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100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

19 October 2026 at 16:07

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

19 October 2026 at 15:00

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

Não há duas sem três: Algarve vai ter mais uma abertura da Mercadona

19 October 2026 at 11:33

A Mercadona vai abrir um terceiro supermercado no Algarve, expandindo a sua presença na região após a recente inauguração da loja de Portimão, no passado dia 15 de outubro, e da abertura já agendada em Faro para 12 de novembro.

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Mercadona anuncia nova loja em Olhão para 2027 e já está a recrutar

19 October 2026 at 10:26

A empresa procura operadores de supermercado para jornadas de 40, 20 e 15 horas semanais, com contratos sem termo e formação remunerada.

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Da Bretton Woods a Hormuz. Perché la forza non basta più a difendere il primato del dollaro

19 October 2026 at 10:19

Ci sono momenti in cui la storia cambia prima che le istituzioni costruite per governarla se ne accorgano. Non serve una guerra, né la firma di un trattato: basta che gli strumenti che per decenni hanno garantito stabilità comincino, quasi senza rumore, a produrre effetti diversi da quelli per cui erano nati. È quanto sta accadendo all’ordine economico e finanziario internazionale, e la crisi di Hormuz lo ha reso visibile anche a chi preferiva non vederlo.

Nel luglio del 1944, con la guerra ancora in corso, i rappresentanti di quarantaquattro Paesi si riunirono a Bretton Woods. Chi pensa che stessero disegnando soltanto un sistema di cambi sottovaluta quella generazione. Stavano costruendo un pezzo dell’ordine politico del dopoguerra, nella convinzione, maturata sulle macerie degli anni Trenta, che senza stabilità economica non ci sarebbe stata sicurezza internazionale. Il dollaro ne divenne il perno. Gli Stati Uniti disponevano della più grande capacità industriale e militare del pianeta, ma soprattutto avevano compreso che una moneta può organizzare intorno a sé un sistema di relazioni più durevole di qualunque alleanza.

Lo dimostrò il 1971. Quando, in agosto, Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, l’architettura di Bretton Woods cessò di esistere, ma la centralità americana sopravvisse e anzi si rafforzò. La reggevano mercati finanziari profondi, titoli del Tesoro liquidi, il controllo dei circuiti di pagamento e, sopra ogni cosa, la fiducia che Washington avrebbe garantito regole e continuità. Mezzo secolo dopo, la questione si è spostata. La competizione fra le grandi potenze investe insieme le risorse, la destinazione del capitale, le filiere produttive e la credibilità delle monete. La finanza ha smesso di accompagnare la geopolitica. Ne è diventata uno dei campi di battaglia.

Il rapporto fra petrolio e dollaro è il luogo in cui questa trasformazione si legge meglio, a patto di non cedere agli slogan. Già con gli accordi di Ginevra, all’inizio degli anni Settanta, i produttori ottennero dalle compagnie meccanismi di adeguamento dei prezzi contro la svalutazione della moneta americana. Nel 2000 l’Iraq di Saddam Hussein ottenne di regolare in euro le esportazioni del programma Oil-for-Food delle Nazioni Unite; l’Iran ha percorso a lungo la stessa strada; Russia e Cina hanno moltiplicato negli ultimi anni i pagamenti in valute nazionali. Occorre però distinguere tre piani che il dibattito pubblico tende a confondere: la moneta in cui il barile è quotato, quella in cui una singola transazione viene regolata e quella in cui i proventi vengono reinvestiti. Il petrodollaro vive soprattutto della terza. La domanda vera, dunque, è che cosa accade quando un numero crescente di governi comincia a considerare la diversificazione monetaria una questione di sicurezza nazionale.

Quel momento ha una data. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha immobilizzato circa trecento miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Era una scelta giusta e necessaria. Ma ogni banca centrale del mondo ne ha tratto una lezione: le riserve detenute nella valuta di un altro paese sono sicure finché si resta dalla parte giusta di chi la emette. La risposta è stata l’oro. Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali ne hanno acquistato oltre mille tonnellate l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. È un dato che dice molto più di qualunque statistica sui pagamenti in yuan. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Chi annuncia la fine del dollaro dovrebbe partire da questi numeri. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esista e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera. Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno.

È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua. Il paese che emette la moneta di riserva ed è il primo produttore mondiale di petrolio non è al riparo dallo shock. E lo shock energetico diventa rapidamente shock finanziario: aspettative di inflazione più alte significano tassi più alti, e tassi più alti pesano su un debito federale che dal 2024 costa in interessi più di quanto Washington spenda per la propria difesa. Per chi ha avuto a che fare con i bilanci militari, è un dato che non ha bisogno di commento.

Una grande potenza energetica può subire il prezzo internazionale dell’energia; una grande potenza monetaria può trovarsi a pagare più caro il capitale; una grande potenza militare può vincere una battaglia senza ristabilire condizioni durevoli di stabilità. Il dollaro non è una rendita acquisita. È una posizione da custodire, che vive di liquidità, istituzioni, prevedibilità e fiducia. La forza può difenderla per un tempo. Non può sostituirla per sempre.

Pechino ha capito presto il valore strategico della dipendenza finanziaria. L’internazionalizzazione dello yuan, il circuito di pagamenti CIPS e gli accordi di swap con decine di banche centrali servono a ridurre l’esposizione alle decisioni americane. La Cina si scontra però con un limite che nessun piano quinquennale può aggirare: una moneta non diventa universale perché appartiene a una grande economia. Deve poter essere detenuta, investita e trasferita con libertà, e deve offrire attività sicure e liquide a chi non dipende dal governo che la emette. Con i controlli sui movimenti di capitale e un sistema finanziario subordinato alle priorità del Partito, la crescita dei pagamenti in yuan resta lontana dalla nascita di un nuovo dollaro. Pechino può offrire alternative ai paesi che temono Washington. Non può offrire loro una fiducia che il suo stesso sistema non concede.

Lo scenario più probabile non è quindi il passaggio di testimone fra due egemonie monetarie, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali che convivono con la centralità del dollaro, mentre l’accesso ai mercati e ai sistemi di pagamento diventa sempre più condizionato dalle rivalità politiche. Un mondo meno uniforme, e non per questo più equilibrato, in cui la frammentazione riduce alcune dipendenze, ne crea di nuove e moltiplica le occasioni di ricatto. Lo stiamo vedendo a Hormuz e nel Mar Rosso: le strozzature non appartengono più soltanto alle grandi potenze.

L’Europa vive una contraddizione diversa. L’euro esiste, è solido, è la seconda valuta del sistema internazionale. La debolezza strategica europea non nasce dalla moneta. L’Unione ha un grande mercato, un risparmio imponente, capacità industriali e un potere regolatorio che il mondo le riconosce. Le manca la capacità di trasformare tutto questo in decisione. Il programma SAFE, centocinquanta miliardi di prestiti comuni per la difesa, è stato un primo passo nella direzione giusta, e l’unione del risparmio e degli investimenti è la condizione perché non resti l’ultimo. Ma nessun mercato dei capitali, per quanto completo, sostituisce una volontà comune abbastanza stabile da orientare per vent’anni gli investimenti in difesa, spazio, infrastrutture critiche e tecnologie. Il punto non è quanto denaro possieda l’Europa. È quanto riesca a trasformarlo in libertà di decisione.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie. È la forma economica del pensiero timido: avere i mezzi e rinviare la scelta. In un mondo in cui il capitale segue le alleanze, chi non decide dove indirizzare il proprio risparmio lascia che siano altri a deciderlo.

Intanto la competizione per il capitale si fa più dura. Difesa, intelligenza artificiale, transizione energetica, reti digitali e ricostruzione delle filiere chiedono investimenti enormi, e tutti nello stesso momento. Gli Stati devono finanziarli con debiti già elevati e costi di raccolta in risalita. Fondi sovrani, grandi gestori e banche multilaterali restano guidati da rendimento e rischio, ma pesano ormai anche la sicurezza delle forniture, l’affidabilità delle giurisdizioni e la probabilità di sanzioni. La geografia del capitale comincia così a sovrapporsi a quella delle alleanze. Il capitale resta mobile, ma la sua mobilità ha smesso di essere neutrale: una scelta su semiconduttori o reti digitali pesa sulla competitività di un paese quanto un programma militare. La domanda del prossimo decennio sarà quali Stati sapranno finanziare insieme sicurezza, trasformazione tecnologica e coesione sociale senza compromettere i propri conti. E quali, pur ricchi di risorse, resteranno incapaci di indirizzarle verso una strategia riconoscibile.

Bretton Woods nacque dall’idea che la stabilità economica dovesse impedire il ritorno della catastrofe politica e militare. Ottant’anni dopo, l’interdipendenza che avrebbe dovuto produrre cooperazione viene vissuta come una vulnerabilità da ridurre. Gli Stati Uniti conservano la centralità monetaria ma non governano tutte le conseguenze delle crisi; la Cina allarga il proprio spazio economico senza poter offrire una moneta equivalente; l’Europa possiede una moneta forte e non ha ancora risolto il problema della decisione comune. Nessuno dei tre è condannato al declino. In tutti e tre, però, si allarga la distanza fra il possesso degli strumenti della potenza e la capacità di governarne gli effetti.

Il nuovo ordine potrebbe conservare il dollaro come valuta dominante e, insieme, moltiplicare i fronti della competizione economica. Conterà allora meno la capacità di imporre condizioni e più quella di attrarre capitali e di mantenere relazioni durevoli anche con chi non condivide tutte le proprie scelte. Le banche centrali che comprano oro lo stanno già dicendo, a modo loro. La potenza può imporre un prezzo, ma non può imporre la fiducia. E la solitudine delle grandi potenze è forse proprio questa: disporre di strumenti sempre più sofisticati per esercitare la forza, senza avere più, da sole, la capacità di trasformarla in stabilità.

Suplemento extraordinário vai ser pago aos pensionistas entre 7 e 8 de dezembro

19 October 2026 at 09:20

Ocorreu no ano passado e este ano volta a repetir-se. Vai ser atribuído aos pensionistas um suplemento extraordinário, que será pago juntamente com a pensão de dezembro.

Conforme já foi anteriormente publicado, será atribuído apoio a quem recebe pensão até ao valor de 1.611,39 euros mensais (limite de atribuição do suplemento), estando dispensado de retenção na fonte em sede de IRS, segundo um diploma já publicado em Diário da República.

De acordo com o decreto-lei n.º 201/2026, que estabelece este apoio extraordinário entre 100 e 200 euros aos pensionistas com reformas mais baixas, “o valor do suplemento é determinado em função do montante mensal global das pensões recebidas pelo pensionista“.

Como nos anos anteriores, o apoio é atribuído por pensionista e não por pensão, pelo que quem recebe várias pensões verá estes montantes somados para determinar se tem ou não direito ao suplemento. Exemplo: se recebe duas pensões, uma de 800 euros e outra de 900 euros, o que perfaz um total de 1 700 euros, segundo a Lei não irá receber qualquer suplemento porque ultrapassar o limite definido para atribuição do apoio, embora cada uma das pensões, individualmente, estivesse abrangida.

Isto é, nos termos do diploma, são abrangidos pelo apoio “os pensionistas de invalidez, velhice e sobrevivência do sistema de Segurança Social, os pensionistas por aposentação, reforma e sobrevivência do regime de proteção social convergente e os pensionistas do setor bancário, com pensões devidas até 30 de novembro de 2026, inclusive, cujo montante mensal global de pensões e respetivos montantes de atualização extraordinária, seja igual ou inferior a três vezes o valor do Indexante dos Apoios Sociais (IAS) em vigor”.

Face ao exposto, estão excluídas as pensões por incapacidade permanente para o trabalho e por morte decorrentes de doença profissional, outras pensões de indemnizações, as pensões de natureza não contributiva do âmbito da Caixa Geral de Aposentações (CGA) e os complementos por dependência, por cônjuge a cargo e solidário para idosos.

Valor do suplemento extraordinário

O suplemento extraordinário será de 200 euros para quem recebe uma pensão até 537,13 euros (o equivalente a um IAS), de 150 euros para os pensionistas com pensões entre 537,13 euros e 1.074,26 euros (o equivalente a entre um e dois IAS) e de 100 euros para quem recebe entre 1.074,26 euros e 1.611,39 euros (o equivalente a entre dois e três IAS).

Recordamos que a atribuição de um suplemento extraordinário para os pensionistas foi anunciada pelo Governo em 08 de setembro durante o debate parlamentar da Moção de censura do Chega ao Governo. A atribuição do suplemento foi aprovada no dia 17 desse mês em Conselho de Ministros.

E foi também no dia 17 de setembro, que o primeiro-ministro, Luís Montenegro, afirmou numa declaração ao país que a iniciativa se inseria num conjunto de medidas aprovadas pelo executivo para “reforçar a resposta” à crise provocada pelo aumento do custo de vida.
“Será pago com a pensão de dezembro e vai abranger mais de dois milhões de pensionistas“, anunciou o primeiro-ministro Luís Montenegro.

A previsão do Governo é de que com a atribuição deste apoio irá despender 400 milhões de euros. Será pago, por transferência bancária ou vale de correio, entre 7 e 8 de dezembro, em conjunto com a pensão do mês e o pensionista, entretanto, não tem que fazer nada.

Master: Em mensagens, Vorcaro declarou lado sem margem para dúvida: “apoiamos a direita”

18 October 2026 at 13:03

Há um mês, uma pesquisa do instituto Datafolha mostrou que mais entrevistados acreditavam que o escândalo do Banco Master envolvia mais políticos de esquerda (34%) do que de direita (27%). Naquele retrato da opinião nacional, divulgado em 18 de setembro, havia ainda 13% do velho “tá todo mundo envolvido”. A dúvida não parece ser a mesma quando quem fala é o próprio dono do Master, Daniel Vorcaro, ao trocar mensagens com um amigo pessoal: “apoiamos a direita”, escreveu o banqueiro em conversas de WhatsApp interceptadas pela Polícia Federal (PF) às quais a Agência Pública teve acesso.

Em uma conversa com o pastor e líder da Igreja Batista da Lagoinha, André Valadão, Vorcaro afirmou apoiar a direita brasileira. A declaração foi feita após o empresário demonstrar irritação com uma publicação do deputado federal Nikolas Ferreira (PL), em 27 de abril de 2024.

Daniel Vorcaro, que mantém uma relação próxima com André Valadão, encaminhou um link ao pastor e demonstrou insatisfação com uma publicação do deputado. A postagem compartilhada pelo parlamentar trazia a seguinte mensagem: “Ministro do STF, STJ e TSE silenciam sobre quem pagou suas despesas em Londres”. Na legenda, Nikolas classificou a reportagem como “interessante”.

“Nikolas repostou a Malu [Gaspar]. Loucura isso. Aliás, narrativa ruim pra ele mesmo”, escreveu o empresário. “Quem me mandou foi um blog de esquerda, que sabe que apoiamos a direita. Olha a bola de neve que pode virar”, disse.

“Eu apoio diversos eventos e debates, e nesse caso o apoio foi com a palestra do Tony Blair com quem tive um debate de altíssimo nível. No evento, várias pessoas de direita, apoiadores do evento inclusive vários que apoiaram ele [Nikolas], como nós. Acaba ficando ruim ele incentivar e propagar um ataque a mim, como fez agora. Só preciso saber se estamos do mesmo lado ou agora estamos um contra o outro”, finalizou o banqueiro.

Horas depois de afirmar ao amigo que conversaria com Nikolas Ferreira, André Valadão retomou o diálogo e informou que o deputado desconhecia que o evento mencionado na reportagem da jornalista Malu Gaspar havia sido organizado pelo Banco Master.

“Resumindo, ele [Nikolas] nem sabia sobre o banco e você, “palavras dele né“, e daí pediu perdão demais e vai contornar tudo. Deve te chamar também, ele me disse. Disse da gratidão com você e por aí vai.”

Mensagens no Whatsapp de André Valadão com Nikolas Ferreira sobre 'Dani', Daniel Vorcardo do Banco Master
publicação de Nikolas Ferreira no X com o comentário “Interessante.”, ao compartilhar uma publicação da jornalista Malu Gaspar sobre o silêncio de ministros do STF, STJ e TSE a respeito de quem pagou suas despesas em um evento em Londres, relacionado ao Banco Master.
Publicação de Nikolas Ferreira no X em que afirma que solicitará, via Lei de Acesso à Informação, os gastos de ministros do STF, STJ e TSE e de integrantes do governo Lula em viagem a Londres para um evento jurídico.

Em março de 2025, antes de pedir ajuda de Vorcaro, Nikolas encaminha áudio ao banqueiro, retoma o assunto e pede desculpa pelas publicações com críticas ao evento organizado pelo Master. “Troquei ideia lá com o pastor Valadão naquela época, lá naquela postagem. Eu falei: ‘Pastor, eu não fazia ideia que era este o banco do Dani etc. e tudo, senão, obviamente, eu não teria postado, já teria conversado anteriormente’, mas, enfim, acabou que a palavra dita não tem como voltar, né? Mas espero que tenha sido esclarecido, enfim, depois vamos marcar de a gente se encontrar também, tá bem?”, disse Nikolas.

Apoio e reciprocidade

A relação do Banco Master vai além de críticas pontuais de um ou outro deputado e passa também por manobras no exercício de seus mandatos. Quando diz que “apoiamos a direita”, Vorcaro entende o ecossistema que se formou em torno de sua empresa (e família) e tem rastro de uso de seus recursos para isso.

Em 2022, por exemplo, Fabiano Campos Zettel, pastor da igreja Lagoinha em Belo Horizonte, casado com a irmã de Vorcaro e que muitas vezes atuava para resolver as missões financeiras do empresário, foi oficialmente o sexto maior doador das Eleições 2022. Em nome dele, como já registrou a Pública, foram destinados R$ 2 milhões para a campanha de Tarcísio de Freitas (Republicanos-SP) ao governo de São Paulo e outros R$ 3 milhões para a campanha à presidência de Jair Bolsonaro, derrotado nas urnas.

Zettel segue preso, na mesma investigação de fraude nas operações do Master que investiga Vorcaro. As 54 empresas do grupo seguem sendo controladas por Natália Vorcaro Zettel, irmã de Daniel e esposa de Fabiano, com quem se uniu em regime de separação de bens, como também apontou a Pública.

Do outro lado do balcão, o apoio se mostra mútuo, especialmente em momentos delicados de crise. No início das suspeitas de fraude de suas operações de crédito, a saída para o Banco Master foi a compra pelo Banco de Brasília (BRB), uma operação que envolveu o senador Ciro Nogueira (PP-PI), o dirigente partidário Antônio Rueda (União Brasil-RJ) e o então governador do Distrito Federal Ibaneis Rocha (MDB-DF).

Nogueira ainda foi defensor, no Congresso Nacional, da ampliação da cobertura do Fundo Garantidor de Crédito (FGC). Ao mesmo tempo, ainda foi avaliado por deputados e senadores um projeto de lei, proposto por Cláudio Cajado (PP-BA) para permitir que o Congresso destituísse presidentes e diretores do Banco Central em regime de urgência.

A Pública procurou Daniel Vorcaro para comentar a divulgação das mensagens e a declaração de apoio. A assessoria de imprensa do empresário informou que se manifestaria a partir de segunda-feira (19).

Os Bolsonaros

Entre setembro e novembro de 2025, quem fez contatos recorrentes com Vorcaro foi o candidato à presidência da República Flávio Bolsonaro. Ele cobrou mais de 60 milhões de dólares prometidos pelo banqueiro, que oficialmente seriam utilizados na produção do filme Dark Horse, ainda sem previsão de estreia e sem prestação pública de contas que comprove o destino dos valores.

Flávio Bolsonaro negou o contato. Classificou a denúncia original, do Intercept Brasil, como uma mentira de militante. Depois voltou atrás. Uma, duas, várias vezes. Meses depois, com as eleições, próximas da conclusão, passou de “nem conhecer a figura” para a pessoa que diz que “quem tem que explicar é o PT”, porque ele, um senador da República, estaria apenas fazendo uma “captação privada para um filme privado”.

Não apenas o presidenciável estava no radar do banqueiro Vorcaro. Quando ainda estava em liberdade, o pai de Flávio, Jair Bolsonaro, preso por tentativa de golpe de estado e outros quatro crimes, fez uma postagem na rede social X “de negócio que ele sabe nem o que é”, reclamou Vorcaro a André Valadão.

Algarve conquista pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa

18 October 2026 at 08:45

O Algarve acaba de ser eleito Melhor Destino de Praia da Europa 2026 nos World Travel Awards, considerados os “Óscares do Turismo”, conquistando este prestigiado galardão pela 11.ª vez – depois das distinções alcançadas em 2012, 2013, 2015, 2016, 2017, 2019, 2020, 2021, 2022 e 2023.

Registando um recorde sem precedentes na categoria de Destino de Praia, a distinção foi anunciada este sábado, durante a Gala Europeia dos prémios, realizada em Kotor, no Montenegro.

Na prestigiada votação dos leitores da Condé Nast Traveller, o Algarve consolidou-se como um dos destinos mais amados da Europa tendo-se destacado entre oito destinos nomeados, superando concorrentes como Porto Santo, Maiorca, Sardenha, Marbella, Cannes e Corfu.

Segundo a Região de Turismo do Algarve, a conquista deste novo título europeu surge num momento particularmente positivo para a notoriedade internacional da região com duas praias a integrarem também o top-20 das melhores da Europa, segundo os leitores da edição britânica da Condé Nast Traveller.

A Praia da Falésia, no concelho de Albufeira, conquistou o 4.º lugar, com 94,70 pontos, enquanto a Praia de Benagil, no concelho de Lagoa, registou a 16.ª posição, com 81,67 pontos. São as duas únicas praias portuguesas a integrar esta classificação, que resulta de uma iniciativa com mais de 296 mil respostas de leitores do Reino Unido nos Readers’ Choice Awards 2026.

O presidente do Turismo do Algarve, disse que “conquistar pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa é um motivo de enorme orgulho para toda a região.” como reporta o Algarve Primeiro.

Enalteceu o “percurso de excelência que temos vindo a construir ao longo dos anos“, e “este reconhecimento ganha um significado ainda mais especial quando duas das nossas praias acabam também de ser distinguidas entre as melhores da Europa pelos leitores da Condé Nast Traveller.“

Gomes valorizou as distinções dizendo que elas “refletem a beleza e diversidade da nossa costa, a qualidade da nossa oferta turística e, sobretudo, o trabalho e a dedicação de todos os que contribuem diariamente para afirmar o Algarve como um destino de referência internacional.”

“Mais do que celebrar estas conquistas, importa encará-las como uma responsabilidade acrescida. Queremos continuar a valorizar aquilo que nos distingue, investindo na sustentabilidade, na preservação do nosso património natural e na qualificação da experiência turística. O nosso objetivo é garantir que o Algarve continua a merecer a confiança e a preferência de quem nos visita, mantendo-se na linha da frente dos grandes destinos turísticos internacionais”, destacou o presidente do Turismo do Algarve, André Gomes.

Importa destacar que a região Algarve está novamente nomeada para Melhor Destino de Praia do Mundo nos World Travel Awards 2026, arriscando-se a conquistar o quinto título na categoria.

Para Melhor Destino de Praia do Mundo 2026 a votação está a decorrer até ao dia 30 de outubro, através do site oficial dos World Travel Awards, em https://www.worldtravelawards.com/vote.

Tem uma ideia de negócio? A StartUp Portimão quer ajudar a transformá-la num sucesso

18 October 2026 at 02:00

A StartUp Portimão abriu as candidaturas para a 7ª edição do seu Programa de Aceleração, que este ano decorre sob o mote “Se é para crescer, acelera!”.

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O que deve saber sobre o corte no IRS em novembro – DECO PROteste

17 October 2026 at 16:20

Os salários e pensões de novembro vão ser melhorados devido ao corte do IRS, conforme foi anunciado pelo Governo, mas os contribuintes devem aproveitar para guardar alguma folga extra para o acerto de contas com o Fisco, em 2027. É o que aconselha a porta-voz da DECO PROteste numa entrevista da jornalista Beatriz Vasconcelos para o Notícias ao Minuto.

Trocando por miúdos, a “DECO PROteste aconselha os consumidores a não confundirem este reforço pontual do rendimento disponível com um acréscimo definitivo do rendimento. Quem receber mais em novembro deverá ponderar reservar parte desse valor, sobretudo se costuma contar com o reembolso do IRS para fazer face a despesas futuras.”

Por outro lado, importa salientar que é igualmente importante analisar os recibos de vencimento ou de pensão, confirmar a aplicação das retenções, continuar a pedir faturas com NIF, acompanhar e validar as despesas no e-Fatura, e atualizar o agregado familiar até ao final do mês de fevereiro, se tiver havido alguma alteração, para assegurar o aproveitamento de todas as deduções legalmente previstas”, disse Magda Canas, porta-voz da DECO PROteste, ao Notícias ao Minuto.

“Não obstante a aproximação das retenções ao verdadeiro imposto a pagar sejam genericamente positivas, é possível que mais contribuintes tenham de pagar IRS em 2027.
O resultado dependerá dos rendimentos anuais, da situação pessoal e familiar, das deduções aplicáveis e do total de imposto retido ao longo do ano”, como explicou a representante da instituição.

De acordo com a explicação veiculada pela DECO PROteste, o Governo coloca mais dinheiro no bolso das famílias portuguesas em novembro, uma vez que a retenção do IRS na fonte vai ter um corte de 50% em novembro para refletir a descida intercalar do imposto aprovada no Parlamento, voltando a aplicar-se as taxas atuais em dezembro.

A DECO PROteste considera que “esta medida vai representar um alívio imediato para os orçamentos familiares, ao permitir que trabalhadores e pensionistas disponham de mais rendimento líquido num mês em que muitas famílias recebem também o subsídio de Natal”, salientou Magda Canas ao Notícias ao Minuto.

Porém, lembrou que “receber mais dinheiro em novembro não significa necessariamente ter uma redução do IRS”, sendo que as “contas finais serão apresentadas mais tarde, aquando da apresentação do IRS, em 2027”.
A responsável recordou também que a “retenção na fonte é um adiantamento do imposto e não o imposto definitivo”.

“A redução anunciada pelo Governo pretende antecipar os efeitos da descida das taxas de IRS aprovada para os rendimentos de 2026, com efeitos retroativos a 1 de janeiro. Em novembro, a retenção será reduzida para metade do valor habitualmente apurado, nos casos abrangidos pela medida. Mas em dezembro já não haverá extras”, sublinhou Magda Canas.

É oportuno lembrar que o Ministério das Finanças explicou, em comunicado, que “após a aprovação no parlamento da nova redução do IRS, com efeitos desde 01 de janeiro de 2026, o Governo decidiu reduzir em 50% as retenções na fonte aplicáveis aos rendimentos do trabalho e às pensões pagas durante o mês de novembro, incluindo o subsídio de natal devido nesse mês”.

O alívio procura traduzir, com efeitos retroativos ao início deste ano, o desagravamento das taxas de IRS nos primeiros seis escalões de rendimento.

Quando, em 2027, o fisco calcular o IRS sobre os rendimentos de 2026, em vez de usar como referência as taxas que estão atualmente em vigor, irá ter em consideração as taxas que vigorarão em 31 de dezembro de 2026, com a redução entre 0,3 e 0,5 pontos percentuais decidida pelo executivo até ao 6.º degrau do escalonamento.

Incentivo Algarve reúne 11 agentes de viagens do Norte e Centro

17 October 2026 at 17:18

O programa reconhece os resultados de vendas dos participantes e dá a conhecer experiências de natureza, gastronomia, cultura e desporto, com base em Faro.

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Marmelete reúne setor florestal para explorar potencial da resina de pinheiro-manso

17 October 2026 at 15:28

A extração poderá dar rendimento complementar aos proprietários no Algarve, desde que a técnica seja regulamentada e os povoamentos devidamente geridos.

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Turismo internacional cresce 0,4% no primeiro semestre de 2026 apesar da crise no Médio Oriente

By: TNews
16 October 2026 at 11:00
TnewsO número de turistas internacionais aumentou 0,4% em comparação com o período entre janeiro e junho de 2025, de acordo com o mais recente Barómetro Mundial do Turismo da ONU, divulgado em 17 de setembro. A secretária-geral da ONU Turismo, Shaikha Al Nuwais, afirmou, na sessão de abertura do Fórum de Economia de Turismo Global, esta sexta-feira, dia 16, que o "crescimento modesto" no número de visitantes internacionais na primeira metade do ano demonstra a resiliência do setor face à crise no Médio Oriente.

CVA promove Vinhos do Algarve em Copenhaga

15 October 2026 at 18:31

A internacionalização dos Vinhos do Algarve passa também pelo contacto direto com novos mercados e pela criação de oportunidades de negócio além-fronteiras, pelo que foi com esse propósito que a Comissão Vitivinícola do Algarve (CVA) esteve em Copenhaga, entre os dias 6 e 8 de outubro, numa iniciativa dedicada à divulgação da produção vitivinícola regional junto de profissionais e consumidores dinamarqueses.

A participação teve início a 6 de outubro, na Portugalwines Copenhagen 2026, uma iniciativa organizada pela AICEP – Agência para o Investimento e Comércio Externo de Portugal, no Richmond Hotel.

O evento reuniu 12 produtores portugueses de diferentes regiões e foi dirigido a profissionais do mercado, entre importadores, distribuidores, especialistas de vinho e representantes da restauração e do retalho.

No âmbito do evento, a CVA teve a possibilidade de realizar uma prova de vinhos dirigida a profissionais do setor, nomeadamente importadores e representantes da restauração, na qual apresentou uma seleção de Vinhos do Algarve e destacou a diversidade da produção regional e as características distintivas dos vinhos deste território.

O programa incluiu ainda uma masterclass dedicada aos Vinhos do Algarve, conduzida por Gilmar Brito, dirigida a importadores e profissionais da restauração dinamarquesa. A sessão proporcionou um contacto mais aprofundado com os vinhos da região, através da apresentação de diferentes estilos e castas, e permitiu dar a conhecer as particularidades da produção vitivinícola algarvia a potenciais parceiros do mercado dinamarquês.

Nos dias 7 e 8 de outubro, a promoção dos Vinhos do Algarve prosseguiu em dois espaços de restauração de Copenhaga. No dia 7, o restaurante Búzio recebeu uma ação dedicada aos vinhos algarvios, seguindo-se, no dia 8, a mesma iniciativa, mas no restaurante Fanico. Desenvolvidas em parceria com a AICEP, estas ações proporcionaram momentos de prova que aproximaram os vinhos algarvios do público dinamarquês.

A CVA adianta ainda que as ações decorreram no âmbito de uma iniciativa de internacionalização cofinanciada pelo Programa Regional Algarve 2030. A presença na Dinamarca procurou ampliar a notoriedade dos Vinhos do Algarve no mercado dinamarquês, desenvolver contactos com potenciais parceiros comerciais e criar condições para novas oportunidades de exportação.

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