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Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

By: A A
25 October 2026 at 21:05

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

Segue nostro Telegram.

“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

By: A A
25 October 2026 at 09:10

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

By: A A
24 October 2026 at 22:05

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

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La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

“Sono grasso e cecato”, ma musicalmente eccezionale: “Je so’ pazzo” è il ritratto verace di Pino Daniele

24 October 2026 at 11:09

“Sono grasso e cecato” e pure un po’ fetente. Anche in Italia sappiamo fare i biopic musicali. Je so’ pazzo, il film diretto da Nicola Prosatore sulla prima epica manciata di anni di vita musicale di Pino Daniele, è una delle più gustose versioni del genere prodotte a casa nostra o, ancor meglio, tra i bassi napoletani.

Coraggiosa, matura, verace e pure un tantinello sfrontata, l’opera di Prosatore non solo è prima al box office italiano da una settimana, ma dà incredibilmente dei chilometri anche solo a filmetti modesti dell’area bio anglosassone come Bohemian Rhapsody. Non che ci sia nulla di stilisticamente pompato, di idealisticamente fuori dall’ordinario.

Lo srotolamento della vita di Daniele da quando, bambino, nei primi anni Sessanta, è seduto sulla banchina del porto (Otis sì, è per te) a smerciare i “dollars” col padre farabutto (luciferino l’ottimo Giovanni Ludeno), poi ancora tra vicoli, prostitute, gioco d’azzardo e l’epifania del blues dei soldati statunitensi afroamericani spizzicato alla chitarra, fino al live monumentale con oltre 200mila persone (a gratis) in Piazza del Plebiscito appena vent’anni dopo, all’apice del successo, non ha né i tratti marcati della foga né quelli sbrodolosi dell’agiografia.

Je so’ pazzo è vita creativa musicalmente eccezionale che prende forma per microeventi e strappi, è scrittura di pregio, tagli precisi, poderosi e sintetici (Prosatore, Edoardo Puma e Carlo Salsa) che disegnano reiterati conflitti (col padre, con l’industria della musica), enfasi pittorico-umana (con Napoli), catarsi possibile del singolo (il successo e la fama oltre i limiti fisici e la condizione familiare).

Il Daniele di Massimiliano Caiazzo poi è qualcosa di genuinamente sofferto, un corpo ancorato simbolicamente al terreno che riesce a vibrare oltre i tavoli in formica, le tv in bianco e nero con l’antenna e le purpette in frigo, che si eleva spiritualmente mentre si riproduce la “vocina”, che si ricompone etereo nella storia ibrida della musica napoletana ed italiana tra Settanta e Ottanta.

Attenzione però, il Pino Daniele di Prosatore non è un santo e nemmeno un amicone. È una figura contraddittoria, un filino stronza, autoritaria e traditrice, che in quel crogiolo musicale impressionante del Neapolitan Power trova uno spazio deflagrante, irriverente e maleducato, singolarmente pop. In una summa pressoché inappuntabile di scenografie e trovarobe (arredamento e vestiario quasi odorano degli anni Settanta), Je so’ pazzo si mostra in tutta la sua proteiforme bellezza anche come angolazione dello sguardo. Tra una panoramica circolare in studio di registrazione che ricorda Godard con gli Stones e la capacità di dare volume e profondità agli sfondi massa sbirciando rapido attraverso piani ravvicinati, Prosatore lascia contemporaneamente un segno di qualità e uno di intrattenimento tra le pagine di un cinema italiano spesso anemico e semplificatore di fronte ai giganti della storia. Tratto dal libro di Alessandro Daniele, primogenito di Pino, sulla vita del padre.

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Milano, drammatico paradigma di un Occidente sempre meno inclusivo e sempre più diseguale

By: A A
24 October 2026 at 10:10

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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Martedì 13 ottobre 2026 – mattina

Salone di rappresentanza del Comune di Milano, tra stucchi e affreschi, una composita schiera degli anziani più abbienti della città premia dei loro pari grado per età e per reddito, in mezzo a un effluvio di parole tanto vuote quanto altisonanti, un imbarazzante racconto di una città immaginaria, che esiste solo nelle chiacchiere dei loro ristretti circoli di amici e conoscenti, è tutta una narrazione di frizzi e lazzi, scoppiettanti meraviglie, luminose eccellenze, immancabili successi, se la suonano e se la cantano tra di loro, in mezzo a un tonitruante profluvio di aggettivi tutti superlativi, anzi, ultra – superlativi, un coretto autoreferenziale parossistico ed entusiastico in cui scambiano –  forse inconsapevolmente – lo specchio dentro cui si rimirano felici e beati per una finestra sulla città.

D’altronde si frequentano abitualmente e assolutamente solo tra loro nell’ora dell’aperitivo e della cena e non riescono a vedere null’altro che loro stessi, anche la cameriera che porta i piatti in tavola è una specie di fantasmatica presenza a suo modo sconosciuta ed evanescente, di cui a mala pena ricordano l’esotico nome peruviano o filippino. Sono i campioni della società neo – schiavile[1], inventata con maestria palazzinara dai maggiorenti politici della città, ogni vagonata di cemento, riversatasi su Milano nell’ultimo decennio in quantità impressionanti, ha avuto effetti sociali dirompenti e deflagranti aumentando il divario sociale, costruendo schiere di poveri, lavoratori a basso reddito e pensionati, con i primi spesso a servizio del sempre più ristretto, ma pur considerevole, cerchio dei benestanti.

Domenica 18 ottobre 2026 – pomeriggio

Come non fosse bastata la guerriglia urbana scatenatasi in piazza Duomo e tutto attorno, a margine della manifestazione di sabato 17 ottobre contro il caro – vita, il caro – carburanti, il prezzo sempre più proibitivo dei prodotti alimentari, le bollette aumentate di un terzo e per ciò stesso sempre più intollerabili, almeno per quella metà di milanesi che a fatica arriva alla terza settimana del mese, ecco che ragazzini a mala pena quattordicenni si danno appuntamento in branco per la domenica.

È rabbia pura, scriteriata e distruttrice, è odio per tutto quello che vedono e da cui sono esclusi. Spaccano e rubano, è un esproprio proletario compiuto da masse di ragazzini che non hanno nessuna consapevolezza di essere proletari, ma che in ogni caso si comportano in questo modo perché non vogliono essere proletari, ovvero l’ultimo gradino di una società pesantemente ingiusta, diseguale, escludente, hanno un istintuale desiderio di uguaglianza, ma non la sanno declinare in nessun modo, anche perché tanto è impossibile, il divario sociale non è colmabile, l’ammissione al ristretto circolo dei possidenti che possono permettersi di comprare e possedere quello che vogliono non li riguarda, purtroppo non tocca neppure tutte e tutti quei milanesi che son scesi in piazza pacificamente il giorno precedente.

Questi ragazzini sono fuori da tutto, vittime di una città e di una società in cui gli abbienti organizzano convegni sull’inclusività, in cui volano paroloni e discorsoni pieni di propositi, i quali terminano appunto all’ora dell’aperitivo.

Sono ragazzine e ragazzini cresciuti nelle periferie invisibili, povere, quelle in cui non arriva la metropolitana e gli autobus e i tram sono stati dimezzati negli ultimi anni, non credono in niente e in nessuno. Si muovono in branco, perché solo dentro il branco dei loro pari riconoscono quel minimo di uguaglianza che non trovano da nessuna altra parte.

Odiano la scuola, perché è vuota, perché non offre prospettive, perché usa parole antiche e a volte incomprensibili, perché i professori sono vecchi e hanno l’età dei loro nonni che stanno a Lima, al Cairo, a Manila, perché studiare molto difficilmente potrà permettere loro di emanciparsi dalla povertà, anzi è certamente inutile, perché tanto sanno già benissimo a dodici anni che i loro genitori non avranno mai i soldi per mandarli all’università.

Disprezzano i loro genitori, li disprezzano profondamente, con una rabbia che spesso cancella ogni affetto. Li guardano consumarsi di fatica per portare a casa il pane della sopravvivenza, donne e uomini italiani e più spesso di tutto il mondo che si alzano alle quattro del mattino, il papà per andare a pulire gli uffici degli abbienti, la mamma per sbrigare fino alle sei del mattino le questioni di casa propria e poi prendere anche lei quel bus che non arriva mai per andare a pulire le case di quegli stessi abbienti, per portare a passeggio i loro cani, per stirare le loro camicie e per preparare la loro cena. Gli uomini lavorano anche nell’edilizia, ogni cantiere è una babele di lingue, nell’urbanistica, là dove si rifanno marciapiedi e strade asfaltate si sente solo parlare arabo, chissà se per appalto diretto o subappalto, o purtroppo, come accade non di rado, per subappalto di un altro subappalto, fanno i custodi dei palazzi in cui gli abbienti a mala pena passando la mattina biascicano loro un annoiato “buongiorno”.

Lo schianto tra la città immaginaria, o per meglio dire reale per una ristrettissima minoranza, e quella reale, o per meglio dire dura e povera per la stragrande maggioranza, ha la violenza delle vetrine mandate in frantumi, così la società, come quei vetri sfondati, collassa senza lasciare margine alcuno di ricomposizione.

Un mondo peggiorato dall’individualismo, un universo  che ha perso ogni spazio sociale e collettivo in cui ritrovarsi e confrontarsi, in cui la fatica e il sacrificio sono visti come la condizione dello sfruttato neo – schiavile, non del lavoratore, anche perché il lavoratore riceve sempre meno diritti e meno rispetto e dunque ha sempre meno dignità.

Una società che coltiva il culto della ricchezza e che (auto)premia e (auto)celebra chi l’esibisce, che marginalizza e giudica negativamente chi da quella ricchezza è escluso.

Una società senza pietà, piena di un’arroganza diffusa e cattiva, che ha elevato l’esibizionismo della ricchezza e il disprezzo per chi non la possiede a massima espressione di giudizio verso le altre e gli altri.

Le ragazzine e i ragazzini delle periferie respirano questo clima tossico in cui l’avere è tutto e l’essere gli è totalmente subordinato.

Respirano la violenza del disprezzo che li marginalizza e a loro volta – come detto – hanno fatto proprio quel disprezzo al punto da riversarlo sui loro genitori, li osservano senza capirli, guardandoli schiacciati dalla fatica quotidiana, inginocchiati davanti all’arroganza e alla prepotenza degli abbienti.

I genitori tristi e sconfortati si interrogano mestamente su una società, quella occidentale, così violenta da aver distrutto qualsiasi valore, qualsiasi rispetto, qualsiasi affetto. Amano i loro figli, cercano di mostrare con il loro impegno quell’amore, ma appunto non sono capiti e non sono ricambiati, maturando indicibile interiore dolore.

È una società divaricata, del tutto frammentata e atomizzata, non vi è assolutamente alcun progetto per la costruzione di una città partecipata e condivisa, non esiste alcuna autentica volontà di una ricomposizione comunitaria.

È la deriva finale di una società priva di autentica empatia, di sincero interesse per il prossimo.

Ora il governo italiano vara leggi per la punibilità dei minorenni, aumenteranno i carcerati dei penitenziari minorili, un muro con le sbarre che terrà nascosta per un po’ una minuscola porzione del disagio sociale e giovanile.

Nulla più.

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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[1]      Leggasi quanto già dettagliatamente spiegato in https://strategic-culture.su/news/2025/07/27/beppe-sala-sindaco-di-milano-inventore-della-post-modernita-neo-schiavile/

Da Machado a Pillay: il Nobel che manda su tutte le furie Trump e Netanyahu

By: A A
23 October 2026 at 22:05

Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay segna una brusca discontinuità rispetto al premio assegnato l’anno precedente a María Corina Machado. La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu rivela quanto il nodo del diritto internazionale sia divenuto terreno di scontro geopolitico.

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A distanza di appena un anno, il Premio Nobel per la pace sembra aver cambiato completamente direzione. Nell’ottobre 2025, il Comitato norvegese aveva scelto María Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, premiandola «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per ottenere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Lo scorso 9 ottobre, lo stesso riconoscimento è invece andato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Dietro la somiglianza delle formule ufficiali, tuttavia, si nascondono due messaggi politici quasi opposti.

Il Nobel a Machado si inseriva infatti in maniera pressoché naturale nel quadro della pressione esercitata da Washington contro il governo venezuelano. L’oppositrice di Nicolás Maduro era da tempo sostenuta apertamente dagli Stati Uniti e da governi latinoamericani allineati con Washington. La scelta del Comitato norvegese rafforzava quindi, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dai suoi membri, una delle parti di un conflitto politico interno sul quale gli Stati Uniti esercitano da anni una forte pressione attraverso sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi e tentativi di isolamento internazionale del governo bolivariano.

Il rapporto personale fra Machado e Trump rese ancora più evidente questa convergenza. Il giorno stesso dell’assegnazione del premio, nell’ottobre 2025, Trump riferì che la dirigente venezuelana gli aveva telefonato affermando di accettare il Nobel anche in suo onore. Nel gennaio successivo, Machado arrivò poi a consegnare al presidente statunitense la propria medaglia del Nobel, nel tentativo di consolidare il sostegno di Washington alla propria strategia politica in Venezuela. Lo stesso Trump, pochi giorni prima dell’annuncio del premio 2026, ricordava pubblicamente quell’episodio come una sorta di riconoscimento indiretto della propria presunta attività di pacificatore.

Il Nobel 2026 ha prodotto invece un effetto praticamente opposto. Navi Pillay, infatti, non rappresenta un movimento politico sostenuto dagli Stati Uniti contro un governo avversario, ma una tradizione giuridica che rivendica almeno formalmente la possibilità di sottoporre anche le grandi potenze e i loro alleati alle norme del diritto internazionale.

La biografia della nuova vincitrice contribuisce a spiegare la portata della scelta. Sudafricana di origine tamil, Pillay iniziò la propria attività professionale durante l’apartheid, difendendo oppositori politici e battendosi per i diritti di Nelson Mandela e degli altri detenuti del regime segregazionista. Dopo la fine dell’apartheid divenne la prima donna non bianca a sedere nell’Alta Corte sudafricana. In seguito, fu giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi opera inoltre come giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.

Ma è soprattutto il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato impunemente dal regime nazisionista israeliano, ad aver trasformato il Nobel a Pillay in un caso politico internazionale.

Pillay, infatti, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele. La Commissione ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso atti costitutivi di genocidio nella Striscia di Gaza, facendo riferimento, tra gli altri elementi, alle enormi perdite civili, alle restrizioni agli aiuti umanitari, alla distruzione sistematica delle strutture sanitarie, all’impatto delle operazioni sui bambini e alle dichiarazioni rese da esponenti politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, l’assegnazione del Nobel non poteva che provocare una reazione particolarmente violenta a Tel Aviv. Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel avrebbe «perso la propria bussola morale», definendo Pillay una persona intollerante che avrebbe costruito la propria carriera diffondendo quelle che il premier israeliano ha definito «calunnie di sangue» contro Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha adottato toni ancora più estremi, arrivando a evocare Joseph Goebbels e sostenendo che il propagandista nazista starebbe «applaudendo dall’inferno» alla decisione del Comitato (mentre, a nostro avviso, applaudirebbe piuttosto gli odiosi crimini commessi dal regime nazisionista).

La risposta israeliana, inoltre, non si limita a contestare le conclusioni della Commissione o l’interpretazione giuridica adottata da Pillay, ma tende a delegittimare l’intero meccanismo internazionale chiamato a giudicare l’operato del regime nazisionista. È una dinamica già emersa nei rapporti con la Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e con la Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati nell’ambito del suo parere consultivo del 2024.

La reazione di Donald Trump è stata diversa nella forma ma altrettanto rivelatrice. Il presidente statunitense, che da tempo conduce una vera e propria campagna personale per ottenere il Nobel, ha definito Pillay una «persona misteriosa» della quale non aveva mai sentito parlare. Ha poi bollato la mancata assegnazione del premio a sé stesso come una decisione «vergognosa e imbarazzante», destinata a lasciare una «macchia indelebile» sulla Norvegia. Secondo Trump, il Nobel sarebbe stato «screditato per sempre» da un gruppo di «ideologi radicali», da lui definiti perfino «nemici della civiltà».

Nelle stesse ore dell’annuncio del Nobel, Washington ha inoltre imposto nuove e molto più ampie sanzioni contro la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha annunciato restrizioni destinate a tagliare alla Corte l’accesso a servizi finanziari, tecnologici e commerciali statunitensi, presentando apertamente la misura come parte di un tentativo di indebolirne la capacità operativa. Il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che gli Stati Uniti non permetteranno alla CPI di perseguire cittadini statunitensi, definendo la Corte un organismo illegittimo. Dal canto suo, la CPI ha replicato denunciando un attacco allo Stato di diritto e al principio secondo cui nessuno dovrebbe essere posto al di sopra della legge.

Naturalmente, la decisione di assegnare il premio a Navi Pillay non dimostra che il Comitato norvegese sia improvvisamente diventato un organismo estraneo alle logiche politiche occidentali; inoltre, l’assegnazione di un premio non può certo cancellare la lunga storia di selettività che caratterizza l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, questa volta, il principio riaffermato dal Nobel entra direttamente in collisione con la pretesa delle potenze dominanti di sottrarsi alle stesse regole che esse invocano nei confronti dei propri avversari.

La distanza fra i due premi presi in considerazione mostra dunque anche le contraddizioni interne allo stesso sistema occidentale. Il Nobel a Machado poteva essere perfettamente integrato nella strategia statunitense di pressione sul Venezuela, uno Stato collocato fuori dall’orbita di Washington e legato politicamente ed economicamente a Cina, Russia e ad altri attori del mondo multipolare. Il Nobel a Pillay valorizza invece istituzioni e principi che, quando vengono applicati a Israele o agli stessi Stati Uniti, diventano improvvisamente oggetto di sanzioni, minacce e campagne di delegittimazione.

Le reazioni scomposte di Trump e Netanyahu finiscono così per rafforzare involontariamente il significato politico dell’assegnazione. Entrambi contestano non soltanto la persona di Pillay, ma soprattutto il principio che la sua carriera rappresenta: che la responsabilità per crimini internazionali non dovrebbe dipendere dall’appartenenza a un determinato blocco geopolitico, dalla forza militare di uno Stato o dalla protezione garantita da Washington.

Nel frattempo, la credibilità del diritto internazionale continuerà naturalmente a dipendere dalla capacità di applicare questo principio senza doppi standard. Resta il fatto che, per decenni, le istituzioni occidentali hanno richiamato il diritto internazionale soprattutto nei confronti degli avversari geopolitici, mentre molto più debole è stata la loro capacità di farlo valere quando erano coinvolte le potenze occidentali o i loro alleati. Il caso di Gaza e dei crimini commessi dal regime nazisionista israeliano ha reso questa asimmetria sempre più difficile da occultare.

Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

23 October 2026 at 16:37

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

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Sergio Castellitto immagina un futuro senza sigarette nel corto “Non Oggi”

23 October 2026 at 13:20

Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.

La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.

Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».

Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.

Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.

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La guerra, le cancellerie europee e l’uso politico della sfiducia

By: A A
23 October 2026 at 10:30

Gli Stati Uniti negoziano con Mosca, mentre l’Europa si limita a commentare. La frase di Zakharova «non sono affari suoi» dice tutto.

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Una seduta al Senato

Il 14 ottobre 2026, nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto una cosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per un governo italiano di destra: ha preso pubblicamente le distanze dal presidente degli Stati Uniti per difendere una linea più intransigente della sua. L’oggetto era l’intesa sul gasolio annunciata da Donald Trump dopo una telefonata con Vladimir Putin, accompagnata da una licenza temporanea del Tesoro americano che riapre al combustibile russo il mercato mondiale. Per la premier si tratta di una scelta «molto rischiosa»: legittima Mosca mentre le bombe cadono sulle città ucraine, le procura nuove entrate e indebolisce la leva delle sanzioni. Nella stessa seduta Meloni ha sostenuto che Putin starebbe cercando un nuovo nemico, e che quel nemico potrebbe essere l’Europa; e che un’Ucraina che smettesse di difendersi non otterrebbe la pace, ma l’occupazione.

Fin qui la cronaca. Il resto lo hanno fatto l’aula e i giornali. All’applauso della maggioranza si è unito quello di una parte dell’opposizione: Azione, Italia Viva, l’area riformista del Partito democratico. La Stampa ha trasformato il sostegno a Kiev in una questione di valori e di confini, quei confini che «lì si difendono».

C’è poi un dettaglio che vale più di molte analisi. Interpellata dall’ANSA, la portavoce del ministero degli Esteri russo Marija Zacharova ha liquidato le parole della premier con una formula sbrigativa: non sono affari suoi. Nelle stesse ore Volodymyr Zelenskij era a Londra, accolto dal primo ministro Andy Burnham, e denunciava la limitazione dei servizi satellitari militari forniti all’esercito ucraino. Elon Musk, dal canto suo, chiariva che la rete Starshield appartiene al governo americano e che ogni restrizione dipende dalle forze armate statunitensi e, in ultima istanza, dal presidente. Washington tratta con Mosca, Mosca risponde a Washington. Roma applaude se stessa. Patetico, no?

Non un caso esclusivamente italiano

Sarebbe un errore leggere la seduta del 14 ottobre come un episodio di politica interna. La postura italiana è la declinazione nazionale di una grammatica che oggi accomuna quasi tutte le cancellerie europee, e che ha tre regole. La prima: il conflitto ucraino viene presentato come uno scontro esistenziale tra civiltà politiche, in cui ogni compromesso equivale a una resa. La seconda: la minaccia russa viene proiettata oltre l’Ucraina, sul territorio dell’Unione, in modo da rendere il riarmo una necessità che non si discute. La terza, la più insidiosa: il dissenso interno viene ricondotto all’influenza del nemico.

La Germania offre l’esempio più nitido. Il ministro della Difesa Boris Pistorius, che già nel 2023 aveva chiesto che il Paese tornasse kriegstüchtig, capace di fare la guerra, e che da allora indica un orizzonte di pochi anni entro cui la Russia potrebbe attaccare un membro dell’Alleanza, ha sostenuto in questi giorni che la paura della guerra diffusa nella società tedesca sarebbe alimentata deliberatamente da Putin e dall’AfD. Il ragionamento merita attenzione. In un Paese che ha perso milioni di vite nelle due guerre mondiali, il timore di un nuovo conflitto non avrebbe bisogno di agenti esterni per spiegarsi. Attribuirlo a Mosca e al principale partito di opposizione significa trasformare un sentimento politico legittimo in un problema di sicurezza nazionale.

Il quadro si ripete altrove con accenti diversi. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski rivendica i risultati degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture russe; il suo omologo tedesco Johann Wadephul sostiene che non sia il momento di allentare le sanzioni, ma di inasprirle. Francia, Germania e Regno Unito si muovono come direttorio negoziale, tanto che la stessa Meloni ha chiesto che lo facciano almeno con un mandato formale di tutti i partner. Alle parole corrispondono numeri: il piano ReArm Europe presentato dalla Commissione nel marzo 2025, l’impegno assunto al vertice NATO dell’Aia a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, il prestito da 90 miliardi a Kiev deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025. La retorica non è un’eccentricità di qualche ministro, è letteralmente la lingua ufficiale dell’Unione – e purtroppo ci siamo abituati ad essa.

Una postura folle e controproducente

Definire folle questa linea non è un’iperbole polemica, se per follia si intende l’ostinazione nel ripetere un comportamento che produce effetti opposti a quelli dichiarati. Lo si vede su tre piani.

Il primo è strategico. La teoria della deterrenza insegna da decenni che una minaccia vale quanto la credibilità di chi la pronuncia, e che la credibilità dipende dalla capacità di dare seguito alle parole. L’Europa di oggi alza il tono senza disporre degli strumenti per sostenerlo. La vicenda Starlink lo ha mostrato con una chiarezza quasi didattica: l’esercito ucraino, che gli europei finanziano e incoraggiano, dipende per comunicazioni e guida dei droni da un’infrastruttura che appartiene a un’impresa americana ed è controllata dal Pentagono. Basta una decisione a Washington perché una parte delle operazioni si fermi. Promettere la vittoria in una guerra di cui non si controllano i satelliti è una forma di ipocrisia strategica, e gli avversari la leggono per quello che è.

Il secondo piano è economico, ovviamente. Già nel 2024 il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea indicava nel differenziale dei prezzi dell’energia rispetto agli Stati Uniti uno dei fattori del ritardo industriale del continente. Da allora la rinuncia agli idrocarburi russi è diventata dogma, la guerra in Iran ha fatto salire ulteriormente i prezzi dei carburanti e l’impegno al 5% del PIL per la difesa promette di assorbire risorse che i bilanci pubblici non hanno, se non a spese di sanità, pensioni e investimenti civili. Il paradosso è evidente: proprio mentre Washington, per ragioni del tutto interne legate alle elezioni di metà mandato, cerca gasolio a buon mercato anche da Mosca, i governi europei rivendicano come principio morale il fatto di pagare l’energia più cara dei loro concorrenti.

Il terzo piano è diplomatico, e forse è quello decisivo. Una politica estera che esclude per principio il negoziato si condanna a non sedere al tavolo quando il negoziato arriva. Ed è esattamente ciò che sta accadendo: Stati Uniti e Russia definiscono intese energetiche, ritmi della guerra e condizioni di un’eventuale tregua, mentre l’Europa commenta. La risposta di Zacharova alla premier italiana non è soltanto sgarbo diplomatico. È la misura esatta del peso che Mosca attribuisce oggi alle capitali europee. Si può discutere se sia giusto; è più difficile sostenere che sia sbagliato come descrizione.

Il prezzo della credibilità

Il danno più profondo, tuttavia, non si misura sul fronte e nemmeno sui mercati. Si misura nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Quando la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che accade diventa visibile a occhio nudo, la parola pubblica perde valore. Da quattro anni i cittadini europei si sentono ripetere che la sconfitta della Russia è vicina, che le sanzioni la stanno piegando, che ogni nuovo pacchetto di aiuti sarà quello risolutivo. Ora vedono il principale alleato trattare con Mosca, l’Ucraina dipendere da decisioni prese a Washington e i propri governi aumentare la spesa militare mentre i servizi peggiorano. Non serve un’opera di disinformazione straniera per produrre sfiducia. Basta il confronto tra i discorsi e i risultati.

Questa sfiducia si innesta su una crisi di rappresentanza che ha radici più lunghe. Peter Mair una decina di anni fa, nel suo libro Ruling the Void, aveva descritto con largo anticipo il ritiro dei partiti dalla società verso lo Stato, e la progressiva separazione tra governo responsabile, cioè fedele ai vincoli esterni, e governo rappresentativo, cioè sensibile alla domanda degli elettori. Insieme a Richard Katz aveva coniato la nozione di partito-cartello, per indicare formazioni che competono nell’arena elettorale ma condividono la gestione delle risorse e delle scelte di fondo. L’applauso trasversale del 14 ottobre è un’illustrazione quasi perfetta di quel modello. Su un tema che riguarda la vita e la morte, il costo dell’energia, il destino dell’industria, l’elettore che dissente non trova in Parlamento un’offerta politica che lo rappresenti.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. In Francia i governi cadono uno dopo l’altro senza che emerga una maggioranza stabile. In Germania la coalizione al potere governa con l’opposizione più forte del dopoguerra alle spalle. In Italia l’astensione è diventata il primo partito. Le procedure restano intatte, le elezioni si tengono regolarmente, ma le decisioni rilevanti si prendono altrove, e il voto finisce per confermare scelte già compiute.

Governare attraverso la sfiducia

A questo punto si impone una domanda meno ovvia. Se la sfiducia danneggia le istituzioni, perché le classi dirigenti europee continuano a percorrere una strada che la alimenta? La risposta più semplice sarebbe l’incompetenza. Ma esiste un’ipotesi più robusta, che spiega meglio i fatti: la sfiducia, entro certi limiti, è una risorsa di governo.

Il meccanismo funziona così. Un elettorato sfiduciato si frammenta, si astiene, si disperde tra partiti nuovi e instabili. La frammentazione produce ingovernabilità; l’ingovernabilità, a sua volta, rende indispensabili le grandi coalizioni «responsabili», i governi tecnici, gli accordi trasversali che tengono fuori dal potere le forze considerate inaffidabili. Più il sistema è instabile, più diventa necessario il centro che promette stabilità. La crisi della rappresentanza, invece di indebolire chi governa, ne consolida la posizione, perché lo rende l’unico argine contro il caos che la crisi stessa ha prodotto.

La guerra perfeziona questo dispositivo in due modi. In primo luogo, consente di trattare il dissenso come una questione di sicurezza. Quando la paura del conflitto viene attribuita a Putin e all’opposizione, chi chiede di negoziare smette di essere un avversario politico e diventa un veicolo dell’influenza nemica. Carl Schmitt aveva indicato nello stato d’eccezione il luogo in cui si rivela la sovranità; Giorgio Agamben ha mostrato come l’eccezione tenda a diventare tecnica ordinaria di governo. L’emergenza permanente, che sia sanitaria, finanziaria o bellica, sottrae le decisioni al conflitto democratico e le affida a chi si presenta come garante della sopravvivenza collettiva. In secondo luogo, la guerra giustifica lo spostamento delle scelte verso sedi sottratte al controllo elettorale: la Commissione, il Consiglio europeo, la NATO, i formati ristretti come l’E3.

Occorre essere precisi su un punto, per non scivolare nella caricatura. Questa lettura non presuppone un piano concordato in qualche stanza segreta. Non serve. Basta che gli interessi convergano: le industrie della difesa che vedono crescere gli ordini, le burocrazie europee che acquisiscono competenze nuove, i partiti di governo che trovano nell’emergenza una ragione di esistere, i grandi gruppi editoriali che vendono la mobilitazione morale. Ciascuno agisce secondo la propria convenienza, e la somma di queste convenienze produce un sistema che si autoalimenta. Siamo a tutti gli effetti nella gramsciana crisi organica, la fase in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in cui proliferano fenomeni morbosi. La gestione della sfiducia è uno di questi: un modo di sopravvivere alla crisi senza risolverla.

Vincere a qualunque prezzo

Resta l’ultima questione, la più grave. Che cosa sono disposte a sacrificare queste élite per uscire vincitrici dalla fase attuale? La risposta, guardando agli ultimi anni, è che una parte del sacrificio è già stata compiuta. La politica è stata sacrificata quando le scelte fondamentali sono state trasferite fuori dai parlamenti e la distinzione tra maggioranza e opposizione è diventata ornamentale. L’economia è stata sacrificata quando la competitività industriale del continente è stata subordinata a obiettivi geopolitici fissati altrove, accettando prezzi energetici insostenibili e il rischio concreto di deindustrializzazione. Chi ha già rinunciato a questi due pilastri ha poco da perdere sul terzo, che è il costo umano.

Quel costo, per ora, lo pagano soprattutto gli ucraini. Persino deputate della Verchovna Rada che hanno sostenuto con zelo la linea della guerra a oltranza, come Mar’jana Bezuhla, o che se ne sono distaccate, come Anna Skorochod, descrivono un Paese con le infrastrutture distrutte, una mobilitazione forzata segnata da abusi e una popolazione allo stremo, e ammettono che il conflitto è diventato per alcuni un affare; ma il costo comincia a ricadere anche sulle società europee: nei bilanci pubblici, nei salari erosi dall’inflazione energetica, nell’idea, ormai pronunciata senza imbarazzo da ministri in carica, che bisogna abituarsi alla prospettiva di combattere.

Qui la retorica bellica rivela la sua funzione più profonda, poiché non serve a vincere la guerra contro la Russia, che nessuna cancelleria europea ha i mezzi per vincere da sola. Serve a vincere la partita interna, a conservare il controllo di sistemi politici che non riescono più a produrre consenso e che hanno bisogno di un nemico esterno per giustificare la propria permanenza. In questo senso il prezzo umano non è un effetto collaterale del calcolo. Ne è una variabile, regolata secondo la convenienza del momento, nella perpetua danza macabra dell’utilitarismo politico.

Esiste un’alternativa, e non coincide con la resa: consiste nel riportare la diplomazia al centro della politica estera europea, nel riconoscere che un ordine internazionale ormai multipolare non si governa con le crociate morali, nel restituire ai parlamenti e agli elettori il potere di decidere sulla guerra e sulla pace. Gli indicatori per capire se qualcosa si muove sono concreti: il mandato che il prossimo Consiglio europeo affiderà, o non affiderà, ai negoziatori; il destino del regime sanzionatorio dopo la licenza americana sul gasolio; la tenuta dei bilanci nazionali davanti all’obiettivo del 5%.

Finché la risposta resterà quella applaudita il 14 ottobre, l’Europa continuerà a pagare un prezzo crescente per una guerra che non decide, mentre chi la governa troverà nella sua stessa instabilità la ragione per restare dov’è.

I BRICS e i limiti dell’azione collettiva in Medio Oriente

By: A A
22 October 2026 at 22:05

Senza assumere un carattere ufficiale, il ruolo dei BRICS nella risoluzione dei conflitti rimane limitato.

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Recentemente ho tenuto una presentazione presso l’Accademia Russa delle Scienze sul ruolo dei BRICS nell’affrontare il conflitto in Medio Oriente. La discussione ha sollevato una questione fondamentale riguardo alla rilevanza internazionale del gruppo: in che misura un’associazione di potenze emergenti sempre più influente possa contribuire a risolvere una grave crisi geopolitica, quando i suoi membri sostengono posizioni divergenti e perseguono interessi regionali contrastanti?

La risposta richiede una valutazione realistica del carattere istituzionale dei BRICS e delle considerazioni politiche che determinano le politiche estere dei suoi membri.

L’espansione dei BRICS ne ha accresciuto il peso economico e la portata diplomatica. Ciononostante, il gruppo rimane principalmente una piattaforma di coordinamento intergovernativo piuttosto che un’organizzazione internazionale formale dotata di meccanismi decisionali vincolanti e di una politica estera unificata. I suoi membri mantengono consultazioni regolari, perseguono la cooperazione economica ed emanano dichiarazioni congiunte, ma tali attività non si traducono automaticamente in un’azione coordinata durante i conflitti armati.

Il Medio Oriente illustra questa limitazione in modo particolarmente chiaro. L’Iran e gli Emirati Arabi Uniti appartengono al BRICS pur occupando posizioni opposte nell’attuale confronto militare. Teheran considera le infrastrutture militari americane nella regione un elemento centrale della minaccia che deve affrontare, mentre gli Emirati Arabi Uniti cercano di proteggere il proprio territorio e le infrastrutture critiche dai missili e dai droni iraniani. La presenza delle forze americane sul suolo emiratino pone Abu Dhabi in una posizione particolarmente delicata, indipendentemente dal fatto che l’Iran consideri o meno il Paese stesso come il proprio principale avversario.

Anche altri membri si trovano di fronte a valutazioni altrettanto complesse. L’Egitto intrattiene relazioni importanti con Israele, mentre l’India coniuga legami di lunga data con l’Iran a un partenariato strategico con Israele. Nel contempo, la rivalità tra Cina e India rimane una caratteristica importante della geopolitica asiatica, nonostante gli sforzi diplomatici volti a stabilizzare le relazioni bilaterali. Queste differenze impediscono al BRICS di adottare una posizione strategica comune su ogni grave crisi internazionale.

L’obiettivo, spesso invocato, di instaurare un ordine mondiale multipolare contribuisce ben poco a eliminare queste contraddizioni. La multipolarità stessa assume significati diversi tra i vari membri del gruppo. Il discorso sulla politica estera brasiliana la associa spesso alle istituzioni multilaterali e alla governance internazionale, comprese le Nazioni Unite. Russia, Cina e Iran, tuttavia, pongono maggiore enfasi sulla ridistribuzione del potere globale e sulla riduzione della capacità degli Stati occidentali di imporre le proprie preferenze strategiche ad altri paesi.

Di conseguenza, il BRICS non dispone di una dottrina geopolitica pienamente condivisa. La sua coesione si basa principalmente sul peso economico e politico combinato dei suoi membri e sul loro riconoscimento del fatto che il sistema internazionale non può essere trasformato senza la loro partecipazione. Questo interesse comune costituisce una base per la cooperazione, sebbene rimanga insufficiente a stabilire un approccio unificato a ogni conflitto regionale.

Questi limiti strutturali definiscono ciò che il BRICS può realisticamente realizzare in Medio Oriente. Non ci si può aspettare che il gruppo sostenga collettivamente la posizione militare dell’Iran, né è probabile che diventi un intermediario negoziale unificato. Gli interessi dei suoi membri arabi, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, rendono politicamente improbabile un simile accordo. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi del BRICS non sostiene l’eliminazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, permangono significative opportunità per un’azione diplomatica coordinata. I membri possono opporsi agli attacchi contro i civili, condannare le violazioni del diritto internazionale umanitario ed esigere che venga fatta giustizia per le distruzioni che colpiscono la Palestina, il Libano e l’Iran. Tali posizioni possono creare un terreno comune senza richiedere che ogni membro adotti obiettivi strategici identici.

Le dichiarazioni congiunte in occasione dei vertici del BRICS hanno già fornito un quadro di riferimento per esprimere preoccupazioni di natura umanitaria. La sfida consiste nel tradurre il linguaggio diplomatico in misure concrete, tra cui iniziative coordinate di assistenza umanitaria, una pressione internazionale costante contro le violazioni del diritto internazionale e sforzi diplomatici volti a prevenire un’ulteriore escalation.

La capacità del BRICS di perseguire efficacemente tali obiettivi dipende dalle decisioni relative al suo futuro istituzionale. Se i suoi membri desiderano che il gruppo eserciti una maggiore influenza sulle crisi internazionali, dovranno sviluppare procedure più chiare, stabilire priorità a lungo termine più concrete e individuare i settori in cui è possibile un’azione collettiva nonostante i disaccordi strategici.

Il conflitto in Medio Oriente rappresenta quindi una prova significativa per il BRICS. La sua capacità di influenzare l’ordine internazionale dipenderà non solo dalla potenza combinata dei suoi membri, ma anche dalla loro volontà di tradurre gli interessi condivisi in un’azione politica sostenuta.

Caro vita e rincari, i costi reali delle guerre sulle famiglie italiane

By: A A
22 October 2026 at 16:05

In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

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In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

Tuttavia, anche le poche mobilitazioni in corso dimenticano che la causa primaria dell’inflazione è proprio l’economia di guerra: l’escalation militare ha fatto ripartire la corsa dei prezzi, con conseguenze particolarmente pesanti per le economie europee, dipendenti dal greggio in transito nel Golfo Persico.

Un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori a quelli attuali. Affermare che l’economia di guerra sia la causa principale dell’inflazione e del rallentamento economico europeo significa semplicemente prendere atto della realtà.

I dati parlano chiaro: tra marzo e agosto la UE ha sostenuto 54 miliardi di dollari di costi aggiuntivi netti solo per le importazioni di gas e petrolio. Questo dato basterebbe da solo ad aprire un dibattito serio sulle conseguenze economiche dei conflitti.

A confermare il quadro è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre: a fine anno gli italiani pagheranno 29 miliardi di euro in più tra rincari di elettricità, gas e carburanti. Solo in Italia il costo dell’energia elettrica è balzato del 51,2%. Rincari dovuti all’instabilità delle catene di approvvigionamento, alle speculazioni finanziarie e all’aumento delle spese militari, che sottraggono risorse essenziali al welfare.

Di fronte a questo scenario, la risposta del Governo appare timida e priva di coraggio. Mentre sostiene le spese per il riarmo, prova a calmierare con fondi pubblici le bollette degli italiani (che stimano una spesa aggiuntiva media di 153 euro all’anno per l’elettricità e 477 euro per il gas). Parallelamente, i rincari a doppia cifra colpiscono anche i beni alimentari di largo consumo: la dimostrazione che non si tratta di un incidente di percorso, ma di un effetto strutturale dell’economia di guerra.

In questo contesto, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi inefficaci, sia per la scarsa adesione sia per la debolezza delle motivazioni. Manca una riflessione complessiva sul sistema economico e sui meccanismi che spingono verso il basso i salari (a partire dai criteri di calcolo dell’IPCA). I bonus non sono la soluzione, bensì il sintomo del progressivo smantellamento del welfare pubblico.

È urgente iniziare a parlare apertamente di “economia di guerra”: un modello di produzione che alimenta la corsa alle risorse, dirotta i fondi pubblici verso la difesa e giustifica la sottrazione di risorse ai servizi essenziali. In caso contrario, continueremo a inseguire singoli provvedimenti tampone senza mai affrontare la vera radice del problema.

Articolo originale:  lantidiplomatico.it

L’Azerbaigian e la questione dell’hijab

By: A A
22 October 2026 at 10:10

Riflessioni sui confini tra laicità, sovranità e stabilità sociale

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La controversia relativa all’uso dell’hijab nelle scuole azere ha assunto nuove dimensioni nel mese di ottobre, in seguito all’attuazione di norme sul codice di abbigliamento che hanno comportato il divieto di accesso alle istituzioni pubbliche per studentesse e insegnanti. L’episodio ha scatenato manifestazioni, arresti e critiche da parte delle organizzazioni internazionali, suscitando al contempo reazioni anche da parte della Turchia. Il dibattito si estende ben oltre l’ambito scolastico, coinvolgendo questioni di sovranità, identità religiosa e stabilità regionale.

L’Azerbaigian ha ragioni storiche per mantenere un modello di Stato laico. L’esperienza sovietica, la formazione delle sue istituzioni dopo l’indipendenza e la necessità di governare una società religiosamente diversificata in un contesto regionale teso hanno contribuito al consolidamento di un sistema in cui lo Stato mantiene un controllo rigoroso sul funzionamento delle istituzioni pubbliche. Le autorità azere hanno la prerogativa di determinare le proprie politiche educative, stabilire standard per le scuole e decidere in che modo debbano essere attuati i principi costituzionali.

Tuttavia, il modo in cui tali politiche vengono attuate può produrre conseguenze che vanno oltre i loro obiettivi originari. Nel caso dell’hijab, l’applicazione dei regolamenti scolastici ha suscitato resistenze tra le famiglie e le comunità religiose, mentre gli arresti legati alle proteste hanno amplificato la controversia. La sfida principale del governo sarà quella di gestire questa reazione senza permettere che una disputa sulle uniformi scolastiche si trasformi in un conflitto più ampio tra le autorità statali e le comunità religiose.

La situazione presenta inoltre importanti implicazioni internazionali. Ankara, principale partner strategico di Baku, ha espresso preoccupazione per le restrizioni relative al velo islamico. La vicinanza politica, culturale e linguistica tra i due Paesi rende la questione particolarmente delicata. Sebbene questo disaccordo non equivalga necessariamente a una crisi bilaterale, dimostra come le decisioni interne possano creare attriti anche tra governi che intrattengono relazioni strette. Ankara deve tenere conto delle proprie considerazioni sociali e politiche, mentre Baku cerca di preservare la propria autonomia nella gestione degli affari interni.

Merita attenzione anche la dimensione iraniana. L’Azerbaigian intrattiene un rapporto complesso con l’Iran, caratterizzato da legami storici e religiosi, nonché da divergenze strategiche. Come l’Iran, l’Azerbaigian ha una popolazione prevalentemente sciita, mentre la Repubblica Islamica ospita una consistente minoranza azera. Sia la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, sia il presidente Masoud Pezeshkian hanno origini etniche azere. In questo contesto, le politiche di secolarizzazione potrebbero essere interpretate da attori esterni come parte di una più ampia lotta per l’influenza religiosa e politica all’interno dell’Azerbaigian. Tale interpretazione, tuttavia, non dimostra che i regolamenti scolastici siano stati adottati esclusivamente per contrastare l’influenza iraniana.

Esiste inoltre un rischio interno che merita di essere preso in considerazione. Le restrizioni religiose applicate in modo troppo rigido possono produrre effetti contrari a quelli desiderati. Quando alcuni segmenti della popolazione percepiscono determinate misure come imposizioni alle proprie pratiche religiose, i gruppi radicali potrebbero sfruttare il malcontento che ne deriva, dipingere lo Stato come un avversario della religione ed espandere la propria capacità di mobilitazione. Per comprendere questa questione è necessario prendere in considerazione altre esperienze, come quella della Siria sotto il governo di Assad, dove la laicità coesisteva con la proliferazione dell’estremismo. Questo esito non è inevitabile e l’opposizione alle norme non dovrebbe essere automaticamente equiparata all’estremismo. Tuttavia, l’esperienza internazionale suggerisce che tale possibilità debba essere esaminata con attenzione.

Per l’Azerbaigian, la questione va quindi oltre la semplice definizione di un’uniforme scolastica. Il Paese ha il diritto di organizzare le proprie istituzioni secondo le proprie priorità, senza che governi stranieri ne dettino le scelte. Allo stesso tempo, il mantenimento della stabilità richiede che si eviti che le decisioni amministrative alimentino una polarizzazione duratura o creino nuove opportunità per gli attori che cercano di intensificare le tensioni religiose.

L’evoluzione di questo caso avrà implicazioni per le relazioni di Baku con Ankara e Teheran, nonché per le dinamiche politiche interne del Paese. L’esito dipenderà non solo dalle norme stesse, ma anche dalla loro attuazione pratica e dalla risposta delle autorità alle preoccupazioni sollevate da studenti, famiglie ed educatori. Nel Caucaso meridionale, dove identità, sovranità e sicurezza rimangono strettamente intrecciate, anche una controversia apparentemente circoscritta può avere gravi ripercussioni a livello regionale.

Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

By: A A
21 October 2026 at 22:05

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

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Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

Cosa sta realmente accadendo al confine tra Iran e Pakistan

By: A A
21 October 2026 at 10:30

Non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

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Si sta già scatenando il finimondo quando si tratta di indagare su ciò che sta realmente accadendo in relazione agli ultimi, decisamente oscuri, movimenti legati agli Stati Uniti sul territorio e nelle acque pakistane. Dopo una prima analisi su Transition Protocol – che, come ammesso, non ha fornito tutte le risposte necessarie – abbiamo approfondito l’argomento con un’analisi molto più completa, supportata da diverse fonti.

Ciò che stiamo osservando in diversi punti nevralgici della connettività terrestre estremamente delicata tra Iran e Pakistan non è una chiusura totale delle frontiere, bensì un delicato equilibrio su due fronti da parte di Islamabad tra l’enorme morsa finanziaria di Washington e l’ancora di salvezza strategica di Teheran.

Ecco quindi a che punto siamo, integrando i dati verificati con le nostre ultime consultazioni.

Il punto chiave: il fattore scatenante dal punto di vista normativo è stata una misura di sanzioni bancarie, non solo la sicurezza delle frontiere.

Sebbene i funzionari provinciali del Balochistan abbiano pubblicamente attribuito la sospensione di sabato in due nodi chiave, Taftan e Gabd–Rimdan, a motivi di sicurezza, antiterrorismo e lotta al contrabbando, ciò che conta di più è l’esatto meccanismo relativo a un memorandum emanato venerdì scorso dal Ministero del Commercio pakistano.

Tale memorandum ha immediatamente revocato la proroga del 3 ottobre relativa all’esenzione dal Modulo Elettronico di Importazione (EIF) per le merci importate dall’Iran, e ha coinciso con l’ordine impartito da Islamabad di chiudere il valico di frontiera dell’Agenzia Federale di Investigazione (FIA) a Taftan.

L’aspetto fondamentale è che, senza l’esenzione dall’EIF, gli importatori pakistani devono gestire gli acquisti iraniani attraverso i canali bancari ufficiali pakistani – cosa che le sanzioni statunitensi, ovviamente, rendono assolutamente impossibile.

Peyman Sanandaji, presidente della Commissione Trasporti della Camera di Commercio di Teheran, ha confermato ufficialmente che è proprio il rispetto delle sanzioni bancarie (l’abbandono dell’EIF) ad aver bloccato le esportazioni iraniane verso il Pakistan.

Lo shock immediato ai valichi ufficiali è stato notevole: sono a rischio oltre 4.000 tonnellate di importazioni giornaliere di GPL iraniano attraverso Gabd–Rimdan. L’ex presidente della Camera di Commercio di Quetta, Ayoub Miryani, ha riferito che oltre 2.000 container sono bloccati nella sola Gabd–Rimdan, con altre centinaia di autocarri merci in coda a Taftan.

Ma perché sta accadendo proprio ora? A causa della spiacevole coincidenza tra la rata del FMI del 7 ottobre che il Pakistan doveva pagare e l’«Operazione Economic Outcast» del Tesoro imperiale statunitense.

Nell’ambito dell’«Operazione Economic Outcast», Washington ha concesso ai paesi terzi una «scadenza ben definita per interrompere» i collegamenti commerciali con l’Iran, pena l’espulsione dal sistema finanziario statunitense. A ciò hanno fatto seguito le designazioni dell’OFAC del 1° ottobre contro le reti ferroviarie terrestri e industriali iraniane e le azioni dell’8 ottobre contro 17 petroliere della «flotta ombra».

Ma poi, il 7 ottobre – appena nove giorni prima che il Ministero del Commercio revocasse la deroga EIF – Islamabad ha raggiunto un accordo con il FMI sulla quarta revisione della sua Extended Fund Facility per sbloccare 1,21 miliardi di dollari. Ciò richiede ancora l’approvazione del Consiglio esecutivo del FMI.

Naturalmente non esiste alcun documento pubblico che dimostri un ordine diretto da parte degli Stati Uniti o del FMI di chiudere i confini tra Iran e Pakistan. Tuttavia, fonti di Islamabad hanno sottolineato che lasciare in vigore una deroga a tempo indeterminato sugli strumenti bancari in vista del voto del Consiglio del FMI era diventato per il Pakistan un punto di vulnerabilità insostenibile in materia di sanzioni.

Le fonti di Islamabad sostengono con fermezza che la mossa fosse accompagnata da autentiche preoccupazioni in materia di controsabotaggio e silenziosamente coordinata tra Islamabad e Teheran (corsivo mio), affinché la sospensione non compromettesse i rapporti bilaterali.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha pubblicamente definito l’interruzione una pausa temporanea dovuta a «problemi tecnici» e a «misure precauzionali».

Da parte loro, fonti ufficiali pakistane hanno insistito sul fatto che i controlli più rigorosi costituiscono una misura congiunta di antiterrorismo che riflette la «reciproca comprensione» con Teheran a seguito di un’impennata degli attacchi nel Sistan-Baluchistan, delle imboscate autostradali e di un attacco marittimo avvenuto l’11 ottobre contro imbarcazioni della Guardia Costiera pakistana al largo di Jiwani – che i funzionari pakistani hanno attribuito ad «attori stranieri» intenti a sabotare la mediazione del Pakistan nell’accordo di pace con l’Iran.

Si torna allo stesso vecchio schema dei salafiti-jihadisti strumentalizzati e manipolati dai soliti sospetti.

L’unica telefonata pubblicamente confermata tra il vice primo ministro Ishaq Dar e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avuto luogo domenica 18 ottobre – due giorni dopo il memorandum del 16 ottobre – e i resoconti ufficiali menzionano solo la diplomazia regionale e la riunione dell’OIC a Baghdad.

Pertanto, il coordinamento preventivo a livello di vice primo ministro Dar e ministro degli Esteri Araghchi, così come gli arresti specifici per sabotaggio, fanno parte della nostra stessa cronaca.

Esportazioni asimmetriche di generi alimentari e rotte informali

In sintesi, le merci continuano a attraversare i confini. Islamabad ha deliberatamente lasciato in essere le esportazioni pakistane di prodotti deperibili e alimentari verso l’Iran. Prodotti deperibili essenziali – tra cui pomodori, patate e cipolle – continuano a circolare, insieme ai tradizionali flussi di petrolio e carburante, attraverso il poroso confine lungo 909 km.

La documentazione normativa ne spiega il motivo: otto mesi fa, il Pakistan ha emanato una deroga separata relativa agli strumenti bancari, specificamente per dieci prodotti alimentari esportati via terra verso l’Iran (elencando esplicitamente riso, patate, cipolle, pomodori, carne e frutta), oltre ai prodotti farmaceutici.

La Camera di Commercio di Teheran ha confermato sabato scorso che, mentre le esportazioni iraniane verso il Pakistan sono bloccate dalla norma EIF, le importazioni dal Pakistan verso l’Iran proseguono, e il commercio informale di carburante e il commercio transfrontaliero attraverso il Baluchistan operano già per un valore stimato compreso tra 800 milioni e oltre 1 miliardo di dollari all’anno al di fuori dei canali doganali ufficiali.

Si dovrebbe prestare particolare attenzione ai porti di Gwadar e Karachi, nonché all’architettura complessiva del transito Cina-Iran. Secondo le nostre fonti, il transito di merci provenienti da paesi terzi e quello tra Cina e Iran attraverso il Pakistan rimane protetto.

A livello giuridico, un documento che descrive in dettaglio il transito delle merci attraverso il Pakistan ha stabilito sei corridoi di transito terrestri designati che collegano Gwadar, Karachi e Port Qasim a Gabd e Taftan per le merci provenienti da paesi terzi dirette in Iran, sotto la garanzia di una banca.

Inoltre, una notifica del Federal Board of Revenue dello scorso giugno ha formalmente designato la stazione ferroviaria di Taftan come stazione doganale terrestre, mentre i ministri iraniani e pakistani promuovono il corridoio ferroviario per collegare la Cina all’Iran e all’Europa.

Tuttavia, permangono due vincoli operativi molto complessi.

La modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan è ancora ufficialmente classificata come un progetto di potenziamento; inoltre, la designazione da parte dell’OFAC, avvenuta il 1° ottobre, della Compagnia Ferroviaria della Repubblica Islamica dell’Iran (RAI) era esplicitamente volta a ostacolare il passaggio di Teheran dalle rotte marittime bloccate al trasporto ferroviario.

Per riassumere: ci vuole una maestria eccezionale per affrontare l’Impero della Pirateria. Islamabad ha messo in atto una manovra classica e ben calibrata: revocare visibilmente la deroga formale alle importazioni EIF a Taftan e Gabd–Rimdan per proteggere la sua tranche in sospeso da 1,21 miliardi di dollari del FMI e le banche pakistane dalle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.

E nel contempo ha mantenuto attive con Teheran le esportazioni alimentari pakistane, i canali informali di confine e gli accordi di transito con paesi terzi.

Se ciò rimarrà un breve riassetto amministrativo o si consoliderà in un punto di strozzatura più duraturo sarà deciso da tre indicatori nel corso delle prossime due settimane:

  1. Una notifica modificata relativa all’EIF o al baratto da parte del Ministero del Commercio.
  2. Sdoganamento separato per le merci in transito verso Gwadar/Karachi.
  3. Movimenti documentati di merci lungo il collegamento ferroviario Taftan–Zahedan.

Possa questa lezione rimanere impressa nelle terre rare affinché l’intero Sud del mondo rifletta: non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

By: A A
20 October 2026 at 23:40

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

Francia: la crisi terminale del macronismo e la battaglia per l’Eliseo

By: A A
20 October 2026 at 10:10

Le mobilitazioni del 17 ottobre e le violenze che ne hanno accompagnato la fase finale mostrano una Francia attraversata da una crisi sociale e politica profonda. Mentre il macronismo entra nel suo ultimo semestre, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon incarnano due risposte radicalmente opposte alla domanda di rottura.

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Le immagini degli incendi, delle barricate e degli scontri che hanno attraversato la Francia nelle giornate del 17 e 18 ottobre rischiano di nascondere il dato politicamente più importante: centinaia di migliaia di francesi sono scesi in strada contro il carovita, la crisi dei servizi pubblici e il progressivo deterioramento delle condizioni materiali di vita. Il ministero dell’Interno ha contato circa 550.000 partecipanti alla giornata nazionale del 17 ottobre, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati circa 800.000. Una mobilitazione di dimensioni tali da costituire la più importante esplosione di protesta sociale dai tempi della battaglia contro la riforma delle pensioni del 2023.

Il fenomeno sarebbe tuttavia incomprensibile se venisse ridotto ai disordini che hanno segnato la conclusione di numerosi cortei. Lungi dall’essere nata il 17 ottobre, la protesta rappresenta il risultato di un processo cominciato settimane prima nelle scuole e nelle università, quando studenti e liceali hanno iniziato a denunciare classi sovraffollate, carenza di personale, precarietà e progressivo impoverimento dell’istruzione pubblica. Alle mobilitazioni giovanili si sono poi aggiunti sindacati, lavoratori, pensionati e settori del movimento dei gilets jaunes, mentre il rincaro dei carburanti ha agito da detonatore di un malessere sociale molto più ampio.

Tale convergenza conferisce agli avvenimenti un significato politico ben superiore a quello di un’ennesima fiammata di protesta francese. L’Humanité ha descritto il corteo parigino come l’incontro tra generazioni differenti accomunate dalle rivendicazioni sui salari, sul futuro della gioventù e sulla difesa dei servizi pubblici, ma soprattutto dal rifiuto delle politiche seguite dal 2017. In questo senso appare particolarmente significativa l’immagine proposta dal quotidiano della sinistra francese: il macronismo rischia di terminare così come era cominciato, in mezzo ai lacrimogeni e a un conflitto sociale che il potere politico sembra incapace di ricomporre.

Nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dalle ragioni concrete delle proteste, il primo ministro Sébastien Lecornu ha accusato gruppi dell’ultrasinistra di avere deliberatamente organizzato gli incidenti, arrivando a contrapporre il “campo della Repubblica” a quello dei “casseurs” e indirizzando buona parte delle proprie accuse contro La France Insoumise (LFI), nonostante lo stesso leader Jean-Luc Mélenchon avesse invitato esplicitamente i propri sostenitori a non partecipare a saccheggi e devastazioni. Il Rassemblement National (RN), dal canto suo, ha rapidamente trasformato le immagini dei disordini in materiale di propaganda, cercando di associare la protesta sociale a una crisi dell’autorità e alla necessità di restaurare l’ordine.

È una dinamica che rischia di favorire l’estrema destra, ma che non deve far perdere di vista l’origine della crisi. L’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, il deterioramento dei servizi pubblici e la nuova impostazione austeritaria del bilancio per il 2027 rappresentano il terreno materiale sul quale la protesta è cresciuta.

La risposta televisiva di Emmanuel Macron del 18 ottobre ha mostrato una volta ancora la difficoltà dell’Eliseo a uscire dalla contraddizione che accompagna ormai l’ultimo periodo della sua presidenza. Il capo dello Stato ha riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni espresse dai manifestanti, ma ha a sua volta concentrato una parte importante del proprio intervento sulla condanna delle violenze e sulle questioni di ordine pubblico. Ha annunciato consultazioni con studenti, insegnanti, sindacati, parlamentari e rappresentanti delle imprese, senza però indicare immediatamente una svolta economica capace di rispondere alle cause sociali della protesta.

Messi insieme, tutti questi elementi fanno emergere in modo chiaro la dimensione strutturale della crisi del macronismo. Quando Emmanuel Macron conquistò l’Eliseo nel 2017, promise di superare la tradizionale divisione tra destra e sinistra. La sua formula politica avrebbe dovuto sostituire il conflitto ideologico con una gestione pragmatica, europea e modernizzatrice della società francese. Quasi dieci anni dopo, il risultato appare paradossalmente opposto: la Francia non è meno polarizzata, anzi risulta essere molto più polarizzata di quanto fosse all’inizio della presidenza Macron.

La dissoluzione dell’Assemblée nationale nel 2024 aveva già distrutto l’illusione di una maggioranza presidenziale stabile. Da allora la Francia è entrata in una lunga sequenza di governi minoritari, crisi parlamentari e negoziati sul bilancio. Il governo Lecornu resta privo di una maggioranza autonoma, mentre il progetto finanziario per il 2027 è stato accolto con ostilità dalle opposizioni e con crescente nervosismo dai mercati. All’inizio di ottobre i rendimenti del debito francese avevano raggiunto livelli che non si vedevano dai primi anni Duemila, mentre il debito pubblico ha superato il 119% del prodotto interno lordo e la crescita resta debole.

Ma sarebbe riduttivo interpretare questa situazione come una semplice “crisi del debito”. Il problema fondamentale riguarda piuttosto la distribuzione dei costi della crisi. Il governo continua a presentare l’austerità come una necessità tecnica, mentre la sinistra francese sottolinea come essa rappresenti piuttosto una scelta politica precisa: ridurre la spesa sociale e comprimere i servizi pubblici anziché intervenire sulle grandi fortune, sui profitti e sulle ingenti sovvenzioni concesse alle imprese. Da qui nasce la domanda che attraversa una parte consistente delle piazze francesi: chi deve pagare la crisi?

La risposta del RN è radicalmente diversa. Marine Le Pen tenta di trasformare la crisi del macronismo in una crisi dello Stato, dell’immigrazione e dell’ordine pubblico. Il suo partito cerca di intercettare lo stesso malcontento che alimenta le proteste, ma di orientarlo verso una soluzione nazionalista e securitaria. Sul terreno economico, inoltre, il RN sta tentando di rassicurare i mercati: Le Pen ha recentemente promesso forti riduzioni della spesa pubblica qualora conquistasse l’Eliseo, mentre Jordan Bardella ha difeso un piano volto a tagliare circa 140 miliardi di euro di spesa e a ridurre rapidamente deficit e debito. La pretesa dell’estrema destra di rappresentare una rottura sociale con il macronismo entra quindi in contraddizione con un programma economico che contiene anch’esso una pesante componente austeritaria.

Ad ogni modo, i dati demoscopici mostrano quanto questa contrapposizione stia modificando la politica francese. Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane indicano Marine Le Pen come candidata nettamente più forte al primo turno, ma contemporaneamente mostrano una crescita di Mélenchon e soprattutto una straordinaria solidità della sua base. Un’indagine Ipsos BVA-Cevipof attribuiva in settembre al candidato di LFI tra il 15,5 e il 17% delle intenzioni di voto, ma con livelli molto più alti tra i giovani: fra i 18 e i 24 anni Mélenchon raggiungeva addirittura il 40%. Un sondaggio successivo, riportato da Reuters, ha delineato perfino scenari nei quali Le Pen e Mélenchon si qualificherebbero insieme per il ballottaggio, estromettendo completamente i candidati dell’area centrista.

Naturalmente manca ancora molto alla primavera del 2027 e ogni previsione resta fragile. Marine Le Pen deve inoltre affrontare ancora l’incognita del proprio contenzioso giudiziario, mentre a sinistra rimangono divisioni profonde tra LFI, socialisti, comunisti ed ecologisti. Ma il dato politico è già evidente: il successore di Macron non sembra destinato a provenire dal blocco che ha governato la Francia nell’ultimo decennio.

La battaglia per l’Eliseo sarà quindi molto più di una competizione tra candidati. Sarà uno scontro attorno all’interpretazione stessa del fallimento macronista. L’estrema destra sostiene che la Francia soffra soprattutto per un deficit di autorità, sovranità e controllo. La sinistra radicale individua invece il problema nella crescente disuguaglianza, nell’austerità, nell’indebolimento dei servizi pubblici e nella subordinazione delle scelte economiche agli interessi del grande capitale. Il campo macronista, nel frattempo, fatica sempre più a convincere che la continuazione delle politiche degli ultimi dieci anni possa rappresentare una risposta alla crisi prodotta proprio durante quel decennio.

In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia

By: A A
19 October 2026 at 22:05

Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa

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Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.

SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso

L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.

Le sanzioni anti-russe distruggono l’industria tedesca

Come evidenziato dalla leader del BSW, le decisioni di politica estera prese a Berlino non sono astrazioni teoriche, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e sulla tenuta del tessuto produttivo locale. La Sassonia-Anhalt ospita poli industriali di prim’ordine, come il distretto chimico di Leuna, oggi messi a dura prova dall’esplosione dei costi energetici e dall’interruzione dei rapporti commerciali con l’Est. Le sanzioni contro la Russia hanno già provocato molti fallimenti aziendali, ma non in Russia, bensì in Germania, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro qualificati. A ciò si aggiunge l’invio continuo di ingenti risorse, fra soldi e armi, in Ucraina, a fronte di dolorosi tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali, che rendono i lavoratori tedeschi sempre più insofferenti.

L’anti-fascismo usato come scusa per giustificare la NATO e la guerra

In questo scenario, BSW rifiuta la logica difensiva dell’establishment borghese, appoggiato dalla sinistra egemone, tanto nella sua versione moderata di SPD quanto in quella liberal più massimalista della LINKE. Questi partiti insistono che il pericolo principale non è la guerra voluta dalla NATO, ma i “fascisti” di AfD, che occorre isolare, benché votati democraticamente, impedendo qualsiasi accordo o alleanza. L’analisi di Wagenknecht, retta dal metodo del materialismo dialettico tipicamente marxista, individua invece una profonda frattura nella società tedesca: da un lato il campo di chi intende conservare il potere (“Machterhaltendes Lager”), rappresentato dai partiti di governo e dai ceti più benestanti che difendono la linea dell’escalation militare agli ordini della NATO e dell’UE contro la Russia e domani contro la Cina; dall’altro il campo del dissenso (“Lager der Unzufriedenen”), formato da lavoratori, pensionati e famiglie schiacciate dall’inflazione e preoccupate dal pericolo di un coinvolgimento diretto dei loro figli nel conflitto attraverso il nuovo servizio militare obbligatorio, contro cui i liceali tedeschi continuano regolarmente a scioperare. Per troppo tempo la retorica del “Brandmauer” (il muro anti-fuoco che dovrebbe isolare AfD dal dibattito politico) è servita alle forze governative tedesche per squalificare il dissenso e isolare le proteste popolari sotto l’etichetta dell’estremismo. Per il BSW, il dovere prioritario di una forza politica d’opposizione è rispettare la volontà degli elettori, dialogare nell’alveo delle regole parlamentari e sfruttare ogni maggioranza utile per raggiungere obiettivi concreti: fermare la spirale bellica, proteggere l’industria nazionale e tutelare i redditi dei lavoratori. E per fare questo Wagenknecht vuole superare i veti incrociati e la politica dei blocchi: il BSW dimostra che la vera priorità deve tornare a essere la difesa della pace, della neutralità militare, del lavoro e della sovranità popolare.

La fase storica impone il coraggio di rompere gli schemi

Di fronte all’accusa di agire come gregari del “fascismo”, l’antifascista Wagenknecht risponde che la strategia del “Brandmauer” è fallita nei fatti e ha ottenuto l’effetto opposto, alimentando la rabbia popolare e rafforzando proprio l’AfD. Al contrario BSW vuole dialogare con tutte le forze parlamentari e sfruttare le maggioranze d’azione per mantenere le promesse elettorali (come la pace e la calmierazione dei prezzi). La Wagenknecht spiega che i partiti del sistema, siano essi di destra o di sinistra, usano la retorica dell’antifascismo solo per delegittimare il dissenso, sospendere le regole democratiche e conservare il potere nonostante politiche fallimentari. Questo atteggiamento, secondo la leader del BSW, banalizza in modo irresponsabile la reale tragedia della dittatura nazista. Wagenknecht sottolinea infatti come i diritti democratici fondamentali e la libertà di stampa siano stati compressi negli ultimi anni non dall’AfD, ma dai partiti liberali, democristiani e socialdemocratici al governo, gli stessi che inviano decine di miliardi di euro a un regime ucraino che ha messo al bando i partiti d’opposizione e tollera la glorificazione di collaboratori nazisti.

Basta guerra alla Russia: questa è la sola priorità oggi!

Rispetto alla tesi secondo cui negoziare con Mosca sia impossibile perché l’ultra-demonizzato Vladimir Putin rifiuterebbe il dialogo, Wagenknecht non concorda: il Cremlino si era mostrato disponibile a discutere, ma i tentativi di trattativa sono stati chiusi dalla leadership ucraina e dai governi europei spinti dalla NATO e dall’industria delle armi a continuare la guerra. La narrazione, poi, secondo cui l’invio continuo di armi porterebbe alla vittoria dell’Ucraina è una finzione a cui per BSW “non crede più nessuno” e anzi l’escalation bellica – comprese le incursioni su Mosca condotte con tecnologia e droni tedeschi – è una strategia che rasenta la follia, rischiando di trascinare direttamente la Germania in un conflitto nucleare. Su questo aspetto anche il Partito Comunista Tedesco (DKP) denuncia l’ipocrisia dei partiti di governo (SPD, Verdi, CDU), che sfruttano la retorica del “cordone sanitario” antifascista con la scusa di frenare l’estrema destra eversiva, quando il vero obbiettivo è delegittimare qualsiasi mozione pacifista, indipendentemente da chi la voti in aula, contro l’escalation della NATO e contro le sanzioni.

Articolo originale  politicanuova.ch

Dopo la Russia, la Cina è il prossimo obiettivo dei falchi europei?

By: A A
19 October 2026 at 10:30

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

Bosnia-Erzegovina: la Republika Srpska rafforza il proprio peso mentre cresce la pressione euro-atlantica

By: A A
18 October 2026 at 23:29

Le elezioni generali del 4 ottobre hanno confermato la centralità dello SNSD nella Republika Srpska e il peso politico del campo legato a Milorad Dodik. Il risultato complica ulteriormente i progetti di centralizzazione della Bosnia-Erzegovina e soprattutto l’avvicinamento alla NATO contro la volontà della componente serba.

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Le elezioni generali svoltesi il 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina non hanno risolto le contraddizioni strutturali che attraversano il Paese dalla firma degli Accordi di Dayton del 1995. Al contrario, le hanno rese ancora più evidenti. Con lo scrutinio ormai quasi completato, pur in attesa della certificazione definitiva di tutti i risultati, il voto ha confermato la forza dello schieramento dominante nella Republika Srpska e, soprattutto, ha dimostrato che l’eliminazione di Milorad Dodik dalle cariche pubbliche non ha prodotto l’indebolimento politico del sistema costruito attorno all’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD).

Numeri alla mano, infatti, Željka Cvijanović ha conquistato nuovamente il seggio serbo nella Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina con circa il 56% dei voti nella Republika Srpska, distanziando nettamente gli avversari. Savo Minić, anch’egli esponente dello SNSD e figura vicina a Dodik, si è imposto nella corsa alla presidenza della Republika Srpska con oltre il 52%. Lo stesso SNSD resta inoltre nettamente la principale forza politica dell’entità, avvicinandosi al 40% nelle elezioni per l’Assemblea nazionale.

Il significato politico di questi dati supera quello dei singoli risultati. Dodik non era candidato, dopo essere stato escluso dalle cariche pubbliche in seguito allo scontro con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt e con le istituzioni centrali bosniache, ma è rimasto il principale punto di riferimento della campagna elettorale dello SNSD. Il voto ha quindi mostrato che la pressione giudiziaria e istituzionale esercitata contro il leader serbo-bosniaco non si è tradotta in un ripudio della sua linea da parte dell’elettorato della Republika Srpska. Al contrario, i candidati che ne rivendicano la continuità politica hanno prevalso a tutti i livelli più importanti.

Va infatti ricordato che, negli ultimi anni, una parte consistente delle istituzioni dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dell’apparato politico legato all’Alto Rappresentante ha presentato Dodik come il principale ostacolo alla stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina e alla sua integrazione nelle strutture occidentali. Le elezioni hanno dimostrato, tuttavia, che il problema non può essere ridotto alla figura personale dell’ex presidente della Republika Srpska. Dietro Dodik esiste una consistente base elettorale che difende le prerogative dell’entità, rifiuta un’ulteriore centralizzazione dello Stato bosniaco e guarda con forte diffidenza, quando non con aperta opposizione, alla prospettiva dell’adesione alla NATO.

Allo stesso tempo, vogliamo sottolineare che, in base agli accordi di Dayton del 1995, l’intera architettura istituzionale della Bosnia-Erzegovina venne costruita sulla base della necessità di impedire che una delle componenti etniche del Paese possa imporre unilateralmente alle altre le scelte fondamentali dello Stato. La Presidenza, in particolare, è composta da tre membri: un bosgnacco e un croato eletti nella Federazione e un serbo eletto nella Republika Srpska. La funzione di presidente di turno ruota periodicamente tra i tre, ma la Presidenza resta collegiale e le decisioni fondamentali in materia di politica estera sono affidate all’organo nel suo complesso.

Ancora più importante è il meccanismo previsto in caso di dissenso. Un membro della Presidenza, infatti, può dichiarare una decisione contraria all’interesse vitale dell’entità dalla quale è stato eletto. Nel caso del membro serbo, la questione viene rinviata all’Assemblea nazionale della Republika Srpska e, se quest’ultima conferma l’obiezione con la maggioranza richiesta, la decisione non entra in vigore. Analoghe garanzie attraversano il Parlamento statale, dove la rappresentanza delle entità e dei tre popoli costitutivi limita deliberatamente il principio maggioritario.

Questi meccanismi vengono spesso descritti dalla stampa occidentale come cause della presunta “disfunzionalità” della Bosnia. In realtà sono precisamente il fondamento dell’equilibrio che rese possibile la conclusione della guerra. Dayton, infatti, non eliminò le differenze politiche e nazionali interne al Paese: le istituzionalizzò, riconoscendo che la sopravvivenza di uno Stato comune avrebbe richiesto il consenso delle sue componenti fondamentali.

Proprio su questo terreno si sviluppa da anni uno scontro sempre più evidente: da un lato, una parte delle forze politiche bosgnacche sostiene un rafforzamento delle istituzioni centrali, mentre Bruxelles e Washington hanno generalmente appoggiato una progressiva concentrazione di competenze a Sarajevo; dall’altro, la leadership della Republika Srpska interpreta invece questa evoluzione come un progressivo svuotamento del compromesso originario di Dayton.

Il caso più delicato è quello della NATO. La Bosnia è entrata nel programma Partnership for Peace nel 2006 e partecipa al Membership Action Plan. Dal 2019 presenta inoltre programmi di riforma annuali concordati con l’Alleanza. Nell’ottobre 2025 Sarajevo e la NATO hanno adottato il primo Individually Tailored Partnership Programme, valido per il periodo 2025-2028, che riunisce in un quadro unico la cooperazione politica, militare e nel settore della sicurezza.

La NATO, inoltre, mantiene un proprio quartier generale a Sarajevo, assiste le autorità bosniache nelle riforme della difesa, sostiene programmi destinati ad aumentare capacità e interoperabilità delle forze armate e, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina nel 2022, ha aumentato ulteriormente il sostegno alla Bosnia-Erzegovina nell’ambito della propria politica di rafforzamento dei partner considerati vulnerabili alle influenze esterne.

Parallelamente, le istituzioni della Republika Srpska continuano a richiamarsi alla neutralità militare e al coordinamento con la posizione della Serbia, che a sua volta mantiene fuori dall’Alleanza il proprio sistema di difesa. Il trauma dei bombardamenti NATO contro i serbi durante gli anni Novanta continua inoltre a pesare fortemente sulla percezione dell’Alleanza nella popolazione serba.

Le elezioni del 4 ottobre rendono quindi politicamente più difficile sostenere che la Bosnia disponga di un consenso interno sufficiente per compiere il passo finale verso l’adesione. Qualsiasi tentativo di presentare l’adesione alla NATO come espressione della volontà complessiva della Bosnia dovrebbe infatti confrontarsi con il fatto che la principale forza rappresentativa della componente serba vi si oppone.

Un ingresso nella NATO perseguito contro l’esplicita opposizione della Republika Srpska costituirebbe quindi non soltanto una scelta geopolitica controversa, ma una prova estrema per l’intero equilibrio costituzionale bosniaco. Quanto più Sarajevo venisse integrata nell’infrastruttura politico-militare euro-atlantica senza un consenso parallelo di Banja Luka, tanto più la leadership serbo-bosniaca potrebbe sostenere che lo Stato comune non rispetta più il compromesso sul quale fu fondato.

Per quanto riguarda il risultato dei croati, Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ BiH), ha conquistato il seggio croato nella Presidenza, interrompendo la lunga fase caratterizzata dalla presenza di Željko Komšić, contestato da larga parte dell’elettorato croato perché eletto soprattutto grazie ai voti provenienti dalle aree a maggioranza bosgnacca. Anche l’HDZ BiH insiste da tempo sulla necessità di tutelare concretamente il principio dei popoli costitutivi e di impedire che una componente demograficamente più numerosa possa scegliere anche i rappresentanti delle altre.

Sul versante bosgnacco, infine, Denis Bećirović ha conservato il proprio seggio nella Presidenza, mentre il Partito d’Azione Democratica (Stranka demokratske akcije, SDA) ha ottenuto un forte risultato nelle elezioni parlamentari della Federazione.

Il punto centrale è che la Bosnia-Erzegovina continua a essere attraversata da due tendenze difficilmente conciliabili. Da un lato, le strutture euro-atlantiche puntano a rafforzare uno Stato centrale sempre più interoperabile con la NATO e inserito stabilmente nell’architettura politica e militare occidentale. Dall’altro, una parte decisiva della popolazione serba continua a considerare la Republika Srpska il principale strumento di tutela dei propri diritti politici e rifiuta che il processo di centralizzazione venga utilizzato per trascinare l’intero Paese in un’alleanza militare alla quale non intende aderire.

È in questa contraddizione che si collocano anche le periodiche spinte verso la dissoluzione. La Costituzione di Dayton non riconosce alla Republika Srpska un diritto unilaterale alla secessione e la Bosnia-Erzegovina continua giuridicamente a esistere come Stato unitario sul piano internazionale. Ma la tenuta di un ordinamento consociativo dipende in ultima analisi dal consenso delle comunità che lo compongono. Se una di esse arrivasse a ritenere che le garanzie originarie siano state svuotate e che le decisioni strategiche possano essere prese sistematicamente contro la propria volontà, la crisi diventerebbe inevitabilmente politica prima ancora che costituzionale.

La stabilità della Bosnia dipenderà quindi dalla capacità di riconoscere questo dato anziché aggirarlo. Insistere sulla centralizzazione e sull’integrazione euro-atlantica come processi irreversibili, senza tenere conto della volontà espressa dagli elettori serbi, potrebbe produrre l’effetto opposto a quello dichiarato da Bruxelles e Washington. Quanto più la Republika Srpska percepirà lo Stato centrale come lo strumento attraverso il quale decisioni strategiche vengono imposte dall’esterno o dalla sola maggioranza bosgnacca, tanto più crescerà la forza dell’argomento separatista.

Il Mezzogiorno in strada con le ultime gocce di carburante

By: A A
18 October 2026 at 10:30

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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Una mappa che segue l’energia

A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.

Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.

La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.

La guerra arriva alla pompa

Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro.  A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.

Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.

Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.

La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.

Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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