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TRE-GO mantém votação até as 19h em seções que ainda estão abertas

25 October 2026 at 22:01

A mudança no horário de votação determinada pelo ministro Cristiano Zanin, do Supremo Tribunal Federal (STF), alterou os procedimentos da Justiça Eleitoral em Goiás neste domingo (25). O Tribunal Regional Eleitoral de Goiás (TRE-GO) suspendeu temporariamente a totalização dos votos e orientou as zonas eleitorais a manter em funcionamento as seções que ainda recebiam eleitores até as 19h.

A determinação chegou ao tribunal pouco antes do encerramento previsto para as 17h. O curto intervalo para comunicar a decisão às equipes eleitorais dificultou a aplicação da medida. Durante entrevista coletiva no início da noite, o desembargador eleitoral Laudo Natel Mateus classificou a situação como inédita.

O novo horário não autorizou a reabertura de seções que já haviam concluído a votação. A orientação foi direcionada aos locais em que ainda havia eleitores aguardando atendimento, inclusive pessoas que receberam senhas para votar.

Segundo Laudo Natel, naquele momento o tribunal não tinha confirmação oficial de que ainda existiam seções abertas em Goiás. A possibilidade, entretanto, não estava descartada diante das filas e do tempo necessário para transmitir as orientações aos responsáveis pelos locais de votação.

A suspensão da totalização foi outra consequência da mudança. O processamento dos resultados deveria permanecer interrompido até as 19h, horário estabelecido para o encerramento da votação nas seções que continuavam em funcionamento.

Durante a coletiva, o desembargador também esclareceu que a possibilidade de substituir as urnas eletrônicas por cédulas de papel não chegou a ser discutida. A alteração do horário, segundo ele, não modificaria o sistema utilizado para registrar e contabilizar os votos.

A decisão de Zanin ampliou o período de votação em todo o país após relatos de dificuldades de transporte para eleitores. O TSE esclareceu posteriormente que a extensão deveria ser aplicada apenas às seções que ainda não haviam encerrado os trabalhos.

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Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

By: A A
25 October 2026 at 21:05

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

Segue nostro Telegram.

“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

Leonardo Maria Del Vecchio vuole comprare Il Fatto. Gli azionisti fondatori: “Non siamo interessati a cedere le nostre quote”

By: F. Q.
25 October 2026 at 20:48

Leonardo Maria Del Vecchio tenta di comprare Il Fatto ma gli azionisti fondatori declinano l’offerta. Il cda di Lmdv Media, la società di investimento dedicata all’editoria che fa capo al family office Lmdv Capital, ha deliberato di autorizzare un’attività di due diligence su informazioni relative alla società editrice Seif per promuovere un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria finalizzata al delisting. In caso di esito positivo della due diligence, l’offerta sarebbe promossa al prezzo di 0,286 euro per azione per un controvalore di 7.152.860 euro. Il corrispettivo incorporerebbe un premio pari a circa il 30% rispetto al prezzo ufficiale delle azioni Seif al 23 ottobre. L’offerta, che arriva a distanza di alcuni mesi dall’acquisizione della partecipazione di maggioranza pari all’80% di En, Editoriale Nazionale che controlla i quotidiani Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e la testata nazionale Qn, sarebbe subordinata al raggiungimento di una partecipazione complessiva almeno pari o superiore all’82,9% del capitale votante nell’assemblea ordinaria.

Il comunicato di Seif

La Società ha ricevuto in data odierna una comunicazione da parte dei soci fondatori Antonio Padellaro, Cinzia Monteverdi, Francesco Aliberti, Peter Gomez, Marco Travaglio, Marco Lillo e Luca d’Aprile, rappresentativi di una quota pari alla maggioranza del capitale sociale della Società, con la quale gli stessi hanno manifestato la propria intenzione di non essere interessati a cedere la propria quota e dunque di non voler aderire a una eventuale offerta pubblica di acquisto che fosse promossa da LMDV Media all’esito della due diligence annunciata nel richiamato comunicato del 25 ottobre 2026. Si rammenta che, come indicato nel comunicato LMDV Media del 25 ottobre 2026, la promozione dell’eventuale offerta sarebbe subordinata, tra l’altro, al raggiungimento di una partecipazione complessiva nell’Emittente almeno pari o superiore all’82,9% del capitale votante nell’assemblea ordinaria, in modo da rendere inoperante il limite statutario che non consente di possedere azioni SEIF in misura superiore al 17% del capitale sociale.
Il Consiglio di Amministrazione di SEIF si riunirà nei prossimi giorni per esaminare il contenuto del comunicato LMDV Media e della comunicazione ricevuta dai soci fondatori.

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Guerra di Corea, 76 anni dopo l’alleanza tra Pechino e Pyongyang guarda al futuro

Uno zaino, un piccone, ottanta munizioni, un fucile e una radio da campo. È quanto un soldato cinese portava con sé quando attraversò il fiume Yalu sotto le bombe, su un ponte di fortuna costruito per raggiungere la Corea del Nord. Il racconto di Zhou Youchun, veterano della guerra di Corea, restituisce il senso delle condizioni estreme in cui combatterono i Volontari del Popolo cinese tra il 1950 e il 1953. A 76 anni da quell’intervento, Cina e Corea del Nord hanno commemorato il sacrificio dei soldati che combatterono contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Le celebrazioni hanno riportato al centro una pagina fondativa delle relazioni tra Pechino e Pyongyang, ricordata dalle autorità dei due Paesi come il momento in cui un’amicizia si consolidò sul campo di battaglia. La visita del leader nordcoreano Kim Jong-un a Dandong, nella provincia cinese del Liaoning, ha conferito alle commemorazioni un significato anche politico. Accompagnato da Wang Huning, alto dirigente del Partito Comunista Cinese, Kim ha reso omaggio ai caduti nel memoriale dedicato alla guerra.

La partecipazione dei vertici dei due Paesi sottolinea la volontà di mantenere vivo un rapporto che entrambe le parti considerano strategico. La memoria del conflitto richiama anche una disparità materiale impressionante. Nel 1950, mentre gli Stati Uniti producevano 87,72 milioni di tonnellate di acciaio, la produzione cinese si fermava a 606.000 tonnellate. Eppure, come evidenziano le autorità cinesi, i Volontari del Popolo riuscirono, combattendo al fianco dell’esercito e della popolazione nordcoreana, a contrastare le offensive avversarie. Oltre 190.000 soldati cinesi persero la vita. Per Pechino, quella guerra dimostrò che la superiorità industriale e militare non garantisce automaticamente la vittoria. Una lezione che la leadership cinese continua a collegare alla difesa della sovranità nazionale, all’autosufficienza e alla capacità di affrontare pressioni esterne.

Ma il rapporto tra Cina e Corea del Nord non guarda soltanto al passato. Il 15 ottobre è stato aperto al traffico il nuovo ponte sullo Yalu, destinato a collegare Dandong con Sinuiju, in Corea del Nord. L’infrastruttura rappresenta un’opportunità per ampliare gli scambi commerciali, ridurre i costi logistici e favorire la cooperazione industriale nelle regioni di confine. Durante i colloqui con Kim, Wang Huning ha indicato nell’apertura del ponte un’occasione per intensificare i contatti tra le popolazioni e rafforzare la collaborazione economica. Un obiettivo che si accompagna alla volontà dichiarata di coordinarsi sulle questioni strategiche e di tutelare la sicurezza e lo sviluppo dei rispettivi Paesi.

Il ponte sullo Yalu assume così un valore che va oltre la sua funzione infrastrutturale. I passaggi costruiti durante la guerra permisero ai soldati cinesi di raggiungere il fronte; quello inaugurato oggi punta a facilitare commerci e relazioni in tempo di pace. Tra memoria dei caduti e nuove connessioni economiche, Pechino e Pyongyang riaffermano la continuità di un rapporto che intendono preservare in un contesto regionale complesso.

Primo Centro trapianti di midollo osseo in Palestina, dopo mesi di preparazione lo staff è pronto per avviare l’attività clinica

By: F. Q.
25 October 2026 at 16:39

Dopo mesi di lavoro e preparazione, lo staff della prima Unità di Trapianto della Palestina, all’Istishari Arab Hospital di Ramallah, è pronto a iniziare l’attività clinica. Un progetto realizzato da Soleterre, con il sostegno anche dalla Fondazione Fatto Quotidiano, che ha deciso di essere al fianco dell’ong per aiutare a completare la struttura. E offrire una possibilità di cura a centinaia di bambini della Cisgiordania affetti da tumore o talassemia. La struttura è strategica e fondamentale per il sistema sanitario palestinese, che punta a garantire ai pazienti l’accesso a cure salvavita nel proprio territorio, riducendo la necessità di trasferimenti all’estero e la separazione dalle proprie famiglie.

La pediatra ematologa del San Gerardo di Monza Marta Verna e i volontari hanno lavorato fianco a fianco con i professionisti locali, condividendo procedure e competenze, perché possano restare in Palestina, nelle mani di chi ogni giorno si prenderà cura dei pazienti. Ora il reparto è pronto e si può cominciare. Il team locale è preparato e coeso e sono operativi tutti i servizi: il reparto di trapianto di cellule staminali per adulti e bambini, il servizio di aferesi e il laboratorio di manipolazione cellulare e criopreservazione. I primi risultati saranno il prossimo passo da raccontare.

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“La sfida a Salvini? I veneti hanno tirato indietro il braccino”. Il videoracconto del congresso della Lega

25 October 2026 at 16:28

“Questi veneti qui quando c’era da tirare fuori i coglioni si sono ritirati, mentre noi lombardi siamo andati avanti”. Lo storico militante leghista Elio Fagioli riassume così il congresso della Lega che si è concluso oggi a Milano. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario con 465 voti a favore mentre il suo sfidante Massimo Garavaglia si è fermato a 146. “Sono soddisfatto, un ottimo risultato sostanzialmente da solo perché non ho un’organizzazione dietro se non le mie figlie fantastiche” ha detto lo sfidante che ha dato la mano e abbracciato Salvini al termine della votazione. Dall’altro lato il vicepremier rilancia: “Possiamo vincere le prossime elezioni, come minimo come secondo partito della coalizione”.

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“Tutti mi davano del ciula, ma io lo rifarei”: la vita pazzesca del rocker Ricky Gianco che è stato “battezzato” da Adriano Celentano

25 October 2026 at 16:14

Se qualcuno mi chiedesse quali album mettere nella top ten di tutti i tempi, gli altri nove così su due piedi non saprei dirli, ma È rock ‘n’ roll di Ricky Gianco ci sarebbe senza indugi e pure in posizione altissima. Se non conoscete l’album (Gianco spero di sì, altrimenti sono dolori) andate su Youtube a cercarlo.

C’è tutto intero e pure di buona qualità. Oppure aprite lo scrigno autobiografico di Ricky, Non si può smettere di sognare, appena uscito in libreria per Baldini e Castoldi. Lì del disco del 1991 inciso a Los Angeles con Jeff Porcaro dei Toto a dirigere un’orchestra mostruosa, mezza sezione fiati dei Tower of Power, James Burton alla chitarra, Giorgio Gaber, Gino Paoli e Pino Donaggio a duettare con Gianco nei più incredibili brani rock italiani di fine cinquanta inizio sessanta, ci sono parecchi ricordi inediti di quella trasferta americana.

Del resto l’autobiografia di Gianco curata da Paolo Crespi è una macchina dei ricordi continua, riff personali e familiari di chitarra, graffi di rock limpidi e leonini come il timbro southern di Gianco stesso. Sfogli Non si può smettere di sognare (titolo, per inciso, che richiama il brano Non si può smettere di fumare) e rivedi Riccardo Sanna piccino nella Milano del dopoguerra, ciuffo e jeans, ugola d’oro minorenne nelle estati di Varazze, che spicca il volo tra gli ingranaggi della musica leggera italiana mentre sta diventando essa stessa un’industria gigantesca. Precipitati dallo swing (a Gianco piaceva il pezzo Crapa Pelada), dal jazz, Elvis e Ricky Nelson (da cui la trasformazione di Riccardo in Ricky), il rock italiano e le sue timide tracce, la sua curiosa ribellione sociale e culturale ante cantautorato.

“Tutti mi davano del ciula ma io lo rifarei”, canta Ricky proprio nel brano fiume È rock ‘n’ roll. Strani tizi con camici bianchi a registrare dischi, contratti che svolazzano, celentani che si incazzano. Gian Franco Reverberi e la Ricordi, Gian Pieretti (Il vento dell’est, Pietre) sodale storico, risse e pantomime al Cantagiro tra le vecchie ugole e i nuovi ragazzini del rock, le chiacchiere con John Lennon e Paul McCartney, Mike Bongiorno che accudisce in diretta tv il rocker con i basettoni finito all’ospedale, Andreotti che (probabilmente) lo fa riformare e scappare dalla naia. Poi, appunto, c’è Celentano con Il Clan. Gianco è tra i fortunati (o sfortunati) che hanno sfiorato l’Adriano dei 24mila baci. Il Molleggiato e la sua etichetta lo vogliono nel 1961 poi lo vampirizzano (Pregherò e Sei rimasta sola, bastano?). Nessun rancore, per carità, Celentano toglie la “r” alla parlata di Riccardo poi una notte gli telefona e gli dice di cambiare cognome: “che ne dici di Gianco?”. Però la storia è curiosa.

Dà, toglie, ridà di nuovo. Gianco incontra nei primi settanta Gianfranco Manfredi (“indimenticabile compagno di strada”, nel libro) ed è come se la ribellione rock and roll si fondesse naturalmente e plasticamente con l’iconoclastia politica anni settanta. Ascoltate Precipito, che poi tornerà nel 1979 live nel film Liquirizia di Salvatore Samperi con Gianco Jack Blues prima di John Belushi, in Cavallina rock o Siamo tutti nella merda, per capire un concept come Zombie di tutto il mondo unitevi (1977) e uno come l’Arcimboldo (1978). Gianco attraversa sempre a suo modo, sempre da ribelle, “non mi piace questo mondo che non vuole la fantasia” sia Sanremo, tre le partecipazioni alla “messa cantata della canzone italiana” tra cui la soul track Accidenti con il Supergruppo; il cinema – oltre a Liquirizia appare pure in un porno -; e perfino il Controfestival (vero!) di Mantova nel 2004 perché di là il “Festival” lo organizza Tony Renis. Lui dice: “Tutto ciò che ho realizzato è frutto dell’amore, degli sbagli e della passione”. Onesto, sincero, generoso Ricky.

Non c’è fiele per nessuno nell’autobiografia, solo gioia “per aver visto la luce”. E un capitolo che è un brano, solo testo (se la pagine potessero suonare), lungo lungo, quattro pagine: Un amore. È la canzone fiume stralunata, sporcacciona e malinconica che Gianco scrive dopo qualche anno di silenzio. Un capolavoro. Ascoltata dal vivo in un centro sociale tanti anni fa con Gianco e la sua instancabile chitarra a tracolla. Alla faccia dell’AutoTune.

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Una inscripción de casi 5 metros encontrada en los baños romanos de Fortuna en Murcia podría revelar quién los construyó

El martes 20 de octubre, la alcaldesa de Fortuna, Catalina Herrero, el director general de Patrimonio Cultural, Patricio Sánchez, y el concejal de Cultura, Juan Manuel Soler, acudieron a los Baños Romanos para acompañar la extracción de una piedra que llevaba unos veinte siglos formando parte de un muro. La pieza viaja ahora al Museo […]

Sabato di proteste, 5 arresti a Milano. 5mila identificati in tutto. Interviene Putin: “Accuse alla Russia? Evidenziano la debolezza dell’Europa”

25 October 2026 at 13:44

Il giorno dopo le proteste che hanno portato migliaia di persone in piazza in tutta Italia contro il governo e il carovita, con scontri e tensioni ma nessun saccheggio, scende l’allerta nelle grandi città. Anche se restano comunque presidiati alcuni punti, in particolare a Milano dove alle 15 è prevista una seconda mobilitazione. Il conto delle questure diffuse al termine di ieri segnala quasi 5000 persone identificate in totale, 9 arrestate e 87 denunciati. Intanto sui disordini nelle piazze europee è intervenuto anche il Cremlino replicando a chi ha paventato la regia di Mosca dietro le manifestazioni più violente. “Le accuse alla Russia evidenziano la debolezza e l’incapacità di alcuni leader nei Paesi europei di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo” ha detto Vladimir Putin, in una dichiarazione pubblicata oggi sul sito web di Vesti.

A Milano ieri sono state circa 15mila le persone che si sono unite al corteo spontaneo che ha attraversato la città, tra cori contro il governo Meloni e richieste di dimissioni. Oltre al 30enne Youssef Siher, presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre fermato dalla polizia prima delle proteste, la questura ha fatto sapere di aver arrestato 5 persone e denunciato altre 44. In tutto nel capoluogo lombardo sono state identificate quasi 3mila persone.

A Bologna, dove si sono verificati gli scontri più duri e dove alcuni manifestanti sono rimasti feriti, il corteo ha visto la partecipazione di oltre 3mila persone, radunate inizialmente in piazza Nettuno. Tre le persone arrestate durante gli scontri e le tensioni durate in tutto circa 4 ore. I tre manifestanti arrestati sono accusati di violenza organizzata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento nel corso di manifestazione pubblica. Nel corso dell’intera giornata, fa sapere ancora la questura, sono stati identificate circa 700 persone. Inoltre, 30 manifestanti sono stati accompagnati negli uffici della Questura e della polizia ferroviaria per accertamenti, mentre 8 sono stati denunciati. Gli approfondimenti degli investigatori hanno poi consentito di emettere 4 fogli di via obbligatori e 2 Dacur (Divieto di accesso alle aree urbane).

A Roma, come a Bologna, la polizia ha usato anche gli idranti contro i manifestanti. Nella capitale la protesta si è svolta in modo pacifico durante l’intera giornata, in cui c’è stato anche blitz al Colosseo finito nel giro di poco. Solo a sera si è alzata la tensione, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi verso i palazzi istituzionali e sono partite le cariche della polizia. In tutto sono state 11 le persone denunciate, 96 quelle portate negli uffici di polizia, di cui 6 minorenni e 28 fermi preventivi.

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Milano, indagata anche la moglie del presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre

25 October 2026 at 12:16

E’ indagata per istigazione a delinquere anche la moglie di Youssef Siher, il trentenne fermato nella notte dopo un lungo interrogatorio nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulle manifestazioni organizzate dal Movimento 17 ottobre e accusato di essere la “mente” dietro agli scontri che hanno funestato il centro del capoluogo lombardo.

La donna, 32 anni, di origini libanesi, è indagata in concorso con il marito. Secondo gli inquirenti, entrambi sarebbero amministratori delle pagine Instagram e Telegram del movimento che ha organizzato le proteste di piazza, pagina nata però dopo le manifestazioni del 17. Sarebbe stato proprio grazie al cellulare della donna che gli investigatori, sabato mattina, sono riusciti a rintracciare Siher, che aveva invece il telefono spento e non risultava localizzabile.

La 32enne, mediatrice interculturale, è nata e cresciuta a Como, dove risulta residente. Sui social si definisce “libanese, palestinese e araba di appartenenza”. La coppia si sarebbe sposata lo scorso settembre e vivrebbe in provincia di Milano, nonostante le residenze anagrafiche differenti: lui a Mazzano, nel Bresciano, lei a Como.

Ricercatore dei movimenti politici islamici, 30 anni, italiano di seconda generazione, da ieri sera Siher si trova in carcere a San Vittore, indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità del terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Ora le indagini si concentrano sull’analisi dei suoi dispositivi: il sequestro di cellulari e computer potrebbero restituire contatti, comunicazioni e modalità organizzative della presunta rete di chi avrebbe provato a fomentare le proteste che hanno visto giovani e giovanissimi invadere le città. Il pm di Milano Francesca Crupi chiederà lunedì la convalida del fermo. Solo dopo aver ricevuto gli atti, il giudice per le indagini preliminari fisserà una data per l’udienza.

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Salvini riconfermato leader della Lega con 465 voti: “In Cdm dirò basta a soldi e armi all’Ucraina”. E lancia nuovo simbolo senza il suo nome

25 October 2026 at 11:50

“Alla pace devi arrivarci. In questi 5 anni abbiamo assistito il popolo ucraino in ogni modo possibile, ma io penso che questo congresso mi darà, se mi risceglierete come segretario federale, il mandato di andare in Cdm e di portare la posizione chiara della Lega, non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina”. Nel secondo giorno del Congresso della Lega a Milano, in cui si sceglie il leader, Matteo Salvini dal palco del MiCo di Milano promette che, in caso di riconferma, proporrà a palazzo Chigi di tagliare i finanziamenti a Kiev. Poi chiede ai delegati della platea chi è d’accordo per alzata di mano. Quasi tutti la alzano, e lui continua: “Ok, mozione approvata all’unanimità”. E qualche ora dopo il suo futuro come segretario della Lega viene confermato per la quarta volta, con 465 voti a favore. Resterà in carica quattro anni, fino al 2030. Lo sfidante Massimo Garavaglia si ferma a 146 voti e lo definisce “un risultato buono, circa sul 25%, molto positivo anche considerando che io non ho un’organizzazione, quindi ho fatto tutto da solo e alla luce del sole”.

Salvini è arrivato accolto dagli applausi delle prime file, mentre in fondo alla sala non mancano le contestazioni. E ha lanciato il nuovo simbolo della Lega, senza il suo nome. “Proporrò al Consiglio federale un’idea che era già nella storia della Lega. Mi sono recuperato un simbolo di Bossi del ’94. Se siamo qui, è grazie a Bossi e a Maroni che hanno cominciato quando non c’era nulla. Bossi nel ’94 presentò un simbolo” con le parole Lega Italia federale. Quello nuovo sarà “Lega Italia federale senza Salvini“. Il simbolo contiene l’Alberto da Giussano tra le parole Lega in alto e Italia federale in basso, su sfondo bianco. “L’Alberto da Giussano per me è orgoglio e identità. Via Salvini premier dal simbolo, qualcuno mi ha detto di non farlo. Magari Salvini rivince il congresso, dipende da voi, non sbircio, però se Salvini vince il congresso, magari ha una corrente e l’ha data vinta a chi fa polemica da un anno con la segreteria politica. Non mi interessa. Nazionale e non nazionalista. Il simbolo deve essere chiaro. Tenere insieme la Lega nazionale con il mio istinto e la mia pelle, perché sono convinto che il federalismo sia il passato, il presente e il futuro”, ha aggiunto.

Nel corso dell’intervento, il leader ha assicurato che “con la Lega al governo Ius Soli e Ius Scholae non saranno mai approvati” e ha fatto mea culpa per essere entrato nel governo Draghi, difendendo la scelta di fare parte del gruppo dei patrioti in Europa. “Spero che nessuno proponga mai alla Lega di entrare nei popolari per mal governare con quei socialisti in Europa, già mi pento amaramente dell’errore fatto e mi assumo tutta la responsabilità entrando nel governo Draghi col Partito Democratico. Mai più! Mai più! Mai più!”. Poi ha risposto a chi critica la scelta della Lega in Europa di confluire nel gruppo dei patrioti, dove siedono anche Rassemblement National, Fidesz e Vox: “Adesso qualcuno storce il naso perché siamo patrioti ma noi lo siamo perché questa Ue va cambiata da cima a fondo, è solo un enorme fardello. Siamo Davide contro Golia, i piccoli contro i grandi”.

Tornando al dibattito interno al partito, si è poi speso in un accenno all’intervento di ieri di Massimiliano Romeo, che aveva detto ‘evitiamo di fare la fine del partito di Renzi’, in riferimento al calo di voti per la Lega. “Ieri l’unica roba che mi ha disturbato in un contesto sacro come questo è stato evocare il nome di un tizio da cui ci separa il mondo, Renzi, noi con lui non abbiamo niente a che fare – ha detto il vicepremier -. Noi non abbiamo la spocchia e l’arroganza di Renzi e, aggiungo con amarezza, neanche la sua dichiarazione dei redditi”, ha aggiunto, dicendosi sicuro che “Luca Zaia sicuramente darà una mano nei prossimi mesi nel percorso vincente e virtuoso”. Poi, spazio all’ottimismo: “Possiamo vincere le elezioni come minimo come secondo partito della coalizione. Lo dico con rispetto degli amici di Forza Italia: la sera delle politiche, Meloni sarà presidente del Consiglio e la Lega sarà secondo partito della coalizione, per il momento”. E alle promesse: “Siamo leali da quattro anni, siamo una coalizione di amici e di diversi. Abbiamo fatto dei chilometri in alcuni casi verso gli altri. E penso a come viene trattata la Lega dove siamo in maggioranza, non tollererò più che la Lega sia trattata come un alleato di serie B in una regione dove governa al centrodestra. I numeri sono i numeri, chiediamo rispetto”.

Salvini non ha mancato di spiegare di essere stato lui ad avere deciso di collocare i giornalisti al piano inferiore per evitare di “inquinare” il Congresso. “Se altri anni di sacrificio meritano di essere fatti lo chiedo a voi oggi qua, non sui giornali, non in piazza, non facendo sorridere quei giornalisti servi che scrivono cazzate, perché la stampa non ci ha mai aiutato e non inizierà ad aiutarci adesso. Sono qua e sono al piano di sotto, e da giornalista iscritto all’ordine ho chiesto io agli organizzatori per non inquinare militanti e delegati che non meritano di essere circondati da certa gente che non è qua per raccontare la Lega. È da 40 anni che cercano di stroncarci e chiunque gli dia spazio non aiuta la Lega, non si aiuta la Lega con le interviste, con i libri, con la polemica o con il post su Facebook. Qua si aiuta la Lega“.

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La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

25 October 2026 at 11:07

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

By: A A
25 October 2026 at 09:10

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

L'ultima allucinazione dei nostri NUPU

 

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la peste a Irkutsk, dopo l’ecatombe dei bot russi per l’incendio dei data center della Yandex, l’ultima allucinazione dei nostri NUPU (Non-Ucraini Pro-Ucraina) è senza dubbio Oleshky: e uso il termine allucinazione non a caso perché ormai, nelle cronache del conflitto, si sono abbandonate l’incompetenza dimostrata parecchie volte, o la propaganda dimostrata ancora più spesso, per entrare nell’ambito del delirio puro e semplice.

Ora, intendiamoci: Oleshky è una città di prima linea, sebbene stia dietro a un fiume e nelle sue strade non si combatta, e la vita nelle città di prima linea è molto grama. I rifornimenti ai civili sono difficili e spesso non sono nemmeno la priorità delle autorità militari, sempre ammesso che siano possibili. Droni, mine e cannonate sono la norma. Quello però è territorio occupato dai russi, e il rasoio di Occam dovrebbe dirci che se viene colpito dai droni e se i rifornimenti non possono arrivare perché le strade sono minate, quei droni e quelle mine sono con tutta probabilità ucraini e non russi. Ma nel discorso che abbiamo costruito sul conflitto non è possibile che gli ucraini attacchino i civili: sono cose che fanno i russi, e solo loro. Come uscire da questo cortocircuito?

Come nelle partite bloccate ci vuole il colpo d’ala del campione, ed eccolo puntuale: “safari umani” di droni “a caccia di donne e bambini” perché “i russi vogliono rendere impossibile la presenza di ucraini nelle terre annesse”. Perfetto.

C’è solo un problema assolutamente marginale, ovvero che, per la Russia, quelli non sono "ucraini" ma russi, perché quei territori, sempre per la Russia, sono parte della Federazione Russa tale e quale a Irkutsk e alle sue pestilenze. E non si capisce in base a quale criterio la Russia dovrebbe ammazzare i propri cittadini, e farlo per di più in modo così barocco, in pieno giorno, a colpi di drone o facendoli morire di fame, invece di liquidarli discretamente di notte senza farsene accorgere, e perché poi dovrebbe farlo solo a Oleshky e non altrove, eccetera. Ma siamo appunto nell’ambito del delirio, non più dell’incompetenza o della propaganda, e in questi ambiti tutto è permesso, incluso lo sciopero della fame di quegli altri mentecatti del Twitter.

Marco Mengoni e Maria De Filippi si trasformano in Adriano Celentano e Raffaella Carrà a “Tu si que vales”: il duetto su “Prisencolinensinainciusol” – VIDEO

25 October 2026 at 08:19

Una coppia inedita ha dominato la serata del lip sync battle nella quarta puntata di “Tu sì que vales”, andata in onda sabato 24 ottobre. Maria De Filippi e Marco Mengoni, travestiti da Adriano Celentano e Raffaella Carrà, hanno portato in scena “Prisencolinensinainciusol” e convinto Belen Rodríguez, giudice super partes della sfida.

Applausi convinti dalla giudice speciale per Mengoni: “C’è sempre tantissimo da apprezzare quando un artista così immenso si presta a giocare. Tanto di cappello”. Alla fine dell’esibizione, Elisabetta Canalis ha chiesto il bis dal pubblico e la coppia non si è fatta pregare, ripetendo subito la performance.

Adriano Celentano e Raffaella Carrà si sono esibiti insieme su “Prisencolinensinainciusol” nel 1974 durante la celebre trasmissione televisiva di Rai 1 “Milleluci”, condotta da Mina e dalla stessa Carrà.

Sul podio sono saliti anche Paolo Bonolis, nei panni di Marilyn Manson, e Luca Laurenti, in quelli di Annie Lennox. Medaglia d’argento per Sabrina Ferilli e Alessandro Borghese, che hanno mimato “Ricordati di me” di Antonello Venditti. Bronzo per Elenoire Casalegno e Luciana Littizzetto, protagoniste di una versione in playback di “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Fanalino di coda Filippo Magnini, trasformato in Enrique Iglesias, e Rudy Zerbi, nel ruolo dei Gente de Zona.

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Cosa lega il Sessantotto alle contestazioni di oggi? Attenzione alla trappola della Storia che si ripete

25 October 2026 at 06:09

Impossibile resistere alla tentazione di tracciare, se non un parallelo, una linea di contatto tra il ‘68 e la attuale contestazione studentesca. Ma bisogna fare molta attenzione a non cadere nella trappola della Storia che si ripete, perché la Storia sta cambiando radicalmente. Allora c’era lo Stato e noi, oggi c’è lo Stato, noi e l’intelligenza artificiale – o come è comunemente nota, l’Ai. L’equazione è cambiata, e forse è proprio questo il nocciolo della questione.

L’ingresso di un terzo personaggio nel quotidiano sta scombussolando tutto: la guerra cambia, l’informazione si altera e quel confine netto tra realtà e finzione evapora. Chi non si domanda vedendo un video se è vero oppure no? Il morbo dell’incertezza fa stragi ovunque e nessuno ne è immune. Fatichiamo a recepire tutto ciò che ci sta intorno: politica, economia, persino l’amore si sfilaccia attraverso i siti online che offrono una varietà di profili falsi di compagni ‘ideali’ che gli algoritmi offrono nella solitudine esistenziale dell’era della super-comunicazioni.

In quattro anni l’avvento di AI ha distrutto gran parte delle verità che ci hanno accompagnato per millenni. Soprattutto, il presente non esiste più perché tra pochi minuti sarà sostituito dal futuro ed è impossibile prepararsi o anticipare il cambiamento. Ed è vero anche il contrario: il futuro non esiste più perché si fa incessantemente presente. Come si sente un adolescente di fronte a questa rivoluzione?

Non è facile rispondere, bisogna esserci in quel marasma senza tempo, viverci dentro per capire cosa si provi. E proviamoci.

Nel ’68 l’obiettivo era democratizzare la scuola, rompere le catene dell’autoritarismo e dare libero sfogo alla creatività, alla libertà, alla pace. Oggi la contestazione giovanile chiede una scuola che funzioni, una cultura di cui genitori e nonni hanno potuto usufruire. Chiede di essere messa al centro delle politiche perché il domani, il futuro, è composto da chi lo vivrà.

Sono domande legittime, giuste, di chi capisce che dietro l’angolo dell’età adulta non c’è nessuna certezza, ma le risposte non ci sono. La sovrapposizione tra presente e futuro ha indebolito governi già inefficienti, svuotato la battaglia politica delle idee, pensiamoci bene: se tutto cambia costantemente, come si fa a programmare? È vero, investire nel riarmo quando non ci sono i soldi per istruire i giovani o curare gli anziani è un’assurdità, ma che tipo di percorso accademico si può offrire nell’arco di una generazione al ritmo dei cambiamenti attuali? Tra qualche anno le funzioni di tante professioni saranno svolte da Ai e dai robot. La velocità supersonica di apprendimento dell’intelligenza artificiale rende qualsiasi programmazione obsoleta.

Più facile è invece per i governi focalizzarsi su settori reali, contingenti. L’Europa non ha un esercito, non ha armamenti: allora investiamo nell’industria bellica. Anche qui la marcia a perdifiato delle armi intelligenti rende il presente precario, ma le armi le stiamo usando, le armi hanno una vita breve, anzi brevissima e possono essere sostituite da quelle nuove, ed è relativamente facile incamerare le nuove tecnologie.

La retorica della difesa è diventata il cavallo di battaglia di una classe politica europea incapace di gestire la nuova equazione: Stato-popolo-AI. La violenza attribuita ai manifestati ne è il corollario, ci si deve difendere dalla minaccia esterna e dalle rivolte interne. E meno male che c’è l’Ai che ci aiuta a farlo! Peccato che questa difesa non includa i giovani, ma rimanga confinata alla protezione delle élite al potere, al mantenimento di uno status quo fuori tempo.

Ed ecco un’istantanea del nostro mondo: lo Stato si rimpicciolisce e diventa l’espressione dei privilegiati, non solo quelli dei ricchi e potenti, ma anche di chi ha avuto la fortuna di usufruire di una scuola che gli ha trasmesso cultura e incoraggiato la creatività. Il primo è ormai un bene che l’intelligenza artificiale ci sta strappando e il secondo un dono che sta scomparendo. I ragazzi lo sanno e temono l’inevitabile: crescere ignoranti.

Nessuna innovazione tecnologica è stata mai fermata, ci siamo adattati a tutte nel bene e nel male. Anche questa volta bisognerà farlo, però non rimuovendo la cultura e impoverendo la scuola. Questi ragazzi devono trovare il modo di scuotere uno Stato annichilito, che ha perso il senso del suo esistere, ma anche di mobilitare il popolo per bilanciare nell’equazione della democrazia il peso, e la minaccia, dell’intelligenza artificiale. E forse per riuscirci dovranno reinventare lo Stato insieme all’idea stessa di democrazia.

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Zoe Kazan takes on her grandfather’s legacy in ‘East of Eden’

25 October 2026 at 04:00

For the past two decades, Zoe Kazan, 43, has built a low-key career, moving between independent films and more ambitious projects. The former include Ruby Sparks (2012), a comedy she also wrote and produced. The latter include hits such as She Said (2022), in which she starred alongside Carey Mulligan as one of the New York Times reporters who exposed Harvey Weinstein’s abuses.

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© Rob Kim (WireImage)

Zoe Kazan at the New York premiere of the Netflix series 'East of Eden' at the Plaza Hotel, New York, September 30, 2026.

Mulher é assassinada antes de incêndio em kitnet em Anápolis, aponta perícia

24 October 2026 at 23:37

Rosiane Silva Santos, de 34 anos, foi morta com um golpe de faca no pescoço antes do incêndio que atingiu a kitnet onde morava, no Setor Central de Anápolis. A lesão profunda foi identificada pela Polícia Científica de Goiás durante os exames realizados após a remoção do corpo para o Instituto Médico Legal (IML).

O sangue encontrado no travesseiro onde a vítima estava foi um dos indícios que levaram a Polícia Civil a investigar a possibilidade de homicídio. Inicialmente tratado como uma morte acidental, o caso passou a ser apurado como um possível assassinato seguido de incêndio provocado pelo autor do crime.

O delegado Cleiton Lobo, do Grupo de Investigação de Homicídios (GIH) de Anápolis, informou que Rosiane morava sozinha na residência. Segundo a apuração inicial, o crime teria ocorrido por volta das 4h da madrugada de sábado (24/10). Às 6h17, uma testemunha acionou o Corpo de Bombeiros após perceber uma intensa fumaça que saía do imóvel. Um suspeito já está detido, e a Polícia Civil continua a investigação para esclarecer as circunstâncias do caso.

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Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

By: A A
24 October 2026 at 22:05

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

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La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

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