vivere in un luogo che Israele ha deciso di distruggere fino alle fondamenta. Un folle disegno iniziato con la giustificazione di rispondere al massacro di israeliani del 7 ottobre 2023, ma portato avanti con la criminale determinazione di estinguere un’intera popolazione.

Alhassan è un sopravvissuto: a 33 anni, con una laurea e un lavoro da giornalista che ama, ha vissuto esclusivamente a Gaza. Eppure, parlando con lui, non si può che rimanere sorpresi dalla sua visione lucidamente aperta, universalistica e cosmopolita.

A Gaza si muore ogni giorno e la morte è la cosa più consueta con cui convivere; perfino i bambini ne sono consapevoli. A lui è capitato più e più volte, in questi anni, di assistere agli ultimi istanti di vita di decine di colleghi uccisi, perché l’informazione da Gaza non deve arrivare nel resto del mondo e per questo motivo sono stati sistematicamente assassinati oltre 250 giornalisti. Alhassan chiama Israele machine war, un’entità quasi impersonale (in questo si coglie anche un raffinato spirito umanistico) che uccide scientificamente, distruggendo case, scuole, ospedali, luoghi di culto e di cultura, ma anche con la fame e la privazione di farmaci e beni essenziali, perché nulla di Gaza deve restare in piedi e in vita.

Ma Alhassan crede anche nel valore della capacità di resistenza e resilienza del suo popolo, sempre pronto a ricominciare e a ricostruirsi da zero, anche da sottozero dice. È convinto che, anche se Israele riuscisse a ucciderli tutti, loro rinascerebbero e ricomincerebbero. Questa è la sua convinzione e la sua profonda speranza.

Colpisce che dalle sue parole non traspaia alcun odio verso l’oppressore: la sua visione è che la Palestina, che chiama Terrasanta, sia un luogo in cui musulmani, ebrei, cristiani e ogni tipo di umanità possano convivere in pace, nel rispetto degli human rights che sono il suo mantra. Ma sa che per ottenere questo risultato sarà necessario ancora lottare.

Marcella, affermata professionista del disegno per ragazzi, ha trasformato il racconto tragico di quelle giornate in splendidi disegni, quadri in cui flash di brevi frasi e poesie si uniscono ai suoi disegni, tragici ma allo stesso tempo dolci, con un tratto naif che rende emotivamente sopportabile il terribile contenuto della narrazione. Marcella condivide quotidianamente il vissuto raccontato da Hassan e il risultato è un film per disegni, ormai circa mille, che raccontano in modo unico, realistico ed emozionante la tragedia infinita di un popolo.

Ad Alhassan e Marcella si è unito Raffaele Oriani, firma prestigiosa del giornalismo italiano, che coraggiosamente si dimise da Repubblica per la linea editoriale del quotidiano sulla Palestina. Oriani ha realizzato due libri con Alhassan: Hassan e il genocidio e Il popolo meraviglioso, editi da People e illustrati da Marcella.

Tutti e tre hanno partecipato all’incontro promosso da Assopace Palestina, Percorsi di Pace, Teatri di Vita, Casa della Solidarietà e con il patrocinio del Comune di Casalecchio di Reno. In una sala affollata, circondati dai quadri della splendida mostra, introdotti dall’infaticabile attivista di Assopace Daniela Boldarino, Alhassan ha snocciolato, con sobria gentilezza e un inglese fluente, i tratti principali del genocidio del suo popolo che l’Occidente stenta a riconoscere, nonostante le inchieste, le prove e le sentenze della Corte penale internazionale, compreso il mandato di arresto nei confronti di Netanyahu.

Il pubblico ha partecipato con grande emozione all’incontro e ha posto molte domande, perché, come stiamo osservando da tempo e soprattutto in questi giorni, la tragedia palestinese è nella mente e nel cuore della maggior parte delle persone che credono nella pace, nei diritti umani e nell’uguaglianza, e che lottano contro l’ingiustizia. Questo è ciò che stanno manifestando soprattutto i giovani nelle piazze d’Italia e d’Europa, nonostante l’elusiva indifferenza dei nostri governi. Una mostra e un evento che meritano di essere replicati ovunque.

L'articolo Gaza, la mostra Be My Voice e la voce del fotoreporter Alhassan Selmi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

26 October 2026 at 16:59

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

L'articolo Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Boom di tumori tra i giovani sotto i 50 anni, aumentano i casi al colon, al pancreas e allo stomaco, il monito di Berrino: “Non consumate più cibi ultraprocessati”

26 October 2026 at 16:53

I risultati non lasciano dubbi. I tumori stanno aumentando ormai anche tra le fasce di età più giovani, sotto i 50 anni. I dati provengono da un’analisi condotta dal World Cancer Research Fund International (WCRF), una rete di organizzazioni che si occupa di prevenzione dei tumori attraverso alimentazione e stile di vita, su una serie di ricerche svolte nell’arco di 20 anni, fino al 2023, e che riguardano 3 Paesi: Stati Uniti, Inghilterra e Paesi Bassi.

Sono sette i tipi di cancro in ascesa. Tra le donne ci sono i tumori della mammella, del colon-retto, dell’utero, del rene, del fegato, del pancreas e dello stomaco. Tra gli uomini l’incremento riguarda soprattutto colon-retto, rene, pancreas e stomaco. In Inghilterra si osserva anche una crescita del tumore della prostata.

Sono dati da prendere sul serio da parte della comunità scientifica perché una tendenza di questo tipo, relativa a contesti sanitari differenti, rende meno probabile che si tratti di un caso isolato o di un errore statistico. E la situazione per certi aspetti riguarda anche l’Italia.

L'articolo Boom di tumori tra i giovani sotto i 50 anni, aumentano i casi al colon, al pancreas e allo stomaco, il monito di Berrino: “Non consumate più cibi ultraprocessati” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo

26 October 2026 at 16:51

Dopo una lunga notte che ha avuto le sembianze di un sogno, è arrivato il giorno. E la Studentska lista ora ha sulle proprie spalle la vera sfida: traghettare la Serbia verso una stagione più luminosa, dimostrare ai cittadini che hanno riposto in loro fiducia che condizioni di vita migliori sono davvero possibili. Il movimento nato dalla tragedia di Novi Sad, in cui 16 persone il primo novembre del 2024 persero la vita a causa del crollo della pensilina della stazione cittadina, è legato soprattutto a volti giovanissimi. Furono loro i primi a scendere per le strade per chiedere che si facesse chiarezza, che si mettesse fine a un sistema corrotto i cui gangli permeavano tutti i settori della società, edilizia compresa. Ma come sotto l’effetto di un contagio collettivo, il movimento nei mesi si è allargato, riuscendo ad abbracciare una parte significativa della società serba in modo trasversale e a catalizzare persone di età, esperienze lavorative e provenienze diverse. Tra i 250 candidati presentati lo scorso settembre figurano infatti, oltre agli studenti, docenti universitari, artisti, agricoltori e professionisti negli ambiti più disparati.

Tuttavia, almeno per il momento, uno dei principali capisaldi che la Studentska lista ci ha tenuto a rimarcare è l’assenza di un leader o di un portavoce. L’intenzione dichiarata è quella di basarsi su un’organizzazione orizzontale, anche se durante la campagna elettorale il movimento è stato guidato soprattutto da Ilija Srdanović, un professore della Facoltà di Medicina dell’Università di Novi Sad. Il cardiologo, al momento, è visto come il candidato più probabile a occupare la posizione di primo ministro, anche se non è chiaro chi assumerà la guida dei ministeri chiave, inclusi quelli degli Affari Interni, delle Finanze e della Giustizia.

In questo passaggio anti-verticistico è custodito il vero taglio con il passato, poiché negli ultimi 14 anni la Serbia è stata abituata a qualcosa di diverso, a un singolo uomo, Aleksandar Vučić, che aveva finito per trattare il suo partito (SNS, Partito Progressista Serbo) e la politica di governo come un affare personale. Opponendosi a una formula verticistica del potere, le decisioni del movimento sono prese attraverso i plenum, assemblee studentesche in cui le proposte vengono discusse e poi sottoposte al voto. Anche la selezione dei candidati è avvenuta attraverso questo processo, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza condivisa, seguendo un modello orizzontale che punta a ridurre il peso dei singoli. L’obiettivo è quello di fare pulizia e nell’opera di rinnovamento di cui gli studenti vogliono essere gli artefici hanno una traiettoria segnata da undici punti, quelli che compongono il loro programma ufficiale.

“Con interventi decisi, vogliamo fermare il saccheggio delle risorse pubbliche e restituire alle casse dello Stato il denaro sottratto, destinandolo direttamente all’istruzione e allo sviluppo economico. L’obiettivo è creare le condizioni affinché i giovani possano restare in Serbia e costruire qui il proprio futuro e quello delle loro famiglie – si legge nel documento – Abbiamo bisogno di istituzioni capaci di funzionare senza direttive delle segreterie di partito, di una magistratura in cui la legge sia uguale per tutti, indipendentemente da chi si trovi davanti ai giudici. Di finanze pubbliche sottoposte al controllo dei cittadini, di un sistema di istruzione e di una sanità che lo Stato non consideri un peso. Di media liberi dalle pressioni politiche. E di amministrazioni locali in cui i cittadini partecipino davvero alle decisioni che determinano la loro vita”.

Tra i punti più concreti del programma ci sono libri di testo gratuiti per tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie, ma anche gite e attività scolastiche più economiche. Sul fronte sociale, la lista propone soluzioni abitative a condizioni agevolate per alcune categorie, mentre in ambito occupazionale, vuole ridurre da 24 a 12 mesi la durata dei contratti a tempo determinato. Per quanto riguarda la questione sanitaria, invece, emerge la priorità per un accesso più equo a medicinali e farmacie nelle aree rurali e meno sviluppate.

Tuttavia, mentre a una prima occhiata risultano molto chiare le riforme interne, appaiono più sfumate le posizioni su alcuni temi cruciali riguardanti la politica internazionale della Serbia, come il percorso di integrazione nell’Unione europea e il complesso rapporto con il Kosovo. In alcune interviste ai media del Paese, Radomir Sajčić, una delle figure che fa parte della Studentska lista, nel merito ha cercato la risposta nella Costituzione serba che considera il Kosovo parte integrante del Paese. Una posizione in controtendenza rispetto ai principi di giustizia e libertà di cui il movimento si vuole fare portavoce. Resta quindi da capire come i vincitori del 25 ottobre navigheranno tra i tanti scogli politici accumulati negli anni dalla politica serba e se sapranno davvero differenziarsi dal regime che sono stati in grado di sconfiggere nelle cabine elettorali.

L'articolo Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Mi ha tradito con prostitute. Chiedeva il numero anche alle ragazze in fila per il bagno, quando beve non ha autocontrollo”: la moglie Amanda Martins mette nei guai Wesley

26 October 2026 at 16:49

“Chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Quando beve non ha autocontrollo”. È uno degli episodi raccontati da Amanda Martins, moglie separata di Wesley Franca, calciatore brasiliano della Roma, che ha deciso di rompere il silenzio sulla fine del loro matrimonio. Attraverso una serie di storie pubblicate su Instagram, la donna ha ricostruito alcuni momenti della relazione, accusando il giocatore di averla tradita ripetutamente, anche con prostitute. I due, che hanno avuto una figlia, da tempo non vivono più insieme.

La donna ha spiegato di aver scelto di raccontare pubblicamente la propria versione dei fatti dopo aver letto numerosi commenti e indiscrezioni sulla loro separazione. Una decisione maturata nonostante la riservatezza che, come ha sottolineato, ha sempre cercato di mantenere sulla propria vita privata. “Non avrei mai pensato di arrivare qui sul mio Instagram e di aprirmi su una parte molto importante della mia vita – esordisce Martin -. Parlo del mio matrimonio, anche perché sono sempre stata molto riservata. Ma, davanti ai pettegolezzi che leggo sui social e sui siti di gossip, sono venuta a parlarvi e a spiegarvi un po’ di quello che è successo”.

Amanda Martins ha voluto raccontare tutto ciò che sarebbe accaduto durante il matrimonio, ritenendo di essere stata più volte tradita. “Io e lui oggi siamo separati e quindi può fare quello vuole, non mi interessa se si diverte oppure no. E non che questo faccia la differenza, perché quando lui mi doveva qualcosa comunque mi ha mancato di rispetto. Non mi ha tradito una, non sono state due, non sono state tre volte, sono state varie. E non è stato con una, non sono state con due, non sono state tre ragazze, sono state varie, incluse delle prostitute”.

Rivelazioni che arrivano in un momento in cui di Wesley – che intanto continua a sfrecciare sulla fascia nella Roma di Gasperini – si parla tanto anche e soprattutto per robe extra campo. Perché oltre alle rivelazioni di tradimento della moglie, il calcatore giallorosso è molto chiacchierato su Tik Tok per aver postato una serie di immagini in cui si vedono tantissimi soldi (banconote da 50 euro), orologi di lusso e automobili. La particolarità? Le automobili non hanno nemmeno la targa oscurata. Gli utenti sui social così si lasciando andare a commenti abbastanza espliciti: “Fossi un ladro, starei già organizzando una rapina. Veramente stupido“.

Martins ha sostenuto di non basare le proprie accuse su semplici indiscrezioni, ma su quanto avrebbe scoperto personalmente. Secondo la sua versione, avrebbe avuto accesso al telefono del calciatore, trovando immagini e video relativi agli incontri che ritiene dimostrino i tradimenti. “Lo so non per voci o confidenze ma perché l’ho visto coi miei occhi. Ho avuto accesso al suo telefono. In quegli incontri ha fatto foto, ha filmato, quindi ho passato tutto sul mio telefono. Persino in quei momenti mostrava la fede nunziale al dito, senza rispetto”.

La donna ha raccontato anche di aver chiesto più volte al marito di ammettere quanto sarebbe successo. “Quando mi accorgevo di certe cose, lui giurava su Dio e sulla figlia. Non avevo prove all’inizio, era la sua parola contro la mia. Io ho già pianto tutto quello che avevo da piangere e oggi è persino strano pensarci, io che lo amavo tanto, no? Che dormivo con una persona che che amavo tutti i giorni della mia vita. Per me è stato uno shock. Io neanche so se altre donne avrebbero lo stomaco che ho avuto io di vedere tutto e essere fredda, di parlare nel momento giusto. Io ho dato varie opportunità a lui di confessare quello che lui aveva fatto e lui non ha mai confessato”.

Nel suo sfogo, Amanda ha fatto riferimento anche al periodo della gravidanza, sostenendo di aver attraversato momenti difficili senza rendere pubblica la situazione. Ha raccontato di aver provato a salvare il matrimonio, perdonando e concedendo nuove possibilità al marito, con l’obiettivo di costruire una famiglia stabile. “Anche durante la gravidanza sono stata tradita e abbandonata. Ma non sono mai andata su Internet a rendere pubblica nessuna di queste cose. Ho accettato tutto in silenzio, ho perdonato, ho cercato davvero di costruire una famiglia, di avere un matrimonio solido. Ma non ha funzionato. E non è stata nemmeno colpa mia. Perché penso che quando una persona è fatta così, non ci sia nessuno che possa farla cambiare. Qualsiasi relazione avrà, sarà sempre così. La persona che starà con lui passerà quello che ho passato io, o anche peggio”.

Secondo il suo racconto, i presunti tradimenti si sarebbero verificati anche durante uscite pubbliche, nei ristoranti e nei locali, al punto da farle perdere la serenità persino nelle occasioni più comuni. “Vi sto raccontando solo una piccolissima parte di tutto quello che è successo. Perché ero arrivata al punto di non sentirmi più a mio agio nemmeno a uscire di casa. Quando andavamo al ristorante, mi è capitato di assistere a scene in cui lui chiedeva il numero di telefono alla cameriera. Oppure chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Perché quando beve non ha autocontrollo“.

Le dichiarazioni arrivano mentre la separazione tra i due continua a far parlare sui social: “Ho cominciato a soffrire di crisi d’ansia, una cosa che non mi era mai successa prima. Sono arrivata persino a darmi la colpa, alcune volte. Sono arrivata a pensare che avrei dovuto prendermi più cura di me stessa, per fare in modo che lui non sentisse nemmeno il bisogno di guardare altre persone per strada. Ma quando un uomo è un poco di buono, non importa“.

L'articolo “Mi ha tradito con prostitute. Chiedeva il numero anche alle ragazze in fila per il bagno, quando beve non ha autocontrollo”: la moglie Amanda Martins mette nei guai Wesley proviene da Il Fatto Quotidiano.

I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso

26 October 2026 at 16:26

Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.

Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.

Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.

Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.

Poi è arrivata la domenica.

In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.

Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.

Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.

Lo ribadisco: senza chiedere permesso, avete appena dimostrato che funziona.

L'articolo I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo

26 October 2026 at 16:23

Massimiliano Gallo nel 2024 è diventato papà per la seconda volta, all’età di 56 anni. Una paternità che è arrivata tardivamente nel caso della sua seconda figlia, mentre Giulia, la sua primogenita, lo aveva fatto diventare padre per la prima volta a 31 anni, nel 1997. Di tempo tra le nascite di Giulia e di Artemisia ne è passato, se si considera che sono intercorsi esattamente 27 anni.

Questa seconda paternità arrivata così avanti nell’età porta con sé qualche preoccupazione per l’attore, che è consapevole che non riuscirà a godersi diversi momenti della vita della secondogenita. Intervistato da Vanity Fair, Gallo spiega infatti che cosa teme: “Il mio rammarico è non sapere se riuscirò a vederla crescere, o a portarla all’altare, anche se mi auguro di sì. Tutto quello che riuscirò a prendermi è già tanto: anche solo quello che sto vivendo con lei adesso, che ha due anni e otto mesi, è un regalo bellissimo”.

Se in passato l’attore ha dichiarato di essere riuscito a condividere pochi momenti con la propria primogenita Giulia, almeno ora può rivendicare con orgoglio il tempo che riesce a trascorrere insieme alla piccola Artemisia: “Mi rendo conto di aver fatto una cosa che, egoisticamente, non è proprio il massimo per una bambina: avere un padre che, quando lei avrà vent’anni, ne avrà settanta. È chiaro che non è l’ideale, ma egoisticamente mi sto godendo mia figlia e sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più“.

L'articolo “Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Coppa Davis, le convocazioni di Volandri per le Finals di Bologna: per ora non c’è Berrettini

26 October 2026 at 16:03

Il capitano azzurro Filippo Volandri ha diramato le convocazioni ufficiali del quintetto dell’Italia, che dal 24 al 29 novembre a Bologna andrà a caccia del quarto titolo mondiale consecutivo della Coppa Davis, il quinto assoluto della sua storia. Sarà infatti la SuperTennis Arena di BolognaFiere ad accogliere la Davis Cup Final, con gli azzurri che esordiranno mercoledì 25 novembre alle ore 16 contro la Corea del Sud.

Volandri ha scelto i suoi uomini: si tratta di Flavio Cobolli (n.6 del ranking Atp), Luciano Darderi (n.23), Lorenzo Musetti (n.26), Andrea Vavassori (n.7 Atp di doppio), Simone Bolelli (n.10 Atp di doppio). Al momento, il capitano azzurro ha scelto in base alla classifica. Per questo motivo è stato escluso ad esempio Matteo Berrettini, grande protagonista della vittoria di un anno fa insieme a Cobolli. Nulla però di definitivo: da regolamento sarà possibile sostituire fino a un massimo di tre giocatori rispetto alla Team Nomination di oggi. Tali modifiche dovranno essere comunicate entro le ore 11 (ora locale italiana) del giorno precedente l’inizio delle gare, ovvero lunedì 23 novembre.

Volandri ha spiegato: “Queste convocazioni sono come di consueto elaborate tenendo conto delle posizioni della classifica attuale. Saranno determinanti per me le prossime settimane che ci separano della nuova avventura della Davis. Con tutto il mio staff lavoreremo per approfondire le condizioni di ciascun giocatore al fine di definirne la disponibilità, per poter arrivare a schierare la migliore formazione possibile“. Il capitano azzurro quindi non esclude la possibilità di modifiche: “Sappiamo di avere una squadra molto forte, perché può contare su un’ampia rosa di giocatori, composta oltre a questi anche da Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Lorenzo Sonego assoluti protagonisti delle scorse edizioni”.

L'articolo Coppa Davis, le convocazioni di Volandri per le Finals di Bologna: per ora non c’è Berrettini proviene da Il Fatto Quotidiano.

L’ex Liverpool Pennant aggredito da un pastore tedesco: è stato salvato dal suo akita. “È il mio eroe, il cane non mollava la presa”

26 October 2026 at 15:54

Jermaine Pennant è stato aggredito da un pastore tedesco e poi salvato dal suo cane. L’ex centrocampista di Liverpool e Arsenal è stato protagonista di un incidente che gli è costato 50 punti di sutura, con il peggio che è stato scongiurato grazie all’intervento del proprio cane. Secondo quanto riportato dalla Bbc, Pennant stava portando a spasso i suoi due cani in un parco del nord di Londra la scorsa settimana quando è stato aggredito brutalmente da un pastore tedesco. L’animale gli ha morso la gamba e non voleva lasciare la presa. A sua difesa è intervenuto il suo cane, un Akita, che si è avventato contro il pastore tedesco ed è riuscito ad allontanarlo.

L’ex calciatore però è stato comunque ricoverato in ospedale, dove gli sono stati applicati 50 punti di sutura ed è stato lo stesso Pennant a non escludere un intervento di chirurgia estetica per una delle ferite. Il tutto è stato raccontato in un post pubblicato su Instagram: “Sono stato attaccato da un pastore tedesco, ho cercato di proteggere King (il suo Akita, ndr) ma il cane mi ha morso una gamba, ero a terra con il cane ancora attaccato che non accennava a mollare la presa, finché King non è intervenuto perché non sapeva cosa stesse succedendo”.

Pennant ha poi proseguito: “Ma nel momento stesso in cui lo ha fatto, ha allontanato il cane e mi ha salvato da quella che sarebbe potuta diventare una situazione orribile. King era illeso, con solo un piccolo morso alla zampa, ma era coperto di sangue dappertutto, che non era il mio. A quel punto ho dimenticato l’agonia che provavo e il mio cuore è sprofondato”, ha spiegato Pennant sul proprio profilo, per poi concludere con un messaggio diretto al suo cane, “il mio eroe continua a proteggermi e a prendersi cura di me, King sei una leggenda, ti voglio bene, il migliore amico dell’uomo”.

L'articolo L’ex Liverpool Pennant aggredito da un pastore tedesco: è stato salvato dal suo akita. “È il mio eroe, il cane non mollava la presa” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Tunnel del Brennero: il tratto della Germania slitta al 2043, ben 37 anni dopo l’inizio dei lavori. Intanto i costi salgono di altri 1,2 miliardi

26 October 2026 at 15:50
Trentasei anni. Tanto rischia di trascorrere dal primo mattone del tunnel del Brennero al giorno in cui sarà a pieno servizio. Insomma, quando la talpa è entrata nella montagna a guidare gli Usa c’era George W. Bush e il papa era Benedetto XVI. Quando uscirà gli uomini forse si sposteranno con le astronavi.
Senza dire dei costi. L’ultimo annuncio è appena arrivato: siamo saliti a 11,7 miliardi, rispetto all’ultima stima di 10,5, mentre la scadenza prevista per il 2032 è slittata ancora una volta. Ora si parla del 2034. Ma ormai nessuno quasi ci fa più caso.
Ma dietro alla costruzione del tunnel, sottoterra come la talpa, cova uno scontro tra Italia e Austria sul lievitare dei costi. Sorpresa: questa volta sono gli italiani quelli che accusano i colleghi di Vienna di aver fatto esplodere i conti. Con ormai oltre 3 miliardi di extracosti.
Il punto è che questa grande opera sarà finanziata da Unione Europea, più, appunto, Austria e Italia. In soldoni: l’Ue ci mette la metà, mentre il restante va diviso tra i due paesi confinanti che ospitano l’opera. E qui vengono le note dolenti. “Le spese folli dell’Austria – racconta una fonte interna – ci ricadranno sul groppone. Come se due amici vanno a cena, uno prende caviale e l’altro insalata, ma poi si paga alla romana, metà ciascuno”.
Ma facciamo qualche passo indietro: l’idea di una linea che collega in galleria Innsbruck a Fortezza (Bolzano) nasce poco dopo il 1990. Sarà una meraviglia della tecnologia , si dice, con 64 km tra opere accessorie tunnel di 58 km.
L’avvio dei lavori arriva nel 2007. E qui merita fare un piccolo excursus sul balletto degli annunci sull’ultimazione dei lavori: prima si ipotizza addirittura il 2016, poi si parla del 2026, quindi si rinvia al 2032. Adesso si ammette che si dovrà attendere almeno il 2034 e se qualche ingegnere a denti stretti dice che forse è una scadenza ottimistica. Il paradosso è che la galleria dove dovrebbero transitare i treni è già quasi scavata per intero. Ma, anche confrontandosi con le esperienze del San Gottardo appena costruito in Svizzera, ci si è resi conto che si doveva trasformare il cunicolo esplorativo (accanto alla canna principale) in un tunnel di servizio. Un lavoro enorme. Risultato: la progettazione va avanti da anni e siamo ancora in alto mare. Da qui l’ennesimo ritardo. Appuntamento quindi al 2034. E sarebbero comunque già 27 anni dopo l’inizio dei lavori.
Ma l’amara sorpresa è un’altra: il tunnel del Brennero ha senso perché, appena superati i rilievi, si riunisce con la nuova linea che arriverà in Germania. È il famoso corridoio Verona-Monaco di Baviera. Peccato che, come hanno riportato giornali tedeschi e austriaci, il governo tedesco sia intenzionato a togliere il collegamento da Monaco dalle priorità da finanziare. Risultato: ammesso che l’opera sia inserita di nuovo tra i progetti su cui la Germania vuole investire, prima che sia ultimata la progettazione si dovrà attendere il 2034 per vedere partire i lavori. E saranno ultimati, si dice a Berlino, non prima del 2043. Quindi la nuova linea nel suo complesso rischia di essere inaugurata la bellezza di 37 anni dopo il suo avvio. Perché senza il tratto tedesco il tunnel del Brennero è quasi inutile.
C’è poi, si diceva il balletto dei costi: si era cominciato parlando di 4 miliardi, rapidamente diventati più di 5. Ma appena le ruspe avevano cominciato a scavare più realisticamente erano diventati oltre 8. Fino a una settimana fa l’ultima stima era 10,5. Adesso si ammette che saranno almeno 11,7, ma è lecito immaginare che da qui al completamento dei lavori ci saranno altri consistenti ritocchi.
E qui la disputa da ingegneristica diventa politica. Qualche anno fa si rischiò un incidente diplomatico quando Raffaele Zurlo, l’ingegnere che si occupava dell’Opera sul versante italiano, accusò apertamente i colleghi austriaci di aver fatto esplodere i costi. Il solo tratto vicino a Tulfes, dicono fonti interne, sarebbe passato da 377 milioni a quasi un miliardo. Le accuse molto circostanziate di Zurlo diedero vita anche a un’inchiesta della Procura di Bolzano che alla fine decise di passare il fascicolo, per competenza, all’Europa e infine all’Austria. La questione si chiuse con un non luogo a procedere che lasciò l’amaro in bocca al di qua del tunnel.
I manager italiani e austriaci furono sostituiti. Ma non è solo una questione di ruspe ma anche di politica. La figura chiave sul versante austriaco e altoatesino è stato a lungo Konrad Bergmeister. Parliamo di un noto e stimato ingegnere bolzanino molto vicino alla Svp, la Sudtiroler Volkspartei, il partito che da decenni domina la politica e il potere altoatesini. Bergmeister era stato indicato in passato come è possibile guida della Svp. Di sicuro a Bolzano ha occupato poltrone di ogni genere: oltre, appunto, ad aver diretto uno studio ingegneristico responsabile di decine di progetti in Alto, è stato presidente della fondazione della Cassa di risparmio di Bolzano, presidente della Libera Università di Bolzano, presidente del Consiglio di amministrazione del conservatorio cittadino, e ha ricoperto importanti incarichi nella società dell’autostrada del Brennero, nonché, si è detto, è stato alla guida della parte austriaca della Bbt fino al 2019. Dalla musica alle autostrade passando per le ferrovie e le banche. Tutto insomma. Si era addirittura guadagnato una canzone rap dell’artista Markus Dorfmann che metteva in musica i suoi mille incarichi.
Ma Bergmeister oggi pare essere molto considerato anche dalla Lega del ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, tant’è che dal 2023 siede nella struttura potentissima struttura tecnica di missione del Ministero che si pronuncia appunto sulle grandi opere. Non solo: nel 2020 la Regione Veneto (Lega) gli aveva affidato un incarico di consulenza per la Pedemontana Veneta (per quella Lombarda il suo studio aveva partecipato come progettista di una delle opere)
Così la talpa continua a scavare sotto il Brennero. Quando uscirà finalmente dal tunnel troverà un mondo completamente diverso da quello che esisteva all’inizio dei cantieri. L’unica cosa che non cambia mai è Bergmeister.

L'articolo Tunnel del Brennero: il tratto della Germania slitta al 2043, ben 37 anni dopo l’inizio dei lavori. Intanto i costi salgono di altri 1,2 miliardi proviene da Il Fatto Quotidiano.

“La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace

26 October 2026 at 15:26

“Francamente la Norvegia fa schifo, è diventata un cesso di Paese, veramente”. Così il presidente americano Donald Trump, in un comizio in Michigan per sostenere la candidatura al Senato del repubblicano Mike Rogers, si è sfogato contro il Paese europeo colpevole, come lui stesso ha affermato, di non avergli dato il premio Nobel per la Pace per la seconda volta – riconoscimento invece assegnato all’ex giudice dell’odiata Corte penale internazionale Navi Pilay.

Ha aggiunto di voler riaprire le frontiere agli immigrati di determinati Paesi, ma di non volere “nessuno della Norvegia“, nonostante nello Stato del Michigan vivano oltre 71mila norvegesi-americani secondo gli ultimi dati U.S. Census. Nel comizio in midwest ha poi coperto di insulti islamofobici il candidato democratico Abdul El Sayed per le elezioni midterm del prossimo 4 novembre.

L'articolo “La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace proviene da Il Fatto Quotidiano.

Un uomo steso a terra a pancia in su: ecco la strana forma del piccolo borgo della Sicilia Centuripe

26 October 2026 at 15:23

Ha meno di 5.000 abitanti Centuripe, ma la sua particolare conformazione geografica ha fatto sì che il suo nome sia diventato familiare a molti nelle ultime ore. Si tratta, infatti, di un piccolo borgo della Sicilia, in provincia di Enna, che è diventato famoso perché dall’alto la disposizione delle sue case ricorda la sagoma di una persona distesa sulla schiena con le braccia e le gambe aperte.

Le immagini, riprese dall’ANSA, sono diventati virali e hanno fatto scoprire a molti un piccolo comune che ha alle sue spalle una storia millenaria. Le sue origini risalgono addirittura alla preistoria e a indicarlo sono dei ritrovamenti di pitture rupestri in ocra rosso e di alcune incisioni.

La fondazione della città vera e propria risale però al VIII secolo a.C e durante l’età ellenistica, in cui finì per subire pesantemente il condizionamento della Grecia, la città divenne uno dei principali poli di produzione della terracotta dell’intera Sicilia, a tal punto che la ceramica centuripina, con le sue eleganti forme e i colori delicati, fu apprezzata in tutto il mondo antico e divenne un simbolo di raffinatezza e identità culturale.

Anche durante il periodo delle dominazione di Roma, Centuripe mantenne la sua centralità conoscendo il suo periodo d’oro in età imperiale, quando sorsero monumenti, templi, edifici termali e monumenti pubblici. La città, in seguito alla caduta dell’impero romano, conobbe un lungo periodo di abbandono, in parte mitigato dalla fondazione del Santuario della Madonna delle Grazie ad opera degli agostiniani, che divenne un importante centro di fede e devozione popolare.

La rinascita del borgo venne promossa nel XVI secolo dai Moncada, potenti feudatari siciliani, grazie alla ricostruzione di chiese, abitazioni e infrastrutture, che portarono Centuripe ad assumere l’aspetto che tuttora in parte mantiene. Oggi la città sta conoscendo una nuova rinascita, segnata da numerosi lavori di restauro, a cui si affianca la capacità da parte del piccolo centro abitato di attrarre mostre dal respiro internazionale, in grado di trasformare il paese in un autentico polo culturale dell’entroterra siciliano.

Credits: Pio Andrea Peri (ANSA)

L'articolo Un uomo steso a terra a pancia in su: ecco la strana forma del piccolo borgo della Sicilia Centuripe proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌