Come ripulire lo spazio
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In Alaska si vota già, ma la certificazione dei risultati dipenderà dal vincitore. È la premessa della causa del Dipartimento della Giustizia, che chiede a un giudice federale di bloccare, a certe condizioni, la certificazione dell’elezione al Senato se il repubblicano Dan Sullivan dovesse perdere. Trump ha rivendicato l’iniziativa: «Sono stato io a dire di farlo». Non è un’ipotesi sulle sue intenzioni, è una sua dichiarazione.
Il pretesto è un omonimo sulla scheda, Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione di Petersburg, che secondo l’amministrazione potrebbe sottrarre voti al senatore e favorire la democratica Mary Peltola. La richiesta: se Sullivan perde e con i voti dell’omonimo avrebbe vinto, la certificazione va rinviata in attesa di un’«indagine» sulle intenzioni degli elettori. Come si accerti, a voto concluso, che cosa pensasse chi ha votato in segreto, la causa non lo spiega.
Il problema è già stato affrontato da chi ne ha la competenza: lo Stato e i suoi tribunali. Il procuratore generale Todd Blanche sostiene che il dipartimento non voglia impedire né il voto né la certificazione, ma solo conservare le schede per eventuali verifiche. Lisa Murkowski, senatrice per l’Alaska, che pure sostiene Sullivan, ha scritto che il dipartimento «non avrebbe mai dovuto presentare questa causa». Nessuna elezione è stata annullata, ma l’esecutivo cerca di ostacolare la proclamazione di un risultato che non gli piace. E fin qui…
Andiamo avanti. Il «Trump dividend» promette cinquemila dollari a ogni adulto americano, se i repubblicani manterranno Camera e Senato. Trump dice di non vedere l’ora di «firmare quegli assegni», ma il conto sarebbe dello Stato: circa 1.200 miliardi di dollari secondo Reuters, e serve il Congresso. È un ricatto collettivo: se volete il dividendo, votate per i miei. Noi la chiameremmo «tangente politica». Sul piano giuridico è la faccenda discutibile, perché il beneficio andrebbe anche a chi vota democratico o non vota. Sul piano politico, però, racconta una Repubblica in cui il presidente mette la mano nel portafoglio dei cittadini.
Più brutale il messaggio ai veterani, alle famiglie e ai civili avvelenati dall’acqua di Camp Lejeune, che dal 2022 hanno presentato oltre 550mila richieste di risarcimento. Trump promette di chiudere presto quelle «legittime» se i repubblicani conserveranno il Congresso: «Se non vinciamo, non ci sono soldi». Ma i risarcimenti sono previsti da una legge bipartisan del 2022 e pagati con fondi già stanziati. Un diritto presentato come premio per la vittoria di un partito.
In Kansas la logica è la stessa. Trump ha già concesso la deroga per la benzina E15 tutto l’anno, ma lega la promessa di renderla permanente alla rielezione del senatore Roger Marshall: «Se vince Adam Hamilton, non lo faccio. Lo faccio solo per lui». Una scelta energetica diventa premio per chi vota repubblicano e punizione per un intero Stato se vota democratico.
Resta il denaro privato. Secondo Judd Legum, il No Going Back Pac (comitato per la raccolta dei fondi elettorali) costola del super Pac Maga Inc., ha speso circa 2,4 milioni di dollari per uno spot contro la democratica Kathy Castor, accusata di aver acquistato in passato azioni di Blackstone. Quanto? Meno di quindicimila dollari. Teniamo presente che fra i maggiori finanziatori di Maga Inc. c’è Stephen Schwarzman, cofondatore e amministratore delegato di Blackstone, con dieci milioni. Trump stesso ha posseduto azioni della società per 1,35-2,93 milioni.
Gli episodi hanno solidità diversa ma vanno nella stessa direzione: risorse pubbliche presentate come favori, decisioni amministrative usate per premiare e punire, apparati dello Stato chiamati a proteggere il potere, fedeltà personale come misura del merito.
Una democrazia si fonda su due pilastri: chi governa può perdere il potere, e chi vota contro il governo mantiene gli stessi diritti di chi lo sostiene. L’Alaska mette alla prova il primo, Camp Lejeune e il Kansas il secondo. Lo stato di diritto inizia dove finisce la pretesa del potere di decidere per chi le leggi debbano valere. Negli Stati Uniti non è più così sicuro.
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Israele vota oggi in una delle elezioni più importanti della sua storia. È il primo voto nazionale dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e arriva dopo due anni di guerre, crisi interne e crescente isolamento internazionale. La sfida è tra il premier Benjamin Netanyahu e un blocco di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot. Ma il risultato potrebbe non consegnare una maggioranza a nessuno dei due schieramenti. Secondo i sondaggi citati dal Financial Times, le forze di Eisenkot sono attese intorno a cinquantaquattro seggi, quelle di Netanyahu a cinquanta, su un totale di centoventi. Per governare ne servono sessantuno.
La posta in gioco va oltre la permanenza al potere di Netanyahu, che ha guidato il Paese per complessivi diciannove anni. «Non si tratta di un singolo insediamento, di una politica economica o di una questione specifica», ha detto al Financial Times l’analista Shmuel Rosner. «È in gioco l’identità stessa di questo luogo». La coalizione di Netanyahu, la più a destra nella storia israeliana, comprende forze che propongono di espellere i palestinesi da Gaza, annettere la Cisgiordania occupata e rilanciare la controversa riforma della giustizia che nel 2023 aveva portato centinaia di migliaia di persone in piazza.
L’opposizione promette invece di cancellare le parti della riforma già approvate, istituire una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità per il fallimento della sicurezza il 7 ottobre e porre fine all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Netanyahu e i suoi alleati hanno finora resistito alla richiesta di un’inchiesta statale e rinviato più volte la legge sulla leva degli ultraortodossi, un tema sempre più divisivo in una società in cui molti riservisti sono chiamati a prestare servizio per lunghi periodi.
In un reportage del New York Times, Roger Cohen racconta questa frattura attraverso due figure agli antipodi. Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa e uno dei principali promotori della riforma giudiziaria. Vive in un insediamento in Cisgiordania e rivendica il controllo israeliano sulla terra: «No a uno Stato palestinese, mai». Dall’altra c’è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, che ha scelto di candidarsi nella lista del partito arabo Raam. Il suo obiettivo è costruire un’alleanza tra cittadini ebrei e arabi e difendere l’idea di Israele come Stato democratico e pluralista.
Il contrasto non riguarda soltanto il futuro dei territori occupati. Segalovitz teme che la visione della destra finisca per creare uno Stato che governa un altro popolo senza riconoscergli pari diritti. «Israele è molto più forte di qualsiasi leader», sostiene, in opposizione a un sistema politico sempre più identificato con Netanyahu. Cohen osserva che la campagna elettorale si concentra soprattutto sulla permanenza o sulla rimozione del premier, mentre la condotta della guerra a Gaza, che secondo le autorità sanitarie locali ha causato oltre 74mila morti palestinesi, è rimasta ai margini del dibattito.
Netanyahu ha puntato sulla sicurezza. Negli ultimi giorni di campagna ha rilanciato la minaccia iraniana e promesso di riprendere la guerra contro Teheran. I suoi avversari lo accusano invece di usare i pericoli esterni per evitare di rispondere del disastro del 7 ottobre. «La sicurezza di Israele non è una merce di scambio politico», ha scritto Eisenkot, ricordando che il governo era in carica quando Hamas ha att
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Il centrosinistra deve allargarsi, evitare una sfida a due alle primarie e soprattutto non perdere di vista l’obiettivo di battere Giorgia Meloni. Goffredo Bettini, tra i fondatori del Partito democratico, torna a difendere l’alleanza con il Movimento 5 Stelle in un’intervista a Repubblica. Ma quando si arriva all’Ucraina, il suo invito al pragmatismo si trasforma in una ricostruzione della guerra che lascia fuori un pezzo fondamentale della storia: l’aggressione russa e il prezzo pagato da chi l’ha subita.
Sulle primarie, Bettini invita a non trasformare la scelta del candidato in una resa dei conti tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. «Francamente penso sia importante evitare il confronto a due», dice, perché ridurrebbe lo spazio per un’area di «democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti». Anche Matteo Renzi, secondo lui, deve stare nella coalizione: «Perché abbiamo bisogno di tutti e nessuno può assumersi la responsabilità di dire no, di fronte a una prova così decisiva come la costruzione dell’alternativa alla destra». La priorità, insiste, è non «rafforzare la propria mattonella» a scapito del progetto comune.
Poi arriva l’Ucraina, il tema che secondo Bettini rischia di far saltare l’alleanza. «Abbiamo fatto benissimo ad aiutare Kyjiv dopo l’aggressione criminale di Putin», premette. Ma subito dopo accusa le «classi dirigenti di Bruxelles» di aver parlato di «vittoria finale sulla Russia, persino mettendo in conto un conflitto atomico». È un’accusa pesante, formulata senza citare dichiarazioni o responsabilità precise. E soprattutto rovescia il punto di partenza: sostenere militarmente un Paese invaso non equivale a perseguire una guerra senza fine, né significa necessariamente puntare alla sconfitta totale della Russia.
Bettini riassume così la sua posizione: «Io dico sosteniamo la difesa dell’Ucraina, però no alle armi per una guerra infinita». Ma è quando passa alle condizioni di pace che la sua ricostruzione diventa più problematica. «Il problema è che i cinque stelle dicono, come Vannacci e Salvini, stop alle armi», osserva. Poi aggiunge che, finché l’Europa mantiene l’attuale linea, «mandare armi significa alimentare una guerra che cresce su se stessa». L’obiettivo finale, per lui, dovrebbe essere «una Ucraina neutrale, che la Russia non senta come una minaccia esistenziale. Dunque fuori dalla Nato e dentro l’Ue».
Il problema è che la presunta neutralità richiesta a Kyjiv coincide con una delle principali rivendicazioni strategiche di Mosca. E mentre Bettini parla di guerra che si alimenta da sola, la guerra continua a produrre vittime civili. Secondo la missione Onu per i diritti umani in Ucraina, solo a settembre di quest’anno gli attacchi hanno ucciso almeno 328 civili e ne hanno feriti 2.105, con un bilancio complessivo dell’ottantacinque per cento più alto rispetto allo stesso mese del 2025. Le Nazioni Unite segnalano anche l’intensificarsi degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche.
È legittimo discutere di negoziati, garanzie di sicurezza e perfino di un futuro assetto europeo. Ma una pace duratura non può essere costruita trattando l’aggressione come un dettaglio e la sicurezza dell’aggredito come una concessione da strappare. La stessa Unione europea ha ribadito che il percorso verso la pace non può essere deciso senza l’Ucraina e che i confini non devono essere modificati con la forza.
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Il 25 ottobre, la Serbia ci ha fatto una bella sorpresa. La Lista Studenti ha ottenuto circa il 52-53 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento, con un’affluenza record vicina al settanta per cento. Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta: dopo quattordici anni di potere, un ciclo si è chiuso con il voto, non con la forza. Il Paese ritrova una prospettiva democratica concreta e, con essa, una possibilità concreta di riaprire il dialogo con l’Europa.
Bruxelles ha reagito subito e con calore. Ursula von der Leyen e António Costa si sono congratulati con la Lista e hanno offerto sostegno alle riforme su stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. La commissaria Marta Kos ha parlato di «nuovo capitolo» e di porta aperta. Non sono solo parole di circostanza: il negoziato di adesione era fermo dal 2021, con 22 capitoli aperti su 35 e due soli chiusi. Rimosso l’ostacolo politico rappresentato da Vučić, le condizioni di partenza cambiano.
Il nodo più controverso resta il rapporto con la Russia. Vučić, alleato storico di Putin, ha denunciato interferenze europee e un deep state americano anti-Trump, e ha previsto sanzioni contro Mosca entro la primavera 2027. Alcuni media russi e filo-russi hanno ripreso la narrazione, presentando la Lista come appaltatrice di interessi occidentali.
Dall’altro lato non sono mancate le critiche alla Lista, accusata di non prendere le distanze dal Cremlino. Sulla politica estera il programma è pragmatico. Secondo il Foreign Policy Forum e i testi ufficiali, la Lista mantiene la neutralità militare proclamata nel 2007; vuole «preservare il partenariato tradizionale» con Mosca, soprattutto per il coordinamento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’integrità territoriale serba, cioè il Kosovo; si oppone alle sanzioni, giudicandole controproducenti alla luce dell’esperienza serba degli anni Novanta. Allo stesso tempo riafferma l’integrità territoriale dell’Ucraina, sostiene una soluzione pacifica del conflitto e privilegia il partenariato economico con gli Stati membri UE, lasciando l’eventuale adesione a un referendum, senza chiudere porte. Il Times ha notato che in campagna ha evitato di alienarsi un’opinione pubblica storicamente simpatetica con Mosca, ma ha anche riportato le critiche di candidati come l’ex governatore della Banca centrale Dejan Šoškić all’ingerenza di Putin a favore di Vučić.
Tra i sostenitori europei degli studenti c’è Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo ed eurodeputato di Renew Europe. Il PDE è stato al fianco degli studenti per tutta la durata delle proteste e ha sostenuto la candidatura del movimento al Premio Sakharov. A settembre dello scorso anno Gozi era a Belgrado, e all’Europe House ha definito i giovani serbi «la nuova generazione di democratici che rappresentano la speranza europea della Serbia». Dopo il voto ha scritto che la vittoria è «il frutto di un’intera generazione di giovani» capace di convincere cittadini di ogni età che il cambiamento era possibile, e che, dopo la sconfitta di Orbán in Ungheria, «anche Belgrado invia un chiaro messaggio all’Europa».
I media più autorevoli (Guardian, Financial Times, Reuters, BBC) hanno letto il voto come un segnale di vitalità democratica nei Balcani, paragonabile alla caduta di Viktor Orbán, mentre le cautele sul filo-russismo sono rimaste secondarie. Ed è giusto così: a essere stato mandato a casa è il putiniano Vučić, simbolo di un potere personalizzato e di una corruzione endemica, sconfitto da una mobilitazione civica senza precedenti. Le ambiguità in politica estera sono reali e riflettono vincoli strutturali (energia, opinione pubblica, Kosovo), ma non cancellano il significato democratico del risultato.
Il programma su magistratura indipendente, lotta alla corruzione, liberazione dei media pubblici e de-partitizzazione delle istituzioni coincide con i temi su cui Bruxelles insiste da anni senza risultati strutturali. Se il nuovo governo produrrà risultati misurabili, lo sblocco dei negoziati diventerà possibile. Il vero banco di prova è ora la capacità di formare un esecutivo e di tradurre le promesse in fatti.
Per questo credo che Nona Mikhelidze, ricercatrice senior presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), abbia indicato il taglio giusto: «Prima ancora che una questione di schieramenti internazionali, è una questione di principi. Ridurre tutto alla domanda “sono antirussi?” significa ignorare la questione più importante – quale modello di società e di potere vogliono affermare? Perché il punto non è stabilire se un movimento sia filorusso o antirusso. Il punto è capire da che parte stia rispetto alla libertà, alla democrazia e alla responsabilità del potere. È solo partendo da questi principi che, semmai, si può capire se sia filorusso oppure no».
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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Microsoft offre incentivi all’uscita volontaria a un massimo di sessantamila dipendenti, circa il ventisette per cento della sua forza lavoro globale. Il gruppo sta pensando dunque di assottigliare il numero di dipendenti, ma intanto investe centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture necessarie a sostenerla. L’Associated Press scrive che il programma di tagli riguarda i dipendenti residenti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, fino al livello di vicepresidente.
Tra le divisioni coinvolte ci sono Xbox, Windows e Copilot, l’assistente di intelligenza artificiale integrato nei prodotti Microsoft. Restano esclusi, tra gli altri, i dipendenti che lavorano nelle vendite, nel marketing, nella cybersicurezza, nel quantum computing, nei data center e in alcuni gruppi di ingegneria. «Questa offerta dà ai dipendenti idonei che stanno valutando un futuro fuori dall’azienda una nuova possibilità di fare ora questo passaggio con il nostro sostegno», ha scritto Amy Coleman, responsabile delle risorse umane, in una comunicazione interna riportata dal Financial Times.
Il gruppo di Redmond, nello Stato di Washington, aveva circa 223mila dipendenti a fine giugno. La nuova iniziativa segue il programma di pensionamento volontario avviato a luglio per i lavoratori più anziani e con maggiore anzianità di servizio: oltre il trenta per cento degli 8.750 dipendenti interessati aveva accettato l’offerta. Questa volta, però, la partecipazione potrebbe essere inferiore, perché il programma non prevede incentivi aggiuntivi rispetto alle normali indennità di uscita.
Come detto, la scelta si inserisce in una fase di forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Microsoft sviluppa modelli propri e costruisce o prende in affitto nuovi data center per rispondere alla domanda crescente di capacità di calcolo. A luglio ha confermato una previsione di spesa in conto capitale di centosettantacinque miliardi di dollari per l’anno fiscale e ha comunicato di aver firmato contratti di locazione per centotrenta miliardi di dollari di data center nel solo quarto trimestre fiscale.
Questi investimenti stanno però mettendo sotto pressione i conti. Secondo il Financial Times, il flusso di cassa libero è diminuito del ventitré per cento su base annua nell’ultimo trimestre, a 19,6 miliardi di dollari. L’azienda deve quindi trovare un equilibrio tra l’espansione delle infrastrutture e la gestione delle risorse.
Microsoft precisa che il programma di uscite non nasce specificamente per compensare i costi degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Riflette invece, secondo una fonte citata dal quotidiano britannico, la rapidità con cui sta cambiando il lavoro e la volontà dei vertici di favorire nuove forme di organizzazione. L’azienda continua infatti ad assumere in aree strategiche e a fare controfferte per trattenere i talenti contesi dai concorrenti. La riduzione volontaria del personale e la corsa all’intelligenza artificiale procedono dunque insieme, mentre Microsoft cerca di adattare la propria struttura a un settore sempre più costoso e competitivo.
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Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.
Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.
Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.
Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.
Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.
La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.
Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.
Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.
Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.
Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.
Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.
La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.
La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.
La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.
Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.
Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.
La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.
La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.
È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.
A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.
Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.
La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?
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Ogni volta che leggo qualcuno spiegare, con una certa sicumera, che le elezioni di metà mandato, quelle che si svolgeranno tra una settimana negli Stati Uniti d’America, saranno un trionfo per i Democratici, perché gli elettori hanno capito, perché Trump è finito epperciò terrorizzato sta tentando di andare contro la volontà popolare, perché alla fine arrivano i nostri come quando esisteva il cinema, ogni volta io penso che martedì prossimo mancheranno ancora nove giorni al decennale della mia analisi politica di riferimento.
La mia analisi politica di riferimento andò in onda il 12 novembre del 2016, sulla Nbc, all’interno del “Saturday Night Live”, il programma comico del sabato notte. La mia analisi politica di riferimento è uno sketch di meno di sei minuti intitolato “Election night”. C’è una parte del cast fisso del programma, c’è Dave Chappelle, che conduceva quella puntata, e c’è Chris Rock, che arriva a sorpresa.
La scenetta è ambientata in un salotto qualunque di una casa di americani di sinistra cinque sere prima, la sera dello spoglio elettorale. Le ragazze dibattono di quanti punti vincerà Hillary – lo so che vi sembrano passati trecento anni, ma quelle del 2016 sono le elezioni in cui Hillary Clinton è candidata contro Donald Trump: devo ricordarvi come va a finire? – e continuano a ripetere che è una serata storica, avranno la prima presidente donna. «Certo, lei vincerà il collegio elettorale, ma c’è uno scenario da incubo in cui il voto popolare lo vince lui». Dave Chappelle fa una faccia alla Dave Chappelle: ah, è quello lo scenario da incubo?
Potrebbe, giura uno di quelli pieni di sicumera, non esserci mai più un presidente repubblicano in questo paese: la demografia sta cambiando. Chappelle continua a fare facce: ma tu hai mai dato un’occhiata a questo paese? (Quelli con la sicumera sono tutti bianchi, e man mano che lo spoglio procede dicono che evidentemente è un paese razzista, e Rock e Chappelle ridono fortissimo).
Quest’estate, quando l’algoritmo ripescava qualunque intervista di Matt Damon perché “L’Odissea” era il gusto del momento, ne ho vista una del 2008: Damon si diceva terrorizzato dalla possibile vittoria di McCain e di Sarah Palin, candidata come vicepresidente nelle elezioni che poi vinse Barack Obama.
Non ho mai più smesso di pensarci, perché io le interviste di diciott’anni fa non me le ricordo, ma mi ricordo quelle del 2016, mi ricordo che nel 2016 era davvero come in “Election night”: erano tutti convinti che avrebbe vinto Hillary, così come due anni fa erano convinti che avrebbe vinto Kamala. Che secondo alcune brillanti analiste politiche hanno poi perso perché io le chiamo senza cognome delegittimandole, ma ora non divaghiamo e restiamo a: com’è possibile che la capiscano sempre al contrario? È perché quando hai un candidato evidentemente forte – Barack Obama – diventi scaramantico?
È perché quando hai una candidata evidentemente debole devi tirarti su convincendoti che ce la farai di sicuro?
E l’altra domanda che mi faccio è: è stato Obama un caso irripetibile non di vittoria di uno di sinistra, non di vittoria di un nero, ma di vittoria di un figo? Nel weekend Obama ha fatto alcuni comizi di sostegno a candidati delle elezioni di metà mandato, e sappiamo tutti che è un oratore formidabile, ma leggendo le reazioni a quel suo discorso mi si è consolidato un sospetto: la forza di Trump sta nella sua orrendezza. Obama sarebbe stato un’ambizione, un secolo fa: quando i ricchi si prendevano degli istitutori per imparare ciò che non sapevano e non fare figuracce in pubblico. Adesso che i ricchi si instagrammano con voluttà con cinquantamila euro di vestiti addosso e quindici errori di ortografia a didascalia, Obama è una rottura di coglioni: l’insopportabile promemoria che c’è qualcuno fotogenico e anche con la parlantina.
A un certo punto del discorso di Obama c’era una battuta sulla quale vale la pena soffermarsi. Partiva dallo stesso rimprovero che fanno tutti a Trump: pensa più alla ristrutturazione della Casa Bianca che al paese. E poi diceva una cosa che pensiamo tutti da sempre, io la pensai entrando per la prima volta nella Trump Tower nel 1988: ma cos’è tutto quell’oro?
L’oro è una fissa di Trump, avrete visto le foto di prima della presidenza, quando si faceva scattare nell’appartamento appunto della Trump Tower, oro ovunque e soffitti tragicamente bassi. Non ha esattamente un gusto minimalista, che è un altro modo in cui piace alle masse. Se fossero ricche, anche le masse di elettori si farebbero fare un cesso d’oro, anche loro si farebbero portare cartocci di McDonald’s dal maggiordomo in livrea: cosa credevate avrebbe fatto il cittadino medio con gli eventuali profitti di un gratta e vinci, comprato il catalogo Adelphi?
Se dite – e lo state dicendo tutti, parlo a voi che scrivete sui giornali – che è normale che i ragazzi sfascino le boutique perché il desiderio della cosa costosa è bruciante e cogente e tale e quale a quello del tizio della “Locomotiva”, se dite che appropriarsi della cintura Vuitton senza pagarla è la versione 2026 di «pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori», beh, poi non potete meravigliarvi se all’elettorato piace il cesso d’oro del Donald più di quanto gli piaccia l’elenco di romanzi fighetti che il Barack condivide ogni anno.
Barack Obama prende l’osservazione sull’oro e la completa così: «Ma cos’è tutto quell’oro, sembra che Saddam Hussein abbia ristrutturato una Cheesecake Factory». Cheesecake Factory è una catena di ristoranti per famiglie assai popolare negli Stati Uniti, ci vanno quelli che se invece vogliono mangiare italiano vanno da Olive Garden (altra catena popolare), non esattamente gente sofisticata come d’altra parte non lo è la massa da nessuna parte, figuriamoci in America.
Mentre scrivo sono quarantott’ore da quando Obama ha fatto questa battuta, che non ci vuole Chris Rock per capire sia una battuta imperniata su «Saddam Hussein», non su «Cheesecake Factory», e sono quarantott’ore che leggo dibattiti lunari sul classismo di Barack Obama che secondo questi giganti del pensiero non capisce che all’americano medio la Cheesecake Factory piace.
Ho letto migliaia di commenti, e a stravolgermi non sono tanto quelli che dicono che Obama è elitario, che il suo disprezzo per il popolo è evidente, che tu a me la Cheesecake Factory non me la tocchi capitoooo, che è proprio alienandosi l’elettore medio che va alla Cheesecake Factory che i Democratici sono diventati irrilevanti. Quella potrebbe essere propaganda. Quelli potrebbero essere commentatori che travisano apposta, per poter criticare Obama. A stravolgermi sono quelli che lo difendono.
Quelli secondo i quali l’esempio era giusto, perché se vi piace la Cheesecake Factory e avete più di cinque anni avete un problema. Secondo i quali l’esempio era giusto, perché lo sappiamo tutti che la Cheesecake Factory è famosa per gli arredi kitsch, e un vero patriota americano mai vorrebbe che la Casa Bianca le somigliasse. Amici, compagni, concittadini, io non sono qui a seppellire le vostre licenze medie, ma non ci vuole un dottorato in costruzione delle battute per capire che, in quella similitudine lì, la Casa Bianca è già la Cheesecake Factory (cioè: un’istituzione americana che tutti conoscono e che a tutti va bene resti com’è), e Trump è il dittatore iracheno che la ristruttura stravolgendola, mettendoci troppo oro, facendola troppo pacchiana. Non c’è niente di più triste che spiegare le battute, e infatti in genere non si fa.
In genere, se sei un politico con una certa qual abilità oratoria, sai fare battute che non hanno bisogno di didascalie, che possono essere travisate solo per malafede e non perché si è estinto il pubblico non completamente stupido.
Un paio di settimane fa ho sentito un dibattito tra il sindaco di Torino e il presidente della regione Piemonte. Non so neanche chi dei due fosse quale, e chi dei due fosse quello di destra e chi dei due quello di sinistra, ma ne sono uscita stravolta da quanto fosse scarsa l’oratoria di entrambi. Forse è quello che vogliamo.
Forse lo stesso pubblico che vuole solo romanzi scarsi perché così non si complessa pensando che non li avrebbe saputi scrivere, e film scarsi perché così anche se si distrae gli ripetono venti volte qual è la legge di Zeus e all’uscita non deve chiedere a ChatGpt di spiegargli la trama, forse quel pubblico, che è pubblico ma anche elettorato, vuole anche politici scarsi. Non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene. Chissà chi c’è tra due sabati al “Saturday Night Live”. Chissà se torna Chris Rock a dire ma tu pensa, chi l’avrebbe mai detto che finiva così.
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La Germania vuole prepararsi a combattere anche nello spazio. Non soltanto proteggendo i propri satelliti, ma sviluppando capacità per neutralizzare quelli avversari, comprese quelle che potrebbero portare alla loro distruzione fisica. La svolta è stata annunciata il 21 ottobre da Holger Neumann, comandante della Luftwaffe, durante un simposio sulla sicurezza spaziale a Ottobrunn, in Baviera. «La Nato è un’alleanza difensiva. Ma se veniamo attaccati, risponderemo», ha dichiarato il generale, anticipando la costruzione di una componente militare dedicata alle operazioni nello spazio.
Non sarà una forza armata autonoma sul modello della Space Force statunitense. Le nuove unità saranno integrate nella Luftwaffe e avranno un organico previsto di almeno mille militari. I primi sette sono già in formazione per operare satelliti, mentre un’altra unità dovrà garantire la possibilità di lanciare nuovi dispositivi in orbita con tempi di preavviso ridotti. L’obiettivo è trasformare lo spazio da infrastruttura da proteggere a dominio nel quale poter esercitare una capacità di risposta militare. Una scelta che riflette la crescente dipendenza delle forze armate da satelliti per comunicazioni, navigazione, ricognizione e raccolta di informazioni, ma anche la vulnerabilità di questi sistemi alle attività di potenze rivali.
La Russia e la vulnerabilità dei satelliti
Il contesto è quello di una competizione spaziale sempre più concreta. Nei giorni precedenti all’annuncio tedesco, il satellite militare russo Kosmos 2612 aveva compiuto una serie di manovre per avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar commerciale gestito dalla filiale statunitense dell’azienda finlandese Iceye. La società fornisce immagini satellitari utilizzate dall’Ucraina per le proprie esigenze militari. Secondo le ricostruzioni diffuse da LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio delle orbite, il satellite russo si è portato a poche centinaia di metri da quello commerciale, dopo averne seguito la traiettoria e averne ridotto progressivamente la distanza. Alcune stime hanno indicato un avvicinamento ancora più stretto. Il satellite russo ha poi cominciato ad allontanarsi.
Le intenzioni di Mosca non sono state chiarite. Le manovre potrebbero essere servite a raccogliere informazioni sul sistema occidentale o a studiare le possibilità di interferire con le sue operazioni. Non risultano prove di una collisione o di un danneggiamento. Ma l’episodio mostra come un satellite possa essere avvicinato deliberatamente da un altro dispositivo, trasformando un’infrastruttura commerciale in un potenziale obiettivo strategico.
È in questo scenario che le dichiarazioni tedesche acquistano significato. Berlino non ha indicato l’episodio russo come causa diretta del nuovo programma, ma considera sempre più urgente la capacità di proteggere le proprie risorse orbitali e di reagire a eventuali attacchi.
Le nuove capacità offensive
Al centro del programma tedesco c’è Gismo, acronimo di German Inspector Satellite for Multiple Operations. Si tratta di una piattaforma sperimentale destinata a testare tecnologie e addestrare il personale. La Luftwaffe punta a ricevere il primo sistema entro la fine del 2027, anche se molti dettagli restano riservati. Neumann non ha escluso l’impiego di capacità cinetiche, cioè interventi in grado di distruggere fisicamente un satellite attraverso un impatto. «Stiamo valutando tutte le possibilità», ha spiegato. Le opzioni considerate comprendono anche azioni contro le stazioni terrestri e le reti di trasmissione dei dati, oltre a operazioni cibernetiche e interferenze elettromagnetiche.
La strategia non si limita quindi allo sviluppo di satelliti capaci di ispezionare quelli altrui. L’obiettivo è disporre di strumenti per intervenire contro i sistemi avversari, mantenendo aperte diverse possibilità operative. Il comando spaziale della Bundeswehr, con sede a Uedem, avrà un ruolo centrale nel costruire queste capacità.
Trentacinque miliardi entro il 2030
Il rafforzamento militare sarà accompagnato da investimenti ingenti. Il governo tedesco prevede di destinare circa 35 miliardi di euro entro il 2030 alla sicurezza spaziale militare e alle relative infrastrutture. La cifra comprende lo sviluppo delle capacità operative, il rafforzamento dei sistemi satellitari e l’architettura necessaria a garantirne la continuità anche in caso di attacco. Un elemento importante è la possibilità di rimpiazzare rapidamente i satelliti persi o resi inutilizzabili. Per questo il ministero della Difesa sta negoziando contratti con fornitori di servizi di lancio, prenotando capacità prima ancora di aver definito quali dispositivi verranno messi in orbita. Berlino discute inoltre con la Norvegia sull’eventuale impiego militare dello spazioporto di Andøya.
La rapidità di sostituzione è una componente essenziale della deterrenza: un avversario dovrebbe sapere che la distruzione di un satellite non comporterebbe necessariamente la perdita duratura della capacità che quel dispositivo garantisce. Per la Bundeswehr, disporre di lanci flessibili e di sistemi sostitutivi significa ridurre la possibilità che un singolo attacco comprometta intere operazioni militari.
La Germania si prepara così a una competizione nella quale la superiorità tecnologica non dipenderà soltanto dal numero di satelliti disponibili, ma anche dalla capacità di proteggerli, ripristinarli e, se necessario, contrastare quelli avversari. Resta una questione decisiva: dove si collocherà la soglia tra deterrenza e attacco? Berlino ha dichiarato di voler sviluppare un ventaglio di opzioni offensive, senza precisare in quali circostanze sarebbe pronta a impiegarle. Nello spazio, dove un’interferenza può essere difficile da attribuire e un’azione ostile può essere presentata come un incidente, la credibilità della risposta dipenderà anche dalla chiarezza delle regole. La nuova strategia tedesca rende esplicita l’ambizione di poter combattere in orbita. Le linee rosse, per ora, restano da definire.
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È innegabile che la periferia nord di Basilea, abbia a lungo rappresentato un concentrato di bruttura industriale: qui, a partire dal XIX secolo si è sviluppato un polo produttivo di rilevanza mondiale. Prima il settore dei coloranti chimici poi l’industria farmaceutica hanno trainato l’economia locale.
Nel 1996 proprio qui è avvenuta quella che all’epoca è stata la più grande aggregazione societaria della storia: Ciba e Sandoz si sono fuse in Novartis, oggi leader di un settore industriale che comprende aziende impegnate nello sviluppo, nella produzione e nella commercializzazione di prodotti e tecnologie legati alla salute.
Il nome scelto (dal latino “novae artes”: nuove scienze, nuove tecniche), rispecchia i suoi obiettivi. Novartis si occupa principalmente di quattro aree terapeutiche: malattie vascolari, immunologia, oncologia e neuroscienze. Di recente, la ricerca si è concentrata anche sulle potenzialità delle terapie basate sugli RNA. Queste tecnologie possono intervenire sui meccanismi che regolano la produzione delle proteine, riducendo o bloccando la sintesi di quelle coinvolte in determinate patologie. In alcuni casi, l’obiettivo è agire direttamente sull’RNA messaggero (mRNA), che contiene le istruzioni necessarie alle cellule per produrre le proteine.
Si tratta di processi che appaiono poco comprensibili a chi non opera in questo settore, attività che sono state spesso avversate sulla base di pregiudizi tanto diffusi quanto incongruenti. E tuttavia i risultati raggiunti nella cura di patologie da cui nessun essere vivente può dirsi al sicuro, sono stupefacenti.

Davvero tutto così semplice e senza alcun problema? Per niente. La ricerca scientifica è un’avventura dove può capitare di tutto. Alla Novartis non fanno mistero ad esempio di quanto accaduto quando un chimico della Sandoz nel 1938 sintetizzò la molecola dell’LSD, utile per la ricerca psichiatrica, senza però rendersi conto degli effetti allucinogeni e della dipendenza che portava con sé.
Al Novartis Pavillon nel contesto della storia della ricerca farmaceutica, la vicenda è raccontata diffusamente. Inaugurato nel 2022 questo padiglione è una costruzione ad anello che si impone nel panorama circostante soprattutto al tramonto, quando il gioco di luci programmate da artisti di volta in volta chiamati a “dipingerlo” fa risplendere l’edificio per trenta minuti.
Progettato dall’italiano Michele De Lucchi si presenta come un’astronave di Star Wars, anche se De Lucchi preferisce descriverlo come un luogo in cui in cui le persone possano camminare, incontrarsi e imparare esplorando, richiamandosi così al modello del Liceo di Aristotele.

L’architettura non è qui soltanto un involucro spettacolare, ma diventa parte integrante del progetto di comunicazione: la sua funzione è quella di stimolare non solo la collaborazione con i partner dell’industria e del mondo accademico, ma anche quella un luogo aperto in cui la ricerca scientifica può essere raccontare la ricerca scientifica a chi non possiede competenze specialistiche.
Il piano terra trasparente simboleggia questa volontà di apertura. Il piano superiore ospita l’esposizione permanente interattiva Wonders of Medicine, che propone un percorso multimediale dedicato alla medicina, alla ricerca farmaceutica e al futuro della salute con l’obiettivo di spiegare come funziona il corpo umano, come si sviluppano le malattie e come vengono realizzati nuovi farmaci.
Con l’emergere di nuovi metodi di trattamento e l’utilizzo di tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’industria farmaceutica sta facendo progressi impensabili sino a pochi anni fa. La complessità di questi progressi, richiede altresì una comunicazione comprensibile ma pure una presa di responsabilità che renda l’industria capace di guadagnarsi fiducia nelle società in cui opera.
La volontà di impegnarsi nel dialogo dimostrata dal Novartis Pavillon si riflette allo stesso modo nell’apertura al pubblico della vasta area del Campus dove è inserito. Disposto su venti ettari il Campus ospita la sede centrale della Novartis che comprende uffici, laboratori scientifici, spazi per incontri e aree verdi. Vi lavorano migliaia di persone, tra ricercatori, scienziati, tecnici e altri professionisti.

Il campus è noto anche per l’architettura straordinaria. Gli edifici che lo compongono sono stati progettati da alcuni dei più celebri protagonisti contemporanei dell’arte della costruzione. L’elenco è impressionante: Diener & Diener sono stati i primi nel 2005, seguiti da SANAA e Peter Märkli nel 2006, Marco Serra nel 2007, Vittorio Magnago Lampugnani e Adolf Krischanitz nel 2008, Frank O. Gehry, José Rafael Moneo Vallès e Fumihiko Maki nel 2009), Tadao Ando, David Chipperfield e Yoshio Taniguchi nel 2010, Eduardo Souto de Moura e Álvaro Siza nel 2011, Rahul Mehrotra nel 2013), Juan Navarro Baldeweg nel 2014, Herzog & de Meuron nel 2015. Il Novartis Pavillon, di Michele De Lucchi, è per il momento l’ultimo tassello del progetto di grande respiro che si protrarrà fino al 2030.
Ogni costruzione presenta caratteristiche architettoniche differenti, ma il progetto generale è stato sviluppato in modo da favorire gli incontri e lo scambio di idee tra i ricercatori che lo popolano: le strade interne e le piazze collegano gli edifici dove si svolgono differenti attività mentre giardini e spazi sono popolati da opere d’arte e sculture contemporanee: tra queste una scultura di Richard Serra, un esempio di arte nell’architettura di Jenny Holzer, un’installazione sonora di Laurie Anderson e una pittura murale di sessanta metri di altezza di Claudia Comte.

Dal 2022 il Campus come il Pavillon restano aperti al pubblico gratuitamente durante i giorni feriali. I visitatori qui possono passeggiare e ammirare gli edifici dall’esterno, mentre l’accesso ai laboratori e agli uffici rimane riservato al personale autorizzato. I dipendenti dell’azienda, che hanno a disposizione dell’azienda caffè, ristoranti, negozi, asili nido e impianti sportivi, sono incoraggiati a interagire in modo da sviluppare ulteriormente la loro creatività.
Un’ultima considerazione: Basilea che conta meno di duecentomila abitanti è diventata uno dei massimi riferimenti per l’arte contemporanea: Art Basel, la più rilevante tra le fiere d’arte contemporanea al mondo, Fondation Beyeler che svetta nella classifica delle più importanti istituzioni private dedicate all’arte moderna e contemporanea e i suoi oltre quaranta musei: non si spiegherebbero senza conoscere la presenza dell’industria farmaceutica che sta alle loro spalle.
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La strategia nucleare degli Stati Uniti si fonda sulla disponibilità di un arsenale sufficientemente ampio e diversificato da sopravvivere a un primo attacco nucleare, conservando al tempo stesso la capacità di contrattaccare le basi nucleari dell’aggressore, oltre ad altri obiettivi politici e strategici. Ma il nuovo arsenale cinese è distribuito in tutto il Paese tra un gran numero di silos nucleari guardati a vista, per cui potrebbe essere impossibile riuscire a neutralizzarli tutti. Narang e Vaddi parlano delle ambizioni della Cina come di «una postura strategica che sembra concepita per mandare in crisi la strategia degli Stati Uniti»24. Un ulteriore scenario che chi pianifica la strategia nucleare deve prendere in considerazione è quello di un attacco simultaneo da parte di Russia e Cina, tale da mettere in difficoltà perfino il nutrito arsenale statunitense.
I pianificatori militari americani potrebbero presto trovarsi di fronte a una scelta: chiedere un’espansione massiccia dell’arsenale nucleare del Paese, con tutti i costi e le controversie politiche che ciò comporterebbe, oppure adottare una strategia di rappresaglia che punti a colpire le grandi città e i principali centri del potere politico25. Una guerra nucleare di tale portata comporterebbe livelli di distruzione pressoché inimmaginabili. Ma in linea con l’odierno Zeitgeist, libri e film che immaginano un’apocalisse nucleare stanno tornando a riscuotere un vasto successo di pubblico.
Il film A House of Dynamite (2025), di Kathryn Bigelow, e il libro Guerra nucleare. Uno scenario (2024), di Annie Jacobsen, ipotizzano entrambi un conflitto innescato da un primo attacco contro gli Stati Uniti, con ogni probabilità proveniente dalla Corea del Nord. Ma mentre si confrontavano con la rinnovata prospettiva di una guerra nucleare, negli ultimi anni i decisori politici e gli esperti di strategia occidentali hanno dovuto fare i conti anche con atti ostili che esulano perfino dai canoni della guerra convenzionale.
In Europa questo tipo di «guerra ibrida», fatta di sabotaggi, azioni di destabilizzazione e omicidi mirati, viene messa in pratica già da qualche tempo dalla Russia. Rientra tra questi atti il complotto orchestrato per assassinare l’amministratore delegato di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti; inoltre, e, come abbiamo visto, si ritiene che i russi siano stati coinvolti nel tentativo di nascondere ordigni esplosivi all’interno di pacchi DHL trasportati per via aerea. I servizi di sicurezza europei hanno avvertito che le reti dell’intelligence russa reclutano sempre più criminali per affidar loro atti di sabotaggio e spionaggio. Sebbene possano sembrare semplici azioni di disturbo, in realtà questi attacchi sono in grado di provocare moltissime vittime.
Un’altra fonte di crescente preoccupazione è costituita dagli attacchi informatici sponsorizzati dagli Stati, come il massiccio attacco nordcoreano contro il Servizio sanitario nazionale britannico. Ma i servizi di sicurezza occidentali temono soprattutto che Cina e Russia si stiano preparando a un conflitto di ampia portata sviluppando la capacità di paralizzare le tecnologie indispensabili al funzionamento delle società occidentali. I funzionari statunitensi fanno l’esempio «Volt Typhoon», un’operazione cinese che puntava a infiltrarsi nelle infrastrutture critiche di Guam, territorio statunitense che ospita un’importante base militare nel Pacifico.
Nel 2004 Christopher Wray, direttore dell’FBI, dichiarò al Congresso che Volt Typhoon rappresentava «la minaccia decisiva della nostra generazione». Il timore è che la Cina si stia «preposizionando» per colpire le infrastrutture essenziali sul territorio continentale degli Stati Uniti, in particolare i sistemi informatici26. È ipotizzabile che anche gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano predisposto analoghe «operazioni cibernetiche offensive» in grado di provocare gravissimi danni ai loro avversari in caso di guerra. Secondo un alto funzionario occidentale è probabile che tutte le parti abbiano già disseminato nelle rispettive infrastrutture critiche «mine digitali» pronte ad attivarsi in caso di conflitto.
L’espressione «guerra ibrida» comprende anche la lotta per controllare l’informazione e influenzare l’opinione pubblica. A fronte della crescente pervasività dei social media e dell’ascesa dei movimenti populisti in tutto l’Occidente, governi e servizi di intelligence temono sempre di più che Russia, Cina e altri avversari ricorrano alla disinformazione per seminare divisioni sociali e politiche negli Stati Uniti, in Europa e nelle democrazie asiatiche.
A conti fatti, il modo più economico e meno sanguinoso per Russia e Cina di conseguire i propri obiettivi strategici sarebbe convincere i Paesi occidentali a non opporsi ai loro progetti. Se riuscissero a provocare un cambiamento politico in Occidente potrebbero ottenere la vittoria senza dover nemmeno combattere. Non si può non citare ancora una volta von Clausewitz, che scriveva: «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». Ma è vero anche il contrario: la politica può essere la continuazione della guerra con altri mezzi.
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Tratto da “È anche affar tuo”, Gideon Rachman, Egea, 304 pagine, 25,60 euro
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Una grande maison di Champagne cosa vende? Vende tante cose. Belle e certamente buone bottiglie, da bere o regalare in occasioni particolari, certo, sì. Ma alla fine vende soprattutto una promessa: ritrovare dentro una bottiglia nuova un gusto già conosciuto e che magari si lega – per qualche sinapsi sepolta in chissà quale fossa della memoria – a qualche altro ricordo speciale, e quel ricordo speciale si aggancia a un altro momento speciale di un passato ancor più lontano, e così via, sperabilmente per certe maison, all’infinito. È una splendida economia del ricordo quella di certi Champagne, dovremmo ammetterlo: un’economia dei ricordi futuri.
Per mantenerla florida questa economia bisogna però lavorare ogni anno con uve diverse, raccolte sotto un cielo che sempre più non garantisce repliche, e quando quel cielo comincia a cambiare con una certa insistenza, la faccenda si complica.
Ruinart ha dato a questa complicazione un nome: Blanc Singulier. Una collezione di Champagne che mette al centro le nuove espressioni dello Chardonnay negli anni segnati dagli estremi climatici, o, potremmo anche dire da un clima completamente se non del tutto impazzito, più che imprevedibile. Il 20 ottobre, da Olmo, il ristorante di Davide Oldani a Cornaredo, abbiamo incontrato Florence Boubée-Legrand, l’enologa di Ruinart, per metterle a confronto. Tre edizioni, 20, 19 e 18, precedute dal classico Blanc de Blancs in magnum e seguite dal Dom Ruinart Blanc de Blancs 2013. Ma se lo Chardonnay cambia, quanto deve cambiare chi lo lavora?

La freschezza non viene dal frigo
C’est simple: Blanc de Blancs significa un vino bianco ottenuto da uve bianche e nel caso di queste bottiglie, stiamo parlando di Chardonnay al cento per cento. È il vitigno attorno al quale Ruinart, fondata a Reims nel 1729, ha costruito una parte importante della propria identità. Il Blanc de Blancs della maison riunisce Chardonnay provenienti da venticinque-trenta cru, soprattutto nella Côte des Blancs, nella Montagne de Reims, nel Sézannais e nella Vallée de la Vesle. Vi entrano anche vini di riserva, conservati dalle vendemmie precedenti e l’assemblaggio è il lavoro con cui queste differenze diventano un vino: provenienze e annate concorrono a costruire quell’equilibrio tra freschezza e rotondità che Ruinart indica come la propria firma.
Secondo il Comité Champagne, tra il 1961 e il 2020 la temperatura media della regione è aumentata di 1,8 gradi e le vendemmie iniziano mediamente venti giorni prima rispetto a trent’anni fa. L’anticipo della ripresa vegetativa espone inoltre le viti ai danni delle gelate primaverili, tutti cambiamenti che si misurano in vigna, prima ancora che si possa bere qualcosa. Nel racconto ufficiale del progetto Blanc Singulier, Florence Boubée-Legrand ricorda il 1976, quando cominciare a vendemmiare il primo settembre sembrava un’eccezione, mentre, e pare incredibile, oggi le raccolte in agosto fanno parte dell’assoluta normalità nella regione. Ma cosa cambia? La maturazione accelerata può portare più zuccheri nelle uve, meno acidità e profili aromatici differenti e per una casa che ha fatto della freschezza una firma, è una questione molto concreta. Da qui Blanc Singulier: un progetto sviluppato sotto la guida dell’allora chef de caves Frédéric Panaïotis, per dare spazio a queste espressioni e continuare a cercarvi un’identità Ruinart.

Che cosa significano 18, 19 e 20?
Non è difficile: i numeri rimandano alla vendemmia prevalente, l’Édition 18 contiene l’80 per cento di vini del 2018 e il 20 per cento di riserva; la 19 il 77 per cento del 2019 e il 23 per cento di riserva; la 20 il 76 per cento del 2020 e il 24 per cento di riserva, non sono dunque millesimati provenienti interamente dall’annata indicata. Per questa collezione Ruinart ha predisposto una riserva perpetua: vini conservati e progressivamente integrati con quelli delle annate successive, dai quali attingere per i nuovi assemblaggi. Una parte della memoria della casa rimane così dentro ogni edizione. La riserva utilizzata per la 20 è stata avviata nel 2017, poi arricchita con quote degli assemblaggi 2018 e 2019; metà dei vini è maturata in rovere, metà in acciaio. Le tre edizioni degustate hanno un altro punto comune: dosaggio zero, quindi Brut Nature. Per chi non frequenta questi mondi ed è curioso o curiosa, il dosaggio è l’aggiunta finale di zucchero, dopo l’eliminazione dei depositi della seconda fermentazione.
Più diventerete adulti, più vi piacerà il dosaggio zero, ma questa è una cosa che si apprende, appunto, solo con la fortuna e la bravura di diventare adulti; Ruinart in questo caso sceglie di farne a meno.
Tre risposte, non tre fotocopie
L’Édition 18 nasce da un 2018 caldo, molto soleggiato, con una vendemmia anticipata e abbondante. Nella scheda della maison compaiono frutta matura, agrumi canditi e una consistenza ampia. È una descrizione che trova un riscontro nella lettura di Roger Voss su Wine Enthusiast: 94 punti su cento, con l’accento sulla concentrazione del frutto e sulla densità, accompagnate però da tensione e carattere minerale. Per l’Édition 19 Ruinart documenta un’estate con picchi di 42,9 gradi. Sempre nella descrizione della maison, frutti bianchi e agrumi accompagnano una struttura avvolgente, sostenuta da una freschezza vivace. Wine Spectator le assegna 95 punti su cento, riportati nel numero del 15 giugno 2025. L’Édition 20, presentata nel 2026, chiude questa trilogia. Dopo un inverno mite e una primavera molto soleggiata, il 2020 ha portato siccità e raccolte già in agosto. La scheda indica cinque anni di affinamento in cantina e descrive un vino avvolgente, con frutta gialla, spezie e una lieve nota amaricante di mandorla nel finale.

Da Olmo il percorso è stato accompagnato da una cucina di livello altissimo, capace di farsi capire senza bisogno di disorientare chi mangia. Crediamo sia questa una delle qualità più convincenti del mondo Oldani. Il Blanc de Blancs in magnum ha aperto con coda di scampo in sfoglia croccante, peperoncino d’Espelette e finger lime. Poi l’Édition 20 con sgombro confit, carota, arancia, uvetta e pinoli; la 19 con astice blu arrostito, patate allo zafferano e raviolo di rapa; la 18 con gnocchi di patate, funghi diversi affumicati e germogli.
Il vertice è arrivato però con l’ultima bottiglia: Dom Ruinart Blanc de Blancs 2013, per comprensibili ragioni, lo Champagne più memorabile della giornata. Un millesimato, assaggiato a tredici anni dalla vendemmia. Almeno nove anni di affinamento sui lieviti, con tappo di sughero durante la maturazione, e un dosaggio di 5,5 grammi per litro. L’occasione speciale, senza alcun dubbio, è lei.

Salvo dove indicato diversamente, le fotografie sono di Gabriele Ferraresi
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Con questa bulimia di potere che lo pervade, è inevitabile che il Pd cerchi consensi ovunque, e che in questo senso abbia aperto a Rifondazione comunista “prestandole” il senatore Andrea Crisanti per fare il gruppo: un mezzo tecnico per agevolare la raccolta delle firme necessarie per presentare la lista, ma anche una scelta politica. Solo che quando ti metti in casa gente inaffidabile poi l’incidente è dietro l’angolo. E infatti.
Ieri il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, uno che deve stare parecchio davanti a X, di buon mattino si è così espresso: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas. In una democrazia è assolutamente lecito». Pure peggio del vigliacco «né con lo Stato né con le Br» degli estremisti di cinquant’anni fa poiché questa posizione, sotto la copertura formale di una considerazione sulla libertà di espressione, finisce per normalizzare l’apologia di un pogrom. Inevitabile la frittata.
Persino nel gruppo dirigente del Nazareno, anche se non in chiaro, hanno storto il naso. E qualcuno deve averlo chiamato, tanto che poi Acerbo ha fatto una precisazione che peraltro non precisa nulla. A peggiorare le cose ci si è messo il professor Crisanti in persona con una frase tremenda: «È una questione dei palestinesi scegliere i propri rappresentanti. Se fosse Hamas, se lo hanno deciso loro, ben venga. Ma penso a una Hamas rinnovata, quella di oggi la considero un’organizzazione terroristica».
Il «merdone»– così Filippo Sensi – pestato da Acerbo rimanda al problema del famoso perimetro del campo largo e si intreccia con le primarie. Non è solo che il Pd si copre a sinistra. Il fatto è che il favore di Elly Schlein a Rifondazione si può leggere come una mossa della sua campagna elettorale per le primarie: acchiappo Acerbo e così divento il punto di riferimento per i compagni dell’estrema sinistra, dunque io vi consento di presentarvi alle elezioni e sarò ricompensata ai gazebo.
Mossa spregiudicata e anche piuttosto rischiosa perché non è affatto detto che i voti conquistati a sinistra compensino quelli che si rischia di perdere al centro. Del resto, è proprio questo il paradosso del campo largo: più si allarga, più rischia di smarrire la propria natura, con il rischio di trasformarsi da coalizione ad accozzaglia, rischio che sta soprattutto alla leader del Pd cercare di evitare. Del resto, sposare in toto le piazze dei giovani (anche il corteo di Askatasuna?), l’occhieggiamento del mondo pro-Pal, concupito anche da Giuseppe Conte, tutto rientra in una logica di marketing politico.
Ha colto il punto Sensi: «Dobbiamo sapere che quando imbarchiamo tutto e il contrario di tutto, e in quel tutto e il contrario di tutto ci sono tante cose che sono agli antipodi rispetto ai valori che sosteniamo, si crea un rischio»; e ovviamente la stessa opinione ce l’hanno, da fuori, Carlo Calenda e Pina Picierno.
Ma i big del Pd non sembrano porsi il problema di una coalizione che per arraffare fino all’ultimo voto si sta snaturando, e d’altra parte la cosa non desta meraviglia. Lo scivolamento su posizioni molto fredde sul’Ucraina e molto calde sulla Palestina è stato evidente anche nel documento politico del correntone Franceschini-sinistra che si è riunito a Montepulciano, un convegno di tre giorni – la durata di Woodstock – ma senza grandi emozioni, il cui senso è stato soprattutto nella esibizione dei muscoli in vista della formazione delle liste: “il partito siamo noi”. Contenuti, scarsini.
Per quelli bisogna spostarsi a Orvieto, all’assemblea di LibertaEguale, dove si sono affrontati i nodi delle questioni istituzionali e dell’economia e dove finalmente si è parlato di una cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: come far crescere il Paese, necessaria condizione per redistribuire. Giorgio Gori e Marco Bentivogli su questo hanno detto cose di cui il tavolo del campo largo farebbe bene a prendere nota
Nella telenovela dei grandi capi, tra stop and go tattici, si è deciso che finalmente venerdì si terrà un incontro tra Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per fare partire l’iter che porterà al fatidico programma. Anche per la loro incapacità di darsi una fisionomia precisa, i centristi restano out, fuori dalla foto di gruppo. E anche Maurizio Acerbo. Almeno per ora.
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La guerra dei droni sta cambiando anche il mercato delle armi. Non basta disporre di sistemi sofisticati per intercettare i velivoli senza pilota: bisogna poterli abbattere senza spendere centinaia di migliaia di dollari per ogni bersaglio. La Turchia ha individuato in questo squilibrio un’opportunità industriale, mettendo a frutto le competenze maturate nei conflitti degli ultimi anni e una filiera della difesa sempre più integrata.
Il caso più recente è il Korkut, sistema antiaereo sviluppato da Aselsan, la maggiore società turca della difesa per capitalizzazione. Il suo amministratore delegato, Ahmet Akyol, ha dichiarato al Financial Times che il sistema può eliminare un drone per meno di 10.000 dollari. Il Korkut impiega cannoni da 35 millimetri con munizioni programmabili a scoppio in aria, il cui costo è stimato intorno ai mille dollari per colpo. Il confronto è con intercettori come quelli dei sistemi Patriot e Iris-T, che possono costare da centinaia di migliaia a milioni di dollari. Secondo Akyol, il sistema è operativo in nove Paesi e ha già abbattuto centinaia di droni. Tra questi c’è l’Ucraina: l’aeronautica di Kyjiv ha confermato al quotidiano britannico che una propria unità è stata equipaggiata con un numero non precisato di Korkut. Non esistono invece conferme pubbliche di abbattimenti di Shahed a propulsione a reazione, più veloci delle versioni tradizionali. Le prestazioni dichiarate dall’azienda vanno quindi distinte dai risultati verificabili sul campo.
Il Korkut, però, racconta soprattutto la trasformazione dell’industria turca. La sua crescita non dipende da un singolo prodotto, ma da un sistema che combina grandi aziende, fornitori privati, università, centri di ricerca e forze armate. Il vantaggio, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, è anche la rapidità con cui le tecnologie possono essere sperimentate e aggiornate sulla base dell’esperienza operativa.
Aselsan è uno dei nodi centrali di questa rete. Fondata nel 1975, dopo l’embargo sulle armi imposto dagli Stati Uniti in seguito all’intervento turco a Cipro, sviluppa sensori, apparati elettronici e sistemi di guerra elettronica. Circa il 74 per cento delle sue azioni è controllato da una fondazione legata alle forze armate turche, che detiene partecipazioni anche in altre società strategiche, tra cui il produttore di missili Roketsan.
L’integrazione riguarda anche il settore dei droni. Aselsan fornisce componenti elettronici e sensori a Baykar, il gruppo presieduto da Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il rapporto tra industria e apparato militare consente di provare nuovi sistemi in condizioni operative e di trasferire rapidamente le lezioni apprese alla produzione. La Libia è stata uno dei primi laboratori internazionali: nel 2020 il Korkut fu impiegato a sostegno del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, contribuendo alla protezione di infrastrutture strategiche dagli attacchi dei droni cinesi Wing Loong.
Questa esperienza si inserisce in una più ampia strategia di autonomia tecnologica. L’industria turca può contare su una base manifatturiera estesa, competenze elettroniche sviluppate in ambito militare e una rete di fornitori che permette di produrre e integrare sistemi differenti. Il risultato è un’offerta che comprende droni, missili, radar, guerra elettronica e difesa aerea, con la possibilità di adattare le soluzioni alle esigenze dei diversi clienti.
I numeri danno la misura della crescita. Secondo i dati citati dal Financial Times, la Turchia ha esportato armamenti per 10 miliardi di dollari nell’ultimo anno considerato, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2023. Aselsan, la cui capitalizzazione di mercato si aggira sui 32 miliardi di dollari, dichiara un portafoglio ordini vicino ai 30 miliardi. I mercati internazionali rappresentano ormai un quarto dei suoi ricavi, contro l’8 per cento del 2023, e l’obiettivo è arrivare al 50 per cento entro il 2030.
Ankara guarda soprattutto ai Paesi della Nato, all’Europa orientale e al Golfo, diventato un mercato sempre più importante. L’intesa sulla difesa siglata in agosto con Arabia Saudita e Pakistan può offrire ulteriori opportunità commerciali. Akyol punta anche sullo Steel Dome, il progetto turco per integrare radar, centri di comando, cannoni e missili in una rete di difesa aerea modulare, esportabile anche per singoli componenti.
Per la Turchia, dunque, la difesa anti-drone è insieme una necessità militare e un’occasione commerciale. La diffusione di velivoli economici rende sempre più importante contenere il costo delle intercettazioni, ma nessun sistema può risolvere da solo il problema: velocità, saturazione degli attacchi e varietà delle minacce richiedono livelli di protezione complementari. La scommessa di Ankara è che la capacità di sviluppare, testare e produrre rapidamente queste tecnologie diventi un vantaggio competitivo duraturo, oltre che uno strumento di influenza internazionale.
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C’è un momento, nella trasformazione di un sistema politico, in cui la repressione smette di manifestarsi soltanto attraverso arresti, manganellate e condanne e comincia a investire il linguaggio con cui la società racconta ciò che accade. Il deterioramento democratico diventa particolarmente insidioso quando il potere non si limita a contrastare i propri avversari, ma ridefinisce le condizioni entro cui può essere contestato, intervenendo sulle regole, sulle istituzioni e sul linguaggio attraverso cui i cittadini interpretano la realtà politica.
La regressione democratica non coincide necessariamente con la sospensione della Costituzione o l’abolizione delle elezioni: può procedere attraverso strumenti formalmente legali, la cui applicazione restringe progressivamente gli spazi di autonomia della società e rende più oneroso l’esercizio delle libertà tutelate dall’ordinamento. È questa la contraddizione al centro della trasformazione politica della Georgia governata da Sogno Georgiano: lo Stato di diritto, anziché limitare il potere, rischia di diventare uno strumento del suo stesso consolidamento, indebolendo le condizioni che rendono possibile il dissenso e riducendo i poteri di controllo istituzionali e sociali.
La controversia sulle espressioni utilizzate dalle emittenti critiche TV Pirveli e Formula rappresenta emblematicamente questo processo, trasferendo il conflitto politico sul terreno apparentemente tecnico dell’imparzialità giornalistica. In un rapporto pubblicato il 9 ottobre, Transparency International Georgia ha ricostruito le contestazioni della Commissione nazionale per le comunicazioni, individuando 93 espressioni considerate inammissibili nei confronti delle due emittenti, tra cui «regime di [Bidzina] Ivanishvili», «oligarca», «prigionieri politici», «prigionieri di coscienza», «politica repressiva» e «governo di Georgian Dream».
Il regolatore sostiene che simili formulazioni possano introdurre valutazioni personali nella presentazione delle notizie, in contrasto con gli obblighi legali di imparzialità. Il problema politico emerge proprio nella definizione di questo principio: la distinzione tra informazione e opinione, indispensabile per garantire l’affidabilità del giornalismo, non può trasformarsi in un obbligo di neutralità interpretativa che impedisca di descrivere criticamente l’esercizio del potere.
I giornalisti devono documentare le proprie affermazioni, distinguere fatti e valutazioni e correggere le ricostruzioni inesatte; tuttavia, la descrizione della realtà politica richiede anche interpretazioni e giudizi, la cui legittimità dipende dalla loro fondatezza, non dalla conformità alle preferenze governative. Definire un dirigente «oligarca», una politica «repressiva» o un detenuto «prigioniero di coscienza» non rende automaticamente corretta una qualificazione, che deve essere sostenuta da elementi verificabili e valutata nel contesto; nessuna di queste espressioni, però, può essere considerata scorretta soltanto perché sgradita alle autorità.
La questione decisiva è se il regolatore intervenga per correggere informazioni false o ingannevoli sulla base di criteri precisi e coerenti, oppure se interpreti l’imparzialità in termini tanto estesi da restringere le valutazioni politiche ammissibili, attribuendosi il potere di stabilire come possa essere descritto il governo. Le contestazioni hanno prodotto una sequenza di procedimenti e sanzioni economiche. Secondo Transparency International Georgia, nei sei mesi precedenti al rapporto la Commissione aveva avviato sette procedure contro le due emittenti, passando dai richiami verbali a multe da 2.500 e 5.000 lari, fino alla sanzione di 10.000 lari inflitta a Formula il primo ottobre.
La successione dei provvedimenti non dimostra, da sola, l’illegittimità di ogni contestazione, ma evidenzia come l’applicazione reiterata di un principio generale possa generare costi crescenti per le redazioni e indurle ad autocensurarsi. La libertà di stampa può così essere limitata senza divieti espliciti: l’incertezza sui criteri applicativi, combinata con il rischio economico, può rendere il silenzio della critica una scelta prudenziale. Per accertare l’eventuale natura selettiva di questo meccanismo occorre confrontare le decisioni relative alle emittenti critiche con quelle riguardanti i media favorevoli al governo. Resta comunque essenziale verificare che un’autorità incaricata di tutelare il pluralismo non finisca per restringerlo attraverso un esercizio discrezionale delle proprie competenze.
Il controllo del linguaggio assume ulteriore significato nel quadro delle restrizioni alla società civile e alla partecipazione politica. Nel parere adottato il 9 e 10 ottobre e pubblicato il 13 ottobre 2026, la Commissione di Venezia ha espresso forti riserve sulle modifiche legislative approvate dal Parlamento georgiano il 4 marzo in materia di sovvenzioni, partiti politici e responsabilità penale. Ha concluso che il pacchetto normativo contrasta con gli standard internazionali sul pluralismo e sulla democrazia e rischia di compromettere il sistema costituzionale e la capacità dell’opposizione di organizzarsi e sopravvivere.
Tra le criticità figurano l’ampliamento della definizione di sovvenzione, estesa anche all’assistenza tecnica, ai servizi e alla condivisione di conoscenze, gli obblighi di autorizzazione preventiva per determinate categorie di finanziamenti e sanzioni penali che, per alcune violazioni, possono raggiungere sei anni di reclusione. La Commissione ha inoltre contestato le restrizioni alla partecipazione ai partiti politici e l’ampiezza dei poteri attribuiti alle autorità di controllo, evidenziando come disposizioni vaghe e discrezionalità amministrativa possano interferire in modo sproporzionato con le libertà fondamentali.
Il governo può legittimamente disciplinare i finanziamenti politici e perseguire la trasparenza rispetto alle influenze straniere, ma tali obiettivi non giustificano qualsiasi strumento. Quando le attività soggette ad autorizzazione sono definite in termini tanto ampi da rendere incerto il confine tra cooperazione lecita e condotta vietata, le violazioni amministrative possono comportare pene detentive severe e la partecipazione politica subisce restrizioni anche senza la prova di condotte illecite, il problema non riguarda più soltanto la regolamentazione finanziaria, ma le condizioni necessarie all’esistenza della società civile e dell’opposizione.
La Commissione ha criticato anche il processo legislativo, rilevando l’assenza di consultazioni con esperti e organizzazioni interessate e di un’analisi comparativa delle esperienze internazionali: carenze particolarmente significative quando sono in gioco i diritti fondamentali e la competizione politica.
Il valore di questo giudizio non consiste nel dimostrare che ogni provvedimento georgiano risponda a un’unica strategia repressiva, ma nel documentare come norme restrittive, sanzioni severe e ampi poteri amministrativi possano produrre un effetto cumulativo sul pluralismo. Una redazione può continuare a trasmettere sotto la pressione di sanzioni economiche; un’organizzazione può conservare la propria esistenza giuridica incontrando ostacoli crescenti nell’accesso ai finanziamenti; un cittadino può mantenere formalmente il diritto di partecipare alla vita politica, ma essere esposto a restrizioni che scoraggiano l’adesione a un partito o l’attività civica.
La libertà non viene necessariamente abolita: il suo esercizio diventa più oneroso, incerto e dipendente dalle condizioni stabilite dalle autorità. È in questa trasformazione progressiva, più che nella presunta esistenza di un piano unitario dietro ogni decisione, che si riconosce il rischio di regressione democratica.
Questi sviluppi si inseriscono in una crisi politica che ha approfondito la frattura tra il governo e una parte significativa della società georgiana, soprattutto dopo le contestate elezioni parlamentari del 2024 e la decisione delle autorità di sospendere il percorso di adesione all’Unione europea fino alla fine del 2028. Georgian Dream, al potere dal 2012, ha irrigidito il confronto con organizzazioni civiche, media indipendenti e opposizione, mentre le proteste e le controversie sulla gestione dell’ordine pubblico hanno reso centrale il rapporto tra sicurezza, partecipazione politica e libertà individuali.
Non si tratta di presumere che ogni procedimento giudiziario sia politicamente motivato o ogni decisione amministrativa illegittima, ma di chiedersi se, nel loro insieme, le scelte delle autorità preservino le condizioni di una competizione effettiva, nella quale gli avversari del governo possano organizzarsi, comunicare con i cittadini e contestare le decisioni pubbliche senza subire restrizioni sproporzionate.
La democrazia non si esaurisce nel voto, così come lo Stato di diritto non coincide con la mera esistenza di norme applicabili. Le elezioni presuppongono soggetti capaci di competere, media in grado di informare, organizzazioni libere di mobilitare risorse e istituzioni indipendenti che possano correggere gli abusi. Se queste condizioni si indeboliscono, la continuità delle procedure non basta a garantire una competizione aperta. L’esistenza di leggi, tribunali e autorità amministrative non dimostra, da sola, la qualità democratica dell’ordinamento: conta che tali funzioni siano esercitate entro limiti capaci di preservare il pluralismo e impedire al governo di utilizzare gli strumenti dello Stato per ostacolare la propria contestazione.
È per questo che il caso georgiano riguarda direttamente l’Europa. Libertà dei media, indipendenza delle istituzioni e rispetto dello Stato di diritto non sono condizioni accessorie dell’adesione all’Unione, ma elementi costitutivi dello spazio politico al quale la Georgia ha dichiarato di voler appartenere. La valutazione della Commissione di Venezia rende più difficile liquidare le restrizioni legislative come una semplice divergenza politica tra Tbilisi e Bruxelles, individuando criticità precise rispetto agli standard internazionali.
Se l’Unione considera tali standard una condizione dell’adesione, deve tradurli in criteri verificabili, monitoraggio indipendente e conseguenze politiche coerenti, evitando che il dialogo diplomatico sostituisca la responsabilità. Difendere la sovranità di uno Stato non significa sottrarlo al controllo sul rispetto degli’obblighi internazionali, così come rispettare le scelte di un governo non impone di ignorarne gli effetti sui diritti dei cittadini.
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Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?
La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.
Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.
I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.
Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.
La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.
La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.
La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.
Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.
Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.
Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?
La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.
Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.
Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.
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Sergio
giugno 2014
Quando squillò il telefono, il fisso che ancora tenevamo nell’ingresso, Letizia era in bagno e si preparava ad andare a letto. La sentivo aprire l’acqua, tossire piano, far scorrere i cassetti. Io, in poltrona, leggevo e sgranocchiavo frutta secca di nascosto sbirciando la televisione accesa su Colombia-Uruguay, lo stesso Uruguay che quattro giorni prima ci aveva eliminato dai Mondiali. Era la nostra liturgia serale. Andava cosí da quando i ragazzi erano partiti. E se avevo una certezza (oltre al fatto che da quella sconfitta non ci saremmo piú ripresi) è che nella quiete di quelle abitudini Letizia e io avremmo potuto tirare avanti altri mille anni, giorno piú giorno meno.
Al secondo squillo posai il libro sul pavimento.
– Pronto?
– Buonasera, – disse una voce di donna. – Sergio Alderighi?
– Sí.
– Sono Beatrice Sammichele. La chiamo perché è possibile che lei conoscesse mio padre, Nicola Sammichele. Nicola. Da quanto non pensavo a lui. Tantissimo tempo. Qualcosa come vent’anni dall’ultima volta che lo avevamo evocato in famiglia e quasi cinquanta da quando ci eravamo conosciuti.
– Ma certo, – risposi.
– Accidenti…
Letizia s’affacciò dal bagno massaggiandosi le guance, aveva uno sbuffo di crema grigioblu sulla fronte.
– Quindi è lei, – disse la donna, e da un’increspatura nella voce intuii che il fatto che io fossi io doveva essere per lei un conforto, ma anche una sofferenza. – Volevo… – Poi ci fu un vuoto, come se si fosse allontanata dalla cornetta. – Mio padre è morto il mese scorso.
Drizzai la schiena. Portai la mano alla bocca. Frizionando la fronte Letizia fece un’espressione buffa delle sue, da procione, una smorfia che di solito mi avrebbe ricordato perché la amavo, un’espressione come a dire: Allora, chi è?
La figlia di Nicola lasciò alla notizia il tempo di depositarsi. – Cavolo, – dissi, – mi spiace –. Avrei dovuto aggiungere qualcosa, lo so, anche solo per educazione, ma vuoi il caldo vuoi la sorpresa non mi veniva in mente nulla, niente, vuoto totale. Cosí, un istante prima che il silenzio si tramutasse in imbarazzo, fu lei a proseguire.
– L’ho cercata perché ieri tra le cose di mio padre ho trovato una busta. Sopra c’è scritto «per Sergio» e contiene un quaderno, appunti presi a Firenze nei giorni dell’alluvione, quella degli anni Sessanta. Sa, è capitato che mio padre raccontasse qualcosa di quei giorni ma non sapevo avesse tenuto un diario. Comunque, negli appunti parla di un ragazzino, Cencio, Cencio Alderighi, che però si chiamava Sergio. Quel ragazzino è lei, giusto?
Cencio. Ecco un altro nome che emergeva dalla nebbia della memoria. Strofinai un occhio. – Ero, – dissi.
Chiacchierammo per una decina di minuti. Beatrice Sammichele mi raccontò qualcosa della vita di Nicola. Era un discorso che doveva aver fatto diverse volte perché riuscí a riassumerla con particolare efficacia, anche se ciò, a testimonianza del fatto che Nicola era stato un padre molto amato, non le impedí di commuoversi. Poi, quando si rese conto che non restava granché oltre le frasi di circostanza, disse: – Dove posso spedirglielo. Va bene a casa?
– Spedire?
– Il quaderno.
– Vuole darlo a me?
– Certo. È indirizzato a lei. C’è il suo nome sulla busta.
– Ma no, – dissi. – Lo tenga per i suoi figli, per i nipoti di Nicola, è un ricordo del nonno.
– No, Sergio, non ha capito. Mio padre voleva che lei lo avesse. Nel diario ci sono informazioni che la riguardano. Glielo spedisco. E lei dovrebbe leggerlo. – …
– Mi ha sentito?
– Sí.
– Credo proprio che dovrebbe.
Quando attaccò restai con la cornetta in mano, nel ronzio del segnale. Letizia riapparve nel corridoio con indosso una tunica di lino leggera e ampia, rosa cipria. – E quindi? – chiese. – Chi era?
La guidai in cucina, aprii il frigorifero e versai un dito di vino bianco in due bicchieri bassi. Il mio lo ingollai in piedi con lo sguardo rivolto alla finestra. Sul vetro vedevo la faccia di Nicola: un ragazzo di vent’anni dalle guance sporche di fango, una sciarpa rossa attorno al collo e dietro gli occhiali lo sguardo perso, con dentro una forma di malinconia. Letizia e io trascorremmo la notte a parlare. Le raccontai ciò che ricordavo, oggi potrei dire: ciò che sapevo. Cose che in passato dovevo già averle detto ma di cui si era scordata. In fondo, cinquant’anni prima, Nicola era entrato e uscito dalla mia vita in una manciata di giorni. Mi addormentai che albeggiava.
Il pacco arrivò la settimana successiva. Avevo chiesto alla figlia di Nicola di spedirlo in studio. Carta marrone, scotch marrone, scrittura nera tonda. Nome, indirizzo. Tornato a casa lo posai sulla scrivania tra gli appunti e le bollette e nel corso del pomeriggio mi limitai a scrutarlo da lontano con la diffidenza di un animale selvatico. Letizia non chiese. Andammo a cena da amici e al rientro aspettai che si addormentasse. A quel punto mi sedetti, accesi la lampada con la base d’ottone e tagliai lo scotch con il coltellino. Il quaderno aveva la copertina nera e gli angoli consumati. Lo estrassi piano come si fa con gli oggetti fragili. Aveva il peso delle cose che non sai dove mettere. Lo aprii e sulla prima pagina ingiallita, con una grafia antica, c’era scritto: «Firenze ’66».

Tratto da “Cencio”, di Fabio Geda, Einaudi, 2026, 18,50€, 240 pagine
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L’11 settembre la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio la proposta di accordo commerciale tra l’Unione europea e l’India, soltanto in inglese. Le traduzioni ufficiali di un testo simile richiedono mesi, perché i giuristi linguisti devono verificare parola per parola che ogni versione produca gli stessi effetti giuridici. La Commissione punta a far firmare l’accordo entro la fine dell’anno e ha scelto di non aspettarle, impegnandosi a renderle disponibili in vista del voto del Parlamento europeo. Quel voto arriva però dopo la fase in cui i governi, riuniti nel Consiglio, devono esaminare l’accordo e autorizzarne la firma. La Francia si è opposta, sostenendo che disposizioni tecniche di questa portata non possono essere valutate seriamente senza una traduzione.
La questione è meno marginale di quanto sembri. Poiché il commercio rientra nelle competenze esclusive dell’Unione, i parlamenti nazionali non dovranno ratificare l’accordo: possono soltanto chiamare i propri ministri a rendere conto delle posizioni che intendono assumere in Consiglio. Se in quel momento il testo esiste solo in inglese, il loro controllo è diseguale prima ancora di cominciare. La questione, quindi, non è se a Bruxelles si possa lavorare in inglese, ma se sia legittimo chiedere ai cittadini europei e ai loro rappresentanti di esaminare in inglese le decisioni che li riguardano. È un problema di accesso democratico, più che un nuovo capitolo dell’antica disputa europea sulle lingue.
L’Unione ha ventiquattro lingue ufficiali: i cittadini possono rivolgersi alle istituzioni in ciascuna di esse e la legislazione deve essere pubblicata in tutte. Nella pratica, però, Bruxelles funziona sempre più spesso in inglese, e non senza motivo. Secondo l’ultimo Eurobarometro sulle lingue, il 47 per cento degli europei sa sostenere una conversazione in inglese come lingua straniera. La Brexit ne ha paradossalmente rafforzato la posizione: oggi l’inglese è la lingua madre di una piccola minoranza dei cittadini dell’Unione e non è la lingua nazionale di nessuno dei grandi Stati membri. Per quasi tutti è una seconda lingua, e proprio per questo nessuno parte avvantaggiato.
Su questa realtà il filosofo belga Philippe Van Parijs ha costruito uno degli argomenti più convincenti a favore dell’inglese come lingua franca europea. I gruppi multilingui, sostiene, tendono a convergere sulla lingua che chiama «maximin», quella in cui anche i meno competenti se la cavano meglio e che quindi esclude meno persone dalla conversazione. In Europa questa lingua è l’inglese, e le alternative sarebbero peggiori: tornare al francese, lingua di lavoro prevalente delle istituzioni comunitarie fino agli allargamenti del 1995 e del 2004, vorrebbe dire sostituire un privilegio linguistico con un altro.
Van Parijs descrive tuttavia un punto d’arrivo, non la situazione presente. Lo stesso Eurobarometro mostra che più della metà degli europei non sa sostenere una conversazione in inglese, e quasi quattro su dieci non ci riescono in nessuna lingua diversa dalla propria. E la conversazione è la parte più semplice: leggere un accordo commerciale, comprendere un proprio diritto o seguire un’allerta sanitaria è un’altra cosa. Nel febbraio 2020, mentre il Covid-19 si diffondeva, la Commissione pubblicò in un primo momento le informazioni sulla propria risposta solo in inglese. Due giorni dopo c’erano le versioni in maltese e in spagnolo, ma non ancora quella italiana, benché l’Italia fosse allora il Paese europeo più colpito. Gli europei possono anche parlare tra loro in inglese; per capire una decisione che li vincola, o un’informazione pensata per proteggerli, nessuno dovrebbe però aver bisogno di padroneggiare una seconda lingua.
Per decenni questa esigenza si è scontrata con un limite materiale: ogni lingua in più significava più traduttori, più coordinamento e più tempo. Oggi quel vincolo è molto più debole, perché il sistema eTranslation della Commissione copre tutte le ventiquattro lingue ufficiali e produce bozze di traduzione quasi istantaneamente. Tra una traduzione disponibile e una che l’istituzione è disposta a sottoscrivere rimane però una distanza. Un testo apparentemente fluido può perdere una precisazione, eliminare un’ambiguità voluta o introdurre piccole differenze tra una lingua e l’altra, e quando le parole producono effetti giuridici il controllo umano resta indispensabile.
L’alternativa a una traduzione automatica ufficiale, d’altra parte, non è l’assenza di traduzione. Funzionari parlamentari, giornalisti e cittadini possono già incollare un documento disponibile solo in inglese in un chatbot commerciale, ottenendo al posto di un testo autorevole uno leggibile di cui nessuna istituzione risponde. E questi sistemi non si comportano allo stesso modo in ogni lingua: un audit condotto nel 2026 su sei dei principali modelli di intelligenza artificiale ha rilevato che, interrogati sulla guerra in Ucraina, alcuni rispondevano in russo in modo più vicino alle tesi del Cremlino che in inglese o in ucraino. Le traduzioni, insomma, circoleranno comunque; il problema è stabilire chi se ne assume la responsabilità.
Una soluzione è già alla portata delle istituzioni europee: quando una traduzione umana non è pronta, potrebbero pubblicare insieme all’originale una propria versione automatica in ciascuna lingua ufficiale, dichiarata provvisoria, non vincolante e aperta a correzioni. Per le decisioni formali servirebbero, come oggi, le versioni revisionate dai giuristi linguisti, ma governi e parlamenti nazionali disporrebbero da subito di un testo comprensibile per una prima lettura.
Non servirebbe inventare tutto da zero. L’India, controparte proprio dell’accordo da cui nasce questa discussione, ha costruito Bhashini, una piattaforma pubblica che usa l’intelligenza artificiale per tradurre tra le numerose lingue del Paese e che sta entrando anche nel lavoro parlamentare. L’esempio indiano mostra che la tecnologia linguistica può essere trattata come un’infrastruttura pubblica, invece di essere lasciata alle piattaforme commerciali. Anche l’Unione ha già in mano buona parte degli strumenti necessari: da quasi settant’anni le sue istituzioni producono versioni parallele e giuridicamente verificate dei propri testi. Quello che è sempre apparso come il costo del multilinguismo è diventato così uno dei patrimoni di dati multilingui più preziosi al mondo. Su questa base, nel luglio 2026, la Direzione generale della Traduzione della Commissione ha reso disponibile, accanto a eTranslation, un proprio modello linguistico istituzionale, sviluppato per lavorare nelle ventiquattro lingue ufficiali.
Non si tratta di costruire una macchina che cancelli le differenze tra le lingue. La filosofa francese Barbara Cassin, che ha lavorato a lungo con i giuristi linguisti della Corte di giustizia dell’Unione, ha invitato a «riflettere non contro, ma con la traduzione automatica». Un servizio pubblico dovrebbe fare proprio questo: usare l’automazione dove funziona, dichiararne i limiti e restituire la parola a traduttori e giuristi quando il testo lo richiede. La stessa logica vale oltre i documenti scritti. Nell’aprile 2024 ha circolato molto un video, dichiaratamente rielaborato con l’IA, in cui il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro spiegava ai turisti il nuovo ticket d’ingresso alla città in un inglese fluente e con la propria voce. L’anno successivo, durante la presidenza polacca del Consiglio, la stessa tecnologia è entrata in un contesto istituzionale. Le conferenze stampa ministeriali sono state doppiate in polacco, inglese e francese. Non è difficile immaginare un commissario europeo che parla nella propria lingua mentre ogni cittadino ascolta lo stesso intervento nella sua. Basta che la versione sintetica sia dichiarata e che l’originale resti accessibile.
Nulla di tutto questo obbliga a portare ventiquattro lingue nelle riunioni interne di Bruxelles, dove negoziatori e funzionari possono continuare a lavorare in inglese. La posta in gioco riguarda ciò che accade fuori da quelle stanze. Uno dei limiti più discussi della democrazia europea è l’assenza di un’opinione pubblica comune: le stesse decisioni vengono commentate in ventisette dibattiti nazionali separati, ciascuno con i suoi giornali, le sue polemiche e i suoi tempi. Le lingue non sono l’unica causa di questa frammentazione, ma sono una delle più evidenti. Una traduzione automatica garantita da un’istituzione pubblica permetterebbe a un cittadino italiano di leggere l’intervento di un deputato polacco al Parlamento europeo o i contributi che altri europei inviano alle consultazioni della Commissione. La piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa, tra il 2021 e il 2022, consentiva già di scrivere in qualsiasi lingua ufficiale e di leggere in traduzione gli interventi altrui. Era uno spazio limitato, ma ha mostrato che una discussione europea può esistere senza passare per una lingua unica.
L’intelligenza artificiale non risolverà il problema politico delle lingue europee, ma rende molto meno credibile la vecchia giustificazione secondo cui ricorrere all’inglese sarebbe inevitabile perché tradurre richiede troppo tempo. Per l’Unione è anche un’occasione. Da decenni le sue istituzioni sono accusate di essere lontane e tecnocratiche, chiuse in un linguaggio che i cittadini non sentono come proprio. Rivolgersi a ciascuno nella sua lingua non basterà a colmare questa distanza, ma ne rimuoverebbe una delle cause più concrete. Un’Unione che riesce a parlare ai propri cittadini nella loro lingua sarebbe, almeno sotto questo aspetto, un po’ meno distante dallo spazio pubblico comune che da decenni prova a costruire.
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Non sono locali blasonati, non hanno lunghe liste d’attesa e prenotazioni complicate. Non spaccano sui social, e non hanno una cartella stampa di un prestigioso ufficio di comunicazione. Eppure esistono, sono pieni e hanno i conti in ordine, riescono a funzionare anche se c’è la crisi, hanno il personale che serve e non si disperano. Sono i ristoranti che funzionano perché svolgono il loro lavoro con determinazione e costanza, senza grilli per la testa e senza bisogno di ambire al riconoscimento. Sono quelli che incontri quando cerchi un posto buono e hai bisogno di fermarti senza sapere bene dove sei, e ne esci stupito e appagato. Sono quelli che fanno il tessuto ristorativo italiano e che hanno reso la nostra una delle nazioni più affidabili dal punto di vista gastronomico.
È gastronomia d’asporto, spaccio, ma anche bar e caffetteria, ma è un po’ anche luogo di aggregazione ed è decisamente ristorante. 868 bistrot è a mezz’ora da Verona ma con la città non ha nulla a che fare. Incastonato sulle montagne della Lessinia, a Erbezzo, è il luogo dove se capiti sai già che tornerai. L’accoglienza è di altri tempi e ai tavoli di legno puoi trovare vignaioli, signori del luogo, turisti in vacanza e stranieri che stanno esplorando i dintorni. Per arrivare devi aver voglia di fare un po’ di tornanti, ma una volta raggiunti gli 868 metri d’altezza la cucina solida e centratissima di Ivan Bombieri e l’accoglienza paciosa del fratello Michele ti dimostreranno che ne valeva la pena. Qui non si fanno sconti sul gusto, gli ingredienti del territorio sono la base su cui si costruisce il sapore di un tempo con la consapevolezza e la competenza contemporanee. Lasciarsi sedurre è un attimo, il burro della Lessinia farà il resto, insieme alle etichette che Michele propone ai tavoli: scelte con competenza e con attenzione, per offrire qualcosa di insolito ma senza snaturare la situazione conviviale e familiare. Un luogo d’incontro moderno dove rilassarsi, brindare e godersi un’atmosfera dinamica, che proietta la Lessinia in un nuovo modo di intendere l’accoglienza.
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868 BISTROT
Via Fasani di Sopra, 4
37020 Erbezzo VR
È lo stesso principio che guida la nuova apertura varesina della storica Osteria di piazza Litta, tradizionale locale che accoglie e ristora locali turisti da svariati anni e che ha appena aperto la sua succursale di impronta veneta, con spunciotti, cichetti e goti per chi vuole passare una serata tra ottimi piatti da condividere e vini di ricerca da gustare anche al calice. Si chiama non per niente Goto de vin, e rivela le origini venete dei due proprietari, che in cucina si sono affidati a Fabio Bonanata, giovane e brillante chef in grado di fare la differenza nel piatto. Non servono fuochi d’artificio quando il menu è ben studiato e i piatti sono buoni, belli e piacevoli e se la mano che li prepara sa il fatto suo. Smuovere la provincia varesotta dalle sue certezze granitiche è un’impresa, ma questa è di sicuro una delle strade più corrette. Loro la definiscono “cucina conviviale e vini giusti” e noi non possiamo essere più d’accordo.
GOTO DE VIN
via Castiglioni 1
21100 Varese
Una anonima strada di provincia, immersa in una distesa di pianura padana irrigata dalle risaie. Non certo il luogo dove programmare una vacanza. Eppure, in Lomellina si può anche andare per cena, e godersela senza rimorsi. Qui la definizione è “Cucina semplice, fatta in casa” e nel piatto ci ritroviamo perfettamente. Un ristorante di una giovane famiglia che porta avanti un luogo che ristora, e propone serate e tema, bei piatti e bei vini senza necessità di altre sovrastrutture. Vitello tonnato, bagna cauda, tajarin, ottima carne e vini ben scelti con selezione decisa del panorama locale e piemontese. Si sta bene, si esce felici, il conto è corretto e i sorrisi larghi e accoglienti.
L’antica corte
Via della Libertà 108
27027 Gropello Cairoli
In quel delirio di rotonde tra l’autostrada del Brennero e la A4 trovare un luogo accogliente dove fermarsi è spesso un’impresa. Ma basta fare qualche curva e dopo pochi chilometri si arriva in uno spiazzo vista vigne e lago di Garda, in una casa di legno con pergolato e tavoli accoglienti. L’interno è colorato, vivace, i muri sono coperti di bottiglie che cambiano spesso e propongono a prezzi più che onesti una ottima selezione da scoprire. Si comprano cose buone, ma soprattutto ci si gusta una cucina concreta e carnivora, con tante proposte che rendono la sosta un momento decisamente confortante. In un mix ben riuscito di lattine di acciuga che fanno il giro del soffitto e piatti decorati, sono bellissimi persino i grembiuli del personale e i segnatavoli con il vostro nome scritto su piastrelle: scommettiamo che vorrete portarli a casa? Ha anche un gemello di pesce a pochi chilometri, Osteria tenuta Preella.
Osteria Metti
Località Incaffi 18
37010 Affi
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