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A proposito di ‘narrattori’ eredi di Dario Fo: Matthias Martelli

24 October 2026 at 06:57

In quanto attore-autore, Dario Fo, da un lato, costituisce il punto d’arrivo di una lunga, plurisecolare “tradizione” che, dal giullare o buffone medievale, passa per i comici dell’Arte e giunge fino a noi con l’attor comico novecentesco. Dall’altro lato, possiamo considerarlo come il punto di partenza di una nuova, anomala “tradizione”, che ha influenzato ad ampio raggio il teatro italiano e non solo.

La influenza più riconosciuta e indagata riguarda senz’altro il nostro teatro di narrazione e i narrattori che ne sono protagonisti, a cominciare da quelli della prima generazione: Marco Paolini, Laura Curino e Marco Baliani, tutti e tre segnati in modi diversi dal magistero di Fo, che agisce in misura più ridotta anche sui successivi, a cominciare da Ascanio Celestini e Davide Enia. Tuttavia, com’è stato osservato spesso, ci sono forti differenze fra Fo e i narrattori, ai quali manca in genere la forte dimensione fisica, mimico-gestuale-vocale, del maestro e anche la sua propensione assoluta al comico.

Forse l’unico attore italiano, uscendo dal teatro di narrazione, che sia riuscito a tenere insieme la dimensione comica e l’impegno civile di Fo, insieme a una notevole espressività fisica e vocale, è – oltre a Beppe Grillo – Paolo Rossi, il quale del resto esordisce con lui, che gli fa da regista per L’histoire du soldat nel ’78 e con il quale lavora anche nel cinema. A Rossi si deve una versione dichiaratamente pop di Mistero Buffo, nel 2010. In questo spettacolo dell’originale restano due pezzi (La resurrezione di Lazzaro e La nascita del giullare), ma Rossi cerca di recuperare a suo modo, con esiti ovviamente molto diversi dall’originale, lo spirito dello sghignazzo, del “riso verde”, a scopo di satira.

In ogni caso, se vogliamo parlare, con tutte le cautele del caso, di “figli” o “eredi” di Fo, è proprio su Mistero Buffo che dobbiamo concentrarci.
Perché esiste un manipolo di attrici e attori italiani di prima e seconda generazione, più o meno “investiti” direttamente o indirettamente da Fo, che da molti anni ormai stanno riproponendo questo capolavoro sui palcoscenici di tutto il mondo, in varie lingue. Si va da Lucia Vasini a Ugo Dighero, da Marina De Juli a Elisa Pistis, al sorprendente Mario Pirovano, di cui mi è già capitato di parlare.

Il recente debutto al TST di Torino della sua versione de Lu santo Jullare Francesco, già collaudato in una impegnativa tournée internazionale, mi fornisce l’occasione per parlare del quarantenne Matthias Martelli, colui che molti considerano oggi l’erede più accreditato del giullare di Sangiano. Al quale ha dedicato anche un bel libro (Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo, Baldini+Castoldi, 2026). Martelli, che nasce a Urbino lo stesso giorno di Dario (24 marzo) ma sessanta anni dopo, da bambino rimane folgorato da una sua apparizione televisiva. A ventitrè anni, nel 2009, frequenta a Torino l’Atelier di teatro fisico di Philip Radice, un allievo americano di Jacques Lecoq. Incontra brevemente Fo a Santa Cristina di Gubbio (Libera Università di Alcatraz) negli anni successivi ma riconosce onestamente che quella frequentazione non si è mai trasformata “in un vero rapporto maestro-allievo”.

In realtà, il vero tramite pratico e artistico di Martelli verso Fo è stato l’attore Eugenio Allegri (scomparso nel 2022), suo pedagogo e regista per Mistero Buffo, debuttato nel 2018 dopo quasi tre anni di lavoro. Allegri gli ha permesso di andare alle radici dell’arte attoriale di Fo senza dover tentare di riprodurne gli inimitabili esiti espressivi o condividerne una vis satirico-politica ugualmente irripetibile per tante ragioni. Fondamentali, al riguardo, furono alcuni Workshop sulla Commedia dell’Arte, durante i quali Allegri cercò di familiarizzare il trentenne Martelli con “i rudimenti del teatro comico all’italiana” (cfr. la sua testimonianza in Ripensare Dario Fo. Teatro, lingua, politica, a cura di Luca D’Onghia e Eva Marinai, Mimesis, 2020). E poi, soprattutto, si trattò di rifarsi alla lezione tecnica ed estetica del mimo Lecoq, maestro di Fo nei primi anni Cinquanta.

La versione scenica appena debuttata del testo di Fo e Rame su San Francesco, che vede Martelli unico attore, è da lui firmata anche come “direttore”, con Ornella Matranga in veste di regista assistente. Pur lontano dai vertici toccati con Mistero buffo, il testo originale, a cui si attiene fedelmente, a parte – si capisce – le presentazioni delle quattro giullarate e qualche scenetta estemporanea per il divertimento degli spettatori, restituisce con vivacità la vicenda del santo di Assisi e la straordinaria attualità del suo messaggio antropoacentrico, basato sull’amore per e fra tutti gli esseri viventi.

Martelli, che ha già al suo attivo nove anni di carriera e oltre trecento repliche di Mistero buffo in tutto il mondo, qui si conferma interprete e fabulatore di grande abilità nel servire una complessa drammaturgia da attore-autore, senza mai rischiare l’imitazione del maestro.

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L’Europa in rivolta ha le sue ragioni. Perché stupirsi?

24 October 2026 at 06:57

“Ribellarsi è giusto”, diceva il grande Maozedong. E ci aveva visto lungo, dato che la Cina rappresenta oggi di gran lunga lo Stato più evoluto del mondo, scientificamente e tecnologicamente avanzato e al tempo stesso attento alla qualità della vita e ai diritti umani del suo popolo. La rivoluzione vittoriosa con la quale il popolo cinese si è liberato di imperialisti esterni e parassiti interni, è stato un passaggio fondamentale verso la conquista dell’attuale benessere.

Qualcosa di analogo, mutatis mutandis, dovrebbe avvenire con l’Europa. Il nostro continente è stato per oltre cinque secoli l’epicentro dell’espansione del colonialismo occidentale che ha soggiogato e depredato il resto del pianeta, insediando dove possibile, dagli Stati Uniti dei secoli successivi alla. Conquista, al Sudafrica tra le due guerre e ad Israele nell’ultimo dopoguerra, insediamenti di gente culturalmente ad essa simile e quindi affetta dal virus del suprematismo e del razzismo.

Nell’Europa di oggi viviamo una situazione per certi versi rovesciata rispetto a quella appena descritta. Le nuove generazioni meticce che la affollano in misura sempre maggiore costituiscono una vera e propria nemesi storica del colonialismo e hanno ragioni anche specifiche, ad esempio la proterva e immotivata negazione della cittadinanza, per ribellarsi. Ma il malessere riguarda tutti i giovani e la popolazione nel suo complesso. I pazzoidi guerrafondai, von der Leyen in testa, installati a Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma, come a suo tempo lo furono Luigi Quattordicesimo e Maria Antonietta a Versailles, non sanno più cosa inventarsi per ottenere la propria riconferma al malfermo timone di un barcone ormai da tempo alla deriva meno controllabile.

Si inventano, letteralmente, che la Russia ci attaccherà nel 2029, nella folle illusione di ottenere in tal modo la rilegittimazione del loro potere in via di esaurimento definitivo, mentre non sanno neanche far fronte in modo adeguato alle disastrose conseguenze delle guerre in essere, quella in Ucraina, scatenata sotto l’egida della Nato a partire dal 2014, ben prima dell’intervento russo, e oggi continuata in proprio, nella velleitaria speranza di approfittarne trovando nell’odio antirusso un collante ideologico. Ovvero quella contro l’Iran, frutto della criminale aggressione di Trump e Netanyahu, nutrita anche qui dall’inesistente prospettiva del cambiamento di regime.

Queste guerre ingiuste e infami, direttamente alimentate dall’Europa con l’invio di armi ovvero con l’esagerato servilismo nei confronti di Trump e Netanyahu, stanno determinando il drastico peggioramento, in tutta Europa, delle condizioni di vita del proletariato e delle classi medie. E potrebbe aprirsi, da un giorno all’altro, il baratro della guerra nucleare, mentre le condizioni dell’ambiente continuano a peggiorare e nuove estati sempre più torride ed ardenti ci aspettano e i benefici dell’economia sono sempre più riservati a ristrette minoranze dí parassiti e speculatori. Ogni giorno, in media, almeno tre lavoratori o lavoratrici vengono macellati sull’altare del profitto (www.operaicidio.it).

Si aggiunga l’inaccettabilità etica e morale del genocidio in atto del popolo palestinese, cui i governanti europei, Italia e Germania in testa, stanno fattivamente contribuendo con l’invio di armi micidiali e la solidarietà politica più piena a Netanyahu e agli altri terroristi e criminali che lo accompagnano.

Perché stupirsi quindi, se i giovani si ribellano? Certo, in assenza di un partito rivoluzionario in grado di indicare e organizzare le più giuste ed opportune forme di lotta, la rivolta può prendere strade sbagliate: dai saccheggi indiscriminati all’ostilità tout-court alle forze dell’ordine, in una logica più da insensata jacquerie sottoproletaria che da rivoluzione sociale organizzata. Per inciso, ai fratelli e sorelle in divisa va come sempre la mia comprensione e solidarietà per dover rischiare la propria incolumità fisica per difendere un governo di servi e incapaci e un sistema disumano, basato sullo sfruttamento e l’ingiustizia strutturale.

Ma le tristi ricette demagogicamente invocate da Meloni, Vannacci & C., dall’indurimento delle sanzioni all’impraticabile baggianata della “remigrazione”, all’uso anticostituzionale delle Forze Armate in ordine pubblico, faranno solo esarcebare ulteriormente la situazione, anche se i “governanti” della destra stentano a capirlo, anche per propri evidenti e insuperabili limiti si ordine antropologico, culturale e intellettuale. L’opposizione, dal canto suo, nonostante il mio vibrante appello ai “gonzi” della settimana scorsa, è ancora a quanto pare ostaggio di Renzi, Gentiloni & C., e non ha ancora formulato un proprio convincente programma di trasformazione sociale che metta al centro le istanze e i desideri di chi, soprattutto i giovani, sta soffrendo oggi in modo sempre più acuto le contraddizioni del sistema che produce privilegi assurdi per pochi, morte e infelicità per la stragrande maggioranza.

Mettere a punto un soggetto politico collettivo in grado di assolvere a questo compito nel fuoco dello scontro politico e sociale costituisce oggi il compito davvero prioritario. Occorre costruire la nuova civiltà dei popoli contro la barbarie del potere. Fondamentale è il ruolo dei lavoratori e lo sciopero dei porti del 30 ottobre costituisce un primo segnale importante contro la guerra e il genocidio, per l’umanità. Altri ne seguiranno.

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Da Felice Genero a Napoleone Leumann: i mecenati che hanno lasciato il segno a Torino

24 October 2026 at 06:47

Ho già scritto di Augusto Abegg, che finanziò gran parte della costruzione delle Molinette, e anche di Riccardo Gualino ma la storia di benefattori e mecenati a Torino è lunga e densa di sorprese.

Ad esempio la vita di Felice Genero (1819-1885), deputato del Regno di Sardegna poi del Regno d’Italia: nella vita banchiere, fu Presidente del Banco di Sconto e della Sete di Torino e fu coinvolto nel più grande scandalo bancario del XX secolo, secondo solo a quello della Banca Romana, è una storia di postumo mecenatismo. L’Istituto bancario fallì clamorosamente, a causa dei finanziamenti sconsiderati al gruppo Ansaldo, dei fratelli Perrone, durante e dopo la prima guerra mondiale. Finito il conflitto, il colosso industriale entrò in crisi, non riuscendo a restituire le ingenti somme avute in prestito: la notizia mise nel panico i correntisti che corsero a chiudere i conti esaurendone tutte le risorse. La Banca d’Italia non intervenne e l’Istituto fu messo in liquidazione e sostituito con un nuovo soggetto, la Banca Nazionale di Credito.

Questa vicenda ebbe risvolti non solo nel mondo finanziario ma anche politico: Genero non resse il peso dello scandalo ed entrò in una profonda depressione che sfociò in una sindrome psichiatrica, soprattutto dopo una lunga detenzione per l’accusa di smercio di banconote false mosse da un faccendiere, da cui fu assolto solo il 13 maggio del 1870.

Felice Genero al culmine della sua carriera aveva acquistato la Vigna Colla in strada Santa Margherita ed in seguito la moglie unì la vicina vigna di Baldissero che comprendeva una villa, un rustico, una cappella. L’ex deputato e banchiere muore in Liguria nel 1885 e, 5 anni dopo la vedova, Giuseppina Gola, dona al Comune di Torino la villa, circondata da un parco di 60.000 mq, con l’intento di farne una sede per un un “ginnasio ricreativo” destinato a ragazzi di salute malferma e il complesso fu eletto Ente morale. Fu resa poi parco pubblico negli anni 30 e nel 1932 il Podestà, il Conte Thaon de Revel, diede l’avvio ad importanti opere per rendere fruibile da tutta la cittadinanza il vasto complesso.

Purtroppo negli anni l’incuria è sempre stata più presente e gli atti di vandalismo si sono moltiplicati, così statue e tempietto non sono più godibili allo stato originale anche se l’anno scorso il Comune è intervenuto con un modesto finanziamento di poco più di 300.000 euro. C’è da dire che la manutenzione e soprattutto pulizia del parco, è garantita da gruppi di volontari, attivi anche in altre realtà, purtroppo altri parchi cittadini versano in uno stato di desolante degrado, i più noti Parco Sempione e Parco Europa a Cavoretto. Stante la vastità del parco e la posizione invidiabile di Villa Genero, potrebbe essere presa in considerazione anche l’installazione di una struttura precaria, in armonia con il contesto, adibita a bar, per dar modo ai tanti torinesi e turisti di godere ancor più di questo rigoglioso parco.

Altro personaggio notevole come benefattore è un altro banchiere Alberto Geisser, Presidente della CRT, nato a Torino nel 1859 da padre svizzero ed amministratore delegato della Cartiera italiana nonché consigliere comunale della sua città.
Incessante fu il suo impegno filantropico, finanziando l’Opera Pia Lotteri e promuovendo la realizzazione di un convalescenziario e di una casa famiglia per avviare al lavoro le ragazze di famiglie disagiate ma la sua più geniale invenzione fu l’istituzione delle biblioteche circolanti, fondando poi il Consorzio delle Biblioteche. Fu a lui dedicata la trasformazione di un edificio anni 50 a Parco Michelotti e sede dell’Associazione Macellai, per cui Giacomo Soffiantino dipinse una pittura murale, ancor oggi presente e dedicata al Bue Api.

Dopo anni di degrado la palazzina è stata oggetto nel 2023 di un intervento di messa a norma e riqualificazione ed è molto frequentata soprattutto da anziani data la posizione amena.

Come Geisser è da ricordare un altro imprenditore anch’egli di origine svizzera, Napoleone Leumann che trasferì la sua azienda di lavorazione del cotone da Voghera alle porte di Torino precisamente a Collegno, dove in circa 60.000 mq di terreno organizzò nel 1875, su progetto di Pietro Fenoglio, un vero e proprio capolavoro urbanistico e di welfare mediante la costruzione di un villaggio completo di tutto il necessario per rendere la vita di operai ed impiegati,più gradevole ed appagante e così sorsero 59 villini suddivisi in 120 alloggi.

Stante la speculazione edilizia che ha devastato l’intero corso Francia, sembrava ineluttabile una cancellazione della memoria ma provvidenziali interventi del Comune di Collegno ne hanno scongiurato il pericolo, Il villaggio è risorto vivo ed abitato con molte attività commerciali. Al giorno d’oggi rare le singole personalità in veste di benefattori, più gli Enti come le Fondazioni Bancarie mentre resta un caso isolato, ma come mecenate, la figura di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

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“Non glielo dire, ci rimane male”: quando la gentilezza diventa un alibi per non decidere

24 October 2026 at 06:28

“Non glielo dire, ci rimane male”. Se questa frase chiude una discussione su un ordine sbagliato, una consegna saltata, un cliente lasciato senza risposta, il problema resta. In compenso, nessuno si è offeso. Almeno fino a quando qualcuno dovrà rimediare. È questa la gentilezza aziendale di cui diffido: quella che protegge chi deve parlare dalla fatica di farlo. La si presenta come attenzione agli altri, ma dentro può esserci una paura molto personale. Paura del confronto, di perdere consenso, di sentirsi rispondere che anche noi abbiamo sbagliato.

In una piccola impresa il groviglio è facile da immaginare. Il responsabile lavora lì da vent’anni, l’impiegata ha attraversato con il titolare periodi difficili, il commerciale è un amico di famiglia. Un’osservazione sul lavoro sembra mettere in discussione tutta la relazione. E allora si rimanda. “Troviamo il momento giusto”. A forza di aspettarlo, può arrivare prima la contestazione del cliente e la demotivazione del collaboratore. Io credo che un imprenditore o un manager debba accettare anche questo pezzo del mestiere: deludere qualche aspettativa senza mancare di rispetto a nessuno. Chi dirige cercando di essere sempre benvoluto si mette in una posizione pericolosa. A un certo punto deve scegliere tra ciò che serve all’azienda e ciò che gli consente di uscire dalla stanza senza musi lunghi.

Prendiamo un caso semplice. Un addetto dimentica di registrare le richieste di assistenza. I colleghi ricostruiscono le telefonate, richiamano i clienti, recuperano le informazioni. Il responsabile vede e lascia correre: “È fatto così, però è una brava persona”. Benissimo. Ma essere una brava persona non risolve il passaggio di consegne. E quei colleghi? La loro disponibilità viene consumata per evitare una conversazione con uno solo. Trovo poco generosa una gestione che risparmia un disagio a qualcuno e distribuisce il lavoro aggiuntivo agli altri. Poi magari il collaboratore più preciso comincia a protestare. Diventa quello difficile, quello che rovina il clima. È un capovolgimento che considero intollerabile: il problema finisce per essere chi lo segnala.

La compiacenza, però, viaggia anche verso l’alto. Immaginiamo un titolare che promette al cliente una consegna impossibile. In riunione tutti annuiscono. Appena usciti, partono i commenti: “Tanto poi ce la vediamo noi”. Quel sì non aiuta l’imprenditore. Gli nasconde una difficoltà proprio quando potrebbe ancora intervenire. Qui la responsabilità di chi comanda è enorme. Se chiedi sincerità e poi tratti ogni obiezione come una sfida alla tua autorità, stai addestrando le persone ad assecondarti. Puoi anche organizzare una giornata sulla comunicazione: lunedì mattina continueranno a dirti ciò che vuoi sentire.

Detto questo, conosco l’obiezione: “Adesso bisogna essere duri con tutti?”. No. E mi irrita la facilità con cui qualcuno scambia la franchezza per il diritto di mortificare. Un capo che urla, interrompe e umilia rende il confronto ancora più difficile. Finisce per ottenere lo stesso silenzio del capo che vuole piacere a tutti, solo per un’altra strada. Un richiamo utile richiede più precisione di una sfuriata. “Sei disorganizzato” è un giudizio sulla persona. “Queste richieste non sono state registrate e il collega ha dovuto ricostruirle” permette di discutere un fatto. Da lì si può chiedere che cosa è successo, capire l’ostacolo e stabilire come lavorare.

Perché c’è anche questo: prima di attribuire un errore alla scarsa volontà, voglio sapere se le istruzioni erano chiare, se il tempo bastava, se lo strumento funzionava. Un imprenditore che cambia le priorità tre volte al giorno dovrebbe pensarci prima di accusare gli altri di non rispettarle. Capire le ragioni, però, deve portare a una decisione. Se manca una competenza, si affianca la persona. Se il carico è eccessivo, si riorganizza. Se il compito è chiaro e sostenibile, si chiede che venga svolto. Con una scadenza e una verifica. Altrimenti anche l’ascolto diventa un modo elegante per lasciare tutto com’è.

Nelle PMI partirei da qui, senza inventare apparati complicati. Un problema concreto, il risultato atteso, una persona incaricata di seguirlo e una data per controllare. Per esempio: da lunedì le richieste si registrano al termine della chiamata; venerdì si verifica insieme se il passaggio funziona e dove si inceppa. È una proposta da provare, correggere e rendere abituale.

Anche le riunioni vanno cambiate. Chiedere “Siamo tutti d’accordo?” quando il titolare ha già spiegato quanto tiene alla propria idea serve a poco. Preferisco una domanda più impegnativa: “Che cosa rischia di far fallire questa decisione?”. E poi bisogna lasciare il tempo di rispondere, senza smontare la prima obiezione. Non propongo un’azienda in cui ci si corregge a ogni respiro. Sarebbe estenuante. Ci sono errori su cui si può sorridere e giornate nelle quali conviene aspettare. Ma aspettare deve essere una scelta, con un motivo. Non l’abitudine di chi spera che il problema si sistemi da solo.

Per me la misura è questa: dopo una conversazione difficile, la persona deve aver capito che cosa le viene chiesto e deve poter dire la sua. Può anche uscire contrariata. Il giorno dopo si torna a lavorare, si mantiene l’impegno preso e si controlla il risultato. La serenità di un’impresa non può dipendere dal silenzio sui suoi problemi. E chi la dirige dovrebbe preoccuparsi quando tutti gli danno sempre ragione. Soprattutto se, per conservare quella bella atmosfera, a lavorare di più sono sempre gli stessi.

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Una “Alleanza per la Costituzione” non può prescindere da un riformismo radicale

24 October 2026 at 05:51

di Mario Tiberi

Si discute molto sulle questioni irrisolte nel cosiddetto “campo largo”; personalmente ho ricevuto però conforto nell’ascoltare recentemente i principali dirigenti del campo progressista fare ripetuti riferimenti alla nostra Costituzione come testo contenente tali valori di fino alla proposta di Giuseppe Conte di denominare “Alleanza per la Costituzione” lo schieramento politico di cui dovrebbe fare parte, che sembra richiamare un passo di un articolo di Federico Caffè: “oggi ci si trastulla nominalmente alla ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’. E si continua ad ignorare che esso, nelle sue ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione”. Ciò implica di andare oltre il suggestivo trittico laico: liberté, égalité, fraternité ed anche del messaggio fondamentale di Beveridge del Welfare state come lotta contro i giganteschi mali sempre attuali della società: bisogno, inattività, malattie, ignoranza, miseria.

Le diatribe su programmi e scelta del leader del “campo largo” hanno richiesto molte, forse troppe, energie; numerosi sono i rilievi che vengono rivolti ai più autorevoli esponenti politici del fronte progressista, anche quando non si può negare lo sforzo di avvicinamento programmatico che si sta realizzando nelle varie sedi, istituzionali e non. Ritengo che la critica più incisiva sia, tuttavia, quella di coloro che lamentano la mancanza di una visione d’insieme, un quadro di riferimento ideale dal quale trarre l’immagine di quel “sol dell’avvenire”, necessario per riscaldare i cuori di chi dovrebbe sostenerne la realizzazione: una sorta di “Dio, Patria e Famiglia” che viene spesso esposto come stemma culturale del blocco conservatore del nostro Paese. Si tratta, in sostanza, si tratta di trasmettere ai potenziali sostenitori i valori essenziali di riferimento.

Forse il presidente dei Cinque Stelle, nel richiamarsi alla Costituzione, ha tratto conforto dalla lettura del recente libro di Antonio Polito, La Costituzione non è di sinistra per lui che intende caratterizzarsi come “progressista” e non “di sinistra”, trascurando l’illuminante osservazione di Norberto Bobbio, che vedeva nell’impegno per la giustizia sociale il tratto inconfondibile della sinistra storica. L’impegno per una maggiore equità non può certo mancare nel programma dello schieramento alternativo al centro-destra ed allora credo che si possa affermare che la Costituzione è “anche di sinistra”; del resto, dà forza la consolidata storiografia sul nostro documento fondamentale quale frutto dell’ammirevole compromesso realizzato nell’Assemblea Costituente da forze politiche cattoliche, liberali, socialiste e comuniste.

Ecco dunque l’ispirazione ideale di Keynes per “un più alto tipo di società possibile”, da costruire attraverso una coraggiosa azione politica interventista nei confronti del “sistema in cui viviamo”, inesorabilmente contraddistinto da vistosi squilibri nella distribuzione del potere politico ed economico; la chiara attenuazione di tali squilibri è il compito storico che uno schieramento politico progressista deve assolutamente perseguire per quanto difficile possa essere. E non bisogna dubitare che percorsi politici innovativi, anche radicali, siano appunto incompatibili con i dettami costituzionali; quale interprete migliore di Meuccio Ruini, uno dei più autorevoli protagonisti dei lavori dell’Assemblea Costituente, che ha scritto: “La nostra Costituzione è elastica e adattabile a quella che potrà essere la forza e la prevalenza storica delle varie correnti. Il che non ha da ritenersi compromesso deteriore ma pregio e virtù della Costituzione”.

Le forze disponibili a compiere tale percorso devono avvertire la necessità di definire i connotati del “tipo più alto di società” con la consapevolezza che occorra operare i necessari compromessi con altri settori della società, politici e non, avendo sempre l’ambizione di allargare il più possibile il consenso rispetto al progetto di profondo rinnovamento proposto al Paese.

Si tratta, quindi, di contraddistinguere in modo chiaro il necessario riformismo come riformismo radicale per distinguerlo dal legittimo e diffuso uso politico del termine riformismo: esiste nella tradizione socialcomunista, cattolica e liberale una qualificata critica, seppure differenziata, delle liberaldemocrazie caratterizzate dal rispetto generoso dei meccanismi delle economie di mercato capitalistiche. Ciò avviene quando numerose voci, non solo di economisti, mettono in evidenza i fallimenti del mercato, anche nelle sua più avanzata forma della cosiddetta globalizzazione, rispetto al superamento di problemi qualitativi seri: emigrazione, sicurezza, protezione dell’ambiente, tenuta dello “Stato sociale”, clamorose disuguaglianze, e così via. Certamente bisogna tenere ben viva la consapevolezza dei possibili fallimenti dell’ampia area del “non mercato” ma non si possono dimenticare le voci anche recenti di intellettuali che possono agevolare l’acquisizione del consenso di larghi settori, anche benestanti, delle nostre liberaldemocrazie, indispensabili per realizzare una sorta di working class liberalism, secondo una suggestiva espressione del Premio Nobel Acemoglu; già “un più alto tipo di società”!

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

24 October 2026 at 05:46

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

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Friday’s Mini-Report, 10.23.26

23 October 2026 at 22:30

Today’s edition of quick hits.

* The highest oil prices since April: “Oil prices rose further on Friday, as hostilities across the Middle East continue to raise fears in the energy markets that the oil supply from the region would remain throttled. The price of Brent crude, the international oil benchmark, jumped above $117 a barrel on Friday, taking its increase for the week to almost 6 percent.”

* A relatively quiet hurricane season is picking up: “Vance became a hurricane Friday and the National Hurricane Center said it would strengthen rapidly as it nears Mexico’s Pacific Coast. Vance was a Category 1 hurricane with maximum sustained winds of 90 mph (150 kph) as it churned about 455 miles (730 kilometers) south-southwest of Acapulco, and could become a major Category 3 hurricane before the end of Friday, the center said.”

* The Starlink matter is not yet resolved: “Ukrainian interceptors still cannot use the internet at high speed to shoot down Russian attack drones or conduct mid-strike operations as of Friday morning, Ukrainian officials and a drone operator said, despite U.S. President Donald Trump saying SpaceX founder Elon Musk had lifted speed restrictions on his Starshield service.”

* A twisted sense of entitlement: “Russian President Vladimir Putin on Friday cited genetics to declare that Russians and Ukrainians are ‘one people’ and reiterated his claim to Ukrainian territory, saying, ‘I think that it is not their territory but the historical territory of Russia.’”

* There’s a sentence I didn’t expect to read: “First lady Melania Trump has brokered a ceasefire deal between Russia and Ukraine in the war-ravaged city of Oleshky to allow for humanitarian aid and the evacuation of civilians, the White House announced on Friday. The localized ceasefire is set to begin Oct. 29.” (Let’s note that the White House announces a lot of things, many of which aren’t true.)

* In the Middle East: “Israeli soldiers shot and killed two men who the military said had launched an attack near the city of Hebron in the occupied West Bank on Friday morning. At least five people were injured, including some critically. A few hours later, Israel ordered the army to prepare for a full closure of the West Bank.”

* Keep an eye on this one: “The Department of Justice on Friday charged two former top FBI officials with lying to Congress about their involvement in the agency’s investigation into Hunter Biden. The charges against Nikki Floris and Bradley Benavides, who worked on the FBI’s now-disbanded Foreign Influence Task Force, stem from a brief they gave to members of Congress about the task force’s investigation of Biden, the son of former President Joe Biden.”

* Heartening scientific research: “A groundbreaking vaccine reduced the risk of death or recurrence of melanoma by almost half, an encouraging signal for a treatment seeking federal approval that has boosted the fortunes of drugmakers Moderna and Merck and could usher in a new wave of cancer treatments.”

* And The New York Times published a fascinating report on the Pentagon setting up review boards at bases around the world, specifically designed to kick transgender troops out of the military. Uniformed service members on these panels, however, keep doing the opposite, agreeing to keep the trans troops rather than firing them.

Have a safe weekend.

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SCOTUS Week in Review: Back to school, home spirits and a rare decision

23 October 2026 at 22:29

Welcome back, Deadline: Legal newsletter readers. Supreme Court justices were off the bench this week because they’re in between their October and November hearing sessions. But they still made plenty of news, in both their written work and public comments.

They started by adding two potent cases to a docket that is growing this term in both size and importance. Following last week’s agreement to review a discovery dispute over Elon Musk’s purported government efficiency effort, on Monday the court added two more appeals: on race in middle school admissions and congressional authority to ban home distilling. The court will keep adding cases throughout the year, with all the rulings in argued cases typically coming by July.

Justices Sonia Sotomayor and Neil Gorsuch were together again, speaking out for the second week in a row about a case the court refused to hear. Last week, Gorsuch joined Sotomayor to lament what they saw as unjust prosecution. This week, the Trump appointee joined the Obama appointee to critique what they saw as constitutional problems with car seizures in Chicago. It’s not new for this duo to team up in a certain type of case that lends itself to bipartisan agreement, but they have been ramping up that agreement so far this term.

Sotomayor’s statement appeared on the order list, which, as regular readers know, is an important document that announces the latest actions on pending petitions. That’s where we learned about the two new cases that the court took up and the (much longer) list of cases the court rejected. It takes four justices on the nine-member bench to grant review, and the court denies most petitions.

But Sotomayor’s statement reminds us that the justices occasionally offer their thoughts even when, as here, they agree with the denial but still find it important to highlight broader issues. These writings help us understand the justices’ priorities and what new cases the court might take up in the future.

Another sort of signal came from Justice Samuel Alito, who didn’t explain himself but noted that he wanted to review one of the petitions the court denied on the list. The failed petition came from Missouri officials who wanted the court to revive a rule that registered sex offenders must put signs on their doors for Halloween that read, “No candy or treats at this residence.” An appeals court said the rule wrongly compelled speech under the First Amendment. Although Alito merely noted, without explanation, his difference of opinion, the vote fits with his overall approach, because he generally backs law enforcement and has split from his colleagues in other First Amendment disputes.

Alito had company later in the week when the court rejected the Trump administration’s request to immediately enforce its preferred policy on gender-affirming care in prison. The justices did not explain the rare (albeit temporary) win for transgender people at a court that has ruled against them in a series of other cases. But whatever the justices were thinking, we know it wasn’t unanimous, because Alito and Justice Clarence Thomas both indicated (also without explanation) that they wanted to grant the government’s request.

Justice Elena Kagan made news outside her written work, with an appearance at a law school in Washington, D.C., the sort of speaking engagement that the justices will do from time to time. Kagan, who was dean of Harvard Law School before she became a justice, gave her GOP-appointed colleagues a failing grade when it comes to democracy. Reprising impassioned criticisms of rulings on voting and campaign finance that she has made in dissenting opinions, the Obama appointee said the court “has kind of blinded itself to the very deleterious effect of their rulings on how the political system works and has created a democracy that does not work as well as it should.”

Kagan apparently agreed with her colleagues this week in an election case, when the Supreme Court granted a Republican-backed request from New Hampshire to block the use of student IDs for voting in the midterms. In a brief unsigned order, the high court chided a lower court judge for, as the justices saw it, improperly interfering with state rules right before an election. Justice Ketanji Brown Jackson was the only one to publish a dissent, in which she contended the judge was justified in trying to protect voting rights.

The justices are still off the bench for another week, as they are set to return to the courtroom in November to hear the next batch of regularly scheduled arguments. But as Election Day approaches on Nov. 3, they will continue to field unscheduled emergency applications on voting and whatever else comes their way.

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Trump’s crusade against Ilhan Omar follows a familiar authoritarian playbook

23 October 2026 at 19:30

Among the more amazing things about Donald Trump’s crusade against Rep. Ilhan Omar is how utterly brazen it is. The president and his team could at least try to keep up appearances, to maintain some kind of pretense that the scrutiny of the Minnesota Democrat is legitimate — but the Republican officials have largely decided not to bother.

On the contrary, Trump publicly demanded an investigation into a political opponent — which is itself an abuse — all the while making clear that he hoped to strip Omar of her citizenship and to deport a sitting congresswoman who dared to cross him. Soon after, federal departments did as they were directed to do, in pursuit of the president’s stated goal.

“It is a basic principle of American democracy that the government can’t selectively target individuals simply because of their political beliefs or what they say,” Barack Obama said in a statement. “But that’s exactly what the Trump Administration is doing to Congresswoman Ilhan Omar of Minnesota.”

Despite highly dubious evidence of wrongdoing, federal agents seized the laptop, cellphone and passport of a sitting member of Congress, at which point the president who demanded this probe received a highly unusual briefing from Homeland Security Secretary Markwayne Mullin.

While there’s still no evidence that the Minnesotan has done anything wrong, Trump took some time during his Thursday night rally in Iowa to insist that Omar resign. The Republican added that “the Democrat [sic] Party has conceded her seat” and she will no longer be permitted to serve in Congress.

Trump calls for Ilhan Omar to immediately resign & says, "please inform our great Speaker, James Michael Johnson that the Democrat Party has conceded her seat … she will not be allowed to me a member of that body any longer"Trump's crowd in Iowa then starts chanting "Lock her up! Lock her up!"

— Aaron Rupar (@atrupar.com) 2026-10-23T00:27:55.342Z

At that point, as if on cue, his followers chanted, “Lock her up! Lock her up!”

After the event, the president published a statement to his social media platform, again calling on Omar to “IMMEDIATELY resign from Congress,” adding that someone should inform House leaders that the congresswoman has “openly admitted to FRAUD, and she will not be legally allowed to be a Member of this August Body.”

In reality, of course, Omar has not “openly admitted” to any wrongdoing and has repeatedly denied the White House’s allegations. No one has conceded their seat — Omar is likely to be re-elected in 11 days — and she is absolutely still permitted to serve on Capitol Hill, doing the job Americans in her district elected her to do.

I have no idea what, if anything, will come of this relentless campaign. Given that Team Trump also ordered an investigation into Omar’s records in his first term and that probe was eventually abandoned for lack of evidence, the president might want to temper his expectations.

But that this is happening at all reflects unmistakable authoritarian tactics.

“The investigation of her is a chilling example of the federal government using its immense power to silence a critic,” the editorial board of The New York Times explained. “It is an affront to free speech, the rule of law and American ideals.”

The editorial added, “In the case of Ms. Omar, the administration has gone back more than a quarter-century to investigate a prominent critic. If her naturalization can be revisited, it suggests that no naturalized citizen is safe. It also indicates that the federal government can go searching for any decades-old problem to hound somebody who has criticized the White House. Those are the tactics of authoritarian societies.”

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Ask Jordan: Pardon mailbag on Hegseth and admissions of guilt

23 October 2026 at 19:22

My answer to last week’s “Ask Jordan” question about the (lack of) congressional power over pardons generated follow-up questions. On top of this week’s question about presidential immunity, I’m answering two of them briefly below for this special mailbag edition.

As always, submit your questions on this topic and any others through this form.

“So. … If Congress impeaches Defense Secretary Pete Hegseth, Donald Trump cannot pardon him? REALLY?!” — Joyce Carpenter

Hi Joyce,

Trump could pardon Hegseth (or anyone else) for any federal crimes, which would save him from prosecution. But the president couldn’t use the pardon power to save Hegseth (or anyone else) from impeachment proceedings. That’s because the Constitution says presidents can issue pardons for “Offences against the United States” but not for “Cases of Impeachment.”

“I’m disappointed in your answer about pardons. Why didn’t you mention that the pardoned person IS considered guilty of whatever the pardon is for. Or do I have that wrong?” — Richard

Hi Richard,

You have that wrong — or, at least, not necessarily right in all cases.

To be sure, the Supreme Court said in an oft-cited 1915 case that a pardon “carries an imputation of guilt and acceptance of a confession of it.” But that was more of a statement made in passing than an announcement of a binding rule going forward.

As a federal appeals court pointed out more recently, “not every acceptance of a pardon constitutes a confession of guilt.” For example, the appeals court noted that presidents can pardon people they think are innocent. They can even grant posthumous pardons, which led the court to observe that “a deceased individual cannot confess his guilt.”

Please submit “Ask Jordan” questions through this form for a chance to have your question featured in a future edition of the Deadline: Legal newsletter.

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‘Man of the Century’: Republicans keep presenting Trump with made-up awards

23 October 2026 at 17:58

While many Republican candidates are keeping Donald Trump at arm’s length, Iowa’s Joe Mitchell has moved in a far more obsequious direction, despite running in one of the nation’s most competitive congressional districts.

The 29-year-old former state representative, hoping to succeed Republican Rep. Ashley Hinson in Iowa’s 2nd District, joined the president during a rally Thursday night and offered the kind of gushing praise Trump likes to hear. Mitchell said Trump has “kept this country more safe than any other president, ever,” before expressing outrage that Trump hasn’t been given a Nobel Peace Prize.

It was at that point when the Iowan decided to give the president a different honor — one he had made up.

Joe Mitchell gives Trump "the man of the century" award (that he just made up)

— Aaron Rupar (@atrupar.com) 2026-10-23T01:40:34.634Z

Mitchell held up a framed certificate and said, “So what I came up with, Mr. President, is a new award. It’s called the ‘Man of the Century Award.’” The congressional hopeful went on to insist that Trump has “fought more for humanity and for America than any other president ever” and has become “the greatest president we’ve ever had.”

The president accepted the certificate, handed it to an aide and continued with his rally.

Time will tell whether locals in one of the nation’s true toss-up House races are impressed with such sycophancy, but the presentation got me thinking about the larger pattern: Trump has struggled to earn the kind of awards he desperately wants, but he has managed to receive all kinds of fake honors.

Earlier this year, for example, several coal industry executives and miners in hard hats presented Trump with a trophy that labeled him the “Undisputed Champion of Beautiful Clean Coal.”

This was not an isolated incident. Shortly after Trump lost his re-election bid in 2020, the National Republican Senatorial Committee made up an honor for him called the Champion for Freedom Award.

More recently, after the president’s begging didn’t lead to a Nobel Peace Prize, soccer’s global governing body, FIFA, concocted its own peace prize in the hopes of making Trump feel better.

A month after Trump picked up a trophy from coal industry representatives, House Speaker Mike Johnson held an event in which he announced another made-up honor, called the America First Award. The Louisiana Republican then handed the president, the first recipient, with a giant eagle statue.

Let this be a lesson to those hoping to curry favor with the White House: If you haven’t already visited a store that makes trophies and prizes, you’re making a mistake.

This post updates our related earlier coverage.

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Friday’s Campaign Round-Up, 10.23.26: Kamala Harris rallies for Colom in Mississippi

23 October 2026 at 17:21

Today’s installment of campaign-related news items from across the country.

* In Mississippi’s unexpectedly interesting U.S. Senate race, former Vice President Kamala Harris headlined a rally in support of local prosecutor Scott Colom, the Democratic nominee.

“Mississippi matters!” Harris shouted to thunderous cheers at Thursday’s event.

The rally came on the heels of Donald Trump’s political operation confirming that the president will hold a rally on Monday in hopes of boosting Republican Sen. Cindy Hyde-Smith, who’s struggling to a surprising degree in a race the GOP long assumed would be easy.

The news coincides with an Axios report that said Senate Republicans are so concerned about the Mississippi race that it’s “weighing a cash infusion” for the contest.

* In Maine’s closely watched U.S. Senate race, the latest Fox News poll found Democrat Troy Jackson and incumbent Republican Sen. Susan Collins tied, with each garnering 49% support.

* In Kansas’ closely watched U.S. Senate race, incumbent Republican Sen. Roger Marshall has finally sold his house in Florida. The sale was finalized the same day early voting began in Kansas.

* In Texas’ closely watched U.S. Senate race, The New York Times reported that a covert Russian influence operation is targeting Democratic state Rep. James Talarico’s candidacy as part of an apparent effort to boost Republican state Attorney General Ken Paxton.

* Speaking of Texas, Republican Gov. Greg Abbott recently boasted about endorsements he received from several Democratic sheriffs, but The New Republic reported that some of them deny having endorsed the GOP incumbent.

* While voter turnout is expected to be strong in New Hampshire this year, there is a new hurdle for voters to keep in mind: The Supreme Court granted New Hampshire’s emergency request to block the use of student IDs for voting in the midterms.

* Over the first two weeks of October, Republican megadonor Elon Musk invested an additional $76 million to boost GOP candidates. Five months after the billionaire publicly vowed to curtail his campaign spending, Musk has now donated more than $442 million to advance the Republican cause in the 2026 cycle.

* Speaking of Republican megadonors, billionaire Jeff Yass has now invested nearly $110 million to boost GOP candidates in the midterms. Yass is also the top donor to Vivek Ramaswamy, the Republican’s gubernatorial nominee in Ohio.

* And speaking of Ramaswamy, to appreciate the scope of the controversy surrounding his scandalous attack ad, it’s worth noting that 10 sitting Democratic female governors issued a joint statement on Thursday, condemning the candidate’s vile commercial as “an insult to survivors everywhere.”

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Caso David Rossi, dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza – Il commento dell’avvocato Pensa

23 October 2026 at 17:04

A proposito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, presieduta da Gianluca Vinci (Fratelli d’Italia), riceviamo e pubblichiamo il commento dell’avvocato Jacopo Pensa, uno dei principali del foro milanese, già difensore di Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps

Dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza. Questo è il principio scaturente dalla vergognosa divulgazione da parte della Commissione d’inchiesta sul caso Rossi-Monte Paschi dei due nomi ormai noti al mondo.

La violazione dei principi costituzionali e di civiltà giuridica sono già stati ben espressi dall’Unione delle camere penali. Ma al di là delle questioni giuridiche sapientemente trattate, c’è da chiedersi sul piano del ragionevolezza e del senso comune quale può essere stata la ratio e quale l’interesse a divulgare in una conferenza stampa nome e cognome del mandante e dell’organizzatore di quella turpe missione finita così tragicamente.

Mi ha colpito in particolare l’aria serafica e compiaciuta con la quale il presidente ha pronunciato quei nomi. Aggiungendo poi, paradossalmente, una nota quasi giustificativa in favore dei rei affermando che i due avevano solo lo scopo di intimidire e non già di uccidere, suggerendo così una sorta di linea difensiva: il reato commesso è più grave di quello voluto.

I due nominati hanno così modo di consolarsi. La pena potrà essere diminuita. Con un buon avvocato, si intende.

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Trump administration sues to block possible Democratic win in Alaska Senate race

23 October 2026 at 16:33

After months of arguments, a state judge in Alaska ruled in late June that retired teacher Dan J. Sullivan could run against incumbent Republican Sen. Dan S. Sullivan, overturning the ruling from the Alaska Division of Elections. A few months later, after the first round of balloting, state election officials finalized the top four candidates for Alaska’s unique system, and both Dan Sullivans advanced to the general election.

That Donald Trump and his political team are worried about the race is obvious, but what the president’s team is doing about it is another matter entirely.

Late Thursday, Trump’s Justice Department filed a preemptive lawsuit that intends to block certification of the Senate race — but only if the Republican incumbent loses while the rival with the similar name remains on the ballot.

As The Associated Press reported, the litigation kicks off “what many have feared could become a lengthy battle between the U.S. government and states over certifying an election where the president’s party is struggling.”

What’s more, it’s entirely possible that former Democratic Rep. Mary Peltola will win this race and the efforts by Trump’s DOJ will determine whether she’s seated — and which party ultimately holds a majority in the Senate.

The lawsuit is a dramatic escalation, but it didn’t come out of nowhere. At a White House event in early September, the president publicly urged Attorney General Todd Blanche to pursue a case in Alaska specifically focused on the competing candidates with nearly identical names.

Last week, Trump went further, claiming that federal authorities were “looking into” the matter and pushing assorted conspiracy theories for which there was no evidence. As recently as Wednesday of this week, the president used his social media platform to publish a statement that read, in part, “Dan S. Sullivan is leading by a lot, but this is CHEATING in an Election, and the Judge that allowed this to happen should be ashamed of himself. We are looking at powerful legal options to remove the fraudulent Daniel J. Sullivan Jr. from the Ballot, and holding the Democrats accountable for their Election Interference, in the pursuit of Justice and Fairness.”

The statement included obvious falsehoods — most recent polling in Alaska shows the Republican incumbent trailing, not “leading by a lot” — and there is nothing to suggest Democratic officials have engaged in “election interference,” other than championing their party’s nominee.

Nevertheless, there have long been concerns that the Trump administration might try to derail election results it doesn’t like, and the DOJ’s new lawsuit regarding Alaska suggests those concerns are well grounded.

This is a developing story. Check back for updates.

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Ask Jordan: Does presidential immunity extend to subordinates who carry out illegal orders?

23 October 2026 at 16:10

“If Donald Trump defies court orders because the Supreme Court said he cannot be prosecuted for actions he takes as president, could those people who carry out his illegal requests be prosecuted or fined even though they are acting on his orders?” — Kit Read

Hi Kit,

Maybe.

The Supreme Court’s 2024 ruling in Trump v. United States only dealt directly with criminal immunity for presidents, holding that they have at least presumptive immunity for all official acts, as well as absolute immunity for acts within their “conclusive and preclusive” constitutional authority.

What all that means in practice hasn’t been fully fleshed out. It would take a follow-up case to clarify the ruling’s limits, and it’s unclear if or when such a case will come.

At any rate, the court focused on presidents in that ruling. It did not grant immunity to aides acting on the president’s behalf.

Yet, while arguments have been made against subordinate immunity, it’s technically an open question that the justices haven’t decided one way or the other.

So the answer to your question at the moment is: maybe.

But you might wonder: What could the argument be for immunizing presidential underlings?

One scholarly account argued that the logic of the immunity ruling “renders the President’s subordinates absolutely immune for a potentially broad range of official acts, even if those acts are otherwise unlawful.” That’s because if the president has complete power over executing the law, then, the argument goes, subordinate actions that implement that power are lawful, as opposed to being unlawful but immune from prosecution.

As with clarifying the immunity ruling’s limits as it applies to presidents, whether the Supreme Court will decide the subordinate immunity question depends on the court taking an appeal that raises that issue in the future. And as with presidential immunity itself, there is no clear candidate for an appeal the court would take to answer that question.

Either way, if a president wants to ensure that any of his henchmen won’t be federally prosecuted, he could always pardon them.

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Ramaswamy’s vile ad is dividing the Republican Party. Trump is leading the wrong side.

23 October 2026 at 16:04

Any story about a family dispute is bound to be complex, but the politics surrounding Vivek Ramaswamy’s abhorrent attack ad are relatively straightforward. Amy Acton, the Democratic gubernatorial nominee in Ohio, was allegedly raped by her stepfather when she was a child.

Her Republican opponent, Ramaswamy, is trying to weaponize this in despicable fashion, pushing a campaign commercial that features Acton’s estranged mother, who sided with the stepfather even after his arrest and stayed with him until his death.

But in recent days, it’s become clear that this ad has taken on far greater significance than one commercial in one gubernatorial election. As The New York Times’ Michelle Goldberg summarized in her latest column:

It’s quite a feat, in this numb and debased era, to create a political advertisement so shocking and indecent that people from across the political spectrum feel the need to denounce it. The Ohio gubernatorial candidate Vivek Ramaswamy, who has long fashioned himself as a kind of Donald Trump 2.0 — younger and brainier but just as brash — has managed it.

By releasing what may be the most disgusting ad in American political history, he’s done more than just reveal his own low character. He’s opened a kind of proxy debate on the right about whether a post-Trump conservatism should try to reclaim some base-line morality or continue along its current smashmouth course.

Donald Trump has changed his party and his nation’s politics in a great many ways, but among the most important shifts is the degree to which the president has championed the politics of cruelty and dishonor. There are messages — from attack ads to speeches to social message postings — that Republican officials used to avoid, even when they agreed with the underlying point, in part to avoid backlash and in part to maintain their public reputations and credibility.

In recent years, however, those scruples have been cast aside. GOP officials and candidates no longer hedge on depraved messaging: After having seen Americans twice elevate a malicious television personality to the nation’s highest office, they now routinely echo his amorality and cynicism, seeing it as a way to satisfy the party’s far-right base, to advance their own ambitions or both.

Most decent people can and will agree that Ramaswamy’s attack ad is indefensible, but the ad has also taken on totemic value.

“What the ad represents … is an opening salvo in the post-midterms fight for the Republican Party’s future,” Politico’s Jonathan Martin explained. “It’s a battle that will accelerate next year but may not culminate until the 2030s. Put simply, what sort of party does the GOP want to be — and what will the market bear?”

Trailing in polls and short on options, Ramaswamy made his choice, and the stain on his character is likely to be permanent. What the Ohioan might not have anticipated, however, is just how much his disgusting tactic has divided his own party.

Several prominent Republicans in the state, including outgoing Gov. Mike DeWine, have publicly condemned the ad, and others outside of Ohio have taken similar steps. Former GOP presidential contender Nikki Haley, for example, said via social media that Ramaswamy is “a bad guy.” A day later, Rep. Ashley Hinson, the party’s Senate hopeful in Iowa, called the commercial “absolutely terrible.”

On the other side, there’s the White House, where the politics of cruelty and dishonor still thrive, and where there are Republican leaders who still believe repugnant messaging will dominate for the foreseeable future.

JD Vance, for example, declared this week that he’s “a little bit disgusted,” not by Ramaswamy’s gutter politics, but by members of his own party who are “whining” about civility.

The vice president’s reaction itself drew swift rebukes — The Bulwark published a piece that described Vance as a “sociopath” — but that didn’t stop Trump from picking up where his vice president left off.

On Wednesday, the president told reporters he didn’t “know anything about it,” before shifting gears and talking about how important he considers it to see a mother “hate her daughter that much.”

A day later, Trump went much further and spent much of Thursday defending the ad, urging Ramaswamy to keep running it, demanding the public take the underlying claims “seriously” and at Iowa rally, predicting that the ad would work in the GOP candidate’s favor.

In other words, Trump took care to keep dividing Republicans — with less than two weeks remaining, during the early voting period — in one of the nation’s most important gubernatorial races, by leaning into support for one of the most repulsive campaign ads in recent memory.

Election Day is 11 days away. Watch this space.

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Giovani in piazza: perché punire non basta, ma serve educazione

23 October 2026 at 17:00

I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati ed educati, la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamentale. Serve una forte sinergia fra queste due agenzie educative che hanno perso terreno e carisma nella nostra società.

Personalmente non credo proprio sia la strada giusta ampliare le carceri anche per i minori. Credo che per i minori servano dei progetti educativi strutturati che facciano loro prendere coscienza dei danni che hanno creato durante le manifestazioni, ma che soprattutto gli insegnino a focalizzare la rabbia e ad esternare le emozioni. Credo che nelle città dovrebbero esserci più spazi creativi ed educativi per i giovani, dove si sentano liberi di esprimersi e manifestare anche le proprie fragilità. Senza essere giudicati o condannati.

Condanno con fermezza gli atti vandalici messi in atto durante la manifestazione dei giorni scorsi, ma ritengo che il diritto di manifestare debba restare un diritto sacrosanto e nessun governo debba utilizzare la repressione per cercare di controllare e di impedire il diritto a manifestare.

La scuola al suo interno dovrebbe avere maggiori spazi di ascolto e di confronto in modo che gli strumenti imparino ad ascoltarsi fra di loro e prendano coscienza anche delle difficoltà dei propri compagni; imparino ad accettare i propri limiti ed essere più collaborativi nell’aiutare chi gli sta accanto. In contemporanea, vanno insegnate le materie scolastiche.

La cosa fondamentale per educare dal mio punto di vista credo sia il segnale ad esplorare la propria interiorità, così che ogni studente possa trovare la propria dimensione e sentirsi più sicuro nell’affrontare il domani.

Chi ci governa non deve tagliare i fondi legati alla scuola, alla sanità e alla cultura, tutti questi ambiti vanno incrementati e non sacrificati per incrementare il potere e il profitto che si ottiene attraverso la vendita e l’acquisto delle armi.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo stimolare dei giovani le qualità positive e la pace. La pace non si ottiene di certo comprando le armi, né continuando ad alimentare i conflitti già esistenti e trovando ulteriori pretesti per innescarne di nuovi. Incoraggio con forza i giovani a continuare a manifestare, ma senza saccheggiare le città o distruggere ciò che vi circonda, voi avete tutto il diritto di far sentire la vostra voce e le vostre esigenze.

Lottate sempre con dignità e rispetto per i vostri ideali positivi e di chi vi sta accanto e potrebbe avere bisogno del vostro aiuto.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

23 October 2026 at 16:37

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

L'articolo Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli proviene da Il Fatto Quotidiano.

Peter Thiel contro la guerra in Iran: così il mondo Maga si spacca prima del voto di Midterm

23 October 2026 at 16:02

Quando perfino il tecno-oligarca della Silicon Valley più reazionaria, l’inventore del capitalismo della sorveglianza, comincia a tirarsi indietro, significa che il Titanic repubblicano ha già imbarcato troppa acqua.

Peter Thiel, che nel 2016 ruppe il fronte compatto delle Big Tech per incoronare Donald Trump (“l’ariete per scardinare il sistema” disse), l’uomo che con quindici milioni di dollari ha fabbricato a tavolino e spedito alla Casa Bianca JD Vance come vicepresidente, il fondatore di Palantir che ha trasformato la sorveglianza di massa e il controllo militare in un gigantesco affare quotato a Wall Street, ecco, lui ha scaricato l’insulsa guerra contro l’Iran prendendo le distanze dal fallimento militare americano.

Lo ha fatto a porte chiuse, davanti a una platea di fedelissimi a Nashville: “Guardo con scetticismo a questa guerra, credo che non avremmo dovuto farla. Sono stati commessi troppi errori. Forse non abbiamo la forza militare sul campo, o forse stiamo per perdere la battaglia dell’influenza geopolitica”.

Una clamorosa sconfessione di Trump, svelata dagli audio (la conferenza era a porte chiuse) ottenuti da Politico, che arriva a meno di due settimane dal voto di metà mandato, con la Casa Bianca nel panico per il crollo dei consensi, l’inflazione alle stelle per il rialzo del petrolio e il rischio fondato di perdere il controllo del Congresso. Parole, queste di Thiel, che rivelano quanto profonda sia la frattura interna al mondo Maga. Da una parte ci sono i falchi neoconservatori e l’ossessione bellicista dell’ex giornalista e ora Ministro della Guerra, il “crociato” Pete Hegseth, trascinato da Benjamin Netanyahu in una dissennata avventura militare contro Teheran; dall’altra c’è la base isolazionista dell’America First, quella che prometteva di chiudere per sempre le infinite guerre all’estero e che vede nello stesso JD Vance il proprio portabandiera. A Washington si sapeva che Vance era scettico sui raid contro l’Iran prima ancora che partissero i missili. Ora la spaccatura è conclamata.

Il paradosso, semmai, è l’ipocrisia di fondo. Thiel critica la guerra, ma con la guerra è diventato plurimiliardario. La sua creatura, Palantir, è ormai l’ossatura informatica del Pentagono. Il sistema Maven Smart System, imposto a tutte le forze armate dal vicesegretario Steve Feinberg, scandaglia dati, guida i droni e seleziona i bersagli strategici e umani con l’algoritmo. E’ lo stesso apparato responsabile della carneficina della scuola elementare femminile di Minab in Iran, nell’attacco del 28 febbraio 2026 in cui morirono 168 bambine.

Così mentre il Ceo di Palantir, Alex Karp, si vanta in pubblico di essere al servizio dell’Occidente per “uccidere i nemici” e il cofondatore Joe Lonsdale sognava di investire a Teheran dopo un regime change che non è mai avvenuto, oggi Thiel si riscopre prudente. Improvvisa sete di pacifismo? Figurarsi, per mero calcolo geopolitico: la consapevolezza che l’avventura mediorientale sta dissanguando gli Stati Uniti, isolandoli sul piano internazionale ed esponendo i vertici della Casa Bianca all’incubo dei mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale, che Thiel definisce la vera “spada di Damocle” sul collo di Trump nel dopo elezioni di midterm.

Ma sarà davvero una sonora sconfitta dei repubblicani, il voto del 3 novembre? Sondaggi affidabili o meno (quanti sbagli nel passato nel sottovalutare la base repubblicana), se “l’anima nera della Silicon Valley” volta le spalle alla guerra, a Mar-a-Lago tira decisamente una brutta aria. Era ora.

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