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100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

19 October 2026 at 16:07

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

19 October 2026 at 15:00

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

Não há duas sem três: Algarve vai ter mais uma abertura da Mercadona

19 October 2026 at 11:33

A Mercadona vai abrir um terceiro supermercado no Algarve, expandindo a sua presença na região após a recente inauguração da loja de Portimão, no passado dia 15 de outubro, e da abertura já agendada em Faro para 12 de novembro.

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Mercadona anuncia nova loja em Olhão para 2027 e já está a recrutar

19 October 2026 at 10:26

A empresa procura operadores de supermercado para jornadas de 40, 20 e 15 horas semanais, com contratos sem termo e formação remunerada.

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Da Bretton Woods a Hormuz. Perché la forza non basta più a difendere il primato del dollaro

19 October 2026 at 10:19

Ci sono momenti in cui la storia cambia prima che le istituzioni costruite per governarla se ne accorgano. Non serve una guerra, né la firma di un trattato: basta che gli strumenti che per decenni hanno garantito stabilità comincino, quasi senza rumore, a produrre effetti diversi da quelli per cui erano nati. È quanto sta accadendo all’ordine economico e finanziario internazionale, e la crisi di Hormuz lo ha reso visibile anche a chi preferiva non vederlo.

Nel luglio del 1944, con la guerra ancora in corso, i rappresentanti di quarantaquattro Paesi si riunirono a Bretton Woods. Chi pensa che stessero disegnando soltanto un sistema di cambi sottovaluta quella generazione. Stavano costruendo un pezzo dell’ordine politico del dopoguerra, nella convinzione, maturata sulle macerie degli anni Trenta, che senza stabilità economica non ci sarebbe stata sicurezza internazionale. Il dollaro ne divenne il perno. Gli Stati Uniti disponevano della più grande capacità industriale e militare del pianeta, ma soprattutto avevano compreso che una moneta può organizzare intorno a sé un sistema di relazioni più durevole di qualunque alleanza.

Lo dimostrò il 1971. Quando, in agosto, Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, l’architettura di Bretton Woods cessò di esistere, ma la centralità americana sopravvisse e anzi si rafforzò. La reggevano mercati finanziari profondi, titoli del Tesoro liquidi, il controllo dei circuiti di pagamento e, sopra ogni cosa, la fiducia che Washington avrebbe garantito regole e continuità. Mezzo secolo dopo, la questione si è spostata. La competizione fra le grandi potenze investe insieme le risorse, la destinazione del capitale, le filiere produttive e la credibilità delle monete. La finanza ha smesso di accompagnare la geopolitica. Ne è diventata uno dei campi di battaglia.

Il rapporto fra petrolio e dollaro è il luogo in cui questa trasformazione si legge meglio, a patto di non cedere agli slogan. Già con gli accordi di Ginevra, all’inizio degli anni Settanta, i produttori ottennero dalle compagnie meccanismi di adeguamento dei prezzi contro la svalutazione della moneta americana. Nel 2000 l’Iraq di Saddam Hussein ottenne di regolare in euro le esportazioni del programma Oil-for-Food delle Nazioni Unite; l’Iran ha percorso a lungo la stessa strada; Russia e Cina hanno moltiplicato negli ultimi anni i pagamenti in valute nazionali. Occorre però distinguere tre piani che il dibattito pubblico tende a confondere: la moneta in cui il barile è quotato, quella in cui una singola transazione viene regolata e quella in cui i proventi vengono reinvestiti. Il petrodollaro vive soprattutto della terza. La domanda vera, dunque, è che cosa accade quando un numero crescente di governi comincia a considerare la diversificazione monetaria una questione di sicurezza nazionale.

Quel momento ha una data. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha immobilizzato circa trecento miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Era una scelta giusta e necessaria. Ma ogni banca centrale del mondo ne ha tratto una lezione: le riserve detenute nella valuta di un altro paese sono sicure finché si resta dalla parte giusta di chi la emette. La risposta è stata l’oro. Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali ne hanno acquistato oltre mille tonnellate l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. È un dato che dice molto più di qualunque statistica sui pagamenti in yuan. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Chi annuncia la fine del dollaro dovrebbe partire da questi numeri. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esista e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera. Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno.

È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua. Il paese che emette la moneta di riserva ed è il primo produttore mondiale di petrolio non è al riparo dallo shock. E lo shock energetico diventa rapidamente shock finanziario: aspettative di inflazione più alte significano tassi più alti, e tassi più alti pesano su un debito federale che dal 2024 costa in interessi più di quanto Washington spenda per la propria difesa. Per chi ha avuto a che fare con i bilanci militari, è un dato che non ha bisogno di commento.

Una grande potenza energetica può subire il prezzo internazionale dell’energia; una grande potenza monetaria può trovarsi a pagare più caro il capitale; una grande potenza militare può vincere una battaglia senza ristabilire condizioni durevoli di stabilità. Il dollaro non è una rendita acquisita. È una posizione da custodire, che vive di liquidità, istituzioni, prevedibilità e fiducia. La forza può difenderla per un tempo. Non può sostituirla per sempre.

Pechino ha capito presto il valore strategico della dipendenza finanziaria. L’internazionalizzazione dello yuan, il circuito di pagamenti CIPS e gli accordi di swap con decine di banche centrali servono a ridurre l’esposizione alle decisioni americane. La Cina si scontra però con un limite che nessun piano quinquennale può aggirare: una moneta non diventa universale perché appartiene a una grande economia. Deve poter essere detenuta, investita e trasferita con libertà, e deve offrire attività sicure e liquide a chi non dipende dal governo che la emette. Con i controlli sui movimenti di capitale e un sistema finanziario subordinato alle priorità del Partito, la crescita dei pagamenti in yuan resta lontana dalla nascita di un nuovo dollaro. Pechino può offrire alternative ai paesi che temono Washington. Non può offrire loro una fiducia che il suo stesso sistema non concede.

Lo scenario più probabile non è quindi il passaggio di testimone fra due egemonie monetarie, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali che convivono con la centralità del dollaro, mentre l’accesso ai mercati e ai sistemi di pagamento diventa sempre più condizionato dalle rivalità politiche. Un mondo meno uniforme, e non per questo più equilibrato, in cui la frammentazione riduce alcune dipendenze, ne crea di nuove e moltiplica le occasioni di ricatto. Lo stiamo vedendo a Hormuz e nel Mar Rosso: le strozzature non appartengono più soltanto alle grandi potenze.

L’Europa vive una contraddizione diversa. L’euro esiste, è solido, è la seconda valuta del sistema internazionale. La debolezza strategica europea non nasce dalla moneta. L’Unione ha un grande mercato, un risparmio imponente, capacità industriali e un potere regolatorio che il mondo le riconosce. Le manca la capacità di trasformare tutto questo in decisione. Il programma SAFE, centocinquanta miliardi di prestiti comuni per la difesa, è stato un primo passo nella direzione giusta, e l’unione del risparmio e degli investimenti è la condizione perché non resti l’ultimo. Ma nessun mercato dei capitali, per quanto completo, sostituisce una volontà comune abbastanza stabile da orientare per vent’anni gli investimenti in difesa, spazio, infrastrutture critiche e tecnologie. Il punto non è quanto denaro possieda l’Europa. È quanto riesca a trasformarlo in libertà di decisione.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie. È la forma economica del pensiero timido: avere i mezzi e rinviare la scelta. In un mondo in cui il capitale segue le alleanze, chi non decide dove indirizzare il proprio risparmio lascia che siano altri a deciderlo.

Intanto la competizione per il capitale si fa più dura. Difesa, intelligenza artificiale, transizione energetica, reti digitali e ricostruzione delle filiere chiedono investimenti enormi, e tutti nello stesso momento. Gli Stati devono finanziarli con debiti già elevati e costi di raccolta in risalita. Fondi sovrani, grandi gestori e banche multilaterali restano guidati da rendimento e rischio, ma pesano ormai anche la sicurezza delle forniture, l’affidabilità delle giurisdizioni e la probabilità di sanzioni. La geografia del capitale comincia così a sovrapporsi a quella delle alleanze. Il capitale resta mobile, ma la sua mobilità ha smesso di essere neutrale: una scelta su semiconduttori o reti digitali pesa sulla competitività di un paese quanto un programma militare. La domanda del prossimo decennio sarà quali Stati sapranno finanziare insieme sicurezza, trasformazione tecnologica e coesione sociale senza compromettere i propri conti. E quali, pur ricchi di risorse, resteranno incapaci di indirizzarle verso una strategia riconoscibile.

Bretton Woods nacque dall’idea che la stabilità economica dovesse impedire il ritorno della catastrofe politica e militare. Ottant’anni dopo, l’interdipendenza che avrebbe dovuto produrre cooperazione viene vissuta come una vulnerabilità da ridurre. Gli Stati Uniti conservano la centralità monetaria ma non governano tutte le conseguenze delle crisi; la Cina allarga il proprio spazio economico senza poter offrire una moneta equivalente; l’Europa possiede una moneta forte e non ha ancora risolto il problema della decisione comune. Nessuno dei tre è condannato al declino. In tutti e tre, però, si allarga la distanza fra il possesso degli strumenti della potenza e la capacità di governarne gli effetti.

Il nuovo ordine potrebbe conservare il dollaro come valuta dominante e, insieme, moltiplicare i fronti della competizione economica. Conterà allora meno la capacità di imporre condizioni e più quella di attrarre capitali e di mantenere relazioni durevoli anche con chi non condivide tutte le proprie scelte. Le banche centrali che comprano oro lo stanno già dicendo, a modo loro. La potenza può imporre un prezzo, ma non può imporre la fiducia. E la solitudine delle grandi potenze è forse proprio questa: disporre di strumenti sempre più sofisticati per esercitare la forza, senza avere più, da sole, la capacità di trasformarla in stabilità.

Suplemento extraordinário vai ser pago aos pensionistas entre 7 e 8 de dezembro

19 October 2026 at 09:20

Ocorreu no ano passado e este ano volta a repetir-se. Vai ser atribuído aos pensionistas um suplemento extraordinário, que será pago juntamente com a pensão de dezembro.

Conforme já foi anteriormente publicado, será atribuído apoio a quem recebe pensão até ao valor de 1.611,39 euros mensais (limite de atribuição do suplemento), estando dispensado de retenção na fonte em sede de IRS, segundo um diploma já publicado em Diário da República.

De acordo com o decreto-lei n.º 201/2026, que estabelece este apoio extraordinário entre 100 e 200 euros aos pensionistas com reformas mais baixas, “o valor do suplemento é determinado em função do montante mensal global das pensões recebidas pelo pensionista“.

Como nos anos anteriores, o apoio é atribuído por pensionista e não por pensão, pelo que quem recebe várias pensões verá estes montantes somados para determinar se tem ou não direito ao suplemento. Exemplo: se recebe duas pensões, uma de 800 euros e outra de 900 euros, o que perfaz um total de 1 700 euros, segundo a Lei não irá receber qualquer suplemento porque ultrapassar o limite definido para atribuição do apoio, embora cada uma das pensões, individualmente, estivesse abrangida.

Isto é, nos termos do diploma, são abrangidos pelo apoio “os pensionistas de invalidez, velhice e sobrevivência do sistema de Segurança Social, os pensionistas por aposentação, reforma e sobrevivência do regime de proteção social convergente e os pensionistas do setor bancário, com pensões devidas até 30 de novembro de 2026, inclusive, cujo montante mensal global de pensões e respetivos montantes de atualização extraordinária, seja igual ou inferior a três vezes o valor do Indexante dos Apoios Sociais (IAS) em vigor”.

Face ao exposto, estão excluídas as pensões por incapacidade permanente para o trabalho e por morte decorrentes de doença profissional, outras pensões de indemnizações, as pensões de natureza não contributiva do âmbito da Caixa Geral de Aposentações (CGA) e os complementos por dependência, por cônjuge a cargo e solidário para idosos.

Valor do suplemento extraordinário

O suplemento extraordinário será de 200 euros para quem recebe uma pensão até 537,13 euros (o equivalente a um IAS), de 150 euros para os pensionistas com pensões entre 537,13 euros e 1.074,26 euros (o equivalente a entre um e dois IAS) e de 100 euros para quem recebe entre 1.074,26 euros e 1.611,39 euros (o equivalente a entre dois e três IAS).

Recordamos que a atribuição de um suplemento extraordinário para os pensionistas foi anunciada pelo Governo em 08 de setembro durante o debate parlamentar da Moção de censura do Chega ao Governo. A atribuição do suplemento foi aprovada no dia 17 desse mês em Conselho de Ministros.

E foi também no dia 17 de setembro, que o primeiro-ministro, Luís Montenegro, afirmou numa declaração ao país que a iniciativa se inseria num conjunto de medidas aprovadas pelo executivo para “reforçar a resposta” à crise provocada pelo aumento do custo de vida.
“Será pago com a pensão de dezembro e vai abranger mais de dois milhões de pensionistas“, anunciou o primeiro-ministro Luís Montenegro.

A previsão do Governo é de que com a atribuição deste apoio irá despender 400 milhões de euros. Será pago, por transferência bancária ou vale de correio, entre 7 e 8 de dezembro, em conjunto com a pensão do mês e o pensionista, entretanto, não tem que fazer nada.

Master: Em mensagens, Vorcaro declarou lado sem margem para dúvida: “apoiamos a direita”

18 October 2026 at 13:03

Há um mês, uma pesquisa do instituto Datafolha mostrou que mais entrevistados acreditavam que o escândalo do Banco Master envolvia mais políticos de esquerda (34%) do que de direita (27%). Naquele retrato da opinião nacional, divulgado em 18 de setembro, havia ainda 13% do velho “tá todo mundo envolvido”. A dúvida não parece ser a mesma quando quem fala é o próprio dono do Master, Daniel Vorcaro, ao trocar mensagens com um amigo pessoal: “apoiamos a direita”, escreveu o banqueiro em conversas de WhatsApp interceptadas pela Polícia Federal (PF) às quais a Agência Pública teve acesso.

Em uma conversa com o pastor e líder da Igreja Batista da Lagoinha, André Valadão, Vorcaro afirmou apoiar a direita brasileira. A declaração foi feita após o empresário demonstrar irritação com uma publicação do deputado federal Nikolas Ferreira (PL), em 27 de abril de 2024.

Daniel Vorcaro, que mantém uma relação próxima com André Valadão, encaminhou um link ao pastor e demonstrou insatisfação com uma publicação do deputado. A postagem compartilhada pelo parlamentar trazia a seguinte mensagem: “Ministro do STF, STJ e TSE silenciam sobre quem pagou suas despesas em Londres”. Na legenda, Nikolas classificou a reportagem como “interessante”.

“Nikolas repostou a Malu [Gaspar]. Loucura isso. Aliás, narrativa ruim pra ele mesmo”, escreveu o empresário. “Quem me mandou foi um blog de esquerda, que sabe que apoiamos a direita. Olha a bola de neve que pode virar”, disse.

“Eu apoio diversos eventos e debates, e nesse caso o apoio foi com a palestra do Tony Blair com quem tive um debate de altíssimo nível. No evento, várias pessoas de direita, apoiadores do evento inclusive vários que apoiaram ele [Nikolas], como nós. Acaba ficando ruim ele incentivar e propagar um ataque a mim, como fez agora. Só preciso saber se estamos do mesmo lado ou agora estamos um contra o outro”, finalizou o banqueiro.

Horas depois de afirmar ao amigo que conversaria com Nikolas Ferreira, André Valadão retomou o diálogo e informou que o deputado desconhecia que o evento mencionado na reportagem da jornalista Malu Gaspar havia sido organizado pelo Banco Master.

“Resumindo, ele [Nikolas] nem sabia sobre o banco e você, “palavras dele né“, e daí pediu perdão demais e vai contornar tudo. Deve te chamar também, ele me disse. Disse da gratidão com você e por aí vai.”

Mensagens no Whatsapp de André Valadão com Nikolas Ferreira sobre 'Dani', Daniel Vorcardo do Banco Master
publicação de Nikolas Ferreira no X com o comentário “Interessante.”, ao compartilhar uma publicação da jornalista Malu Gaspar sobre o silêncio de ministros do STF, STJ e TSE a respeito de quem pagou suas despesas em um evento em Londres, relacionado ao Banco Master.
Publicação de Nikolas Ferreira no X em que afirma que solicitará, via Lei de Acesso à Informação, os gastos de ministros do STF, STJ e TSE e de integrantes do governo Lula em viagem a Londres para um evento jurídico.

Em março de 2025, antes de pedir ajuda de Vorcaro, Nikolas encaminha áudio ao banqueiro, retoma o assunto e pede desculpa pelas publicações com críticas ao evento organizado pelo Master. “Troquei ideia lá com o pastor Valadão naquela época, lá naquela postagem. Eu falei: ‘Pastor, eu não fazia ideia que era este o banco do Dani etc. e tudo, senão, obviamente, eu não teria postado, já teria conversado anteriormente’, mas, enfim, acabou que a palavra dita não tem como voltar, né? Mas espero que tenha sido esclarecido, enfim, depois vamos marcar de a gente se encontrar também, tá bem?”, disse Nikolas.

Apoio e reciprocidade

A relação do Banco Master vai além de críticas pontuais de um ou outro deputado e passa também por manobras no exercício de seus mandatos. Quando diz que “apoiamos a direita”, Vorcaro entende o ecossistema que se formou em torno de sua empresa (e família) e tem rastro de uso de seus recursos para isso.

Em 2022, por exemplo, Fabiano Campos Zettel, pastor da igreja Lagoinha em Belo Horizonte, casado com a irmã de Vorcaro e que muitas vezes atuava para resolver as missões financeiras do empresário, foi oficialmente o sexto maior doador das Eleições 2022. Em nome dele, como já registrou a Pública, foram destinados R$ 2 milhões para a campanha de Tarcísio de Freitas (Republicanos-SP) ao governo de São Paulo e outros R$ 3 milhões para a campanha à presidência de Jair Bolsonaro, derrotado nas urnas.

Zettel segue preso, na mesma investigação de fraude nas operações do Master que investiga Vorcaro. As 54 empresas do grupo seguem sendo controladas por Natália Vorcaro Zettel, irmã de Daniel e esposa de Fabiano, com quem se uniu em regime de separação de bens, como também apontou a Pública.

Do outro lado do balcão, o apoio se mostra mútuo, especialmente em momentos delicados de crise. No início das suspeitas de fraude de suas operações de crédito, a saída para o Banco Master foi a compra pelo Banco de Brasília (BRB), uma operação que envolveu o senador Ciro Nogueira (PP-PI), o dirigente partidário Antônio Rueda (União Brasil-RJ) e o então governador do Distrito Federal Ibaneis Rocha (MDB-DF).

Nogueira ainda foi defensor, no Congresso Nacional, da ampliação da cobertura do Fundo Garantidor de Crédito (FGC). Ao mesmo tempo, ainda foi avaliado por deputados e senadores um projeto de lei, proposto por Cláudio Cajado (PP-BA) para permitir que o Congresso destituísse presidentes e diretores do Banco Central em regime de urgência.

A Pública procurou Daniel Vorcaro para comentar a divulgação das mensagens e a declaração de apoio. A assessoria de imprensa do empresário informou que se manifestaria a partir de segunda-feira (19).

Os Bolsonaros

Entre setembro e novembro de 2025, quem fez contatos recorrentes com Vorcaro foi o candidato à presidência da República Flávio Bolsonaro. Ele cobrou mais de 60 milhões de dólares prometidos pelo banqueiro, que oficialmente seriam utilizados na produção do filme Dark Horse, ainda sem previsão de estreia e sem prestação pública de contas que comprove o destino dos valores.

Flávio Bolsonaro negou o contato. Classificou a denúncia original, do Intercept Brasil, como uma mentira de militante. Depois voltou atrás. Uma, duas, várias vezes. Meses depois, com as eleições, próximas da conclusão, passou de “nem conhecer a figura” para a pessoa que diz que “quem tem que explicar é o PT”, porque ele, um senador da República, estaria apenas fazendo uma “captação privada para um filme privado”.

Não apenas o presidenciável estava no radar do banqueiro Vorcaro. Quando ainda estava em liberdade, o pai de Flávio, Jair Bolsonaro, preso por tentativa de golpe de estado e outros quatro crimes, fez uma postagem na rede social X “de negócio que ele sabe nem o que é”, reclamou Vorcaro a André Valadão.

Algarve conquista pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa

18 October 2026 at 08:45

O Algarve acaba de ser eleito Melhor Destino de Praia da Europa 2026 nos World Travel Awards, considerados os “Óscares do Turismo”, conquistando este prestigiado galardão pela 11.ª vez – depois das distinções alcançadas em 2012, 2013, 2015, 2016, 2017, 2019, 2020, 2021, 2022 e 2023.

Registando um recorde sem precedentes na categoria de Destino de Praia, a distinção foi anunciada este sábado, durante a Gala Europeia dos prémios, realizada em Kotor, no Montenegro.

Na prestigiada votação dos leitores da Condé Nast Traveller, o Algarve consolidou-se como um dos destinos mais amados da Europa tendo-se destacado entre oito destinos nomeados, superando concorrentes como Porto Santo, Maiorca, Sardenha, Marbella, Cannes e Corfu.

Segundo a Região de Turismo do Algarve, a conquista deste novo título europeu surge num momento particularmente positivo para a notoriedade internacional da região com duas praias a integrarem também o top-20 das melhores da Europa, segundo os leitores da edição britânica da Condé Nast Traveller.

A Praia da Falésia, no concelho de Albufeira, conquistou o 4.º lugar, com 94,70 pontos, enquanto a Praia de Benagil, no concelho de Lagoa, registou a 16.ª posição, com 81,67 pontos. São as duas únicas praias portuguesas a integrar esta classificação, que resulta de uma iniciativa com mais de 296 mil respostas de leitores do Reino Unido nos Readers’ Choice Awards 2026.

O presidente do Turismo do Algarve, disse que “conquistar pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa é um motivo de enorme orgulho para toda a região.” como reporta o Algarve Primeiro.

Enalteceu o “percurso de excelência que temos vindo a construir ao longo dos anos“, e “este reconhecimento ganha um significado ainda mais especial quando duas das nossas praias acabam também de ser distinguidas entre as melhores da Europa pelos leitores da Condé Nast Traveller.“

Gomes valorizou as distinções dizendo que elas “refletem a beleza e diversidade da nossa costa, a qualidade da nossa oferta turística e, sobretudo, o trabalho e a dedicação de todos os que contribuem diariamente para afirmar o Algarve como um destino de referência internacional.”

“Mais do que celebrar estas conquistas, importa encará-las como uma responsabilidade acrescida. Queremos continuar a valorizar aquilo que nos distingue, investindo na sustentabilidade, na preservação do nosso património natural e na qualificação da experiência turística. O nosso objetivo é garantir que o Algarve continua a merecer a confiança e a preferência de quem nos visita, mantendo-se na linha da frente dos grandes destinos turísticos internacionais”, destacou o presidente do Turismo do Algarve, André Gomes.

Importa destacar que a região Algarve está novamente nomeada para Melhor Destino de Praia do Mundo nos World Travel Awards 2026, arriscando-se a conquistar o quinto título na categoria.

Para Melhor Destino de Praia do Mundo 2026 a votação está a decorrer até ao dia 30 de outubro, através do site oficial dos World Travel Awards, em https://www.worldtravelawards.com/vote.

Tem uma ideia de negócio? A StartUp Portimão quer ajudar a transformá-la num sucesso

18 October 2026 at 02:00

A StartUp Portimão abriu as candidaturas para a 7ª edição do seu Programa de Aceleração, que este ano decorre sob o mote “Se é para crescer, acelera!”.

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O que deve saber sobre o corte no IRS em novembro – DECO PROteste

17 October 2026 at 16:20

Os salários e pensões de novembro vão ser melhorados devido ao corte do IRS, conforme foi anunciado pelo Governo, mas os contribuintes devem aproveitar para guardar alguma folga extra para o acerto de contas com o Fisco, em 2027. É o que aconselha a porta-voz da DECO PROteste numa entrevista da jornalista Beatriz Vasconcelos para o Notícias ao Minuto.

Trocando por miúdos, a “DECO PROteste aconselha os consumidores a não confundirem este reforço pontual do rendimento disponível com um acréscimo definitivo do rendimento. Quem receber mais em novembro deverá ponderar reservar parte desse valor, sobretudo se costuma contar com o reembolso do IRS para fazer face a despesas futuras.”

Por outro lado, importa salientar que é igualmente importante analisar os recibos de vencimento ou de pensão, confirmar a aplicação das retenções, continuar a pedir faturas com NIF, acompanhar e validar as despesas no e-Fatura, e atualizar o agregado familiar até ao final do mês de fevereiro, se tiver havido alguma alteração, para assegurar o aproveitamento de todas as deduções legalmente previstas”, disse Magda Canas, porta-voz da DECO PROteste, ao Notícias ao Minuto.

“Não obstante a aproximação das retenções ao verdadeiro imposto a pagar sejam genericamente positivas, é possível que mais contribuintes tenham de pagar IRS em 2027.
O resultado dependerá dos rendimentos anuais, da situação pessoal e familiar, das deduções aplicáveis e do total de imposto retido ao longo do ano”, como explicou a representante da instituição.

De acordo com a explicação veiculada pela DECO PROteste, o Governo coloca mais dinheiro no bolso das famílias portuguesas em novembro, uma vez que a retenção do IRS na fonte vai ter um corte de 50% em novembro para refletir a descida intercalar do imposto aprovada no Parlamento, voltando a aplicar-se as taxas atuais em dezembro.

A DECO PROteste considera que “esta medida vai representar um alívio imediato para os orçamentos familiares, ao permitir que trabalhadores e pensionistas disponham de mais rendimento líquido num mês em que muitas famílias recebem também o subsídio de Natal”, salientou Magda Canas ao Notícias ao Minuto.

Porém, lembrou que “receber mais dinheiro em novembro não significa necessariamente ter uma redução do IRS”, sendo que as “contas finais serão apresentadas mais tarde, aquando da apresentação do IRS, em 2027”.
A responsável recordou também que a “retenção na fonte é um adiantamento do imposto e não o imposto definitivo”.

“A redução anunciada pelo Governo pretende antecipar os efeitos da descida das taxas de IRS aprovada para os rendimentos de 2026, com efeitos retroativos a 1 de janeiro. Em novembro, a retenção será reduzida para metade do valor habitualmente apurado, nos casos abrangidos pela medida. Mas em dezembro já não haverá extras”, sublinhou Magda Canas.

É oportuno lembrar que o Ministério das Finanças explicou, em comunicado, que “após a aprovação no parlamento da nova redução do IRS, com efeitos desde 01 de janeiro de 2026, o Governo decidiu reduzir em 50% as retenções na fonte aplicáveis aos rendimentos do trabalho e às pensões pagas durante o mês de novembro, incluindo o subsídio de natal devido nesse mês”.

O alívio procura traduzir, com efeitos retroativos ao início deste ano, o desagravamento das taxas de IRS nos primeiros seis escalões de rendimento.

Quando, em 2027, o fisco calcular o IRS sobre os rendimentos de 2026, em vez de usar como referência as taxas que estão atualmente em vigor, irá ter em consideração as taxas que vigorarão em 31 de dezembro de 2026, com a redução entre 0,3 e 0,5 pontos percentuais decidida pelo executivo até ao 6.º degrau do escalonamento.

Incentivo Algarve reúne 11 agentes de viagens do Norte e Centro

17 October 2026 at 17:18

O programa reconhece os resultados de vendas dos participantes e dá a conhecer experiências de natureza, gastronomia, cultura e desporto, com base em Faro.

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Marmelete reúne setor florestal para explorar potencial da resina de pinheiro-manso

17 October 2026 at 15:28

A extração poderá dar rendimento complementar aos proprietários no Algarve, desde que a técnica seja regulamentada e os povoamentos devidamente geridos.

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Il caro carburanti colpisce chi non può ridurre gli spostamenti

17 October 2026 at 09:47

A mezzanotte scade la proroga di due giorni sullo sconto di 17 centesimi al litro deciso il 4 agosto. Il Governo si riunisce oggi per valutare le contromisure: in arrivo una prima proroga di pochi giorni sulle accise del gasolio fino a settembre, seguita da un intervento mirato a tutela delle fasce pi deboli. - Mercoled“, 26 Agosto , 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Midnight marks the end of the two-day extension on the 17-cent-per-liter fuel discount introduced on August 4. The Cabinet meets today to discuss next steps: a initial few-day extension of the diesel excise tax cut through September is expected, followed by targeted measures to support low-income households.- Wednesday, August 26, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.

Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.

Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.

La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.

Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.

A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.

La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).

La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.

La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.

La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.

È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.

Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.

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Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

17 October 2026 at 08:04

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

L’intelligenza artificiale non può decidere chi assumere, sanzionare o licenziare

17 October 2026 at 03:45

Ufficio

Il 23 ottobre entra in vigore il decreto legislativo n. 179/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 ottobre, che adegua la normativa italiana all’AI Act emanato nel 2024 dall’Unione europea. Per quanto riguarda il rapporto tra imprese e dipendenti, le novità riguardano soprattutto il rapporto di lavoro e la salute e sicurezza in azienda.

Se il datore di lavoro usa sistemi di intelligenza artificiale, le decisioni finali riguardanti il rapporto di lavoro non possono essere prese solo dalla macchina. Questa regola vale per assunzione, modifiche del rapporto e licenziamento, ma anche per provvedimenti disciplinari e valutazioni delle prestazioni. La decisione spetta a una persona con un potere effettivo e autonomo: non basta una semplice firma di conferma.

Per essere concreti, se un software segnala un dipendente come «poco produttivo», il responsabile non può limitarsi a recepire il punteggio. Deve valutare il dato ed essere libero di prendere la decisione che ritiene più opportuna, supportata da un’adeguata motivazione. Eventuali scelte assunte in violazione della normativa sono nulle. Attenzione però a un’esclusione prevista espressamente dalla normativa: ricerca e selezione dei candidati non sono ritenute “decisioni finali”, anche quando comportano l’esclusione dai colloqui successivi.

Se un sistema di intelligenza artificiale incide sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi, sul modo di svolgere la prestazione o su decisioni rilevanti per la sicurezza, va considerato nel documento di valutazione dei rischi aziendale. I lavoratori vanno inoltre informati e formati sui rischi specifici derivanti dall’uso delle macchine nell’esecuzione delle loro mansioni. In questo caso, pensiamo a un algoritmo che assegna i turni o detta i ritmi in un magazzino: maggiore efficienza deve essere sempre bilanciata con il diritto alla salute di chi lavora.

La legge sull’intelligenza artificiale del 2025 aveva fissato i principi: uso sicuro, trasparente, rispettoso della dignità e senza discriminazioni. Il decreto recentemente approvato li traduce in regole con conseguenze concrete, introducendo norme più favorevoli ai lavoratori rispetto alle previsioni generali previste dall’AI Act europeo. Maggiori tutele che tuttavia si devono coordinare con la normativa già esistente in materia di rapporto di lavoro e protezione dei dati personali. Una giungla che le imprese dovranno districare per evitare le pesanti sanzioni imposte dalla normativa comunitaria.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Il governo Meloni ha speso tra bollo e accise quasi quanto vuole ottenere dalle banche

17 October 2026 at 03:45

Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027

In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.

Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.

Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.

La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli. 

Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo. 

L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.

Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno. 

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.

Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.

La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.

A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.

Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.

Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.

Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.

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