Le cinque Regioni che partecipano al progetto del Distretto manifatturiero unico del Nord hanno concordato con l’Associazione bancaria italiana (ABI) la creazione di un tavolo tecnico per individuare nuovi strumenti di sostegno al credito e agli investimenti delle imprese. Il gruppo di lavoro dovrà elaborare proposte operative entro tre mesi, con particolare attenzione alle piccole e medie aziende. È il principale risultato dell’incontro che si è svolto oggi a Milano, durante il World Manufacturing Forum, tra i rappresentanti di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e quelli del settore bancario e industriale.
La riunione è stata la terza della Cabina di regia del Distretto manifatturiero unico del Nord, un’iniziativa con cui le cinque amministrazioni regionali intendono coordinare le proprie politiche industriali e rafforzare la capacità di incidere sulle decisioni nazionali ed europee. Dopo i precedenti incontri di Milano e Torino, il confronto è stato esteso alle associazioni di rappresentanza delle banche e delle imprese. Le cinque Regioni costituiscono un’area economica che, complessivamente, contribuisce a oltre la metà del prodotto interno lordo italiano.
All’incontro hanno partecipato gli assessori regionali allo Sviluppo economico Vincenzo Colla per l’Emilia Romagna, Alessio Piana per la Liguria, Guido Guidesi per la Lombardia, Andrea Tronzano per il Piemonte e Massimo Bitonci per il Veneto. I lavori si sono svolti in due sessioni distinte, dedicate rispettivamente al confronto con l’ABI e con le rappresentanze regionali di Confindustria.
La discussione con il settore bancario si è concentrata soprattutto sulle difficoltà di accesso ai finanziamenti e sulla necessità di rendere più efficaci gli strumenti pubblici a sostegno degli investimenti. Tra le questioni affrontate figura la riforma del Fondo centrale di garanzia, considerata necessaria per offrire alle imprese condizioni di maggiore stabilità e certezza nell’accesso al credito, anche in vista dei prossimi provvedimenti nazionali.
Un altro tema riguarda il coordinamento degli strumenti finanziari adottati dalle singole Regioni. L’obiettivo condiviso è sviluppare misure più uniformi, capaci di rispondere alle esigenze delle micro e piccole imprese, delle startup e delle aziende impegnate in processi di rafforzamento patrimoniale o di passaggio generazionale.
Nel confronto è stata inoltre esaminata la possibilità di introdurre nuove forme di garanzia legate alle filiere produttive. Il meccanismo, ancora da approfondire, consentirebbe di valorizzare la solidità finanziaria delle imprese capofila per facilitare l’accesso al credito delle aziende fornitrici. Si tratta di una delle ipotesi su cui lavorerà il tavolo tecnico congiunto tra le cinque Regioni e le rappresentanze territoriali dell’ABI.
Alla riunione con le banche hanno preso parte i rappresentanti regionali dell’associazione Alessandro Azzi per la Lombardia, Cristian Berselli per l’Emilia Romagna, Stefano Cappellari per il Piemonte e Sergio Bava per il Veneto, insieme a Gianluca Guaitani, già presidente della Commissione regionale ligure. Era presente anche Gianfranco Torriero, vice direttore generale vicario dell’ABI nazionale.
La seconda parte dell’incontro ha coinvolto le rappresentanze regionali di Confindustria, con i presidenti Giuseppe Pasini per la Lombardia, Andrea Amalberto per il Piemonte, Mario Gerini per la Liguria e Riccardo Fava per l’Emilia Romagna. Per il Veneto ha partecipato il direttore generale Carlo Stilli. Con gli industriali, la discussione si è concentrata sul rafforzamento delle filiere produttive, sul sostegno agli investimenti e sull’innovazione. Il confronto rientra nel tentativo delle cinque amministrazioni di superare la frammentazione degli interventi regionali e individuare priorità condivise, da tradurre successivamente in proposte comuni di politica industriale.
Nel corso della giornata è stato inoltre deciso di estendere la collaborazione a due nuovi settori: l’internazionalizzazione delle imprese e l’attrazione degli investimenti. Per il primo ambito, le Regioni intendono sviluppare un progetto congiunto che coinvolga aziende dei cinque territori appartenenti a una stessa filiera produttiva e rivolto a un mercato estero da individuare. Per il secondo, l’obiettivo è arrivare alla definizione di un patto comune per attrarre investimenti, coordinando competenze, strumenti e opportunità disponibili nelle diverse aree regionali.
Entrambe le iniziative si trovano ancora in una fase di definizione. Anche sul versante del credito, il lavoro dovrà ora passare dall’individuazione delle priorità alla costruzione degli strumenti operativi, secondo il percorso concordato con l’ABI. Il prossimo appuntamento della Cabina di regia è fissato per il 9 dicembre a Veronafiere. L’incontro servirà a proseguire il confronto con altre rappresentanze del sistema economico e produttivo che hanno chiesto di partecipare al dialogo con le cinque Regioni.
Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.
La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.
Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».
Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.
Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.
Un tribunale non diventa infallibile perché riceve un premio. E non perde il diritto di lavorare perché irrita una grande potenza. Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari merita di essere sostenuto a partire da queste due convinzioni. Insieme, senza cancellarne una per rendere più comoda l’altra.
Le sanzioni dell’amministrazione Trump contro la Corte pretendono di risolvere con la forza politica controversie che richiedono argomenti giuridici. Colpire un’istituzione e chi vi lavora perché indaga sugli Stati Uniti o sui loro alleati significa affermare che il diritto può arrivare soltanto dove il potente di turno gli permette di arrivare. L’Europa fa bene a opporsi. Il premio deve però esprimere una difesa dell’indipendenza dei giudici, non un’approvazione preventiva di ogni loro decisione.
In passato ho mosso obiezioni al mandato di arresto contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant che mantengo. Ma proprio per questo occorre distinguere. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio. Pur non essendo una sentenza, lo ritengo ingiustificato: si è sovrapposto al sistema giudiziario di uno Stato democratico in cui, come in Israele, la giustizia è libera e indipendente e non dipende dal governo. Mi è parso del tutto intempestivo: la Corte è chiamata a intervenire solo quando gli Stati non sono disposti o non sono in grado di perseguire genuinamente i responsabili a livello nazionale, e non sostituisce le giurisdizioni interne. La Corte ha valutato diversamente, ed è su questo terreno, quello giuridico, che il confronto va fatto, non con le sanzioni.
Il ricorso per genocidio è stato invece presentato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto «plausibili» almeno alcuni dei diritti invocati, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha disposto misure provvisorie. Nel merito, però, la CIG non ha ancora deciso. Non viene dalla CPI neppure l’accusa di genocidio avanzata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite allora presieduta da Navi Pillay, che pure è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008. È bene non confondere istituzioni, procedimenti e responsabilità per non confondere critiche e propaganda.
Il Nobel per la pace a Pillay riconosce il suo impegno per il diritto internazionale, ma non deve trasformarsi nella consacrazione delle conclusioni della commissione su Gaza, come era prevedibile sarebbe successo. Un Nobel non è una sentenza e non sostituisce la prova. Dopo il Nobel, Pillay ha insistito nel considerare l’accusa pienamente dimostrata, paragonandola al genocidio compiuto dagli Hutu nei confronti dei Tutsi in Ruanda, in cui vennero sterminate centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco. La mia obiezione riguarda soprattutto l’uso dell’autorità morale del Nobel e il presentare come definitivamente risolto ciò che deve essere discusso e dimostrato.
Tutto questo rende ancora più necessaria la difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale, creata dallo Statuto di Roma del 1998 (entrato in vigore nel 2002) e chiamata a perseguire le persone fisiche, non gli Stati, per i crimini più gravi di rilevanza internazionale. Se chiediamo ai giudici di rispondere delle loro decisioni attraverso prove, motivazioni e garanzie, dobbiamo proteggerli dalle ritorsioni di chi vorrebbe sostituire quel confronto con l’intimidazione.
I meriti della Corte vanno molto al di là dei dubbi che può aver suscitato. Basti ricordare la condanna di Thomas Lubanga nel 2012, primo verdetto della sua storia, per aver arruolato bambini soldati nel conflitto in Congo: la prova che la giustizia internazionale può arrivare a sentenze fondate su prove e garanzie. Oppure il mandato di arresto per Vladimir Putin e la commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova, accusati dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia; nel loro caso non c’era certo da aspettarsi l’intervento dei tribunali russi.
La scelta del Parlamento europeo è stata saggia ed è la migliore risposta a chi, come Donald Trump, in collusione con Vladimir Putin e Xi Jinping, cerca di liquidare definitivamente il diritto internazionale e gli organismi transnazionali.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
Cinque attiviste italiane sono state fermate giovedì dalle forze israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, in Cisgiordania, mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Le donne sono state trasferite in una stazione di polizia israeliana e sottoposte a interrogatorio. Il ministero degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto il loro rilascio immediato, mentre le autorità israeliane hanno annunciato la possibilità di espellerle dal Paese, senza fornire indicazioni certe sui tempi. Le cinque italiane sono state portate nel commissariato di Kiryat Arba, un insediamento israeliano nei pressi di Hebron. Secondo le informazioni raccolte dalla Farnesina, alle donne sono stati sequestrati i telefoni cellulari. Le autorità italiane hanno chiesto di poter stabilire un contatto diretto con loro e di verificare le condizioni in cui vengono trattenute.
Inizialmente il ministero degli Esteri aveva ricevuto conferma della presenza di quattro cittadine italiane tra le persone fermate. Il numero è stato successivamente aggiornato a cinque. L’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme hanno avviato contatti con le autorità israeliane per ricostruire le circostanze dell’operazione e ottenere la liberazione delle connazionali.
Gli attivisti si trovavano nella zona per accompagnare e proteggere gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive, una delle principali attività agricole della Cisgiordania e un’importante fonte di reddito per molte famiglie. La stagione della raccolta è anche un periodo particolarmente delicato, soprattutto per chi possiede terreni vicini agli insediamenti israeliani, dove l’accesso ai campi è spesso ostacolato dalle restrizioni militari e dalle violenze dei coloni. Nelle ultime settimane, in particolare, si sono moltiplicate le aggressioni attribuite ai coloni israeliani contro gli agricoltori palestinesi.
La polizia israeliana ha invece giustificato il fermo sostenendo che gli attivisti fossero entrati senza autorizzazione in una zona militare chiusa e avessero ignorato gli ordini dei soldati. Secondo la versione delle autorità israeliane, i volontari «hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive». Le forze di sicurezza israeliane hanno riferito di aver fermato complessivamente undici attivisti stranieri e un palestinese nella zona di Hebron. Hanno inoltre accusato alcuni dei fermati di essere coinvolti nella «promozione del terrorismo» e nella «esaltazione di attentatori», oltre che in attività riconducibili a organizzazioni considerate ostili a Israele.
La polizia ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente all’espulsione degli attivisti stranieri. Successivamente, le autorità israeliane hanno comunicato che le cinque italiane avrebbero potuto essere rilasciate ed espulse a breve, senza tuttavia fornire garanzie. Al momento le donne risultavano ancora trattenute.
Mercoledì 21 ottobre, un intervento militare aveva portato a un altro fermo di decine di attivisti, tra cui Brad Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti, successivamente rilasciato insieme ad altri volontari con restrizioni alla libertà di movimento. Nelle stesse ore erano stati fermati anche due cittadini italiani originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, padre e figlio, rispettivamente di 35 e 67 anni. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare fondi destinati ad attività umanitarie e sostenere gli agricoltori palestinesi. Dopo essere stati trattenuti dalla polizia israeliana, sono stati espulsi con un divieto di ingresso in Israele della durata di dieci anni.
Donald Trump avrebbe chiesto a Elon Musk di rimuovere le restrizioni imposte a Starshield, il sistema di comunicazioni satellitari militari utilizzato dall’Ucraina, che da oltre una settimana ostacolano le operazioni dei droni ucraini contro le forze russe. Secondo il Wall Street Journal, il presidente statunitense ha telefonato a Musk mercoledì 21 ottobre e nelle ore successive il servizio ha cominciato a funzionare più regolarmente. Il ripristino non sarebbe però ancora completo, secondo funzionari ucraini rimasti anonimi citati dal quotidiano. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente degli Stati Uniti ha evitato di confermare la telefonata, ma ha attribuito a Musk il ripristino del servizio. Ha detto che non era importante stabilire chi avesse contattato l’imprenditore, perché ciò che contava era che il sistema fosse stato riattivato.
La vicenda è iniziata il 14 ottobre, quando diversi reparti ucraini hanno segnalato improvvise interruzioni nelle comunicazioni satellitari utilizzate per controllare i droni. I problemi riguardavano soprattutto i velivoli che superavano una velocità di circa 160 chilometri orari: oltre questa soglia, il collegamento con Starshield poteva interrompersi, rendendo impossibile proseguire la missione. In alcuni casi i droni sono precipitati.
Le restrizioni hanno avuto conseguenze sia sulle operazioni offensive sia sulla difesa aerea. I droni più lenti hanno potuto continuare a operare, mentre quelli progettati per raggiungere rapidamente gli obiettivi o intercettare velivoli nemici sono diventati molto meno efficaci. Secondo comandanti ucraini citati dal New York Times, la riduzione delle attività dei droni ha permesso alle forze russe di muoversi con maggiore libertà lungo alcune vie di comunicazione vicine al fronte, normalmente esposte agli attacchi ucraini.
I problemi hanno riguardato anche la protezione delle città dai droni russi più veloci. Zelensky ha spiegato che alcuni sistemi di intercettazione ucraini dipendono da Starshield e devono poter raggiungere velocità superiori a quelle consentite dalle nuove limitazioni. Giovedì, prima delle dichiarazioni di Trump, il presidente ucraino aveva detto che non era ancora stata ripristinata la possibilità di utilizzare il sistema fino a 400 chilometri orari.
Starshield è una versione di Starlink sviluppata da SpaceX per impieghi militari e governativi. Entrambi i sistemi utilizzano satelliti in orbita terrestre bassa per garantire comunicazioni e accesso a internet anche in aree prive di infrastrutture terrestri. Starshield offre però livelli più elevati di protezione delle comunicazioni ed è stato progettato anche per la trasmissione di informazioni riservate.
Per l’Ucraina queste tecnologie sono diventate essenziali dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, nel febbraio del 2022. La distruzione di parte delle infrastrutture di comunicazione ha aumentato la dipendenza dell’esercito dai collegamenti satellitari, utilizzati per coordinare i reparti, trasmettere informazioni e condurre operazioni con i droni. Il governo statunitense ha investito miliardi di dollari in questa tecnologia e ha consentito alle forze ucraine di accedere alla rete militare.
La questione più controversa riguarda la responsabilità delle restrizioni. Il Wall Street Journal ha riferito, sulla base di fonti informate, che sarebbe stato Musk ad autorizzare la limitazione delle prestazioni di Starshield. Le fonti del quotidiano hanno però fornito ricostruzioni diverse sul coinvolgimento di Trump. Secondo alcune, il presidente sarebbe stato informato dopo l’introduzione delle restrizioni; secondo un’altra, Musk avrebbe discusso la decisione con Trump prima di applicarla. Entrambi hanno negato di essere responsabili della riduzione del servizio. Musk ha sostenuto pubblicamente che i sistemi Starshield appartengono al governo statunitense e che le decisioni sulle limitazioni operative spettano alle forze armate e, in ultima istanza, al presidente degli Stati Uniti.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha invece fornito una ricostruzione diversa. Mercoledì ha escluso che Trump o altri esponenti dell’amministrazione avessero chiesto modifiche al funzionamento della rete, sostenendo che le decisioni relative al servizio spettano a SpaceX, una società privata sulla quale la Casa Bianca non può esercitare un controllo diretto. Anche il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha negato che il Pentagono avesse impartito istruzioni per limitare il sistema.
Zelensky ha attribuito la responsabilità dell’accaduto sia a SpaceX sia alle autorità statunitensi. Secondo il presidente ucraino, la decisione politica sarebbe arrivata da Washington, mentre SpaceX si sarebbe occupata della sua applicazione tecnica. Ha inoltre osservato che restrizioni analoghe non risultavano essere state introdotte sui terminali Starshield utilizzati nei paesi dell’Unione Europea.
La controversia su Starshield ha provocato reazioni anche al Congresso statunitense. Il senatore repubblicano John Cornyn ha dichiarato di ritenere improbabile che Musk abbia deciso autonomamente di limitare il servizio senza almeno il consenso della Casa Bianca. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha invece avviato un’inchiesta sulle circostanze in cui la tecnologia è stata resa meno efficace senza preavviso, chiedendo spiegazioni a Musk e al segretario alla Difesa. Blumenthal ha sottolineato che l’episodio solleva interrogativi sul controllo di capacità militari fondamentali, acquistate dal governo americano con ingenti risorse pubbliche e utilizzate da un paese alleato durante una guerra.
Finora le restrizioni non sembrano aver modificato in modo decisivo l’andamento complessivo del conflitto, ma hanno ridotto temporaneamente alcune capacità operative ucraine in una fase di continui attacchi russi. Il 22 ottobre, mentre proseguivano le discussioni sul ripristino delle comunicazioni, la Russia ha colpito Kyjiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni in direzione di Mosca.
L’Umbria ha approvato una legge che disciplina le procedure per accedere al suicidio medicalmente assistito attraverso il servizio sanitario regionale. Il provvedimento è stato approvato ieri dall’Assemblea legislativa con 11 voti favorevoli, sei contrari e tre astensioni. È la quinta regione italiana a intervenire sul tema, dopo Toscana, Sardegna, Emilia Romagna e Veneto. La legge nasce dalla proposta di iniziativa popolare Liberi Subito, promossa dall’Associazione Luca Coscioni e sostenuta dalle firme di 4.801 cittadini umbri. Il suo obiettivo è stabilire procedure sanitarie definite per le persone che chiedono di accedere alla morte volontaria medicalmente assistita, una possibilità già riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale in presenza di determinate condizioni, ma che non è ancora regolata da una legge nazionale organica.
Il suicidio medicalmente assistito consiste nell’assunzione autonoma, da parte della persona interessata, di un farmaco letale nell’ambito di una procedura che prevede l’assistenza sanitaria. La normativa umbra non introduce nuovi requisiti per accedervi, ma definisce le modalità organizzative con cui le strutture sanitarie devono verificare le richieste e gestire il procedimento.
Ogni Azienda unità sanitaria locale dovrà istituire una commissione multidisciplinare permanente incaricata di accertare la presenza dei requisiti previsti dalla disciplina statale e dalla giurisprudenza costituzionale. La commissione sarà composta da un medico palliativista, uno psichiatra, un anestesista rianimatore, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, ai quali si aggiungerà uno specialista della patologia della persona richiedente. I componenti saranno individuati su base volontaria tra il personale sanitario. Dopo aver esaminato la richiesta, la commissione trasmetterà una relazione al Comitato etico regionale dell’Umbria, che esprimerà il proprio parere. Le conclusioni della verifica saranno poi comunicate alla persona interessata. La procedura dovrà prevedere l’assistenza del medico di fiducia del richiedente e garanzie per evitare abusi nei confronti delle persone vulnerabili.
Durante l’esame in Aula sono stati approvati alcuni emendamenti che hanno modificato il testo iniziale. È stato eliminato il riferimento alla «fase terminale della vita della persona», che avrebbe potuto essere interpretato come un requisito aggiuntivo rispetto a quelli già previsti. Sono state inoltre introdotte disposizioni per garantire l’informazione e l’accesso alle cure palliative senza ritardare la procedura, oltre alla possibilità di sospendere o revocare la richiesta. Altri emendamenti hanno precisato le modalità di valutazione della commissione e previsto strumenti per verificare l’applicazione della legge.
L’approvazione è arrivata al termine di una discussione nella quale ha avuto un ruolo centrale la vicenda di Laura Santi, talentuosa giornalista perugina affetta da una grave forma di sclerosi multipla e tra le principali promotrici della proposta. Santi è morta il 21 luglio 2025 nella propria abitazione a Perugia, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. Era stata la prima persona in Umbria a ricorrere al suicidio medicalmente assistito e aveva dovuto affrontare un lungo percorso per ottenere l’autorizzazione.
In Aula era presente suo marito, Stefano Massoli, insieme ad alcuni rappresentanti dell’Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato. Dopo la votazione, accolta da un lungo applauso, Massoli ha ricordato il ruolo avuto dalla moglie nella battaglia per la legge, dicendosi convinto che sarebbe stata soddisfatta del risultato.
Fabrizio Ricci, consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra e relatore del provvedimento, ha sostenuto che la legge non introduce un nuovo diritto, ma serve a rendere concretamente accessibile una possibilità già riconosciuta dalle decisioni della Corte costituzionale. Secondo Ricci, l’assenza di una normativa nazionale ha contribuito a creare incertezze e attese particolarmente difficili per le persone coinvolte.
La maggioranza di centrosinistra ha sostenuto il provvedimento, pur riconoscendo la necessità di rafforzare l’assistenza ai malati. Il vicepresidente della Regione, Tommaso Bori, ha definito l’approvazione «una conquista di civiltà, di libertà, di dignità». La presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi, ha parlato di una risposta concreta alle persone che vivono condizioni di sofferenza estrema e di uno strumento aggiuntivo per le famiglie e il personale sanitario.
Diversa è stata la posizione della presidente regionale Stefania Proietti, che ha scelto di non partecipare al voto. Pur riconoscendo il valore del confronto svolto in Assemblea, Proietti ha sostenuto che una materia di questa rilevanza dovrebbe essere affrontata dal Parlamento, così da garantire regole omogenee sull’intero territorio nazionale. Ha inoltre insistito sulla necessità di potenziare le cure palliative, l’assistenza domiciliare e le strutture dedicate ai malati con patologie gravi e inguaribili.
In Israele si può superare Benjamin Netanyahu nei sondaggi senza avere trovato il modo di sostituirlo al governo. È il paradosso delle elezioni del 27 ottobre: il desiderio di cambiamento deve attraversare un labirinto di partiti, incompatibilità e veti. E la prima posizione nella classifica elettorale non assegna le chiavi del governo.
Il sondaggio Walla pubblicato il 20 ottobre fotografa questa difficoltà (Israel National News, JFeed). Yashar, il partito dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, avrebbe 23 seggi, contro i 19 del Likud. Ma l’insieme delle opposizioni sioniste arriverebbe a 54, il blocco di Netanyahu a 48. Resterebbero quattordici seggi alle liste arabe e quattro alla formazione dei riservisti guidata da Yoaz Hendel e dall’economista Yaron Zelekha. Per una maggioranza ne occorrono 61. È una rilevazione, con un margine d’errore dichiarato del 4 per cento, non una previsione: soprattutto intorno alla soglia di sbarramento, piccoli spostamenti di voti possono cambiare il quadro (Jerusalem Post).
Dietro quei numeri ci sono idee diverse di Israele. Gadi Eisenkot propone un centro con solide credenziali militari. La lista Beyachad riunisce la destra di Naftali Bennett e il centro di Yair Lapid. Avigdor Lieberman rappresenta una destra nazionalista e laica; Yair Golan, con i Democratici, la sinistra nata dall’unione di ciò che resta dello storico Partito Laburista e di Meretz, oggi l’unica forza rilevante a guida ebraica che sostiene ancora la soluzione a due Stati. Li accomuna l’opposizione a Netanyahu, ma questa non cancella le distanze.
Sul versante opposto, il Likud deve comporre le richieste dell’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – attivisti dei coloni che invocano l’annessione completa dei territori palestinesi e sono colpiti da sanzioni in diversi Paesi occidentali per avere incoraggiato la violenza dei coloni – con quelle degli ultraortodossi di Shas e Giudaismo Unito nella Torah. Anche qui l’unità ha un prezzo: le esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose dividono una società nella quale soldati e riservisti sostengono un peso enorme. Nemmeno la fedeltà degli ultraortodossi è senza condizioni: Shas pretende una legge sulle esenzioni e Giudaismo Unito nella Torah è diviso anche sulla possibilità di una maggioranza alternativa.
Nello stesso campo si muove Ofer Winter, generale in congedo, con una formazione ancora più radicale ma contraria alle esenzioni degli ultraortodossi. Il suo partito, Amcha Israel, rischia di restare sotto il 3,25 per cento, disperdendo voti potenzialmente utili a Netanyahu (Israel National News). Per questo subisce pressioni perché si ritiri.
È proprio il rischio dei voti perduti ad avere convinto Benny Gantz a ritirarsi: Blu e Bianco non riusciva a raggiungere lo sbarramento. Un’altra frattura attraversa la vecchia destra: Tzachi Hanegbi, già consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, ha annunciato il voto a Lieberman denunciando la deriva messianica e razzista. Il dissenso dal premier arriva anche dall’interno della sua storia politica.
Chi immagina uno scontro fra un fronte della guerra e uno della pace rischia però di rimanere deluso. A testimonianza di quanto la politica israeliana si sia spostata a destra dopo il 7 ottobre, sia Netanyahu sia Eisenkot, al pari di quasi tutti i leader dei partiti ebraici, si oppongono alla nascita di uno Stato palestinese indipendente e sostengono che Israele debba mantenere il controllo finale della sicurezza su tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
Di Yitzhak Rabin, del resto, si diceva che fosse un falco militare ma una colomba politica. Colomba, però, divenne solo quando si presentò una possibilità reale di accordo. Fino a quando non ci saranno nuove elezioni in Cisgiordania, e Hamas continuerà a controllare Gaza, un accordo non sarà possibile. Probabilmente lo stesso Rabin, oggi, avrebbe pensato la stessa cosa.
Anche su Gaza, infatti, le posizioni restano da falchi. A un anno dal cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, l’esercito israeliano controlla circa due terzi della Striscia, mentre oltre due milioni di palestinesi sopravvivono nel terzo restante, per lo più in tende o edifici danneggiati, ancora sotto il pieno controllo politico di Hamas. Sia Netanyahu sia Eisenkot escludono il ritiro delle truppe senza il disarmo di Hamas e si dicono pronti a riprendere i combattimenti; Eisenkot definisce la permanenza di Hamas al potere un fallimento profondo e promette di sostituirne l’amministrazione entro diciotto mesi dall’insediamento, attraverso un piano mediato da Washington o con la forza militare.
Le divergenze emergono però sulla gestione della Cisgiordania occupata, proprio per non precludere il futuro. Sotto Netanyahu gli insediamenti si sono espansi rapidamente, inclusi piccoli avamposti illegali persino per la legge israeliana, eretti nelle aree riservate all’amministrazione civile dell’Autorità palestinese, mentre il governo veniva accusato di chiudere un occhio sulle crescenti violenze dei coloni. Eisenkot è favorevole agli insediamenti in linea di principio, ma nel rispetto della legge israeliana: promette di reprimere la violenza dei coloni, smantellare gli avamposti non autorizzati – preservando così il territorio in cui i palestinesi esercitano l’autogoverno civile – e bloccare il progetto edilizio nell’area E1, voluto dal governo Netanyahu per tagliare in due la Cisgiordania, separarla da Gerusalemme Est e, nelle parole dei coloni, «seppellire» la possibilità di uno Stato palestinese.
Differenze decisive riguardano inoltre il governo interno della sicurezza: l’accertamento delle responsabilità del 7 ottobre, il reclutamento degli ultraortodossi, i rapporti con la magistratura. Eisenkot sostiene una commissione statale d’inchiesta e l’uguaglianza nel servizio militare, posizione che esclude un’alleanza con i partiti religiosi, mentre Bennett contesta gli attacchi di Netanyahu al sistema giudiziario. Sono questioni che investono la responsabilità del potere e la distribuzione dei doveri fra cittadini.
Poi c’è il nodo dei partiti che rappresentano i cittadini arabi di Israele, circa un quinto della popolazione. Ra’am, guidata da Mansour Abbas, ha già partecipato al governo Bennett-Lapid del 2021 e si propone come partner di una nuova maggioranza, puntando su sicurezza, servizi e condizioni di vita della propria comunità. La Lista Comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, esclude invece la partecipazione alla coalizione, ma il suo leader Jabareen ha indicato la disponibilità a sostenere dall’esterno un governo senza Netanyahu. Trattarle come un unico soggetto nasconde le possibilità e gli ostacoli reali.
Come Netanyahu, anche Eisenkot esclude però di formare un governo con i partiti arabi; Lieberman rifiuta anche un governo di minoranza. Eppure i numeri potrebbero rendere necessario proprio un accordo oggi respinto. La somma funziona sulla carta se la politica la blocca.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
L’Unione europea vuole costruire un ecosistema tecnologico meno dipendente dagli Stati Uniti, a partire dalle infrastrutture su cui poggiano l’intelligenza artificiale e i servizi digitali. È l’obiettivo del Cloud and AI Development Act(Cada), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 giugno per rafforzare la capacità industriale del continente e introdurre criteri comuni con cui valutare la sovranità dei fornitori di cloud e intelligenza artificiale. La posta in gioco non è soltanto tecnologica: riguarda la capacità degli Stati europei di controllare infrastrutture essenziali per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i settori strategici.
Il progetto è uno dei pilastri dell’ambizione europea di rafforzare la propria autonomia tecnologica. La diffusione dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di capacità di calcolo, mentre i grandi fornitori statunitensi occupano una posizione centrale nel mercato globale del cloud. Per Bruxelles, affidarsi eccessivamente a operatori soggetti a giurisdizioni extraeuropee può trasformarsi in una vulnerabilità, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili e servizi critici. Ma ridurre questa dipendenza richiede investimenti, infrastrutture e alternative industriali credibili: non basta cambiare le regole degli appalti.
Più centri dati, meno ostacoli agli investimenti
Il Cada interviene innanzitutto sulla capacità europea. La Commissione punta almeno a triplicare quella dei centri dati dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, accompagnando l’espansione con procedure autorizzative più rapide e un accesso più agevole a energia, terreni, acqua e finanziamenti.
La proposta prevede che ogni Stato membro individui almeno una zona in cui accelerare la realizzazione dei centri dati, facilitando i procedimenti amministrativi attraverso un punto di contatto nazionale. La Commissione potrà inoltre riconoscere alcuni progetti come strategici, consentendo loro di accedere al sostegno dei programmi e degli strumenti finanziari dell’Unione. Le infrastrutture dovranno rispondere a una domanda crescente di potenza di calcolo, necessaria per addestrare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale e sostenere applicazioni industriali sempre più complesse.
Il secondo pilastro riguarda la ricerca e l’innovazione. Bruxelles vuole sostenere tecnologie cloud e AI di nuova generazione, dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale avanzata a quelli per l’industria e le applicazioni fisiche. La proposta prevede strategie nazionali per cloud e AI e otto grandi sfide di ricerca, le Grand Challenges, pensate per coordinare gli sforzi europei su obiettivi di rilevanza strategica.
L’ambizione è colmare il divario non soltanto nella disponibilità di infrastrutture, ma anche nella capacità di sviluppare e adottare tecnologie europee. La crescita dei centri dati, infatti, non garantisce da sola l’autonomia: un’infrastruttura localizzata in Europa può continuare a dipendere da software, tecnologie e decisioni aziendali controllati altrove.
Quattro livelli per misurare la sovranità
È sul terzo pilastro, quello dell’autonomia, che il Cada potrebbe avere le conseguenze più delicate per il mercato. La Commissione propone un sistema europeo articolato in quattro livelli di garanzia, attraverso cui riconoscere il grado di sovranità dei servizi cloud. I fornitori potranno chiedere il riconoscimento alle autorità nazionali competenti: per il primo livello è prevista un’autovalutazione di conformità, mentre per i tre successivi servirà una verifica indipendente.
Il livello 1 richiede che i dati siano trattati e conservati su infrastrutture situate nell’Unione. Il livello 2 aggiunge requisiti di indipendenza da Paesi terzi e trasparenza sulla filiera del software. Il livello 3 richiede proprietà e controllo europei e ulteriori condizioni, anche relative alla cittadinanza del personale. Il livello 4 prevede piena trasparenza e controllo della filiera software, senza interferenze da parte di Paesi terzi.
Non si tratta di quattro categorie puramente teoriche. La proposta prevede che le amministrazioni valutino i rischi delle proprie attività e stabiliscano quale livello sia necessario. Per gli appalti relativi ad attività pubbliche che contribuiscono alla conservazione dell’ordine pubblico, compresi gli ambiti critici individuati dalla normativa europea e settori come difesa, sicurezza nazionale e forze dell’ordine, si dovranno acquistare servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4. Per gli altri appalti pubblici, il riferimento previsto è il livello 1. Anche alcune imprese private che operano in settori critici potranno essere coinvolte in valutazioni analoghe.
Il sistema non equivale a un’esclusione automatica dei fornitori americani. La valutazione d’impatto della Commissione indica che operatori statunitensi in partnership con aziende europee potrebbero soddisfare i requisiti del livello 2, mentre il livello 3 sarebbe più facilmente accessibile ai fornitori europei. Il punto è stabilire quali garanzie possano offrire le aziende straniere e quanto siano disposte a investire, localizzare attività e condividere il controllo delle proprie infrastrutture in Europa.
La partita con i giganti americani
Il modello francese di S3NS, la joint venture tra Thales e Google Cloud, è uno degli esempi più interessanti di questa ricerca di equilibrio: combina tecnologia americana e una struttura europea progettata per offrire servizi cloud sovrani. Il caso mostra che la presenza di un partner statunitense non esclude necessariamente la possibilità di soddisfare requisiti più stringenti. Ma il Cada dovrà chiarire quali caratteristiche societarie, operative e tecnologiche siano sufficienti per ottenere i diversi livelli di riconoscimento.
La proposta ha implicazioni anche per i rapporti transatlantici. In un’intervista al Financial Times, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea Andrew Puzder ha avvertito che le imprese europee potrebbero subire ritorsioni «devastanti» se Bruxelles portasse avanti misure volte a limitare l’accesso al mercato europeo per aziende americane. Le sue dichiarazioni riguardavano soprattutto un dossier distinto dal Cada: la proposta europea di riservare parte delle frequenze per le connessioni dirette tra smartphone e satelliti a operatori europei, con possibili conseguenze per SpaceX e Starlink.
Il caso mostra però il clima in cui si svolge il confronto. Washington teme che la sovranità tecnologica diventi uno strumento protezionistico; Bruxelles sostiene invece che diversificare i fornitori e rafforzare le imprese europee sia necessario per ridurre vulnerabilità strategiche. La differenza non è soltanto retorica: se i nuovi requisiti incidessero sull’accesso agli appalti pubblici più importanti, le aziende americane dovrebbero decidere quanto investire e quale grado di controllo accettare per restare competitive.
Il nodo della sicurezza atlantica
A complicare il quadro c’è la cooperazione militare. Ventitré dei ventisette Stati membri dell’Unione appartengono anche alla Nato, che continua a utilizzare tecnologie statunitensi. A fine settembre Amazon Web Services ha annunciato di essere stato approvato per gestire informazioni classificate al livello «Nato Restricted» in tutti i Paesi dell’Alleanza; a febbraio Apple ha comunicato che iPhone e iPad aggiornati erano stati approvati per trattare informazioni allo stesso livello, dopo verifiche dell’agenzia tedesca Bsi.
Il timore di dipendere dalla tecnologia americana è diffuso. E riguarda anche, per esempio i sistemi militari. Palantir ha assicurato che né l’azienda né il governo statunitense possono disattivare a distanza Maven, il sistema di intelligenza artificiale adottato dalla Nato. Louis Mosley, vicepresidente esecutivo della società per Regno Unito ed Europa, ha ribadito ieri a Reuters che il controllo operativo resta nelle mani dei clienti. La rassicurazione arriva mentre in Europa cresce la preoccupazione per le dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti, alimentata anche dal caso Starlink in Ucraina. Germania e Francia, non a caso, hanno scelto di non adottare Maven per le proprie forze armate.
Questi riconoscimenti non sono direttamente comparabili con i livelli di sovranità previsti dal Cada: la certificazione di sicurezza di un prodotto o servizio non coincide con la valutazione del controllo societario e delle dipendenze tecnologiche. Non c’è quindi un’incompatibilità automatica tra le due impostazioni. Resta però una questione politica e industriale: come ridurre la dipendenza europea dalle tecnologie americane senza compromettere interoperabilità e cooperazione con gli alleati?
I prossimi passi
Il Cada è ancora una proposta e il testo dovrà essere negoziato tra governi e Parlamento europeo. Le posizioni degli Stati membri sono diverse: la Francia spinge per un’autonomia più marcata, mentre altri Paesi sono più cauti rispetto al rischio di limitare l’accesso alle tecnologie e agli investimenti americani. Nel mezzo ci sono gli indecisi, tra cui Italia, Germania e Spagna. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea punta a elaborare un primo testo di compromesso entro la fine dell’anno, ma il percorso legislativo resta aperto.
La sfida, per Bruxelles, sarà trasformare la sovranità digitale in capacità industriale concreta. Più centri dati, procedure rapide e criteri comuni possono creare le condizioni per ridurre le dipendenze, ma non garantiscono che i fornitori europei riescano a competere con i giganti globali per prestazioni, prezzi e scala. Allo stesso tempo, regole troppo restrittive potrebbero aumentare i costi e rendere più difficile l’accesso alle tecnologie già disponibili.
Il Cada mette dunque l’Europa davanti a una scelta che va oltre il cloud: quanto controllo è necessario per proteggere le infrastrutture strategiche e quanto mercato si è disposti a mettere in gioco per ottenerlo? La risposta determinerà non soltanto il futuro dei servizi digitali europei, ma anche il modo in cui l’Unione intende rapportarsi agli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.
La paletta bucata passa appena sotto il disco giallo che si è formato durante la notte in frigorifero e lo solleva quasi intero. Sotto, il brodo di gallina è limpido e fermo: tornerà a muoversi quando sarà scaldato. È un gesto piccolo, ma spiega perché questa preparazione occupi più tempo che attenzione. «Gallina vecchia fa buon brodo» trasferisce quel tempo alle persone. Secondo il Vocabolario Treccani, il proverbio attribuisce spesso maggior pregio e utilità alle cose vecchie, talvolta con un’allusione scherzosa a chi non è più giovane. L’immagine può suonare affettuosa o pungente: dipende da chi la pronuncia e da chi la riceve. Treccani distingue inoltre la gallina dalla più giovane pollastra e registra gallina vecchia proprio come espressione riferita scherzosamente a una persona.
Anche la parola brodo ha viaggiato: Treccani la fa risalire all’antico alto tedesco brod, accostandola all’inglese broth. In italiano è diventata abbastanza familiare da uscire dalla pentola. Si può «allungare il brodo» quando un discorso non finisce; si può «lasciar cuocere qualcuno nel proprio brodo». Il proverbio sceglie invece l’accezione più concreta: acqua, carne, ortaggi e una cottura lenta, un’immagine che si ricorda facilmente.
Per farla diventare pranzo, la ricetta del brodo di gallina del Cucchiaio d’Argento dà dosi per quattro persone: mezza gallina, una cipolla, una carota, un gambo di sedano e sale. Servono anche quattro litri d’acqua per la prima bollitura e altra acqua fresca per la seconda. Il sito indica 15 minuti di preparazione e 3 ore e 10 minuti di cottura. La procedura ha un passaggio che conviene leggere prima di accendere il fuoco. Mettete la gallina a pezzi e gli ortaggi in una pentola capiente con i quattro litri d’acqua. Dopo l’avvio del bollore, lasciate andare per dieci minuti a calore moderato; quindi eliminate quell’acqua, coprite di nuovo carne e verdure con acqua fresca e cuocete a fiamma bassa per almeno due ore. Salate alla fine. Per filtrare occorrono un colino e un telo da cucina; dopo il riposo in frigorifero, una paletta bucata permette di togliere il grasso affiorato. Conservate la carne cotta per un altro piatto. Il brodo, riscaldato, può arrivare in tavola da solo oppure accogliere una minestra, ma anche essere la prima base di un meraviglioso risotto. Per servirlo bastano fondine calde e un mestolo. Se si vuole dare rilievo anche agli oggetti, il mestolo Mami di Stefano Giovannoni ha una linea morbida, mentre il poggiamestolo Blip di Alessi offre un posto preciso all’utensile tra una porzione e l’altra.
In Abruzzo quel liquido può bagnare le scrippelle ’mbusse: sottili crespelle arrotolate con parmigiano, sistemate nelle fondine e raggiunte dal brodo di gallina bollente solo al momento di servire. Altrove la somiglianza sta nella pentola, mentre i piatti seguono strade proprie. La cock-a-leekie scozzese unisce brodo di pollo e porri e può essere addensata con orzo o riso. In Vietnam il phở gà porta il pollo nel mondo del phở, con noodles di riso e un diverso equilibrio di aromi e guarnizioni; l’ente nazionale del turismo vietnamita ne distingue la storia dalle versioni di manzo. Sono due modi di pensare una zuppa di pollo, ciascuno con il proprio nome e la propria tradizione.
Per incontrare il proverbio nel piatto, l’indirizzo più diretto è la Trattoria da Amerigo, in via Marconi 16 a Savigno, sui colli bolognesi. La Guida Michelin segnala espressamente i tortellini in brodo di gallina vecchia, e anche la stampa locale li loda tra i classici imperdibili.
Il governo britannico invita le famiglie a prepararsi a tre giorni di emergenza. Non è un invito a fare scorte per affrontare un assedio, né una previsione di guerra imminente. È un tentativo di rendere la popolazione più autonoma quando qualcosa smette di funzionare: la corrente, l’acqua, le comunicazioni o i servizi bancari. Ma, in un Paese che considera sempre più seriamente le minacce informatiche e le azioni di Stati ostili (come la Russia), anche una torcia e una radio a batterie assumono un significato che va oltre la vita domestica.
La campagna si chiama «Be Ready» ed è stata lanciata ieri dal Cabinet Office, il dipartimento del governo britannico responsabile del coordinamento dell’esecutivo. Il suo obiettivo è incoraggiare i cittadini ad adottare piccoli accorgimenti per affrontare le emergenze. L’iniziativa durerà tre anni e si rivolge anche alle famiglie con bambini piccoli e alle persone anziane, più esposte alle conseguenze di un’interruzione dei servizi essenziali.
La checklist pubblicata dal governo è molto concreta. Suggerisce di conservare acqua in bottiglia (almeno tre litri al giorno per persona, per bere) e alimenti non deperibili sufficienti per tre giorni. Servono poi una torcia con batterie di ricambio, coperte, una radio FM a batteria o a manovella, un caricabatterie portatile, contanti, copie dei documenti, un kit di primo soccorso e i medicinali necessari. Le famiglie con bambini devono considerare anche pannolini e latte artificiale; chi ha animali domestici, cibo e acqua per loro.Non occorre acquistare tutto in una volta. Il governo consiglia di controllare prima ciò che si possiede già e di completare gradualmente le scorte, distribuendo la spesa nel tempo. L’indicazione è pensata per evitare che la preparazione diventi un lusso: una parte delle misure è gratuita e l’obiettivo è ridurre la pressione sui soccorsi, permettendo loro di concentrarsi sulle persone più vulnerabili.
La novità, dunque, non è tanto l’elenco degli oggetti quanto il messaggio politico che lo accompagna e che ha accompagnato diverse iniziative simili già adottate in Paese dell’Europa centrale, occidentale e settentrionale, oltre che a Taiwan. La resilienza nazionale non dipende soltanto dalle capacità delle forze armate o dalla protezione delle infrastrutture strategiche: richiede anche che i cittadini sappiano affrontare le prime ore di una crisi senza fare affidamento immediato su ogni servizio pubblico. È lo stesso approccio che il governo di Londra ha deciso di adottare contro la disinformazione.
Il governo britannico presenta l’iniziativa soprattutto come una risposta a eventi meteorologici estremi, alluvioni e incendi. Ma la campagna richiama anche il rischio di attacchi informatici, che possono compromettere servizi essenziali e pagamenti L’iniziativa è stata presentata, infatti, in un periodo in cui il governo avverte sempre più spesso dei rischi legati a possibili conflitti e mentre altri Paesi della Nato, soprattutto nel Nord e nell’Est Europa, comunicano ai cittadini in modo più esplicito come prepararsi a una crisi.
Londra sottolinea che indicazioni analoghe sono già adottate da Francia, Irlanda e Paesi Bassi. Non si tratta di trasformare ogni famiglia in un rifugio autonomo, ma di riconoscere che, quando una crisi colpisce contemporaneamente più servizi, la risposta delle istituzioni può richiedere tempo.
Tre giorni di autonomia non risolvono una crisi nazionale. Possono però contribuire a renderla meno difficile da gestire. La sicurezza collettiva comincia anche da qui: dalla capacità di non trovarsi impreparati quando la normalità si interrompe.
Il tempo non esiste (almeno come misura assoluta), ci insegna la fisica quantistica, e proprio per questo la misurazione è relativa, può quindi essere funzione delle bottiglie aperte e delle persone che le bevono in un locale. Tra i tavoli affollati di InVino, il wine bar-enoteca che nel centro di Yerevan ha contribuito a plasmare l’esperienza enoica nella capitale armena, Mariam Saghatelyan lo fa partendo da uno stupore quasi incredulo. «Se quattordici anni fa qualcuno mi avesse detto che la scena del vino armeno sarebbe diventata quella di oggi, e che avremmo avuto a Yerevan l’evento clou annuale del Concours Mondial, sarei stata piuttosto scettica», ammette sorridendo. «All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire».
È da questa distanza percorsa che parte il suo ragionamento sul presente e sulla prospettiva del vino armeno. Un futuro che, nella sua visione, non passa dai grandi numeri.
Piccoli è la scelta, non il limite Saghatelyan è netta nel rifiutare l’idea di un’Armenia produttrice di massa. «Poiché l’Armenia è essenzialmente così piccola e abbiamo un terroir così interessante, una storia e una cultura della vinificazione millenarie – dichiara con convinzione – credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo. Dovremo raggiungere davvero le persone a cui piacciono i nostri vini e che vogliono capire questa storia, questa cultura».
Le proporzioni sono presto fatte, perché «l’Armenia del vino non arriva alle dimensioni di una piccola regione della Francia o dell’Italia». Da questo, però, non discende un complesso di inferiorità, ma – secondo Mariam – «una strategia orientata verso vini di qualità migliore, frutto di un approccio più interessante, vinificati nei karas tradizionali, in acciaio o in cemento, esplorando tecniche portate da tutto il mondo».
InVino, Yerevan
Trecento vitigni da studiare e una questione di origine Il vero “vantaggio competitivo” armeno, secondo Saghatelyan, è un universo vitivinicolo ancora in larga parte inesplorato. «Abbiamo oltre trecento varietà endemiche – ricorda – quindi serve più ricerca su questi vitigni autoctoni e su come siano adattati alle diverse regioni».
Occorre allora capire quale uva dia il meglio in quale territorio, ma in prospettiva risulta utile anche un sistema di tutela. «Mi piacerebbe che avessimo un sistema di denominazioni con cui poter proteggere il consumatore – spiega – perché un Areni della Vayots Dzor e un Areni dell’Aragatsotn non sono la stessa cosa, e chi acquista dovrebbe poterlo leggere sull’etichetta».
I risultati sono spesso eccellenti, soprattutto con i vitigni autoctoni Areni e Voskeat o con l’originalissimo Nrneni vinificato da Moonq. Quello che fa la differenza non è però ciò che sta nel bicchiere. «Per noi il vino non è solo una bevanda: è sempre la connessione con la terra, con le persone che fanno il vino, i contadini e i produttori».
Antico e nuovo, il vino come esperienza Se il nome delle varietà è complicato e la geografia intricata, la soluzione che Saghatelyan indica è tanto semplice quanto “radicale”: visitare l’Armenia. «Il modo migliore per capire non solo la complessità del nome, ma anche il concetto, le radici, la geografia complessa delle varietà in Armenia, è venire qui e viverlo. Si possono incontrare i produttori, si può toccare la terra, riconoscere la diversità di suoli, scoprire l’energia delle persone che danno vita al vino».
L’enoturismo diventa allora il vero biglietto da visita, forse più efficace di uno scaffale in un negozio all’estero – dove peraltro il prezzo potrebbe essere penalizzato dai dazi sulle importazioni. «Credo che il turismo esperienziale, soprattutto nel settore del vino, sia molto importante. E credo che le persone cerchino cose nuove da scoprire». Perché l’Armenia può giocare la carta di un paradosso affascinante: è «la più vecchia delle nuove» regioni vinicole – come recitava il claim del Concours Mondial de Bruxelles. È infatti un Paese di antichissima tradizione – poco importa se l’archeologia lo collochi prima o dopo la Georgia – che però si presenta al mondo come emergente. «Gli armeni hanno molte emozioni da dare, perché siamo stati fuori dal mondo del vino per così tanto tempo», chiosa Mariam.
Mariam Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles
Se infatti la vitivinicoltura ha radici antiche nella regione, la pianificazione sovietica ha portato nel Novecento a una focalizzazione sulla produzione di brandy (o konjak, come veniva anche chiamato) con relativo abbandono dei vitigni autoctoni più interessanti e con una piccola “resistenza” di una vitivinicoltura di sussistenza, a uso familiare.
Fuori dallo schema C’è un vantaggio nascosto nell’essere arrivati per ultimi, o quasi. Quando dagli anni Novanta ai primi Duemila si affermava l’idea che il vino dovesse seguire un canone preciso – il rovere da barrique, un certo processo, uno stile riconoscibile – l’Armenia era altrove. E oggi questo la rende più libera di essere sé stessa. «Con l’attenzione ai vitigni locali e a uno stile produttivo originale – osserva Mariam – in qualche modo l’Armenia sembra al sicuro dal paradigma del “devi fare così”. È questo il bello. L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada, quindi stiamo ancora sperimentando, cercando ancora noi stessi».
Anche il posizionamento di mercato è, dichiaratamente, un cantiere aperto. «In questo momento abbiamo vini che partono da cinquemila dram (meno di tredici euro) e altri che arrivano oltre i duecento euro, con produzioni molto piccole da vecchie vigne. Stiamo ancora cercando di trovare un posizionamento, si sperimenta ed è tutta qui la bellezza del mondo del vino in Armenia».
Secondo Mariam, la vera scommessa rimane però il prodotto stesso. «Una volta che le persone trovano il nostro vino – dice – e capiscono che vale la pena provarlo, perché è una nicchia preziosa, allora abbiamo già raggiunto il nostro obiettivo. E questo ci aiuterà a trovare uno spazio nostro nel mercato».
Conquistare uno spazio, però, non basta. Perché bisogna difenderlo. «Se ci ritroviamo su uno scaffale da qualche parte, che garanzia c’è che un altro Paese vinicolo nuovo, soprattutto con il cambiamento climatico e tutto quello che sta succedendo, non emerga e ci prenda il posto? Una volta trovato il nostro spazio, dobbiamo fare tutto il possibile per tenercelo. Per questo cerchiamo sostegno e confidiamo nelle persone che capiscono che questo è un gioiello sconosciuto». In questo senso, oltre al consumo locale legato all’enoturismo e oltre alla curiosità dei wineloverinternazionali, i produttori contano anche sulla diaspora che ha portato milioni di armeni nel mondo.
InVino, Yerevan
Lavorare la terra, presidiare il confine Il momento non è dei più facili e Mariam non finge di dimenticarsene. «Il comparto del vino va sempre su e giù – dice – e noi ne siamo semplicemente parte. L’Armenia è un Paese sopravvissuto: siamo passati attraverso molte guerre, molte situazioni diverse nel corso della storia». E non si parla solo dei secoli andati, perché anche la recente guerra con l’Azerbaigian per il controllo sul Nagorno-Karabakh ha impattato su cantine e viticoltori costretti a fuggire, perdendo tutto.
È qui che il discorso di Saghatelyan cambia registro e tocca il nervo scoperto per il Paese. Il vino, in Armenia, non è soltanto cultura: è un modo di tenere abitata la terra. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra» proclama. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia. Credo che, per preservare la nostra cultura, i nostri confini, tutto quello che abbiamo oggi, dobbiamo essere qui, a lavorare la terra».
Nata fuori dall’Armenia e rientrata con tutta la famiglia, Mariam non nasconde la commozione nel ricordare i tempi difficili della guerra. «Nei momenti più duri dell’aggressione, parlavamo (quasi ironicamente) di viticoltura estrema, perché mentre i vignaioli cercavano di portare a termine la vendemmia, altri gli sparavano addosso. Per fortuna ora, almeno temporaneamente, la situazione sembra pacificata e allora bisogna presidiare la nostra terra».
Gena-ts, alla vita Va detto che l’Armenia, dopo la rinascita enoica, si ri-affaccia al mercato globale del vino in un momento non certo facile sotto il profilo del clima culturale che circonda il consumo di alcol in questi anni. E Saghatelyan affronta di petto la questione. «Il mondo è in un momento folle – chiosa con convinzione – e la gente dice che l’alcol non fa bene. Certo, lo capiamo, ma noi non lo scegliamo per la salute. Io non bevo vino per essere più sana; bevo vino perché, alla fine di una giornata stressante, voglio solo rilassarmi, stare con gli amici o prendermi il mio tempo, respirare e godermi la vita, perché la vita non è troppo lunga».
Ed è proprio in una parola che si raccoglie tutto il senso della sua visione del vino e della storia di InVino. «Noi armeni siamo stati schiacciati e perseguitati per tutta la nostra storia, ma la parola armena per dire brindisi è gena-ts, che significa “alla vita”. Ecco, noi beviamo sempre alla vita».
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«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scrive nel 1921 il filosofo Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6: una frase breve, quasi una puntura di spillo nel velluto nero della logica, eppure sufficiente a far sanguinare un secolo intero. In Beate Skonare Karlsson, però, i limiti non sono soltanto linguistici. Sono muscolari, economici, scenografici, sociali, epidermici. Sono il punto in cui una modella cade e la moda, per una volta, non riesce a fingere di non aver visto. Sono il tacco che si spezza, la cucitura che cede, il pubblico che lancia rifiuti come una folla medievale con accesso al front row. Sono il corpo che smette di essere tempio e torna a essere incidente, animale, carne con una laurea breve in imbarazzo. Il limite, in Karlsson, non somiglia a una legge.
Somiglia a una sutura mal chiusa nel corpo del lusso: la passerella ci cammina sopra con aria innocente, ma basta un passo troppo sicuro perché la ferita si riapra. Non delimita soltanto uno spazio, lo rende sensibile. Entri nella moda convinto di conoscere il catechismo spettrale del defilé, quell’arte di camminare come se il mondo fosse stato stirato a vapore, e lei ti mostra che la grazia, spesso, è una ferita amministrata con buone maniere. Cadono le modelle. Si sfasciano i vestiti. Le scarpe diventano zampe, artigli, protesi di un bestiario scandinavo che ha letto Vogue e poi ha deciso di mordere il direttore marketing. Il pubblico viene trascinato dentro il rito: da spettatore a complice, da occhio a gesto. Beate nasce a Stoccolma nel 1995, ma non nella Svezia levigata, con il design in ordine e il trauma sotto un tappeto Ikea. Viene da una Scandinavia più carnale e nerissima, dove l’oggetto quotidiano può diventare creatura. Cresce fra musica, sorelle creative, piccoli mondi fabbricati a mano; a diciannove anni va a New York per Parsons, poi passa da Central Saint Martins, Coach e Pyer Moss. È lì che l’accessorio smette di essere orpello e diventa frase filosofica con una fibbia. Prima che Avavav diventi sinonimo di passerella che crolla ridendo, Karlsson lavora sulla mutazione: The Bum, replica indossabile in silicone del sedere di Kim Kardashian, e poi le chicken feet shoes indossate da Doja Cat, trasformano celebrity culture e anatomia in zoologia morale.
Avavav, collezione autunno/inverno 2026-27: maglione a rete geometrica
Quando nel 2020 entra nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino nato prima di lei e poi reincarnato sotto la sua direzione creativa, trova il teatro ideale: scarti nobili, tessuti deadstock, artigianalità italiana, residui aristocratici del lusso da rianimare come spiritelli in sartoria. Firenze, ma dopo una seduta spiritica con TikTok. Avavav cerca libertà creativa, humour, entertainment, evoluzione del design. Karlsson la chiama creative playhouse, ma non è un parco giochi: è una clinica del contemporaneo con le giostre accese. «Credo che la moda abbia un rapporto complicato con i limiti», dice Karlsson. «Alcuni sono necessari, altri sono giustificati. Abitudini ereditate che non abbiamo messo abbastanza in discussione». Dentro questa frase educata c’è un’intera anatomia del sistema: calendario, produttività infinita, obbligo di mostrarsi, tic della rilevanza, devozione alla novità. Il limite da smascherare è quello che decide, in silenzio, come un designer debba esistere: produrre, mostrare, esibire, restare visibile senza sembrare esausto. «La libertà totale può essere paralizzante», aggiunge. Dunque non abolire ogni confine, gesto da adolescente con forbici e cattiva playlist, ma scegliere quelli che proteggono il lavoro e lasciar morire quelli che lo soffocano.
La prima grande soglia pubblica è Filthy Rich, primavera estate 2023. Le modelle cadono intenzionalmente, trasformando l’errore più temuto della passerella in grammatica. La caduta non è una gag. È un memento mori. È il capitalismo estetico che scopre la gravità, questa vecchia comunista. La moda, che vende verticalità si ritrova orizzontale, umana, sporca. Con Fake It Till You Break It non cedono più i corpi, cedono i vestiti. Top che si aprono, minigonne che franano, tacchi che si spezzano, set che collassa. Il lusso non teme il brutto, teme il difetto. Con No Time to Design, No Time to Explain il limite diventa tempo: contratti, fornitori, avvocati, ritardi, ansia, l’agenda che divora l’immaginazione con le posate da dessert. Karlsson lo dice senza ornamenti: il problema non è solo la velocità del ciclo moda, ma «la frammentazione del ruolo, soprattutto in un piccolo marchio. Non ti limiti a disegnare, fai tutto». Il sogno si trasforma in una contabilità del nervo. Poi arriva Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono commenti velenosi, il pubblico è invitato a lanciare spazzatura sulle modelle: bucce di banana, lattine, uova, cartacce. La sezione commenti diventa materia. Il like diventa braccio.
L’algoritmo trova finalmente un cassonetto. Qui il limite è etico. Karlsson lo formula con precisione: «Tutto si riduce al consenso e all’autonomia. Nessuno dovrebbe sentirsi intrappolato, esposto o spinto a fare qualcosa contro la propria volontà». E ancora: «Nel momento in cui qualcosa accade a spese di qualcuno, anziché con lui, il confine è superato». È questo che la salva dal cinismo: non addomestica la violenza che convoca, ma non finge che sia innocente. La vergogna, in questo teatro, è una corrente sotterranea. Karlsson non la tratta come jersey o pelle. La lascia affiorare, perché «ci sono tantissime cose che possono causare imbarazzo. È ovunque». L’imbarazzo è produttivo quando resta visibile per un momento, come una macchia su un abito costoso che improvvisamente lo rende più interessante del gala. Il lavoro, dice, forse serve a evitare «un crollo silenzioso». Meglio far cadere le cose fuori che lasciarle franare dentro. Nel 2025, con The Hole, la soglia si fa quasi sepolcrale. I modelli emergono da una fossa come cadaveri risorti, coperti di terra, sangue, stanchezza, mani scheletriche.
Avavav, felpa con cappuccio Shoulderless Hoodie, collezione autunno/inverno 2026-2026.
Il corpo non è tempio, ma scavo archeologico con pressione bassa. Il grottesco perde brillantezza pop e diventa grave, quasi tenero. È una moda che non finge salute eterna. Finalmente. Con Adidas, Karlsson ironizza sulla performance sportiva: High fashion, low performance, piccolo manifesto contro l’efficienza in sneaker costose e inutili per correre. Poi, con Soon on Sale, compie un gesto meno teatrale e forse più spietato: mette la collezione nell’aldilà commerciale della moda, l’outlet. Non più corpi caduti, abiti rotti, spazzatura. Qui la catastrofe è silenziosa: ha un’etichetta, una percentuale, un neon stanco sotto cui anche il desiderio sembra chiedere il rimborso. Il titolo è una bestemmia pronunciata con educazione. Invece di fingere che il nuovo nasca puro, Avavav lo mostra come se fosse già stato bocciato dal mercato. L’aura benjaminiana non muore solo quando l’opera viene copiata, ma quando viene scontata dell’80 per cento e appesa sotto una luce da supermercato depresso.
Un abito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schienauna pugnalata perfetta fra gala e bancarella. Qui il limite diventa economico, ontologico: quando un vestito smette di essere desiderio e diventa avanzo? Il Minotauro del sistema moda non vive in un labirinto. Vive nei margini, nelle giacenze, nei resi, nelle percentuali innominabili. Nel 2026, con The Female Gaze, Karlsson ribalta il dispositivo: le modelle osservano, gli ospiti camminano. Il front row resta senza scudo. Alcuni attraversano lo spazio in fretta, dice lei, quasi volessero scendere dalla passerella prima di diventare se stessi. Altri rallentano, si offrono, si godono i quindici secondi di fama. Poi nasce «una sorta di silenzioso effetto domino». La moda, che vive guardando corpi, costringe il pubblico a diventare corpo guardato. Non ti spoglia. Ti osserva. È molto peggio. La viralità resta lì, coinquilina brillante e tossica. Karlsson non la insegue più: «La visibilità precede la struttura. Dall’esterno può sembrare crescita, ma internamente crea pressione». Il vero lavoro, ora, è costruire fondamenta, una squadra, un ritmo. Non essere più vista, ma reggere lo sguardo.
Avavav, The Female Gaze, collezione autunno/inverno 2026-2027: blazer nero dal taglio sartoriale asciutto e strutturato. Sotto, shorts ibridi grigi con tagli asimmetrici (cut-out) e calze autoreggenti integrate con le calzature monster toes o anatomical feet.
Avavav è diventato famoso facendo rumore, ma il rumore non basta a fondare una casa. Ecco allora il cuore del suo pensiero: la soglia non è ciò che Karlsson attraversa, è ciò su cui ci costringe a sostare: «Per me non si tratta tanto di eliminare del tutto i limiti, quanto piuttosto di sceglierli con cura». È una frase adulta, quasi scandalosa in un’epoca che confonde la trasgressione con la digestione rapida di qualunque cosa. Il limite giusto non è censura. È forma. È ritmo. È una stanza abbastanza stretta perché il pensiero smetta di svenire nel troppo spazio. Per questo la sua biografia è già una teoria della soglia. Stoccolma e New York. Arte e prodotto. Meme e sartoria. Mostro e capo vendibile. Ironia e dolore. Corpo e mercato. Karlsson rifiuta due trappole opposte: l’artista pura che non deve vendere nulla e la stilista commerciale che deve fingere di non pensare. Si sforza di stare in mezzo, dove il prodotto deve funzionare e tuttavia l’idea deve mordere: «Non mi piace ridurre un marchio a un singolo prodotto», dice. «È più come un cast di personaggi». Infatti Avavav è una compagnia teatrale di oggetti lunatici: scarpe a forma di dito, borse larva, sciarpe millepiedi, pantaloni Shar Pei. Oggetti, ma anche personalità. Una piccola borghesia del mostruoso, vestita benissimo.
Resta il limite personale, forse il più difficile. Karlsson lo dice senza eroismo: non è più disposta ad accettare lo squilibrio, «l’idea di dover scegliere tra avere una vita e dedicarsi completamente alla creatività». È quasi commovente, detta da una designer che ha fatto cadere modelli, abiti, pubblici, prezzi e certezze. La prossima soglia non sarà necessariamente spettacolare. Sarà quotidiana. Creare una struttura in cui vita e lavoro possano coesistere: «Perché credo che il lavoro risulti più efficace quando non nasce dalla stanchezza». In un sistema che scambia l’esaurimento per passione, questa frase è più sovversiva di qualunque tacco artiglio. Beate Skonare Karlsson lavora lì, sul bordo dove la moda perde il contegno e, nel panico, dice finalmente qualcosa di interessante. Non demolisce il lusso. Fa di peggio: gli toglie la sedia mentre posa.
Il 17 ottobre The New York Times ha riferito che gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno esortato Kyjiv e le capitali europee a prendere in considerazione la ripresa del transito del gas russo attraverso la vasta rete di gasdotti ucraini nell’ambito di un accordo di pace. La logica alla base della proposta è semplice: poiché sia Mosca sia Kyjiv ne trarrebbero vantaggi economici, questa cooperazione potrebbe spianare la strada a un cessate il fuoco. Secondo l’articolo, i rappresentanti americani e russi avrebbero discusso anche della riattivazione del tratto ancora funzionante del gasdotto Nord Stream 2, che attraversa il Mar Baltico – un’ipotesi che la Casa Bianca nega. La proposta sul gas segue un altro incentivo avanzato durante i colloqui a Miami all’inizio di ottobre: un piano statunitense per sbloccare parte dei beni congelati della Banca centrale russa e porli sotto il controllo di Washington, respinto dai funzionari europei.
Si tratta di un accordo ragionevole o di un calice avvelenato? La risposta dipende molto meno da Kyjiv che da Mosca. Se un accordo economico di questo tipo potesse portare a un cessate il fuoco, Kyjiv acconsentirebbe con ogni probabilità a riprendere il transito del gas russo attraverso il proprio territorio e potrebbe non opporsi nemmeno alla ripresa dei flussi attraverso il Mar Baltico. Dall’inizio del 2025, il presidente Volodymyr Zelensky ha ripetutamente sostenuto sia un cessate il fuoco completo sia una moratoria parziale sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e sulle ostilità nel Mar Nero. L’11 marzo 2025, a Gedda, l’Ucraina ha accettato una proposta statunitense per una tregua immediata di trenta giorni. La Russia, invece, no. Nel giugno 2026, Zelensky ha affermato che il congelamento dell’attuale linea del fronte nell’Ucraina orientale e meridionale avrebbe rappresentato «il modo più rapido» per porre fine alla guerra.
Negli ultimi due anni, l’interesse dell’Ucraina a porre fine ai combattimenti è cresciuto al punto che Kyjiv ha rinunciato alle condizioni preliminari che aveva posto per una tregua totale o parziale. Accetterebbe l’attuale linea del fronte come linea di contatto per un cessate il fuoco e probabilmente tollererebbe una nuova forma di cooperazione economica con la Russia nel trasporto del gas. Gli introiti derivanti dai diritti di transito versati dalla Russia sarebbero certamente graditi, ma rivestirebbero un’importanza secondaria. In base al contratto di transito 2019–2024, Naftogaz ha registrato oltre un miliardo di dollari di ricavi grazie alla clausola «ship-or-pay», che prevede il pagamento anche in caso di mancato utilizzo della capacità di trasporto concordata. Una somma significativa, ma modesta rispetto ai costi della ricostruzione postbellica dell’Ucraina e al sostegno finanziario occidentale da cui attualmente dipende il suo bilancio.
Del resto, Kyjiv ha consentito il transito del gas russo anche in tempo di guerra. Le forniture verso l’Ue e la Moldavia attraverso i gasdotti ucraini sono proseguite sia dopo la prima incursione di Mosca in Ucraina, nel 2014, sia dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, il 24 febbraio 2022. Il flusso si è interrotto soltanto il 1° gennaio 2025. Nel solo 2024 erano transitati circa 15–16 miliardi di metri cubi di gas. L’Ucraina, alle prese con gravi difficoltà finanziarie, aveva bisogno di quelle entrate. Inoltre, interrompere il transito non avrebbe fatto altro che dirottare le esportazioni russe verso altre rotte, come il TurkStream, che attraversa il Mar Nero e la Turchia.
A porre fine al transito, quasi tre anni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, non è stata dunque la guerra in sé, ma una combinazione delle sue conseguenze e di altri fattori. Tra questi figuravano la scadenza dell’ultimo contratto quinquennale di transito, le controversie sugli obblighi «ship-or-pay» di Gazprom, l’insistenza di Kyjiv affinché il gas fosse effettivamente di origine non russa e non semplicemente rietichettato, nonché la politica di graduale eliminazione delle importazioni energetiche russe adottata dall’Ue in risposta alla crescente aggressività di Mosca. Se l’Ucraina ha consentito il transito del gas russo durante una guerra su vasta scala, è probabile che lo faccia anche in caso di cessate il fuoco.
In linea di principio, l’accordo proposto da Kushner e Witkoff dovrebbe essere ancora più redditizio per Mosca che per Kyjiv. Una rapida ripresa delle esportazioni di gas verso Occidente, su larga scala e a costi relativamente contenuti, farebbe affluire nuove risorse nelle casse dello Stato russo, già sottoposte a forti pressioni. Nel 2025, le entrate russe derivanti dal petrolio e dal gas sono diminuite del 23,8 per cento, attestandosi a 8,48 trilioni di rubli. La loro incidenza sulle entrate federali è scesa sotto il 23 per cento, il livello più basso dal 2020, mentre il deficit di bilancio ha raggiunto i 5,6 trilioni di rubli. Il calo è proseguito nel 2026: nei primi nove mesi dell’anno, le entrate derivanti da petrolio e gas si sono ridotte di un ulteriore 17,2 per cento su base annua. La sola interruzione del transito attraverso l’Ucraina è costata a Gazprom circa il 16 per cento dei volumi di esportazione previsti per il 2025, per un valore fino a 4,5 miliardi di dollari all’anno.
Ciononostante, l’idea americana appare destinata a fallire, perché si basa su una lettura errata della strategia, dell’ideologia e della logica interna del regime di Vladimir Putin. Il comportamento della Russia in Ucraina è guidato da miti storici, risentimento politico, ultranazionalismo panrusso e fantasie di grande potenza ed espansione territoriale. L’interesse economico rappresenta soltanto una parte del quadro. È quindi probabile che Putin respinga la proposta come base per la pace. Ai suoi occhi, un accordo sul gas sarebbe tutt’al più la ciliegina sulla torta di una capitolazione parziale – o, meglio ancora, totale – dell’Ucraina.
Gli avvenimenti recenti lo dimostrano. Le esportazioni di gas russo verso l’Ue attraverso il Nord Stream non si sono interrotte nel 2022 a causa di un attacco ucraino ai gasdotti sottomarini, come spesso si sostiene. Era stata la stessa Mosca a sospendere le forniture settimane prima, alla fine di agosto del 2022, sacrificando il suo principale cliente per ottenere un vantaggio politico. Quando, il 26 settembre 2022, i gasdotti ormai inattivi furono fatti saltare in aria – un’operazione che i pubblici ministeri tedeschi attribuiscono a una squadra ucraina, il cui presunto capo è comparso a processo ad Amburgo il 14 ottobre 2026 –, una delle quattro condutture rimase intatta.
Putin si offrì di far transitare il gas attraverso quella conduttura, ma Berlino rifiutò. Quello che il Cremlino proponeva era un accordo che avrebbe aiutato la Russia a finanziare la propria guerra, non un cambiamento di rotta. Mosca ha preferito rinunciare a gran parte del suo mercato di esportazione più redditizio piuttosto che ridimensionare i propri obiettivi in Ucraina. Il Cremlino accoglierebbe certamente con favore maggiori entrate derivanti dal commercio energetico con l’Europa. Nel complesso, però, per la leadership revanscista russa si tratta di una questione secondaria.
Nel frattempo, è emerso un ostacolo molto concreto al ripristino sia del tratto rimasto intatto del Nord Stream 2 sia di qualsiasi altra rotta per il trasporto del gas russo verso l’Ue. Il 26 gennaio 2026, il Consiglio dell’Ue ha adottato formalmente un regolamento che prevede la graduale eliminazione di tutte le importazioni di gas russo. Il divieto totale per il gas naturale liquefatto (Gnl) russo entrerà in vigore all’inizio del 2027, mentre quello relativo al gas trasportato via gasdotto scatterà nell’autunno dello stesso anno. Ripristinare il transito richiederebbe quindi una revisione sostanziale della normativa europea vigente.
L’idea di portare la pace nell’Europa orientale attraverso una rinnovata cooperazione energetica è ingenua e si fonda su presupposti sbagliati. Di certo, l’Ucraina non rappresenta un ostacolo. Kyjiv accetterebbe molto probabilmente la ripresa del transito del gas russo attraverso il proprio territorio nell’ambito di un vero cessate il fuoco, proprio come ne ha consentito il passaggio durante la prima fase della guerra russo-ucraina, dal 2014 al 2021, e nei primi tre anni dell’invasione su vasta scala, dal 2022 alla fine del 2024.
Eppure, per riprendere un’espressione cara al Cremlino, la «causa principale» dell’insicurezza dell’Europa orientale non è di natura economica. È l’imperialismo radicale della Russia, il suo fervore espansionistico e la sua virulenta ucrainofobia. Di fronte a simili impulsi, anche le iniziative commerciali più redditizie si rivelano inutili. La storia zarista e quella sovietica insegnano che a frenare l’avventurismo estero di Mosca e a riportare l’attenzione della Russia sui problemi interni sono le sconfitte sul campo di battaglia, non le vittorie diplomatiche, e le difficoltà economiche, non i successi commerciali.
I risultati più duraturi si ottengono quando il fallimento militare e la crisi economica coincidono. Alla fine degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica si ritirò dall’Afghanistan, perse la guerra fredda e sprofondò in una grave crisi socioeconomica. L’impero sovietico si disgregò e lo Stato russo che ne emerse divenne, per un certo periodo, una democrazia ancora embrionale, con ambizioni di politica estera relativamente contenute. Qualcosa di simile dovrebbe accadere oggi per porre fine all’attuale avventura militare della Russia all’estero.
Nella migliore delle ipotesi, il difetto dell’approccio di Kushner e Witkoff riguarda la sequenza delle iniziative. Se proposta prima di una tregua, la ripresa del commercio del gas equivarrebbe a un allentamento delle sanzioni che premia l’aggressione, senza riuscire a ottenere ciò che Mosca non è disposta a concedere. La Germania ha già sperimentato questa strategia con la sua fallimentare politica del Wandel durch Handel, ovvero «cambiamento attraverso il commercio», e soprattutto con i suoi due progetti Nord Stream, che hanno contribuito a incoraggiare il Cremlino prima delle escalation del 2014 e del 2022.
Se la cooperazione energetica deve svolgere un ruolo nella soluzione del conflitto, dovrebbe arrivare dopo, non prima, di un cessate il fuoco verificato e duraturo, sostenuto da garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina. Il gas russo che transita attraverso l’Ucraina e sotto il Mar Baltico potrebbe contribuire a consolidare la pace. Ma non può crearla.
Questo articolo si basa su un commento dell’EPIK.
Andreas Umland è ricercatore presso l’European Policy Institute in Kyjiv (EPIK) e analista presso lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (SCEEUS), parte dello Swedish Institute of International Affairs (UI).
«Qu’ils mangent de la brioche!». Storicamente, non la pronunciò mai la celebre risposta, Maria Antonietta, a chi la informava che il popolo non aveva il pane. Forse era stata detta qualche anno prima da un’altra nobildonna, citata da Rousseau, ma passò comunque alla storia come l’emblema definitivo della separatezza del sovrano dal popolo.
Che è un problema sempre immanente quando la distanza che separa chi governa da chi è governato, il Palazzo dalla strada, la contabilità del potere dalla contabilità della vita assume proporzioni preoccupanti. Una distanza che non appartiene soltanto all’ancien régime e che, in questi giorni, sembra essersi riaperta sotto i nostri occhi.
L’impressione è che le proteste degli autotrasportatori nascondano dietro la loro impellente materialità qualcosa di più generale, come se fossero la classica punta dell’iceberg di un Paese che si scopre improvvisamente povero, o almeno più povero di prima. La gente ammonticchia, se ce l’ha, quattro risparmi sui conti correnti, nessuno investe più, nessuno compra e molti vendono. E chi non ha un euro da parte si arrabatta come può, in un’Italia tornata in bianco e nero e che si alza presto la mattina, accende il furgone e non ha i soldi per fare il pieno. In questa situazione, basta un’improvvisa Hormuz (thank you, mister Trump) e i conti non tornano più. I nostri governanti tutto questo non lo avevano visto arrivare. Tuttora non lo capiscono.
Dov’è il governo dinanzi alla rivolta degli autotrasportatori, che non sono “il popolo” ma pure sono decisivi per la “Nazzione” con due zeta come pronuncia la presidente del Consiglio? Ieri hanno stanziato dieci milioni per i pescatori: più che la brioche sono briciole: d’altronde l’etimo è lo stesso. E qualche altra decina di milioni per tutti quelli che stanno bloccando il Mezzogiorno e non solo.
A occhio paiono insufficienti per risolvere il problema. Anche se il Tg Uno del principale seguace di Giorgia Meloni in Rai, Gianmarco Chiocci, apre con titoli fuorvianti per cui i blocchi sono stati tolti grazie al governo, la realtà è quella degli scaffali vuoti e dei benzinai a secco. Diversi giorni fa le organizzazioni dei manifestanti sono state convocate per il 27: con comodo, che fretta c’è?
Descrivono la premier più nervosa del solito, alza la voce, pretende soluzioni, intima ai ministri di non parlare «di quello che ci diciamo qui dentro», nel bunker di Palazzo Chigi dove si susseguono vertici su vertici con ministri e cardinali – Alfredo Mantovano, Giovanbattista Fazzolari – celebrando l’angosciante rito di trovare i soldi che non ci sono mai quando servono, e i tecnici di via Venti Settembre devono rompere i salvadanai che, come si ripete con frase trita, Giancarlo Giorgetti ha tenuto in ordine.
Bell’ordine, verrebbe da dire: quattro anni dopo – la mitica longevità, che buffonata – questi non hanno un euro in cassa, complimenti, sicché davanti a un’emergenza sanno trovare briciole, bruscolini, brioche. Il punto diventa ovviamente politico. Fino a lambire una vera e propria questione democratica. Perché quando pezzi di popolazione soffrono e addirittura si rivoltano e il governo della Repubblica non sa bene cosa fare, allora si esce dalla normale dialettica tra società e potere e si entra in quella della consunzione della politica, che, come sappiamo, è l’anticamera dello sfascio.
La crisi di un Paese comincia spesso così: quando i cittadini smettono di aspettarsi una risposta dalla politica e cercano di farsi ascoltare bloccando ciò che possono bloccare. Il camion diventa allora qualcosa di più di un mezzo di trasporto: una metafora di una democrazia incrinata.
Per una volta, l’abusato richiamo delle opposizioni a «venire in Parlamento» per riferire sulla situazione è fondatissimo perché il Paese è effettivamente allo sbando, dai violenti di Milano alla penuria di cibo al Sud. Altro che brioche. Qui non ci sarà la Grande Rivoluzione. Ma una politica che brancola nel buio, questo sì.
In tutta Europa, la carenza di alloggi sta peggiorando e i partiti di sinistra l’hanno individuata come una questione politica centrale. Recentemente, il partito di sinistra Die Linke ha persino vinto le elezioni a Berlino, la capitale tedesca, basando la propria campagna elettorale sulla richiesta di nazionalizzare le grandi società immobiliari. In Spagna, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato a favore di normative più severe. Ma tali misure sono davvero d’aiuto?
Dovremmo imparare dall’esperienza della Germania, dove nel 2015 è stata introdotta una forma di controllo degli affitti nota come Mietpreisbremse (freno agli affitti) e da allora è stata inasprita più volte. Eppure questa politica di controllo degli affitti sta producendo esattamente l’opposto di ciò che si intendeva ottenere. È questa la conclusione di una nuova tesi di dottorato completata presso l’Università di Ratisbona, l’ateneo leader in Europa per gli studi immobiliari.
In Germania, il divario tra gli affitti pagati dagli inquilini già presenti e quelli richiesti per gli appartamenti di nuova locazione si sta ampliando. Nella sua tesi del 2026, intitolata “Mercati immobiliari tra eterogeneità regionale e intervento politico”, Lars Jagemann analizza 107 città tedesche. Egli rileva che il divario tra gli affitti esistenti e quelli richiesti per i nuovi contratti di locazione è in media del 20–25 per cento, raggiungendo addirittura il 50 per cento nelle principali aree metropolitane. Ciò crea quello che gli economisti definiscono un «effetto lock-in». Come spiega Jagemann, gli inquilini esistenti mantengono i loro contratti di locazione economici e protetti dalla legge ed evitano di trasferirsi nel segmento più costoso del mercato, anche quando le loro attuali abitazioni non sono più adatte alle loro esigenze.
Di conseguenza, l’offerta di alloggi a disposizione di chi ha bisogno di trasferirsi, come le giovani famiglie o chi sta iniziando la propria carriera, si riduce, rendendo sempre più difficile per loro trovare un appartamento. Il mercato si divide sempre più in due gruppi: gli «insider», che beneficiano di contratti di locazione stabili ed economici protetti dalla normativa, e gli «outsider», che sono alla ricerca di un alloggio e devono affrontare affitti di mercato in forte aumento per i nuovi contratti.
La tesi conferma ciò su cui gli economisti hanno ripetutamente messo in guardia: mentre la politica abitativa tedesca mira a promuovere la stabilità sociale e a proteggere gli inquilini, le misure introdotte creano distorsioni di mercato indesiderate che possono, paradossalmente, danneggiare proprio quei gruppi che dovrebbero proteggere. La regolamentazione, conclude l’autore, sta diventando sempre più «disfunzionale».
In teoria, ci sono due possibili risposte: una regolamentazione ancora più stringente oppure la deregolamentazione e un maggiore affidamento alle forze di mercato. L’autore stesso non formula alcuna raccomandazione diretta. Sarebbe stato auspicabile che la tesi esaminasse in modo più approfondito i problemi associati a una regolamentazione ancora più rigida, in particolare la «spirale interventista» individuata dall’economista Ludwig von Mises.
Secondo Mises, normative più rigide possono alleviare temporaneamente determinati problemi, ma ne creano di nuovi. I governi introducono quindi ulteriori regolamenti per affrontare questi problemi, che a loro volta producono ulteriori conseguenze indesiderate.
In effetti, la tesi fornisce una conferma empirica di questo meccanismo. Da quando la Germania ha introdotto il «freno agli affitti» nel 2015, la politica è già stata inasprita più volte. Anche il cosiddetto «Kappungsgrenze», che limita gli aumenti degli affitti per gli inquilini esistenti, è stato reso più restrittivo.
La conclusione centrale della tesi è che, proprio perché l’alloggio è un bisogno sociale fondamentale, gli interventi di politica abitativa devono rispettare i meccanismi intrinseci del mercato. Le normative che vanno contro gli incentivi economici fondamentali provocano strategie di elusione che possono comportare ulteriori oneri per i gruppi vulnerabili. Una politica abitativa sostenibile deve quindi fare un uso intelligente dei meccanismi di mercato anziché combatterli: creando incentivi invece di imporre divieti, ampliando l’offerta invece di fissare un tetto massimo ai prezzi e stabilendo regole trasparenti e a lungo termine invece di interventi in costante mutamento.
L’autore pone inoltre particolare enfasi sugli effetti dannosi dell’incertezza politica. Tale incertezza non è generata solo dalle politiche governative effettive. Anche la semplice discussione su possibili nuove normative può generare incertezza, spingendo gli investitori ad adottare un atteggiamento attendista.
L’incertezza è sempre negativa per gli investitori, ma è particolarmente dannosa nel settore immobiliare, poiché gli investimenti richiedono lunghi periodi di pianificazione e sono in gran parte irreversibili. A differenza delle azioni, gli investitori non possono semplicemente uscire da un progetto edilizio in qualsiasi momento senza subire perdite finanziarie sostanziali. Anche in questo caso si instaura un circolo vizioso: l’incertezza riduce l’offerta abitativa, il che fa aumentare i prezzi degli immobili e gli affitti. Questi aumenti vengono poi utilizzati per giustificare nuove richieste politiche di intervento, creando ancora più incertezza.
Insieme alla sanità e alla finanza, il mercato immobiliare è tra i più fortemente regolamentati in molti paesi. Non è un caso che questi siano proprio i settori che subiscono crisi ricorrenti. Una maggiore regolamentazione aumenta i costi e riduce l’efficienza.
In tutta Europa, i partiti di centro-destra stanno commettendo l’errore di lasciare la politica abitativa alla sinistra, invece di porre essi stessi al centro dell’attenzione problemi quali gli affitti elevati e la carenza di alloggi. Dovrebbero dimostrare che solo una deregolamentazione radicale può ampliare in modo sostanziale l’offerta di alloggi.
Dicono che il segreto per fare un buon pane carasau sono l’esperienza e il saper lavorare in squadra. Guardando Giovanna e suo figlio seduti accanto al forno a legna, con le guance arrossate per il caldo, non si fatica a capirne il motivo. Con gesti coordinati, resi rapidi e precisi dall’abitudine, formano in pochi minuti una consistente pila di pane lentu, che solo dopo la seconda passata in forno verrà carasato, che in sardo significa tostato.
Siamo a Galtellì, nella Sardegna centro-orientale, in provincia di Nuoro. Un paese di poco più di duemila abitanti nella verde valle del fiume Cedrino e alle pendici del Monte Tuttavista, che lo separa dal Golfo di Orosei e dal mare. Qui e altrove, fino a una quindicina di anni fa, fare il pane carasau in casa era ancora una pratica abbastanza diffusa. «Ultimamente è diventato meno comune», dice Giovanna, che in una tarda mattinata di inizio ottobre ci ha aperto le porte della sua cucina. Quando arriviamo, sta dividendo l’impasto già lievitato in piccole porzioni, come hanno fatto innumerevoli volte sua mamma e sua nonna prima di lei. Se gli uomini di famiglia erano tipicamente addetti all’impastamento, infatti, le donne erano responsabili del resto del processo, a partire dalla stesura con il mattarello e, oggi, anche con la macchina sfogliatrice.
Galtellì, ph. Alex Valenti
Acqua tiepida, sale, lievito e semolato, una farina di grano duro di produzione sarda: per il più celebre prodotto gastronomico dell’isola non serve altro. Se non, forse, una buona dose di pazienza. Occorrono infatti circa tre ore dall’impasto alla cottura, che tradizionalmente dovrebbe avvenire in un forno alimentato con la legna di lentisco, sempreverde tipico del Mediterraneo dalle cui bacche si ricava un olio che, oggi riscoperto dalla gastronomia di nicchia, era un tempo appannaggio esclusivo di chi non poteva permettersi il più costoso olio d’oliva.
Nelle produzioni industriali i dischi di pasta stesa passano in forni studiati su misura per ottenere la cottura desiderata in pochi secondi, producendo quintali di pane al giorno. Invece in casa, perché in questa zona della Sardegna non c’è la tradizione del forno comunitario, il processo richiede una certa manualità. Bisogna far gonfiare delicatamente l’impasto vicino alla fiamma, toglierlo al momento giusto, separare le due facce con il coltello, ripassare ogni disco in forno per la carasatura e pressarlo. E poi ripetere di nuovo. Ancora, ancora e ancora. «Ogni tanto, quando mi siedo a tavola, guardo il pane che abbiamo fatto e penso: quante volte l’ho già preso in mano», dice Giovanna.
Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta
Telai, affreschi e altorilievi Borgo di forti tradizioni, anche religiose, Galtellì fa da sfondo a “Canne al vento”, l’opera più celebre di Grazia Deledda, che nel 1926 fu la seconda donna in assoluto e la prima (e per ora unica) italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura.
Così, camminando nel centro storico del borgo, si incontrano alcuni dei luoghi resi immortali dal romanzo, toccati dai percorsi di visita del Parco Letterario Grazia Deledda. Ad esempio, la casa in cui ha soggiornato la scrittrice, che nella finzione diventa la residenza delle protagoniste, le dame Pintor: al momento l’edificio è visibile dall’esterno, ma quest’anno l’amministrazione comunale è finalmente riuscita ad acquistare l’immobile con l’intenzione di renderlo un centro culturale. Oppure la piccola chiesa di San Pietro, custode di un affascinante ciclo di affreschi medievali e vegliata da una tozza torre campanaria eretta alla fine del Cinquecento.
Per ritrovare le atmosfere del passato fuori dalla pagina scritta si può visitare altrimenti Sa Domo ‘e Marras, un’antica casa padronale risalente al diciottesimo secolo attentamente restaurata e resa un museo etnografico, con stanze arredate, suppellettili d’epoca, telai di ginepro, macine in pietra e altri attrezzi da lavoro.
Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta
Incontrare le eredità di questi antichi mestieri al di fuori del museo non è difficile. Davanti all’Infopoint, nel cuore del borgo, si trova ad esempio il Laboratorio Tessile “Gaia Due”, storica bottega di tessitura tradizionale che organizza anche esperienze e lezioni per i visitatori. Le due “padrone di casa”, Rita e Rita, siedono al telaio orizzontale fin dal 1979 e tirando fili di lino grezzo e di lana di pecora sarda realizzano tappeti, asciugamani, tende e altri complementi d’arredo.
Fatevi aprire le porte anche da Zizzu Pirisi Spanu, apprezzato artista locale. Molte delle sue opere sono esposte tra il laboratorio e la galleria vicino alla sua casa, ma almeno una è visibile anche semplicemente passando dalla strada. Tra il 2022 e il 2023 Zizzu ha infatti realizzato un grande altorilievo sul muro esterno: una reinterpretazione di Guernica sia per celebrare l’anniversario della morte di Picasso, sia per mandare un messaggio di pace mentre l’Ucraina veniva trascinata in guerra.
Rita al telaio, ph. Chiara Beretta
Tra fede e feste (anche a tavola) Abitata fin dall’epoca prenuragica, come dimostrano le domus de janas (ovvero le tombe preistoriche scavate nella roccia) qui eccezionalmente rinvenute anche a pochi passi dal centro storico, Galtellì è stata nel corso dei secoli un centro di potere difeso dal castello di Pontes e una sede vescovile. La sua è in effetti una storia segnata dalla spiritualità e dalla fede: lo dimostrano le varie chiese del paese, tra cui l’importante chiesa del Santissimo Crocifisso. La statua di Gesù in croce che capeggia all’interno ha barba e capelli veri, donati dai galtellinesi, ed è oggetto di venerazione anche per via di un miracoloso sanguinamento che le venne attribuito nel 1612. Secondo la leggenda, la statua sarebbe arrivata direttamente dal mare, restituita dalle onde sulla spiaggia di Orosei. Fu trasportata in paese su un carro trainato da buoi, che si fermarono testardamente proprio nel luogo in cui sorge la chiesa, che fu ingrandita per ospitare la maestosa statua.
Da sempre il calendario liturgico, con quello agricolo, ha determinato i ritmi di vita del borgo: la festa del raccolto, il giorno di Sant’Andrea per celebrare il vino nuovo, la Pasqua e naturalmente il Patrono Santissimo Crocifisso, con la processione che attraversa il centro storico. Se l’alimentazione quotidiana era semplice, con pane carasau e formaggio trasportati nelle bisacce dai pastori, queste giornate diventavano, e diventano ancora oggi, una festa anche di sapori. Si cucinano il maialino, l’agnello e la pecora, si portano in tavola i dolci e i formaggi impregnati di s’abbathu, decotto di miele tipico della cultura rurale sarda. Imperdibili le paste tipiche di Galte, come Deledda chiamava il paese: i maccarones de punzu, a metà tra un’orecchietta e un malloreddu, e i maccarones de busa, una sorta di bucatino ricavato avvolgendo pezzi di pasta intorno a ferri sottili.
Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti
Dal Tuttavista al Golfo di Orosei Le strade acciottolate del borgo invitano alla lentezza, ma basta alzare lo sguardo per trovare la voglia di salire in sella a una bici o di mettersi in cammino su un sentiero. Il paese è dominato dalla sagoma del Monte Tuttavista che, arrivati in cima, non tradisce la promessa del suo nome e regala un panorama che abbraccia l’entroterra sardo dal mare alle vette del Supramonte, e oltre. Lungo l’escursione si incontra Sa Preda Istampata, una parete calcarea con un’ampia apertura creata dall’erosione.
Sulla vetta, invece, svetta la monumentale opera in bronzo di Pedro Angel Terrón Manrique: un Cristo Crocifisso alto dodici metri ispirato a quello custodito nella chiesa del borgo. Il percorso escursionistico che sale al Tuttavista e poi scende al Golfo di Orosei è tra l’altro la prima tappa del Cammino dei Beati, itinerario naturalistico e spirituale lungo circa novanta chilometri che, in cinque tappe, prosegue verso Dorgali, Oliena e Orgosolo. Il Cammino è in fase di strutturazione (al momento si percorre con le tracce Gpx: manca ancora la segnaletica), ma promette raccoglimento e paesaggi mozzafiato a coloro che sono in grado di affrontare i tratti selvaggi del Supramonte.
Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti
Nei dintorni di Galtellì si estendono invece le verdi pianure del fiume Cedrino, attraversate da quieti percorsi da godersi in bici o e-bike (noleggiabili presso Active Holiday Sardinia). Le rive sono coperte di canne mediterranee, le stesse che si ritrovano nel titolo del romanzo di Deledda e nel suo significato più profondo: «Siamo canne, e la sorte è il vento», dice Efix a donna Ester. Tra la vegetazione spiccano anche numerosi eucalipti: una pianta non autoctona, portata qui negli anni Settanta per rifornire una cartiera, oggi chiusa, che all’epoca si pensava potesse contribuire al rilancio economico dell’isola. È l’ennesimo esempio di come, a Galtellì, la storia non sta chiusa nelle teche: la raccontano i sentieri, le chiese e le cucine. Per leggerla serve la pazienza di farsi guidare e di fermarsi a parlare con chi vive questo territorio, perché sono loro a tradurla per chi è solo di passaggio.
È un viaggio dal passo più lento, ma ripaga. Si riparte con il profumo del pane carasau appena uscito dal forno ancora addosso, negli occhi le pianure del Cedrino e le montagne ammirate dalla cima del Tuttavista, nelle orecchie le voci dei Cantores de Garteddi, che di generazione in generazione si tramandano le melodie dei canti sacri popolari. Un bagaglio leggero, ma difficile da disfare.
Il nome arriva al 94 per cento degli italiani, il metodo produttivo al 42 per cento, e tra questi due numeri si apre la questione più interessante della ricerca Ipsos Doxa presentata dal Consorzio Franciacorta in occasione della Milano Wine Week: quanto sappiamo davvero di un vino che riconosciamo quasi tutti? Il 75 per cento dichiara di averlo assaggiato almeno una volta, il 50 per cento di consumarlo con maggiore o minore frequenza. La familiarità con il nome, dunque, non coincide con quella con il bicchiere, e il riconoscimento del prestigio può precedere la comprensione delle caratteristiche che lo giustificano.
L’indagine restituisce un’immagine nitida del posizionamento: l’86 per cento associa Franciacorta alle occasioni importanti, l’84 per cento a una qualità elevata, l’80 per cento lo definisce prestigioso. L’85 per cento gli riconosce la capacità di esprimere e valorizzare il territorio e l’italianità, dimostrando nei fatti un patrimonio di reputazione consistente. Ma il legame con i momenti speciali pone anche una domanda: quale spazio resta nelle altre occasioni di consumo? Il passaggio dalla reputazione alla conoscenza richiede spiegazioni comprensibili. Che cosa significa rifermentazione in bottiglia? Quale lavoro precede la vendita? In che modo le scelte in vigneto e in cantina diventano caratteristiche riconoscibili all’assaggio? Anche l’analisi delle conversazioni online rileva interesse per il metodo, le cantine e le differenze rispetto ad altre tipologie di vino: al di là della superficie, dunque, c’è l’esigenza di approfondimento
«La notorietà è ampia, ma resta spazio per far conoscere il metodo produttivo, il lavoro delle cantine e il legame con il territorio», osserva il presidente del Consorzio Emanuele Rabotti. Il punto è dare un significato ai dettagli tecnici, senza presumere che chi acquista possieda il vocabolario di chi produce.
C’è poi il prezzo, che è un fattore rilevante per una parte dei consumatori. E anche in questo caso, raccontare il lavoro necessario ad arrivare a una bottiglia può renderne comprensibile il costo; anche se la disponibilità economica segue una logica distinta, perché occorre distinguere la capacità di spesa dalla comprensione del valore: un consumatore può riconoscere la qualità e scegliere comunque di destinare altrove le proprie risorse.
Il territorio offre un’altra possibilità di incontro. Il 32 per cento dichiara di avere visitato la Franciacorta; tra questi, il 51 per cento riferisce una maggiore propensione all’acquisto dopo la visita. Tra chi non c’è ancora stato, il 62 per cento ritiene che andarci potrebbe influenzare positivamente le proprie scelte. Dati che indicano quanto l’esperienza dei luoghi e l’enoturismo possano contare nel rapporto con il vino.
Sul fronte dei giovani adulti, infine, la sintesi segnala margini di crescita tra i maggiorenni della Gen Z e i Millennials più giovani.
Il tema che emerge resta solido come domanda di lavoro: come trasformare un nome riconosciuto in una scelta compresa? Per Franciacorta significa spiegare ciò che succede prima del brindisi. E verificare quanto quel racconto incontri curiosità, occasioni di consumo e possibilità di spesa delle persone.
Manca un mese al nuovo appuntamento live che Gastronomika organizza al Teatro Franco Parenti di Milano, in questa occasione nell’ambito di Linkiesta Festival. Il tema di questo secondo appuntamento live del 2026 è “L’era dell’intelligenza”, che comincia da un pizzico di sale: dall’abilità umana del sapere quanto ne serve, dove metterlo e quando fermarsi. Nell’artigianato del cibo, l’intelligenza è tecnica, emotiva e pratica: passa dalla testa, dai sensi e arriva le mani.
Sabato 21 novembre per l’intera giornata si alterneranno talk, incontri, masterclass. La giornata sarà aperta dalla nostra ormai mitica “Prima, colazione” che in questa occasione sarà anche accompagnata dalla rassegna stampa con i giornalisti di Linkiesta e da una speciale puntata live di “Non ho capito”, la newsletter che ci spiega i gradi temi di attualità curata dal giornalista Andrea Fioravanti. In degustazione per il pubblico le delizie degli artigiani selezionati dalla redazione che offriranno ai partecipanti una colazione dolce e salata.
Inoltre, la mattina di sabato la redazione animerà uno speciale Sweet Date dedicato ai pasticceri e ai professionisti dell’ambito dolce.
Se sei un pasticcere e vuoi unirti a noi per il confronto aperto con i colleghi, chiuso al pubblico e solo su invito, puoi candidarti e partecipare. Scrivici subito a gkfestival@linkiesta.it
Uno spoiler sugli argomenti e i protagonisti:
Un’altra agricoltura è possibile
Maurizio Martina, vicepresidente FAO; Stefano Lorenzi, esperto di agroforestazione
Tenera è la carne
Marella Levoni, direttrice comunicazione di Levoni
Fulvio Marino presenta il nuovo libro “Nel forno di casa. Le mie ricette per tutti”. 186 ricette di focacce, pizze, pani e dolci per mettere le mani in pasta
Durante la giornata, tante masterclass
Con Franciacorta scopriremo il fascino del vino e del suo terroir, con Petra Molino Quaglia e il pasticcere Fabio Longhin impareremo tutto sui biscotti e con la scuola ALMA coglieremo tutte le sfumature del Parmigiano Reggiano. Inoltre, avremo l’occasione di conoscere il nuovo progetto di Marco Magnocavallo, Selvatiq, e scopriremo come si crea un brand start up di gin nell’era del consumo consapevole.
L’evento è possibile grazie ai contributi di Petra Molino Quaglia, Barilla, Levoni, Franciacorta, Rational, Galbusera, Tre Marie. Partner tecnico: Grand Hotel et de Milan.
Sabato 21 Novembre, dalle 9 alle 18 Teatro Franco Parenti e Bagni Misteriosi Milano
C’è stato un momento martedì sera, mentre in un teatro di Londra Cesare Cremonini presentava il suo nuovo disco, e sotto il palco c’erano i fan e sopra, nella balconata, c’erano gli invitati, c’è stato un momento in cui ho pensato a John Lennon.
Cesare è sceso tra la folla, e nel secolo scorso il peggio che gli sarebbe potuto succedere era che gli sparassero, e invece oggi il peggio era quel che stavo vedendo: gente attorno al cantante ben attenta a tenere il telefono alto per inquadrare sé stessa e dire al mondo guardami, sono vicino a un famoso, sono anch’io one of the beautiful people. Poi ho guardato al centro della balconata, e c’erano giornalisti che, sporgendosi come Michael Jackson quando faceva dondolare neonati, riprendevano il tutto con la prontezza che una volta si aveva per le notizie e oggi si ha per creare contenuti che possano andare, che il dio delle parole mi perdoni, virali.
Un’ora dopo, fuori dal teatro, il vicolo in cui si trovava l’ingresso degli artisti – dal quale tre ore prima uscivano ed entravano piatti perché i giornalisti, che si accingono alla fatica di filmare quelli che si stanno filmando, vanno innanzitutto sfamati – era pieno di spettatori del concerto convinti che, come succede con gli attori di teatro, poi la popstar sarebbe uscita e loro si sarebbero potuti far firmare e filmare e ottenere testimonianze della loro contiguità con la beautiful people.
Ignari che il cantante era fuggito a concerto appena finito, prima che la platea potesse raggiungere la stage door, e in quel momento era già tre chilometri più in là a mangiare capesante e salutare gli amici e fare quelle cose che fa la beautiful people quando non si fotografa per creare contenuti per il pubblico. Ieri i giornali riportavano che Federico Lucia sarebbe stato denunciato da postulanti che a Milano volevano una foto e che lui invece di assecondare avrebbe fatto picchiare dalle guardie del corpo, e io pensavo: è quel che succede quando non hai capesante verso cui scappare e ti tocca subire l’assedio del pubblico (credo che il pubblico fosse il tormento sottinteso cui Bono diceva di non poter vivere né con te né senza di te).
Guardavo la folla in quel vicolo e non riuscivo a decidere: fanno una vita più d’inferno questi che vogliono la foto col famoso, o fa una vita più d’inferno il famoso con cui tutti vogliono la foto?
Mi sono fatta la stessa domanda ventisei ore dopo, nel foyer d’un teatro di Bologna nel quale avrei poco dopo visto lo spettacolo di Fabio De Luigi. Ero come sempre senza occhiali, e l’amica che mi accompagnava faceva l’audioguida, è entrata Virginia Raffaele, è entrato Samuele Bersani. Sono più infelici loro che non possono mai mettersi le dita nel naso perché c’è sempre qualcuno che li riconosce e li guarda, o noi che c’illudiamo di conoscere la beautiful people che abbiamo visto sui giornali e alla tele?
Questa ennesima stagione di riflessione sui meccanismi della fama l’aveva aperta un mese fa proprio Cesare Cremonini, facendo uscire una canzone, “Paparazzi”, che a un certo punto è “L’avvelenata” di cinquant’anni dopo. Dove Guccini aveva «un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete», Cremonini ha «volevo fare la popstar ma sono Diletta Leotta» (non sarò io a dire «declino delle élite»).
In “Abitavo a Penny Lane” (l’ha pubblicato Feltrinelli qualche mese fa), Riccardo Bertoncelli racconta della famigerata recensione in cui se la prendeva con quella che forse è la più bella frase del canzoniere gucciniano, «stare a letto il giorno dopo è l’unica mia mèta», di come Guccini scrisse “L’avvelenata” e poi gli spiegò che non aveva capito niente dei suoi dischi, di come la canzone fu inclusa in “Via Paolo Fabbri 43” consegnando Bertoncelli a fama perpetua (chissà se Diletta Leotta avrà la stessa sorte).
Nella sua autoanalisi, dice che a rileggersi in effetti era come quel tizio che andava a frugare nella spazzatura di Bob Dylan per dimostrare che si era venduto, dice di sé «ero un piccolo ayatollah». Cinquant’anni dopo, non abbiamo bisogno di frugare nella spazzatura, perché le “Stanze di vita quotidiana” non sono più un disco ma uno scroll: i famosi ce li abbiamo nel telefono – in compenso abbiamo conservato la disposizione d’animo degli ayatollah di fronte a tutto, e per ogni esponente della beautiful people che s’inquadra in cucina c’è uno di noi pronto a chiederne la testa perché ha visto in un angolo una bottiglia di plastica finire nella carta: non è rigoroso nella differenziata, a morte. È avvenuta quella mutazione che Bertoncelli racconta gli avesse pittato Guccini nel 1976: la trasformazione del personaggio pubblico in prigioniero pubblico.
C’è una domanda che ho smesso di fare ai famosi; è inutile chieder loro se la fama sia l’inferno (certo che lo è), perché ti risponderanno sempre e comunque: eh però ti trovano sempre il tavolo al ristorante. La risposta articolata si è incomodato a scriverla Fabio De Luigi, sta nel suo spettacolo, in un pezzetto che parte dalla morte, se non ci fosse la quale saremmo coevi di tutti i grandi mai passati sul pianeta.
Quegli esilaranti minuti lì passano per il tentativo di Fabio di farsi dare un tavolo telefonando al ristorante, dicendo che è De Luigi, il comico, l’attore, quello famoso, sciorinandogli tutto il suo repertorio di personaggi che il ristoratore conosce ma non importa, perché quella sera al ristorante c’è Sordi, c’è Troisi, c’è Gaber, c’è Tognazzi, mica uno li può far alzare per De Luigi; e approdano alla frase che non capisco perché non ho trovato stampata su magliette da comprare nel foyer del teatro (i teatranti hanno molto da imparare dalle popstar, quanto a merchandising). La frase è: «Posso dire? Meno male che si muore. Pensa, con tutti quelli bravi vivi, che vita di merda per noi mediocri».
Per quanto Guccini vedesse il futuro, l’organizzazione sociale e culturale dei pubblici prigionieri di cinquant’anni fa prevedeva ancora l’esistenza delle opere, e infatti di Guccini ricordiamo il verso in rima, mica un autoscatto con Bertoncelli. L’oggi ha visto, nei giorni scorsi, una polemica perché una spettatrice d’uno spettacolo di Argentero ha scritto in un gruppo di fan la propria indignazione perché, come Cremonini, Argentero non si è affacciato alla stage door permettendo al pubblico pagante di portarsi a casa le prove d’aver toccato il famoso, prove con cui fare invidia alla cognata: io ho la foto e tu no.
«Siamo venuti solo per te, lo spettacolo era penoso noioso e orrendo», scrive la signora rivolgendosi ad Argentero, e io trovo molto affascinante un’economia basata sul fatto che io compro il tuo biglietto, il tuo disco, il tuo libro, ma quei soldi non te li do per l’opera, te li do per il sottinteso obbligo di farmi la dedica, il vocale per mio cugino, la foto abbracciati.
Samuele Bersani e Virginia Raffaele si alzano mentre Fabio De Luigi sta ancora facendo inchini alla platea, perché l’unico modo in cui la beautiful people può salutare i propri amici in camerino è fuggire come un ricercato prima che il tragitto tra la platea e il camerino diventi un calvario di foto e vocali e altre stazioni del martirio.
Però la punizione c’è comunque, perché attardarsi a salutare in camerino vuol dire affacciarsi all’uscita degli artisti quando già, fuori, sono accampati i cacciatori di luce riflessa, che hanno pagato il biglietto del teatro e per ciò ritengono d’avere diritto al tempo del famoso, all’attenzione del famoso, alla simulazione di consuetudine col famoso, sia esso il famoso titolare dello spettacolo o il famoso amico che è andato a salutarlo.
E già se hanno pagato il biglietto è qualcosa. Quest’estate sono stata a vedere uno spettacolo con Gary Oldman, a Londra, e ho fatto l’unica fila alla transenna della mia vita: in posti in cui questo rituale è organizzato, ti metti in fila a fine spettacolo, e a un certo punto il famoso sbuca in uno spazio tra l’ingresso degli artisti e una transenna e tu ti fai firmare qualcosa mentre occhiute guardie del corpo badano che tu non ti prenda indesiderate confidenze.
L’organizzazione del rituale prevedeva una figura professionale che passava lungo la fila e controllava che noi derelitti cacciatori di fama avessimo il biglietto: c’è, mi spiegavano, chi si mette in fila solo per la firma, mica prima ha visto lo spettacolo. Qualcuna protestava: io l’ho visto un mese fa ma ho il diritto di fare la fila alla transenna tutte le sere.
Di recente Gillian Anderson, che sta facendo a teatro “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, ha sgridato una abbastanza fanatica da essersi presentata venti volte, e il nostro tempo sbandato trasforma quell’osservazione in un meme, clicca qui, Gillian Anderson riprende la fan, invece di farci pensare a John Lennon: che distanza c’è tra venire venti volte a simulare consuetudine col famoso e andargli una sola volta sotto casa armato?
Chissà a quelli fuori dall’ingresso degli artisti per Cesare a che ora hanno detto «guardate che qui non lo vedrete», chissà se ci hanno creduto, chissà se sono andati a dormire o sono corsi in un gruppo di fan a indignarsi. Io ripenso a quella fila per Gary Oldman che non so neppure perché ho fatto – per avere qualcosa da scrivere o perché sono taleqquale alla fan di Argentero? – quella fila in cui credevo d’essere Bertoncelli ed ero Diletta Leotta, e mi chiedo se valga la pena per noi, che al massimo ci rivendiamo l’autografo su eBay, e per loro, che al massimo trovano il tavolo al ristorante.